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:: Un’intervista con Franco Forte, autore de L’alba di Cesare, a cura di Giulietta Iannone

16 settembre 2024

Benvenuto Franco, e grazie di essere qui per parlare del tuo nuovo libro, L’alba di Cesare, edito da Mondadori, basato interamente sul De bello gallico, e non influenzato da opere posteriori che altrettanto bene conosci, per rendere meglio il suo punto di vista e dare vita a un personaggio a tutto tondo, forse unico nella storia dell’umanità. Conoscendolo approfonditamente che idea ti sei fatto di Cesare come persona, lontano dagli intrighi, dalle battaglie, dall’agone politico? Era un persona di gusti semplici, o prediligeva il lusso e lo sfarzo?

R: Ciao e grazie per questa nuova chiacchierata. Giulio Cesare non è entrato nella Storia per sbaglio, ha fatto in modo, con le azioni, il pensiero, le strategie, le relazioni, l’intelligenza e la determinazione, di guadagnarsi un posto di massimo rilievo, che lo hanno fatto conoscere a tutti nel corso dei secoli. E direi che già questo non è poco. Dopodiché, dobbiamo dire che era un uomo del suo tempo, e dunque alcune sue azioni, alcuni suoi modi di conquistarsi fama imperitura possono sembrarci fin troppo severi, perfino spietati, eppure non fanno che inquadrare Cesare in un momento delicatissimo della storia di Roma, il passaggio definitivo dalla Repubblica alla monarchia imperiale. Repubblica a cui proprio Cesare ha dato la prima, poderosa spallata. L’ha fatto sfruttando una spedizione di conquista (in Gallia) per raccogliere consenso, trofei di guerra, ricchezze e la possibilità di mettersi alla pari, e poi superare, i suoi veri rivali del tempo, il ricchissimo Crasso e il celebre condottiero Pompeo, con cui condivideva uno scomodo triumvirato. Ogni sua azione era improntata a questo: guadagnarsi il trionfo militare per eguagliare Pompeo e portare le folle di Roma dalla sua, e accumulare abbastanza ricchezze da saldare i debiti che aveva con Crasso e diventare indipendente anche sotto questo punto di vista. Insomma, una strategia ad ampio raggio militare, politica, sociale e interpersonale con chiunque lo circondasse. Riuscire a governare tutto questo a proprio vantaggio mentre si conduce una spedizione di conquista difficilissima e feroce, non è da tutti. Forse solo da Cesare…

Pur basandoti per la stesura di questo romanzo unicamente sul De bello gallico, che altre opere posteriori hai consultato per costruire, almeno nella tua mente, il personaggio di Cesare? La storiografia, anche moderna, è stata equa nel giudicarlo? Che idea ti sei fatto?

R: Il De bello gallico è stata la traccia principale che ho seguito per costruire il libro, ma poi ho dovuto studiare gli storici antichi e moderni per cercare di mettere insieme l’intricata rete di relazioni, alleanze, contese politiche e personali in cui Cesare si muoveva come un saltimbanco da circo, spostandosi da un attrezzo all’altro con volteggi, balzi prodigiosi e prove “ginniche” di notevole vigore. Non solo Crasso e Pompeo, quindi, ma anche un personaggio scomodo come Cicerone, decine di senatori pronti a sfruttare qualsiasi segno di debolezza per ottenere un vantaggio personale, e tutta Roma alla finestra, con il popolo capace di sostenerlo ma anche di affossarlo da un momento all’altro. Questa capacità di muoversi sulla corda di rapporti personali, strategie politiche e militari e dell’eterno contenzioso con se stesso (lui che era chiamato marito di tutte le donne e moglie di tutti i mariti di Roma e soffriva di crisi epilettiche), lo ha reso sempre molto difficile da inquadrare in un contesto unico e delineato. Non ci sono riusciti gli storici antichi, non l’hanno fatto nemmeno i moderni, che si dividono in fazioni pro o contro questo gigante della Storia, pur avendone tutti sempre il massimo rispetto.

Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Hai immaginato scena per scena nella tua mente ogni scena, costruendoti una sorta di film mentale, o vive tutta la scrittura solo sulla carta?

R: Io di solito scaletto i miei romanzi in un processo duplice, che in questo caso è stato fondamentale. Per prima cosa la trama generale, a grandi linee, in cui incastrare tutti i piani narrativi di cui dovrò occuparmi; poi scendo nel dettaglio e scaletto capitolo per capitolo, lasciando una certa “mobilità” in modo da poter spostare, aggiungere o cancellare scene/capitoli a seconda di quali idee emergeranno durante la fase di stesura vera e propria (perché molti guizzi narrativi arrivano quando uno meno se lo aspetta). A quel punto comincio a scrivere, con il “film” del libro ben chiaro in mente e nella scaletta, ma senza alcun vincolo imprescindibile e sempre pronto a ribaltare tutto, dovesse arrivare l’idea del secolo.

C’è il detto popolare che dietro a grandi uomini ci sono sempre grandi donne. In che misura Calpurnia, sua moglie, l’ha sostenuto e ha contribuito al suo successo? Era un personaggio altrettanto interessante quanto Cesare?

R: Ho cercato, per quanto possibile, di dare un ruolo anche a Calpurnia, perché quel detto che citi credo sia un’importante realtà di gran parte della Storia. Per tutti i personaggi storici di cui ho scritto, da Nerone a Caligola, da Carlo Magno a Gengis Khan, le donne non solo hanno svolto ruoli importanti dietro le quinte, ma spesso sono state il vero motore (emotivo, fisico, psicologico) che ha permesso a questi uomini di diventare dei Grandi della Storia, nel bene o nel male. Nel caso specifico di questo romanzo era un po’ più complicato dare il giusto peso alle donne di Cesare (non solo a Calpurnia), perché parlo essenzialmente di una spedizione di conquista in un territorio ostile, in cui Cesare era impegnato con l’esercito, però qualche scena importante sono riuscito a inserirla, soprattutto per mantenere un contatto diretto fra il Cesare guerriero e conquistatore e quello legato ai fatti politici, economici e relazionali che lo vedevano proteso verso Roma. Calpurnia, in questo senso, è stata preziosa.

Come è nato il tuo amore per la storia romana e in che misura ritieni il sogno di civiltà, di conquista e di progresso che incarnava siano sopravvissuti nel tempo?

