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:: Morte all’Acropoli – Le indagini di Apollofane, Andrea Maggi (Garzanti, 2014) a cura di Giulietta Iannone

8 luglio 2014

indexPer gli amanti della Grecia classica, cultori del bello scrivere, cadenzato da digressioni colte, periodi ampi e ariosi, termini greci che pian piano diventano familiari, abituali, parte della nostra cultura e del nostro patrimonio di conoscenze, Garzanti ha appena pubblicato, dopo le fatiche del torneo Ioscrittore, Morte all’Acropoli Le indagini di Apollofane del pordenonese Andrea Maggi.
Un thriller storico, di impianto classico per stile e linguaggio, ambientato nell’Atene del IV secolo avanti Cristo, non l’Atene dell’Età dell’Oro di Pericle, ma l’Atene sulla via della decadenza, del tramonto della polis, della sconfitta militare, della crisi politica, della corruzione capace di minare le fondamenta della più antica democrazia della storia. Un periodo storico insomma di crisi e conflitto, che ben si presta ad aggiungere un tocco di drammaticità in più a una storia appunto che parla di furti, omicidi, innocenti ingiustamente accusati, padri che per salvare il buon nome della famiglia coprono i reati dei figli scapestrati mettendo a repentaglio il destino di Atene.
Laureato in Lettere a Trieste con una tesi sul poeta Giacomo Noventa, Andrea Maggi, (è insegnante, ha come vocazione trasmettere sapere ed educare), deve aver pensato, cosa c’è di meglio del genere giallo, per dare sfogo a una passione quella della storia antica, e trasmettere questo amore ai giovani o a coloro che appunto si avvicinano alla lettura sempre titubanti, preoccupati di annoiarsi. E in questo libro tempo per annoiarsi non ce n’è, tutti gli strumenti classici che rendono piacevole la suspense sono usati con competenza e divertita ironia: c’è l’indagine, seguita dal brillante Apollofane, un mercante che per una promessa si trova a diventare investigatore e improvvisarsi logografo, un omicidio di un addestratore di galli, un processo tenuto alla presenza dell’Arconte Re, la scomparsa dell’oro custodito nel Tesoro dell’Acropoli, una bellissima e indipendente filosofa di nome Filossene, una madre che a tutti i costi vuole trovare al figlio una moglie onesta e parsimoniosa, uno schiavo fedele al suo padrone ed esperto nella lotta, e un asino Mida, proprio come l’antico re che trasformava in oro tutto quello che toccava, che si trasforma in un più che efficiente… cane da guardia.
La ricostruzione storica è più che fedele, capace di far rivivere l’atmosfera del tempo, la folla dei mercati, dell’Agorà, il chiasso assordante delle bische tra le urla di incitamento degli scommettitori, e i guaiti dei cani da combattimento, le raffinatezze dei simposi, i templi con i loro sacrifici in cambio delle predizioni degli dei. In più appunto c’è la componente gialla con l’indagine vera è propria, la ricerca di indizi, l’interrogazione dei testimoni, le intuizioni, la scoperta dell’assassino, e del piano che il delitto nascondeva. Buona lettura.

Andrea Maggi è un giovane professore di lettere appassionato di storia. Morte all’Acropoli è il suo primo romanzo.

:: Un’intervista con Paolo Cortesi, autore de Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries a cura di Giulietta Iannone

7 luglio 2014

cortesi_250X_Benvenuto, Paolo, su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Raccontaci qualcosa di te, parlaci dei tuoi studi, del tuo background, del tuo esordio come scrittore.

– Liceo classico, laurea in filosofia, alcuni anni come insegnante: tutto molto normale. Nelle mie note biografiche non posso scrivere nulla di intrigante, come quelli che dopo aver fatto tutt’altro (cercatori di diamanti, cantanti, calciatori, fachiri, eremiti, pittori ecc. ecc.) regalano al mondo i loro capolavori letterari. Resto ammirato da chi può scrivere “vive tra New York e Londra” (e mi chiedo: ma questo vive in mezzo all’Oceano?). La sola cosa un po’ fuori dal consueto che posso dire è che ho scritto il mio primo “romanzo” (!?) a otto anni. Lo feci leggere al mio maestro. Me lo restituì corretto, tutto coperto di segni rossi: ci restai di pietra.
Il primo romanzo (questo vero, senza virgolette) è stato “Il fuoco, la carne”, Premio Todaro Faranda 2003. Poi è arrivato “Il patto” (Nexus), e poi ancora “La velocità dei corpi” (Piemme).
Ho pubblicato molti saggi di storia. La mia biografia “Cagliostro” (Newton Compton) ha vinto il Premio Castiglioncello nel 2005.
Per i pochi benemeriti che volessero sapere qualcosa di me e dei miei libri, non mi resta che segnalare il mio sito http://www.paolo-cortesi.com

E’ appena uscito per Piemme, in una collana esclusivamente di ebook chiamata Originals, il romanzo breve Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries. Un giallo storico ambientato nella Parigi del 1912, con protagonista l’autore della Recherche improvvisatosi detective, più che altro per necessità. Come è nata l’idea di scrivere questo racconto? Quale è stato il punto di partenza nel processo narrativo?

– Era una domenica pomeriggio di molti mesi fa. Ero in auto con Michela, la mia compagna, e stavo pensando con lei, ad alta voce, su quale poteva essere la trama di un giallo originale. Pensai che l’ingrediente più indispensabile per un giallo davvero insolito doveva essere il protagonista, del tutto imprevedibile. Volevo scrivere un giallo in cui realtà e fantasia fossero strettamente mescolati. Volevo un personaggio storico, reale, al centro della vicenda. Chi poteva essere l’antidetective per eccellenza? Insomma: quale figura era la meno probabile, e dunque la più suggestiva, come investigatore? Marcel Proust mi balzò in mente come se mi fosse stato suggerito da qualcuno. L’idea del romanzo mi venne in mente proprio mentre ci trovavamo davanti al cimitero di Cesenatico, dove riposano Marino Moretti, uno dei più grandi poeti del Novecento, e Dante Arfelli, uno dei più grandi romanzieri italiani del secondo dopoguerra: per scherzo, ed anche per civetteria, dico che la trama me l’hanno trasmessa loro telepaticamente…

Come ti sei documentato per ricostruire la Parigi del 1912, quali libri hai letto, quali film, fotografie, documentari hai visionato?

– Conosco veramente bene Parigi, è la città che conosco meglio dopo quella in cui vivo. Ho letto molti libri sulla storia di quella straordinaria città, ed in particolare sono state utilissime le guide turistiche dell’epoca. Le fotografie di inizio secolo (il secolo scorso) di Atget sono state fondamentali per poter possedere l’atmosfera, il sapore di Parigi nel 1912.
E davvero utili sono stati i film muti girati da Louis Feuillade fra il 1913 ed il 1914, che hanno per protagonista Fantomas.
Sono stato quanto più fedele possibile alla realtà storica. Un esempio: in un punto del romanzo, si parla di una ditta di taxi e noleggio auto, la Comoy et Perrin: bene, quella ditta esisteva davvero: ne ho ricavato il nome dal Baedeker di Parigi del 1911.

