Archivio dell'autore

:: Happy birthday to me!

24 marzo 2022

Cari lettori, cari amici e così sono arrivata a 53 anni, non l’avrei mai detto, me ne stupisco io per prima. Sono morti i miei nonni, sono morti i miei genitori, della famiglia originaria restiamo solo io e mio fratello. Più tutti gli zii e i cugini sparsi nel mondo con cui ho rapporti meno stretti. Oggi mi ero ripromessa di non festeggiare per il momento storico che stiamo vivendo ma sebbene non farò feste nè tanto meno ricevimenti, sento il vostro affetto e la vostra stima per il lavoro fatto in questi anni e questo mi rende molto felice. Grazie al coraggio di mio fratello che è andato in auto in Polonia prenderle ospitiamo due signore ucraine, madre e figlia, se volete darmi un aiuto concreto come regalo di compleanno potete fare una piccola donazione al blog, sono soldi che useremo per le nostre ospiti, o per altri amici in difficoltà, secondo le necessità. Credo sia tutto, grazie!

:: Mi manca il Novecento – Carmelo Bene: la negazione che incendia il mondo – a cura di Nicola Vacca

16 marzo 2022

Chi è Carmelo Bene? Bella domanda. Personalmente non ho ancora trovato una risposta. Continuo a leggerlo e a studiarlo e forse una risposta neanche non la cerco.

A vent’anni esatti dalla sua morte (il maestro si è spento a Roma il 16 marzo 2002) è ancora in mezzo a noi il rumore della sua arte, la deflagrazione del suo depensare.

C.B. con i suoi tremendi colpi d’ascia viaggia ed erra da una meta all’altra di questo tempo amorale con la sua oscenità necessaria del poetico.

Carmelo che scompare mentre va in scena.

Carmelo che fa i conti con la sua assenza, Carmelo che sottrae se stesso anche quando cavalca il palcoscenico e si mostra senza mediazione.

«Egli distrae tutto, turba ogni progetto, ogni mossa degli altri. Il suo nome incute timore e paura, ed è subito storia. Quando morrà, se morrà, non morirà sconfitto per mano degli uomini; è esausto, esautorato dal fuoco che divinamente lo brucia. Tamerlano, d’interno, ha solo questo, un fuoco d’altare che brucia più di quello di Ozram e delle Vestali. La divinità lo uccide esaurendolo.

Tutto il suo resto è esternità. Cioè assenza (parapsicologica), opposta all’essenza (psicologica)».

Siamo d’accordo con Jean – Paul Manganaro. Carmelo è esternità e assenza. Carmelo è nel suo non essere, in quella geniale negazione che è stata la sua immensa arte.

Non vi angosciatecercando di definirlo con la vostra bella scrittura di pennivendoli alla moda, Carmelo vi ha già detto tempo fa cosa pensa di voi.

Carmelo è l’altrove necessario che voi non riuscirete mai a capire.

C.B. È la più grande macchina attoriale di tutti i tempi che ha fatto saltare il banco con la sua coscienza critica.

Nel fondamento tellurico del pensiero ha scrutato con la sua voce che diventa gesto la notte fonda del teatro, della poesia, della letteratura, della vita.

Carmelo sì è sempre disunito, ha devastato il corpo non per distruggerlo né per dissacrarlo, ma per strapparlo all’organizzazione di un sistema sociale chiuso.

Il grande demolitore di ogni forma di conformismo non ha fatto sconti a nessuno ma soprattutto a se stesso. «L’essermi come Pinocchio rifiutato alla crescita è se si vuole la chiave del mio smarrimento gettata in mare una volta per tutte. L’essermi alla fine liberato anche di me».

Il rifiuto alla crescita è conditio sine qua non alla educazione del proprio “femminile”. È rifiuto alla Storia e alla conflittualità delle historiette del quotidiano». Così Carmelo Bene in Sono apparso alla Madonna detta le proprie coordinate incendiarie al mondo in cui cammina.

Grande dissacratore e geniale provocatore, Carmelo Bene ha decretato la morte della critica, della cultura, del teatro, e di se stesso anche quando era in vita. Con intelligenza ha invitato alla diserzione, ad essere intensi senza scampo fino alla rottura e al disprezzo di se stessi.

Anime belle del giornalismo italiota, conformista e patinato, che oggi state scrivendo articoli benpensanti su Carmelo Bene per i venti anni della sua scomparsa, sciacquatevi la bocca prima di pronunciare il suo nome perché quando lui era vivo non avete capito un cazzo delle lacerazioni controverse del suo pensiero, che vi disturbavano anche molto.

Oggi lo celebrate per stare sul pezzo della vostra ipocrisia, mentre ieri avete disprezzato il suo inattuale spirito di rottura.

Lo spirito di rottura di Bene non risparmia nessuno: distrugge il teatro e la sua macchina attoriale («Il teatro non è finzione, ma assoluta verità. La macchina attoriale evita la dialettica. Il teatro deve essere rifiuto di ogni forma d’arte, di ogni arte della forma. Di ogni decoro, di ogni decorazione di cui comunque continua a fregiarsi ogni storia e tutte le historie delle arti visive, plastiche e musicistiche»), antistorico e antiumanista pugnala il suo tempo e la mediocre piccolezza di un pensiero intellettuale ingabbiato in un conformismo di maniera che tutto uccide («Che miseria me vedo, che miseria. L’ostentazione risibile del così detto opinionismo… nella straripante società dello spettacolo, delle zuffe TV nelle tribune politiche elettorali, nei convegni accademici e negli studi audio – visivi intrattenimentacci dove ciascuno a turno è straconvinto di dire proprio la sua»).

Questo è il grande Carmelo Bene, genio irregolare estraneo a ogni ambiente culturale. Uno contro tutti, come Artaud, Cioran, Céline, Kraus, demolitore di ogni forma di perbenismo e conformismo che considera il mondo un cimitero bigotto in cui solo l’indisciplina è degna di nota. Tutto il resto è tempo per gli imbecilli e per gli idioti.

:: Brigate russe di Marta Ottaviani (Ledizioni editore 2022) a cura di Giulietta Iannone

12 marzo 2022

Nel libro ‘Brigate Russe’ (Ledizioni, 213 pagine, 14,90 euro), ho approfondito tutti questi aspetti, raggruppati in quattro parti. La prima aiuta a collocare il fenomeno dal punto di vista storico e geopolitico. La seconda è dedicata alla cyberwar degli hacker. La terza è dedicata ai troll e a come vengono utilizzati i social per manipolare l’opinione pubblica e mettere in difficoltà gli avversari. La quarta, infine, è dedicata alla propaganda di Stato, più o meno esplicita. Un soft power che però, inteso nell’accezione russa, mira a far ritagliare spazi di manovra sempre più alti. A dimostrazione di come sia sempre più importante riflettere su quello che si legge e saper fare selezione. La Russia ha inventato un nuovo modo di fare la guerra, ma altre nazioni, come la Cina, hanno iniziato a imitarla.

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/pirati-in-rete-e-disinformazione-la-guerra-non-lineare-di-mosca

La disinformazione destabilizza il nemico. Il nostro cervello ragiona in base a un sistema binario 0,1; sì, no; vero, falso. Anche un decisore etico fa scelte errate se inquinate da premesse scorrette. Anche Gandhi aveva teorizzato questa forma di violenza non manifesta che se vogliamo è di premessa a molte forme di violenza poi conclamata.

L’informazione non è neutrale, causa decisioni che possono influenzare la vita di un individuo come il corso di una guerra.

Dall’arte della guerra di Sun Tzu si è cercato di teorizzare le tecniche migliori per sconfiggere il nemico sempre tenendo fermo il punto che chi sconfigge il nemico senza combattere fa la cosa migliore. Di teorici della disinformazione ce ne sono in ogni paese, stato, continente (non solo in Russia).

Le basi si studiano nei corsi di teoria politica o guerra psicologica. Marta Ottaviani ha indagato con il suo piglio critico sulle tecniche usate in Russia e l’ha fatto cercando di illustrare al vasto pubblico ancora a digiuno che anche con l’informazione (o meglio la disinformazione capace di inquinare il dibattito democratico) si combattono le guerre. In un agile volumetto discorsivo e spigliato sintetizza informazioni, dati, nomi, date, e giunge a conclusioni plausibili e non prive di acume.

La guerra cibernetica combattuta sui canali digitali a colpi di fake news, troll, hacker ha di brutto che poi può far cadere in errore anche chi la commette, da entrambi i lati della barricata, non distinguere più il vero dal falso, perdere la cognizione che ci sia differenza tra il vero e il falso è un errore campale che può far perdere prestigio, guerre, vite umane.

