L’ombra del bosco scarno di Massimo Rossi, edito da Scrittura e Scritture Edizioni, titolo che vagamente echeggia Il segreto del bosco vecchio di Buzzati, è un romanzo interessante, e sebbene tratti temi che solitamente per principio evito, quando se ne accentua il carattere sensazionalistico e morboso, come la violenza su un bambino, grazie alla sensibilità e delicatezza dell’autore, che mai calca i toni alla ricerca dell’effetto o perde il rispetto necessario quando si parla di uno dei crimini più abbietti che si possano concepire, l’ho letto rimanendone decisamente colpita e provando una profonda empatia nei confronti dei personaggi. Innanzitutto l’ambientazione è suggestiva. Siamo nella immaginaria valle di Stille, un altopiano riparato sui tre lati da una corona di alte montagne. Cieli tersi e azzurrissimi, torrenti di acque limpide e fredde, ricchi pascoli, floride malghe, boschi di conifere, qualche casa sparsa con il suo piccolo orto, la chiesa bianca, i masi appoggiati sui versanti tutt’intorno, e l’unico negozio che vendeva un po’ di tutto. Un piccolo paradiso isolato dal mondo, abitato da una comunità chiusa di valligiani, riuniti quasi in una segreta congregazione che segue il Metodo del fondatore, San Mathias. Capo indiscusso della comunità, il parroco don Basilio, depositario degli antichi riti e guardiano e mediatore di ogni controversia si possa verificare. Perché la comunità è un luogo di pace, di amore e benevolenza, tutti si devono aiutare, stretti dai vincoli di familiarità e comunanza. Il male, se c’è, viene da fuori, dagli intrusi come l’eccentrico stilista svizzero che ha acquistato il maso Becker, rompendo il tacito equilibrio che dura da secoli: ci si sposa all’interno della comunità tra simili, le proprietà passano di generazione in generazione, tutto come dettano i precetti del Metodo. Proprio l’arrivo di Emerich Schuster e del suo amante Lucas, con le sue feste, il jet set internazionale che lo segue, innalza barriere di diffidenza e di sospetto e quando il piccolo Aron scompare nel bosco, e viene ritrovato con addosso i segni della violenza subita, tutti sono concordi nell’additare gli estranei, i forestieri, come colpevoli. Solo l’arrivo di Helena, ex poliziotta e psicologa sensibile e coraggiosa, capace di superare il silenzio che ha ormai inghiottito il piccolo Aron, riuscirà a far luce su quello che è davvero avvenuto, perché anche il colpevole è una vittima del male, che non sempre si trova dove immaginiamo che sia. L’ombra del bosco scarno narra questa storia con lievità e sensibilità, con uno stile semplice e lineare, quasi con familiare dolcezza, sia che tratteggi le descrizioni dei paesaggi che quelle dei personaggi. Soprattutto il rapporto tra il bambino e la psicologa è a mio avviso ricco di sfumature e di complicità, ed è emozionante sia il tentativo di Helena di creare un legame di affetto e di fiducia con la piccola vittima, sempre con rispetto e tenerezza, sia il suo accettarne il silenzio comunicando tramite i disegni che il piccolo Aron fa, riuscendo ad interpretarli immedesimandosi nella sua sofferenza. Anche gli altri personaggi sono a mio avviso ben caratterizzati: Barnabas, su tutti, ma anche Greta, Thomas, Michael, Harald, il vecchio Dagomar. Pur essendo un thriller psicologico, è originale l’utilizzo di toni poetici e mai aggressivi, dove altri avrebbero per esempio usato descrivere la violenza in modo più manifesto, e il risultato ottenuto è sicuramente singolare e ricco di fascino. La scrittura scorre limpida, fluida, e l’apparente facilità espressiva nasconde sicuramente un lungo lavoro di limatura e perfezionamento. Tocco noir nel finale, affatto scontato e drammaticamente realistico.
