Archivio dell'autore

:: Susie Steiner (1971 – 2022)

3 luglio 2022

Autrice della serie poliziesca che ha per protagonista la detective Bradshaw della Polizia di Cambridge.

:: I pomeriggi della domenica – Vite vagabonde di Emil Szittya e Lajos KassĆ”k di Roberto Sassi, Illustrato da Francesca Dimanuele (RAUM Italic, 2022) recensione a cura di Andrea RĆ©nyi

3 luglio 2022

La piccola editoria che lavora con passione dietro le quinte, quella fatta di case editrici artigianali, intrepide, con pochi titoli, offre spesso scoperte encomiabili, originali e indimenticabili. Al punto che da qualche tempo accolgo sempre volentieri l’occasione di poter leggere i loro libri nella speranza, a ragion veduta, di avere a che fare con pubblicazioni curate, insolite, e di alta qualitĆ . Nelle ultime settimane me ne sono capitate ben due fra le mani, entrambe meritano l’attenzione di un pubblico più vasto.

Su questa testata desidero presentare il piccolo libro curioso di un giovane italiano sulle avventure di due intellettuali ungheresi in giro per l’Europa all’inizio del Novecento. L’autore, Roberto Sassi, ĆØ un sociologo urbano residente a Berlino, coautore, con Teresa Ciuffoletti, di Guida alla Berlino ribelle, per Voland (2017), coautore anche di Verborgenes Berlin (Jonglez Verlag, 2020), e di articoli in tema letterario e urbanistico. Il libro ĆØ stato pubblicato da Raum Italic, una casa editrice italo-tedesca di Berlino e distribuito dalla casa editrice manotavana Corraini.

I pomeriggi della domenica ĆØ incentrato sulla riscoperta di Wandern, il vagabondare, per lo più a piedi, che era un modo di scoprire l’Europa in voga fra i romantici tedeschi, e che i due ungheresi misero in pratica un secolo dopo spinti dal bisogno e dalla curiositĆ . Dei due protagonisti Lajos KassĆ”k (1887 – 1967), scrittore, poeta e pittore, ha sempre goduto di una certa notorietĆ  anche internazionale, fin dai suoi anni giovanili, mentre il libro riporta alla luce la figura dimenticata di Emil Szittya (1886 – 1964), nato a Budapest come Adolf Schenk, oggi sconosciuto ai più anche nella sua madre patria. Eppure Szittya era un intellettuale di spicco e pioniere dell’arte del Novecento: fra il 1906 e il 1907 partecipò alla vita della comunitĆ  cristiano-comunista di Monte Monescia sopra Ascona che il gruppo di fondatori, idealisti e artisti dal calibro di Bebel, Hesse, D.H. Lawrence, Laske-Schüler, provenienti da tutta l’Europa e persino da oltremare, ribattezzò Monte VeritĆ . Szittya fu uno dei primi a comprendere la grandezza di Chagall e Henri Rousseau, frequentò Lenin e Trotskij, fondò riviste d’avanguardia e scrisse anche alcuni romanzi. Viveva giĆ” da anni all’estero quando, nel 1909, incontrò KassĆ”k a Stoccarda e ne divenne il mentore. KassĆ”k vi era giunto a piedi da Budapest e con Szittya fece un giro di tre mesi per la Germania, il Belgio e la Francia. Si separarono a Parigi, quando KassĆ”k sentƬ il richiamo di Budapest. Nel 1918 Szittya rimase implicato nell’affare Konsten che segnò la fine dei suoi rapporti con l’Ungheria. Si trasferƬ prima a Vienna, poi a Berlino, e nel 1927 scelse Parigi dove stabilirsi definitivamente. Annoverò fra le sue amicizie Stravinsky, Honegger, Eric Satie, e fra il 1940 e il 1944 partecipò alla resistenza francese, fino alla fine dei suoi giorni rimase se non protagonista, ma un personaggio onnipresente in tutto ciò che era in qualche modo legato all’arte e alla vita culturale contemporanea.

Oltre alla pittura, alla letteratura e alla traduzione, Lajos KassĆ”k era anche un politico impegnato che definiva se stesso ā€žun uomo socialistaā€. Come tale fu messo all’indice da tutti i regimi che si susseguirono nei suoi sessant’anni di attivitĆ  politica e artistica. Colonna dell’avanguardia pittorica e prolifico poeta, era anche uno studioso delle tendenze artistiche della prima metĆ  del Novecento, come l’Espressionismo, il Dadaismo, il Futurismo, il Surrealismo, il Costruttivismo. Da eccellente un uomo di lettere, era anche un attento cronista dei suoi tempi. La sua voluminosa opera autobiografica, Egy ember Ć©lete. ƖnĆ©letrajz (Vita di un uomo. Autobiografia), rappresenta una fonte importante per la ricostruzione dell’epoca e della vita artistica anche europea.

In Vita di un uomo KassĆ”k ripercorre anche i mesi di vagabondaggi ricchi di avventure con Szittya nel 1909, descrive gli espedienti ai quali erano ricorsi per assicurarsi la mera sopravvivenza, e i tanti incontri interessanti che avevano avuto la fortuna di fare. I capitoli dedicati alle loro vite vagabonde erano stati tradotti dall’ungherese in tedesco e in francese e pubblicati in volumi autonomi, dai quali Roberto Sassi ha saputo trarre ispirazione e comporre un piccolo libro interessante, ben scritto e pieno di sorprese. Le belle e ingegnose illustrazioni di Francesca Dimanuele accompagnano il testo creando un insieme armonico, e la stimolante postfazione di Gian Piero Piretto incornicia la storia e ne puntualizza gli elementi fondanti.

:: CristóvĆ£o Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche a cura di Giulietta Iannone

30 giugno 2022

CristóvĆ£o Tezza, brasiliano, classe 1952, professore universitario, scrittore, ai più credo dirĆ  poco o nulla, a meno che non siate amanti e cultori della letteratura latinoamericana, allora sƬ, tra quella nicchia ristretta e orgogliosa di appassionati di letteratura in lingua portoghese ĆØ un nome noto, stimato, autore di racconti brevi, romanzi (ben 14) e saggi le cui traduzioni si contano sulle dita di due mani, nel 2008 la Sperling & Kupfer portò avventurosamente in Italia O Filho Eterno, con traduzione di Maria Baiocchi.Ā Il portoghese ĆØ una lingua difficile (quale lingua non lo ĆØ), non massivamente diffusa, ma affascinante. Una lingua letteraria, nata dallo spagnolo (proprio con la caduta delle consonanti intervocaliche), con cadenze genovesi (popoli marinari dopotutto). Una lingua che si presta al gioco filologico e CristóvĆ£o Tezza sembra aver fatto sua questa filosofia di pensiero nel suo La caduta delle consonanti intervocaliche, l’ultimo romanzo in ordine cronologico da lui scritto, ormai nel 2014, e tradotto in italiano da Daniele Petruccioli (le cui soluzioni interpretative si susseguono brillanti e imprevedibili).

O Professor, titolo originale, ma il titolo italiano ancora meglio rispecchia lo spirito del libro, (un plauso per chi l’ha scelto), ci porta di peso, quasi voyeuristicamente, nella vita di un professore settantenne, anzi in un giorno della sua vita, (una manciata di ore ad essere pedantemente precisi) come tra l’altro la tradizione letteraria europea alta impone, quando si vuole sincopare tramite il flusso di coscienza un’ intera esistenza, come fece eroicamente Joyce o perchĆ© no, la nostra tanto amata Virginia Woolf.
Heliseu da Motta e Silva, professore brasiliano di filologia romanza, ĆØ il nostro eroe, o meglio antieroe, (in un noir meriterebbe di diritto questo ruolo) che in uno sfoggio narcisistico di autocompiaciuta arguzia si sveglia un mattino (assalito dalla catena delle angosce mattutine) e si prepara. Prepara un discorso da recitare (lui ormai in pensione) a una platea di colleghi (che lo disprezzano, o per lo più ridono alle sue spalle), in un anfiteatro universitario, per graziosamente accettare un’ onorificenza a lui attribuita che in un certo senso chiude in gloria la sua onorata carriera di studioso.
Quale occasione migliore per raggrumare il bilancio di una vita, al sicuro delle pareti della sua casa, (vegliato dalla fidata e materna dona Diva e dal suo rassicurante caffĆØ del mattino, una delle tante attenzioni gentili di una domestica affezionata) dove poter scegliere a cosa dare risalto e cosa omettere, in un susseguirsi di riscritture mentali [Miei cari (no, non direi mai cosƬ; detto da me fa subito carnevalesco, una maschera alla Groucho Marx) (…) Amici miei (no; cosƬ ĆØ troppo invasivo) (…) Cari colleghi (nemmeno – c’è un che di possessivo, una piccola macchia)]. Ricostruendo quasi il proprio passato a misura della propria adattabile e selettiva (se non autoindulgente) memoria. MĆ“nica aveva le gambe storte – no, di questo non parlerĆ , decise Heliseu. ƈ irrilevante.

Se la vanitĆ  sembra in un primo tempo il suo peggior difetto, più della lussuria, dell’ egoismo, della megalomania (forse ĆØ anche un assassino) più ci si inoltra nel suo tessuto mentale, (solido come la storia della lingua portoghese che viene richiamata con preziosa naturalezza dalle tante citazioni in portoghese arcaico, intrecciate al testo, perfette se vogliamo, un gioco di costruzioni a incastro), più l’irritante spocchia che lo avvolge si stempera in autentica disperazione, in buia solitudine, in doloroso fallimento per una vita bruciata nel paradossale vuoto di significato. (Per lui un filologo, quale orrore). E allora sƬ ĆØ difficile non provare simpatia per questo imperfetto essere umano, e nello stesso tempo grandioso personaggio. Entrare nella mente e nella vita di Heliseu richiede tempo e pazienza, bisogna adeguarsi alla cadenza dei suoi pensieri, e provenendo dalla lettura di un romanzo diametralmente opposto in intenti e considerazioni, ho raggiunto questa sintonia un po’ oltre le prime pagine. Ma quando questo ĆØ capitato, allora la lettura si ĆØ rivelata preziosa, interessante, ricca.