Che siate putiniani o antiputiani (magari favorevoli a Alexei Navalny) comprendere le ragioni del nemico, come pensa, come ragiona è essanziale partendo sempre dall’assunto etico che è sempre meglio non demonizzare il nemico ma considerarlo un compagno o fratello “oppositore” come suggerisce giustamente Papa Francesco e chi prima di lui ha analizzato le dinamiche che regolano il vivere civile. Non inquinare il fiume in cui anche noi berremo è essenziale e delimita tutti i limiti di questa spietata guerra tecnologica di cui un po’ tutti siamo vittime consapevoli o inconsapevoli.

Il libro di Marta Ottaviani ha il pregio di dare concretezza ad assunti teorici e spiegare nei fatti questi meccansimi in azione. Viviamo in un mondo sempre più globalizzato, interconnesso, grazie ai satelliti, alle telecomunicazioni, a internet e alla volontà dei popoli di perseguire una convivenza pacifica, viviamo in una casa comune (o casa di vetro come hanno delineato alcuni teorici) in cui il bene di uno massimizza il bene dell’altro, il male di uno determina il male dell’altro.

Dove si sia spezzzato questo circolo virtuoso iniziato col 1989 e la caduta pacifica del comunismo sovietico non è dato sapere, la fine della storia non c’è stata, anzi siamo ricaduti negli stessi errori, nelle stesse dinamiche ostili da cui avevamo tentato di liberarci. Debolezza dell’Occidente? Malafede condivisa? E’ difficile giungere a una conclusione univoca. Comunque non abbiate paura del libro di Marta anche se dissentite in alcuni punti e in alcune conclusioni, è utile nella maniera in cui allena il vostro cervello a ragionare criticamente e a ponderare le dinamiche che regolano il nostro complesso mondo contemporaneo.

Marta Federica Ottaviani (Milano, 1976) si occupa di Turchia e di Russia per il quotidiano Avvenire, per cui ha seguito anche la crisi del debito in Grecia, e altre testate nazionali. Collabora con diversi think tank, fra cui Aspen Institute. Il suo ultimo libro Il Reis, come Erdogan ha cambiato la Turchia (Textus Edizioni) ha vinto il Premio Fiuggi Storia.

Source: acquisto personale.

:: L’arazzo di Fionavar (Mondadori 2022) di Guy Gavriel Kay recensione a cura di Emilio Patavini

11 marzo 2022

Tra il 1993 e il 1994 uscirono per Sperling & Kupfer i tre volumi della trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay: La strada dei re e La via del fuoco nella traduzione di Riccardo Valla e Il sentiero della notte nella traduzione di Linda De Angelis. Il 25 gennaio 2022 Mondadori ha ripubblicato i tre romanzi che compongono la trilogia di Fionavar nella collana Oscar Draghi, in un unico volume dal titolo L’arazzo di Fionavar e dalla veste editoriale come sempre curata, arricchita dalle illustrazioni di Martin Springett. I titoli dei romanzi sono stati ritradotti in maniera più fedele all’originale: L’albero dell’estate (The Summer Tree), La fiamma errabonda (The Wandering Fire) e La strada più oscura (The Darkest Road). Guy Gavriel Kay, canadese, classe 1954, è un autore di romanzi fantasy, perlopiù di ambientazione storica (anche se per Fionavar si parla di high fantasy o più propriamente di portal fantasy, come vedremo), poco conosciuto in Italia ma molto apprezzato all’estero. Per chi ha letto Il Silmarillion (1977) di J.R.R. Tolkien, il nome di Guy Gavriel Kay dovrebbe suonare familiare. Infatti, alla fine della sua Premessa all’opera postuma del padre, Christopher Tolkien scrisse: «Nell’opera, difficile e sempre discutibile, di sistemazione del testo, sono stato ampiamente assistito da Guy [Gavriel] Kay, che ha collaborato con me nel biennio 1974-75».

Nella sua introduzione, il curatore Massimo Scorsone definisce L’arazzo di Fionavar come il «più smaltato epic fantasy di lewis-tolkieniane ascendenze» (p. 6), e infatti i precedenti letterari di quest’opera sono proprio i due capisaldi del fantasy moderno: Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, con il suo impianto mitopoietico «coerente e consistente», e le Cronache di Narnia di C.S. Lewis, con i quattro fratelli Pevensie qui tramutati nei cinque studenti dell’Università di Toronto che vengono trasportati su Fionavar. Se ne Il nipote del mago e ne Il leone, la strega e l’armadio la vicenda prende le mosse nel «mondo primario» (per usare una terminologia tolkieniana), trasferendosi poi in un «mondo secondario», ne L’arazzo di Fionavar non è il nostro mondo a ricoprire il ruolo di «mondo primario», ma Fionavar stessa, più volte definita come «il primo di tutti i mondi» (p. 38), le cui vestigia sopravvivono nei nostri miti e nelle nostre leggende. Inoltre, L’arazzo di Fionavar si inserisce nel solco della tradizione del portal o quest fantasy, un sottogenere del fantasy in cui il protagonista è trasportato in un altro mondo tramite un portale, non importa che si tratti della tana di un coniglio come in Alice nel paese delle meraviglie, di un armadio magico come nelle già citate Cronache di Narnia o di un tornado come ne Il meraviglioso mago di Oz. Come altri esempi di portal fantasy si possono citare Coraline di Neil Gaiman, John Carter di Marte, primo volume del Ciclo di Barsoom, ma anche Le Cronache di Thomas Covenant di Stephen R. Donaldson, La Figlia del Re degli Elfi di Lord Dunsany e Le cronache di Ambra di Roger Zelazny.

Il primo volume che qui recensisco, L’albero dell’estate, è uscito in Canada nel 1984; mentre gli altri due seguirono due anni dopo. Negli anni ‘80 spopolavano numerose riproposizioni del fantasy tolkieniano (un nome su tutti: Terry Brooks). Guy Gavriel Kay ha saputo dimostrare di poter dare vita una rielaborazione consapevole, originale e profonda di quel modello attingendo dalle stesse fonti e dagli stessi archetipi di Tolkien: mitologia norrena, materia celtica e leggende arturiane trovano posto in un affresco mitopoietico che affascina e cattura il lettore sin dalle prime pagine.

Per ammissione dello stesso Guy Gavriel Kay, L’arazzo di Fionavar è la sua opera che più risente dell’influenza tolkieniana. Lo si può notare in molti aspetti, almeno nel primo volume: troviamo creature simili a elfi e orchi, un luogotenente dell’Oscuro Signore Rakoth Maugrim (incatenato come il Melkor-Morgoth tolkieniano), un bosco magico simile a Fangorn. Per certi versi, anche la concezione del Male arroccato a Nord – basti pensare a quanto scrisse Tolkien nella lettera 294 dell’8 febbraio 1967 –, deriva direttamente da Il Silmarillion. Come si è visto, Guy Gavriel Kay ha collaborato per due anni con Christopher Tolkien proprio alla pubblicazione del magnum opus tolkieniano. C’è persino un metallo, simile al mithril, «che i nani consideravano il più prezioso dono della terra: l’argento di Eridu, dalle sfumature azzurre» (p. 151). Ecco infine due passi in cui si possono confrontare le creature descritte da Guy Gavriel Kay con gli elfi di Tolkien:

«Noi siamo estremamente longevi, e non moriamo di vecchiaia, ma ci uccidono il ferro, il fuoco, e i patimenti del cuore. La stanchezza di vivere, poi, ci spinge a fare vela verso il nostro canto, ma questa è una cosa diversa. […] A ovest c’è un luogo che non è segnato su alcuna carta […], e noi andiamo laggiù, quando lasciamo Fionavar, a meno che Fionavar non ci uccida prima.»

(p. 160)

«Erano vecchi, saggi e bellissimi, e il loro spirito brillava nei loro occhi sotto forma di una fiamma multicolore, e la loro arte era un omaggio al Tessitore, di cui erano i figli più luminosi. Nella loro essenza era intessuta una celebrazione della vita, e nell’antica lingua il loro nome significava la luce che si oppone al buio»

(p. 161)

Come gli elfi di Tolkien, estremamente longevi ma non immuni da una morte violenta e dai «patimenti del cuore», le creature di Guy Gavriel Kay lasciano la loro terra per fare vela verso occidente. Nella storia della letteratura, l’Occidente è da sempre associato alla sede delle Terre Immortali o delle Isole dei Beati: basti pensare ad Aman nell’universo di Tolkien, ad Avalon, l’isola dove Artù potrà guarire le sue ferite, alle Tír na nÓg, meta degli imrama degli eroi e dei monaci irlandesi, o ancora alle Isole Esperidi greche. Un’ulteriore conferma di come su Fionavar convergano miti, archetipi, riferimenti culturali e cliché tipici del fantasy, visti da una prospettiva differente, evocati da un world-building ben costruito e da una prosa fresca ed elegante. Una storia a tratti lirica, a tratti epica, capace di trasmette forti emozioni.