Archive for gennaio 2013
:: Recensione di L’ombra del bosco scarno di Massimo Rossi, (Scrittura e Scritture Edizioni, 2012)
30 gennaio 2013:: Un’ intervista con Fabio Gamberini
29 gennaio 2013
Ciao Fabio, benvenuto su Liberi di Scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla terza edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di The prestige di Christopher Priest, Miraviglia editore. Dopo tanti scrittori ho l’opportunità di intervistare un traduttore, e inizierei col parlare di te. Sei nato a Bologna nel 1979, sei traduttore di narrativa, fumetti e videogiochi. Vuoi descriverti ai nostri lettori?
Ciao e grazie per l’ospitalità e per la menzione per la mia traduzione di The prestige.
Sono un avido divoratore di tutto ciò che contenga un pizzico di magnifico, siano libri, fumetti, film o serie tv. La traduzione è la mia passione, il mio lavoro e il mio passatempo. Non saprei che altro fare nella vita! Faccio questo mestiere da diversi anni e arrivare a poter tradurre un titolo prestigioso (scusate il gioco di parole!) come il romanzo di Christopher Priest è stata una grande soddisfazione, tanto personale quanto professionale.
Parlando di premi, esistono premi dedicati ai traduttori? Pensi che la vostra qualifica professionale sia giustamente valorizzata?
Che io sappia non esistono premi per traduttori, almeno niente di paragonabile ai più celebri riconoscimenti per scrittori. Scrivere un romanzo o un racconto è certamente più impegnativo che tradurne uno, perché il traduttore non deve compiere il processo creativo: la storia è già sulla pagina, con il suo inizio, sviluppo e finale, efficace o meno che sia. Al traduttore, però, spetta il compito di adattare il testo alla propria lingua e cultura. Pertanto, tradurre certi romanzi può essere molto impegnativo e il traduttore meriterebbe un riconoscimento maggiore, invece tende a restare nell’ombra e a non essere notato dal lettore.
Conosco molti lettori smaliziati che hanno iniziato a fare caso al nome del traduttore solo da quando faccio questo mestiere. Prima, il libro veniva letto senza porsi troppe domande sull’impianto professionale dietro la creazione del volume editoriale. Apprezzo molto quelle edizioni (purtroppo poche) che citano in copertina il nome del traduttore.
Quando hai deciso di diventare traduttore? Come è nata la passione per questo lavoro difficile, oscuro, ma nello stesso tempo bellissimo?
Se dico da sempre suono banale? Eppure è così. Credo che la scintilla sia nata leggendo uno dei primi fumetti Marvel: ho provato subito una grande ammirazione tanto per chi li scriveva quanto per chi mi dava la possibilità di leggerli nella mia lingua.
Ci sono qualità, caratteristiche psicologiche, doti necessarie per intraprendere questa professione?
Una profonda conoscenza della lingua source del testo ma, ancora di più, della lingua target. La prima cosa che insegnano o che si impara all’atto pratico è che è la resa finale quella importante, a costo di stravolgere l’originale. Per questo, condivido appieno il detto: “Traduttore traditore”.
Come doti particolari, è importante una marcata versatilità nell’adattare il proprio stile per riprodurre in modo efficace quello dell’autore, altrimenti si rischia di risultare monocordi, di rendere un italiano corretto ma privo di verve. Ah, e una buona dose di velocità nel tradurre è sempre apprezzata.
Che studi hai fatto? Quali scuole, stage, corsi di specializzazione mirati alla traduzione sono necessari per iniziare questo lavoro? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?
Sono laureato in lingue e letterature straniere all’università di Bologna e ho frequentato un master in traduzione letteraria alla Sapienza di Roma. So che esistono numerosi corsi sulla traduzione ma non ne conosco molti direttamente: come in ogni cosa, ce ne saranno alcuni più validi di altri. Quelli che ho frequentato sono stati importanti, ma il “grosso” della formazione è avvenuto sul campo, dove è l’esperienza pratica a insegnare. Purtroppo, in questo settore più che in altri, è richiesta parecchia esperienza fin da subito e non è semplice trovare qualcuno disponibile a insegnarti, a metterti alla prova, ad accettare possibili errori dettati dall’inesperienza, nonostante tutta la buona volontà e il talento che ci puoi mettere.
