Arriva l’estate e Piemme ha in programma l’uscita, (dal 1 luglio, per due settimane al prezzo lancio di 1,99 Euro), di una nuova collana esclusivamente di ebook, denominata Originals. In tutto 6 romanzi inediti di autori italiani, quattro gialli, in tutte le sue sfumature dal noir al thriller, e due storie al femminile. 6 nomi forse nuovi del panorama editoriale ma di sicuro interesse a partire da Aldo Costa autore di Non è vero, un thriller d’ambientazione alpina. A seguire Gianluca Veltri, con L’odore dell’asfalto, questa volta un noir di ambientazione milanese con protagonista l’ispettore Crespo. Sempre un thriller, ma questa volta con sfumature esoteriche, è il romanzo invece della coppia di esordienti composta da Fabrizio D’Astore e Nanni De Lorenzi, autori di L’ottagono di Federico. E per finire sempre nel filone giallo, questa volta storico, Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries, del forlivese Paolo Cortesi, un tuffo nella Parigi del 1912, con protagonista l’autore della Recherche improvvisatosi detective. Per quanto riguarda le storie al femminile Piemme ci propone due scrittori Luca Centi e Sarah Rabolini, rispettivamente autori di Il presagio della rosa nera, una storia d’amore con un tocco di magia, e Per un’estate, un romanzo d’esordio sulla scoperta dell’amore e dell’amicizia tra giovanissmi. Dunque non c’è che l’imbarazzo della scelta. Io ho già adocchiato Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries, e se tutto va bene dovrebbe seguire a breve, su queste pagine, l’intervista al suo autore. Enjoy.
Archivio dell'autore
:: Segnalazione: Gli ebook Originals di Piemme per l’estate
27 giugno 2014:: Le luci bianche di Parigi, Theresa Revay, (Beat edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello
27 giugno 2014
La Storia della prima metà del Novecento è stata caratterizzata da due conflitti mondiali e una rivoluzione che ha abbattuto un regime che durava da secoli come quello degli zar: Le luci bianche di Parigi (traduzione non letterale dell’originale La louve blanche), permette di fare un ripasso di quelle pagine fondamentali, raccontando la storia della contessina russa Ksenija, che fugge dal suo Paese in preda ai bolscevichi dopo l’omicidio del padre, fino a giungere a Parigi dove si fa un nome nella moda, e del fotografo tedesco Max, suo grande amore contrastato per tutta la vita, idealista costretto ad assistere all’ascesa della dittatura nel suo Paese e alla distruzione di valori che riteneva consolidati.
Il libro procede per alcuni grossi blocchi narrativi, in cui si rivivono i grandi eventi di quegli anni, la Rivoluzione d’ottobre, il crollo di Wall Street, l’avvento di Hitler, la Notte dei cristalli, la Shoah, la seconda guerra mondiale, la Resistenza, mentre si trascinano le esistenze di Ksenija e Max, divisi dalla Storia e dalle guerre, ma che non dimenticano mai i loro sentimenti, tra mille addi e ricongiungimenti.
Un libro avvincente e interessante, anche se a tratti le parti sembrano un po’ slegate e occorre conoscere comunque bene i fatti di quel periodo per orientarsi: ma per gli amanti di romanzo storico Le luci bianche di Parigi è senz’altro un titolo da non perdere, capace di catapultare nei drammi ma anche nel fascino di epoche che in molti sentono come remote ormai ma i cui eventi non vanno certo dimenticati. Un libro scritto con un linguaggio da film, pronto ad essere trasposto sullo schermo senza grandi aggiustamenti, vivo nelle immagini e nei luoghi in cui si incontrano i destini di tutti i personaggi della storia, saga familiare, storia d’amore, epopea di idee e vicende.
Le ambientazioni non saranno nuovissime, ma vengono trattate dall’autrice con molta originalità, raccontando pagine poco note come la diaspora dei russi in fuga dai bolscevichi in tutta Europa con la loro vita da immigrati in città lontane, tanto simile a tragedie analoghe che ci sono ancora oggi, l’odio verso gli imprenditori ebrei in Germania all’inizio degli anni Trenta, il lavoro delle donne anche qualificato in Europa tra le due guerre, lo scatenarsi di animi e ideologie della guerra civile spagnola, il collaborazionismo con i nazisti di tanti francesi. Tanto materiale, tutto interessante, e la storia d’amore narrata non è melensa, non è scontata, è molto moderna, non è una scusa per descrivere pagine e pagine di ginnastica da letto ed è coinvolgente e commovente, anche se qualcosa alla fine rimane in sospeso.
Theresa Revay è considerata oggi in Francia la migliore autrice locale di romanzi storici, genere in pratica inventato oltralpe e sempre verde, anche se cambiano le epoche che vanno per la maggiore, anche se il cosiddetto secolo breve rimane sempre in alto alle preferenze.
Le luci bianche di Parigi è un libro avvincente, non scontato, originale e da consigliare ai romantici con il cervello e a chi ama la Storia, e le storie degli individui che si sono mescolate con essa, non sempre uscendone vivi ma lasciando comunque il segno. Traduzione di R. Boi.
Theresa Révay è nata a Parigi. Ha lavorato come traduttrice dal tedesco e dall’inglese. Il suo romanzo d’esordio, Valentine ou le Temps des adieux, ha ricevuto un’ottima accoglienza da parte di critica e pubblico, e con La soffiatrice di vetro è stata finalista al Prix des Deux-Magots del 2006. Tradotta in numerosi paesi, Révay è ormai riconosciuta come una delle migliori scrittrici di romanzi storici.
:: Un’intervista con Blake Crouch a cura di Giulietta Iannone
26 giugno 2014
Benvenuto Blake e grazie di aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Prima di iniziare a parlare del tuo libro, raccontami qualcosa di te. Chi è Blake Crouch? Punti di forza e di debolezza.
Sono, naturalmente, uno scrittore. Punti di forza: la suspense, i personaggi, la creazione di atmosfera, le grandi idee. Ma la mia forza nel pensare grandi idee può anche essere la mia debolezza. Per iniziare un nuovo progetto ho sempre bisogno di una grande idea, e come sai le grandi idee non vengono tutti i giorni, per cui ritardo spesso di iniziare i miei libri.
Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
Sono cresciuto nel Sud degli Stati Uniti, ho studiato letteratura e scrittura creativa all’università e mi sono trasferito a Ovest dopo la laurea.
Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?
Scrivo da sempre, da quanto posso ricordare. Credo che tutto sia iniziato quando ero bambino, e inventavo per i miei fratelli minori (spaventose) favole prima di dormire. Al liceo ho scritto un sacco di poesia di pessima qualità, alcuni brevi racconti, e una volta all’università ho iniziato a perseguire attivamente il mio sogno.
Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?