Come disse C.S. Lewis de Il Signore degli Anelli: «Qui ci sono cose meravigliose che feriscono come spade o bruciano come gelido acciaio. Ecco un libro che vi spezzerà il cuore».

Guy Gavriel Kay (Weyburn, Canada, 1954) trascorre gli anni della giovinezza a Winnipeg; dopo la laurea all’University of Manitoba, nel 1974, si trasferisce a Oxford dove assiste Christopher Tolkien nella pubblicazione de Il Silmarillion (1977). Tra il 1981 e il 1989 lavora come sceneggiatore televisivo; il suo esordio letterario The Summer Tree, pubblicato nel 1984, primo romanzo della trilogia de L’arazzo di Fionavar, completata nel 1986. Ha scritto in seguito romanzi fantasy come Tigana (1990; tr. it. Il paese delle due lune, 1992), Ysabel (World Fantasy Award 2008), Under Heaven (2010; tr. it. La rinascita di Shen Tai, 2012) e molti altri. Il suo ultimo romanzo è A Brightness Long Ago (2019). Nel 2014 Kay è divenuto membro dell’Order of Canada per i suoi meriti letterari e nel 2021 ha tenuto una conferenza online per l’ottava edizione delle Tolkien Lectures.

Source: inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Alfonso Zarbo di Oscar Mondadori Vault.

:: 8 marzo: Disney Libri presenta Piccole Donne con Minni e Paperina

8 marzo 2022

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, Disney Libri (Giunti Editore) presenta Piccole Donne con Minni e Paperina, il nuovo volume ispirato al classico senza tempo di che raccoglie un racconto inedito illustrato e la parodia a fumetti Piccole Grandi Papere, disegnata da Silvia Ziche e scritta da Marco Bosco, per la prima volta pubblicata come raccolta completa. Piccole Donne con Minni e Paperina rende omaggio a un classico senza tempo della narrativa per ragazzi, conciliando i tratti originali delle protagoniste con le personalità uniche delle eroine disneyane che le impersonano e si aggiunge alla fortunata collana Letteratura a fumetti. Un’originale lettura per la Giornata Internazionale della Donna!

:: Pier Paolo Pasolini a 100 anni dalla nascita a cura di Antonio Catalfamo

5 marzo 2022

Pasolini temeva fortemente in vita di essere strumentalizzato dal potere, di rimanere vittima involontaria della capacità del sistema di metabolizzare anche le posizioni ad esso avverse e di trarne linfa vitale per la propria riforma interna e perpetuazione. Da qui certo suo estremismo polemico e certi atteggiamenti provocatori che potevano sembrare pose letterarie. Ma, dopo la morte, gli è successo di peggio. Assistiamo ad ogni anniversario alla sua «santificazione», quasi ch’egli fosse un fiore all’occhiello di quella società capitalistica matura di cui denunciò, con lungimiranza, tutti gli aspetti antidemocratici e, persino, dittatoriali.

Un suo (e anche nostro) amico, Roberto Roversi, ha avvertito l’urgenza di lasciare Pasolini «sconsacrato».

In questo centesimo anniversario della nascita è, dunque, necessario contrastare le tendenze iconografiche, di qualsiasi segno, studiare Pasolini nella sua umanità, nelle sue contraddizioni, nelle sue “fughe in avanti” rispetto allo stagnante ambiente culturale italiano, ma anche nei suoi legami inevitabili col passato, anche nelle sue forme “retrive” e “conservatrici”. Un Pasolini “a tutto tondo”, dunque, la cui opera va analizzata nella sua complessità ed articolazione, nel rapporto dialettico che esiste tra scritti in versi, romanzi, scritti teorici, scritti «corsari» e «luterani», opere cinematografiche, individuando i vari momenti della sua poetica ed estetica, tra i quali esistono certamente contraddizioni, ma, nel contempo, si può delineare una linea di sviluppo, una diacronia.

Pasolini, a nostro avviso, ha dato il meglio di sé nella produzione in versi e in prosa legata all’esperienza friulana, che accompagna tutta la sua vita, dagli anni giovanili trascorsi nel paese natio della madre, Casarsa, agli ultimi anni della guerra, allorquando lo scrittore si rifugia in quei luoghi per sottrarsi alla coscrizione obbligatoria nella Repubblica di Salò, e poi nell’immediato dopoguerra, proseguendo la sua esperienza di poeta in dialetto che era iniziata con Poesie a Casarsa (1942) e che continua, al di là della sua presenza fisica in Friuli, con La meglio gioventù (1954) e con La nuova gioventù (1975), trovando il suo punto più alto, in termini di poetica e di estetica, in un romanzo, Il sogno di una cosa (1962), che si pone in linea di continuità con la produzione in versi.

Pasolini compie “ricerche sul campo”, si impadronisce progressivamente del dialetto della riva destra del Tagliamento, nelle sue varie sfumature, presenti nel passaggio da un paese all’altro, nei suoi rapporti con il dialetto del vicino Veneto. Vuole scrivere in una lingua viva, effettivamente parlata, non nella «koinè» regionale, che è quella di Udine; una lingua che sia emanazione diretta della realtà, quella vera, non quella edulcorata del falso regionalismo a dimensione folcloristica; una lingua che sia espressione della “purezza” e dell’ “innocenza” del mondo contadino friulano, colto nella sua dimensione religiosa, che ha in sé un fondo di rigore morale, di valori sani e consolidati, ben diversa da quella della Chiesa ufficiale. Ma, man mano che Pasolini procede nella sua produzione dialettale, passando dalle Poesie a Casarsa a La meglio gioventù e La nuova gioventù, la sua visione si “storicizza” sempre più, il mondo contadino viene rappresentato non più nella sua innocenza e purezza primigenia, ma nel suo dolore, legato alle condizioni di sfruttamento al quale sono sottoposti i lavoratori della terra, specialmente i braccianti, nell’ambito di rapporti di produzione semi-feudali, i quali cominciano a sentire lontano pure Dio, a sentirsi abbandonati. Ma ‒ come dicevamo ‒ il punto culminante è costituito da un romanzo, Il sogno di una cosa, che conclude positivamente ‒ seppur provvisoriamente ‒ il processo di “storicizzazione” a cui vanno incontro il pensiero e l’opera di Pasolini. E’, infatti, un romanzo incentrato sulle lotte, molto dure, dei braccianti friulani per l’applicazione del «lodo De Gasperi», per il miglioramento delle loro condizioni di vita, ma anche per l’affermarsi di una prospettiva rivoluzionaria. Si riverbera sull’opera di Pasolini la sua esperienza politica, in quanto egli si è avvicinato al Partito comunista italiano, divenendo segretario di sezione, nonché militante attivo, anche sulla stampa, nelle polemiche politiche e culturali. In particolare, lo scrittore prende le distanze dallo «zoruttismo», vale a dire da quel movimento politico e culturale, che, strumentalizzando la poesia “ingenua” di Pietro Zorutti (1792-1867) e il suo “pauperismo”, intende accreditare l’immagine di un mondo contadino rassegnato al proprio destino, che, anzi, di esso finisce per essere orgoglioso, a beneficio delle classi dirigenti regionali, legate alla Democrazia cristiana, e nazionali, che predicano l’immobilismo sociale. Siamo in presenza di un Pasolini fortemente influenzato da Gramsci e dalle sue idee rivoluzionarie.

Nel 1949 lo scrittore, che insegna alla scuola media, è costretto a fuggire dal Friuli, «come in un romanzo», perché accusato di presunti rapporti omosessuali con ragazzini. Si trasferisce a Roma e qui si dedica professionalmente alla letteratura e all’arte. I due romanzi romani, Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), vanno letti in chiaroscuro. Pasolini sostituisce al mito dei contadini friulani quello dei giovani delle borgate romane, anch’essi visti come espressione di un’umanità “istintiva” e “primigenia”. Ma questi giovani appaiono privi di valori positivi, espressione di un mondo, quello delle periferie urbane, fondato sulla “predonomia” e sulla violenza, su un certo fatalismo, su una soggezione al destino, che si oppone in termini negativi e di antagonismo resistenziale a quello del centro delle grandi città, in una logica che è, insieme, conservativa ed autodistruttiva. Questo mondo sarà al centro anche di film come Accattone (1961) e Mamma Roma (1962).