R: Nasce dal fatto che ancora oggi è impossibile non rendersi conto di quanto siano stati avanti nei tempi gli antichi romani, sotto tutti i punti di vista: legislativi, militari, sociali, artistici, culturali. Un esempio fulgido di cosa, ancora oggi, potrebbe funzionare bene e cosa sarebbe meglio evitare, anche se ben pochi dei contemporanei, politici soprattutto, se ne rende conto. Faccio un solo esempio. Leggi questa frase: “I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di ben pubblici nelle ricchezze e negli onori”. Non è stata scritta da qualche giornalista per commentare i misfatti di Roma capitale o qualche magagna politica d’oggi, bensì da Catone duemila anni fa. Non è cambiato molto, mi pare…

Credo sia emerso anche dalla mia recensione, ho trovato il romanzo particolarmente riuscito e soprattutto sorretto da una idea precisa che lo distingue da altre opere, dare vita ai pensieri, alle emozioni, ai sogni, di un personaggio sicuramente unico nella storia romana che aveva intuito che la fine di Roma sarebbe arrivata dai barbari del nord. Precorse i tempi con la sua campagna che arrivò fino alla Britannia?

R: Da una parte sicuramente sì, perché ci vuole una mente aperta, una capacità di visione verso il domani che poche persone hanno, soprattutto quando calate in un contesto così stringente come quello delle epoche più antiche, in cui la lotta per la sopravvivenza quotidiana prendeva il sopravvento su possibili visioni per il futuro. Cesare aveva la sua visione, ma in realtà era molto legata a ciò che desiderava ottenere sul piano personale; se poi fosse anche in relazione con le “opere” che averebbe voluto mettere in campo per Roma, il suo popolo e il suo futuro, è un po’ più complicato da comprendere. Ma di sicuro non gli mancavano alcuni elementi fondamentali per distinguere l’uomo comune da quello che ha qualcosa in più: il coraggio, la determinazione, la curiosità, il desiderio di dominare il futuro, anziché lasciarsi sopraffare dagli eventi. Per questo quella che era cominciata come una campagna di difesa di alcune popolazioni alleate con Roma si trasformò ben preso in una delle più epiche campagne di conquista di tutti i tempi: perché le pulsioni che animavano Cesare lo spingevano ad andare sempre un po’ più in là, a spingere la testa oltre l’angolo per capire che cosa ci potesse essere, quale nuova opportunità un uomo con le sue capacità avrebbe potuto conquistare.

Cesare non fu solo un condottiero e uno stratega, si interessò di stilare mappe precise per i commercianti, conoscere dei popoli che conquistava usi e costumi, valutare risorse e ricchezze del sottosuolo, e amava l’avventura. Insomma aveva qualità che ne facevano anche uno studioso, oltre che un rozzo soldato temprato dalla dura vita militare?

R: Sì, come ho già detto era un uomo curioso, votato all’avventura, ma mai fine a se stessa. Così nel De bello gallico si trovano dei passi meravigliosi, in cui viene rivelata la flora e la fauna della Gallia e della Germania di quell’epoca, mischiando resoconti veritieri con altri più di fantasia, che trasmettevano quel senso del meraviglioso che duemila anni fa era all’ordine del giorno, visto che gran parte del mondo era del tutto sconosciuto. Diciamo che difficilmente Cesare ha sottratto tempo alle sue strategie militari e all’impegno profuso per tenere testa ai brutali galli, ai temibili germani e ai misteriosi britanni per mettersi a fare il cartografo e l’enciclopedico, però di sicuro è riuscito a raccogliere materiale interessante da trasmettere a Roma e ai posteri, per dare maggiore consistenza alla sua impresa e renderla indimenticabile per tutti.

Parlaci degli altri personaggi. Cesare se aveva un dono era quello di conoscere le persone e di circondarsi di fedelissimi che letteralmente lo seguirono fino in capo al mondo. Oltre che abile nel comando, sapeva farsi rispettare e amare. Era un dono naturale, dovuto alla sua personalità poliedrica, o era un qualcosa che aveva affinato nel tempo?

R: Credo fosse parte della sua natura, della sua personalità: riuscire a capire gli altri per portarli dalla sua parte, oppure per metterli spalle al muro quando non era possibile farseli amici. Nessuno ha potuto resistere alla sua ascesa anche per questo motivo. Sapeva circondarsi di persone valide che però lo rispettavano e riconoscevano il suo primato, e non aveva paura a mischiarsi con i suoi soldati, combattendo accanto a loro e chiamandoli commilitoni, per far capire a tutti che in battaglia non esistevano distinzioni di grado, se non per poter disciplinare la catena di diffusione degli ordini. E grazie a questo, al fatto che non ha mai esitato a mettere in pericolo la sua stessa vita pur di dare sostegno ai suoi uomini, è riuscito a legare a sé intere legioni, che poi gli hanno consentito di dare inizio alla guerra civile che l’ha portato a conquistare il potere assoluto.

Ci sono progetti di traduzioni all’estero?

R: Sì, come per tutti i miei libri ci sono già proposte che stiamo vagliando con il mio agente, Piergiorgio Nicolazzini. Quando arriveranno le versioni tradotte sarà mia cura darne notizia sui social.

Nel ringraziarti per la tua disponibilità come ultima domanda ti chiederei quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai scrivendo un nuovo libro?

R: Sì, in verità sono già immerso nel prossimo, che riguarderà ancora Roma antica, per la precisione il periodo appena precedente questa spedizione in Gallia di Cesare, in cui però i veri protagonisti saranno altri due uomini formidabili e controversi a modo loro: Cicerone e Catilina. Descriverò i subbugli dovuti alla famosa congiura nell’anno del consolato di Cicerone, che rivelò con chiarezza i sintomi dell’inevitabile declino della Repubblica romana.