Ci sono maestri, sulle cui traduzioni hai studiato, che ti hanno insegnato qualcosa? Da chi hai imparato di più?
In ambito di narrativa, sicuramente Roberta Rambelli, le cui traduzioni di fantasy e fantascienza mi hanno accompagnato fin dai tempi dell’adolescenza. Negli ultimi anni sono state preziose le lezioni di Alfredo Colitto, impareggiabile traduttore di thriller. In campo fumettistico, invece, gli albi tradotti da Pier Paolo Ronchetti e da Andrea Plazzi mi hanno insegnato ad affrontare quel tipo di testi, per cui è necessario un approccio diverso, più mirato alla sintesi a causa degli spazi ristretti imposti dai balloon e a un’efficacia “d’impatto”.
Hai tradotto più di venti romanzi per Fanucci, Miraviglia, Multiplayer Edizioni e Panini. Quando un traduttore si sente pronto a mettersi alla prova come contatta le case editrici? Mandando direttamente curricula, iscrivendosi a banche dati di traduttori, o si viene chiamati e scelti direttamente dagli editori ? Chi seleziona i traduttori? Nel tuo caso come è andata all’inizio, immagino che dopo aver iniziato a lavorare tutto sia più automatico o mi sbaglio? Dopo molto incide sulla reputazione maturata e sui lavori svolti.
Inviare curricula è sicuramente un buon modo, anche se nella maggior parte dei casi si ricevono risposte negative o non si riceve risposta alcuna (non per malafede dell’editore, ma perché i candidati che si propongono sono tantissimi). Credo che il segreto sia trovarsi al posto giusto nel momento giusto, proporsi a una casa editrice proprio mentre questa sta lanciando un progetto in linea con il proprio curriculum e per il quale sta cercando nuove risorse.
Per questo, credo sia importante non desistere e inviare regolarmente il proprio CV aggiornato. Nel mio caso, ho cominciato con Fanucci tramite lo stage del master a cui accennavo prima, dopodiché la collaborazione è continuata. Con Panini, invece, abbiamo iniziato con qualche volume saltuario, poi mi è stata affidata una nuova collana di classici e da lì le collaborazioni sono aumentate considerevolmente. In ogni modo, è sicuramente come dici tu: una volta avviata una collaborazione, se soddisfacente per entrambe le parti, è piuttosto normale che prosegua in modo continuativo.
La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?
Solitamente a occuparsi della scelta del libro da tradurre sono gli editor, non i traduttori. A me non è mai capitato di scegliere il libro su cui lavorare. Il committente mi fa una proposta e sta a me accettarla o meno. Naturalmente, di solito tale proposta è basata sul mio bagaglio d’esperienze o sull’attinenza ad altri progetti analoghi già svolti per quel committente. Per esempio, quando la Panini ha lanciato una nuova testata mutante (nello specifico, la bellissima “Wolverine e gli X-Men”), mi è stata affidata perché traducevo già gli altri mensili mutanti.
Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata? Ti è mai capitato di sforare questi limiti?
Esatto, proprio così. Quando mi viene affidata una traduzione faccio un paio di giorni di “prova”, per calibrare la difficoltà del lavoro ai miei tempi. Dopodiché organizzo una scaletta nella quale assegno un determinato numero di pagine a ciascuno dei giorni che ho a disposizione, cercando sempre di stare largo e poter così gestire eventuali imprevisti o parti di lavoro particolarmente ostiche. Per fortuna, non mi è mai capitato di sforare una deadline.
Raccontaci una tua giornata tipo dedicata alla traduzione.