Questa produzione letteraria (e cinematografica) incentrata sulle periferie romane suscitò polemiche nell’ambito del Pci e degli ambienti culturali ad esso vicini. In molti misero in discussione che un mondo così configurato esistesse veramente e che, comunque, circondasse e, addirittura, frequentasse le sezioni del partito: un mondo di ladruncoli, di magnaccia, di prostitute, di cui non si vedevano i valori positivi e rivoluzionari. Intervenne nel dibattito Edoardo D’Onofrio, dirigente del partito di vecchia data, il quale, sulla base della sua lunga esperienza politica trascorsa a contatto con le borgate romane, affermò che Pasolini aveva descritto quell’universo umano nel suo farsi, partendo dalla situazione in cui la gente di borgata era abbandonata alla deriva, ai propri istinti primordiali, dopo essere stata massa di manovra del fascismo, durante il ventennio della dittatura mussoliniana, fino all’acquisizione della coscienza di classe, grazie all’azione di radicamento del partito proprio nelle borgate romane, testimoniata dal protagonista di Una vita violenta, Tommaso Puzzilli, il quale, dopo l’esperienza del sanatorio, diventa un personaggio positivo, s’inserisce nella sezione del partito e muore con un gesto eroico, nel tentativo di salvare una prostituta dall’alluvione che sconvolge le aree povere intorno all’Aniene.

I due romanzi romani testimoniano, comunque, che la poetica di Pasolini, così come si era strutturata nella produzione legata all’esperienza friulana, subisce un mutamento fondamentale. Prevale in lui la fase “destruens” del sistema capitalistico, nella versione italiana, la denuncia feroce dei suoi effetti disumananti, mentre la fase “construens” subisce una notevole attenuazione. E’ forte in Pasolini la denuncia del “genocidio” della cultura delle classi subalterne perpetrato dalla borghesia rampante, ma, nel contempo, egli rimane prigioniero della società che pure condanna, non riuscendo a delineare un’alternativa e a crederci veramente. S’indebolisce l’impianto gramsciano della sua poetica e della sua estetica.

Va chiarito un aspetto, di contro alle esaltazioni del Pasolini “cattolico” alle quali stiamo assistendo in questo centenario della nascita. L’usignolo della Chiesa Cattolica (1958) e La religione del mio tempo (1961) sono le prove più eclatanti di come Pasolini coinvolga nella sua condanna del capitalismo la Chiesa cattolica, che ad esso, secondo lo scrittore, fa da supporto, anzi diventa uno dei pilastri portanti del sistema. Con la scomparsa del mondo friulano ch’egli ha conosciuto da ragazzo e da giovane intellettuale, la stessa possibilità di una “religione”, intesa come “purezza” di valori ‒ com’egli ha affermato in un’intervista rilasciata all’etnologo Alfonso Maria di Nola ‒ è venuta meno. E, comunque, Pasolini rivendica una religione “trasgressiva” che esalta il diritto al “peccato”, racchiuso nella stessa immagine di Cristo inchiodato, nella sua nudità “scandalosa”, sulla croce. Il Vangelo secondo Matteo (1964) rivendica ancora tale “religiosità” primigenia, con tratti di paganesimo, contiene la denuncia della Chiesa ufficiale e dei suoi legami col potere, attualizzata con la trasposizione cronologica nel mondo rurale e pastorale dei sassi di Matera, ma Pasolini rimane prigioniero, ancora una volta, di questa denuncia semplicemente etica (si veda il discorso della Montagna), non riuscendo ad intravedere un’uscita, un’alternativa alla società capitalistica, di cui pure traccia in maniera spietata il carattere disumanante.

Tutti i limiti ideologici di Pasolini emergono da Le ceneri di Gramsci (1957), in cui si manifesta il suo rapporto contraddittorio con il grande intellettuale comunista, nonché con il proletariato, ora amato istintivamente ora con razionalità, per la sua carica di bontà primigenia, o, alternativamente, per la sua forza rivoluzionaria, e con la propria classe di appartenenza, la borghesia, alla quale egli rimane legato da un rapporto di amore-odio. La lezione gramsciana viene sostanzialmente “tradita” e rimane inascoltata, nella misura in cui Pasolini non riesce ad intravedere un’alternativa di carattere rivoluzionario alla società capitalistica borghese, pure condannata fino alle estreme conseguenze. Questa condanna senza appello emerge dall’ultimo film di Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), che risale alla fase finale della sua travagliata esistenza, in cui tale società viene denunciata per la sua estrema violenza, che la pone in linea di continuità con il fascismo e il nazismo, con la logica dei campi di sterminio, laddove essa violenta l’uomo nelle sue parti più intime, fisiche e morali. E’ questo il «tecnofascismo», di cui parla Pasolini.

Il Pasolini “luterano” e “corsaro” delle polemiche giornalistiche s’inserisce entro questi orizzonti. Lo scrittore prospetta un processo penale, avente funzione simbolica, per la classe politica italiana, denuncia tutte le trame eversive che rientrano nel sovversivismo insito nello stesso potere, gli scandali, la corruzione dilagante, che diventa intrinseca al sistema, che lo mina dalle fondamenta, ma non sa e non vuole indicare un’alternativa, in quanto lui per primo non ci crede, rimanendo vittima di una visione di stampo decadente, per cui la stessa denuncia finisce per essere posa letteraria. Ed è Pasolini stesso ad avvertire i propri limiti.

Il suo merito indiscusso è stato quello di aver portato fino in fondo la critica della società capitalistica cosiddetta «matura», individuandone tutti i caratteri di autoritarismo e di soppressione della democrazia ch’essa ha assunto. Pasolini ha fatto, dunque, quel che nessun intellettuale del suo tempo ha saputo e voluto fare, in un’Italia in cui buona parte degli uomini di cultura, così come dei cittadini comuni, sono abituati a saltare sul carro del vincitore, secondo la formula pessimistica, ma ben fondata, di Ennio Flaiano.

:: 1982-2022: 40 anni senza Philip K. Dick. Intervista a Carlo Pagetti a cura di Emilio Patavini

2 marzo 2022

Sono passati quarant’anni dalla morte di Philip K. Dick, avvenuta il 2 marzo 1982. Il 25 giugno di quell’anno sarebbe uscito nelle sale Blade Runner, l’adattamento cinematografico di Ridley Scott del suo Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, che lo avrebbe consacrato al grande pubblico come uno degli autori di fantascienza più influenti del Novecento. A questo proposito, ieri è uscito per Mondadori Le tre stigmate di Palmer Eldritch negli Oscar Moderni Cult accompagnato dal saggio Il mondo secondo Philip K. Dick. Abbiamo intervistato per l’occasione l’autore del saggio, il professor Carlo Pagetti.

Benvenuto professor Pagetti, grazie per la sua disponibilità. Da appassionato di Philip K. Dick, è per me un piacere oltre che un onore poterla intervistare. È uno dei massimi esperti italiani di fantascienza, da oltre quarant’anni si occupa di questo scrittore, oggi divenuto un autore di culto e un’icona pop. Per prima cosa può parlarci della sua ultima pubblicazione, Il mondo secondo Philip K. Dick, uscito ieri negli Oscar Saggi? Come descriverebbe il suo rapporto con PKD? Per molti lettori, Dick diventa una sorta di «crazy friend» come lo ha definito lo scrittore Jonathan Lethem. È così anche per lei?

Vorrei fare una precisazione: mi sembra inutile ripetere qui – in modo più sintetico – quello che ho scritto ne Il mondo secondo Philip K. Dick. Nella Premessa e nella Conclusione del volume ripercorro le tappe del mio lunghissimo rapporto critico con Dick, iniziato nel 1958 e non ancora terminato oggi. Parlo anche delle persone che, a livello editoriale, hanno condiviso con me l’interesse per PKD: Gianfranco Viviani con Valla e Nicolazzini, Sergio Fanucci con Carratello e Briasco. Rievoco l’incontro decisivo con Darko Suvin, a cui ho dedicato il mio studio, e quello recente con Elisabetta Risari, che mi ha aiutato a mettere assieme quasi tutte le mie Introduzioni in precedenza pubblicate da Fanucci nella ‘Collezione Dick’, assieme a nuovo materiale. Posso aggiungere qualche ricordo e qualche commento. Mi piace la definizione di “crazy friend” utilizzata da Jonathan Lethem. Peraltro, qualsiasi scrittore o scrittrice a cui ci si affeziona, diventa una sorta di “crazy friend”.