:: La gentile di Roberta Lepri (Voland 2024) a cura di Giulietta Iannone

15 settembre 2024

Alice Hallgarten, personaggio realmente esistito di cui a giugno si è festeggiato il 150° anniversario dalla nascita, è al centro del nuovo romanzo storico di Roberta Lepri, dal titolo La gentile, edito da Voland. Alice Hallgarten nacque a New York il 23 giugno del 1874 da una ricca coppia di ebrei askenaziti d’origine tedesca, dediti a opere filantropiche e di assistenza che giudicavano giusto usare i loro soldi anche per fare del bene al prossimo. E sopprattutto che pensavano che anche le donne possono lavorare, guadagnare ed essere indipendenti. Anche Alice erediterà questa caratteristica di famiglia e quando arriva in Italia incontra e sposa il barone Leopoldo Franchetti, anche lui ebreo ma di origine sefardita, grande latifondista e deputato del Regno molto più anziano di lei, proprietario di centinaia di ettari di terre nell’alta valle del Tevere ed esperto della questione meridionale italiana, e lo convincerà a sovvenzionare una scuola gratuita per i figli dei contadini, certa che dall’istruzione e dal lavoro nasce l’emancipazione e il miglioramento sociale, sollievo dal degrado e lo sfruttamento. Da qui la storia della Lepri ci fa conoscere Ester, povera figlia di ebrei convertiti, giudea per metà, ma la cosa doveva restare segreta, la “gentile” del titolo che prova dolore per la compassione che la baronessa le tributa. Ester sogna di diventare insegnante e abbandonare così la dura e faticosa vita della servitù e dei campi, ma nulla andrà come previsto: Ester lascia la scuola, ormai sa leggere, scrivere, fare di conto e ha un lavoro, l’ombrellaia, l’ombrellaia più brava dell’Umbria come diceva suo padre e si sposa. Alice e cagionevole di salute ma non si arrende alla malattia e per combatterla si occupa del lavoro femminile, le donne hanno il loro libretto di lavoro, e vengono pagate. Hanno un libretto di risparmio alla Cassa di Risparmio di Perugia e sono autonome e indipendenti dai mariti. Poi il progetto della Tela Umbra l’appassiona, tessuti pregiati che faranno dell’Umbria un centro di sviluppo. Ma la salute di Alice peggiora e ben presto muore lasciando Ester in balia di forze più grandi di lei. Amore e odio, speranza e tragedia, sono le forze telluriche che muovono le sorti dei personaggi, oltre all’uneluttabilità del destino e i limiti della filantropia, che ben poco può contro strutture sociali antiquate e che premiano solo il più economicamente forte. Un romanzo colto, appassionato, scritto con una lingua felice, dalla sicura struttura narrativa. Femminista nello spirito e combattivo. Roberta Lepri è brava ed è riuscita a scrivere un romanzo che non è un’agiografia dell’Hallgarten, ma nello stesso tempo aiuta a capire tematiche sociali e politiche importanti, moderne ancora oggi. Alice Hallgarten morì nel 1911 a soli 37 anni. Il marito non le sopravvisse e si uccise lasciando tutte le sue ingenti ricchezze, con annesse la scuola e il laboratorio tessile, ai contadini che lavoravano le sue terre.

ROBERTA LEPRI nata a Città di Castello nel 1965, vive in Maremma. Dal 2003, ha scritto dieci romanzi e una raccolta di racconti. Con Voland ha pubblicato Hai presente Liam Neeson? (2021) e Dna chef (2023), vincitore del Premio Letterario Chianti 2024.

:: Hong Ying: una scrittrice dalle rive dello Yangtze

15 settembre 2024

Hong Ying è cresciuta sulle rive dello Yangtze. Attualmente vive tra Londra e Pechino. Narratrice, poetessa e autrice di una fortunata autobiografia, La figlia del fiume.

I ricordi della seta

È l’alba e il battello fende le placide acque dello Yangtze. La rugiada riflette in milioni di gocce la luce di un pallido sole. Mentre le anatre selvatiche si alzano in volo, Hong Ying lascia la sponda del fiume e comincia a correre. Questo è l’ultimo tratto del viaggio che l’ha riportata nella natia Chongqing, il più doloroso. Perché sta correndo verso il capezzale della madre.
Una madre adorata, ma allo stesso tempo fredda e distante. Forse troppo impaurita dal fare anche solo una carezza alla figlia di un amore proibito. Un amore che ha sfidato tutte le convenzioni imposte dalla Rivoluzione Culturale cinese, ma a cui ha dovuto rinunciare per la famiglia. Hong Ying non riesce ad arrivare in tempo, gli occhi della madre si sono chiusi per sempre. Ma accarezzando il suo qipao di seta, ancora pervaso del suo delicato profumo, sente i ricordi dell’amore e delle ombre che si sono accumulati nel suo cuore. Ombre che riguardano i segreti della sua famiglia, ma che l’amore può trasformare in lucenti perle che risplendono nel futuro.
Questa è la storia di una figlia illegittima, del suo amore disperato per la madre, di legami contraddittori e inscindibili. È una grande epopea contemporanea, animata dalle innumerevoli voci di personaggi profondamente umani. Perché l’amore e la radice ultima della pace interiore si trovano nell’umano perdono.
Hong Ying, una delle più grandi scrittrici cinesi, si è fatta conoscere al mondo occidentale dopo aver vinto molti premi ed essere diventata una delle stelle più brillanti nel firmamento della grande letteratura contemporanea. Dopo Figlia del fiume, ritorna a Chongqing, alle sue radici, alla sua storia. Quella di una donna ribelle eppure fragile come un piccolo fiore color porpora.

La donna vestita di rugiada

Shanghai, 1941. I giornalisti si affollano ai piedi della grande scalinata di marmo del Park Hotel, l’albergo più lussuoso della città. Una donna vestita di un lungo abito di seta così cangiante e impalpabile da sembrare fatto di gocce d’acqua, scende lentamente i gradini, illuminata dai flash dei fotografi. Yu Qin, la grande attrice e cantante, è tornata in patria dopo una lunga assenza e il suo rientro sulle scene di Shanghai è l’evento più atteso del momento. Ma Yu Qin non è solo la stella più splendida del firmamento teatrale d’Oriente. Nel suo passato si nasconde un segreto. Un segreto che risale a molti anni fa, quando Yu Qin era solo una bambina rimasta tragicamente orfana. Il suo padre adottivo, Fred Hubert, un libraio franco americano, l’ha allevata con un preciso scopo: lavorare, come lui, per i servizi segreti americani. Grazie ai suoi insegnamenti Yu Qin è diventata una spia pericolosa e letale. Adesso che ha terminato l’addestramento a Hong Kong è arrivato il suo momento, la missione più importante: scoprire i piani di attacco giapponesi. Il destino del conflitto mondiale è nelle sue mani, e per portarlo a termine deve usare tutta l’astuzia e le armi di seduzione di cui è capace. Ma il compito si rivela più difficile del previsto, perché il cuore di Yu Qin batte ancora per la sua patria, la Cina, e lei è disposta a tutto, anche a sacrificare sé stessa pur di salvarla.