In realtà non è molto diversa da una normale giornata di lavoro, tranne per il fatto che non devo recarmi sul posto di lavoro e che posso organizzarmi liberamente gli orari. È una bella fortuna!
Cerco comunque di essere regolare nel rispettare la scaletta, in modo da non trovarmi con troppe pagine da tradurre a pochi giorni dalla data di consegna. Amo lavorare alle prime ore del mattino, mentre trovo faticosissimo mettermi al computer dopo cena. Ma ogni traduttore ha i propri ritmi: so di alcuni miei colleghi che lavorano solo di notte, come vampiri!
Vuoi svelarci qualche segreto del mestiere? Come si ricrea lo stile, il ritmo, la parlata magari gergale di un autore? Leggi altri testi tradotti di questo autore, quando ci sono? Ti immedesimi, respiri la sua aria?
Mi fai una domanda molto difficile, nel senso che non esistono regole fisse a cui attenersi.
Ricreare lo stile dell’autore è una sfida sempre nuova, e molto sta nel modo in cui è scritto il romanzo: a volte sembra di non lavorare nemmeno, tanto l’opera di adattamento risulta naturale, mentre altre è più impegnativo. Per quanto possibile cerco sempre di dare brio anche a quelle parti che in originale risultano – a mio parere – meno efficaci. Tutto questo senza mai stravolgere il testo, s’intende, ma tenendo a mente – come dicevo prima – che è il risultato finale a contare, quello che il lettore italiano si trova per le mani.
Quando possibile, leggere altri libri dello stesso autore può essere utile per verificare eventuali deviazioni da uno stile più o meno abituale, così come è consigliabile leggere traduzioni precedenti – se ce ne sono – di quell’autore, in modo da farsi un’idea di come il pubblico italiano è abituato a conoscerlo.
Consegnata una traduzione, viene revisionata dall’editore. Arrivati a questo punto che passaggi sono necessari prima che il testo sia pubblicato?
Sia che si parli di traduzioni di narrativa, di fumetti o di videogiochi, il testo tradotto passa sempre sotto le abili mani (o per meglio dire occhi) di revisori esperti con i quali il traduttore ha spesso un contatto diretto in caso di problemi o di scelte stilistiche da concordare. Superato questo passaggio, il testo viene controllato anche dai correttori di bozze, i quali si occupano di rimuovere i refusi e di controllare nuovamente il testo.
Parliamo della traduzione di The prestige di Christopher Priest, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Quale è stata la parte di più difficile, quella più affascinante?
Conoscevo The Prestige grazie al film di Christopher Nolan, ma non il libro, che ho letto soltanto prima di iniziare la traduzione. Mi sono trovato davanti qualcosa di completamente diverso, a livello di approccio narrativo, benché la storia fosse la medesima. I diari di Rupert Angier e Alfred Borden mi hanno assorbito completamente. La parte più difficile sono state alcune pagine intorno alla metà del libro, nelle quali si “accenna” al segreto di Borden. Sapevo bene di cosa si stava parlando, ma dovevo fare attenzione a sciogliere quei passaggi senza rivelare troppo al lettore.
Collabori con Panini Comics, per cui curi la traduzione delle testate da edicola degli X-Men, degli Avengers e numerosi altri volumi. Fumetti, cinema, narrativa ti appassionano. Che differenza c’è tra tradurre un fumetto e un testo narrativo?
La differenza principale è data dalla ristrettezza degli spazi dei balloon. In un romanzo, un riferimento culturale o un gioco di parole possono essere sciolti o spiegati prendendosi la libertà di spendere qualche parola, a volte inserendo anche una battuta in più, mentre in un fumetto bisogna necessariamente essere concisi. È lo stesso problema che devono affrontare i traduttori per il cinema e per la tv, per intenderci. Nel loro caso il limite è la durata del labiale, nel mio la capienza dei balloon (a volte davvero minima!). Al tempo stesso, però, la traduzione di un fumetto è facilitata dalla presenza dei disegni, che forniscono contesto e spesso sono utili per sciogliere espressioni o riferimenti ostici. Personalmente, poi, mi sento più a mio agio nel tradurre i dialoghi, anche nei romanzi, e data la loro presenza massiccia all’interno dei fumetti, questa mia propensione si sposa bene con il genere dei comics.