Perché tra tutti i personaggi storici hai scelto proprio Proust? Che legame ti unisce a questo scrittore?

– Proust lo si ama o lo si subisce: in ogni modo, non può lasciare indifferente uno scrittore. Non è il mio autore preferito (leggendo la tua recensione ho capito che te ne sei accorta), ma è sicuramente una presenza letteraria con cui si devono fare i conti. Certe sue pagine miracolosamente raffinate, istoriate, vertiginosamente impeccabili, fitte di intarsi e di volute come vetrate di chiese gotiche fanno dimenticare pesantezze e puntigli in cui l’uomo zittisce l’artista.
Mi piaceva avere Proust nel mio romanzo e farlo muovere come credevo che fosse nella vita: generosissimo e sospettoso, mite e inflessibile, acuto e smarrito, fragile e tenace: insomma, uno scrigno di contraddizioni ma con una luce interiore, con un dono meraviglioso che si può chiamare solo Arte (e nota che la A maiuscola qui non è senza significato).

La storia inizia con un invito che riceve Proust da parte di un gruppo di amici altolocati, nobili, militari d’alto grado, borghesi facoltosi, attribuitosi il titolo goliardico di gaudenti – che hanno organizzato, tutto nella massima segretezza, un festino particolare, eccentrico direbbe uno dei personaggi. Proust arriva tardi all’appuntamento e il giorno dopo scopre…

-Scopre che i suoi quattro amici gaudenti sono stati trovati cadaveri all’alba, da un netturbino; ciascuno con la gola tagliata da orecchio a orecchio, i polsi legati, allineati su un prato del giardino delle Tuileries. E Proust comprende, presto, che la quinta vittima sarebbe dovuta essere lui.

Per sottolineare il clima omofobo che vige anche dell’alta società della Belle Époque, utilizzi termini dispregiativi come “invertiti” e “pederasti”. Come ti sei documentato per ricostruire la situazione degli omosessuali in questo periodo?

-Esiste un bel saggio che si intitola “Proust in love” di William Carter (edito da Castelvecchi); lì ci sono molte notizie sul mondo omosessuale in cui viveva e si muoveva Proust.
Tengo a precisare che io descrivo una situazione sociale, non la giudico. E se comunque dovessi farlo, darei tutto il mio sostegno a persone che furono perseguitate per i deliri moralistici di una società classista che ammetteva ogni “perversione” nei ricchi e puniva nei poveri, come colpa atroce, le stesse scelte sessuali.

Hai scelto di cambiare i nomi dei domestici di Proust, che nella tua storia si chiamano Octave e Jeanne. Octave è un anarchico, un difensore della lotta proletaria. Ti sei ispirato al vero servitore di Proust o è una tua invenzione?

– I veri domestici di Proust, cioè quelli più lungamente al suo servizio, erano Celeste e Odilon. Celeste scrisse, o meglio dettò, un libro di memorie, o meglio di venerazione della memoria del suo amatissimo Monsieur Proust. La mia Jeanne si ispira a lei: votata a Marcel che considera un eterno malato bisognoso di cure amorevoli. Octave, invece, l’ho immaginato anarchico, esasperato dalle ingiustizie sociali, in contrasto con la moglie. In effetti, nella Parigi dei primi del Novecento, gli anarchici non erano pochi, nonostante la repressione capillare e durissima (proprio nel 1912 verrà ucciso dalla polizia Jules Bonnot, il capo della banda di rapinatori anarchici; ma loro si definivano “recuperatori”). Octave, arrabbiato e deluso, è un personaggio che -a mio parere- movimenta la storia e che dà alla ricostruzione un dettaglio veritiero in più.

Non anticipo certo il colpo di scena finale, ma rassicuro i lettori che sebbene per buona parte del racconto non si sa bene dove si andrà a parare, poi tutto torna e tutto si spiega. E’ davvero un intrigo che metterà a dura prova i lettori che di solito scoprono sempre chi è l’assassino. Come hai avuto l’ispirazione per questo finale?

-Come ti dicevo prima, la trama si è sviluppata anello dopo anello, a partire dall’idea di base: Proust coinvolto in una storiaccia di morti ammazzati amici suoi che, come lui, si concedevano -con mille precauzioni perché personaggi di spicco- si concedevano piaceri “proibiti”.
Direi quindi che la trama, nel suo intreccio, ha seguito il corso verosimile degli eventi a partire da un episodio tragico e misterioso. Volevo che il lettore non avesse alcuna idea delle vere cause di ciò che accadeva; volevo che il lettore si sentisse come colui che entra in un cinema a film iniziato: vede immagini, ascolta dialoghi ma tutto pare non avere collegamento con il resto. Il coup de theatre finale è quello che più mi ha divertito: l’apparizione in scena di un personaggio storico famosissimo (scommetto che non ci sarà un solo lettore che non ne abbia sentito il nome almeno una volta) che risolve l’intrico, ma non da osservatore esterno, bensì da protagonista, certo in un ruolo che nessuno sospetterebbe. E che ovviamente non svelerò neppure sotto tortura.

Grazie Paolo della disponibilità nel salutarti mi piacerebbe sapere se sono previste altre avventure del tuo Marcel Proust detective?

-Sai che pensavo proprio ad un thriller in cui tornano Marcel, Octave, Jeanne, Reynaldo? I presupposti per continuare ci sono tutti. E se il pubblico mi dà fiducia, sarei felicissimo di raccontare ancora una avventura gialla di Proust…

Gentili lettori, l’autore si presta a rispondere ai vostri commenti o alle vostre eventuali domande. Se avete delle curiosità potete scriverle nei commenti a questo post.

