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:: Segreto di famiglia, Mikaela Bley, (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

28 luglio 2016
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A Stoccolma, durante un freddo e piovoso venerdì di maggio, scompare la piccola Lycke, di solo otto anni, sconvolgendo un quartiere tranquillo e benestante della capitale svedese dove certe cose non dovrebbero certo succedere.
Ellen Tamm, giornalista televisiva specializzata in cronaca nera, si occupa del caso per il suo lavoro, scoprendo una serie di bugie e false piste, partendo dal fatto che il papà e la mamma di Lycke sono da tempo separati e che è stata la nuova moglie del papà ad accompagnarla al centro sportivo dove si sono perse le sue tracce. Ellen si trova a dover lottare con i drammi del suo passato, quando anche lei affrontò da piccola una storia simile nella sua famiglia, le frecciatine velenose dei suoi colleghi e l’ostruzionismo di un caso che diventa man mano sempre più problematico, fino ad alcuni sconvolgenti colpi di scena finali.
Da alcuni anni, i gialli scandinavi ci raccontano il lato oscuro di democrazie che da decenni si considerano all’avanguardia per tutela dei diritti umani e dello stato sociale, cose ottime ma che non impediscono devianze, comportamenti criminali, discriminazioni, violenze contro donne, omosessuali, bambini, migranti, recrudescenza di ideologie estremiste. Segreto di famiglia si inserisce in questa tradizione di romanzi interessanti, pronti a raccontare cosa si nasconde dietro una città ordinata e civile come Stoccolma, dove ci si confronta non con un omicidio ma con una cosa forse ancora più inquietante, la scomparsa di una persona, una bambina in questo caso.
I dati alla mano relativi alle scomparse di persone di ogni età nei Paesi occidentali sono a dir poco inquietanti, ci sono trasmissioni in tema, romanzi, telefilm, ed è e resta uno dei misteri più inespicabili e dolorosi, spesso senza soluzione. Non è un caso che qui ad indagare non sia una poliziotta ma una giornalista televisiva, emula dei suoi colleghi e colleghe che sulle reti europee presentano da anni trasmissioni per capire cosa succede là fuori, cosa inghiotte vite diverse, spesso tranquille e senza problemi, talvolta anche di bambini come capita nel libro.
Segreto di famiglia privilegia l’indagine psicologica all’azione, tra quartieri residenziali, luoghi di aggregazione, parchi, per ricordare ancora una volta che ogni progresso sociale è sacrosanto e doveroso ma non può cancellare del tutto il cuore nero che c’è negli esseri umani e che in alcuni di loro emerge in maniera tragica contro chi è più debole. Un thriller appassionante e inquietante, che riecheggia la realtà di chi non torna più a casa e di cui forse non si troveranno mai più le tracce.

Mikaela Bley, classe 1979, vive a Stoccolma con il marito e i due figli. Prima di diventare una scrittrice a tempo pieno faceva la produttrice per il canale TV4. Segreto di famiglia è il suo romanzo d’esordio, l’autrice ne ha in progetto altri, oltre ad una serie tv con protagonista la sua Ellen Tamm.

Provenienza: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Serva di Dio. Suor Maria Santina Scribano madre dei sacerdoti, Vincenzo Speziale (Edizioni Segno, 2016), a cura di Daniela Distefano

28 luglio 2016
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Suor Maria Santina Scribano, al secolo Emanuela Giovanna Scribano, nacque il 4 dicembre 1917 a Ragusa. Rimasta orfana di madre, fu affidata alla nonna paterna mentre sua sorella Michelina a quella materna. Tornata dal padre che nel frattempo si era risposato, la giovane visse dai 12 ai 15 anni i tre anni più duri e tristi della sua vita. Purtroppo la convivenza con la matrigna le procurò sofferenza ed umiliazioni. Avrebbe voluto amare Gesù, ma voleva farsi una famiglia. All’età di 15 anni decise di fare tutti i giorni la Santa Comunione in suffragio della sua mamma e ogni settimana si confessava.
Col passare degli anni, Emanuela si sforzò sempre di più nel morire a se stessa per far crescere in lei Gesù, convinta che a ispirarla era  l’amore di Dio. Tra il 1938 ed il 1941, si realizzò il suo sogno di fede, anche se non fu facile né semplice la vita in convento. I disegni divini sono imperscrutabili, però c’è un tracciato netto che separa gli uomini chiamati dal Signore. Una totale abnegazione li contraddistingue, una pena sopportata con lieve timore, la certezza di vivere con gioia il Calvario. Suor Maria Santina ha vissuto la Croce di Cristo con l’umiltà dei Santi e la tenacia degli eroi. Tutta la sua vita è una parabola di speranza, carità, fede, devozione, resilienza.  Ha assaggiato il sangue di Nostro Signore con la vergogna di non esserne degna. Perché esistono i Santi? Perché i miracoli, le profezie, i sogni realizzati? Forse Dio ha pietà di noi, manda suoi ambasciatori per illuminare il cammino verso il Cielo. Non è facile seguire il percorso di un Beato, però non ci sono alternative, il must è : “soffrire e non morire”. La strada verso la Liberazione dai ceppi terreni a volte è tortuosa, lunga, piena di buche, di sterpaglia, di fiori penzolanti, di orme animalesche; il sentiero che conduce a Dio ci fa paura, è un salto nel vuoto, ma è l’unico che può salvarci. “Tu hai parole di vita eterna, Signore”. Cristo è la sola Verità che ci rimane. Senza di lui il mondo è fatuo come un pozzo senz’acqua.

Vincenzo Speziale scrittore, già autore de “Il mistero di una vita beata Anna Biagi Taigi” ,“La Via Crucis dettata da Gesù a suor Josefa Menendez”, “Fatima aveva ragione”.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Milano avrà la sua Fiera del libro

27 luglio 2016

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Dopo Bookcity e Bookpride si terrà a Milano anche la Fiera del Libro di Milano. Così ha deciso dopo una sofferta votazione (17 voti favorevoli, 7 contrari e  8 astenuti) l’AIE, Associazione Italiana Editori. Tra gli editori che hanno votato contro: Feltrinelli, Marcos y Marcos, Gallucci, Polillo, Manni e due editori scolastici, uno dei quali è Principato. Nei giorni scorsi una serie di piccoli e medi editori si erano già pronunciati negativamente al trasferimento a Milano tra cui E/O, Sellerio, Iperborea, Fazi, Nottetempo, SUR e miminumfax – preoccupati che gli interessi dei grandi editori avrebbero schiacciato l’editoria indipendente. Comunque il Salone del Libro di Torino a maggio si terrà, festeggerà il suo trentesimo anno, ma ciò non toglie che un evento similare nello stesso mese, a pochi km di distanza, specie se si porrà uno spiacevole diktat agli editori (o Milano o Torino) costituirà un notevole danno per la città all’ombra della Mole. Sembrano non essere queste le intenzioni dell’ AIE, che sembra decisa a dare alla Fiera un taglio più internazionale, e per addetti ai lavori, sul modello della Fiera del Libro di Francoforte. Riusciranno nella scommessa? E’ presto per dirlo. Quello che è certo il titolo se vogliamo di città del libro e dell’editoria sono anni che le due città se lo contendono. Se Milano è la sede di alcune delle maggiori realtà editoriali, pensiamo solo a Mondadori, Torino per lo meno ha sempre difeso il ruolo onorario di città del libro e della cultura. E il Salone del libro era il centro di questo sforzo condiviso di competere con meno mezzi ma con più creatività e fantasia, lasciando anche largo spazio ai piccoli e medi editori. Nonostante a caldo la notizia possa scaldare gli animi, a mente lucida si può giungere alla conclusione che i due avvenimenti saranno diversi e quindi si spera almeno posti in mesi diversi, lasciando il tempo a chi vi interverrà di organizzarsi e partecipare a entrambi. Nei prossimi giorni si vedrà se l’interesse per il bene comune prevarrà su gli interessi di parte. Basta solo che il Salone del Libro di Torino non diventi il Salone degli editori a pagamento. L’unico modo davvero perchè una trentennale esperienza, più positiva che negativa, finisca.