Quali sono i suoi romanzi preferiti dell’autore e da quali consiglia di partire per avvicinarsi per la prima volta all’autore?

Sicuramente i romanzi dell’inizio degli anni ’60, in primis La svastica sul sole e Noi marziani, più in generale le opere che vengono rivisitate nella terza sezione de Il mondo secondo PKD. Ma rivaluterei anche alcune delle prime opere, come L’occhio del cielo, e molte delle successive, tra cui solo Ubik ha avuto una considerevole eco, come il parodico e grottesco The Zap Gun (non so che titolo verrà scelto da Mondadori) e la trilogia di Valis. Un caso a parte è costituito da Do Androids Dream of Electric Sheep ? (anche in questo caso non ho idea del titolo che avrà nella nuova collana dickiana di Mondadori), portato sullo schermo da Ridley Scott come Blade Runner e nel sequel di Villeneuve. Il romanzo merita di essere approfondito indipendentemente dal film di Scott, a cui deve il suo successo.

Philip K. Dick: tra genio e follia… Era veramente pazzo?

Avendo studiato e insegnato per una vita la letteratura inglese e quella anglo-americana, non ho mai creduto alla teoria romantica o decadente dell’artista “tra genio e follia.” Quando scriveva le sue opere, Dick era lucido, lucidissimo, come il poeta Coleridge (consumatore di oppio) o altri artisti ‘sregolati’ del passato.

Emmanuel Carrère ha definito Dick come «una specie di Dostoevskij della nostra epoca», Ursula K. Le Guin come «il nostro Borges (our homegrown Borges)». Se lei dovesse definirlo in poche parole, cosa direbbe?

Non sono favorevole a paragoni azzardati, che hanno soprattutto una valenza pubblicitaria. Cosa vuol dire esattamente “una specie di Dostoevskij della nostra epoca”?. Senz’altro si può tirare in ballo Borges, ma il vero scrittore borgesiano che sovrappone fantascienza e fantastico è in America il Gene Wolfe de Il libro del nuovo sole, un complesso di cinque romanzi, pubblicati negli anni ’80, che ho introdotto per Mondadori. Uscirà tra poco.

Un altro grande scrittore di fantascienza, Stanisław Lem, ha definito Dick come «un visionario tra i ciarlatani». Si trova d’accordo con Lem? Cosa ha di diverso rispetto agli altri scrittori di fantascienza, rispetto ai «ciarlatani» di cui parla Lem?

La domanda andrebbe (andava) rivolta a Lem, che ci fornisce alcune risposte convincenti nel suo saggio su Dick pubblicato nel 1975 sul numero unico di Science-Fiction Studies dedicato a PKD. Ad ogni modo, Lem considerava gli scrittori americani di fantascienza dei mestieranti, senza arte né parte, scarsamente aiutati dal loro reading public, e riconosceva in Dick una genuina carica intellettuale ed etica.

Lei si è occupato a fondo di utopia. Nelle opere di Dick si possono trovare molti esempi di distopia, anche se Umberto Rossi e Jonathan Lethem concordano nel considerare Cronache del dopobomba come una “utopia pastorale”. Qual è la dimensione della distopia e dell’utopia in PKD?

Ormai utopia, distopia e fantascienza (e anche il fantastico) sono generi che convergono e si sovrappongono. Sono convinto che anche l’amico Umberto Rossi sia d’accordo. Dick ha un ruolo fondamentale in questa operazione, sostanzialmente postmoderna, accostandosi liberamente a vari percorsi narrativi.

Possiamo dire che Dick è stato uno degli scrittori simbolo del ‘900? Riducendo il campo, qual è il suo ruolo nel postmodernismo? A suo avviso quali sono gli scrittori (di fantascienza e non) che più si avvicinano a Dick, se ce ne sono? Azzardo qualche nome: William S. Burroughs, Kurt Vonnegut, Thomas Pynchon, George Saunders…

Non so se possiamo servirci di categorie così ampie. PKD è uno dei maggiori romanzieri americani degli anni ’60-70 del secolo scorso anche perché ha capito che la tradizione narrativa va rifondata e arricchita di nuove prospettive formali e culturali. Quando nel 1965 Leslie Fiedler pubblica il suo saggio fondamentale sui “nuovi mutanti”, i romanzieri legati alle convenzioni della popular culture che stanno marciando verso il centro del sistema letterario, cita soprattutto Kurt Vonnegut, jr., ma avrebbe potuto benissimo ricordarsi di PKD, se lo avesse letto. Tanti scrittori americani contemporanei e successivi hanno tratto stimoli notevoli dalla lettura di PKD, e lo stesso è capitato per il cinema, non solo in Blade Runner.

Philip K. Dick è noto per aver scritto fantascienza, ma aveva ambizioni mainstream. All’epoca essere uno scrittore di fantascienza significava essere confinati in una sorta di ghetto, come scrisse Dick stesso nell’introduzione a Non saremo noi: «la fantascienza era cosi disprezzata che praticamente agli occhi dell’intera America non esisteva nemmeno». Può parlarci del filone realistico dei romanzi dickiani?

Dedico una sezione de Il mondo secondo PKD alla rivisitazione di alcuni dei romanzi realistici dickiani. I più organizzati sono interessanti, ma Dick aveva bisogno di allontanarsi dal modello realistico per compiere le sue escursioni in una ‘realtà’ fittizia indecifrabile e allucinata.

Durante il suo celebre discorso di Metz, tenuto in Francia nel 1977, Dick disse: «Viviamo in una realtà programmata dai computer. E gli unici indizi che abbiamo della sua esistenza si manifestano quando cambia qualche variabile, quando avviene una qualche alterazione nella nostra realtà». Secondo la sua visione viviamo in una realtà computerizzata governata da un’intelligenza divina, il Programmatore. Viene quindi spontaneo chiedersi: le idee di Dick hanno ispirato i film di Matrix?

Ho qualche riserva sul termine “ispirare”. La cultura contemporanea tende all’ibridazione, alla mescolanza, al gioco intertestuale. Detto questo, certamente Dick può avere ‘ispirato’ i film di Matrix, ma anche alcuni film di Cronenberg e molto altro ancora.

Parliamo dell’Esegesi, quel mastodontico e complesso apparato di note e appunti (si parla di oltre 8000 pagine), summa della sua intera produzione, in cui Dick descrive le esperienze mistiche vissute nel periodo del 2-3-74 (febbraio-marzo 1974). Si tratta di un testo importante per capire Dick? A chi ne consiglia la lettura?

L’Esegesi è significativa come fonte ricca di spunti autobiografici e intellettuali. Non trascurerei però l’importanza delle numerose lettere dickiane, di cui non esiste una edizione critica. Quando Dick muore nel 1982, l’uso del personal computer è appena agli inizi, e dunque Dick è uno degli ultimi scrittori ad averci lasciato una voluminosa testimonianza epistolare.

Sempre nell’Esegesi, Dick scrive: «Non sono un romanziere, sono un filosofo narrativo. […] Il cuore della mia scrittura non e l’arte, ma la verità». In effetti i suoi romanzi sono ricchi di riferimenti filosofici: Le tre stimmate di Palmer Eldritch e Valis risentono fortemente dello gnosticismo, ne Il tempo fuor di sesto si sente l’influenza dell’anamnesi platonica, in Ubik vengono citati il mito della caverna e Il libro tibetano dei morti, e l’I Ching, importante testo della tradizione filosofica cinese, ha rivestito un ruolo di primo piano nella stesura de La svastica sul sole. Alla luce di queste considerazioni, dobbiamo quindi considerare Dick più come un «filosofo narrativo», per usare le sue parole, o come uno scrittore di fantascienza filosofica, al pari del già citato Lem?

Insisto da sempre che Dick deve essere considerato un romanziere e solo un romanziere, il quale immette nella sua visione narrativa spunti autobiografici, riflessioni filosofiche, allusioni politiche, considerazioni formali. Ma lo stesso si potrebbe dire del teatro di Shakespeare (salvo che per l’aspetto autobiografico), per la poesia di T.S. Eliot, per la narrativa modernista di Joyce o di Virginia Woolf.

Abbiamo parlato delle implicazioni filosofiche nei romanzi di Dick. Quali sono invece le sue principali influenze letterarie? Lui stesso ammise l’influenza degli scrittori naturalisti francesi, come Flaubert, Stendhal, Balzac e Maupassant…

PKD è un lettore onnivoro, prende dove può, e senza mai disprezzare la cultura cosiddetta ‘bassa’, pur conoscendo bene gli autori della grande tradizione letteraria – e anche Shakespeare. Non c’è mai da fidarsi, però, quando un artista sciorina le sue fonti dirette. Egli può essere distratto, menzognero, parziale, beffardo, per mille motivi diversi. ‘Egli’ o ‘ella’, si capisce.