:: Affari di famiglia, Francesco Muzzopappa, (Fazi editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

6 luglio 2014

indexEra tempo che non mi capitava di leggere una storia così divertente e allo stesso tempo intelligente. Una vicenda capace di far ridere il lettore dalla prima all’ultima pagina facendolo pensare a cosa conta davvero nella vita. Affari di famiglia di Francesco Muzzopappa è un romanzo davvero spassoso che si legge tutto d’un fiato sotto l’ombrellone, in poltrona, in viaggio o dove vi pare, se vi sentite un po’ giù di morale questo libro vi farà tornare il sorriso e potrebbe anche essere un bel film commedia. La storia ambientata a Torino ha per protagonista una contessa non solo sull’orlo di una crisi di nervi, ma giunta al limite delle proprie possibilità economiche. Maria Vittoria dal Pozzo Della Cisterna – già il nome è tutto un programma- è una degli ultimi discendenti di una importate famiglia della nobiltà torinese, ma a quanto pare non sembra passarsela troppo bene. Lei, abituata a deliziare il proprio palato con delle delicate frolle di pasticceria e vini da capogiro, deve – con un dolore estremo all’animo- optare per mediocri biscotti prodotti a livello industriale accompagnati da gelati del discount. La contessa non naviga più nel lusso di un tempo, perché la crisi economica l’ha costretta – strano ma vero- a vendere molte proprietà, a farsi pignorare mobili e gioielli e a eliminare buona parte del personale domestico. La donna ha sepolto da tempo il marito e a darle sostegno, sempre con riverenza e massima educazione, è Orlando il maggiordomo con la passione per i versi di William Blake. In realtà, la Contessa dal Pozzo della Cisterna ha un figlio, tal Emanuele, ma è talmente stolto e ottuso che al posto di aiutare la madre, non fa altro che sperperare le ultime ricchezze in divertimenti e in regali al silicone (le poppe) alle sue fidanzate. L’anziana signora non ha la più pallida idea di come rimpinguare le proprie casse ormai quasi vuote poi, complice una rapina nella quale si troverà coinvolta, aiuterà l’astuta contessa ad escogitare un piano per riconquistare le ricchezze di un tempo. La trama di Affari di famiglia è avvincente e conferma la capacità di Muzzoppapa di costruire personaggi diversi tra loro per carattere ed estrazione sociale riuscendo, da abile scrittore, a farli convivere dentro ad uno stesso spazio narrativo. La simpatica contessa Maria Vittoria dal Pozzo Della Cisterna è fredda, schizzinosa, in parole povere è la tipica persona con la puzza sotto il naso, inorridita dal fatto di doversi abbassare all’utilizzo e consumo di prodotti di massa. Accanto a lei troviamo i suoi grotteschi complici, il Rapinatore Educato e il ragazzino dal linguaggio truculento ben lontano dal bon ton. Il primo si è messo a far rapine dopo aver perso il lavoro e per passione costruisce modellini in legno di antichi velieri che non sono proprio uno splendore. Il secondo vive con la nonna, i genitori non lo hanno mai sostenuto e lui si è fatto da sé, vivendo a diretto contatto con la strada. Tra una gag comica e l’altra, questi due scapestrati giovanotti convivranno per un breve periodo di tempo con la contessa e proprio questo contatto farà uscire in modo inaspettato il meglio di loro. Da non scordare è il figlio della nobildonna, Emanuele, l’esempio tipico del giovane viziato che ha avuto tutto dalla vita e che spende e spande soldi comprando cose che rappresentano l’inutilità assoluta. Lui è un trentenne vuoto di valori, ma Muzzopappa gli darà la possibilità di una rinascita e la sua trasformazione lascerà a bocca aperta non solo la contessa, ma i lettori stessi. Con Affari di famiglia Muzzopappa costruisce un romanzo dal linguaggio fresco, frizzante nel quale le situazioni comiche si susseguono a ruota libera con una scrittura umoristica che ricorda alcuni autori anglosassoni come P.G. Wodehouse, Alan Bennett, Patrick Dennis, David Sedaris, Tom Sharpe. In Affari di famiglia si ride e allo stesso tempo quello che accade a tutta la squattrinata ciurma di personaggi è la dimostrazione che un riscatto umano, o se volte chiamarla una seconda possibilità concessa, può davvero trasformare le persone.

Francesco Muzzopappa, nato a Bari nel 1976, approda alla pubblicità per puro caso, superando una selezione in cui arriva primo su 650. Trasferitosi a Milano, nel giro di pochi anni diventa uno tra i più conosciuti e apprezzati copywriter italiani. Per la categoria in cui eccelle, le pubblicità radiofoniche, ha vinto numerosi riconoscimenti tra Cannes, Londra e New York nonché una serie di premi bizzarri (compresi un buono da 10.000 euro per mangiare gratis al ristorante, una fornitura completa di mobili per la casa e un assegno speciale per viaggiare in tutto il mondo). Molto schivo, sin dall’adolescenza ha studiato da autodidatta le tecniche della narrativa umoristica, spolpando letteralmente i testi di Swift, Sterne,Wodehouse e molti altri. Allievo della scuola di scrittura di Raul Montanari, ha pubblicato alcuni racconti su riviste e antologie. Una posizione scomoda del 2013 uscito con Fazi è il suo primo romanzo.

:: Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries, Paolo Cortesi (Piemme, Originals, 2014) a cura di Giulietta Iannone

5 luglio 2014

cortesi_250X_Molti scrittori, tra cui numerosi autori di gialli, hanno eletto a protagonista delle loro narrazioni personaggi storici realmente esistiti, da Aristotele a Platone, da Dante a Machiavelli, improvvisamente diventati detective per accontentare i gusti dei lettori che amano sia i romanzi storici, che appunto i gialli più deduttivi. Paolo Cortesi ha scelto Marcel Proust e per l’occasione ci porta nella Parigi del 1912, ricreata con dovizia di particolari e un raffinato gusto per l’intrigo e il coupe de theatre, che sul finale metterà in gioco un altro personaggio storico, arrivato provvidenzialmente sulla scena.
Che gli scrittori siano ottimi osservatori, e perciò ottimi investigatori, è un’intuizione che ci accompagna per tutta la lettura di questo breve romanzo, (niente più che 150 pagine, a caratteri grandi) e piacevolmente getta una luce, trasfigurata dalla fantasia, su uno scrittore che partendo da una madeleine, un delizioso dolce a forma di conchiglia, ha ricreato un mondo, che altrimenti sarebbe andato perduto, facendo rivivere l’ alta società della Belle Époque.
L’omosessualità di Proust non è un mistero, come non è un mistero il clima omofobo che gravava, almeno apparentemente, su quella società. L’omosessualità era un segreto da custodire, l’amore omosessuale un piacere proibito, che portava con sé solo vergogna e disonore. E da questo clima persecutorio nasce lo spunto per raccontare la storia narrata in Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries.
Un piacevolissimo divertissement, narrato con leggerezza e brio. Marcel Proust ne esce un po’ malconcio, ma indubbiamente l’autore lo descrive come un uomo buono, generoso, certo con le sue fisime, i suoi vezzi, la sua eccessiva gelosia che trasformerà un amore in un’ amicizia, ma capace di dare 500 franchi a una vedova di un taxista sola con due figli piccoli. Oltre a Proust altri due personaggi prendono la scena: i due domestici Jeane e Octave. Lei fedele, gentile, quasi materna; lui anarchico non redento, convertitosi alla lotta sociale contro i ricchi e socialmente dominanti, ma capaci di correre in soccorso del ‘padrone’, quando aveva spergiurato che mai l’avrebbe fatto se l’avesse visto con un coltello alla gola.
Della trama dico poco, il racconto è così breve che vi rovinerei il piacere della lettura, ma posso dirvi che la curiosità che mi ha spinto a leggerlo è stata ampiamente ricompensata.