A cosa stai lavorando in questo momento?
Traduco i quattro mensili dedicati agli X-Men e a tutti i gruppi di contorno (Nuovi Mutanti, X-Factor e molti altri), e il mensile dedicato agli Avengers. Sto traducendo anche importanti novità per i lettori di comics Marvel in vista dell’evento Marvel NOW!, ma non mi è concesso svelare nulla! Oltre a questi, sono al lavoro su interessanti volumi Marvel e Image, tanto per appassionati di fumetto quanto per chi non ha familiarità con il genere.
Grazie della tua disponibilità, sono sicura che quanto da te detto sarà utile a molti che si avvicinano alla tua professione, magari scoraggiati dalle mille difficoltà. Vedere che qualcuno ha trasformato la sua passione in lavoro è un ottimo punto di partenza.
Grazie a voi della menzione sul blog e dell’intervista. Un saluto a tutti!
:: Un’ intervista a Franco Forte a cura di Viviana Filippini
29 gennaio 2013
Ciao Franco, piacere averti qui ospite a Liberi di Scrivere. Più che di un tuo romanzo parleremo in generale del tuo mestiere di scrittore, direttore editoriale delle collane Giallo, Urania e Segretissimo di Mondadori, editor e consulente letterario.
Quale è la tua idea sull’editoria italiana?
Domanda complessa e difficile da contenere in poche righe. Diciamo che l’editoria, come tutti i settori che producono beni di consumo, in questi tempi di crisi sta soffrendo parecchio, anche se lo zoccolo duro di lettori italiani pare disposto a rinunciare a molte cose ma non al caro, vecchio libro. Per di più, la diffusione dei dispositivi elettronici capaci di gestire gli ebook (dagli smartphone ai reader passando per i tablet) sta facendo crescere il settore dell’editoria digitale, il che contribuisce a fare galleggiare tutto il comparto libri al di sopra della linea di annegamento, ma diciamo che la lotta è dura e senza soste. C’è una contrazione delle vendite, una contrazione dei titoli pubblicati, una contrazione degli investimenti e delle spese che gli editori possono sopportare, il che ha riflessi a catena su tutto il ciclo produttivo e di lavoro che sta alle spalle del prodotto libro (traduzioni, revisioni, lavori redazionali, contratti, diritti, stampa, ecc). La speranza è che la situazione economica generale migliori, e quindi il pubblico, tornando a respirare un po’ di più rispetto a oggi, torni a frequentare le librerie per alimentare la mente e lo spirito con qualche buon libro.
Da quello che noti nel tuo lavoro, cosa amano leggere gli italiani?
Un po’ di tutto, anche se abbiamo una pessima abitudine, in questo Paese: farci trascinare dai “fenomeni”, che siano televisivi o perché in qualche modo scalano le classifiche, magari per merito, magari (direi la maggior parte delle volte) per sapienti operazioni pubblicitarie e di marketing. Però per fortuna quel famoso zoccolo duro di lettori che non demorde sa cosa scegliere, e si rivolge a chi soddisfa il suo desiderio di approfondire un genere piuttosto che le opere di un autore. L’importante, per chi fa editoria oggi, oltre che seguire le mode, è saper riconoscere le istanze dei lettori più fedeli. Che sono anche i più esigenti.
Da direttore delle collane Giallo, Urania e Segretissimo di Mondadori, in base a cosa scegli i libri da pubblicare?