Come ultima domanda: cosa pensa della biografia di Lawrence Sutin e di quella romanzata di Emmanuel Carrère? Oltre al suo saggio di recentissima pubblicazione, quali altri libri consiglia per approfondire la figura di PKD?

La biografia di Sutin mi sembra sempre la più valida ed equilibrata. Consiglierei anche la lettura di The Search of Philip K. Dick di Anne Dick, la terza moglie del nostro autore, quella più consapevole e intellettuale. Mi pare sia ancora inedita in Italia. Aggiungo che in Italia esistono (pochi) eccellenti critici dickiani: Umberto Rossi, Gabriele Frasca, Salvatore Proietti sono i primi nomi che mi vengono in mente. E concludo ricordando di aver riscontrato, durante il lunghissimo periodo in cui ho insegnato all’università, un notevole interesse per PKD da parte di studenti e studentesse di spiccata personalità. Chi oggi volesse – e farebbe bene – accostarsi allo studio di PKD, dovrebbe compiere una accurata ricerca bibliografica. Il repertorio bibliografico non certo esaustivo che ho pubblicato alla fine de Il mondo secondo Philip K. Dick comprende qualche decina di testi critici e biografici.

Grazie del tempo che ci ha concesso.

Carlo Pagetti, professore di Letteratura inglese e Cultura Angloamericana presso l’Università degli Studi di Milano, tra i massimi esperti narrativa fantastica, fantascienza e utopia. Si è occupato in particolare di William Shakespeare (ha curato e tradotto l’Enrico VI per Garzanti), H.G. Wells, William Morris, L. Frank Baum, Joseph Conrad, George Orwell, Charles Darwin, Nathaniel Hawthorne, Charles Dickens, Olaf Stapledon. Ha curato l’Opera completa (Fanucci 2020) di H.P. Lovecraft e l’opera omnia di Philip K. Dick per Fanucci.

:: Festa della Donna ‘Le Luminose’: Storie di donne dell’Africa Occidentale nell’audio-libro per bambini di Laura Nsafou per Lunii

1 marzo 2022

Milano, 23 febbraio 2022 – In occasione della Giornata Internazionale della Donna, LUNII lancia l’inedito album di audio-storie “Le Luminose” disponibile dal 3 marzo sul Luniistore per essere scaricato ed ascoltato con il raccontastorie interattivo La Fabbrica delle storie.

La scrittrice di libri per ragazzi e attivista afro-femminista Laura Nsafou firma per la casa editrice Les éditions Lunii 12 audio-storie inedite tutte al femminile, ispirate ai racconti tradizionali dell’Africa occidentale per accompagnare i bambini e le bambine alla scoperta di luoghi e atmosfere lontane insieme alle protagoniste dei racconti, le Luminose, un gruppo di donne dai poteri magici con bracciali a sonagli e dalle lunghe tuniche dorate, che percorrono il continente da sole in sella ai loro fedeli cammelli soccorrendo chiunque chieda loro aiuto e sfidando le convenzioni, in quello che è un vero e proprio viaggio iniziatico. Tra il deserto del Mali e il fiume della Mauritania, le avventure di queste donne forti e solidali, dalle voci armoniose che cantano in coro, portano i bambini nel cuore della cultura e del territorio africani in un’esperienza immersiva che permette ai bambini di essere eroi delle storie, scegliendo elementi e personaggi, dando vita a un racconto di volta in volta sempre diverso.

“Crediamo sia importante coinvolgere i bambini in storie appassionanti ed esemplari con protagoniste donne di ogni cultura, non solo quella occidentale racconta Maëlle Chassard, co-fondatrice di LUNII e inventrice del raccontastorie La Fabbrica delle Storie Stimolare la curiosità e l’interesse di tutti i bambini verso storie diverse è da sempre uno dei nostri obiettivi, che portiamo avanti con un’attenzione particolare alla valorizzazione delle diversità, alla promozione di tutte le culture, al rispetto e alla salvaguardia della Terra”.

“Per la prima volta mi sono cimentata nella scrittura di storie pensate per essere ascoltate ed è stato entusiasmante immaginare come trascinare i bambini nelle atmosfere e nei suoni dell’Africa Occidentale, fargli percepire colori e immagini ma lasciando spazio alla libera immaginazione, fargli scoprire queste donne meravigliose che sono portatrici di storie locali ma al contempo universali” racconta la scrittrice Laura Nsafou, già autrice di numerosi bestseller per bambini tradotti anche all’estero. Conosciuta anche con lo pseudonimo di Mrs Roots, con la sua scrittura si interroga da sempre sulle rappresentazioni sociali, storiche e culturali delle donne nere nelle società occidentali.

Realizzato in collaborazione con l’agenzia Wariboko, rappresentante di talenti afrodiscendenti nel cinema, nella televisione e nell’arte in Italia, l’album di audio-storie “Le Luminose” coinvolge per la prima volta ben sei attori e doppiatori – Marco Balzarotti, Elisabetta Cesone, Matteo De Mojana, Richard Fiocchi, Taty Rossi, Rosanna Sparapano – ad interpretare con le loro voci i personaggi delle appassionanti storie. La cover dell’album è illustrata da Amélie-Anne Calmo.

La Fabbrica delle Storie di Lunii è disponibile nei negozi La Città del Sole e online su Amazon e sul sito Lunii, prezzo di vendita consigliato €64,90. L’album “Le Luminose”, a partire dai 5 anni, è disponibile in download sul Luniistore al prezzo di 10,90 €.

:: La giara di Luigi Pirandello, Arsenio Lupin in crociera di Maurice Leblanc e La macchina del tempo di H.G. Wells a cura di Giulietta Iannone

28 febbraio 2022

La forza dei classici per stimolare la lettura delle bambine e dei bambini. Un progetto di lettura facilitata per tutti con il carattere ad alta leggibilità EasyReading, andata a capo regolata dal senso senza sillabazione, illustrazioni a colori e a doppia pagina, attività e giochi legati alla comprensione del testo.

Oggi vi parlo di tre libri per bambini dai 6 ai 7 anni in poi della collana Stelle Polari di Gallucci: La giara di Luigi Pirandello, Arsenio Lupin in crociera di Maurice Leblanc e La macchina del tempo di H.G. Wells. Sono grandi classici non solo semplificati ma ricchi di colorate illustrazioni capaci di attirare l’interesse dei bambini. Sono grandi storie che una volta grandi potranno leggere nelle edizioni originali. Ma già adesso possono iniziare a conoscere. In questi giorni difficili spegnete la televisione e dategli un libro che gli tenga compagnia. Un libro con cui impratichirsi nella lettura, giocare, crescere. La collana Stelle Polari e ricca di questi piccoli capolavori a misura dei più piccoli.

Fulvia Degl’Innocenti vive a Milano dove lavora come giornalista di “Famiglia cristiana”. È autrice di oltre cento titoli per bambini e ragazzi, molti dei quali tradotti all’estero. Ha vinto numerosi premi, tra cui il Bancarellino e il premio Andersen.

Giuseppe Ferrario nasce a Milano nel 1969. Già da bambino si diverte così tanto a disegnare, che lo fa ancora oggi. Dopo l’Accademia di Belle Arti di Brera inizia a lavorare come scenografo per il parco di Gardaland, oltre che come illustratore e fumettista. Ha collaborato con Walt Disney, Warner Bros, Mtv, Image Comics; scrive e disegna fumetti per “Il Giornalino” eha fondato Effigie, società che si occupa di cartoni animati e grafica. Ha una moglie, quattro figli e un coniglio. Sogna di diventare il miglior alpinista del mondo.

Luca Poldelmengo è autore di vari romanzi gialli e noir. Ha inoltre firmato soggetti e sceneggiature per il cinema, a partire dal noir Cemento armato (2007). Padre di due bambini, con il libro Valerio e la scomparsa del professor Boatigre ha esordito nella narrativa per ragazzi.

Roberta Bordone è un’illustratrice, e il racconto per immagini la sua passione. Le piacciono i fumetti, il Giappone, Beyoncé, il suo cane Febo e le patatine!

Source: libri inviati dall’editore al recensore. Ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Gallucci editore.