Scrittore e saggista, Paolo Cortesi è nato a Forlì, dove vive e lavora. Ha pubblicato diversi saggi di storia della cultura occidentale (il più recente è Medioevo sconosciuto, Nexus) ed è autore del programma televisivo Testimoni, trasmesso da Rai Storia. Il suo romanzo d’esordio, Il fuoco, la carne (Perdisa), ha vinto il Premio Todaro-Faranda nel 2003, mentre con la biografia Cagliostro (Newton Compton) si è aggiudicato il Premio Castiglioncello 2005. Ha pubblicato i romanzi Il patto (Nexus) e La velocità dei corpi (Piemme), che hanno ottenuto un buon successo di critica e di pubblico. Il suo sito è http://www.paolo-cortesi.com

:: Albergo Italia di Carlo Lucarelli (Einaudi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

4 luglio 2014
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A sei anni da L’ottava vibrazione, romanzo sperimentale metà storico e metà noir sulla disfatta di Adua, Carlo Lucarelli torna in libreria, sempre per Einaudi, con un nuovo romanzo del cosiddetto ciclo coloniale dal titolo Albergo Italia. Un agile volumetto, su per giù 120 pagine, più un racconto lungo che un vero romanzo, pubblicato in collaborazione con L’Ente editoriale dell’Arma dei Carabinieri in occasione del Bicenetenario dei Carabinieri. Un’opera su commissione, forse, sta di fatto che conferma, se ce ne fosse bisogno, l’abilità narrativa di questo autore che più che altro conoscevo per apparizioni televisive, articoli giornalistici e sceneggiati tratti dai suoi libri (De Luca e Coliandro).
Sull’originalità della trama avrei qualche riserva, troppi punti in comune con l’opera di un altro scrittore italiano specializzato in noir coloniali, ma non ho prove per affermare che Lucarelli sia stato influenzato da questo autore, solo un senso di dejavu. Poi L’Ottava vibrazione, in cui appare per la prima volta il personaggio di Colaprico, apparve in tempi non sospetti, nel 2008, quando anche l’altro autore iniziava i primi passi. Coincidenze? Forse più che altro frutto del junghiano immaginario collettivo.
Dunque siamo ad Asmara, nuova capitale della colonia d’Eritrea, Africa Orientale, nell’ultimo anno dell’Ottocento. La disfatta di Adua è ancora nell’aria come memento di una fallimentare impresa coloniale, che sembra così inadatta all’ indolente popolo italico. Ma anche l’ostinazione non manca e cosa c’è di meglio che erigere un nuovo albergo, il più grande, il più moderno, il più elegante – e ancora l’unico – della nuova Asmara, per testimoniare la grandezza, e i sogni di gloria di un popolo che bada al sodo, agli affari, agli investimenti che la madrepatria avrebbe fatto in colonia. E dove c’è ricchezza, c’è corruzione, e molto spesso delitti.
E proprio il giorno dell’inaugurazione dell’Albergo Italia, battezzato da una violenta grandinata, viene rinvenuto il corpo nudo e appeso per il collo alla ventola del soffitto, di Farandola Antonio, di anni 46, residente a Torino, professione tipografo. Un apparente suicidio a funestare l’allegria della festa, con ospite di eccezione pure sua eccellenza il governatore in giro per le colonie prima del suo ritorno in Italia, non ci bastava la grandine. Ma un suicidio non è. Ci mette poco lo zaptiè Ogbà, carabiniere indigeno al fianco del capitano dei Regi Carabinieri Colaprico, incaricato delle indagini, a capirlo. Manco la punta dei piedi del morto ci arriva allo sgabello, particolare che non sfugge pure al militare italiano, forse solo un attimo dopo.
E’ così che inizia Albergo Italia, anzi sarebbe necessario fare un passo indietro. Nel prologo un fatto, un furto di una cassaforte, dal contenuto misterioso, sembra essere l’inizio di tutto, ma a pensarci bene bisognerebbe andare ancora più indietro, a un grande scandalo, forse il maggiore dell’Italia postunitaria, che vide coinvolti Giolitti e il suo predecessore Crispi. In un gioco di scatole cinesi Lucarelli trova modo di parlare dell’Italia di ieri e di oggi, l’Italia del malaffare, degli scandali sepolti, dei crimini per cui nessuno paga.
Un ritratto insomma non tanto edificante di un’ Italia, (trova modo pure di fare accenni alla maffia, e all’uccisione sul treno che porta a Palermo del marchese Notabartalo, presidente del Banco di Sicilia), di arraffoni, traffichini, faccendieri, servizi segreti (quanto deviati non si sa), e avventurieri, anche donne a caccia di un ricco marito come il personaggio di Margherita di cui Colaprico si scoprirà innamorato. (Sì, per colpa della solitudine, impantanato in quella colonia dal clima insopportabile, così lontano da casa sua).
Particolarmente riuscito il personaggio del buluk-basci Ogbà, ”lo Sherlok Holmes abissino”, con la sua testa calva e la sua rassegnata accettazione della presenza italiana come un male necessario. Lui contadino, costretto ad abbandonare la sua terra arida e avara e per dare da mangiare alla famiglia costretto ad arruolarsi. Lui più acuto e scaltro dei suoi superiori, anche se legato da un legame di fraterna amicizia con il capitano Colaprico. Lui che non sa scrivere o leggere ma imparerà sui libri di Sir Arthur Conan Doyle. Troppo breve forse per non accennare solo e costruire tracce per nuovi romanzi con questi personaggi. La lettura è stata piacevole quindi, da lettrice, me lo auguro.

Carlo Lucarelli (Parma 1960) ha pubblicato per Einaudi Stile Libero Almost blue (1997), Il giorno del lupo (1998 e 2008), L’isola dell’Angelo Caduto (2001), Mistero in blu (1999 e 2008), Guernica (2000), Lupo mannaro (2001), Falange armata (2002), Un giorno dopo l’altro (2000 e 2008), Il lato sinistro del cuore (2003), Misteri d’Italia (2002), Nuovi misteri d’Italia (2004), La mattanza (2004) e Piazza Fontana (2007), con allegati i Dvd del ciclo televisivo Blu notte, G8. Cronaca di una battaglia, con un Dvd sui fatti di Genova, La faccia nascosta della luna. Storie di delitti e misteri tra musica, cinema e dintorni (2009), il romanzo epico L’ottava vibrazione e Storie di bande criminali, di mafie e di persone oneste (2008), I veleni del crimine. Storie di mafia, malapolitica e scheletri negli armadi che intossicano l’Italia (2010). Insieme a Eraldo Baldini e Giampiero Rigosi ha scritto Medical Thriller (2002). Suoi racconti sono inseriti nelle antologie Crimini (2005), Crimini italiani (2008) e Sei fuori posto (2010). Nel 2009 è uscito il graphic novel Protocollo (con Marco Bolognesi). Nel 2011 ha pubblicato, insieme a Andrea Camilleri e Giancarlo De Cataldo, Giudici. Nel 2013 ha pubblicato, sempre per Einaudi Stile Libero, Il sogno di volare e il volume L’ispettore Grazia Negro (che riunisce i tre romanzi Lupo mannaro, Almost Blue e Un giorno dopo l’altro); nel 2014 Giochi criminali (con Maurizio de Giovanni, Diego De Silva e Giancarlo De Cataldo) e Albergo Italia. L’opera di Lucarelli è tradotta in piú lingue ed è oggetto di versioni cinematografiche e televisive, tra cui la serie L’ispettore Coliandro e il ciclo dedicato al commissario De Luca. Conduce da alcuni anni in Tv Blu notte. Il suo primo film, L’isola dell’Angelo Caduto, è stato presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2012.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Rebecca dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’anello d’oro, Cristina Bruno (La Ponga Edizioni, 2013) a cura di Irma Loredana Galgano