Pines è il mio primo romanzo a essere tradotto in italiano, ma non è il mio primo romanzo in assoluto. In realtà è il mio 10° libro. Gli altri sono stati pubblicati in America dal 2004, anno in cui è uscito il mio primo romanzo, Desert Places. Sì, la mia strada verso la pubblicazione è stata costellata di rifiuti, un sacco di crepacuore, ma poi ho finalmente avuto la fortuna di attirare l’attenzione di qualcuno.
Pines è stato appena pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer con il titolo I misteri di Wayward Pines e tradotto da Stefano Di Marino. Ho avuto la fortuna di recensirlo e mi è davvero piaciuto. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
Sono stato ispirato da un piccolo paese di montagna in Colorado chiamato Ouray, dove la mia famiglia ed io spesso trascorriamo le vacanze. Mentre stavo camminando per le tranquille strade di Ouray una notte ho sentito uno squillo del telefono e allora ho pensato: Che cosa succederebbe se un uomo solo possedesse l’intera città? Che cosa succederebbe se, per quanto mi sforzassi, non riuscissi a lasciarla? Che cosa succederebbe se l’intera città cercasse di uccidermi, o di farmi impazzire?
Il capitolo di apertura presenta il protagonista. Potresti dire ai lettori cosa succede?
Ethan Burke si sveglia nella strana città di Wayward Pines, Idaho, e in un primo momento non riesce a ricordare dove si trova, perché è lì, o chi sia. Vaga in giro per la città, cercando di mettere insieme i suoi ricordi, e alla fine del primo capitolo si rende conto che è stato coinvolto in un brutto incidente stradale. Si ricorda che è un agente dei servizi segreti, e che è a Wayward Pines in missione per trovare la sua ex-partner.
Parlaci dei personaggi principali del libro.
Il protagonista/eroe è Ethan Burke, un agente dei servizi segreti che viene inviato a Wayward Pines in cerca della sua collega scomparsa (con la quale ha avuto una recente relazione). Questa partner scomparsa è Kate Hewson, e lei è bella, intelligente, e sta cercando accettare la realtà, che lei è stata intrappolata in questa città per 12 anni. Naturalmente, c’è l’ infermiera Pam, uno dei miei personaggi preferiti. Ci appare subito come una psicopatica nelle prime pagine di Pines, ma andando avanti ci rendiamo conto che è molto di più di una semplice infermiera. Infine, c’è David Pilcher, il grande uomo dietro Wayward Pines. Ha visto quello che stava arrivando, ha costruita la città, e l’ha popolata con i residenti. Egli è il “Dio” di Wayward Pines.
Non vorrei entrare troppo nella trama, o spoilerare il finale. Eppure, mi piacerebbe sapere come hai costruito la trama.
Sapevo di voler scrivere la storia di un uomo intrappolato in una città che non poteva lasciare. Avevo in mente gran parte della storia, ogni cosa sulle esperienze di Ethan a Wayward Pines, ma non sapevo dove tutto ciò avrebbe portato. Allora ho fatto un patto con me stesso che non avrei iniziato il libro fino a quando non avessi saputo quale sarebbe stato il finale, la grande rivelazione. Ho pensato che il pubblico meritasse una storia che contenesse una grande rivelazione. Non mi ricordo il momento esatto in cui ho capito che cosa Wayward Pines era in realtà, ma mi ricordo la sensazione che provai e fu qualcosa di molto speciale.
C’è una tua scena preferita in Pines?
Senza dubbio, la scena in cui Ethan è inseguito da tutta la città. Questa è stata la prima scena che ho avuto in mente quando ho avuto l’idea per il libro ed è stato il motivo per cui ho deciso di scriverlo.
Pines è un thriller, con un pizzico di fantascienza e di horror. E’ anche una parabola ecologista? Un memento per una società che viaggia verso la distruzione?
Mi piace la tua frase “parabola ecologista.” E’ certamente anche questo. Volevo che il libro portasse un messaggio circa l’atteggiamento sconsiderato dell’ umanità verso la terra, che è la sua casa, ma senza sembrare troppo predicatorio.
Wayward Pines è un’ imminente serie televisiva americana, basata sul tuo romanzo Pines e diretta da M. Night Shyamalan. Hai già visto l’episodio pilota? Puoi parlarci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico?
Sì, l’ho visto! Ed è davvero incredibile. Non vedo l’ora che anche il pubblico possa vederlo. Per il resto è un tale rompicapo. Io credo che il mio stile sia cinematografico, sì. E probabilmente è dovuto al fatto che quando sto scrivendo un romanzo vedo sempre le scene e i personaggi piuttosto vividamente, come in un film o in uno show televisivo che sta scorrendo nella mia testa. E cerco solo di trasportare questa visione dalla mia testa nella pagina.
Verrai in Italia per promuovere i tuoi libri?
No, attualmente non c’è nessun progetto, ma mi piacerebbe visitare l’Italia. Non sono mai stato nel vostro bel paese.
Grazie per la tua disponibilità. Mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti notizie su Wayward, il secondo episodio e The Last Town, la terza e ultima parte.
Wayward continua la storia iniziata in Pines. E ‘stato pubblicato lo scorso autunno negli Stati Uniti e sarà presto disponibile in Italia. The Last Town, è l’ultimo libro della Wayward Pines Trilogy uscirà negli Stati Uniti, tra tre settimane, e speriamo esca in Italia il prossimo anno. Tutti e tre i libri avranno spazio nello show in tv.
:: L’ombra sulla corona, Patricia Bracewell, (Sonzogno, 2014) a cura di Elena Romanello
26 giugno 2014
Il Medio Evo, chiamato così in maniera dispregiativa dopo il Rinascimento, è durato per oltre un millennio in Europa, portando con sé importanti cambiamenti e vicende personali affascinanti, oltre che una cultura capace di elevate espressioni artistiche e culturali che sono rimaste fino ad oggi, influenzando anche l’immaginario.
La californiana Patricia Bracewell, docente di Storia e scrittrice, ha deciso di raccontare come romanzo e non come biografia la vicenda umana di Emma di Normandia, regina d’Inghilterra per quarant’anni dall’inizio dell’anno Mille, figura oggi poco nota rispetto ad altri ma in realtà emblematica di un momento fondamentale della Storia britannica, tra invasioni straniere e consolidamento di uno Stato sovrano che mise le fondamenta di come si sviluppò il popolo inglese.
Emma compare nelle pagine del libro quando va in sposa quindicenne al vecchio re Etelredo d’Inghilterra, per consolidare i legami dinastici tra due terre divise dalla Manica, e si trova catapultata in una corte dove non è benvoluta dai figliastri che vedono in lei e nei suoi possibili figli una minaccia al loro potere e dove il suo stesso sposo non ha gran rispetto per lei.