Cosa scopriamo di Heliseu da Motta e Silva? Un reazionario, come ho origliato una volta in quella stessa sala caffĆØ, nemmeno riesce a essere di destra. Lui che di politica non vuole occuparsi, attanagliato dalla noia mortale della politica brasiliana, che pretenderebbe opinioni e prese di posizione. Marito infedele, di MĆ“nica (sempre compianta), unico suo vero amore (ma ĆØ davvero capace di amare il nostro Heliseu? Lui ĆØ la fatica mortale della vita di coppia), la cui tragica fine lo crocifigge dai sensi di colpa. Padre insolvente di un figlio, Eduardo, la cui omosessualitĆ  crea tra i due un abisso e una separazione da niente colmata (lui che ha l’eleganza di risparmiare al padre i dettagli).  Figlio di un padre per cui la cosa importante per un uomo ĆØ avere una buona giacca, spendibile in tutte le occasioni. Amante di TherĆØse, giovane, bella e ambiziosa dottoranda dall’accento e le lusinghe di molte francesine il cui fascino ĆØ pari alla loro disinvoltura.
Se la sua vita pubblica la sua carriera ĆØ smagliante e ricca di soddisfazioni, (vince i concorsi per eccesso di competenze), la sua vita intima e privata ĆØ un totale fallimento, una nerissima sconfitta, un doloroso vuoto. Ma questa frattura sembra non pesargli. La sua vanitĆ  (o più che altro conferma di sĆ©) che lo fa attardare un attimo di troppo allo specchio, ĆØ l’unica fragile debolezza di un momento. E poi il sipario cala. Mai sapremo se pronuncerĆ  quel discorso (ormai cosƬ asciugato da apparire uno scheletro, sublime artificio di retorica), o anche se solo uscirĆ  dalla porta di casa. Come nel monologo di Molly Bloom, una sola frase chiude il romanzo. Tezza  sceglie: Sto bene. Come se a qualcuno importasse. Forse al lettore sƬ.

Questo romanzo meriterebbe ben altra analisi e una mia più profonda conoscenza della letteratura in lingua portoghese o della storia brasiliana, (quanti rimandi, allusioni, assonanze, ironiche frecciate mi sono perduta) ma non ostante la fallibilità di chi scrive, la bellezza del testo traspare con così tanta forza, che già solo una comprensione parziale è sufficiente ad apprezzarlo.

:: Joanna Rakoff, Un anno con Salinger a cura di Giulietta Iannone

30 giugno 2022

Credo che Salinger sia l’incubo di tutti i recensori, giornalisti, operatori culturali. La sua riservatezza ĆØ leggendaria, e parte integrante del suo sfuggente mito. Un autore che non concede interviste, non risponde alle lettere dei fan, non appare in radio o tv, un autore che lascia nel vago dove viva, risieda o anche solo la mattina prenda il caffĆØ al bar, un autore che fa sfumare un contratto editoriale perchĆ© l’editore ha avuto l’ardire di parlare con un giornale, vivendo ciò come un tradimento, lascia dietro di sĆ© uno spazio bianco, che per pudore sono ben pochi a cercare di riempire.
Si ha quasi paura di disturbare, di infrangere una sacralitĆ  tutta laica fatta di rispetto, educazione, timidezza. Ma l’amore stravolge questi canoni, ci autorizza a fare cose che la ragione ci suggerisce siano proibite. E cosƬ fa Joanna Rakoff parlandoci di Salinger nel suo romanzo autobiografico, Un anno con Salinger, edito da Neri Pozza e tradotto (con grande sensibilitĆ ) da Martina Testa.
I motivi che spinsero Salinger a difendere la sua privacy con tanto accanimento, quasi con ferocia, vanno probabilmente ricercati in un placido desiderio di calma e tranquillitĆ . Continuare a scrivere senza più pubblicare più che una forma di autismo letterario sicuramente si ricollega anche a questo. Scansare, con una certa eleganza e un po’ di durezza, un carico emotivo che in un certo modo non si sentiva in grado di sopportare. Delegando. In questo caso delega per un anno il fardello di leggere le lettere a lui indirizzate dai fan di tutto il mondo (non solo americani) a una giovane (oggi si direbbe stagista, allora si diceva assistente, sebbene il padre della Rakoff fosse certo che sua figlia svolgesse i compiti di una segretaria).
Joanna Rakoff prese molto seriamente questo incarico, arrivando a disattendere le ferree disposizioni a lei impartite (di scrivere impersonali lettere standard di educato rifiuto) e non per insensibilitĆ . All’Agenzia sapevano che era un compito sovrumano. Lo sarebbe stato per Salinger, figurarsi per una ragazza di poco più di vent’anni.
Salinger non aveva necessitĆ  economiche, Il giovane HoldenĀ stava immobile come una pietra miliare inscalfibile e remota. Chi scrive un’opera cosƬ può anche metaforicamente spezzare la penna e non scrivere più niente. Neanche una riga. Ma non certo Salinger. Per alcuni scrivere ĆØ un’esigenza primaria, come bere, mangiare, dormire. Ma non lo ĆØ il pubblicare. Più che una mancanza di desiderio di confronto con il pubblico dei lettori (Salinger era adorato, ogni lettera a lui inviata lo testimoniava) si può ascrivere questo comportamento a qualcosa di più delicato, impalpabile, nobile. A un eccesso di sensibilitĆ , più che di indifferenza.
Dicevo che la Rakoff in questo libro ci parla di Salinger, e sicuramente lo fa in modo indiretto, ellittico, riflesso forse l’unico modo adatto per parlare di questo scrittore. Tale e tanta ĆØ la tensione emotiva che riesce a trasmettere. Ma soprattutto ci parla di sĆ©, della giovane ragazza che era quando entrò in punta di piedi, quasi dalla porta di servizio, in una delle più antiche e prestigiose agenzie letterarie di New York (la Harold Hober Associates, 425 Madison Avenue, fondata nel 1929, curatrice del J.D. Salinger Estate, di cui la Rakoff non fa mai il nome limitandosi a chiamarla l’Agenzia, come se fosse l’unica).
E ci parla di libri, di scrittura, del mondo letterario della seconda metĆ  degli anni ’90 del secolo scorso. Di agenti, editor, reading di David Foster Wallace, di editori che tengono in cantina casse di prove di stampa, di riviste letterarie, di quando Winona Ryder comprò una lettera di Salinger a un’asta e gliela inviò per posta, tanto sapeva quanto non amasse avere la sua corrispondenza in giro. Non solo aneddoti, pettegolezzi, voci di corridoio, più che altro il racconto appassionato di un mondo rarefatto e composito, con leggi e regole proprie, a suo modo implacabili, visto con gli occhi luminosi di una ragazza che scopre quasi con un sussulto di incredulitĆ  che la Letteratura, da sempre da lei adorata, ha anche derive più prosaiche: che ci sono contratti, clausole, scambi di denaro.
Esatto, ĆØ il denaro la cosa che sembra più sorprenderla, come se scalfisse la purezza di un ideale (ĆØ una scrittrice che sogna di vivere di poesia), pur non riuscendoci fino in fondo. Lei che vive in un appartamento senza lavello e senza riscaldamento (deve aprire il forno) e mangia quando può, centellinando persino un caffĆØ, dopo che il padre ha smesso di pagare i suoi conti (bene, ora hai un lavoro) svelandole di aver richiesto un prestito d’onore per i suoi studi, falsificando la sua firma, prestito che ora deve ripagare a rate.
Non aspettatevi di scoprire chissĆ  quale retroscena scabroso, quale veritĆ  inconfessata sulla vita di Salinger. Non svela fatti, nomi, date. Questa ĆØ più che altro la cronaca di un amore letterario nato in maniera insolita e imprevista. L’anatomia di una perdita, come la stessa autrice definisce tutti i libri di Jerry (ormai la confidenza ĆØ tale che si può permettere di chiamarlo cosƬ). E se questo non fosse chiaro all’inizio, sicuramente ĆØ evidente nel capitolo finale, con la forza di un’epifania.
La Rakoff parlò al telefono con Salinger, persino lo incontrò una volta quando lui si recò in Agenzia. Ormai era piuttosto anziano, debole d’udito, timido, paziente, disponibile, (io me lo immagino anche un po’ ingobbito, le persone molto alte di solito invecchiando lo diventano) e la Rakoff imparò ad amarlo tramite i suoi libri, non letti da lei ma dai suoi fan. Fu infatti leggendo le lettere che Salinger riceveva che scoprƬ la grandezza di questo autore, il cui talento maggiore era spingere, molto socraticamente, gli altri a parlare di sĆ©.
La Rakoff non aveva mai letto niente di Salinger prima di mettere piede nell’Agenzia. E forse non ĆØ necessario aver letto Il giovane Holden, 9 Racconti, Franny e Zooey, Alzate l’architrave, carpentieri per leggere questo libro. Ma dopo averlo letto non ĆØ escluso che proviate l’irrefrenabile desiderio di leggere questi libri. O rileggerli.
E se qualcuno rimarrà deluso, aspettandosi di conoscere di Salinger molto di più, non resta che ricordagli che di lui restano sempre i suoi libri già pubblicati, e presto tutti gli inediti che verranno dati alle stampe nei prossimi anni. La Rakoff a suo modo ha scritto una lunga lettera a Salinger, simile alle tante che lesse in quel fatidico anno e ancora si pente di non avere salvato. E forse questa consapevolezza è lo spirito giusto per affrontare questo memoir, questo tributo postumo, fatto per dirgli: hai visto poi alla fine sono riuscita a pubblicare le mie poesie, a diventare una scrittrice anche io.

:: Paul Auster, Trilogia di New York a cura di Giulietta Iannone

27 giugno 2022

Inizio col dire, senza falsa modestia, più che altro con rammarico, che recensire Paul Auster non ĆØ affatto facile. Non lo ĆØ per molti testi e molti autori, ancor più non lo ĆØ quando si affronta un testo quasi cardine, e se vogliamo iconico, della letteratura contemporanea. Ciò dovrebbe permettermi di mettere le mani avanti e nell’eventualitĆ  (neanche tanto remota) che scrivessi sciocchezze, di considerarle se non inevitabili quanto meno giustificabili.
Ci sono limiti negli autori, ma anche molto spesso nei recensori, specie quando vogliono superare un mero giudizio estetico e scavare più in profonditĆ . Paul Auster ĆØ un autore che non conosco, negli anni non ho mai letto niente di suo, ma non potevo evitare ancora (per chi ama la letteratura nordamericana ĆØ poco meno di un crimine) la sua Trilogia di New York, a detta di molti la sua opera più misteriosa e riuscita o per lo meno la prima opera che gli portò negli anni Ottanta il reale successo e l’attenzione di pubblico e critica che ormai ĆØ consuetudine riservargli.Ā 
La cosa più onesta da fare a questo punto è non ostentare autorevolezza o conoscenze che non si possiedono e limitarsi a leggere il testo registrando le vibrazioni che esso riserva. Paul Auster non piace a tutti, e in questi tutti evito di prendere in considerazione coloro che pensano che se un testo è famoso voglia dire per forza che sia commerciale, dozzinale, scadente.
Anche a critici affermati, persone sensibili, colte e per nulla superficiali, Paul Auster non piace.Ā 
ƈ il lato kafkiano e oscuro di Don DeLillo, l’anima più ā€œfantasticaā€ del postmodernismo, le definizioni si sprecano, ma quasi mai le generalizzazioni hanno un reale fondo di veritĆ , per cui tendo a evitarle e mi limito a registrare cosa oggettivamente il suo scritto trasmette e se vogliamo amplifica.Ā Ho letto critiche molto più dettagliate e profonde di quanto forse sarĆ  mai la mia e a lungo mi sono interrogata se un mio scritto avrebbe davvero apportato un valore aggiunto al dibattito letterario, o si sarebbe perso nello sfondo come inutile rumore.
Poi mi sono detta: la sfida ĆØ affascinante, i lettori perdoneranno le mie eventuali lacune, (per comprendere in profonditĆ  questo testo – questi tre testi slegati e nello stesso tempo labirinticamente connessi – bisognerebbe conoscere tali e tante altre opere, non solo letterarie, in un gioco di specchi ricurvi e vasi comunicanti che in effetti rende le mie titubanze tutt’altro che artificiose) e si costruiranno una personale visione della Trilogia, quindi poco danno posso arrecare. Tutt’al più posso avvicinare a questo libro, per molti versi davvero ostico, coloro che come me fino a ora se ne erano tenuti, più o meno consapevolmente, lontani.