3 luglio 2014

anello brunoL’anello d’oro (2013, La Ponga Edizioni) è il romanzo d’esordio di Cristina Bruno che lavora nel campo della multimedialità.
In effetti nel libro si ritrovano tutte le conoscenze dell’autrice su programmi, apparecchiature elettroniche e sistemi matematici, soprattutto crittografici.
Un libro ben riuscito quello della Bruno che oscilla tra lo spionaggio internazionale e la pirateria informatica, il tutto condito dalla nascita di un grande amore sullo sfondo di una Russia nuova, cangiante come i tempi, i governi, le ideologie che si sono susseguite creando l’illusione di radicali “perestroike” quando nella realtà poi il fondo del barile è rimasto immutato e ben ancorato a un ordine preciso, da cui dipendono gli equilibri del Paese e quelli internazionali, il medesimo che cercano di far vacillare Peter e Ksenija, lo stesso che governa il mondo da… praticamente da sempre.
L’autrice accompagna il lettore nel criptico mondo dell’informatica e al contempo gli mostra le bellezze e le contraddizioni dell’ex-impero sovietico, le quali, messe al confronto con quelle della potenza d’oltreoceano, rivelano quanto in realtà alla fin fine tutto si può ricondurre ai medesimi errori, frutto delle medesime ambizioni, sbagliate anche quelle, figlie della sete insaziabile di potere.
L’anello d’oro si rivela una lettura piacevole, suspense e intrigo sono ben dosati, riescono a creare da subito interesse e a far mantenere al lettore la giusta attenzione.

Cristina Bruno vive e lavora a Venezia come consulente informatica. Autrice di saggi interattivi su CD-Rom editi da Giunti Multimedia, per molti anni ha scritto articoli su riviste italiane di computer. “L’anello d’oro” è il suo romanzo di esordio.

:: Stalin + Bianca, Iacopo Barison, (Tunuè, 2014)

2 luglio 2014

stalinE’ uscito a maggio, per Tunuè, casa editrice indipendente specializzata in graphic novel e saggistica pop, Stalin + Bianca, del giovane fossanese (classe 1988) Iacopo Barison, a inaugurare la loro prima collana di narrativa diretta dal critico e scrittore Vanni Santoni. Una collana che investe sui giovani, – giovani sono gli autori, giovani i protagonisti dei romanzi -, in un Italia che non legge, in un Italia dove i ‘giovani’ non leggono. Ci vuole coraggio, e un po’ di insensatezza, ma tant’è così è anche se non vi pare.
Stalin + Bianca è un tipico romanzo di formazione, e per buona parte un diario di un viaggio on the road, due generi con padri illustri, molta narrativa americana sembra nutrirsi dalle stesse radici, molti autori iconici si sono imbevuti di questo humus narrativo, ma anche senza andare al di là dell’oceano penso a Enrico Remmert e al suo italianissimo Strade bianche.
Protagonista del romanzo di Barison, è Stalin, un ragazzo diciottenne (compie gli anni proprio appena lo conosciamo), un disadattato direbbero alcuni, incapace di gestire la rabbia, in un mondo dove anche i bambini troppo attivi e turbolenti vengono curati con gli psicofarmaci. Gira in vespa per il suo quartiere, una grande periferia (degradata) potrebbe essere l’hinterland torinese (per motivi biografici) o quello milanese, o qualunque altra periferia di casermoni grigi coperti da graffiti, serrande chiuse corrose dalla ruggine e dalla crisi, abitata da pusher, ragazzi in overdose, senza sbocchi per il futuro, speranza (è questo lo scenario esistenziale di tanti giovani?).
Unici suoi amici un vecchio farabutto, Jean, come Jean Gabin, e una ragazza cieca, Bianca, alla quale è unito da un legame puramente spirituale, che niente ha a che vedere con il sesso ma molto con l’amore. La dolcissima Bianca è la sua ancora, il suo baricentro, la parte migliore della sua anima, come direbbero i poeti.
Poi il dramma, (catartico, pretesto per spezzare la triste normalità e dare inizio al viaggio, la maggior parte in treno) Stalin litiga violentemente (per una fetta di torta, in questi casi si osa dire per futili motivi) con il patrigno, ex raver, colpendolo con una bottiglia, e dopo credendo di averlo ucciso fugge, fugge con Bianca, e inizia un viaggio che lo cambierà (in meglio?), che lo porterà dall’adolescenza all’età adulta, forse, (il dubbio è lecito se per età adulta si intende il controllo delle pulsioni, e l’incanalamento in binari costituiti di civile convivenza), in un’Italia allo sbando, con metaforicamente in spalla la sua fida videocamera digitale, taccuino su cui registrare per immagini tracce del suo passaggio, (tentativo di affermare: io esisto) e il suo sogno di diventare regista.
Un romanzo senza trama, perché come nel cortometraggio che Stalin gira per un Festival, la vita decide la trama, i personaggi che si incontrano, le fatalità di incontri e conseguenze delle proprie azioni. Lo stile è particolare, un po’ naif, un po’ riflessivo, cadenzato da dialoghi efficaci e convincenti che sanno di vita vissuta, ai margini, fuori dalla borghese normalità.
Omaggio a François Truffaut, senza dubbio, (Antoine Doinel), e a tanto cinema di formazione, che sicuramente l’autore conosce per studi e attitudine, (è laureato al Dams Cinema di Torino), e del linguaggio cinematografico ripropone le inquadrature, i campi lunghi, i primi piani, gli sfumati, gli slow motion, in una contaminazioni di generi che trasfigurano l’arte e l’immaginario.
Sebbene giovane, Barison sperimenta e cerca una voce personale, un’ attitudine a utilizzare la narrativa come apparecchio per registrare la realtà. Forse non è il disagio che cerca di testimoniare, né la difficoltà di crescere, o trovare la propria strada in un paese travolto dalla crisi, dalla mancanza di sbocchi, di prospettive, o forse non solo questo, si sente chiara una voce di protesta, un rifiuto per ciò che il passato rappresenta. Non stupisce il finale, unico possibile, forse solo venato da una traccia di egoismo, o più che altro inevitabilità. Le lezioni della vita ci portano ad essere altro, e questa lezione Stalin la impara. Forse anche a caro prezzo.