:: Un’ intervista con Homobruno, a cura di Elisa Costa

27 luglio 2016

indexCiao, Homobruno. Prima di parlare di “Basta poco”, vorrei farti una domanda generica: hai mai preso spunto dalla realtà per creare i personaggi e le situazioni dei tuoi racconti? Magari dal tuo passato o dal tuo presente?

Ovviamente sì. Passato, presente e futuro.

Veniamo ai personaggi del libro: chi è il tuo preferito? E perché?

È Chiara. Mi piace tutto di lei. Chiara è una bella donna, intelligente, forte, indipendente e con una mente completamente sgombra da superstizioni.

E invece quello che ti piace di meno?

Mi verrebbe facile nominare Manuel, ma dico Christian. Christian attraversa il libro con una sua idea che pian piano gli si concretizza nella testa ma, una volta che ha ottenuto questo dono dal destino, invece di continuare a cercare, per motivi contingenti alla trama, si ferma.

Ti è mai capitato di avere un’ossessione, un chiodo fisso come il “basta poco” del protagonista?

Le ho inventate io le ossessioni. Da quella di Madame Bovary passando per quella di Marcel per Albertine fino a quella del Dj per le playlist. Compreso un baule pieno di altre ossessioni che ho gettato in fondo al mare.

La protagonista femminile, Chiara, è una veterinaria: c’è un motivo particolare per cui hai scelto proprio questa professione?

Chiara che di professione fa la veterinaria esiste veramente. È una persona in carne e ossa che però io non ho mai visto, neanche in foto, né lei conosce me. Prima di terminare la scaletta di “Basta poco” andai a trovare un mio amico e lui per la prima volta mi parlò di Chiara. Dalle sue parole capii subito che lei sarebbe stata il personaggio femminile del libro.

Un altro personaggio è un regista in erba. Ti piace il cinema? Quale genere preferisci?

Io metto il cinema e la letteratura sullo stesso piano. Per i miei gusti queste due forme d’espressione devono essere in grado di intrattenere. Amo il cinema americano, quello in ci sono con le Forze Speciali, la Casa Bianca, il Presidente, la CIA, l’NSA, un po’ meno l’FBI.

Ti piacerebbe se da uno dei tuoi romanzi venisse tratto un film?

Certo. Collaborare alla sceneggiatura tratta da un mio libro è un obiettivo.

Se il romanzo in questione fosse “Basta poco”, quali attori sceglieresti per impersonare i protagonisti?

Chiara : Maggie Gyllenhaal – François (Dj) : Colin Farrel – Manuel : Ralph Fiennes –

Christian : Joaquin Phoenix – Bob : Jake Gyllenhaal – L’Oracolo : Anthony Hopkins.

Al momento stai lavorando a qualche altro progetto editoriale? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho finito di scrivere “Domino”, per il momento lo sto correggendo. Il romanzo parla di un uomo che per tutta una serie di circostanze, attraverso le quattro stagioni, si troverà a confrontarsi con quattro donne.

Adesso una domanda un po’ strana! Alcuni autori riescono a concentrarsi solo se si trovano in un luogo preciso: anche tu hai una “tana” dove rinchiuderti quando vuoi scrivere?

La mia casa è piccola e gonfia di oggetti. Non ho un posto romantico dove comporre, uso il tavolo della cucina dove io e mia moglie mangiamo. La mia tana è la notte.

Un’ultima cosa: sinceramente, ti piacerebbe essere il protagonista di un romanzo di Homobruno?

Lo sono già stato con “Basta poco” e lo sarò in futuro con i prossimi libri.

Grazie mille per l’attenzione e la gentilezza!

Grazie a te.

:: Il risveglio della notte, Francesco G. Lugli (Novecento Editore, 2016) a cura di Federica Belleri e Serena Bertogliatti

27 luglio 2016
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Federica Belleri

Quartiere Ticinese, Milano. Inverno freddo, nebbioso, oscuro. La crisi economica devastante intimidisce gli acquisti natalizi e la mala impregna l’umore, si incolla alle anime. Franco ha una rinomata macelleria ma arranca tra le enormi difficoltà.  Sigari e alcool gli fanno compagnia e spesso si rifugia nell’ufficio del suo allevamento fuori città,  per evitare di tornare in una casa vuota e buia. Un incontro improvviso e un proiettile calibro trentotto sparato, lo sorprendono. Un pacchetto di banconote e un biglietto da visita, gli cambiano la vita. Diventa il Manzo e sta per entrare in un clan, cosa per lui inconcepibile. Perché lo fa? Perché ha bisogno di appartenere ad un branco? Forse perché è sempre stato il suo istinto? Forse perché la vista del sangue non lo disturba? Forse, perché può indossare una maschera e prendere le distanze da se stesso. Le famiglie Barone e Duca sono in guerra aperta. I morti si susseguono fra negozi bruciati e teste mozzate ritrovate nei Navigli. Milano è sotto assedio. La corruzione siede dietro scrivanie eleganti, in uffici lussuosi. Il commissario Giuffrida indaga, ma presto alcuni suoi file spariscono e viene dirottato su altri casi. È un poliziotto scomodo a molti. Il Manzo vive quest’avventura, fra proiettili, bustarelle, sesso e amore. Ha brevi crisi di coscienza, poi si rabbuia e torna alle dipendenze del temuto boss. È una pedina in una faida infinita? A voi scoprirlo. Acquisisce esperienza e impara ad osservare con occhio freddo e calcolatore. La Milano da bere è in netto contrasto con la periferia desolata e spettrale. I depositi di armi sono perfettamente nascosti dalla nebbia. I completi firmati celano sguardi minacciosi e duri. I poliziotti si vendono alla mala per arrotondare lo stipendio. Manzo non si pone troppe domande e cerca di restare a galla per sopravvivere in qualche modo. È davvero questo ciò che desidera?
Il risveglio della notte. Nero e crudo. Scorrevole la lettura, brevi e incalzanti i periodi. Numerosi i soprannomi che provocano il sorriso e le caricature dei personaggi, somiglianti spesso ad attori o cantanti. Leggero il sottofondo musicale, per una città dove nessuno è pulito e immune al ricatto. Milano ha due volti, come alcuni protagonisti di questa storia. Buona lettura.