Un personaggio poco noto, quindi, che si trova a dover essere una pedina in un gioco più grande di lei, in un’Europa divisa ma dove compaiono i primi Stati sotto il dominio di re, al centro di una vicenda interessante, poco nota anche perché legata a documenti consultati solo da storici e studiosi. Patricia Bracewell dimostra quindi le sue radici di storica, raccontando una vicenda di intrighi, complotti, infelicità, realmente avvenuta, dal punto di vista di una donna, privilegiata certo rispetto alle popolane, ma sempre tenuta in una condizione subalterna, dalla quale comunque la giovane regina seppe sollevarsi, diventando nel corso della sua vita un personaggio importante, tanto da ispirare celebrazioni da parte dei contemporanei.
Interessante comunque ricordare l’apporto delle donne alla Storia, tutt’altro che di secondo piano, senza il bisogno di ricorrere a figure inventate di avventuriere e simili, interessanti e simpatiche ma forse poco realistiche: Emma è realmente esistita, e Patricia Bracewell la sa rendere in maniera efficace, non rinunciando al romanzesco ma rendendola profondamente reale, in questo mondo lontano, non facile, ostile, in preda alle invasioni di popoli come i Vichinghi, ma molto interessante.
Il libro, molto dettagliato ma scorrevole, racconta quindi solo un pezzo della vita di Emma, i primi anni di matrimonio con Etelredo, fino alla nascita del sospirato erede maschio, che sarà Edoardo il Confessore, celebre re britannico. Seguiranno altri due libri, il prossimo, con il titolo inglese di The price of blood, è annunciato per l’inizio del 2015, per continuare a raccontare la storia di questa regina, persa nelle nebbie del tempo ma ancora molto interessante oggi.
La vera Emma di Normandia regnò non solo sull’Inghilterra fino alla morte nel 1052, e fu la bisnonna di Guglielmo il Conquistatore, il re di Normandia che diventò re d’Inghilterra nel 1066 con la battaglia di Hastings, e dire che il matrimonio di Emma era stato deciso, decenni prima per evitare questo. Ma anche se sono fatti noti sarà comunque bello scoprirli con i prossimi capitoli di questa storia. Traduzione di A. Di Luzio.
Patricia Bracewell è nata in California, dove ha insegnato letteratura prima di dedicarsi alla carriera di scrittrice. Attratta dalla storia inglese, si è imbattuta nella figura, poco studiata, di una delle grandi regine d’Inghilterra, Emma di Normandia, che per quattro decenni ha governato il destino di uno dei più potenti regni d’Europa. Questo è il primo volume di una trilogia dedicata a Emma.
:: La ragazza inglese, Daniel Silva, (Giano editore, 2014) a cura di Viviana Filippini
26 giugno 2014
Torna Gabriel Allon l’agente segreto del Mossad appassionato di restauro e di opere antiche nato dalla penna di Daniel Silva e questa volta protagonista di La ragazza inglese, pubblicato da Giano editore. La trama prende il via su una spiaggia della Corsica quando una bella ragazza in vacanza sparisce all’improvviso. Chi ha rapito Madeline Hart? Chi ha fatto sparire questa giovane grintosa prossima ad entrare nel governo britannico? Nessuno riesce a capirlo, ma qualche dubbio sulla sua scomparsa comincia a venire a galla quando si scopre che la donna è l’amante di Jonathan Lancaster, Primo Ministro britannico. Nell’uomo si scatena il panico totale, perché dando il via ad indagini ufficiali, lui teme che la loro relazione segreta possa essere scoperta, e per tale ragione Lancaster fa di testa sua e assolda Allon per ritrovare l’ amante. Il detective accetta l’incarico partendo per la nuova missione che da subito presenta ostacoli e limiti d’azione imposti dai rapitori, i quali minacciano di ammazzare l’ostaggio se non sarà pagato un riscatto. Il tempo stringe e un po’ alla volta Allon capisce che dietro il rapimento della ragazza non ci sono solo ragioni politiche, ma veri e proprio intrighi internazionali. Nel nuovo thriller di Silva la suspense si mescola alla perfezione ai raggiri politici ed economici che dalla Corsica porteranno Allon e il suo aiutante Robert Keller nel Regno Unito e in Russia. Ciò che colpisce in questa vicenda creata dallo scrittore americano non è solo la sua bravura nell’aver dato vita ad un puzzle di eventi che si incastrano alla perfezione portando il lettore a voler saper come la storia si risolva, quello che intriga è anche la capacità dell’autore e di dare una psicologia e dei sentimenti a tutti i personaggi principali presenti nella trama, buoni o cattivi che siano. Leggendo La ragazza inglese si scopre che Gabriel Allon a tratti potrebbe apparire una gelida spia pronta a tutto per compiere la missione affidata, ma in realtà oltre ad essere un uomo molto colto, ha anche vissuto un doloroso dramma familiare che ha cambiato per sempre la sua esistenza. La stessa Chiara, esperta di arte e moglie del protagonista, ha un passato di dolore che la lega in modo profondo a Gabriel. Robert Keller, in precedenza nemico di Allon e in questa avventura suo fidato alleato, ha avuto un vita complessa fatta di imprese militari che lo hanno segnato per sempre. E che dire di Madeline Hart, così bella e intrigante, ha avuto un’infanzia cupa e di sofferenza che emergerà un po’ alla volta nella narrazione, facendoci capire che non sempre le persone sono quello che fan credere d’essere. La storia è ben scritta da Daniel Silva e l’azzeccata traduzione porta le pagine a scorrere via veloci in un turbine di eventi e colpi di scena inaspettati che lasciano in che legge stupore inaspettato. In tutto questa vicenda non mancano una buona dose di spionaggio, di riferimenti all’arte, ai sentimenti, alla cultura e alle tradizioni folcloristiche della Corsica che doneranno ai protagonisti impreviste speranze per il futuro. La ragazza inglese è una spy story avvincente dal potere ipnotico che incanta dalla prima all’ultima pagina confermando la maestria di Daniel Silva nel creare impianti narrativi coinvolgenti per la presenza di misteriose scomparse e omicidi da risolvere che allo stesso tempo forniscono nozioni di storia dell’arte, di politica, di economia e di storia del genere umano. Traduzione Raffaella Vitangeli.
Daniel Silva è nato in Michigan nel 1960. Nel 1984 ha iniziato la carriera giornalistica lavorando per United Press International, per poi diventare produttore televisivo della CNN. Tutte le sue opere, The Kill Artist, The Englesh Assassin, The Confessor, A Death in Vienna, Prince of Fire, The Messenger, The Secret Servant e, The Defector, sono entrate nelle classifiche dei libri più venduti. Daniel Silva vive con moglie e i due figli a Washington.