Iacopo Barison (Fossano, 1988) pubblica un primo romanzo, 28 Grammi Dopo, all’età di vent’anni. Laureatosi al Dams Cinema di Torino, da una sua sceneggiatura Fabio Mollo dirigerà un corto nel 2014. Pubblica racconti su Internet e su riviste specializzate, scrive articoli su diversi siti, fra cui Sentieri Selvaggi e Scrittori Precari. Collabora con minima&moralia.

:: Galveston, Nic Pizzolatto, (Mondadori, 2014) a cura di Stefano Di Marino

2 luglio 2014

galveston-210x300Gli Oscar ripropongono con giusto rilievo per l’attività di autore tv dell’autore, un romanzo passato quasi inosservato in Strade Blu. L’intuizione è giusta visto che Pizzolatto è autore unico di True Detective sul quale mi sono già soffermato a lungo. Ora, prima di tutto, non aspettatevi il romanzo di True Detective né qualcosa di troppo simile. Galveston però è un agile (260 pag.) concentrato di noir molto Thompson per capirci. Roy Kady, un Duraccio del Sud, scopre di avere una poco piacevole prospettiva di vita dopo una visita medica. Furioso non vuol neanche sapere cos’è. La rabbia perché il suo capo gli ha fregato Carmen, la bella ballerina che era sua compagna, lo pervade ma il lavoro è lavoro e accetta di strapazzare un tale sempre per il suddetto capo. Ma senza portare la pistola. Cosa che gli pare strana perché lui è un professionista e di violenze inutili non ne fa. Perciò si porta la ‘ berta’ ugualmente e fa bene perché lo aspettano sicari, botte e sparatorie. Se ne fugge ferito ma vittorioso con una prostituta ragazzina al seguito e un dossier scottante. L’affare s’ingarbuglia perché la ragazza ha anche una sorellina a cui badare. Comincia così quella che sembrerebbe una fuga on the road. Poi la storia si perde nei meandri delle paludi, in un ritratto ben scritto e riuscitissimo di una realtà degradata. Fa anche un salto di vent’anni e ci si domanda come Roy sia ancora vivo. Calma, c’è una spiegazione per tutto anche se arriva meno pirotecnica di quello che speravamo. Però una bella lezione sul noir, sui suoi codici, sui suoi ritmi e il suo male di vivere. Senza una parola fuori posto. True detective è un’altra cosa, ma vale la pena.

Nic Pizzolatto è nato a New Orleans ed è cresciuto sulla Costa del Golfo, in Louisiana. Recentemente suoi racconti sono stati pubblicati da diverse prestigiose riviste letterarie americane, tra le quali “The Atlantic”, “The Oxford American”, “The Missouri Review” e “The Iowa Review”. Nel 2004 è stato selezionato tra i finalisti per il National Magazine Award. La sua raccolta di racconti Between Here and the Yellow Sea, pubblicata da Macadam/Cage nel 2006, è stata indicata da “Poets & Writer’s Magazine” come uno dei cinque migliori debutti dell’anno. Attualmente vive a Greencastle, Indiana, con moglie, figlia e cani.

:: Felice Pozzo, studiare e celebrare Emilio Salgari a cura di Elena Romanello

1 luglio 2014

il_corsaronero_salgariPiemontese, anzi vercellese, Felice Pozzo è lo studioso di riferimento per quello che riguarda Emilio Salgari, il maestro dell’avventura in Italia, amato da generazioni di lettori. A Salgari Felice Pozzo ha dedicato vari studi, come Nella giungla di carta, in cui si ricorda la collaborazione dell’autore veronese con alcuni giornali toscani, ll corsaro nero su uno dei personaggi icona di Salgari, Il laboratorio magico di Emilio Salgari, sul suo interesse per il teatro e l’illusionismo e Il fachiro di Atlantide che colloca Salgari nel campo più ampio della cultura popolare. Tutti punti di vista interessanti e da approfondire.

I tuoi saggi su Salgari degli ultimi anni trattano ognuno un argomento specifico: perché questa scelta e cosa hai scoperto scrivendoli?

In realtà il mio traguardo, come per tutti gli studiosi, è la conoscenza di tutto ciò che riguarda l’oggetto dei miei studi. Scelgo gli argomenti salgariani in base al fatto d’aver ottenuto o meno elementi in modo da poterli trattare esaurientemente, oppure in base alle richieste editoriali. In realtà, a richiesta, posso affrontare qualsiasi tema su Salgari e affrontandolo faccio scoperte supplementari, come sempre avviene se ci si concentra su un solo tema. Nel corso dei decenni, e so che non sta bene che lo dica io, ho effettuato un bel po’ di scoperte che sono diventate nozioni acquisite, tanto che ormai c’è chi ne scrive senza neppure conoscere la provenienza. Mi piace ricordare la scoperta di pseudonimi come “Il piccolo viaggiatore”, A. Peruzzi, E. Giordano e altri, che hanno consentito l’indubitabile attribuzione al Nostro di molti testi prima sconosciuti ed ora presenti nelle bibliografie. Moltissime scoperte riguardano la sua vita, le persone che ha conosciuto, le fonti che ha utilizzato e altro ancora.

Come è nata la tua passione per Salgari e perché scrivi di lui?

E’ nata da ragazzino, leggendo i suoi romanzi. Nel biennio 1961-62, poi, ha avuto inizio la ricerca sistematica. In quegli anni, per commemorare il cinquantennio della morte (1911) e il secolo dalla nascita (1862), uscirono su giornali e riviste un sacco di articoli che lo riguardavano, pieni di contraddizioni, di evidenti errori, di aneddoti incredibili. Così, incuriosito, cominciai la ricerca della verità e, si sa, una cosa tira l’altra.

Secondo te come mai comunque l’interesse per Salgari continua ad esserci, vedi anche i libri in tema di Ernesto Ferrero e le riedizioni?

Per Salgari, negli ultimi decenni, hanno contato molto le riscoperte televisive e gli anniversari. Gli ultimi sono caduti nel biennio 2011-2012, così che ho rivissuto dopo mezzo secolo gli anni citati nella risposta precedente, ma questa volta stando tra i protagonisti della divulgazione e in un clima del tutto diverso, perché sono pressoché scomparse inesattezze e ignoranze. Non a caso si è lavorato molto, nel frattempo. D’altronde Salgari è adesso, in massima parte, argomento per gli addetti ai lavori. Ai giovani non interessa più. Ma sarà sempre sulla scena perché è un sempreverde, un classico del genere avventuroso, come Jules Verne, Alexandre Dumas e compagnia bella.