Premetto che non ho letto l’opera in lingua originale ma nella traduzione di Massimo Bocchiola (Einaudi, 2014), trovata con una certa sorpresa su un banchetto di libri usati. Il destino o il caso tanto caro a Auster a quanto pare era silenziosamente all’opera, quasi nonostante me.Ā 
La Trilogy si compone di tre testi: CittĆ  di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa. Quasi due romanzi brevi e un racconto lungo (Fantasmi consta di una cinquantina di pagine al massimo). Comune (apparente) denominatore la detection classica: un investigatore, un mistero, un’ indagine. Maschera o pretesto narrativo per parlare di identitĆ  (sovrapposte, violate, intercambiabili) linguaggio (i suoi limiti, il senso delle parole e quanto ĆØ facile distorcerlo tanto da destabilizzare, in questo caso il lettore), della cittĆ  come labirinto (in questo caso una scintillante New York), dello straniamento come condizione naturale (o innaturale) dell’uomo contemporaneo, del senso del reale (che troppo spesso sfugge anche agli indagatori e detective più solerti). La complessitĆ  si coniuga con una naturale semplicitĆ  e bellezza sintattica fatta di eleganza di scrittura e virtuosismi, mi si passi la metafora musicale, mozartiani.Ā La confezione brillante nasconde (o proprio occulta scientemente) reale sostanza, o maschera un dibattito sterile nella sua accezione postmodernista più deleteria? A questa domanda che sembra avere corrugato la fronte di parecchi suoi critici (alcuni decisamente feroci) piccati forse da un’apparente mancanza di senso, (come se fosse facile trovare alla vita e alla letteratura un senso) e di spiegamento del climax narrativo, risponderei accostando due realtĆ  solo apparentemente incompatibili: la bellezza e il gioco dell’intelligenza hanno ragione di esistere per sĆ© stessi, quindi a prescindere dalla loro più o meno dubbia utilitĆ  (pratica o intellettuale). Ovvero se anche Auster giocasse con il linguaggio, rendendolo duttile e plasmabile (nel primo racconto uno dei personaggi – il buon selvaggio [e l’origine del linguaggio] – ĆØ emblema proprio di questo) poca importanza avrebbe quando significante e significato sono proprio l’oggetto della dialettica austeriana. (Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus,Ā sembra approvare Eco). Per non considerare che a volte le parole superano l’autore stesso e nascondono significati (originari) a lui per primo nascosti, che magari si disvelano a un lettore occasionale (anche se dubito sia successo a un autore consapevole come Auster). Ma forse ĆØ successo a me con questo mio modesto tributo a un’opera senz’altro geniale e meritevole di essere letta, più che di essere raccontata.Ā  E se dopo tutto Quinn avrebbe potuto essere lo stesso Auster se non avesse incontrato la donna che divenne la sua seconda moglie, lo svela in un’ intervista molto candidamente, noi non stentiamo a crederlo, seguendo questo gioco di specchi e di riflessi tra autore, personaggio, e narratore. Come sappia tenere in piedi questo ā€œcastelloā€ di vetro ĆØ la cosa davvero sorprendente e la sola che dovrebbe davvero interessarci e affascinarci. PerchĆ© la letteratura ha un potere devastante, essendo la forma più naturale del linguaggio. Per letteratura si intende non fare distinzione alcuna tra narrativa, poesia, o altra struttura concettuale. E a noi questo basta.

:: Raniero La Valle, Cronache Ottomane a cura di Giulietta Iannone

27 giugno 2022

Nel 1908 un giovane giornalista di appena ventidue anni, alle prime armi nel mestiere e del tutto digiuno di ā€œfaccende ottomaneā€, fu mandato come inviato speciale in Turchia, dal suo giornale ā€œIl Giornale di Italiaā€, un glorioso giornale liberale che era stato fondato, da poco fatta l’Italia, da Sidney Sonnino, ed era diretto da Alberto Bergamini.
Si chiamava Renato La Valle. Ed ĆØ grazie a suo figlio Raniero, che ha rovistato tra vecchi faldoni e album ingialliti, della sua casa romana, che possiamo leggere questo libro Cronache ottomane – Come l’Occidente ha costruito il proprio nemico, saggio che raccoglie appunto stralci di giornale e riflessioni di quel passato lontano, che acquistano oggi un sapore moderno, se non anticipatore e profetico. Si sa per capire il presente bisogna studiare il passato, e chi meglio di un testimone cosƬ attento e dotato di sintesi e fulminea intelligenza può aiutarci nell’arduo compito di decodificare il presente?

Cronache ottomane si incarica di questo non facile compito, e lo fa con uno stile suo proprio non scevro di una certa filosofia di fondo, piuttosto evidente e manifesta. Chi erano i Giovani Turchi? Come giunsero in Turchia gli aneliti costituzionali e i precetti liberali? Come tutto degenerò con il Genocidio armeno, durante la Prima Guerra Mondiale? Che legami ebbero l’Italia giolittiana con la Libia e la Tripolitania, quest’ ultima allora territorio ottomano? A queste e a molte altre domande potrete avere delle risposte che vi aiuteranno a ricostruire perchĆ© l’Islam, e con questo termine generalizzo tutto un mondo, sia diventato il nemico numero uno dell’Occidente.

La mente brillante, sia del padre che del figlio, ci aiuterĆ  infatti a compiere questo sforzo concettuale, e a disvelare alcune occulte manovre e strategie che non sono altro che manovre e strategie politiche ed economiche.
Renato la Valle arrivò a Costantinopoli nell’agosto del 1908, quando la rivoluzione (del 24 luglio) c’era stata da un mese. Da quel momento osservò e trascrisse per il suo giornale le cronache di quel dopo, che tanto determinante fu per la storia turca e non marginalmente per l’Occidente tutto.

Costantinopoli, l’antica Bisanzio, aveva il nome di un Imperatore cristiano, Costantino, ed era la capitale dell’Impero cristiano d’Oriente. Ma all’inizio di questa storia, nell’agosto del 1908, sedeva sul trono del supremo potere un sultano musulmano, il Califfo Abdul Hamid, il quale dal 1876, attraverso un Gran visir che guidava un governo detto anche ā€œSublime Portaā€ (come in Italia si dice Palazzo Chigi), dominava sull’Impero ottomano, uno degli Imperi più longevi e più grandi della storia.

In un alternarsi di parti discorsive (di Raniero La Valle) e di stralci di articoli o trascrizioni di telegrammi (di Renato La Valle), insomma facciamo luce su un periodo buio e ormai nascosto dalle ombre del tempo. Ed ĆØ singolare ma tutto ĆØ riportato cronologicamente, con date precise. I testi riprodotti su due colonne sono infatti le corrispondenze originarie di Renato La Valle, che generalmente mandava per posta, con uno scarto di due o tre giorni dall’invio all’arrivo a Roma. Di poche ore solo quando si trattava di telegrammi.
Dalla rivoluzione del 1908 all’arrivo al potere di Ataturk, tutto l’arco temporale ĆØ coperto, fino al commento dell’ormai ex inviato del Giornale di Italia che dedicava gli ultimi due articoli della sua carriera alla Turchia, sulla base della sua esperienza maturata come corrispondente da Costantinopoli.
Chiude il saggio un intervento conclusivo intitolato Il Dio della guerra non esiste fulcro della religiositĆ  di papa Francesco che cambia per sempre la figura di Dio in rapporto alla guerra, ponendo queste due entitĆ  su due rette parallele inconciliabili, anzi definendole come due realtĆ  che escludono l’un l’altra. L’autore condivide questa filosofia di pensiero e invita il lettore (che sia musulmano o cristiano) a fare lo stesso.

E questo ormai lo si può dire non solo parlando dal cuore del cristianesimo, ma anche parlando dal cuore dell’Islam. Il 13 ottobre 2007 centotrentotto leader religiosi musulmani di tutto il mondo scrissero una stupenda lettera alle chiese cristiane proponendo di riconoscere una parola comune tra voi e noi, e questa parola comune era il doppio amore per Dio e per il prossimo. Era l’offerta di un vero e proprio dialogo sulla fede comune che però, allora, al di l° di un gradimento di tipo diplomatico, i responsabili delle chiese cristiane di fatto fecero cadere. Poi venne l’Isis, e il 19 settembre 2014 ĆØ apparso un altro documento di matrice islamica che dell’Islam offre un’ immagine molto bella, ben diversa dalla maschera crudele dietro cui lo nasconde il sedicente nuovo Califfato, ma anche diversa dagli stereotipi dell’Islam cattivo correnti in Occidente. Si tratta, anche in questo caso, di una lettera di centoventisei guide religiose e studiosi islamici, rivolta però allo stesso Califfo al-Baghdadi, per condannare i delitti e per raccontare al mondo la vera natura, misericordiosa e pacifica, della fede della comunitĆ  islamica.

:: FRANCO FERRAROTTI: ā€œVOCI DALLA CLAUSURAā€ E ā€œL’AMICA BISBETICAā€, GATTOMERLINO, ROMA, 2020 E 2021 a cura di Antonio Catalfamo

23 giugno 2022

Franco Ferrarotti, giunto al culmine degli anni, sta realizzando il ā€œSomnium Scipionisā€, contenuto in un frammento del ā€œDe re publicaā€ di Cicerone, in cui Ā«il vecchio Scipione compare in sogno al nipote Emiliano e gli dice che l’ideale sarebbe di riuscire a unire il ā€œbios theoretikosā€, la vita teoretica contemplativa dei greci, con il pragmatismo dei romani e poi Emiliano, ā€œsomno solutusā€, sciolto dal sonno, si svegliaĀ» (ā€œDialogo sulla poesiaā€, con un’antologia poetica, a cura di Piera Mattei, gattomerlino, Roma, 2018, p. 32).