:: Lunedì nero per il commissario Dupin, Jean-Luc Bannalec (Piemme, 2014) a cura di Giulietta Iannone
25 giugno 2014
Giallo classico per Jean- Luc Bannalec, pseudonimo dell’editore, critico letterario e traduttore tedesco Jörg Bong, già autore di Natura morta in riva al mare, sempre edito da Piemme. Con Lunedì nero per il commissario Dupin (Bretonische Brandung, 2013), tradotto da Giulia Cervo ed edito in Germania da Kiepenheuer & Witsch GmbH, dunque ci presenta un nuovo caso per Georges Dupin, commissario della polizia di Concarneau, sullo scenario di una Bretagna incontaminata, descritta con vivide pennellate di colore locale. In Germania è già uscito il terzo episodio Bretonisches Gold – Kommissar Dupins dritter Fall a sancire un successo decisamente notevole, per una serie di romanzi che omaggiano la tradizione del poliziesco francese classico alla Simenon per intenderci, con tutti i distinguo del caso ovviamente. Ambientato nel piccolo arcipelago delle isole Glénan (senza s, non è un errore è più che altro una licenza grammaticale), nel nord dell’Atlantico, poco lontano dalle coste della Bretagna, Lunedì nero per il commissario Dupin è un’ indagine classica che parte dal ritrovamento di tre cadaveri, presumibilmente annegati, scoperti sulla spiaggia bianchissima di una delle tante isole. La tempesta del giorno precedente lascerebbe pensare ad un incidente ma il commissario Dupin, incaricato delle indagini ha qualche dubbio. Per prima cosa bisogna risalire all’identità dei morti, indagando tra coloro di cui è segnalata la scomparsa, poi capire che legami potessero avere tra loro e soprattutto chi poteva volerli morti. Non sarà facile ma il burbero ispettore, amante della buona cucina, con una segretaria al corrente di tutti pettegolezzi in circolazione e con una passione per la proprietaria dei Quatre Vents ce la metterà tutta per poi trovarsi con una versione ufficiale e la verità. Parigino, con una madre ingombrante, innamorato di una dottoressa del reparto di chirurgia dell’ospedale Georges Pompidou, con cui ha una relazione complicata, straniero in una regione ligia alle tradizioni e al senso di appartenenza (una terra di pirati infondo, sempre a caccia di tesori) il commissario Dupin ricalca in breve il modello dell’ investigatore di tanta letteratura poliziesca francese, rivisitata da un tedesco romantico e sensibile con forti legami in Bretagna. Tratto distintivo dell’autore, l’attenzione per i dettagli e l’amore per la natura, descritta con dovizia di particolari in lunghe divagazioni dal sapore nostalgico (letto il romanzo saprete cos’è una marea sigiziale). Poi certo c’è l’indagine, fulcro dell’intreccio, condotta in modo classico, tra un astice cotto a puntino, un entrecôte con pommes sautèes e vino rosso e uno dei mille caffè di chi è sempre in debito di caffeina. Una scrittura placida, sorniona, a tratti divertente ci accompagna per tutta la narrazione dando verve a un romanzo che intrattiene, senza eccessiva esibizione di sangue e violenza. Una lettura estiva insomma, adatta ai lunghi pomeriggi di quiete e di riposo. Strepitosa la copertina.
Jean-Luc Bannalec è lo pseudonimo di uno scrittore tedesco che ha ottenuto un clamoroso successo di pubblico e critica in Germania con il giallo Natura morta in riva al mare, seguito da Lunedì nero per il commissario Dupin, che ha conosciuto altrettanta fortuna. Vive tra la Germania e la Bretagna.
:: Italiani brutta gente, Lorenzo Mazzoni (Koi Press, 2014)
24 giugno 2014
Malatesta pensò ai giornalisti. Lavoro extra per loro negli ultimi tempi. Una donna rapita. Un barbone bruciato vivo. Tre rom ammazzati a fucilate. Ferrara stava diventando più pericolosa di Ciudad Juárez. A parte la donna rapita, grazie al suo stato sociale, alle sue gambe e alle sue frequenti comparsate in TV, il barbone e i rom sarebbero stati presto dimenticati da tutti. Sarebbe rimasto solo qualche impavido imbrattacarte, di quelli a cui non venivano lasciate nemmeno le briciole delle notizie principali, che si sarebbe gettato sugli approfondimenti strappalacrime di quelle morti assurde. Poi ci sarebbero stati i reazionari, quelli che difendevano l’esasperazione tutta italica contro i morti di fame e gli zingari, e dall’altro lato della barricata i liberal e radical chic, che avrebbero accusato la politica repressiva di aver creato la piaga della disoccupazione e del propagarsi dei campi rom. La solita merda. Malatesta spense la sigaretta sul tappetino ai suoi piedi e guardò una donna, forse la madre, la moglie, la sorella, che piangeva un pianto inconsolabile. La gonna colorata, le calze di spugna rosa shocking, il foulard in testa.
Torna la Ferrara, provinciale e nello stesso tempo multietnica, dello sbirro anarchico Pietro Malatesta nel quinto capitolo della saga intitolato Italiani brutta gente, edizioni Koi Press. Sempre Lorenzo Mazzoni ai testi, e Andrea Amaducci a colorire di immagini un noir che sicuramente nel panorama italico spicca per originalità, irriverenza e graffiante ironia.
Con un pizzico di cattiveria in più, Mazzoni ci narra la storia di un bizzarro rapimento di una nota esponente politica, calcata su un modello facilmente riconoscibile, (ma qui sicuramente troveremo la formula classica in cui si assicura che ogni riferimento a personaggi reali è puramente casuale, e della realtà ha sicuramente il debito della trasfigurazione creativa), Samantha Ripamonti, grottesca caricatura, specchio di una classe politica che nel bene e nel male riflette il popolo che l’ha eletta. Gli italiani dunque, una volta brava gente, ora irrimediabilmente intossicati dalla crisi, dalla disoccupazione, dall’egoismo, dalla xenofobia, dal razzismo.
Samantha Ripamonti, rossa (anzi arancione) di capelli, brianzola doc trasferitasi a Ferrara al seguito di un compagno imprenditore, una volta ministro ora votata alla causa animalista, (arriva a richiedere la cittadinanza per i cani rigorosamente di razza, molto più meritevoli degli immigrati), protagonista scosciata dei salotti televisivi, viene infatti rapita da un gruppo di balordi della zona, capitanati da un ex parà reduce dalle missioni in Somalia, tendenzialmente incapaci, grotteschi quanto lei.
Compito di ritrovarla spetterà al nostro ispettore della Volante Malatesta, surreale rappresentante dell’ordine, insofferente alle gerarchie, sempre sul punto di essere sospeso o mandato a dirigere il traffico, come si soleva dire una volta. Malatesta se ne infischia della realpolitik, del compromesso, dell’ossequiente ubbidienza alla ragion di stato, e proprio per questo è sempre ad un passo dai guai e nello stesso tempo simpatico a chi legge.