La regina di Shanghai

1907. L’alba illumina un piccolo villaggio sullo Yangtze. La quindicenne Yuegui non ha dormito tutta la notte, è rimasta sulla spiaggia ad aspettare con ansia la nascita del nuovo giorno: oggi la sua vita potrebbe cambiare per sempre. In paese è attesa la tenutaria del bordello più famoso di Shanghai: cerca giovani ragazze da istruire fino a renderle le concubine più ricercate della città. È l’occasione che Yuegui attende dall’età di sette anni, quando è rimasta orfana e ha giurato a sé stessa di fuggire dal duro lavoro nelle risaie. Ma a Shanghai il suo sogno si spezza in un istante: non potrà mai diventare concubina. Colpa di quel fisico così prorompente, lontano dai canoni di bellezza in auge in Cina. Una serva, occupata nei lavori più umili: è questo il suo destino. Almeno fino al giorno in cui il venerabile Chang Lixiong, capo della Triade, non si accorge di lei. Colpito dal suo sguardo spavaldo e dalle sue forme generose, Chang, dopo averla iniziata alle raffinate arti dell’erotismo, ne fa la sua concubina. Sotto la sua protezione Yuegui entra nei meandri più oscuri della malavita cinese, ne impara le dure regole e conosce i pericolosi intrighi tra mafia e politica. E alla fine, quando la città sembrerà voltarle le spalle ancora una volta, Yuegui troverà da sola la forza di riscattarsi. Saranno le sue doti amatorie e la sua personalità ad aprirle la strada fino a farla diventare la stella più splendente dell’Opera di Shanghai. Ora lei è la regina, la città è ai suoi piedi. Ma a quale prezzo?
Ispirandosi a un personaggio realmente esistito, La regina di Shanghai porta sulla scena la storia di un’eroina forte e appassionata, sensuale e determinata, trascinando il lettore in un vortice di passioni dirompenti e intrighi politici sullo sfondo dell’indimenticabile Shanghai del primo Novecento.

Gli amanti del tempio

Liu, affermata ricercatrice genetica, e suo marito Li sono dei privilegiati, fulgido esempio della nuova borghesia della Cina di oggi: prestigiosi studi all’estero, una bella casa, un vita in ascesa soprattutto da quando Li è stato nominato capo del progetto della Diga delle Tre Gole, nella remota Contea di Liang.
Una coppia all’apparenza perfetta, almeno fino al giorno in cui Liu riceve una telefonata misteriosa. Una voce femminile afferma di dover consegnare urgentemente un regalo, da parte di Li. Ma, alla vista del dono, un costoso profumo femminile, così lontano dalla fredda personalità di Li, lo spettro del tradimento si insinua nella mente di Liu, che decide di partire immediatamente per raggiungerlo. Sulle sponde del fiume Yangtze, mentre fervono i lavori per la costruzione della diga, Liu s’imbatterà in verità sconvolgenti. Ma sarà l’incontro con l’enigmatico pittore Yueming a svelarle il passato segreto della sua famiglia e a darle una nuova consapevolezza del presente e di ciò che realmente sacrifichiamo sull’altare dello sviluppo industriale.

:: Marsiglia 1937 di Shanmei, a cura di Paola Rambaldi

13 settembre 2024

Marsiglia 1937 è una storia che evoca i noir di Simenon e i bei film con Jean Gabin, Marlene Dietrich, Humphrey Bogart e Lauren Bacall, ambientati negli anni ‘30. Stessi luoghi, stesse atmosfere.

André Durand, L’alsaziano, è un trentacinquenne biondastro dagli occhi chiari, che si è fatto da solo. Un duro, elegantemente vestito, che ha imparato presto a leggere, scrivere e far di conto per portare avanti le sue attività: un locale con annessa balera e un paio di negozi dislocati nella zona vecchia di Marsiglia, la partepiù malfamata della città.

Un posto rude e pericoloso come i luoghi in cui è cresciuto, dove vive gente brutta, sporca e cattiva che, come lui, ha già provato la galera per un furto, una spiata o per un colpo andato a male, ma che, come lui, non fa la spia e non tradisce i propri complici. Complici che, in cambio del suo silenzio, gli hanno tenuto da parte una ricca parte di bottino, con cui ha potuto rilevare le sue attività. Attività prettamente legali, anche se non disdegna di organizzare altri colpi come il prossimo che ha già in mente. Certo dopo la galera la polizia non ha mai smesso di tenerlo d’occhio e il commissario Pierre Marchal non gli dà tregua soprattutto per una vecchia ruggine che risale a quando erano giovani per colpa di una donna che non era neppure bella.

Intanto Marie Matignon, venticinque anni, arriva a Marsiglia in corriera per raggiungere l’anziana madre con gravi problemi di salute. Una madre anaffettiva che non l’ha mai amata, che l’ha chiamata solo perché non è più in grado di pagarsi le medicine e che vuole che trovi immediatamente un lavoro sul posto per mantenerla.

“So che sei un’inetta, un’incapace, non sai fare nulla, neanche trovarti un marito a 25 anni suonati, ma devi trovarti un lavoro. Abbiamo bisogno di soldi. Le medicine costano e io sono quasi sempre a letto. Esci e vai, finché non hai trovato un lavoro, non tornare”.

Marie è alta, magra, poco vistosa, povera ma elegante. Non indossa gioielli anche perché non ne ha i mezzi. Marsiglia non le piace, ne detesta lo squallore, ma ora sarà costretta a bussare a tutte le porte per elemosinare un lavoro. E sarà proprio André a darle da lavorare. Nel suo locale cercano una guardarobiera. André osserva Marie con occhio critico. Non la trova bella ma è elegante e ha qualcosa di misterioso che l’attira. Al lavoro poi se la cava, è veloce e sorride ai clienti.

Marie è consapevole di essere in un locale equivoco ma ha troppo bisogno di soldi per pensarci. Intanto sua madre muore, il colpo che André aveva in mente comincia a presentare qualche problema e l’attuale amante Jojo non è per nulla contenta dell’arrivo della nuova guardarobiera, per non parlare del commissario Marchal che continua a tenerli d’occhio. Cosa succederà?

Mentre leggi Marsiglia 1937 ti scorrono davanti le immagini del film in bianco e nero che l’autrice ha abilmente confezionato. Una scrittura essenziale dove tutto è descritto in frasi asciutte con colpi di scena rarefatti in favore dell’atmosfera.