Quali sono secondo te gli eredi di Salgari oggi tra gli scrittori d’avventura?

Francamente non ne vedo. Potrei fare qualche nome noto, anche di autori stranieri, ma Salgari resterà sempre inimitabile. Il fatto è che ha inventato il genere avventuroso in Italia in un periodo- fine Ottocento, primo Novecento- molto particolare. È diventato un preciso e importante fenomeno di costume nazionale, poi un fenomeno letterario. La sua storia è irripetibile.

Quali altri autori sono stati tuoi maestri, oltre a Salgari?

In generale, e rimanendo nell’ambito del nostro dire, svetta su tutti Edgar Allan Poe. È stato ed è ancora un maestro, anzi il maestro dei maestri. Ha inventato molti generi, ha influenzato letteratura e arti in tutto il mondo e ben pochi, soprattutto in passato, si sono sottratti al fascino delle sue pagine, poesie comprese.

I tuoi prossimi progetti?

La vita di Salgari presenta ancora moltissimi coni d’ombra che le biografie uscite sinora non hanno affatto illuminato e chissà che non ne abbiano oscurato ulteriormente qualcuno. Anche le chiavi di lettura della sua opera sono tutt’altro che esaurite e anzi ne sorgono sempre di nuove. Insomma, c’è ancora molto da fare…

:: La misura della felicità, Gabrielle Zevin, (Nord, 2014) a cura di Viviana Filippini

1 luglio 2014

la misura della felicitàLa felicità può essere misurata? Non lo so. Credo che questo stato umano cambi da persona a persona. C’è chi si sente felice ad avere tra le mani il volante di un macchinone di milioni di euro, chi invece prova immensa felicità a rivedere una persona cara o guardando un tramonto colorato. La misura della felicità è il nuovo romanzo della scrittrice americana Gabrielle Zevin appena pubblicato da Nord editore in Italia e che presto sarà tradotto in 31 Paesi. La vicenda ha una doppia natura, perché da un lato il libro è un meta romanzo, cioè un libro che parla di libri, dimostrando quanto essi possano influire sulla vita delle persone. Dall’altro lato, la storia ci racconta quanto ciò che rende felici il genere umano possa scaturire dalle piccole azioni della vita quotidiana. La cosa che ho apprezzato di questo libro è la capacità dell’autrice di riuscire a rendere straordinaria la vita di ogni giorno vissuto dai personaggi. La trama è ambientata su un piccolo isolotto americano chiamato Alice Island, qui vive A.J. Fikry un burbero e scontroso librario rimasto vedovo. L’uomo è scorbutico e insofferente verso il suo lavoro, tanto che non ama nessun libro di quelli che ha negli scaffali della sua libreria. Purtroppo lo stesso atteggiamento il venditore di libri lo ha verso i clienti e pure verso gli agenti letterari che gli propongono le novità del mercato. Ne sa qualcosa la giovane Amelia Loman, rappresentante della casa editrice Knightley Press, che gli propone da leggere un memoir scritto da un anziano e viene liquidata da Fikry in un batter di ciglia. A cambiare la vita di A.J. non è tanto il furto della copia originale del Tamerlane di E.A. Poe, ma la scoperta di Maya nella sua libreria, una bimba di due anni abbandonata dalla madre. La donna sconosciuta affida in modo esplicito a Fikry la figlia. Motivo? Lei è troppo giovane, povera e non può occuparsi della piccola, però vuole che la figlia cresca in un ambiente ricco di cultura. A.J. all’inizio è riluttante, quasi infastidito direi, dal fatto di doversi occupare di quel frugoletto, ma un poco alla volta l’uomo si trasformerà adottando Maya e lasciando allibiti i suoi amici. Maya non è solo intelligente, lei ha una dirompente forza vitale che porterà Fikry a cambiare in modo radicale il suo atteggiamento nei confronti della vita, scoprendo che la felicità si nasconde nella cose più semplici: un abbraccio, un bagnetto ben fatto, una buona lettura e un felice scambio di opinioni letterarie con i clienti. Un po’ alla volta il protagonista imparerà a riamare il suo lavoro e a vivere con maggiore coraggio le sue emozioni. Sarà proprio grazie a questo nuovo modo di sentire la vita che A.J. si accorgerà di non esser sempre stato gentile con molte persone incontrate ad Alice Island e tra di loro c’è anche Amelia Loman. La misura della felicità è pura vita e un vero e proprio inno d’amore per i libri e per il lavoro del libraio, non a caso ogni capitolo è introdotto da un breve commento ad un libro che Fikry ha nei suoi scaffali e che vuole donare a Maya per una prossima lettura. Il romanzo della Zevine non ha per protagonista un uomo dai poteri magici o altro, Fikry è un essere umano comune, anzi un eroe quotidiano, che grazie all’amore per la figlia ritrova un atteggiamento propositivo nei confronti della vita. Amore per il prossimo e per i libri aiutano il protagonista e i lettori a capire che, come scrive Christian Mascheroni in un suo noto romanzo, non si deve avere paura dei libri ma bisogna conoscerli, respirarne il loro profumo e le emozioni che le pagine regalano quando si fanno sfogliare. Questo conferma l’importanza dell’insegna che compare sulla libreria di Fikry ad Alice Island: Nessun uomo è un’isola; ogni libro è un mondo. Traduzione Mara Dompè.

Gabrielle Zevin è nata a New York il 24 ottobre 1977, dove vive tuttora. Laureata in Lettere a Harvard, da diversi anni Gabrielle Zevin ha intrapreso con successo la carriera di scrittrice e autrice cinematografica. Nel 2007, per la sceneggiatura di Conversations with Other Women, il film con Aaron Eckhart e Helena Bonham Carter, è stata nominata agli Independent Spirit Awards, i prestigiosi premi per il cinema indipendente americano. Entrato nella classifica del «New York Times» grazie al passaparola dei lettori, La misura della felicità è in corso di traduzione in tutto il mondo ed è la conferma del talento di un’autrice unica.