Serena Bertogliatti

Milano, oggi.
Franco Giannoni, proprietario della meneghina “Boutique della costina”, non se la passa proprio bene. Non se la passa bene per un cazzo, a dirla tutta.
La crisi ha falciato le gambe alla sua piccola ma rinomata attività. Una volta gioiello del quartiere, è ora disertata dai vecchi clienti – che, a tasche svuotate, ripiegano sulla carne dei discount, di qualità decisamente più bassa ma per un prezzo decisamente più abbordabile – come dai nuovi – che sperimentano le vie del vegetarismo e del veganesimo, snobbando i pregiati tagli per cui Franco è famoso. L’adorata mogliettina si è rivelata non poi così tanto adorabile e adorante: quando il contante ha abbandonato la cassa del negozio, lei ha abbandonato la casa del marito. In aggiunta, a dargli l’ultima e decisiva spinta dentro la fossa, è arrivata la morte del padre.
Seppellito il genitore, Franco ha cominciato a seppellire se stesso nell’alcol.
Il macellaio, uomo di vecchio stampo, non concepisce la disfatta: lotterà fino all’ultimo, senza cedere né versare una lacrima. Mentre il mondo gli collassa addosso, si ritira come un vecchio animale ferito nel suo appartamento da rifugiato e lì, stoico, osserva la semiautomatica che gli restituisce lo sguardo con suadenza.
Questo non è (più) un paese per macellai di qualità, e per il non più giovane Franco sembra non esserci ruolo rimasto.
Ma, per fortuna, esiste la Mala.
Dove cominciare, con questa recensione di Il risveglio della notte (Novecento, 2016) di Francesco G. Lugli, se non dalla forma, regina indiscussa della Milano da cui e di cui scrive?
Lugli ha, in questo romanzo, uno stile ben preciso e rodato. La narrazione al presente è veloce e d’impatto, e non manca di coloriture stilistiche che lo renderebbero abbastanza riconoscibile tra tanti imitatori. A proposito di imitazioni, la prosa generale ha un sapore molto virilizzato (termine, “virile”, che non si fa desiderare nel corso della narrazione), nel senso che ricorda prose simili similmente usate per dare vita a simili prototipi umani: diretti, duri, privi di fronzoli, violenti all’occorrenza. L’eroe maschio di una certa epoca e di un certo tempo, insomma. E, a proposito di tempi, credo che il libro sia particolarmente apprezzabile da una generazione non troppo distante da quella di Lugli (classe 1971) per l’abbondanza di riferimenti, più o meno diretti, a mostri sacri del cinema, dai Blues Brothers ad Al Pacino.
Al contempo, però, Lugli dà a Franco – “Manzo” per gli amici e soprattutto per i nemici, da quando diventa un sicario del crimine organizzato – un’ironia sottile e memorabile. È un disincanto che riconferma il cinismo del protagonista, ma al contempo smonta tutta la severità con cui molti dei personaggi – lui stesso incluso – sembrano prendersi sul serio. Ha il gusto di un certo cinismo da bar, buono per abbordare qualcuno, ma nella sua modesta dimensione sembra far intuire un personaggio molto meno “macchiettesco” di quel che a volte sembra (Io non sono un duro da film, è che mi disegnano così).
Il libro accusa purtroppo il colpo di un editing impreciso. Ho trovato 5-6 errori tipografici, frutto di sviste, più qualche errore grammaticale sopravvissuto a tutte le riletture. C’è poi la strana questione della disomogeneità tra i tempi verbali usati (“Manzo avrebbe capito quelle ultime parole solo più avanti. Al momento ha problemi più attuali.”) in alcune parti del romanzo. L’impressione (ma è, appunto, una mera impressione) è che a tratti Lugli abbia sperimentato uno stile in cui i tempi passati vengono talvolta usati come per “distaccarsi” dal presente della narrazione, per guardarla dall’alto, ma che tale stile non abbia del tutto attecchito, e si sia talvolta trasformato, semplicemente, in un passaggio arbitrario da presente a passato (come quando, nel bel mezzo di una narrazione al presente, appare un verbo al passato), e che il tutto non sia stato ben aggiustato in fase d’editing. Peccato.
La trama scorre lenta ma puntuale, costruendosi e svelandosi capitolo dopo capitolo. È una storia di gangster in pieno stile camorristico trapiantata al Nord. Sembra un esperimento: “Che cosa succederebbe se mettessimo una storia alla Casalesi nella città della nebbia e della moda?” E, nell’esserlo, diventa una critica: Lugli fa la sua ipotesi, inserisce questo male poco conosciuto alla capitale lombarda tra le strade milanesi, e suggerisce conclusioni politico-economico-morali. A voi il (dis)piacere di scoprirle (ricordandovi che è fiction, per piacere).
I personaggi, come accennato, virano verso la macchietta – facile, quando si ha un protagonista che associa il volto di ogni persona a un personaggio noto del cinema. Eppure c’è un “eppure”. Più che veri e propri stereotipi sembrano persone incastrate in un personaggio. Così come Franco, il macelliere di quartiere, indossando i panni di sicario diventa “Manzo”, similmente i suoi compagni di sventure sembrano usciti da un reality: ribadiscono di essere veri e reali (perché questo vende), ma lo fanno interpretando quella mezza maschera che l’organizzazione di un programma televisivo richiede. Sembrano insomma l’incarnazione dello strano paradosso che è figlio dell’iperesposizione sui media.
Poi, a volte, la sottile ironia del narratore subentra e spoglia tutti – per qualche breve ma indimenticabile secondo. Lugli sembra quasi, di tanto in tanto, consapevolmente o meno, portare l’esasperazione al suo massimo, facendola sfociare nel grottesco e nel tragicomico. E così i personaggi, improvvisamente, da temibili malavitosi, appaiono nudi di maschere, armi e vestiti – e in questa imbarazzante condizione s’intravede un po’ della loro tridimensionalità.
Concludiamo parlando di animali e donne. Partiamo dalle seconde, facendole entrare per prime.
In un contesto così tanto macchiettesco, e che segue una ben precisa estetica, le donne non potevano che ritornare ai vecchi ruoli di una volta. Non in cucina, no: tra la puttana e la santa. O puttana o santa. O un po’ l’una e un po’ l’altra per renderle appetitose all’occorrenza.
Così, tra mogli approfittatrici che vestono leopardato e puttane sulla via della redenzione che traboccano di gratitudine e misure di reggiseno, ho pensato che Il risveglio della notte sta a un certo pubblico maschile come i tanto criticati Harmony stanno a un certo parco lettrici. In comune hanno il mettere in scena un/a protagonista in cui il/la lettore/trice possa immedesimarsi, e che quindi è più vicino/a all’uomo e alla donna medi/e che a un ideale irraggiungibile, abbellirlo/a un po’ (muscoli per lui, pelle candida per lei – suppongo), e renderlo/a oggetto dei desideri sessuali di tutti i personaggi dell’altro sesso presenti nel romanzo. E ho pensato, mentre m’immaginavo i desiderabili corpi delle ragazze descritte, che probabilmente ben poche persone vorrebbero immedesimarsi nelle donne che circondano Manzo e negli uomini che circondano le eroine Harmony. E, pensando questo, mi sono detta che in fondo non so niente di Harmony, e che stavo ragionando per stereotipi. Appunto, mi sono detta, e il cerchio si è chiuso.
Quando mi è stato chiesto di recensire il romanzo ho, come da prassi, letto le prime pagine per capire se accettare o meno. Il tema sembrava bollente: un macellaio in rovina che si dà al massacro umano. Sembrava cadere a puntino in quest’epoca di lotte all’ultimo sangue (animale e umano) tra estremisti carnivoreggiandanti e vegani. Che morale avrebbe portato, il libro, dopo aver fatto diventare un macellaio di animali un macellaio di esseri umani?
In realtà il tema rimane di sfondo, così come – in una certa misura – il sangue e il massacro. Le scene di violenza sembrano quasi pudiche, asettiche: dettagliata è la descrizione di quel che accade dentro a Manzo prima di premere il grilletto, ma quasi dato per scontato è ciò che succede a causa di quel grilletto. Il risveglio della notte è, insomma, un romanzo adatto anche agli stomaci deboli, e non consigliato a chi cerca un po’ di (in)sano gore: non troverete filetti di esseri umani tra le pagine, né boss della mala scuoiati vivi.
Manzo è a suo modo una vittima degli eventi: è un macellaio, ma avrebbe potuto essere qualsiasi (o quasi) altra cosa. Quel che crea la trama non è il suo lavoro, ma la sua visione della vita – e di se stesso. E per questo, proprio per questo, sconsiglio il libro a chi già è sulla via del disfattismo e del cinismo: Manzo vi darà ragione, e ve la darà gratis, quasi cullandovi. Gioco troppo facile.
Per questo, e per altre ragioni più o meno menzionate, credo che Il risveglio della notte sia sostanzialmente un romanzo d’intrattenimento. Non esattamente d’evasione, dato che dà forma a una visione della capitale lombarda che è un passo oltre il pessimismo, ma ci sono strani modi di farsi confortare: tra questi, il rimestare nella solita vecchia merda e cercare di darle, se non un senso, un’estetica soddisfacente.
C’è una critica, e forte, a una certa italianità in divenire, ma è così tanto estesa, e comprende così tante cose, e così tanto vagamente, che sembra fungere più da sfondo, come il chiacchericcio cinico di sottofondo in un bar di Milano, tra un bicchiere di scotch, una sigaretta (un sigaro, nel caso di Manzo) e la rabbia provocata da quel senso di frustrazione che ci rode l’animo quando assistiamo a certe ingiustizie e non possiamo farci niente, neanche se maneggiamo tutti i giorni gli attrezzi di un macellaio.
Manzo, così, in tutta la sua political incorrectness, più che un pugno nello stomaco diventa un sorso di cattivo, e perciò rincuorante, bourbon.