:: Libri ambientati a Shanghai, la Parigi d’Oriente

13 settembre 2024

Tanti davvero sono i libri ambientati a Shanghai, città portuale del sud della Cina che sin dalle Guerre dell’Oppio ha attirato le mire delle potenze occidentali che ne fecero il punto nevralgico dei loro traffici, inaugurando in seguito alla firma dei Trattati ineguali la celebre Concessione internazionale. Bagnata dal fiume Huangpu, situata sul delta del Fiume Azzurro, Shanghai è una città cosmopolita e internazionale dedita non solo agli affari ma anche al divertimento. La vita notturna di Shanghai è celebre dall’età del jazz in poi. La sua natura internazionale e accogliente ospitò poi negli anni profughi provenienti da ogni paese, soprattutto ebrei e nobili russi rovinati dalla Rivoluzione d’ottobre, che cercavano una via di riscatto o anche solo di mera sopravvivenza. Nel corso del Novecento drammatiche furono le conseguenze poi dell’occupazione giapponese durante la guerra sino-giapponese che si protrasse dal 1937 al 1945, con la sconfitta del Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale, e infine la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949. Molti sono i libri ambientati a Shanghai come vi dicevo, ve ne segnalerò alcuni tra i tanti da me letti e inizierei con Shanghai Surprise di Tony Kenrick, a cui sono molto affezionata, divertente libro forse famoso anche grazie al film con interpreti Madonna e Sean Penn. Poi molto bello Intrigo a Shanghai di Xiao Bai, edito da Sellerio, dove amore e spionaggio si intrecciano in una storia ricca di tensione e di mistero. Da leggere Shanghai di Riichi Yokomitzu edito da Asiasphere che ci porta nella vita notturna di Shanghai tra locali notturni e centri massaggio. La biografa e romanziera Jung Chang ha dedicato poi un bel libro, edito da Longanesi, dal titolo Le signore di Shanghai. Le tre sorelle che cambiarono la Cina, a tre delle donne più importanti e influenti dietro a Chiang Kai-shek e Sun Yat-sen, fondatore e padre della Repubblica cinese. Famose le storie del poliziotto Chen Cao, di Qiu Xiaolong sempre ambientate a Shanghai che ho abbondantemente recensito su questo blog, e infine Le ragazze di Shanghai e Le perle del drago verde, di Lisa See.

:: L’alba di Cesare di Franco Forte (Mondadori, 2024) a cura di Giulietta Iannone

12 settembre 2024

Conosciamo il De bello gallico, unica fonte su cui si è basato Franco Forte per la stesura del romanzo L’alba di Cesare, edito da Mondadori, dai banchi di scuola, forse gioivamo nei compiti in classe quando c’era una sua traduzione perchè era semplice, non come l’aborrito Seneca, pieno di metafore filosofiche involute e oscure e soprattutto di non limpida interpretazione. Gaio Giulio Cesare, o chi per lui trascriveva le sue cronache dalla Gallia, usava una lingua schietta, semplice, facilmente comprensibile, immediata, fatta per essere tramandata ai posteri. E non raccontava solo di battaglie, assedi, massacri, ma anche di popoli, usi e costumi, anticipando quella ricerca e attenzione antropologica comune a noi moderni. Perchè Cesare, uso a comandare, perse, si fa per dire, tempo a scrivere nelle pause dei combattimenti, che furono sanguinosi e spietati? perchè aveva capito, con la sua grande intelligenza da fine stratega, che il potere si ammanta di leggenda, di gesti eclatanti e simbolici, che buoni biografi tramanderanno nei secoli le gesta, forse anche in realtà anche poco nobili, di chi dietro intrallazzi e cospirazioni, e la sua leggendaria rete di spie, si costruiva la fama di eroe. Fece un uso strumentale del De bello gallico? Forse sì serviva ai suoi scopi, ammantare di leggenda imprese guerresche che causarono la morte di tanti innocenti, che portarono alla schiavitù genti indomite e coraggiose, che in realtà premevano da nord e se non domate avrebbero potuto giungere fino a Roma. Cesare voleva il potere, nel triunvirato composto anche da Marco Licinio Crasso e Gneo Pompeo Magno era il solo con una visione futura, sebbene fosse il Senato l’apparente detentore del potere in una Roma repubblicana, checchè ne dicesse Cicerone dal suo esilio. O Roma tramite le sue legioni si difendeva dai popoli barbari in fermento che la circondavo o sarebbe perita, con il suo sogno di grandezza e di civiltà. Cesare combattè i Galli appellandosi alle richieste di aiuto provenienti dagli alleati di Roma, per conquistare terre e popoli da assoggettare all’Urbe, per accrescere venalmente le sue ricchezze, la sua potenza militare, il suo prestigio, essendo il punto debole del triunvirato: non aveva il denaro di Crasso, né i successi militari di Pompeo. Sebbene non si fidasse né dell’uno nè dell’altro era troppo scaltro per non intessere con loro legami di interessi e parentele ma erano di fatto i suoi nemici più prossimi. Perchè mentre lui combatteva nelle Gallie il vero scontro era all’Urbe. Cesare incarnò coi suoi pregi e i suoi difetti, coi suoi sogni, questo ideale di grandezza e fu molto amato sia dai suoi uomini, si circondò sempre da fedelissimi pronti a morire per lui, che dal popolo minuto e forse anche per allontanarlo da Roma, e da questa venerazione, fu mandato a combattere nelle Gallie, lontano dal centro del potere che speravano di spartirsi Crasso e Pompeo. Ma Cesare fece di questa guerra, otto anni di polvere, sudore, ferro e sangue, pianificata in ogni minimo dettaglio, il suo trampolino di lancio, il suo asso nella manica, e gli andò bene. Il suo azzardo gli consentì di conquistarsi la gloria di cui aveva bisogno per tornare a Roma in trionfo, portando Vercingetorige in catene. Dopo tanti anni trascorsi nelle tende pretorie e sui campi di battaglia, temprato dalla dura vita militare. Trionfò infatti e si sa la storia ama i vincitori, e per vincere fu anche necessaria una dose di coraggio e di spregiudicatezza che lo contraddistinse. Franco Forte, da fine storico e profondo conoscitore della storia romana, dei suoi usi, dei suoi costumi, dei suoi vizi, delle sue virtù, dipinge un affresco realistico e appassionante di un mondo scomparso ma ancora attuale con il suo lusso, i suoi privilegi, la sua saggezza, la sua crudeltà. La metafora del potere perseguito con ogni mezzo è un qualcosa che ci coinvolge ancora oggi, sebbene oggi forse non esiste più un condottiero della tempra di Cesare, e forse non è mai esistito. Franco Forte lo studia, in ogni piega del suoi essere, scrutandone anche i pensieri, i sentimenti, e fa vivere un personaggio di carne, di ossa e di sangue, non immune da qualche fragilità (gli attacchi del male oscuro, o crisi epilettiche lo rendono vulnerabile) che teneva ben celata ma che forse era la sua vera forza, la potenza dei sogni e delle aspirazioni più segrete e intime. Franco forte è uno scrittore di ampio respiro, ama gli affreschi grandiosi, le gesta eroiche, i chiaroscuri che ammantarno le grandi personalità della storia e cerca di carpire a Cesare il suo segreto. Ci sarà riuscito? A voi lettori la risposta.

Franco Forte è direttore delle collane Giallo Mondadori, Segretissimo e Urania. Per Mondadori ha pubblicato, tra gli altri, Karolus, L’uranio di Mussolini, La bambina e il nazista, Carthago, Roma in fiamme, Cesare l’immortale e Cesare il conquistatore e la serie dedicata ai sette re di Roma.