Il grande sociologo, infatti, da un lato, deve adeguarsi alle esigenze pratiche, come muoversi ed alzarsi, dalla sedia o dal letto, con circospezione, prendere tutta una serie di precauzioni, imposte dall’etĆ , per Ā«raccordareĀ» il suo organismo con la Ā«volontĆ  di movimentoĀ» ed evitare brutte cadute, e, dall’altro lato, ha la possibilitĆ  di Ā«richiamareĀ» Ā«tutto il mondo teoretico, le idee, raccordarle con calma, con tranquillitĆ Ā» (ibidem).

E allora sgorga la poesia, che si configura, leopardianamente, come Ā«ultrofilosofiaĀ», concrescenza di sentimento naturale e ragione, nella quale, però, Ā«la natura abbia la maggior parteĀ». Un’«ultrafilosofiaĀ», che Ā«conoscendo l’intiero e l’intimo delle cose, ci ravvicina alla naturaĀ». CosƬ leggiamo in un pensiero dello ā€œZibaldoneā€ datato 7 giugno 1820. Un’ Ā«ultrafilosofiaĀ» che, essa sola, può garantire una Ā«rigenerazioneĀ».

La poesia si presenta come l’attivitĆ  umana per eccellenza, che precede e racchiude, sovrasta, tutte le altre, intellettuali e pratiche. Tant’è che i primi legislatori, i primi filosofi, sono stati innanzitutto Ā«poetiĀ». Scrive, a tal proposito, Ferrarotti: Ā«Le antiche costituzioni, quella di Licurgo per Sparta, erano testi poetici, ma anche Parmenide, Zenone, gli antichi testi filosofici erano poemiĀ» (ā€œDialogo sulla poesiaā€, cit., p. 45). La poesia ĆØ la forma più autentica di conoscenza, perchĆ© compie il ā€œmiracoloā€ di attribuire ad Ā«un’esperienza circoscritta, minuta, empirica, anche, se si vuole, miserabile, attraverso la metafora […] un significato universaleĀ» (ivi, p. 12).

Si sviluppano all’insegna del Ā«somniun ScipionisĀ», della saldatura tra teoresi e prassi, e dell’«ultrafilosofiaĀ», come concrescenza di sentimento naturale e ragione, le due ultime raccolte poetiche di Franco Ferrarotti, pubblicate, rispettivamente nel 2020 e nel 2021, dall’editore gattomerlino: ā€œVoci dalla clausuraā€; ā€œL’amica bisbeticaā€. Tutta la propria vita scorre davanti al poeta e impone una riflessione pacata. E’ la sua vita individuale, ma anche quella di tutto un mondo, il Ā«mondo della penuriaĀ», vale a dire il mondo contadino, con la sua ricchezza umana, i suoi valori, che sono stati distrutti dalla societĆ  industrializzata e, poi, informatizzata, la societĆ  digitale iperconnessa dei giorni nostri, che annulla sia la dimensione collettiva, sia quella individuale, e sostituisce alla vita reale quella virtuale, predeterminata nei suoi contenuti da chi detiene il potere, nascondendosi dietro l’anonimato di Internet, e incidendo in maniera subdola sulle coscienze, trasformando le idee in cibi precotti, giĆ  preparati dai padroni del mondo, che impediscono la libertĆ  dell’autodeterminazione, nel campo delle idee e dei comportamenti, in capo ai popoli e ai singoli individui.

La poesia di Ferrarotti si fa essenziale, verticale, e i versi spesso coincidono con singole parole, rappresentando un filo sottile della coscienza, che, però, non si spezza, permane con tutta la sua robustezza e con la sua capacitĆ  riflessiva autonoma. CosƬ Ferrarotti descrive il mondo contadino della sua infanzia nella poesia d’apertura del volumetto ā€œVoci della clausuraā€, come se di esso gli giungesse un’eco lontana in un mondo in cui, per converso, ĆØ sparita ogni presenza umana reale ed autonoma, per l’appunto: Ā« Dall’esilio autoimposto / dal silenzio / dalla clausura in cui si mescolano notte e giorno / voci mi giungono interrotte / da lontani silenzi / cinguettii di rondini sfreccianti / il mondo che non ha ritorno / il mondo della lanterna / nitrivano i cavalli fra le stoppie / frinivano le cicale / nell’erba alta / anatre e oche nell’aia starnazzavano // muggivano le mucche / sparse nel prato / ferme / monumenti contemplanti / voci umane / voci animali / rompevano il silenzio / discreta musica / deserti mattini / sono tornati i pesci nel Canal Grande / anatroccoli nella ā€œbarcacciaā€ del Bernini. /Abbiamo perso ingombrante / la presenza umana / nell’UniversoĀ» (ivi, pp. 9-10).

La societĆ  attuale si ĆØ ridotta ad una Ā«rete di ricatti reciproci, disordinato insorgere di rancori e sfiducia. E’ in crisi il rapporto interindividualeĀ» (ā€œLe ragioni della poesia nella societĆ  irretitaā€, gattomerlino, Roma, 2019, p. 20). Sono venuti meno i valori, gli ideali, che appartengono al passato, e , perciò, Ferrarotti lo rievoca con evidente nostalgia. La sua non ĆØ una visione conservatrice, ā€œantiquarialeā€. Lo stesso Leopardi ha esaltato le civiltĆ  antiche, in quanto quelle che si sogliono chiamare spregiativamente Ā«illusioniĀ» hanno spinto, per l’appunto, gli antichi a grandi gesta, ad abbracciare grandi passioni, e a fare grande poesia, che ora si ĆØ smarrita, nei tempi Ā«moderniĀ», dominati dal materialismo assoluto, dal razionalismo deteriore, che assume i connotati dell’interesse gretto, dell’egoismo più sfrenato.

Per queste ragioni, il richiamo al passato, come ĆØ stato messo in risalto proprio con riferimento a Leopardi dalla critica più avveduta, non necessariamente deve avere funzione conservatrice o, addirittura, reazionaria. Un ulteriore aspetto dell’«ultrafilosofiaĀ» consiste, infatti, nel continuo alternarsi di illusioni e ragione: la seconda distrugge le prime, che rinascono in forma nuova, vengono distrutte per l’ennesima volta, ma risorgono in forme sempre rinnovate, anche grazie all’immaginazione, che consente di andare oltre i sensi, al di lĆ  della vista, verso l’«infinitoĀ».

Lo sciogliersi nella natura, nel cosmo, alla ricerca dell’«infinitoĀ», caratterizza anche i versi di Franco Ferrarotti. L’«immaginazioneĀ» s’intreccia con la Ā«memoriaĀ», assume una funzione moltiplicativa della realtĆ . La consapevolezza del Ā«nullaĀ» determina in lui la stessa reazione orgogliosa che troviamo nell’ultimo Leopardi, l’esaltazione dell’«ioĀ», la riacquisizione di tutte le sue energie e pulsioni vitali, a partire dall’amore. In Ferrarotti ĆØ fortemente presente la dimensione Ā«eroticaĀ», della quale egli, nonostante l’etĆ  avanzata, non si vergogna affatto, perchĆ© rappresenta una componente fondamentale della vita. Scrive, infatti, l’illustre accademico nella sua confessione preliminare a ā€œL’amica bisbeticaā€: Ā«Credo di aver perso la fede verso i dieci anni, quando dovevo confessare gli ā€œatti impuriā€, vale a dire le numerose trasgressioni del sesto comandamento, per lo più dovute ad un sano istinto di auto-esplorazione. Mi pareva difficile e comunque incongruo considerare ā€œimpuriā€ gli atti da cui nasce la vitaĀ» (ivi, p. 9). L’ eros finisce per identificarsi con la vita e con la poesia, ĆØ anch’esso Ā«la più grande forma conoscitivaĀ» (ā€œDialogo sulla poesiaā€, cit., pp. 19-20). Ma va inteso nella sua vera essenza, superando la scissione artificiale e artificiosa tra corpo e spirito che ĆØ stata introdotta da Platone ed ĆØ presente nella religione cattolica, con il conseguente sentimento di Ā«colpaĀ», di Ā«peccato della carneĀ».

Non era cosƬ nei grandi poeti latini, come Catullo. Scrive Ferrarotti: Ā«In Catullo […] non c’è questo eros dimidiato, e non esiste il senso di colpa, non c’è il ā€œsuper egoā€ in termini freudiani… E quindi cosa c’è? C’è un’unitĆ  straordinaria, magnifica da capire non solo con l’intelletto, la ragione, ma col basso ventre. E qui c’è la grande forza della poesia: la poesia ĆØ una voce, ma ĆØ una voce in cui si avverte la grana della voce. E’ tutto un insieme, la carne e il sangue, senza la scissione operata da PlatoneĀ» (ivi, p. 21). Come in Leopardi, anche in Ferrarotti c’è un rapporto inscindibile tra poetica e poesia, tra le sue teorie sull’uomo e la societĆ  ed i suoi versi, la visione del mondo che da essi emerge. Nella poesia di Ferrarotti troviamo questa forza dell’eros inteso classicamente come soffio Ā«vitaleĀ»: Ā«La forza dell’eros in senso classico ĆØ questa fondamentale unione, l’essere umano come carne e come spirito, spirito che spira, ā€œanemosā€ proprio come soffio. E nello stesso tempo, proprio congenitamente legato a questo soffio, c’è l’impeto vitale da cui nasce la vitaĀ» (ivi, p. 22).

L’eros ĆØ, dunque, vita e dura finchĆ© essa dura. Leggiamo nei versi di Ferrarotti: Ā«Ti sogno / mi vergogno / agogno / Ti sogno a gambe aperte / fiore corolla estuario / sudario / santuario / porto finale di passioni inconsumate / appassite / passate / inizio e fine / nostalgia di certe passeggiate / nella muta solitudine / dell’innocenza perdutaĀ» (ā€œSogno a mezzanotteā€, in ā€œVoci dalla clausuraā€, cit., p. 24). E ancora: Ā«Capezzolo monello. girasole / della mia povera vita errabonda / Tu sei insieme perno, luna e sole / e sai di quante lacrime essa gronda. // Irrorami lo sterno, amore mio / i tuoi succhi vitali sono ambrosia / cade la notte, preda dell’oblio / vago nell’ombra di me stesso sosia. // Ma torneranno i giorni in cui le dita / saluteranno il sorgere dell’alba / diafani segni nel ciel della vita / oltre il grigiore dell’ignavia scialbaĀ» (ā€œNotturna ambrosiaā€, ivi, p. 26). E a proposito della Ā«sacra unioneĀ» tra spirito e corpo, che eleva al cielo: Ā«Vorrei in te intuarmi, cavallina, / quale che sia il tempo che m’aspetta / baciarti la falcata ogni mattina / come conviene a chi d’amor rifletta. // Ma so che giĆ  lontan di buona lena / trottando vai per lidi a me preclusi / gemetti un giorno sul futon, serena / ilare l’aria intorno a noi refusi // nella carnal gaudiosa combustione / avvinti nell’afrore del piacere / per consumarci nella sacra unione / che al ciel innalza un inno di preghiereĀ» (ā€œAnima e carneā€, in ā€œL’amica bisbeticaā€, cit., p. 21). E, ancora, sulla scia di Catullo: Ā«Il sentierino che dalla vagina / va ai dolci anfratti ove sostare ĆØ bello / amatissima strada clandestina / percorsa spesso da un estro monello. // Ed eccoci invasi dall’orgasmo / uniti in quel di sfavillante / a chiasmo radicati nella carne / una indivisa / palpitante / verrĆ  il gran giorno. // Donami i tuoi occhi / per un istante solo di paradiso / i tuoi seni / l’anche flessuose / il viso / oltre la vanitĆ  di sogni sciocchiĀ» (ā€œAmate stradeā€, ivi, p. 10).