Francesco G. Lugli, classe 1971, nasce e cresce in quel concentrato di traffico, cemento e contraddizioni che chiamano Milano.
Giornalista e scrittore, è stato capo redattore della rivista Midi Songs e ha collaborato con diverse realtà editoriali tra cui DVD World, AF Digitale, EuroMoto, Horror Mania e il quotidiano Libero. Attualmente si occupa di produzioni video e pubblicità in qualità di copywriter. Appassionato di cinema e musica, è incline a scrivere racconti di fantascienza, horror, surreali, noir e thriller. All’attivo ha i romanzi “Il Codice Beatles” (Cult Editore) e “Il risveglio della notte” (Novecento Editore), le raccolte di racconti “Sei passi nella nebbia” (dBooks) e “Scritti con il sangue” (Dunwich Editore), racconti sulle raccolte “Toilet n. 20″ (80144 Edizioni), “Un giorno a Milano” e “Una notte a Milano” (Novecento Editore), “Italian Zombie 2” (80144 Edizioni), “365 Racconti di Natale” (Delos Books), e l’ebook: “Amo il mio lavoro” (Simplicissimus – Viaggio d’inverno).

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa.

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:: L’ emozione in ogni passo, Fioly Bocca (Giunti, 2016) a cura di Micol Borzatta

27 luglio 2016
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Alma, mentre con l’amica Monica si trova in vacanza in un agriturismo a Varengo nel Basso Monferrato, incontra Bruno. Tra i due nasce subito l’amore, un sentimento talmente forte che spinge Alma a prolungare le vacanze fino a quando è costretta a tutti i costi a tornare a Bologna per l’inaugurazione della sua libreria, aperta con tanti sacrifici, investendoci tutti i suoi risparmi. Bruno è legato alla sua terra e all’agriturismo, è la sua vita e il suo sogno, fuori di lì si sente soffocare e morire.
Provano a far andare avanti la relazione a distanza, ma quando a capodanno Bruno la raggiunge a Bologna decide che è il caso di troncare la relazione perché non possono continuare a vivere in attesa di un futuro che non ci sarà mai perché nessuno dei due è disposto a lasciare la sua terra.
Frida è sposata con un medico volontario in Medici Senza Frontiere e ha uno studio a Torino. Ogni volta che il marito parte per una missione lei si sente persa, ma non lascia mai il suo posto per seguirlo, fino a quando nell’ultima missione lui muore e lei si sente vuota e senza nessuna più voglia di vivere.
Per motivi diversi entrambe decidono di intraprendere il Cammino di Santiago e durante la marcia si incontrano e decidono di fare il percorso insieme.
Durante i giorni di marcia si raccontano a vicenda le loro vite, le loro esperienze e le motivazione che le hanno spinte al viaggio.
Un viaggio che le porterà a scoprire molto di se stesse e ritrovare grandi verità.
Un romanzo incredibile che appena preso in mano potrebbe sembrare l’ennesimo polpettone copiato da Coelho, ma che invece è una scoperta riga dopo riga, come scoperta è il Cammino passo dopo passo, e il tutto scritto da una scrittrice che non ha nulla da invidiare a Coelho.
Immergendosi in queste pagine anche il lettore si ritrova a fare un Cammino dentro di sé, avvolto dalle atmosfere spirituali, romantiche e a volte anche difficili dei protagonisti.
Ogni persona che incontrano Alma e Frida sembra di incontrarlo fisicamente anche al lettore che uscirà dalla lettura e dai vari incontri molto più ricco rispetto all’inizio della lettura.
Un romanzo che sa come trasmettere il vero significato del Cammino di Santiago portando il lettore ad avere voglia di intraprenderlo a sua volta per immergersi sia nelle ambientazioni stupende descritte nel romanzo, ma anche in quel senso di appartenenza e di scoperta che ti trasmette il Cammino.
Ottimo romanzo consigliato sia agli amanti del genere, ma specialmente a chi si avvicina per la prima volta per la sua semplicità e il suo stile diretto.

Fioly Bocca vive sulle colline del Monferrato.
Laureata in lettere all’Università di Torino è specializzata in redazione editoriale.
Ha esordito con il romanzo Ovunque tu sarai che è stato da subito un grande successo ed è stato tradotto anche in Germania e Norvegia.
L’emozione in ogni passo è il suo secondo romanzo.