Ovviamente in base alla mia esperienza e alle mie conoscenze della materia, oltre che dopo attenta consultazione con il pool di esperti che ognuna di queste collane può mettere in campo. Ma diciamo che la mia sensibilità personale risulta poi prevalente, quando si tratta di puntare più su un autore piuttosto che su un altro, e per fortuna al momento i risultati mi stanno dando ragione, visto che il mercato delle vendite in edicola, per quanto tartassato dalla crisi quanto quelle delle librerie, sta facendo segnare, per le mie collane, un trend abbastanza positivo. Soprattutto per i Gialli Mondadori, una collana che ha fatto e che continua a fare la storia del mystery in questo Paese.
Prediligete autori italiani o stranieri?
Non siamo noi a “prediligere”, bensì i lettori. E purtroppo sappiamo che gli italiani sono esterofili per partito preso: fra un John Smith che non conoscono e un Mario Rossi, sceglieranno sempre e comunque Mister Smith. Quindi la lotta per imporre all’attenzione del pubblico qualche buon autore italiano è ardua, ma noi la conduciamo a piccoli e attenti passi, e questa strategia qualche frutto sta cominciando a darlo. I vincitori del Premio Tedeschi per il giallo e del Premio Urania per la fantascienza, per esempio, sono sempre fra i più venduti. E alcuni autori si stanno imponendo all’attenzione del pubblico per la qualità delle loro opere, come per esempio Marzia Musneci, Carlo Parri, Cristiana Astori e Annamaria Fassio nel giallo, oppure Stefano Di Marino (che firma con lo pseudonimo Stephen Gunn le avventure del Professionista), Andrea Carlo Cappi e Giancarlo Narciso per la spy story. Nella fantascienza è molto più difficile imporre qualche buona firma italiana, e per il momento è solo grazie al Premio Urania che riusciamo a far conoscere qualche ottimo autore, come Maico Morellini o Alessandro Forlani. Però di certo l’impegno per promuovere la narrativa nazionale è costante, e soprattutto grazie ad alcune iniziative, come l’antologia “Giallo 24” uscita a gennaio nei Gialli Mondadori, stiamo cominciando a raccogliere i primi frutti.
C’è qualcuna delle ultime pubblicazioni per le collane Mondadori che dirigi a cui tieni in modo particolare?
L’antologia di cui ho appena parlato, “Giallo 24”, che raccoglie 15 racconti selezionati questa estate, quando insieme a Radio 24 di Il Sole 24ore abbiamo dato vita all’omonima trasmissione, votata a cercare buoni racconti gialli da leggere in radio, le cui versioni ampliate abbiamo poi raccolto nell’antologia cartacea. E poi la serie del Professionista Story per Segretissimo, cioè la raccolta di tutte le storie di Chance Renard, il personaggio cult della spy story italiana creato da Stefano Di Marino, giunto ormai al 35° romanzo.
Sei direttore della «Writer Magazine Italia». Spiegaci un po’ la funzione di questa rivista?
La WMI è un magazine per gli scrittori. Fornisce non solo nozioni tecniche, ma soprattutto un modo professionale e dinamico per rapportarsi con la scrittura e con il mondo editoriale. Pubblica ottima narrativa selezionata con cura, e fornisce una spinta promozionale non indifferente agli autori che ospita, perché è una rivista ben conosciuta dagli addetti al mondo editoriale. Oltre a questo, il magazine garantisce un luogo di incontro online (il forum dedicato) unico nel suo genere, in cui promuoviamo continuamente iniziative finalizzate a pubblicare racconti in antologie e presso case editrici di rilievo.
Tra le varie iniziative della rivista, c’è anche un concorso della WMI. Chi può partecipare e di solito quanti dattiloscritti vi arrivano nella redazione ?
Il Premio WMI è aperto a tutti, senza preclusioni. I primi tre classificati vengono pubblicati sulla rivista, e questo garantisce una promozione non indifferente nel mondo editoriale che conta. Il numero dei partecipanti varia moltissimo da edizione a edizione, però bisogna tenere presente che il premio è a cadenza trimestrale, cioè ogni tre mesi c’è un nuovo bando per partecipare.