Poi la richiesta di riscatto:
La telefonata era arrivata alle dieci e dodici minuti. Avevano chiamato all’ufficio dell’imprenditore. Aveva risposto la sua segretaria. Una voce maschile aveva detto semplicemente: “Abbiamo noi Samantha Ripamonti. Vogliamo tre milioni di euro. Vi diremo dove e quando. Nei prossimi giorni vi invieremo le prove che vi daranno garanzia che l’abbiamo noi. Sta bene”.
E’ l’inizio di un’indagine anarchica quanto Malatesta, coadiuvata da una squadra composta da una specie di Big Jim cinquantenne (con come suoneria del cellulare una frizzante versione di Faccetta nera) in compagnia di un giovane Primo Carnera e di un tenero e imberbe Jean-Claude Van Damm, incaricati, per decreto di chi detiene il potere, di coordinare e dirigere le indagini. Immaginatevi la gioia di Malatesta che già fantastica di tagliare le gomme della loro auto.
Con toni che vanno dalla farsa alla tragedia, (dare fuoco ad un barbone, o le aggressioni ai campi rom sono tragicamente argomenti di cronaca), Mazzoni ci narra uno spaccato di vita di provincia, e trasforma il noir in un impietoso ritratto sociale, pieno di rabbia autentica e di indignazione civile, di un’ Italia allo sbando in cui i confini tra bene e male non sono più così netti.
Un’Italia con ronde di vigilantes, politici che calcano l’onda del risentimento, valori umani calpestati e sovvertiti, ipocrisie più o meno palesi, burocratismo estremo e falcidiante, culto per il denaro, edonismo di bassa lega. Una lettura divertente e nello stesso tempo impegnata, un antidoto ai pregiudizi, alle ipocrisie, al ciarpame che ammorba e intossica il tanto osannato quieto vivere stigmatizzando vizi e difetti. E la rabbia di cui parlavo prima emerge feroce e ci accompagna per tutta lettura. Sarebbe meglio anche dopo.
Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Narratore, saggista e reporter ha pubblicato numerosi romanzi, fra cui “Il requiem di Valle Secca” (Tracce, 2006; finalista al Premio Rhegium Julii), “Ost, il banchetto degli scarafaggi” (Edizioni Melquìades, 2007), “Le bestie/Kinshasa Serenade” (Momentum Edizioni, 2011), “Apologia di uomini inutili” (Edizioni La Gru, 2013; Premio Liberi di Scrivere Award). È il creatore dell’ispettore Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Momentum Edizioni/Koi Press) “Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico” (2011; Premio Liberi di Scrivere Award), “La Tremarella” (2012) e “Termodistruzione di un koala” (2013). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi su “Il manifesto”, “Il Reportage”, “East Journal”, “Il reporter”, “Culturalismi” e “Torno Giovedì”. Collabora con “Il Fatto Quotidiano”.
:: L’angelo caduto, Daniel Silva (Giano, 2014) a cura di Elena Romanello
24 giugno 2014
Roma resta una delle città emblematiche del mondo e non c’è da stupirsi se continua ad ispirare i romanzieri, che dopo Dan Brown hanno scoperto o riscoperto anche il suo aspetto esoterico e misterioso legato alla presenza del Vaticano, ma anche altre tematiche, che spesso sono oggetto della cronaca sui giornali, come connivenze e traffici.
Daniel Silva ambienta qui un nuovo capitolo delle avventure dell’agente segreto Gabriel Allon, non più giovanissimo e a riposo nella Città eterna, dove si è dedicato all’arte, con una nuova moglie più giovane e il ricordo di lutti e missioni passate. Ma la morte misteriosa di una restauratrice che cade dalle impalcature proprio dentro San Pietro porterà Gabriel a scoprire un traffico di opere d’arte per finanziare legami tra mafia e terrorismo, che possono minacciare un’altra città simbolo per le religioni, Gerusalemme.
Una narrazione serrata e avvincente, per un libro tra thriller e fantapolitica, ambientato in un futuro molto prossimo o in universo quasi analogo al nostro ma parallelo, dove c’è un Papa Paolo VII, ma dove ci sono i mali del nostro mondo, criminalità organizzata e terrorismo integralista, che si intersecano con l’indagine di questo eroe che sperava di riposarsi dopo una vita, che rivive in flash back, di drammi e morti dovuti al suo lavoro e non solo. Chiaramente Daniel Silva precisa che si tratta di un’opera di finzione, ma qualcosa di reale si legge e respira, anche se si spera che nessuno cerchi mai di fare una delle cose descritte nelle pagine del libro e che Gabriel dovrà fare di tutto per sventare.
Daniel Silva però vuole innanzitutto raccontare un avvincente thriller fatto di indagini, inseguimenti, salvataggi all’ultimo momento, per cui tra le righe si riflette su certe questioni non certo inventate, ma per lo più ci si appassiona ad una vicenda ben congegnata, tra colpi di scena, che evita le esagerazioni di Dan Brown e delle storie di 007 e lascia comunque a tratti un po’ di inquietudine sul mondo di oggi, visto che non sarà una storia reale ma ha molti aspetti verosimili.
Questo non è il primo libro che Silva dedica a Gabriel Allon, ma è godibile anche a se stante, una vicenda conclusa con riferimenti alle storie precedenti che possono magari rovinare un po’ di sorpresa quando si recupereranno gli altri libri. Gabriel Allon, agente dei servizi segreti israeliani, è l’eroe creato da Gabriel Silva, protagonista di una dozzina di titoli, che hanno rilanciato il romanzo di spionaggio, grande protagonista degli anni Sessanta e poi passato in second’ordine rispetto ad altri.
Un libro da leggere per chi ama le storie intricate ma con un filo conduttore, ricche di colpi di scena fino all’ultimo, rilassanti ma non stupide, con un protagonista comunque non scontato e lontano da certi stereotipi dell’agente segreto, vecchi e non più adatti ad un mondo in cui non si contrappongono più i due blocchi della Guerra fredda, ma varie realtà contraddittorie. In attesa del prossimo capitolo su Gabriel Allon, che di sicuro non mancherà.
Daniel Silva è nato in Michigan nel 1960. Nel 1984 ha iniziato la carriera giornalistica lavorando per United Press International, per poi diventare produttore televisivo della CNN. Tutte le sue opere, The Kill Artist, The English Assassin, The Confessor, A Death in Vienna, Prince of Fire, The Messenger, The Secret Servant e, in ultimo, The Defector, sono entrate nelle classifiche dei libri piú venduti. Daniel Silva vive con la moglie e i due figli a Washington.