Source: libro inviato da Walkabout Literary Agency, ringraziamo Fiammetta.

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:: Un’ intervista con Valentino Bonacquisti, autore di La Street Art Romana – Attraverso i centri di aggregazione sociale – Edizioni Il Galeone

26 luglio 2016

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Presentati ai nostri lettori. Chi è Valentino Bonacquisti?

Mi reputo un fotografo di strada fin da quando ero ragazzo, quando ricevuta in regalo da mio fratello una reflex Olympus mezzo formato, iniziai a fotografare i vecchi del paese. A parte una parentesi lunga 35 anni in cui sono stato costretto a fare il ferroviere, ancora oggi vado in giro, con la stessa passione di allora, a scattare fotografie cercando di cogliere l’intimità pubblica della gente.

Come è nata l’idea di scrivere La Street Art romana – Attraverso i centri di aggregazione sociale? Rientra in un progetto più ampio?

Un’altra mia passione sono stati sempre i colori, stranamente per me che amo fare foto in bianco e nero, quelli messi insieme dagli artisti contemporanei, tra i quali io annovero anche i writers con i loro stupendi esercizi calligrafici. Quattro anni fa, decisi di dedicare molto del mio tempo disponibile a documentare e archiviare foto di pezzi di street art che apparivano sui muri di Roma. Iniziai prima con i quartieri “frikkettoni” poi, scoprii i muri liberi, poi un giorno di gennaio entrai al Forte Prenestino prima e alla Biblioteca Abusiva Metropolitana poi. Avvertii, in tutti e due i luoghi, una sensazione di leggerezza; decisi quindi di raccogliere in una pubblicazione tutte quelle opere così che anche chi non fosse mai entrato in uno di quei luoghi capisse quanto vi si facesse cultura. Nel frattempo ho allargato i miei orizzonti di ricerca e almeno per ora, il più intrigante è quello di entrare abusivamente all’interno di luoghi abbandonati, principalmente fabbriche, ma non disdegno ex ospedali, palazzi in costruzione mai terminati e cose simili per fotografare i pezzi che gli street artist vi vanno realizzare solo ed esclusivamente per il loro bisogno di entrare in contatto diretto con il proprio “io”.

Definiscici in breve cosa è la Street Art, e quali sono le sue valenze culturali, ideologiche e sociali.

Muro pulito, popolo muto. Ho sempre pensato che la street art abbia una grande valenza ideologica e che sia uno degli strumenti a disposizione della gente per esprimere le proprie idee, le proprie incazzature; ed al contempo utile a chi ne fruisce che è portato a riflettere.

La macchina fotografica come strumento per tramandare la memoria. Come ti poni di fronte a un murales, come interpreti il reale?

Io che ritengo di avere una memoria storica fuori dal comune (ricordo perfettamente una serie infinita di episodi della mia vita che risalgono anche a quando avevo tre anni) registro avidamente il mondo che mi circonda proprio allo scopo di lasciare traccia di questa mia memoria che sarà ovviamente destinata a svanire nel nulla.

La Street art è sicuramente una forma di arte popolare, un’ arte povera, ma molto vitale, molto polifonica che da risalto a ogni forma di marginalità. In che misura pensi possa trasmettere valori come la solidarietà, l’interculturalità, lo spirito di gruppo?

Chi accenna uno sguardo di sufficienza e passa oltre è uno che pensa solo a se stesso. Chi si ferma davanti ad un pezzo fatto su di un muro ne coglie i colori, la bellezza, il valore aggiunto che chi lo ha realizzato ci ha messo; si spoglia dello scudo e si sente quindi portato a dialogare.

Quale è il murales che ti ha più impressionato?

Sicuramente quello che io chiamo “Il Pensatore” realizzato da Hogre su di un muro in via degli Ausoni a S.Lorenzo. Sta lì da quattro anni e nessuno osa scalfirlo (addirittura chi ha messo un cartello pubblicitario si è accertato comunque di lasciar visibile il pezzo). Un Amleto del terzo millennio che si pone non domande esistenziali, bensì domande molto più concrete.

Ci sono donne tra gli artisti romani che si occupano di trasmettere questa attività?

Sì ce ne sono tantissime e molto intelligenti, sia fra le figurative sia fra quelle provenienti dal writing; devo dire che si tratta spesso di ragazze giovanissime ma con le idee ben chiare.

Stai lavorando a nuovi progetti simili, magari in altre città?

Di progetti ne ho tantissimi, quello più immediato e già passato alla fase realizzativa è la documentazione dei pezzi custoditi all’interno di edifici abbandonati dando ovviamente anche il dovuto risalto a quello che erano una volta quei luoghi che pullulavano di attività industriali, commerciali, umane. In parallelo porto avanti la mia continua ricerca di catturare, con il sensore dalla macchina fotografica, l’anima della gente che incontro per strada.

Nota: Per ordinare il libro la strada più sicura è inviare una mail all’editore http://www.edizionigaleone.it/ . Buona lettura.

:: Donne per il terzo millennio. Problema o risorsa?, Enrica Rosanna (Milella, 2007) a cura di Daniela Distefano