Come nell’ultimo Leopardi, amore e morte si intrecciano nelle poesie mature di Ferrarotti. La morte non ĆØ qualcosa di scisso dalla vita, ne rappresenta la continuitĆ  naturale, da accettare senza fratture traumatiche: Ā« ā€œMors tua vita meaā€ / verrĆ  verrĆ  / ma non si sa / nĆ© come nĆ© quando / verrĆ  forse danzando / o balbettando o ā€œlento pedeā€ / quando nessuno se l’aspetta / e neppur la vede / circospetta / l’uomo strabuzza gli occhi / ed ĆØ giĆ  spento / oh, morte ballerina / quando mi prenderai? / Di sera o di mattina? Mi liberi dall’onda / di una lunga vita / sia pure a notte fonda / sei l’ospite squisitaĀ» (ā€œL’ospite squisitaā€, ivi, p. 25).

Ferrarotti va incontro alla morte con serenitĆ , scherza con essa, gioca, come emerge dalla funzione ironica che in questi ultimi versi egli assegna alla rima, la considera Ā«squisita ospiteĀ», come Ā«amica bisbeticaĀ»: Ā«Aspetto la morte / come un’amica bisbetica / verrĆ , non verrĆ ? / Nessuno lo sa. / Ma so che all’appuntamento / sia sole o pioggia o tiri vento / non mancherĆ Ā» (ā€œL’amica bisbeticaā€, in ā€œVoci dalla clausuraā€, cit., p. 20).

Franco Ferrarotti, come i grandi poeti, come Leopardi nell’interpretazione del De Sanctis, parlandoci della morte ci fa amare la vita.

Franco Ferrarotti, nato a Palazzolo Vercellese, ĆØ personalitĆ  originale, poliedrica e versatile: ĆØ stato consulente industriale, diplomatico, deputato, professore universitario, ma soprattutto ĆØ il creatore della sociologia in Italia. A Roma, nel 1960, vinse la prima cattedra di quella materia messa a concorso in Italia.
Poliglotta e studioso di apertura internazionale ha collaborato e collabora con le maggiori universitĆ  e con importanti riviste scientifiche statunitensi, oltre che europee.
Molti dei suoi libri sono tradotti in francese, inglese, spagnolo, russo, giapponese e in altre lingue.
Si ĆØ interessato dei problemi del mondo del lavoro e della societĆ  industriale e postindustriale, dei temi del potere e della sua gestione, della marginalitĆ  urbana e sociale, delle credenze religiose, delle migrazioni.
ƈ stato insignito dei maggiori riconoscimenti, nazionali e internazionali. Dal 1967 dirige la rivista La Critica Sociologica.

:: PROCLAMAZIONE DEI FINALISTI DELLA XXI EDIZIONE – PREMIO BIELLA LETTERATURA E INDUSTRIA 2022

22 giugno 2022

Roger ABRAVANEL – Aristocrazia 2.0. Una nuova Ć©lite per salvare l’Italia (Solferino)

Marco ARMIERO – L’era degli scarti. Cronache dal Wasteocene, la discarica globale (Einaudi)

Claudia BIANCHI – Hate speech. Il lato oscuro del linguaggio (Laterza)

Fabio DEOTTO – L’altro mondo. La vita in un pianeta che cambia (Bompiani)

Angelo MASTRANDREA – L’ultimo miglio. Viaggio nel mondo della logistica e dell’e-commerce in Italia tra Amazon, rider, portacontainer, magazzinieri e criminalitĆ  organizzata (Manni)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a Paolo BARATTA

Il Giardino e l’Arsenale. Una storia della Biennale (Marsilio)

La Giuria, presieduta dallo scrittore Pier Francesco Gasparetto, ĆØ composta da: Claudio Bermond (docente universitario), Paola Borgna (docente universitaria), Ida Bozzi (giornalista) Paolo Bricco (giornalista e saggista), Loredana Lipperini (scrittrice, giornalista e conduttrice radiofonica), Sergio Pent (scrittore), Alberto Sinigaglia (giornalista) e Tiziano Toracca (docente universitario) ha inoltre assegnato un Premio Speciale a: Paolo Baratta per Il Giardino e l’Arsenale. Una storia della Biennale (Marsilio).

:: Happy Bloomsday!

16 giugno 2022

ā€œLa vendetta di Giobbeā€ di Roberta de Falco, Edizioni Piemme a cura di Valeria Gatti

13 giugno 2022

ā€œErano saltati i riferimenti, la fiducia nel futuro si era disintegrata, il tessuto economico era stato sconvolto, la speranza in tutte le sue forme minata in maniera irrimediabile.ā€

Alzi la mano chi non prova un brivido di suggestione quando scrivo ā€œTriesteā€. Trieste ĆØ una cittĆ  che pulsa di storia; ĆØ fine o principio; ĆØ una localitĆ  dove il sole si specchia nelle onde del mare e dove il vento porta (o allontana) emozioni.

In questa affascinante localitĆ , Roberta de Falco (alias Roberta Mazzoni) ha ambientato il suo nuovo romanzo giallo dal titolo ā€œLa vendetta di Giobbeā€. La cittĆ  ha un ruolo ben definito, in quest’opera: ĆØ uno sfondo presente che si mostra in maniera sincera, reale. L’incipit non lascia dubbi, circa il posto che occupa Trieste durante la narrazione:

ā€œNon importa quante volte hai svoltato a quella curva, quante volte ti si ĆØ spalancato davanti quel golfo d’argento e luce, quante volte sei stato investito dal baluginare delle onde che si infrangono in lontananza contro le lunghe scie di boe dell’allevamento di cozze. Ogni volta ĆØ un colpo al cuoreā€.

L’idea di usare la seconda persona, in questa prima fase, ĆØ gradevole ed efficace: il lettore si sente gratificato, coinvolto.

Il resto della narrazione non ĆØ da meno. La scelta stilistica ĆØ quella che ormai va per la maggiore, nel genere: i capitoli si alternano tra passato (siamo intorno al 1995) e il presente (autunno 2020, seconda ondata della pandemia). La voce narrante segue l’andamento temporale: prima e terza persona, rispettivamente. Il tono di voce ĆØ a personale e intimo, nel primo caso, lineare e schematico nel secondo. Nel complesso, la voce narrativa ĆØ avvincente.

La trama si snoda attorno a un uomo, Tullio Gruden, che viene ritrovato cadavere. L’ispettore Davolio e il suo sarcasmo pungente e indisponente, l’agente Pitacco e la sua silenziosa pazienza, il Pubblico Ministero Valerio Gargiulo di ritorno da Napoli insieme al commissario Elettra Morin indagano sulla vita dell’uomo, sui suoi vizi, le sue attivitĆ  professionali (e non). La voce narrativa punta su Elettra, come una luce che dall’alto illumina la via. L’autrice ci presenta un quadro completo in cui emozioni, carattere, professione, desideri, passato e presente si fondono per creare un personaggio che convince e che traina gli eventi.

ā€œLa vendetta di Giobbeā€ rientra nel genere giallo con una forte propensione al sociale. Sono tanti gli aspetti della societĆ  che emergono, durante e fino al termine della lettura. Lo sfondo storico – la seconda ondata della pandemia Covid – ĆØ il contesto narrativo perfetto per affrontare le azioni illecite del passato, il crollo delle certezze, la criminalitĆ , la discriminazione, l’omertĆ , i raggiri, lo sfruttamento, la paura del futuro e, per finire, le ombre sulla speranza. Un contesto ad affetto che, elaborato al punto giusto, ha saputo diventare un mezzo per parlare d’ amore, di fiducia, di solidarietĆ , di speranza, di legalitĆ  e ultimo, non per ordine di importanza, di rapporti familiari non perfetti ma di valore inestimabile.

Roberta de Falco ĆØ lo pseudonimo di Roberta Mazzoni, autrice e sceneggiatrice cinematografica. Ha pubblicato diversi thriller seguendo le indagini di Ettore Benussi, commissario della Mobile di Trieste: Nessuno ĆØ innocente, Bei tempi per gente cattiva, Il tempo non cancella, Non ĆØ colpa mia. Elettra Morin, allieva di Benussi, ĆØ la protagonista di questo nuovo romanzo.

:: ā€œVERGA VERISTA. IDEOLOGIA E FORME NARRATIVEā€ a cura di Angelo Piemontese

3 giugno 2022

Nel centesimo anniversario della morte di Verga, con grande chiarezza espositiva Antonio Catalfamo ripercorre le principali tappe della critica all’opera e all’ideologia dello Scrittore siciliano, esaminando i saggi e gli indirizzi critici più significativi del Novecento, collegati ai vari mutamenti culturali del Secolo scorso. Il saggio ĆØ diviso in tre parti.

Nella prima, ā€œGli orientamenti della critica: continuitĆ  e innovazioniā€, Catalfamo conduce un’analisi approfondita dell’interpretazione di Croce, dei suoi allievi e soprattutto dei saggi degli studiosi di orientamento marxista: Giuseppe Petronio, Gaetano Trombatore, Natalino Sapegno, Carlo Salinari, Romano Luperini e Vitilio Masiello, sulla cui opera si sofferma in maniera particolare. Fa anche notare il ruolo centrale di Luigi Russo, che, partito crociano, rivaluta l’opera di Verga e indirizza diversamente la ricerca. A Masiello si deve la messa in rilievo della posizione conservatrice di Verga, che illustra una Sicilia fuori dal tempo, non tenendo conto della rivolta dei Fasci (1891-1894). Di tale posizione, ne ā€œI Malavogliaā€, ĆØ incarnazione Padron ’Ntoni, a cui si oppone il nipote ’Ntoni, destinato a fallire, perchĆ© si ribella alla rassegnata ā€œfilosofiaā€del nonno. In tale ottica, la ā€œpoetica dell’impersonalitĆ ā€ serve a celare il conservatorismo di Verga e Capuana, che parlano di una Sicilia immobile, tralasciando la scossa data dai movimenti di massa dal 1848 in poi. Basato sullo scontro fra l’aristocrazia in decadenza irreversibile e la borghesia in ascesa, ma ugualmente priva di moralitĆ , ā€œMastro-don Gesualdoā€evidenzia l’inasprimento del pessimismo verghiano, che giunge alla negazione di ogni valore. Con la stagione verista si esaurisce anche la vena artistica di Verga. Subentra il Decadentismo, che pone al centro dell’opera letteraria l’uomo ā€œscissoā€, mentre il dannunzianesimo continua, con spirito reazionario, l’ideale del verismo di Verga, il quale rappresenta la cartina di tornasole dell’ideologia della borghesia siciliana, dal mito del mondo provinciale al pessimismo totale, nato dopo la presa di coscienza dei lavoratori.