:: Complicazioni, Isaac Adamson (Piemme, 2014), a cura di Elena Romanello
23 giugno 2014
Piemme propone la prima traduzione in italiano di un autore già famoso negli Stati Uniti, Isaac Adamson, tant’è che un altro suo romanzo, ancora inedito da noi, Suckerpunch, è stato già opzionato dal cinema con Tobey Maguire protagonista.
Complicazioni di Isaac Adamson narra l’indagine che Lee Holloway, un uomo come tanti, fa a Praga sulla scomparsa del fratello Paul, che lui credeva morto nell’alluvione che aveva colpito la città mitteleuropea alcuni anni prima, ma che forse, come gli suggerisce la misteriosa Vera, che l’ha contattato tramite lettera e che poi troverà là, rimanendo coinvolto dalla sua personalità.
Alle ricerche di Lee, che scoprirà tra le altre cose che Paul forse era implicato nel furto di un preziosissimo orologio commissionato dall’imperatore Rodolfo II d’Asburgo nel Cinquecento, un orologio che celeberebbe dentro di sé il segreto della vita eterna, si affiancheranno altre sottotrame, tra cui un interrogatorio della polizia segreta ai danni di un personaggio misterioso, tra diversi piani di narrazione, non sempre risolti in maniera chiara dall’autore, che a tratti sembra pasticciare un po’ una storia comunque affascinante.
Un giallo o thriller deve per forza presentare un enigma o un mistero da svelare e una verità da cercare, ma Complicazioni, pur avendo dalla sua questi elementi, talvolta si smarrisce per strada tra troppe sottotrame, lanciando tanti ami ma riuscendo solo in parte nella sua pesca, accumulando indizi interessanti ma poi perdendoli, per arrivare ad una conclusione non scontata ma avendo perso forse troppa carica in corsa.
Un libro non privo di interesse, quindi, ma troppo caotico e confuso per buona parte della storia, con varie sottotrame che si intersecano, ma che più che delle complicazioni risultano poco omogenee tra di loro.
Detto questo, le atmosfere del libro sono molto efficaci ed interessanti, e protagonista del libro non è Lee con la sua ricerca della verità su Paul, o il furto dell’orologio, ma la città di Praga, tra le più misteriose ed affascinanti d’Europa e del mondo, capace di attirare buona parte dei suoi turisti proprio per questo suo aspetto oltre che per un patrimonio artistico assolutamente originale ed unico, simbolo eterno di incontro tra culture e incanti senza tempo.
Complicazioni è quindi un libro da leggere per chiunque ami Praga, ci sia stato e abbia nostalgia di questa città, o senta la sua magia senza averla mai visitata. Una città che l’autore senz’altro ama molto, e che infatti sa restituire come atmosfere, profumi, pericoli, capace di celare misteri secolari o dell’altro ieri. Sarebbe curioso leggere a questo punto e comunque anche i libri rimasti inediti dell’autore, dove è protagonista un’altra città, lontanissima da Praga come distanza e cultura, ma anch’essa a suo modo iconica, e cioè Tokyo. Traduzione di S. Bortolussi.
Isaac Adamson vive a Portland, nell’Oregon, con la moglie e i figli. Ama il calcio e suonare la chitarra. Dal suo romanzo d’esordio, Tokyo Suckerpunch, primo di una trilogia noir pubblicata da Harper Collins in America, verrà tratto un film per la Sony con Tobey Maguire. Complicazioni è il suo primo romanzo tradotto in Italia, ed è pubblicato in America da Soft Skull, casa editrice specializzata nel thriller e noir.
:: L’autunno dell’anno prima, Alessandra Zenarola, (Scrittura & Scritture, 2014)
18 giugno 2014
Autrice interessante l’ udinese Alessandra Zenarola e non lo dico con leggerezza. A volte le parole perdono significato per il troppo uso, diceva un mio professore di filosofia, e questa volta sarebbe un peccato. L’autunno dell’anno prima, edito Scrittura & Scritture nella collana Voci è il primo libro che leggo della Zenarola, che ha già pubblicato due romanzi e una raccolta di brevi novelle, quindi non è strettamente quello che si dice un’ esordiente, ma stranamente non ne avevo mai sentito parlare. E anche questo è un vero peccato.
La prima cosa che colpisce di questo autrice è lo stile luminoso, raffinato, poetico, ancora più difficile da conquistare quando si parla di quotidiano, di vita contemporanea, o di rapporti familiari, amicali o sentimentali. E già solo per questo merita di essere letta, non solo dai lettori “lettori” ma anche da coloro che si avvicinano alla scrittura. Credo che questo testo sia una grande lezione di stile, uno degli stili più personali che mi sia capitato di leggere in questi ultimi tempi, che anche se è un errore imitarlo, (ogni autore dovrebbe raggiungere uno stile personale) trasmette un profondo amore per la parola, per le sue sfumature, per la capacità di dare valore semantico anche alle frasi più apparentemente banali o di contorno. C’è un autrice che amo molto che me la ricorda (proprio per l’intensità delle sue frasi, e la sana “fatica” che impiego nel leggerla) non la cito per pudore, lasciando a voi lettori di fare i vostri accostamenti. Comunque se avrete modo di leggere questo libro sono certa che capirete cosa intendo.
Innanzitutto è una scrittura al femminile, umorale, delicata e nello stesso tempo capace di trasmettere forza, la forza del personaggio, figlia, moglie, madre, amante capace di districarsi tra lavoro e impegni familiari, la cura degli anziani è forse uno dei più delicati, un misto di sentimenti e razionalità, di coraggio e di fragilità.
La protagonista ha un rapporto difficile col cibo. La sua inappetenza, non definita come vera e propria anoressia, (anche se originata sicuramente dai suoi rapporti conflittuali con i genitori, padre assente, madre invadente, e poi con il marito fedifrago) appare continuamente a sottolineare un disagio esistenziale quasi fastidioso, quasi patologico. Domiziana, nome bellissimo, non mangia quasi perché rifiuta la vita, mette una barriera tra sé e l’invadenza della realtà, dei ricordi, degli altri, finché si innamora di Darko, un bosniaco che vive a Grado, l’isola bella, solo con il suo cane, un uomo ruvido, affascinante, misterioso, solitario, anch’egli probabilmente ferito dalla vita (si accenna in un detto non detto a esperienze di guerra).
E naturalmente questo amore avrà un doppio potere, quello di avvicinarla alla sorella, Andrea, (fonte del forse unico e reale colpo di scena) la cui (vana) ricerca l’ha portata proprio sulla laguna di Grado in inverno, permettendole un addio, e di (ri)avvicinarla alla “vita” in un finale (lieto) carico di speranza e di fiducia nel futuro e, perché no, di un rigurgito di indipendenza conquistata.