Scrivono di più gli uomini o le donne?
Al momento direi le donne. Che sono anche coloro che più leggono e più spendono soldi per acquistare libri.
Passiamo al tuo ruolo di scrittore, cosa stai scrivendo ora?
Il seguito di “Il segno dell’untore”, con la seconda indagine del notaio criminale Niccolò Taverna. Il romanzo uscirà nel 2014 per gli Omnibus Mondadori. Ma ho poi altri progetti in cantiere, fra cui un film che sto scrivendo insieme al regista Donato Pisani e che dovrebbe avere come attore principale Stefano Chiodaroli, il comico di Zelig e Colorado Cafè che ha un’anima drammatica davvero notevole.
Quando cominci un romanzo c’è qualcosa in particolare da cui prendi l’ispirazione?
Dipende, ma ormai diciamo che devo seguire più che altro le richieste da parte dei miei lettori, che pretendono un certo tipo di narrativa da parte mia, soprattutto il romanzo storico. Anche se non mi dispiace, di tanto in tanto, fare delle puntatine in generi letterari differenti, come per esempio il fantasy, il thriller o la fantascienza.
Quando scrivi ascolti musica o ti isoli in modo completo?
Nessuna delle due cose. Sono un giornalista, per formazione, e sono abituato a lavorare e a scrivere nel casino di una redazione, quindi il rumore non mi spaventa. Però la musica mi deconcentrerebbe, quindi preferisco ascoltarla in relax, non mentre scrivo.
Tra la scrittura di un romanzo e quella di un sceneggiatura per il cinema e la televisione, qual è il processo creativo più impegnativo?
Un romanzo, senza dubbio. Le sceneggiature sono difficili se non si ha dimestichezza con i dialoghi e non si possiede il dono della sintesi, altrimenti scorrono via lisce che è una meraviglia. Il romanzo, invece, è una costruzione così complessa che può prosciugarti l’anima, se non si sta attenti.
Il tuo romanzo, La compagnia della morte, è stato pubblicato in Spagna e in America Latina. Come è il pubblico di lettori rispetto a quello italiano?
Sì, ha seguito il successo di “Carthago”, che è andato molto bene. Nei paesi di lingua spagnola il romanzo storico è fra i più apprezzati, e gli autori italiani sono tenuti in grande considerazione, diversamente da quanto accade nel mercato anglosassone. Certamente pretendono il massimo dell’accuratezza storica, oltre a una buona capacità di affabulazione, e credo che “Carthago” e “La compagnia della morte” siano piaciuti proprio per questo.
Quali sono il primo libro che hai letto e l’ultimo?
Il primo è stato “20.000 leghe sotto i mari”. L’ultimo, appena chiuso, è stata in realtà una rilettura: “La storia della colonna infame” del Manzoni.
Perché ti son piaciuti?
Perché sono stati in grado entrambi, seppure in modi completamente diversi, di raccogliere tutta la mia attenzione e farmi estraniare dal mondo. E’ questo che chiedo a un buon libro. Ed è questa magia che cerco di innescare con i lettori dei miei romanzi.
Un’ultima domanda. Che consiglio daresti a chi ama scrivere e volesse proporre a un editore il proprio lavoro?
Di non lanciarsi allo sbaraglio. Prima meglio capire come funziona questo affascinante ma terribile mondo editoriale. Come? Per esempio facendo un salto sul forum della WMI (o leggendo la rivista) per capire molte cose e confrontarsi con i professionisti della scrittura e dell’editoria.
:: Un’ intervista con Daniele Serra
29 gennaio 2013
Ciao Daniele. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Per chi non ti conoscesse sei un giovane illustratore professionista, classe 1977, fresco vincitore del prestigioso British Fantasy Awards 2012 nella categoria “Best Artist”. I tuoi lavori sono stati pubblicati in Europa, Australia e Stati Uniti, e ultimamente anche da noi. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Daniele Serra? Punti di forza e di debolezza.