Dagli Anni Sessanta, ricorda Catalfamo,la critica stilistica, che ha eluso il problema dell’ideologia verghiana, la quale si riflette nello stile, e poi lo strutturalismo hanno isolato il ā€œtestoā€ dai ā€œcontestiā€. In Debenedetti, invece, l’interpretazione psicanalitica ha tenuto conto della dimensione storica. Proprio la posizione conservatrice, infatti, induce Verga a scegliere la figura del contadino sottomesso e rassegnato e a infangare tutte le classi con un pessimismo assoluto.

All’inizio della seconda parte, ā€œPremesse e necessitĆ  di una svolta criticaā€, lo Studioso focalizza l’attenzione sul concetto di ā€œstoricismo relativoā€introdotto da Petronio. A Milano Verga rivive la Sicilia attraverso la memoria, contrapponendone i valori ā€œmoraliā€a quelli ā€œimmoraliā€ delle metropoli industrializzate del Nord. Si accorge, però, che anche ad Aci Trezza ci sono i ā€œvintiā€, i quali rappresentano la prospettiva ā€œcapovoltaā€da cui Verga guarda alla tesi naturalista del ā€œprogressoā€. Nei ā€œMalavogliaā€ogni trasgressione alla ā€œmorale dell’ostricaā€ĆØ punita duramente. Le oscillazioni di Verga fra ā€œoppressoriā€e ā€œoppressiā€sono confermate dalla novella ā€œLibertĆ ā€. Esaminando il ā€œMastro-don Gesualdoā€, Petronio dĆ  inizio alla terza fase della critica sullo Scrittore catanese, perchĆ© parla delle ā€œsalutari contraddizioniā€ dell’uomo Verga, che gli hanno permesso di scrivere dei capolavori. Gli studi di Sapegno e Masiello precisano la ā€œdimensione storicaā€di Verga, gentiluomo di campagna, che immette nella propria opera un ā€œpessimismo di destraā€. Tale posizione ĆØ rinvenuta da Guido Baldi nella ā€œPrefazioneā€al ā€œCiclo dei vintiā€, da cui emerge anche la delusione per il fallimento degli ideali risorgimentali, oltre alla crisi del ruolo intellettuale, ugualmente visibile nella ā€œPrefazioneā€a ā€œEvaā€e nella lettera a Capuana del 1873. Ponendone in rilievo le contraddizioni, lo Studioso sostiene che l’ideologia di destra di Verga va collegata a una concezione ā€œscientifica e conoscitivaā€, che produce un ā€œpessimismo deterministico e fatalisticoā€, prodotto da fattori individuali e collettivi, che gli permettono un’analisi distaccata e lucida. Il pessimismo verghiano esclude l’uso di un narratore ā€œonniscienteā€a favore dell’impersonalitĆ  e dell’ ā€œartificio della regressioneā€ nei ā€œMalavogliaā€, in cui c’è un rapporto dialettico fra la visione dei Toscano e quella dei compaesani, mentre nel ā€œMastro-don Gesualdoā€ il punto di vista del Protagonista coincide con quello di Verga.

Catalfamo ritiene ā€œingegnosaā€, ma anche ā€œartificiosa e contraddittoriaā€la critica di Baldi, che, sulla scia di Spitzer, intende distinguere Verga da un narratore esterno. In merito a questo aspetto, però, fanno chiarezza prima Luperini, per il quale nello scontro fra conservazione e progresso, fra i Malavoglia e i compaesani, prevalgono infine questi ultimi, facendo sembrare ā€œstranaā€la visione di vita dei Toscano, portatori dei valori di Verga, e poi Masiello, il quale dimostra che le varie teorie sul narratore ā€œinternoā€vogliono eludere il discorso sulla posizione politica di Verga, base della sua narrativa che, attraverso la ā€œregiaā€e l’organizzazione del testo, dĆ  vita a una ā€œformaā€ che ĆØ insieme ā€œesteticaā€eā€œmoraleā€, frutto della sua ā€œideologiaā€. Masiello non condivide l’interpretazione di Baldi sul mancato stacco fra i due romanzi, espressione del pessimismo e del ā€œmaterialismo scientificoā€ verghiano, ribadendo la centralitĆ  de ā€œI Malavogliaā€, concretizzazione del mondo popolare immaginato dallo Scrittore catanese, la cui grandezza di narratore ĆØ nella dimensione tragica, d’impronta nicciana. Dal romanzo emerge, infatti, l’ideologia di un ā€œ ā€˜anticapitalismo romantico’che contrappone alla logica del profitto, alla corruzione economica e morale, che dominano la ā€˜civiltĆ  urbana e industriale’ ā€, i valori di cui sono portatori i ā€œMalavogliaā€, destinati alla sconfitta, la quale però dĆ  loro una dimensione tragica, che conferisce una grandezza alla narrazione sul piano artistico, facendo apparire Verga come un ā€œAngelus novusā€.

Nell’ultima parte del saggio, ā€œElementi per una nuova critica ā€˜integrale’ ā€, Catalfamo mostra come l’opera di Verga sia stata adattata unilateralmente ai tempi in cui operavano i critici, dei quali aggiorna gli interventi fino agli Anni Ottanta-Novanta, per concludere che non si può ā€œsemplificareā€ sulla figura dello Scrittore catanese, la quale risulta arricchita dai vari contributi degli studiosi.

Bisogna perseguire, secondo Catalfamo, la definizione di una visione critica d’insieme, ā€œintegraleā€, inerente l’analisi ā€œinternaā€ed ā€œesternaā€ del testo e i relativi contenuti ā€œideologiciā€. In tale ottica conduce un’attenta analisi delle successive tappe delle opere verghiane, nelle quali fa rilevare la conoscenza, da parte dell’Autore, delle tradizioni popolari siciliane, ricavate dai maggiori studiosi, come Salomone Marino. Funzionale alla sua ideologia, la rappresentazione che Verga dĆ  del popolo non ĆØ ā€œoggettivaā€ e l’ ā€œimpersonalitĆ ā€ serve a mascherare la sua visione, tipica della classe agraria, che emerge chiaramente in ā€œMastro-don Gesualdoā€, in cui la sfiducia ĆØ totale e smaschera la falsa ā€œoggettivitĆ ā€.

Lo sbocco finale del suo pessimismo di destra, sottolinea Catalfamo, si ritrova in ā€œDal tuo al mioā€, pubblicato come romanzo nel 1906, che conferma sia il falso ā€œrealismoā€ che la posizione politica di Verga, che si riconosce nell’azione antilibertaria di Crispi, nel nazionalismo e nell’interventismo del 1914, prefigurazione dell’imminente presa del potere del fascismo.

Il saggio ā€œVerga veristaā€ ĆØ ricchissimo di spunti critici e metodologici, in quanto Catalfamo conduce un’illuminante lavoro testuale e intertestuale, segnando un punto fermo per ulteriori approfondimenti, togliendo la maschera allo Scrittore siciliano, di cui mai disconosce la grandezza di narratore, per cui si può concludere parafrasando la famosa interpretazione di De Sanctis su Leopardi: più l’Autore de ā€œI Malavogliaā€e di ā€œMastro-don Gesualdoā€ difende le ragioni dei ricchi possidenti, più stimola il desiderio, da parte di un lettore avvertito, di una realtĆ  priva di ingiustizie e di discriminazioni sociali.

Antonio Catalfamo, Verga verista. Ideologia e forme narrative, Solfanelli, Chieti, 2022, euro 15.

:: Un’intervista con Giacomo Gabellini a cura di Giulietta Iannone

30 Maggio 2022

Grazie Giacomo di questa intervista. Sei l’autore di 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilitĆ , prospettive. Un libro complesso e molto ben documentato su questo conflitto che trae le sue origini se vogliamo dalla Seconda Guerra Mondiale, ĆØ corretto?

Grazie a te. Come per tutti gli eventi storici, ĆØ un compito decisamente arduo ĆØ necessariamente arbitrario fissare una data di origine del conflitto russo-ucraino. Ma se dovessi individuare un anno in particolare, indicherei il 1922. All’epoca, l’appena nominato commissario alle nazionalitĆ  Josip Stalin inaugurò la pratica di ridisegnare le frontiere interne dell’Unione Sovietica in base al criterio della ā€œdismogeneizzazione etnicaā€. Affiancando all’etnia dominante all’interno di ciascuna repubblica almeno un gruppo minoritario legato da rapporti di fratellanza con il territorio limitrofo ricompreso in un’altra repubblica, i decisori sovietici intendevano da un lato impedire che le nazionalitĆ  prevalenti in seno a ciascun’area amministrativa acquisissero il peso politico sufficiente ad alimentare pericolose ambizioni indipendentiste, e dall’altro consolidare il potere centrale investendolo del doppio ruolo di protettore delle minoranze ed arbitro super partes preposto alla risoluzione dei contenziosi tra i vari gruppi etnici. Applicato all’Ucraina, lo schema staliniano comportò l’annessione al Paese della Crimea e delle regioni del bacino del Don, abitate in netta prevalenza da russi ortodossi, attuata in un’ottica di bilanciamento rispetto alle aree asburgico-occidentali del Paese abitate da popolazioni di confessione cattolico-uniate ed estrazione culturale e linguistica polacco-lituana. Due gruppi maggioritari che sovrastavano un panorama etnico comprensivo di minoranze ungheresi, ebraiche, slovacche, greche, ecc. Senza dimenticare i tartari di Crimea, per lo più islamici sunniti dai tratti somatici orientali in quanto discendenti dei guerrieri mongoli inquadrati nel Khanato dell’Orda d’Oro. L’impatto sull’Ucraina di questa politica di divide et impera non sfuggƬ agli specialisti della Cia, i quali giĆ  nel 1966 evidenziarono in un documento – ora declassificato – che Ā«il processo di ā€œrussificazioneā€ ha raggiunto in Ucraina orientale, soprattutto nelle cittĆ , un livello superiore a quello ottenuto da Mosca in ogni altro territorio dell’Urss, ma i sentimenti sciovinisti sono ancora molto forti nelle campagne e nelle regioni occidentali lontane dai confini sovietici. […]. Nel caso di una disintegrazione del controllo centrale sovietico, il nazionalismo ucraino potrebbe riaffiorare alla superficie e costruire un punto di riferimento per la nascita di un movimento organizzato di resistenzaĀ».

Parlaci della genesi di questo libro.