Alessandra Zenarola vive a Udine. Oltre a scrivere frequenta le osterie del centro storico, fotografa la pioggia, tenta di leggere Proust e Céline perché si sente in colpa per non esserci mai riuscita. Spazzola il suo gatto. Ogni tanto perde o recupera peso. Dimentica gli ombrelli al supermercato. Ha pubblicato due romanzi, Il cow boy vanigliato (2003) e Un cuore di latta (2010), e una raccolta di brevi novelle, Smagliature (2008).
:: Questa volta tocca a te, M.J. Arlidge, (Corbaccio, 2014)
17 giugno 2014
Eeny, meeny, miny, moe
Catch a baby by the toe
If it squeals let it go,
Eeny, meeny, miny, moe.
Da questa filastrocca infantile inglese prende il titolo originale Questa volta tocca a te (Eeny Meeny, 2014), romanzo di esordio di M.J. Arlidge, edito in Italia da Corbaccio (in Inghilterra da Penguin Books), e tradotto da Giovanni Arduino, il traduttore di Stephen King. Un thriller a tinte forti, con sfumature horror, (non mancheranno sangue, escrementi, frustate, torture psicologiche) primo della serie che vede protagonista l’ispettrice Helen Grace della polizia di Southampton. A settembre uscirà in Inghilterra il secondo volume dal titolo Pop Goes the Weasel e credo subito dopo anche da noi data l’accoglienza piuttosto positiva che ha suscitato.
Questa volta tocca a te diciamolo subito è un romanzo piuttosto disturbante, per alcuni versi anche eccessivo, con molte vittime, indirizzato ad un pubblico adulto non c’è bisogno di sottolinearlo credo. Chi ha letto 50/50 killer di Steve Mosby, romanzo che a suo tempo abbandonai, ci vedrà delle somiglianze, innanzitutto con la tortura psicologica messa in atto dal serial killer al centro della vicenda. Un serial killer che non uccide direttamente nessuno, per lo meno nel presente, e anzi affida l’omicidio vero e proprio alle sue vittime.
Lo schema è sempre lo stesso, ripetuto all’infinito: due persone vengono narcotizzate e rapite. Possono essere due fidanzati, madre e figlia, colleghi di lavoro, due prostitute. Si risvegliano in un luogo chiuso che può essere un container o una cantina, o le mura di casa propria, senza acqua, senza cibo. Urlare è inutile. Nessuno li sentirà, e li verrà a salvare. Unica via d’uscita una pistola, con un unico colpo e un cellulare che comunica che si salverà colui che ucciderà l’altro. Al serial killer non interessa chi uccide chi, perché entrambe le vittime, sia chi muore che chi vive, pagheranno un prezzo altissimo, in una vendetta incrociata diretta ai danni proprio dell’ispettrice Helen Grace che ha un legame con tutte le vittime.
Una trama complessa, spezzata in capitoli brevi, di poche pagine, con vertiginosi cambi di scena. Questo è lo schema utilizzato dall’autore per tenere alta la tensione di questo thriller piuttosto anomalo e avvolto da un’ atmosfera morbosa, anche se M.J. Arlidge non supera mai certi limiti rendendo la lettura tollerabile. Interessante il personaggio di Helen Grace, vittima di traumi infantili e di un passato piuttosto ingombrante che tenta di esorcizzare con sedute di bdsm. Ottimo il cast di comprimari, tra cui i membri della squadra investigativa, uno di questi vivrà una parentesi sentimentale con la protagonista. Le scene della prigionia e degli omicidi sono piuttosto realistiche e sgradevoli. Dunque se amate l’horror più del thriller, avrete pane per i vostro denti.
M.J. Arlidge lavora in televisione da quindici anni e si è specializzato nella produzione di serie di alto livello. Ha iniziato alla BBC e ha poi trascorso sette anni alla Ecosse Films. In seguito ha creato una sua società di produzione specializzata in crime serial. Il suo primo romanzo, «Questa volta tocca a te», è diventato un caso editoriale internazionale in tutto il mondo. Attualmente sta lavorando a un adattamento di Addio alle armi di Hemingway per la BBC/FX.
:: Un’ intervista con Stefano Di Marino
15 giugno 2014
LDS Ciao Stefano, e ben tornato su Liberi di Scrivere nelle vesti di intervistato. Hai in uscita ben due romanzi: Tutti all’inferno edito da Novecento e Mosaico a tessere di sangue edito da Cordero edizione. Probabilmente in cantiere un nuovo Professionista per la collana Segretissimo di Mondadori, e una traduzione, quella del secondo volume della serie di Wayward Pines di Blake Crouch. Forse qualche racconto per riviste. Insomma sei impegnatissimo tra lavoro alla tastiera e presentazioni in giro per l’Italia, e trovi il tempo di recensire anche qualche romanzo per le nostre pagine. Vorrei farti proprio una domanda sul lavoro di recensore. Quanto incide la tecnica e quanto la passione per i libri in una buona recensione?
SDM Ciao e lieto di essere di nuovo con voi. Prima di tutto recensisco solo opere che mi piacciono. Non mi piace parlare male di lavori di colleghi e poi nella recensione predomina il desiderio di condividere una cosa che mi è piaciuta, magari sottolineando qualche lato non proprio perfetto ma fornendo al lettore l’indicazione per trascorrere qualche ora piacevole. Detto questo la recensione cerca di cogliere il meglio del romanzo, l’atmosfera con un breve accenno alla trama giusto per capire di cosa si parla ma senza spoilerare. Deve essere una guida, un consiglio tra amici. Spesso, almeno nel mio caso, mediato dalla conoscenza che ho con l’autore e la sua opera.
LDS Dopo Un giorno a Milano, in cui appare un tuo racconto dedicato al Professionista e Il palazzo delle cinque porte, un giallo con sfumature fantastiche e horror, hai pubblicato Tutti all’inferno, primo romanzo di una nuova serie di noir metropolitani ambientati a Milano. Gangland sullo sfondo, la tua Gangland già scenario di molte storie del Professionista, una città, Milano segnata dalla crisi, dall’immigrazione, che se ha portato tanti stranieri tra loro sono arrivati anche tanti criminali, facenti parte di mafie più o meno organizzate, dal degrado. Una città di cui registri i cambiamenti, le mutazioni sociali e etniche, l’incredibile vitalità che ancora la contraddistingue. Che tipo di scenario è Milano per un romanzo noir? Come hai scelto di rappresentarla?