:: VALENTINA GUIDARA PITTRICE: LA “POESIA DELLA VITA” a cura di Antonio Catalfamo

28 febbraio 2022

Bruno Bettelheim ha scritto che i primi sette anni della nostra vita sono i più importanti, perché lì si struttura la nostra personalità, che poi, sulla base di questo nucleo fondamentale, va sviluppandosi man mano che cresciamo. Cesare Pavese, nei suoi scritti di poetica e di estetica, ha sostenuto che nell’infanzia vediamo una “prima volta” le immagini che si fissano e stratificano dentro di noi e la nostra fantasia di bambini ce le fa sembrare reali. In età adulta vediamo le stesse immagini una “seconda volta”, attraverso il filtro della ragione e ne comprendiamo il significato simbolico.

Così mi accade ora di rivedere con gli occhi di adulto tutto un mondo che ho vissuto intensamente da bambino, certi scorci di paesaggio, certi angoli di città, certi spaccati umani, e di coglierne tutta la forza evocativa, di riviverli in una dimensione diversa, che contiene e, nello stesso tempo, supera quella acquisita nel corso dell’infanzia.

Siamo a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), la città dell’estremo Sud in cui sono nato e vissuto per tutta la vita. Nella mia infanzia frequentavo un piccolo bar, al centro, gestito da una signora dai tratti popolari, e lì spendevo qualche soldo della mia paghetta settimanale comprando gelati e dolcetti che avevano un sapore tutto siciliano che mi è rimasto in bocca. Barcellona era allora una città di contadini, di allevatori, di commercianti di agrumi e di formaggi, e tutta la sua vivacità, anche chiassosa, si concentrava nel centro, nella piazzetta sotto i pini, intitolata al santo patrono, san Sebastiano, dove si svolgevano i piccoli affari legati ad agricoltura ed allevamento, e i contraenti si sputavano sulla mano per sancire l’indissolubilità dell’accordo verbale, che allora valeva più di un contratto. Questa vivacità si trasmetteva al contesto circostante, compreso il piccolo bar di cui dicevo.

Ora la città è cambiata. L’agricoltura e il commercio sono in crisi. Si afferma una dimensione del tempo diversa, più lenta, direi quasi una dimensione araba. Il centro è multietnico, caratterizzato da una mescolanza di immigrati arabi, slavi, indiani, che non è facile distinguere dai siciliani che li affiancano, in questo crogiolo salutare di razze, di colori e di umori, perché in loro si sono stratificate le tante dominazioni straniere che si sono succedute nell’isola, lasciando ognuna una traccia somatica, cromatica, caratteriale, civile.

Questa nuova dimensione del tempo, questa nuova varietà di colori e di umori si è trasmessa al piccolo bar della mia infanzia, oggi Caffè Roma. Clienti di ogni razza affluiscono con lentezza, si scambiano saluti e sorrisi d’intesa, si siedono ai tavoli e si godono lo scorrere del tempo, senza premura. Poi escono e vanno via. Il bar conserva i vecchi sapori della mia infanzia, i gelati e i dolci della tradizione, che mi fanno tornare, nel gustarli, nuovamente bambino.

Nel bar a servire, al bancone e ai tavoli, quattro ragazze, gentili, veloci come scoiattoli, che racchiudono in sé tratti ellenici, normanni, svevi, spagnoleschi, arabi. Siciliane di una sicilianità antica, stratificatasi nei secoli, con le varie civiltà. Ragazze che hanno una spiccata personalità e una vivacità culturale notevole. Tra di esse c’è Valentina Guidara, una ragazza bruna, dai tratti spagnoleschi, forse. Mi porge alcuni suoi disegni, che mi incuriosiscono, ne chiedo altri, nei giorni a seguire me li porto a casa, ci medito su con calma.

Sarebbe riduttivo definire Valentina una pittrice “naïf”, nel significato usuale che si suole dare a questo termine, per indicare un pittore “ingenuo”, spontaneo, autodidatta, che ha un approccio diretto, immediato, con il mondo che lo circonda e lo ritrae nella sua dimensione fortemente realistica. Ma Cesare Zavattini ci ha dato, per fortuna, una definizione ben più calzante: “A definire in modo esauriente la pittura naïve secondo me c’è riuscito chi è stato meno restrittivo. Io non sono mai caduto nel tranello di idoleggiare l’arte naïve chiudendola, ma ho sempre cercato di far capire che lì c’era chi valeva uno, chi due, chi tre, chi cento, e a mano a mano che i valori crescono, entrano nell’arte in generale, per cui ad un certo punto un quadro di un pittore naïf di valore è alla stessa altezza di un quadro di valore di altre definizioni”. E’ il valore artistico che conta e Gramsci ci ha insegnato che bisogna cercare il “bello” ovunque si trovi e che “l’esclamazione di un carrettiere riveste talvolta per noi tanta poesia quanto un verso di Dante”.

Valentina Guidara è, infatti, una pittrice tutt’altro che “ingenua”, anche se è un’autodidatta. Possiede una tecnica personale, sicura nel tratto e nei colori. Non si limita a rappresentare la realtà nella sua dimensione cosiddetta “oggettiva”, empirica. Rappresenta i paesaggi dell’anima, tutto un mondo che attinge sì al reale “fenomenico”, ma lo plasma e trasfigura attraverso quell’altro mondo che si è stratificato dentro di lei, comprensivo del conscio e dell’inconscio, individuale e collettivo, risalendo nei secoli, anzi nei millenni, abbracciando tutte le civiltà che si sono succedute nell’isola, con i loro valori, i loro colori, il loro modo di guardare l’universo, in tutte le sue sfaccettature.

Valentina Guidara guarda il mondo reale dall’alto di un’altalena (è questa l’immagine contenuta in un suo quadro) e lo confronta con il mondo che è dentro di lei, e da questa commistione nascono le immagini dei suoi quadri. Abbiamo così colori molto vivaci, che ci ricordano i dipinti di Renato Guttuso, con fiori rossi (papaveri o rose?) che colpiscono l’occhio con il loro impatto molto forte, accanto a marine dai colori soffusi, sfumati, direi di matrice e valenza araba, spaccati leopardiani che si perdono nell’infinito spaziale e sentimentale. Queste immagini variegate testimoniano una personalità ricca e complessa: forte e delicata, riservata, ma consapevole del proprio valore. Accanto alla precisione di certi dettagli, è presente quell’ “indeterminatezza” che, secondo il Leopardi, deve caratterizzare la vera poesia. “Poesia della vita”, quella di Valentina Guidara, concepita in tutta la sua multiformità e poliedricità.

:: Un’intervista con il Prof. Angelo d’Orsi sulla crisi ucraina. Storia, analisi, previsioni a cura di Giulietta Iannone

28 febbraio 2022

Una premessa: questa intervista è stata concordata ieri, domenica 27 febbraio, invito i gentili lettori a tenere presente questo.

Buongiorno professore e grazie di averci concesso questa intervista che verterà essenzialmente sulla crisi ucraina. La situazione è seria e preoccupante, inizialmente perchè sembra sia gestita da irresponsabili che si dimenticano che la Russia è una potenza atomica che può innescare un conflitto atomico in qualsiasi momento. Soprattutto se si sentirà accerchiata e senza una qualsiasi via d’uscita. Che questo conflitto non era da iniziare lo sappiamo tutti, molti hanno cercato di impedirlo sperimentando la loro impotenza, ma secondo lei rischiamo davvero un conflitto nucleare su larga scala?

Come mi capita sovente di dire, gli storici non devono fingersi profeti e quando lo fanno di regola sbagliano anche clamorosamente. Azzardo comunque una risposta: proprio perché la situazione è ad altissimo rischio, non penso si arrivi a un conflitto generale, tanto meno con uso di armi nucleari. La “comunità internazionale”, che è un modo scorretto e surrettizio per dire l’Occidente capitalistico, ha sempre sofferto di strabismo: vede ciò che fa comodo e ignora ciò che non fa comodo. E mi preoccupa di più lo scatenamento della russofobia, che sta travolgendo tutta la “comunità internazionale”, ossia i paesi capitalistici. L’Unione Europea, e gli Stati Uniti in testa. Questo mi preoccupa, perché anche se non ci scoppierà la Terza Guerra Mondiale, tutti pagheranno caro questa perdita di buon senso, che si tradurrà – si sta già traducendo – in una frantumazione generale non solo degli equilibri internazionali, delle relazioni commerciali, ma anche dei rapporti culturali, e umani. Le frasi che sono state proferite da Hollande o Letta, da Biden o dalla von der Leyen, da Johnson e da Borrell sono inquietanti, anche per la incapacità politica che rivelano, ossia l’incapacità di comprendere le conseguenze degli atti che si compiono. La politica è l’arte di guardare lontano. E costoro sembrano proprio ignorarlo.