:: “Il soprannaturale in san Giovanni Paolo II” di Giuseppe Portale (Edizioni Segno), a cura di Daniela Distefano

11 settembre 2024

Karol Wojtyla – questo il nome secolare del compianto Pontefice, oggi Santo, prima che venisse innalzato al Soglio di Pietro il 16 ottobre 1978 – è stato il primo Papa venuto dall’Europa Orientale. Con lui la Chiesa è divenuta davvero “universale”. Oggi, purtroppo, con la guerra in Ucraina si parla ancora una volta di “blocchi contrapposti”. Il Papa polacco non fu mai un Papa “straniero”. Con Giovanni Paolo II il Cristianesimo è tornato vivo come ai suoi albori e, nello stesso tempo, vicino agli uomini nostri contemporanei. Sin dalle prime mosse del suo pontificato, il Santo Wojtyla ha pensato soprattutto alla rievangelizzazione delle società fortemente secolarizzate. Le sue prime parole da Papa, possono essere veramente considerate come il grande manifesto di tutto il suo magistero: ”Non abbiate paura;aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo”, ripeteva di continuo, in particolare ai giovani. Un Papa ecumenico ( il “Papa del dialogo”), con precedenti sportivi, operaio, prete colto, anticonformista, che non gradendo il rigido protocollo vaticano, destò subito l’affetto del mondo dei fedeli e anche di quello laico. Colpisce, poi, il fatto che egli sia venuto da un Paese dell’Est: quella tanto martoriata Polonia nella quale professarsi cristiano, dinanzi al sistema sovietico, richiedeva grande fede e altrettanto coraggio.

Giovanni Paolo II è stato il Papa viaggiatore, i suoi pellegrinaggi lo hanno portato in terre lontane. Ha compiuto per ben trenta volte il giro del mondo. Anche anziano e malato, verso gli ultimi anni della sua vita, il Papa polacco divenuto internazionale, non rinunciò a compiere i suoi viaggi apostolici, seppur faticosi e impegnativi.

Il suo Pensiero era nutrito di Fede e Sapienza. Come affermato da Wojtyla nell’enciclica “Veritatis Splendor”, la libertà non è pensabile se non in vista della verità, anzi la libertà è se stessa nella misura in cui realizza la verità sul bene. Insomma, la verità è oggettiva ed assoluta, in quanto rappresentata da una persona: Gesù Cristo, che ha redento l’intera umanità con la Sua Morte e Resurrezione, dando a tutti la possibilità di emanciparsi dal peccato commesso dai nostri “progenitori Adamo ed Eva”. Dunque, il compito dell’umanità, dei credenti e dei non credenti, è quello di tornare a Cristo.

Uno dei fatti più eclatanti e misteriosi, dove si rivela già un qualcosa di soprannaturale nella vita del Santo Papa Giovanni Paolo II è, certamente, quello dell’attentato alla sua vita avvenuto in Piazza San Pietro nel pomeriggio di mercoledì 13 maggio 1981. Quando il killer Alì Agca sparò al Sommo Pontefice a distanza ravvicinata, la mano della Vergine Maria deviò la pallottola.

Resta nella memoria il toccante incontro in carcere tra Wojtyla e l’uomo che aveva cercato di ucciderlo, il quale non gli chiese nemmeno perdono, ma mosso da curiosità cercò di sapere come mai il Santo Padre non fosse stato colpito in parti vitali: eppure lui aveva mirato giusto! Se fosse vero, cioè, che egli, Papa Wjotyla, godesse della protezione della Madonna. Nonostante la mancata richiesta di perdono, il Papa fu generoso e lo abbracciò lo stesso.

Giovanni Paolo II era informatissimo sul “Problema” in Sicilia, una terra che pagò, in quegli anni, un prezzo altissimo in vite umane cercando di opporsi ad una mafia violenta che non risparmiava nessuno. La risposta della mafia al discorso del Papa nella Valle dei Templi di Agrigento non si fece attendere. La sera di mercoledì 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno, infatti, il parroco di San Gaetano, nel popoloso quartiere di Brancaccio, a Palermo, don Pino Puglisi, fu ucciso con un colpo alla nuca da un gruppo di killer davanti il portone di casa.

Il Sommo Pontefice intervenne la mattina del giorno dei funerali, e chiese a San Francesco: ”Agli offesi da ogni genere di cattiveria comunica la tua gioia di saper perdonare, a tutti i crocifissi dalla sofferenza, dalla fame e dalla guerra riapri le porte della speranza.

La Devozione Mariana – La Santa Vergine Maria è stata costante figura di riferimento della sua spiritualità e del suo magistero. Cominciò ad amare la Madonna sin da quando era bambino. Nel 1929, ad appena nove anni, rimase orfano della madre. Imparò a recitare il Rosario dal padre. Gli albori del futuro Totus Tuus, quale divenne per Amore di Maria Santissima.

San Giovanni Paolo II per me, e per molti ragazzi e ragazze cresciuti alla scuola dei suoi occhi dolci e della sua voce musicale, è stato semplicemente un nonno, il Nonno di tutti i bambini, dei ragazzini, delle fanciulle che vedevano nei suoi insegnamenti un modo per avvicinarsi a Gesù e a Maria Santissima. Per questo oggi lo rimpiangiamo mentre con singulti dell’anima preghiamo che interceda per noi dal Cielo. Che ci doni una Chiesa non più così secolare, ma come quella delle origini.

Papa Wojtyla è morto la sera del 2 aprile 2005, guardando la finestra, raccolto in preghiera. Innumerevoli furono i casi segnalati di miracoli per intercessione del Santo Padre. Santo subito, il grido unanime.

Da quella finestra ci affacciamo noi adesso e guardiamo in sù per leggervi una scritta formata da catene di nuvole: “Non abbiate paura!”.

:: La torre delle tenebre di Paul Harding, (Mondadori 2024) a cura di Patrizia Debicke