SDM Tutti all’inferno fa comunque parte delle storie di Gangland che è poi il nome che ho dato alla mia città nelle storie del Professionista. La città delle bande, di chi i soldi ce li ha e di chi vorrebbe averli. Dai tempi del mio primo romanzo Per il sangue versato (1990) la situazione è mutata molto e Milano è diventato un set realistico che non bisogna neanche forzare troppo per raccontare storie avvincenti che si possano mettere sullo stesso piano dei modelli stranieri, americani, inglesi, francesi e scandinavi. Ha una sua multietnicità e questo ha portato a una diversificazione della geografia criminale che, dal punto di vista narrativo, è un fattore positivo per chi racconta. Le situazioni e le realtà magari non note a tutti sono molte. Io credo che sia sempre necessario introdurre il lettore in un ambiente che non consoce e rivelarglielo attraverso la storia. Questo senza emettere giudizi o voler insegnare qualcosa o peggio avere pretese sociologiche, è una fotografia, è fiction. Deve avvincere principalmente. Se poi ci aiuta a ragionare, ancora meglio.
LDS Tutti all’inferno è forse il tuo romanzo più scerbanenchiano, abbiamo un ex pugile, una poliziotta agguerrita, un grisbi a cui tutti danno la caccia in un ginepraio di vendette, omicidi, e alleanze più o meno improbabili. Un uomo sta uscendo di galera, e scatena una vera e propria caccia all’uomo, a chi aveva tradito durante una rapina in gioielleria. Una trama classica insomma, una storia criminale che ci porta con la mente anche a tanti noir francesi in bianco e nero. Quanto il tuo immaginario cinematografico ha influito nella stesura di questo romanzo?
SDM Sicuramente. Ho volutamente tirato un po’ il freno sulla spettacolarità dell’azione (che pure c’è) per dare un ritratto della città, del suo milieu. Anche questo è un classico, la mala vecchia contro quella nuova. Anche se siamo negli anni 2000 e certe cose vanno aggiornate. Io sono molto legato alla visione di Scerbanenco di Milano sia quella dei racconti (Il Centodelitti, Milano calibro 9) che i romanzi di Duca Lamberti che erano molto crudi, ma anche romantici a modo loro. Ovviamente era un’epoca differente e di questo bisogna tenerne conto. Poi nel tratteggiare la mia Milano criminale ho avuto in mente tutto il noir criminale francese da Melville a Josè Giovanni sino a Marchall e a Frederick Shoendoffer. Insomma a quelle serie tipo Braquo o Flics, che presentano la realtà criminale francese che conosco piuttosto bene e che mi è servita come base per la mia raffigurazione, che però è quella di una città italiana, la mia città. Quella che respiro ogni notte.
LDS Il Professionista resta un cardine nella tua produzione narrativa, quanto si differenzia da lui il personaggio di Pietro Mai? Quanto gli somiglia?
SDM Chance Renard è appunto un professionista del mondo clandestino. Non è una bella persona. Ha fatto due turni nella Legione, vent’anni da free lance, ha lasciato sul campo parecchie parti del suo corpo. È, fondamentalmente un violento. Con un suo codice. Pietro ha lo stesso carattere duro ma viene da una esperienza di vita meno cruda. Ha una ferita interiore, dei sentimenti, è forse più realistico. Diciamo che lo spirito si assomiglia ma Pietro nasce per essere un personaggio più ‘reale’.
LDS Un bel personaggio femminile quello di Liana Sestini, una donna cresciuta sulla strada, decisa, forte, insofferente delle gerarchie, figlia di un poliziotto morto in servizio. A che modello di donna ti sei ispirato per costruire questo personaggio?
SDM Amo moltissimo Liana che è diversa dagli altri personaggi femminili, anche dalla Bimba. All’inizio è ancora inesperta, ha bisogno della figura di Pietro. È un po’ ossessionata dal fatto che la sua carriera si ferma al grado di ispettore perché non ha fatto l’università, è con ragione ma un po’ ossessivamente assillata dalle angherie dei superiori. All’inizio quando parla del caso che le è stato affidato a Pietro, lui pensa che si tratti di una delle abituali lagnanze, poi viene fuori l’Antico e le cose si fanno serie. Liana poi è testarda, è lei che spara. E ha anche questa passione parzialmente inespressa per Pietro che è il refrain romantico, e nuovo, della serie.
LDS Mosaico a tessere di sangue per la collana Crimen diretta da Daniele Cambiaso per l’editore genovese Cordero è invece un classico giallo all’italiana, un Italian Giallo, credo sia il termine giusto, sulle tracce di un assassino, un vero e proprio serial killer. Anche qui tanto cinema come ispirazione, thriller italiani anni ’70 per lo più, (Dario Argento, Mario Bava, Umberto Lenzi). Perché secondo te la cinematografia italiana non inizia una nuova stagione di thriller ambientati negli anni 2000, con sullo sfondo la crisi, l’immigrazione, il mutare della struttura sociale e della percezione del crimine?
SDM Purtroppo perché il cinema italiano è morto. Non c’è molto da dire. I soldi si trovano solo per fare commedie senza senso né umorismo o film che seppur premiati, restano dei castelli di carte nella mente di chi li gira e si crede un autore. Il cinema come intrattenimento, il cinema come industria non c’è più. Ci sono a volte dei casi che riprendono una certa tradizione, cito Tulpa e Cha cha cha che sono anche bellini ma vengono mal distribuiti e mi sembra che non siano né sostenuti né recepiti come apripista per un nuovo cinema popolare italiano. E in tv peggio ancora…
LDS Parlaci di Mosaico a tessere di sangue, come è nato questo romanzo, a cosa o a chi ti sei ispirato?
SDM Era da molti anni che volevo scrivere un Italian Giallo attuale ambientato in un albergo sul mare a fine stagione. L’idea mi è venuta quest’anno durante Giallo Latino durante il quale eravamo sistemati in una location perfetta, l’ultimo albergo tra il mare e il parco del Circeo. Il set era già pronto, bastava trovare la storia…
LDS Tra le uscite di questi giorni dedicate all’action c’è qualche romanzo che ti ha particolarmente colpito, che consiglieresti?
SDM Se parliamo di Action direi sicuramente Agguato ai Nibelunghi di Roni Dunevich che è un autore israeliano pubblicato da Mondadori. Veramente un grandissimo thriller spy, originale oltre tutto.
LDS Grazie della tua disponibilità, Stefano, nel salutarti mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti per il futuro.
SDM Prima di tutto a luglio esce una nuova avventura del PROFESSIONISTA intitolata Colpo su Colpo nella quale ritroveremo anche una vecchia conoscenza, L’Inglese, l’arcinemico costruito sulla figura di James Bond. È un bel traguardo un nuovo Professionista estivo perché significa che il pubblico continua a supportare il personaggio. Dopo di che sto lavorando a un altro romanzo con Bas Salieri che però non sarà un seguito diretto de Il palazzo dalle cinque porte, ma un’indagine a sé, sempre però con gli stessi elementi. E infine sto curando una edizione in cartaceo di Obscura legio che ha avuto un buon successo in ebook e che ho recuperato come diritti quindi posso ampliarla e pubblicarla come mi pare. Un saluto a tutti voi.

