Questo libro rappresenta una versione profondamente rivista e aggiornata di un saggio che scrissi sul medesimo argomento nel 2016, in cui evidenziavo le ragioni profonde del conflitto russo-ucraino e sostenevo senza mezzi termini che quella russo-ucraina rappresentava una delle crisi internazionali più pericolose dal secondo dopoguerra. Se non risolta mediante un accordo diplomatico di ampio respiro, rilevavo ancora nel testo del 2016, questa crisi sarebbe inevitabilmente degenerata in conflitto aperto caratterizzato dal coinvolgimento di tutti i principali attori internazionali. Sulla scia dell’attacco russo, l’editore mi ha contattato per propormi di aggiungere qualche capitolo al vecchio saggio, ma alla fine abbiamo convenuto sulla necessitĆ  di riscriverlo da cima a fondo. In questa nuova versione mi soffermo soprattutto sull’impatto globale del conflitto, con particolare attenzione sulle ripercussioni di carattere economico e finanziario.

All’inizio molti commentatori pensavano a una guerra lampo. L’Ucraina invece ĆØ ormai ĆØ un paese martire sull’altare di interessi economici e geopolitici troppo grandi. ƈ in atto una catastrofe umanitaria senza precedenti che avrĆ  ripercussioni sull’Unione europea stessa. Gli ideali traditi dei padri fondatori, da Altiero Spinelli in avanti sono quanto mai vivi. AvverrĆ  una rinascita di questi ideali, avendo toccato con mano gli orrori di una loro negazione? ƈ ottimista in merito? Ci ha creduto anche lei, come noi giovani degli anni ’90?

Per quanto mi riguarda, gli ā€œidealiā€ di Altiero Spinelli sono assolutamente da respingere. Era proprio Spinelli ad annotare sui suoi diari che Ā«per quanto non si possa dire pubblicamente, il fatto ĆØ che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, cosƬ come per consolidarsi essa avrĆ  bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buonoĀ». Significativamente, la capitolazione a 360° dell’Unione Europea di fronte al soverchiante colosso statunitense si ĆØ realizzata proprio in presenza di quella ā€œtensione russo-americanaā€ – degenerata con la crisi ucraina, ma di fatto risalente ai primi anni del nuovo millennio – identificata a suo tempo da Spinelli come condizione necessaria per l’affermazione dell’indipendenza europea. Mi sono sempre sentito più vicino alle teorizzazioni del generale De Gaulle in merito alla cosiddetta ā€œEuropa delle patrieā€ estesa ā€œdall’Atlantico agli Uraliā€ che ai disegni formulati da personaggi quali Jean Monnet e gli autori del Manifesto di Ventotene. Non esistono nĆ© sono mai esistite le condizioni (geo)politiche, economiche e persino culturali affinchĆ© gli Stati europei diluissero le proprie prerogative nazionali per fondersi in un nuovo soggetto unitario. Non a caso, portare avanti il progetto di ā€œintegrazioneā€ ignorando deliberatamente i colossali fattori di divergenza sussistenti tra i vari Paesi del ā€œvecchio continenteā€ ha determinato la creazione di una struttura tecnocratica ad uso e consumo della nazione più forte – la Germania – e dei suoi satelliti economici – Olanda, Belgio, Danimarca, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria. Allo stato attuale, l’Unione Europea ĆØ l’uniforme che la Germania indossa per far apparire come ā€œcomunitarieā€ le proprie iniziative unilaterali mirati alla salvaguardia dei soli interessi tedeschi.

Secondo lei i russi si aspettavano davvero di essere accolti dagli ucraini come liberatori? O meglio c’è una parte degli ucraini che realmente ha richiesto l’intervento di Mosca? Penso al Donbass, ma anche all’interno di altre province dell’Ucraina occidentale. Fa parte della mera propaganda russa o c’è del vero?

L’Ucraina occidentale, gravitante attorno alla regione galiziana, preserva i legami storici con la Polonia e rimane sostanzialmente animata da una spiccata vocazione ā€œoccidentalistaā€ e russofoba. Per il resto, vi ĆØ una parte minoritaria ma comunque consistente e, soprattutto, geograficamente concentrata nelle aree sud-orientali del Paese che auspicava l’intervento russo quantomeno a partire dal tardo inverno del 2014, quando cominciò a intravedersi con sufficiente chiarezza la piega che stava prendendo l’Ucraina post-Jevromajdan. Furono proprio le misure restrittive e punitive imposte da Kiev nei confronti dei russofoni – la maggioranza della popolazione – e dei russi etnici a provocare le sollevazioni negli oblast’ di Crimea, Donec’k, Luhansk, Kharkiv, Kherson, ecc., a cui le autoritĆ  ucraine risposero con la cosiddetta Operazione Antiterrorismo che apportò il maggiore contributo a far scivolare la crisi sul piano inclinato della guerra civile. Le forze ucraine riconquistarono il controllo dei territori interessati dalle ribellioni popolari, con l’eccezione delle aree più orientali degli oblast’ di Donec’k e Luhans’k. Vale a dire due piccole repubbliche indipendentiste che per otto anni sono riuscite a resistere alla pressione politica, economica e militare del governo centrale, essenzialmente grazie al sostegno russo. Nel corso di questo arco di tempo, le forze ucraine hanno integrato nei propri ranghi interi battaglioni paramilitari neonazisti e ricevuto armi, equipaggiamento ed addestramento da parte di diversi Paesi della Nato, a partire da Stati Uniti, Gran Bretagna e Polonia. Nel giro di qualche anno, un esercito estremamente malridotto e falcidiato dalle defezioni si trasformò in una forza d’urto altamente professionale, fortemente motivata e ben equipaggiata. CosƬ, quando a partire dall’ottobre del 2021 ripresero gli attacchi contro le postazioni ribelli, i miliziani delle repubbliche indipendentiste si imbatterono in crescenti difficoltĆ  nel tenere le posizioni. La situazione, come ĆØ noto, continuò a deteriorarsi per mesi, finchĆ© il 21 febbraio 2022 le autoproclamate Repubbliche Popolari di Donec’k e Luhans’k non inviarono a Mosca una formale richiesta d’aiuto. Dopo una breve deliberazione del Consiglio di Sicurezza, il presidente Putin annunciò alla nazione il riconoscimento dell’indipendenza delle repubbliche e firmò in diretta televisiva e alla presenza dei presidenti Denis PuÅ”ilin e Leonid Pasečnik l’apposito decreto, assieme a due trattati di amicizia, cooperazione e assistenza reciproca. Compresa quella di natura militare.

Stanno con grandi difficoltĆ  continuando i colloqui per cercare di trovare una soluzione diplomatica al conflitto. La Russia chiede per la stipula della pace garanzie sul fatto che l’Ucraina mantenga uno ā€œstatus neutrale, non allineato e non nucleareā€. Secondo lei ĆØ possibile con l’attuale governo ucraino? Accetteranno mai tali condizioni?

Zelens’kyj e i suoi collaboratori non dispongono di alcun potere effettivo. Le leve di controllo rimangono saldamente nelle mani degli Stati Uniti, che dispongono delle reali ā€œchiavi strategicheā€ del conflitto, e secondariamente delle compagini ultra-radicali penetrate rapidamente all’interno degli apparati coercitivi e di intelligence dello Stato ucraino a partire dal 2014. Giova ricordare che Zelens’kyj vinse le elezioni del 2019 facendo leva sulla popolaritĆ  conquistata in veste di attore protagonista della serie televisiva Servo del popolo, prodotta e trasmessa da un canale di proprietĆ  di Ihor Kolomojs’kyj. Vale a dire uno dei principali oligarchi del Paese, dotato di triplo passaporto ucraino, israeliano e cipriota e finanziatore di punta sia della campagna elettorale di Zelens’kyj, sia dei battaglioni paramilitari di stampo neonazista che imperversano in Ucraina a partire dal colpo di Stato di Jevromajdan. La sopravvivenza (non solo) politica di Zelens’kyj dipende dal sostegno accordatogli dagli Stati Uniti e dai settori oltranzisti foraggiati da Kolomojs’kyj, smaccatamente intenzionati a infliggere alla Federazione Russa una sconfitta strategica decisiva. Per cui, se l’obiettivo perseguito dagli ā€œsponsorā€ di Zelens’kyj verte sullā€™ā€œindebolire la Russiaā€, come dichiarato apertamente dal segretario alla Difesa Lloyd Austin, ne consegue che all’ex attore non rimane che recitare il copione assegnatogli, che nella fattispecie comporta la prosecuzione del conflitto con la Russia ā€œfino all’ultimo ucrainoā€. Il problema, per Zelens’kyj e per la popolazione ucraina, ĆØ che Mosca non si fermerĆ  finchĆ© non riterrĆ  raggiunte le finalitĆ  strategiche del conflitto, che consistono anzitutto sul ā€œdisinnescoā€ militare dell’Ucraina e sull’eliminazione delle sue componenti più radicali come condizioni imprescindibili per l’adozione di una postura neutrale da parte del Paese. Tanto più il conflitto si protrae nel tempo, quanto più assume concretezza la prospettiva del passaggio sotto il completo controllo russo non solo degli interi oblast’ di Donec’k, Luhans’k, Zaporožžja e Kherson, ma anche di Odessa. Per l’Ucraina, la prosecuzione delle ostilitĆ  rischia in altre parole di tradursi in perdita di qualsiasi sbocco sul Mar Nero, con tutto ciò che ne consegue in termini politici, economici e strategici.

Israele ĆØ pronto a ospitare un incontro Putin-Zelensky. Israele nel ruolo di garante della sicurezza internazionale ĆØ un mediatore credibile e autorevole, e soprattutto neutrale?

In linea teorica, Israele ha tutte le carte in regole per adempiere alle funzioni di mediazione tra le parti, non avendo aderito alla campagna sanzionatoria occidentale nei confronti della Russia e intrattenendo relazioni strette sia con Mosca che con Kiev. Una parte assai ragguardevole della societĆ  israeliana ĆØ inoltre composta da ebrei immigrati dalla Russia. D’altro canto, Israele ha partecipato come comprimario alla guerra per procura ingaggiata nel 2011 da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, monarchie sunnite del Golfo Persico e Turchia contro un alleato fondamentale del Cremlino come la Siria baathista. Lo Stato ebraico ha inoltre instaurato un rapporto di collaborazione militare con l’Ucraina in seguito a Jevromajdan, nel cui ambito si ĆØ registrata la fornitura di alcune tipologie di armi a Kiev. Nel complesso, però, Israele ha mantenuto una postura di gran lunga più equilibrata rispetto a qualsiasi Paese europeo (come dimostrato dal recente rifiuto opposto dal governo guidato da Naftali Bennett alla richiesta Usa di rifornire l’Ucraina di missili anticarro Spike), e rimane un attore geostrategico di indubbio livello dotato di credenziali di gran lunga più consistente rispetto a quasi tutti gli altri potenziali mediatori.