11 settembre 2024

Febbraio, 1381. Londra è stretta nella gelida morsa di uno degli inverni più rigidi mai registrati e le tasse sempre crescenti pretese dal Reggente, Giovanni di Gand, per conto del re quattordicenne Riccardo II stanno facendo montare il risentimento tra gli strati più poveri della città guidati dal segreto esercito degli Uomini Retti.
A The Candle Flame, la grande e lussuosa taverna cittadina di Southwark che sorgeva sulla sponda del fiume famosa per i grotteschi frontoni con figure scolpite di satiri e scimmie ghignanti, maestoso edificio ingrandito grazie ai guadagni dell’oste, Simon Thorne, nella recente guerra in Francia, grandi fuochi generosamente riforniti di legna dai servitori riuscivano a fatica a stiepidire l’aria degli stanzoni.
Comunque la Candle Frame doveva la sua fama oltre al suo magnifico aspetto, agli alloggi e alla fastosa cucina offerta agli avventori, anche al Barbican la torre a due piani in pietra grigia che si ergeva solitaria e minacciosa sulla Palisade, ampia distesa di terra incolta a est dell’ edificio. La Palisade usata anche come luogo di esecuzioni per Southwark e la forca e il ceppo erano piazzate proprio vicino al Barbican.
Il 13 febbraio lo spietato esattore della tasse Edward Marsen si era presentato alla taverna e dopo aver chiesto il meglio per sé e i suoi, aveva preso alloggio nel Barbican con Mauclerc il suo scriba e Hugh di Hornsey, un capitano degli arcieri, e cinque uomini al suo servizio. Poi aveva sollecitato il meglio all’oste, il cibo più esclusivo, insomma solo piatti sopraffini accompagnati dalla birra di produzione propria della Candle Frame, famosa per l’eccellente gusto e la gradazione.
Marsen era il responsabile della riscossione del testatico ( forma di imposizione fiscale a testa, cioè a persona, dei padroni sui servi poi, e nelle signorie territoriali, anche cittadini per la protezione del signore), lungo l’argine sud del Tamigi per conto dell’autoproclamatosi reggente, Giovanni di Gand.
Odiato pertanto da tutta la gente della zona per le sue ripetute e continue vessazioni , non era che un crudele e spietato pirata di terra al quale nessuno osava mai opporsi. Horne aveva affidato allo stalliere Monncalf il compito di svegliare Marsen e lo scriba dopo le loro notti dedicate a ripetute gozzoviglie condite da sbornie e libidine con le prostitute del postribolo cittadino.
Ma presto, ma non troppo per timore di essere male accolto dai crapuloni, la mattina del 17 Mooncalf scoprirà all’esterno della torre i cadaveri di due arcieri di guardia abbandonati vicino alle poche braci di un fuoco morente uccisi da due dardi piumati. Busserà freneticamente, ma nessun segno di vita in risposta proviene dall’interno e tutti gli accessi a Barbican sono sprangati. Dopo aver chiamato in soccorso il padrone, il taverniere, che stava ancora dormendo, insieme servendosi di una lunga scala riusciranno ad accedere all’interno tramite una finestra del piano superiore e scopriranno un tremendo e sanguinoso spettacolo. Marsen e Mauclerc lo scriba sono stati brutalmente assassinati, come pure le due prostitute con cui si stavano intrattenendo. La prima con una stoccata al cuore mentre la seconda presenta un orrido squarcio alla gola. E scendendo attraverso una botola troveranno al piano inferiore morti e in un lago di sangue anche gli altri tre uomini della scorta alloggiati al piano di sotto . Solo il capitano degli arcieri, tutti assassinati, risulta scomparso e il contenuto nel forziere di ferro dell’esattore, un cospicuo bottino in oro e argento, frutto delle imposte, è stato rubato. Un riquadro di pergamena lasciato appeso a una finestra mostra lo stesso minaccioso messaggio lasciato da tale Beowulf, l’abile assassino che si serve del nome famoso eroe sassone e con il quale ha già colpito più volte giurando vendetta contro la reggenza.
Convocato immediatamente sul posto dal coroner e suo protettore sir John Cranston, Fratello Athelstan, parroco della chiesa di St Erconwald e che già in passato ha aiutato in altri difficili casi di omicidio, durante l’ispezione sul luogo dei delitti, troverà un guanto d’arme e una maglia metallica che sembra essere stata lubrificata… A chi appartiene? E perché mai si trova là ? E visto che accessi e finestre sono sbarrati come ha fatto l’assassino a penetrare nella stanza chiusa ?… E soprattutto dove si nasconde Hugh di Hornsey, il capitano degli arcieri ?
Ma su immediato ordine del furioso e sconvolto Giovanni di Gand, che ha avuto resoconto della scena degna dei peggiori gironi dell’inferno e del suo braccio religioso il magister secretorum Mastro Thibault, Fratello Athlestan, riceverà mandato di indagare fino in fondo e scoprire chi sia stato e come sia stato possibile perpetrare una tale macabra carneficina. Per di più il reggente e i suoi più fedeli collaboratori sono già stati messi in guardia delle voci sulla presenza di una spia francese che da tempo starebbe operando lungo le rive del Tamigi, registrando per i suoi lontani padroni in Francia, al Louvre, lo stato e le debolezze delle difese inglesi.
Ancora una volta il nostro parroco investigatore Athelstan e il coroner sir John Cranston si preparano “a immergersi nella orrenda e viscida palude del delitto.” In un momento storico particolare in cui la rivolta guidati dagli Uomini Retti e dai Vermi della Terra nutre e rafforza giorno dopo giorno l’odio crescente nei confronti di Giovanni di Gand. Non solo perché anche la carneficina attorno alla Candle Frame pare non volersi fermare … E i cittadini hanno cominciato a fuggire lontano da Londra per scampare alla morte.
Davanti a tanti inquietanti segni della presenza del male legato al torbido mondo dell’omicidio, dove l’oscurità cambia costantemente e poi nessuno è chi o cosa sembra davvero, ci sarà solo l’acume di una persona su cui fare affidamento: quello del Frate domenicano Athelstan.
Perfetta la ricostruzione storico ambientale che consente al lettore di proiettarsi mani e piedi nella Londra del XIV secolo.

Paul Harding, pseudonimo dello scrittore Paul Doherty, è nato a Middlesborough nel 1946. Ha studiato alla Woodcote Hall e si è specializzato in storia nelle università di Liverpool e Oxford. Vive in Inghilterra ed è un maestro del giallo d’ambientazione storica. Tra i secoli XIV e il XV si svolgono le vicende del frate domenicano Athelstan, del coroner Sir John Cranston e del medico ed erborista di Canterbury Kathryn Swinbrooke.