26 luglio 2016
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Questo libro è un’occasione per considerare i valori fondamentali dell’umanità. La Chiesa ringrazia la santissima Trinità per il “mistero della donna”, una cristallina ispirazione evangelica. E’ necessario fondare la “civiltà dell’amore”, seguire la missione nel mondo di un essere che sappia trasformarsi in “genio della donna”. Ma chi incarna questa genialità più di tutti? Ovviamente Maria, madre santissima del Signore. La storia della donna è un cammino sofferto e splendido. I movimenti femminili propugnano una liberazione della donna in quanto risorsa per il genere umano con la sua intelligenza, resistenza, fedeltà: risorsa morale, culturale, che deve sostenere la partecipazione del gentil sesso nei luoghi di potere. Ma non il Potere di dominio, semmai un potere inteso come “servizio”. Il tema della felicità, cioè della libertà e della pace è un traguardo che dev’essere raggiunto nel nostro cosmo oramai globalizzato. Ci vuole più solidarietà universale, specie tra i giovani che devono lottare per la pace, riducendo gli individualismi esasperati. Manca, di fatto, un reale processo di formazione. Don Bosco usava il termine “familiarità” per definire il rapporto tra adulti educatori e giovani. Oggi i ragazzi devono affrontare le problematiche di un mondo in crisi e in guerra perenne. Il drammatico attacco alle torri gemelle è stato macabro e inquietante, un’ombra lunga sull’Occidente. Tutti siamo stati lambiti dal terrore. L’educazione – non solo femminile – alla pace è un tassello imprescindibile per chi voglia seminare grano e non sterpaglia da bruciare. Il Signore chiede molto, ma dà anche molto. “La donna non può ritrovare se stessa se non donando l’amore agli altri”. Quello che Suor Enrica intende sottolineare è che l’uomo e la donna sono membri con pari prospettive per il Cristo Gesù. Non è una questione solo di privilegi o sotterfugi, di stipendi più alti per i maschi, di lavoro più duro per le donne, non è solo un fattore di schiavitù femminile, di casi di femminicidio, di vita beata che non sempre è fattibile. La donna, semplicemente, fa parte – come l’uomo – di un piano divino. Voler negare questo assunto significa non considerare il cammino sulla Terra come passaggio per il Cielo. Tutti dobbiamo lottare per i valori che ci appartengono. La crisi di oggi non è solo di genere, economica, politica, istituzionale, cancerogena per la società. Il fatto è che oggi abbiamo crocifisso Gesù senza neanche saperlo. Buttiamo un sasso nello stagno del benessere, del consumismo, del capitalismo, e cosa ne viene fuori? Il caos della perduta Babilonia. “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”, dice il Signore: noi stiamo seppellendo i nostri costumi, le nostre tradizioni, i nostri ideali, la fede in Dio, la speranza di salvezza. La competizione, la concorrenza, sono questi i nostri obiettivi. E il prossimo? C’è tra noi ancora un buon Samaritano? Forse sì, non siamo troppo pessimisti, però chi lo ringrazierà per il suo aiuto? Ritornando al tema del libro, cioè la donna, tutti dobbiamo sforzarci di essere grati a Dio per averla creata. Non è solo un fatto di procreazione, o di materna bontà. La donna non deve essere più schiavizzata, deve emanciparsi senza scavalcare nessuno, non è guerra, è libertà. Quali sono i modelli di donna a cui ispirarsi? Naturalmente, le donne del Vangelo, sante e pie mediatrici, esempi di vita consacrata all’eterno gaudio. Il Signore si serve di loro come testimoni della Resurrezione. L’umiltà, il coraggio, la franchezza, la devozione, la sottomissione, la preghiera, sono attributi delle donne del Vangelo. Dobbiamo a loro la fedeltà ai sacramenti del Signore. Assieme agli apostoli, e a tutti i cristiani, eredi di una testimonianza millenaria. Questo libro è un incipit alla riflessione su ciò che siamo e quello che con l’aiuto di Dio possiamo diventare. La donna è completamento del disegno divino, non riconoscere questo compito sarebbe un degradare l’umanità a qualcosa di spezzato e non fecondo.

Enrica Rosanna è Docente Emerito della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione «Auxilium» di Roma –

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: Il segreto del Voltone. Il commissario Botteghi e una vecchia storia livornese, Diego Collaveri (Fratelli Frilli, 2016) a cura di Micol Borzatta

26 luglio 2016
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Livorno. Piazza della Repubblica, più specificatamente sotto al Voltone. Giorni odierni. Il ritrovamento di un crocerista americano è la notizia che un giorno molto caldo sveglia di prima mattina il commissario Mario Botteghi. Lui e la sua squadra vanno subito sul posto a indagare, e sulle prime sembra una classica rapina finita male.
Botteghi, come da protocollo, inizia subito a recuperare e visionare tutti gli effetti personali del crocerista e la sua cabina, ed è proprio qui che ritrova un diario di un parente del defunto nascosto con molta attenzione e che riguarda il periodo dello sminamento avvenuto a Livorno nel 1945, fatto che gli fa capire subito che l’omicidio non è una semplice rapina ma qualcosa di più complesso.
A questo punto Botteghi è costretto ad andare in Ambasciata, trattandosi di uno straniero, e anche qui incontra molte perplessità, specialmente sulla fretta che l’ambasciata gli vuole mettere per la chiusura del caso.
Botteghi inizia a studiare con molta attenzione il diario e scopre che lo zio del defunto, insieme a un gruppo di partigiani italiani, era coinvolto nell’occultamento di un grande segreto che doveva essere tenuto nascosto a tutti ma specialmente ai tedeschi, e per questo venne messo proprio nelle gallerie sotterranee sotto al Voltone.
Pur essendo all’inizio molto incredulo sui fatti narrati, credendo come tutti che la storia delle gallerie e del tesoro fosse solo una leggenda metropolitana inventata per far divertire i ragazzini, Botteghi inizia comunque a indagare anche in quella direzione, sperando di trovare il colpevole dell’omicidio dell’americano. Inizia così l’indagine e il viaggio che unirà passato e presente in un vortice di colpi di scena e sotterfugi per arrivare alla soluzione del mistero. Tuttavia il mistero si riuscirà davvero a svelare?
Romanzo unico nel suo genere trattandosi di un ibrido tra giallo, ovvero tutto ciò relativo alla trama, e il noir, cioè tutto la parte riguardante l’introspezione di Botteghi che rappresenta il classico cliché del commissario da romanzo e film noir.
Nel noir c’è anche da specificare che si tratta di noir metropolitano grazie alla sua ambientazione tutta cittadina, infatti tutte le vicende sono ambientate a Livorno, più precisamente nelle vie e nelle zone intorno alla Fortezza Nuova e al Voltone.
Altro fattore ibrido che possiamo trovare è la mescolanza di fatti storici realmente accaduti, e dei quali Collaveri si è lungamente documentato facendo ricerche approfondite, spesso le stesse che poi fa fare a Bottteghi, sia a livello teorico tramite racconti, libri, documenti storici che direttamente sul campo.
Una scelta molto coraggiosa dell’autore è stata sicuramente quella di usare nel linguaggio parlato dei personaggi cadenze e terminologie vernacolari, ovvero specifiche livornesi. Dico che è stato un atto di coraggio perché questa scelta potrebbe restringere il target dei lettori, ma questo non avviene, perché il genio di Collaveri ha inserito delle note a piè di pagina dove spiega il significato dei termini, facendo così in modo che il lettore si appassioni di più, e per i non livornesi poter imparare di più città e i suoi abitanti.
Le descrizioni dei luoghi sono fatte attraverso gli occhi di Botteghi, grazie alla narrazione tutta in prima persona, in questo modo l’autore non è obbligato a limitarsi esclusivamente alla parte fisica e materiale dei paesaggi, ma può trasmettere tutta la magia che possiamo trovare racchiusa anche nella realtà in ogni mattone, ciottolo e filo d’erba di questa città quasi mistica.
Come detto da Collaveri stesso durante una presentazione del suo libro, quando ha scritto e creato Botteghi si è trasformato lui stesso in Botteghi, e questo il lettore lo nota per tutta la durata del romanzo, perché leggendolo diventa a sua volta il commissario vivendo tutto il libro in prima persona e toccando con mano luoghi, avvenimenti e personaggi.
La trama poi è così ben realizzata che l’autore riesce a dare tutti gli indizi al lettore per risolvere il caso già nella prima metà del libro, ma nello stesso tempo, durante la lettura, lo depista in modo da rendere tutto ancora più intrigante, come se Collaveri volesse giocare con lui e dopo avergli dato la soluzione in mano rendergli la decifrazione degli indizi complicata distraendolo e rigirandogli i pezzi in mano.
Un romanzo spettacolare scritto da un livornese DOC che sa conquistare con la sua fantasia e insegnarci anche nuove nozioni storiche nel modo più piacevole e avvincente che possa esserci, dimostrando conoscenza dei fatti e impegno nella ricerca fatta con testa, ma soprattutto con il cuore.