Zelensky (e il suo entourage) non vuole andare in Bielorussia per sedere al tavolo delle trattative. E lo capisco ha paura di essere ucciso. Non si può scegliere un luogo più neutrale? Esiste ancora un luogo neutrale?

A questo punto, la risposta appare superflua dato che i colloqui sono stati decisi e forse iniziati quando questa intervista sarà pubblicata. E sarà una buona notizia per tutti. In fondo se le garanzie concesse dai governi russo e bielorusso a quello ucraino, sono state giudicate sufficienti da quest’ultimo, il problema della richiesta di un luogo neutrale appare del tutto minore, e forse non esente da elementi di pretestuosità.

Tutte le guerre sono sporche, questa in particolare si poteva evitare? Cosa non è stato fatto per impedirla?

Direi che non è stato fatto nulla per impedirla. Salvo poi lamentarsi e piangere, da un lato, e imprecare dall’altro. Si sono immediatamente rispolverati i grandi topoi retorici della “guerra giusta”, quella giusta per eccellenza, il Secondo conflitto mondiale, e del gioco semplificatorio fino ad essere fasullo tra un “cattivo” (la Russia) e un “buono” (l’Occidente tutto, con qualche annesso extra europeo ed extra-americano). In tal senso il richiamo alla guerra mondiale è paradigmatico, fondato naturalmente di nuovo sulla semplificazione, nella comoda riproposizione della colpevolezza unica di un solo attore in campo (la Germania), come del resto aveva fatto la narrazione delle nazioni della Intesa nel 1914 che addossarono ogni responsabilità del conflitto (la Prima guerra mondiale) agli Imperi Centrali. Stiamo assistendo a un nuovo, penoso capitolo di uso politico della storia. Aggiungo che gli Stati Uniti hanno fomentato, in ogni modo, hanno creato la situazione per la guerra. Volevano spingere Putin all’invasione, per bloccare il processo in corso di ricostruzione del ruolo della Federazione Russa come grande potenza, nella convinzione che la reazione internazionale sarebbe stata talmente forte da ridurre il ruolo della Russia nel prossimo futuro. Dopo aver messo in campo esercitazioni militari NATO sempre più prossime ai confini russi, e fatto sentire a Putin che la minaccia si avvicinava, come potevano aspettarsi che non reagisse?Del resto tutti gli attori in campo sono mentalmente e culturalmente “vecchi”: papa Francesco – su cui personalmente nutro numerose riserve – è assai più giovane di loro. La guerra è un residuo ancestrale che appartiene alla preistoria, e andrebbe espulsa dal presente, e invece la corsa agli armamenti prosegue, e l’Italia, in mano a un gruppo di affaristi senza scrupoli e di pericolosi incompetenti, non si è tirata indietro, piegandosi volentieri ai diktat USA e alle sciagurate decisioni della UE, altra fomentatrice di odio. Oggi UE e NATO sono fattori di instabilità mondiale, questa la verità.

Unione europea, USA e NATO minacciano esclusivamente sanzioni economiche e finanziarie, le sembra la strada giusta per arginare il conflitto?

Le sanzioni, lo dimostra la storia, non hanno mai danneggiato veramente gli Stati contro i quali sono state emanate e applicate. Anzi sono spesso servite a compattare la popolazione intorno ai loro leader. E se recano danno, lo recano, in misura quasi paritaria, a chi le applica e a chi le subisce, soprattutto da quando l’economia mondiale è diventata interconnessa, globalizzata. Non si può danneggiare un attore senza danneggiare altri attori in scena. E quando l’attore che si vuole danneggiare, la Federazione Russa, è un gigante economico con rapporti rilevanti con tutti i paesi del modo, le sanzioni produrrebbero conseguenze negative, pesantemente negative, per il mondo intero.

Lei da storico e da politico cosa consiglierebbe di fare a Putin in questo momento?

Di limitarsi a dare una lezione al governo ucraino, favorendo un ricambio, con la fuoruscita della componente neonazista dalla compagine di Kiev, e limitare l’occupazione al recupero alla Federazione Russa delle regioni del Donbass e dei territori russofoni, da confermare con un referendum.

In tutta sincerità penso che la Russia abbia sbagliato i calcoli se riteneva sarebbe stata una Blitzkrieg con la quasi immediata resa del governo ucraino (per oggettiva disparità di forze), in realtà ora si sta combattendo casa per casa, le potenze occidentali stanno inviando armi e tecnologia. E’ in corso una guarra cibernetica. Si prospetta una guerra lunga, sanguinosa, e destabilizzante non solo per i contendenti. Sarà per Mosca un nuovo Afganistan?

Non credo, la Russia può schiantare l’Ucraina facilmente, e rapidamente, se vuole. E la differenza anche morfologica del territorio ucraino rispetto alla impenetrabile montuosità afgana rende il paragone improponibile, e una seconda ragione è che in Afganistan v’era una guerra di guerriglia che vinse, in Ucraina c’è uno scontro tra due forze armate regolari, e la differenza di potenza tra le due forze è gigantesca e la resistenza popolare contro i russi da parte degli ucraini non sembra avere reali possibilità di successo, al di là di una narrazione mendace, che si spinge fino a ricorrere a immagini false, provenienti da altre guerre.

La Cina è prudente, appoggia Mosca ma senza sbilanciarsi, ventilando la strada della diplomazia e della conciliazione. E’ ancora possibile una conciliazione secondo lei, od è già troppo tardi? E più il tempo passa, e più i giorni di guerra si susseguono e più questa conciliazione sarà possibile?

La conciliazione forse no, ma una composizione è sempre possibile e forse il ruolo della Cina, potrebbe essere decisivo. Il gigante asiatico come sempre persegue, inevitabilmente e direi giustamente, i propri interessi e gioca come sempre di rimessa, ma la sua stessa forza poderosa, su tutti i piani, costituisce un deterrente per l’intero scacchiere internazionale. La Cina non parla, ma è pronta a far sentire il suo peso.

Le responsabilità di Mosca nell’iniziare il conflitto sono chiare. Quali sono le responsabilità dell’Occidente e soprattutto degli Stati Uniti, che come superpotenza mondiale possono decidere con maggiore incisività le sorti delle questioni del mondo.


Mosca ha compiuto non l’atto iniziale, penso, ma piuttosto quello finale della crisi. Un atto che la nostra coscienza di “moderni“ riprova, ma che nella logica antica del realismo politico, condito con una larga dose di spregiudicatezza e di cinismo, Vladimir Putin considera del tutto normale, ma almeno gli si riconosca che non si riempie la bocca con parole come «democrazia» et similia come fa Biden, e il coro di servi sciocchi di Bruxelles.

Se questa guerra non viene al più presto fermata, oltre a una difficile ricostruzione e conciliazione in che misura destabilizzerà le economie sia della Russia ma anche dell’Europa? Avere una Russia e un‘Europa deboli, favorirà USA e Cina?

Credo di avere già risposto. La guerra e la guerra economica (le sanzioni) recheranno danni a tutti, salvo che ai produttori di armamenti e ai loro commercianti. In ogni caso la Cina, chissà se l’America lo ha capito, è in prospettiva il vincitore. E Putin con molta astuzia e quel realismo condito di cinismo cui accennavo, lo sa e ha portato avanti una politica di sotterranea e via via più palese politica di sostanziale alleanza,almeno in prospettiva. In caso estremo, chi oserebbe mettersi contro un simile baluardo russo-cinese? Infine, la storia ci ricorda che chiunque abbia aggredito la „Grande Madre Russia“ ne è uscito con le ossa rotte.

Come ultima domanda, ringraziandola ancora del suo prezioso contributo, le chiedo da storico una riflessione sul fatto che dal 2014 la situazione in Ucraina era instabile, pronta a esplodere in qualsiasi momento. Perchè non si è scelto la strada del federalismo e della neutralità (sul modello dei Cantoni Svizzeri) che avrebbe salvaguardato l’integrità territoriale del paese, e avrebbe permesso di capitalizzare le immense ricchezze che possiede?

L’Occidente – UE e USA – hanno giocato col fuoco, sostenendo il colpo di Stato di Euromaidan, foraggiando bande neonaziste, che si sono macchiate di crimini orribili. La NATO ha portato avanti una politica pericolosissima di allargamento, contro tutti gli accordi presi trent’anni fa con l’URSS prima e la Federazione Russa, poi, accordi variamente ribaditi negli anni seguenti. La Russia è stata accerchiata, umiliata e messa all’angolo. Si aspettavano che continuasse a subire? Gli occidentali hanno seminato vento per anni, e ora raccolgono tempesta.

Torino, 28 febbraio 2022

Stop War

26 febbraio 2022