:: Casablanca di Michael Curtiz a cura di Giulietta Iannone

9 settembre 2024
LOS ANGELES – 1942: A movie still of Humphrey Bogart and Dooley Wilson on the set of the Warner Bros classic film ‘Casablanca’ in 1942 in Los Angeles, California. (Photo by Michael Ochs Archives/Getty Images)

Rivedendo vecchi film noir per le mie ricerche ho trovato nella mia collezione di DVD Casablanca di Michael Curtiz film iconico del 1942 tratto dall’opera teatrale Everybody Comes to Rick’s di Murray Burnett e Joan Alison e interpretato da Humphrey Bogart, Ingrid Bergman e Paul Henreid. Rick Blaine, avventuriero ed ex contrabbandiere d’armi dalla Spagna alla Cina, che non può tornare negli Stati Uniti per imprecisati motivi, gestisce a Casablanca un locale notturno, il Rick’s Café Américain, meta di ogni genere di individuo, soprattutto profughi in cerca di una lettera di trasito per lasciare Casablanca e andare nella “libera” America. Una sera entra fortuitamente in possesso di due lettere di transito che valgono una fortuna, e subito pensa di usarle per sè, poi il destino fa entrare nel locale una coppia alla ricerca anch’essa di lettere di transito: Ilsa Lund, un antico amore di Rick, e Victor Laszlo, eroe della resistenza antinazista sfuggito rocambolescamente da un campo di concentramento. Si scoprirà ben presto che Ilsa e Laszlo sono marito e moglie e che Ilsa abbandonandolo a Parigi all’arrivo in città dei nazisti, spezzandogli il cuore, lo fece non per un capriccio, ma per avere scoperto che il marito che credeva morto era in realtà vivo. A questo punto Rick deve decidere se salvare se stesso e la sua felicità, o sacrificarsi per il bene di una causa e di milioni di persone. Il cinico e disilluso Rick, la cui scorza è solo una maschera nata da una delusione d’amore, farà la scelta giusta e inaugurerà un’ improbabile amicizia con il capitano Louis Renault, il funzionario francese corrotto della Repubblica collaborazionista e filo nazista di Vichy con cui batticecca per tutto il film. In breve la trama di un film complesso ed emozionante, emoziona ancora dopo tutti questi anni, e fa credere in una storia d’amore tanto improbabile quanto commovente, presentandoci un ampio ventaglio di comprimari tutti all’altezza del ruolo. Il neanche tanto velato patriottismo che avrebbe potuto farlo scadere in un film di mera propaganda bellica, qui funziona come motore di una storia in cui l’amore, il sacrificio di sè, il coraggio, la generosità d’animo, fanno da contraltare a un mondo spietato dove l’unica cosa che conta sono i soldi. Di ispirazione per tanti altri film e opere letterarie vive di battute che hanno fatto la storia del cinema, celeberrima poi la canzone As Time Goes By, cantata da Sam, Dooley Wilson. Da vedere e rivedere.

:: Finestra sul vuoto di Raymond Chandler (Adelphi 2024) a cura di Valerio Calzolaio

8 settembre 2024

Pasadena, California.
Decenni fa. Philip Marlowe, sigaretta spenta fra le labbra e cappello calcato sulla fronte, entra nella sontuosa residenza della ricca vedova Mrs. Elizabeth Murdock, che da una chaise-longue, mentre sbevacchia un bicchiere di porto dietro l’altro, lo incarica di indagare sulla misteriosa scomparsa di una moneta molto preziosa, il doblone Brasher. Si scatenerà una serie di omicidi comprensibili solo affrontando avidità, egoismo, accidia in un dissoluto mondo industriale e meccanico. Meriteranno infine una solitaria partita a scacchi.
L’immenso scrittore statunitense Raymond Chandler (Chicago, 1888 – San Diego, 1959) può essere letto sempre e ovunque. All’inizio non fu quasi mai ben tradotto, per varie ragioni culturali che meriterebbe una lunga assestante storia (il primo Mystfest del 1980 a Cattolica gli era dedicato). Adelphi sta meritoriamente ripubblicando e ritraducendo tutto. Finestra sul vuoto è il terzo splendido romanzo della serie, alta letteratura. Traduzione di Gianni Pannofino.

Scrittore statunitense di romanzi gialli e polizieschi, Raymond Thornton Chandler nasce a Chicago (Illinois) il giorno 23 luglio 1888. Si trasferisce in Gran Bretagna nel 1895, quando i genitori divorziano. Torna negli USA nel 1912. Non ancora ventenne, nel 1917 si arruola prima nell’esercito canadese, poi nella R.A.F. (Royal Air Force), combattendo la Prima guerra mondiale in Francia. Lavora saltuariamente come giornalista e corrispondente. Inizia a scrivere per guadagnarsi da vivere e, dopo una breve parentesi in cui lavora come operaio in campo petrolifero, pubblica il suo primo racconto all’età di quarantacinque anni, nel 1933, su “Black Mask Magazine”, rivista che pubblica storie di detective. Il suo primo romanzo si intitola “Il grande sonno”, e viene dato alle stampe nel 1939. Il suo talento viene a galla e la casa di produzione cinematografica Paramount, nel 1943 gli propone un contratto come sceneggiatore.

:: Gianni Simoni, un ricordo per lo scrittore bresciano, a cura di Viviana Filippini

7 settembre 2024

Nei giorni scorsi (il 3 settembre) è venuto a mancare Gianni Simoni, l’ex magistrato e giallista bresciano. Simoni l’ho conosciuto come scrittore per i suoi romanzi gialli spesso ambientati a Brescia, città che conosco perché  ho studiato lì e ora, spesso, la frequento per lavoro. I personaggi nati dalla penna  di Simoni furono la serie con protagonisti il commissario Miceli e l’ex-giudice Carlo Petri: con dodici romanzi. La seconda riguardava invece le indagini del commissario Lucchesi con sette titoli, l’ultimo  uscito nel 2019. Ricordo i suoi libri per quella capacità di coinvolgere il lettore dalla prima all’ultima pagina in intrecci narrativi ricchi di suspense e di colpi di scena. In realtà, ricordo Gianni Simoni, perchè alcuni anni fa, era il 2017 o 2018, presentammo insieme uno dei suoi ultimi romanzi, La chiave rubata e altre storie. Fu bello parlare del “fare” di Simoni come scrittore, del suo lavorare sì di fantasia,  ma con un punto fermo alla realtà e alla sua esperienza lavorativa passata. Ricordo che dietro quei folti baffi e occhiali che ammantavano il viso di Gianni di una profonda seriosità, scoprii davvero una persona piacevole, gentile, di grande competenza e entusiasmo per le storie che creava  e nelle quali si respirava aria di brescianità (comprese la classica nebbia e umidità). Di Gianni avrò un bel ricordo e mi piace pensare che il suo ricordo rivivrà, ogni volta che un nuovo lettore si approccerà ai suoi romanzi. Gianni Simoni era nato a Brescia nel 1938, e aveva vissuto per  quarant’anni a Milano come giudice istruttore portando avanti indagini attorno al mondo della criminalità organizzata, dell’eversione nera e del terrorismo.  Dal 1974 si era occupato di diversi processi per sequestro di persona, dei processi politici riguardanti le cellule bresciane legate alle Br e a Prima Linea e  negli anni ’80, come pubblico ministero alla Procura Generale di Milano nel carcere di Voghera. Su quest’ultima vicenda scrisse anche un libro con Giuliano Turone: “Il caffè di Sindona“.

:: Gianni Simoni (17 giugno 1938- 3 settembre 2024)

5 settembre 2024