Diego Collaveri nasce a Livorno nel 1976.
Dal 1992 fino al 2000 lavora in campo musicale per la EMI Music.
Nel 2000 inizia a confrontarsi con la scrittura, prima partecipando a concorsi di poesia e narrativa e in seguito con le prime pubblicazioni.
Nel 2001 inizia a dedicarsi alla sceneggiatura, prima per il teatro e successivamente per il cinema.
Nel 2003 fonda la Jolly Roger production con cui produce video.
Dal 2014 collabora con La tela nera come critico cinematografico e dal 2015 è docente della Scuola di Scrittura Carver di Livorno.
Al suo attivo ha i romanzi Anime assassine pubblicato nel 2014 e L’odore salmastro dei fossi pubblicato sempre con Fratelli Frilli nel 2015.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Fratelli Frilli Editori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Guia Risari, a cura di Viviana Filippini

25 luglio 2016

oXUQZFrCiao a Guia Risari e benvenuta a Liberi di scrivere per raccontarci un po’ come è nato Il viaggio di Lea, edito da Einaudi Ragazzi

V: Come è nata la trama del Il viaggio di Lea?

G: Sono stata sollecitata da Lodovica Cima: in qualche modo, è lei che devo ringraziare. In quel periodo, cercava un testo che parlasse della vita e del suo senso. L’idea è nata da una spinta in questa direzione e poi ha seguito il suo cammino.

V: C’è qualche situazione particolare della vita reale che ha influenzato la creazione della piccola Lea, una ragazzina alla ricerca delle risposte sul senso della vita e della morte?

G: Non è stato difficile immaginare una situazione di solitudine, fuga e ricerca. Le domande di fondo di Lea, poi, sono quelle che ci facciamo tutti. Solo che spesso rifuggiamo dal cercare le risposte, voltiamo pagina, dimentichiamo. Sono esperienze che appartengono a ognuno di noi. Io, da piccola, scappavo spesso di casa. Andavo a vivere – per interi pomeriggi! – in solaio; da lì saltavo sui tetti e mi avvicinavo al cielo, che mi è sempre parso un ottimo interlocutore. Non ho mai dimenticato i motivi di questa inquietudine, anche se non sempre ho accesso ai tetti…

V: Nel tuo libro riabiliti la figura del gatto che, purtroppo, spesso e volentieri nel corso della storia e della tradizioni popolare ha assunto valore negativo. Per Lea Porfirio cosa rappresenta?

G: È vero; il gatto, che pur cacciando i topi ha garantito agli uomini di conservare tante derrate alimentari, è stato spesso oggetto di persecuzioni e torture. Quand’era nero, poi, gli si attribuiva un’indole diabolica. In realtà, essendo il gatto nero più robusto e longevo, viaggiava spesso sulle navi dei pirati, segnalandone la presenza. Di qui l’idea che portasse sfortuna. Porfirio nel mio romanzo rappresenta l’anima realista, un po’ cinica e disincantata della storia. Ha attraversato vari secoli e vissuto in tanti paesi, collezionando una gran quantità di esperienze e ricordi, da cui pesca con estrema libertà per far fronte al presente. Non ha illusioni, non si nasconde dietro sogni impossibili: conserva tuttavia curiosità e voglia di sperimentare. È l’amico ideale di Lea che, al contrario, si cura dalle ferite della vita con una buona dose di illusioni.

V: La protagonista inizia un viaggio e ha un’interessante abitudine, quella di disegnare e fare dei ritratti di alcune delle persone che incontra sul suo cammino. Questo riprodurre la realtà mettendola su carta e interpretandola in modo personale perché è importante per Lea?

G: Credo sia importante per tutti quelli che s’immergono nella realtà fino quasi a perdere i contorni di sé trovare un modo per fermarsi, prendere le distanze e osservare le cose con un certo distacco. La mediazione della carta – un ritratto fatto di segni o di parole – a questo serve. A confrontarsi con quel che avviene e con la propria visione, a studiare a fondo i dettagli, a dare un’interpretazione, a posizionarsi.

V: Il viaggio compiuto dalla protagonista le permetterà di incontrare persone di diversi caratteri e professioni, che le mostrano i diversi aspetti che la vita può avere. Quanto è importante per la protagonista confrontarsi con queste realtà umane?

G: Per la protagonista, come per tutti noi, il mondo sarebbe incompleto senza un confronto con gli altri. Questo significa misurarsi con la diversità, con visioni peculiari e a volte inconciliabili della vita. Significa allontanarsi dal centro, dal proprio centro, per guardare l’esistenza con occhi diversi; tornare alle proprie posizioni e avere il coraggio di abbandonarle o modificarle radicalmente. Non è un processo indolore, a volte è disorientante, è una piccola lotta e in parte una perdita, di certezze, di terreno, di stabilità. Ma è un processo indispensabile che arricchisce la vita di colori e sfumature.

V: Ad un certo punto accanto a Lea compare la piccola Ipa. Le due ragazzine diventano subito amiche e si sostengono a vicenda come se si scambiassero insegnamenti reciproci. Volevo sapere se le loro caratteristiche fisiche (una bionda, l’altra mora, una con gli occhi azzurri, l’altra no) sono una scelta voluta (mi hanno ricordato il giorno e la notte, la luce e la tenebra, la vita e la morte) perché ha un particolare significato o è dettata da fini stilistici (solo per differenziare le due)?

G: Le opposizioni sono parte della vita e insieme compongono un quadro completo e armonico. Così è per questi due personaggi: Lea fugge dalla vita per cercare il senso della morte; Ipa compie il cammino opposto. E non è un caso che s’incontrino in treno e quindi in cammino perché il rapporto tra vita e morte non si può capire che in itinere.

V: Che differenza c’è tra lo scrivere per bambini e per adulti?

G: Crescere e invecchiare non sono un processo coerente e uniforme. Non si abbandona uno stato per un altro. Non c’è un regno dell’infanzia, uno dell’adolescenza, la giovinezza, la maturità, la vecchiaia. Esiste piuttosto un continuum che fa convivere tutte queste età nel presente: conserva tracce e tratti del passato e anticipa quelli del futuro. Per questo non c’è, secondo me, un modo per parlare o scrivere per bambini e un altro per adulti. Ci sono tante voci che ci abitano e la capacità di non metterle a tacere per corrispondere a un’immagine comoda e artefatta di sé. Se si vive con pienezza, si è in grado di conservare la voce bambina e di trattarla come una voce adulta. Per questo nascono poi dei libri “trasversali” che parlano a tutti.

V: Se dovesse/si scegliere una canzone da abbinare a questo libro, quale sarebbe?

G: Close to Paradise di Patrick Watson.

V: Già al lavoro su altre scritture? Se sì di cosa tratteranno (se puoi dircelo)?