Le sanzioni sempre più corpose contro la Russia tese a un indebolimento del Paese perchĆ© non possa più continuare la guerra, almeno questi sono i presupposti, puntano al mero default economico russo o più prosaicamente a un cambio di governo all’interno del Paese? L’Occidente ha una reale voce in capitolo sulle questioni interne russe?

Le sanzioni miravano indubbiamente sia a suscitare l’ira degli oligarchi, sia a rendere la vita molto più dura per la popolazione russa nel suo complesso. Si trattava di fare terra bruciata attorno al leader del Cremlino, cosƬ da isolarlo e suscitare un malcontento generalizzato talmente profondo da porre le basi per un cambio di regime più o meno violento. ƈ interessante notare quanta fiducia le Ć©lite occidentali continuino a (mal)riporre nelle sanzioni come strumento di coercizione, nonostante la lora assoluta mancanza di efficacia emersa clamorosamente nei confronti di nemici assai meno attrezzati della Russia quali Cuba, Iran ed Iraq. Nella fattispecie, il risultato prodotto dalle misure punitive irrogate contro la Russia ĆØ stato quello di incrementare notevolmente la popolaritĆ  di Putin, come c’era del resto da aspettarsi alla luce delle caratteristiche specifiche del temperamento russo. Per il resto, ritenere che un Paese come la Russia, che dispone di tutte le materie prime fondamentali e di immense riserve di idrocarburi puntualmente rivenduti a prezzi stratosferici all’Europa, possa essere privata delle risorse necessarie a sostenere lo sforzo bellico ĆØ pura illusione. La stessa questione del default ĆØ del tutto strumentale, dal momento che la Russia, grazie ai suoi esorbitanti avanzi commerciali accumulati nel corso degli ultimi mesi, dispone della liquiditĆ  per onorare gli impegni con i creditori. Parlare di bancarotta in presenza di una situazione in cui il Paese chiamato a saldare il conto viene tagliato appositamente fuori dai circuiti attraverso cui si espletano i pagamenti mi pare quantomeno improprio, per non dire altro…

Il default economico russo non porterebbe come conseguenza diretta anche a un default economico europeo? L’Europa rispetto al resto del mondo ha privilegi e un benessere (forse ingiusti) che dovrĆ  ridimensionare? ƈ questo a cui allude Draghi quando parla di ā€œcondizionatoriā€ agli italiani? Preparandoli per gradi? Putin ĆØ consapevole che il suo popolo affronterĆ  le privazioni con maggiore spirito di sacrificio. Noi, viziati da anni e anni di benessere, ne saremmo in grado?

Il default russo ĆØ una questione di pura volontĆ  politica. Putin in persona ha annunciato che in caso di impossibilitĆ  di procedere al saldo dei debiti in valuta straniera per effetto delle sanzioni, il pagamento avverrĆ  in rubli. Per la Russia, si tratta comunque di una vicenda scarsamente rilevante. Di per sĆ©, il fallimento tecnico della Federazione Russa non sarebbe un grosso problema nemmeno per l’Europa, non fosse che il graduale ma continuo deterioramento delle relazioni con quello che si configura come il principale fornitore di materie prime ed energia rischia concretamente di condannare il ā€œvecchio continenteā€ al disastro economico. La competitivitĆ  sui mercati mondiali di Paesi a spiccata vocazione mercantilista come la Germania – e, in subordine, Italia – dipende in una misura tutt’altro che irrilevante dall’accesso alle risorse a basso prezzo messe a disposizione dalla Russia. Approvvigionarsi di fonti alternative, come gli insipienti leader europei predicano ormai da mesi, comporta un esborso notevolmente maggiore che andrĆ  inesorabilmente a gravare sul prezzo finale dei beni industriali europei, destinati a incorrere in crescenti difficoltĆ  nel preservare le proprie quote di mercato. In tale quadro, la sconcertante dichiarazione di Draghi sui condizionatori risulta del tutto inaccettabile, ma perfettamente coerente con il suo profilo di proconsole statunitense preposto alla tutela degli interessi Usa in Italia ed Europa. Quanto alla Russia, va ricordato che si tratta di un Paese disposto come pochissimi altri a sopportare sacrifici (Lev GumilĆ«v parlò a questo proposito di ā€œpasionarnostā€), che nella fattispecie vengono richiesti alla popolazione nell’ambito di un processo di ristrutturazione economica di stampo semi-autarchico avviato giĆ  nel 2014, mirante a rendere la nazione autosufficiente in tutti i campi di rilevanza strategica.

La guerra russo-ucraina ĆØ uno spartiacque nel consolidamento di nuovi equilibri geostrategici. Non si può tornare indietro e nulla sarĆ  più come prima, troppo sangue ĆØ stato versato. La frattura tra Russia ed Europa occidentale sembra definitiva. Ormai l’asse Mosca-Pechino, fino ad ora solo ventilato dagli analisti più lungimiranti, sembra consolidarsi sempre di più, anzi sembra apparire inevitabile. Che conseguenze pensa ciò determinerĆ  nel breve e lungo periodo?

Sono convinto che una delle chiavi di lettura fondamentali per decodificare il significato profondo del conflitto russo-ucraino vada rintracciata proprio nella volontĆ  del Cremlino di portare a compimento il processo di riorientamento strategico avviato sulla scia delle ripercussioni generate dal colpo di Stato di Jevromajdan. Le sanzioni irrogate dal fronte euro-statunitense indussero la Russia a replicare per un verso mediante l’imposizione di misure punitive più o meno simmetriche, e per l’altro a irrobustire ed estendere a tutta una serie di settori di grande rilievo il rapporto di collaborazione con la Repubblica Popolare Cinese, mantenendo però i legami e il dialogo con l’Europa. Lo scoppio delle ostilitĆ  ha comportato una radicale alterazione dello scenario, segnata dall’interruzione semi-immediata delle sinergie e della cooperazione bilaterale tra Paesi dell’Unione Europea e Russia, che ha colto l’occasione per completare la ā€œsvolta verso estā€. Nell’immediato, questo cambio di registro tende a concretizzarsi sotto forma di spostamento delle destinazioni dell’export di materie prime e di energia russi da occidente a oriente, con conseguente trasferimento del vantaggio competitivo dato dalle forniture strategiche a basso costo russe dall’Europa alla Cina. Mentre la Russia si cimenterĆ  nel tentativo di riposizionarsi nel nuovo contesto multipolare, a risentire delle iniziative strategico-militari del Cremlino saranno in primo luogo le economie di trasformazione tedesca e italiana, che incorreranno inesorabilmente in crescenti difficoltĆ  nel preservare le proprie quote di mercato mondiale. Combinandosi con la graduale ma a quanto pare giĆ  stabilita sostituzione delle forniture di gas e petrolio russi con fonti alternative – essenzialmente idrocarburi non convenzionali di origine statunitense – dai costi ben più elevati e l’incremento delle importazioni di armi di fabbricazione Usa contestuale all’aumento della spesa militare deciso dall’intera Unione Europea, la perdita di concorrenzialitĆ  della manifattura europea assottiglierĆ  fino ad azzerarli completamente gli avanzi commerciali inanellati sinora dal ā€œvecchio continenteā€ grazie alla sua torsione mercantilista. Per l’Unione Europea si profila quindi il passaggio a una posizione squisitamente deficitaria, che rischia di trasformarla in una colonia statunitense non solo sotto il profilo (geo)politico e militare, ma anche economico.

Secondo le sue fonti e i suoi studi che governo vige in Russia? Che grado di libertĆ  e autonomia godono i cittadini russi? La Russia attuale ĆØ un regime fascista, o meglio una “dittatura degli oligarchi”, come sostenuto da alcuni interlocutori politici occidentali? O ĆØ una libera repubblica federale democratica che rispetta, magari anche solo marginalmente, gli standard internazionali? Su questo punto c’è molta confusione può aiutarci a fare chiarezza?

Ritengo profondamente sbagliato e fuorviante cedere alla tentazione di classificare Paesi distanti da noi dal punto di vista dei valori e della cultura attraverso i nostri parametri. Parlare di fascismo in riferimento alla Russia non ha alcun senso, cosƬ come del tutto fuorviante risulta la definizione di ā€œdittatura degli oligarchiā€, visto che sotto Putin hanno potuto continuare a coltivare i propri interessi economici soltanto i membri di quella ristretta cerchia di ex funzionari del Komsomol che avevano accettato di non oltrepassare la ā€œlinea rossaā€ – non interferire nelle scelte politiche – tracciata dal leader del Cremlino durante il suo primo mandato presidenziale. Di certo, quello affermatosi in Russia non può essere inquadrato come un sistema liberale assimilabile a quelli vigenti in Europa occidentale – sui quali vi sarebbe comunque molto da dire. Va anzitutto evidenziato che la Russia si ĆØ formata attraverso un processo di acquisizione territoriale protrattosi per oltre quattro secoli ad un ritmo di 150 km2 al giorno, nel corso del quale i russi hanno assimilato gli usi e costumi dei popoli assoggettati ritenuti maggiormente confacenti ai loro scopi. Come rilevato dal teologo cristiano Nikolaij Berdjaev nella prima metĆ  XX Secolo, la prorompente avanzata nei grandi spazi eurasiatici ha segnato a tal punto l’anima profonda della Russia da modellarne la cultura, forgiarne le istituzioni e condizionarne gli orientamenti. ƈ l’onnipresenza del ā€œfattore geograficoā€ ad aver educato le Ć©lite russe avvicendatesi al potere nel corso dei secoli a declinare la propria progettualitĆ  politica nel rigoroso rispetto del principio fondamentale secondo cui la sopravvivenza di un Paese tanto esteso sotto il profilo territoriale e variegato dal punto di vista etnico dipende dalla presenza di un sistema di comando autoritario e fortemente accentrato. NonchĆ© dalla capacitĆ  dei decisori del Cremlino di mantenere l’identitĆ  nazionale saldamente ancorata a valori altamente ā€œcomunitariā€ come la fede, il patriottismo e la tradizione. Il sistema di ā€œdemocrazia sovranaā€, per usare un’espressione dell’ideologo Vladislav Surkov, instauratosi in Russia sotto Putin concentra i propri sforzi sulla valorizzazione dei propri interessi alla stregua di qualsiasi altro Stato nazionale, senza perseguire alcun disegno imperiale sul modello sovietico ma curandosi di preservare l’anima profondamente eurasiatica del Paese. PerchĆ© applicare alla Russia sistemi liberal-democratici di matrice occidentale e piantarvi i semi dell’individualismo significa condannarla all’estinzione. Una legge bronzea di cui sono consapevoli tanto gli influenti ā€œsponsorā€ stranieri del pseudo-liberale Alekseij Naval’nyj quanto i vertici dello ā€œStato profondoā€ russo.

La ringrazio delle risposte che spero contribuiscano a un reale dibattito democratico teso al perseguimento della pace non come alternativa alla guerra ma come unica possibilitĆ  di sopravvivenza in un contesto molto difficile e magmatico.