:: Il mistero della cripta sepolta, Mark Pryor, (TimeCrime, 2014)

1 luglio 2014

TimeCrime_IlMisteroDellaCriptaSepoltaDopo il bellissimo Il libraio di Parigi, (romanzo d’esordio che vi consiglio di recuperare se ve lo foste perso), Mark Pryor torna, sempre con Time Crime, con la seconda indagine di Hugo Marston, capo della sicurezza dell’ambasciata americana nella capitale francese. Cambia il traduttore, passiamo da Tommaso Tocci a Federico Lopiparo, e forse un po’ di smalto si perde, ma non ostante tutto Il mistero della cripta sepolta (The Crypt Thief, 2013) è una storia godibile fatta di inseguimenti, sparatorie, misteri e un tocco di americano patriottismo, alla Tom Clancy per intenderci.
Se ne Il libraio di Parigi si scavava nel passato sulle tracce di cacciatori di nazisti nella Francia del dopoguerra, ne Il mistero della cripta sepolta tutto torna ai giorni nostri, con sullo sfondo una delle minacce più ricorrenti di questi anni, ovvero il terrorismo islamico. Minaccia che porta in campo Tom Green, amico di Marston e agente della CIA. Ma andiamo con ordine perché la storia è più complessa di quanto sembri.
Tutto ha inizio con la morte del figlio di un senatore degli Stati Uniti, ucciso in compagnia di una ragazza pachistana con legami non si sa quanto stretti con Mohamed al Zakiri, presunto estremista islamico giunto a Parigi non si sa bene per far cosa. I due vengono freddati da alcuni colpi pistola, una notte di luna, nel cimitero di Père-Lachaise, davanti alla tomba di Jim Morrison. Ad ucciderli, lo Sacarabeo, un killer che lascia al suo passaggio piccoli scarabei di vetro.
Per il senatore, Norris Holmes, è sicuramente al Zakiri, e grazie alla sua influenza infatti arriva la cavalleria: CIA, antiterrorismo, comunicati stampa di caccia all’uomo, estromissione dalle indagini dei pur solerti poliziotti francesi. Per Marston invece il terrorismo non centra per niente, anzi il killer imprendibile, che attraverso cunicoli sotterranei (le antiche catacombe sotto Parigi) si muove come un fantasma da un cimitero all’altro, ha un piano ben preciso ben diverso dal dominio del mondo. A lui interessano le ossa di alcune ballerine del Mouline Rouge, tra cui Jane Avril, che faceva furore ai tempi di ToulouseLautrec. Perché? Si chiede Marston. Che se ne fa delle loro ossa? E perché per perseguire questa sua ossessione, uccide senza pietà chiunque si trovi sul suo cammino? (Sparando anche contro di lui e ferendo gravemente Tom).
Penso che un’idea della storia ve la siete fatta, dunque tutto il romanzo è una doppia caccia all’uomo in una Parigi estiva, vista da un americano che infondo la ama. Strade, caffè, ristoranti, luoghi turistici e quartieri più degradati, tutto scorre come scenario tra le pagine, caratterizzate da scrittura sincopata e suspense. La bella Claudia, giornalista intraprendente, darà una mano a trovare nuove piste (e sul finale farà qualcosa di o oltremodo stupido o dannatamente coraggioso); Tom dovrà vedersela con il suo attaccamento al bere per fugare i suoi fantasmi personali; Garcia, il poliziotto francese amico di Marston, darà anche lui una mano e chi non centra niente finirà per rimetterci le penne.
Un po’ di ironia, un personaggio eroe infondo simpatico in aggiunta. Una storia da seguire insomma. Forse solo il titolo può trarre in inganno. No, non è un thriller esoterico, alla Dan Brown per intenderci. Niente monaci assassini, libri maledetti, congiure di sette segrete, anche se la follia del serial killer può essere condotta in un certo qual modo a qualcosa di trascendente (già lo scarabeo dovrebbe condurvi nella giusta direzione). In America è già uscito il terzo episodio, The Blood Promise, prossimamente nelle nostre librerie. Buona lettura.

Mark Pryor, nato e cresciuto nell’Hertfordshire, ha esordito come reporter in Inghilterra, e oggi lavora ad Austin, Texas, come pubblico ministero presso la procura distrettuale della contea di Travis. Fondatore di D. A. Confidential – uno dei maggiori blog sul crimine negli USA – ha conquistato pubblico e critica con il suo romanzo d’esordio, Il libraio di Parigi, (Timecrime, 2013). Il mistero della cripta sepolta è il secondo romanzo che vede protagonista Hugo Marston e sarà seguito da The Blood Promise.

:: A.R.C.A. Il risveglio di Pito, Matteo Marchisio, e James Alvaro Arata, (KM33, YOUCANPRINT, 2013) a cura di Micol Borzatta

29 giugno 2014

arca_risveglio_coverUna leggenda narra che all’alba dei tempi esistevano due principi: Bromios, la forza bruta e prepotente, e Pito, la forza del controllo e della riflessione. Come tutti i fratelli un giorno iniziano a combattersi, dando vita all’universo.
Proprio all’interno di questo universo si svolge la grande battaglia tra le forze dell’Intesa Siderale contro i Mokter, popolo di viaggiatori che, dopo aver visto revocato il loro diritto a viaggiare quando hanno consentito di sottostare all’Intesa Siderale, decidono di ribellarsi e combatterli fino alla distruzione totale per tornare liberi.
Un ottimo libro per chi ama il genere fantascientifico, scritto con un linguaggio semplice e lineare, ma rimane un po’ lento per chi invece si avvicina per la prima volta o non proprio fan del genere che si appresta a leggere questo romanzo.
Sicuramente è stata una sfida per gli autori, vista l’epoca in cui vede di moda storie fantasy e horror con maghi, vampiri e licantropi.
In molti punti però si notano refusi ed errori che non stati controllati prima della pubblicazione e moltissimi riferimenti ai libri di Asimov e al film Star Wars, vedi ad esempio la descrizione delle navicelle.
Un’altra problematica che rende difficile la lettura è la descrizione delle battaglie. Gli autori si concentrano troppo su queste parti del libro descrivendole fin troppo minuziosamente, tralasciando di approfondire molti altri punti che vengono solo accennati e non trasmettono al lettore le informazioni necessarie per seguire la storia. Lo stesso vale per molti protagonisti che vengono descritti poco, quando una descrizione maggiore aiuterebbe il lettore a creare un legame con loro trovandoli più veri e tridimensionali.
Nel complesso non è male come libro, ma sicuramente ha bisogno di essere sistemato.

Matteo Marchisio classe 1990 di Montà d’Alba (CN) e James Alvaro Arata di Terzo classe 1988 (AL) sono due studenti, entrambi piemontesi, appassionati di letteratura, videogame e tecnologia. Un’estate di tre anni fa, quasi per scherzo, hanno provato a immaginare la storia, nella loro galassia lontana lontana. Così nacquero gli ARCA, con i loro piloti, le loro missioni e i loro nemici giurati. Il risveglio di Pito è il primo romanzo della serie ARCA, uscito nel dicembre 2013 e  autopubblicato con la piattaforma YOUCANPRINT. Lo stile strizza l’occhio alla letteratura anglosassone, utilizzando un registro tecnico ma efficace, stacchi rapidi e situazioni molto concitare mostrate da più punti di vista. L’uscita del romanzo successivo ARCA- i figli di Tlaloc curato da M.Marchisio è prevista per luglio 2014.