G: Ho da poco terminato di scrivere un romanzo per adulti che definirei “biblico” perché racconta di Dio, della creazione del mondo, di Lucifero, di Adamo ed Eva, della cacciata dal paradiso in chiave umoristica. A settembre invece usciranno in contemporanea, tre albi per l’infanzia: Il volo della famiglia Knitter (Bohem Press) che parla di volo e libertà, Se fossi un uccellino (ELI edizioni) che è una poesia dedicata alle piccole creature alate e Il Pigiama verde (Coccole Books) che racconta le meraviglie prodotte da un pigiama. In questo momento, sto scrivendo contemporaneamente tre romanzi – uno per adulti e due per ragazzi – ma sono tutti troppo all’inizio perché li possa raccontare. Ci sono storie che nascono già con una strada tracciata: bisogna solo avere l’abilità di seguirla. Altre che si rivelano invece mobili e incerte; si scoprono andando e rivelano le loro sorprese solo si sa attendere con pazienza e continuare, nonostante la meta cambi posizione e obblighi a clamorose virate. Le tre storie che sto cercando di “catturare” mi obbligano a questo tipo di scrittura imprevedibile, che è una rivelazione quotidiana. Appena ne saprò di più, anch’io potrò raccontare meglio.

:: Liberi di scrivere consigliato per i migliori libri per bambini dal sito Bambinofelice.it

23 luglio 2016

logoIn questi giorni di brutte notizie, noi ci ostiniamo a parlare di libri, consideratela la nostra forma di resistenza civile. Per cui siamo più che felici di segnalarvi che una nostra recensione è stata scelta per figurare nell’infografica “I migliori 15 libri per bambini” lanciata dal sito dedicato alle mamme a ai bambini Bambinofelice.it. E’ “La casa nella prateria“, un classico per l’infanzia di Laura Elizabeth Ingalls Wilder (Gallucci, 2015) a cura della giornalista Viviana Filippini. Tre gli altri libri segnalati La collina dei conigli, Lo Hobbit, Pippi Calzelunghe, e molti altri. Vi invito a visitare il loro sito per l’elenco completo.

6132389_408243Chi di voi lettori, nato e cresciuto negli anni ’80, non ha visto almeno una volta il telefilm La casa nella prateria? Lo ammetto, durante la mia infanzia credo di averne guardate solo una o due puntate del telefilm realizzato dall’attore regista Michael Landon (me lo ricordo in Bonanza, altro prodotto TV dove quasi tutti i personaggi avevano gli occhi azzurri). Mi piaceva l’ambientazione immersa nella prateria americana pura, ma non riuscivo a sopportare l’atmosfera troppo mielosa che riguardava i diversi personaggi presenti all’interno della trama… (continua)

:: Il bazar dei brutti sogni, Stephen King (Sperling & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone

22 luglio 2016
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Stephen King è come il buon vino, invecchiando migliora. Per cui non dispiace molto rivedere, tra i venti racconti che costituiscono la raccolta Il bazar dei brutti sogni, alcuni magari usciti già altrove, e anche solo poco rimaneggiati e arricchiti. “Miglio 81” per esempio è stato già pubblicato in Italia con lo stesso titolo da Sperling & Kupfer nel 2011, per la traduzione di Giovanni Arduino. Sempre anche in Italia sono stati pubblicati “The Dune”, originariamente su Granta, (“La duna” su Granta Italia n°5 traduzione a cura di Letizia Sacchini; “A Death” originariamente su The New Yorker, (“Una morte” su Internazionale, traduzione di Diana Corsini), “Herman Wouk Is Still Alive”, originariamente su The Atlantic (“Herman Wouk è ancora vivo”, su Internazionale n° 911, traduzione di Wu Ming). Questi ultimi solo in America: “Premiun Harmony”, su The New Yorker; “Batman e Robin” su Harper’s Magazine; “The Bone Church” su Play Boy; “Morality” su Esquire; “Afterlife” su Tin House; “Tommy” su Play boy; “The Bus is another World” su Esquire e “Summer Thunder” su Cemetery Dance. Tutti gli altri sono inediti.
Ma il valore aggiunto, ciò che davvero rende questo libro imperdibile, che siate o non siate lettori storici di King, sono le premesse ad ogni racconto, una letteratura a parte, che ho sempre adorato, in autori come Asimov. Leggevo infatti i suoi libri per leggere queste premesse, anche Chandler non si ritraeva. Scoprire insomma cosa portò al racconto, facendo luce sulla stessa vita dell’autore, ma con pudore, come se si accendesse una luce discreta, e nulla più, beh è un’ esperienza piacevole e molto istruttiva. Stephen King hai il pregio del narratore accanto al fuoco, mentre i marshmallow sfrigolano sul fuoco, una notte di luna piena. In campeggio, sì, quando giunge l’ora, superata la mezzanotte, in cui i racconti di paura prendono vita. Anche noi, che non siamo americani, non facciamo fatica a immaginarci la scena e l’atmosfera. E non credo di sbagliarmi molto ne di essere irrispettosa. Ma King non è un autore da salotto, ecco. Con lui si sente l’odore della terra dopo la pioggia, si sentono i grilli e le rane toro che gracidano, c’è poco da fare.
Il bazar dei brutti sogni a mio avviso è un libro riuscito, che mi sento di consigliarvi senza esitazione. Comunque l’esperienza di lettura è diversa per ogni lettore, mi limiterò a raccontarvi la mia. Prima dei racconti ho letto tutte le premesse ai racconti, in un pomeriggio, con molto gusto e divertita curiosità. Poi i racconti. Non che ve lo consiglio, non che sia un’esperienza ortodossa, ma tant’è così ho fatto io. Prima dei racconti vorrei però parlarvi del curatore e dei traduttori. La traduzione infatti ha richiesto un lavoro collettivo che ha coinvolto Giovanni Arduino, Chiara Brovelli, Alfredo Colitto e Christian Pastore. La curatela del libro è di Loredana Lipperini. Essendo venti racconti sarà difficile che possa parlarvi estesamente di ognuno, ma posso sen’zaltro dirvi quelli che mi sono più piaciuti e mi hanno fatto più paura. Sebbene non l’orrore in senso stretto, traspaia da questi racconti. Se “Miglio 81” è uno dei suoi preferiti, o il finale de La duna addirittura è da lui definito “uno dei miei finali preferiti in assoluto”, tra i miei preferiti citerei senz’altro Il bambino cattivo, Herman wouk è ancora vivo e Il piccolo dio verde del dolore. Probabilmente a voi poco importa, e i vostri preferiti saranno altri, ma il bello è che questo descrive l’ora, l’adesso. Magari già domani avrò cambiato idea. Buona lettura.

Stephen King vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha e la figlia Naomi. Da più di quarant’anni le sue storie sono bestseller che hanno venduto 500 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Stanley Kubrick, Brian De Palma, Rob Reiner, Frank Darabont. Oltre ai film tratti dai suoi romanzi, vere pietre miliari come Shining, Stand by meRicordo di un’estate, Le ali della libertà,Il miglio verde ¿ per citarne solo alcuni ¿ sono seguitissime anche le sue serie TV, ultima in ordine di apparizione quella tratta da The Dome, trasmessa da RAI2. Recentemente King si è dedicato ai social media e in breve tempo ha conquistato centinaia di migliaia di follower su Facebook e soprattutto su Twitter.
Nel 2015 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama gli ha conferito la National Medal of Arts.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

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