Sono un ragazzo di 35 anni, vivo nella mia terra di origine che è la Sardegna, insieme a una moglie e tre gattine. Sono appassionato di fumetti, libri, musica e cinema. Difficile stabilire quali sono i punti di forza e quali quelli di debolezza, tra i primi mi viene in mente il non riuscire a smettere di disegnare, cosa che è sicuramente utile nel mio lavoro, in più credo di avere molta fantasia, anche abbastanza oscura e ricca di incubi..e questo non so se considerarlo un punto di forza o di debolezza!
Raccontaci qualcosa del tuo background, della tua infanzia.
Da piccolo mi dicono che sono stato un bambino abbastanza tranquillo, non avevo tanta voglia di studiare ma nonostante ciò ero il primo della classe, giocavo a tennis tavolo e a calcio. La mia babysitter era mia cugina, mi piaceva molto ascoltarla mentre leggeva le storie horror. Per il resto mi piaceva guardare le persone mentre disegnavano, ascoltare musica e imparare a suonare la chitarra.
Quando è iniziata la tua passione per l’arte in tutte le sue espressioni?
Fin da piccolo ho sempre disegnato, quindi non saprei quando è iniziata la passione per l’arte in generale, è una cosa che mi ha sempre accompagnato in tutta la mia vita.
Parlaci del tuo percorso formativo: che studi hai fatto, che corsi hai seguito? Indica ad un giovane che volesse intraprendere la tua carriera la tua strada.
Il mio percorso di studi si discosta molto da ciò di cui mi occupo ora. Posso dire di essere principalmente autodidatta anche se ho seguito due corsi, uno di fumetto e uno di pittura ad olio, che reputo fondamentali e hanno avuto per me una grande importanza. Prima di provare a lavorare seriamente nel campo dell’illustrazione, ho lavorato per sette anni come grafico pubblicitario. Non sono bravo a dare consigli, una cosa che posso dire è quella di sviluppare una propria professionalità, oltre a tenere duro e credere fortemente in ciò che si vuole ottenere.
Quando hai capito che eri diventato davvero un illustratore professionista? Qual è stato il momento in cui ti sei reso conto che questa tua passione si stava trasformando in un vero lavoro?
Non è una cosa di cui ci si renda conto all’improvviso, è un processo… inizialmente si passa molto tempo a preparare lavori da proporre, a cercare contatti e inviare disegni a varie case editrici. Quando ho iniziato ad essere pagato per i lavori che facevo, ho cominciato a capire che forse poteva diventare sul serio un lavoro; a poco a poco si inizia a collaborare con più editori, ad essere invitato alle convention e conoscere autori con cui scambiare opinioni e poter iniziare nuovi progetti.
Quali sono le doti necessarie?
Come accennavo prima, è sicuramente importante saper disegnare e avere una buona immaginazione, ma è altrettanto importante la precisione e la professionalità: saper rispettare i tempi di consegna, fare un buon lavoro dal punto di vista tecnico.
Raccontaci qualcosa del tuo debutto. Hai iniziato collaborando con alcune piccole case editrici statunitensi. Come è iniziato tutto?
Ho iniziato preparando un portfolio e spedendo i lavori a molte case editrici in giro per il mondo. Così ho cominciato a collaborare con alcune di queste e da lì in poi è stato più semplice perché avendo dei lavori pubblicati era più facile proporsi. E’ difficile mettere un piede dentro il mercato, ma una volta che si creano un po’ di contatti e di collaborazioni è sicuramente più semplice. Una cosa che penso di aver imparato è che difficilmente la gente ti cerca ma devi essere tu a proporti continuamente cercando nuovi contatti.
Hai lavorato sia negli Stati Uniti che in Europa. Quali sono le differenze?
Non ho trovato particolari differenze. Ogni editor ha un suo modo di lavorare, in linea di massima non ho trovato differenze legate alla nazionalità, c’è da dire che per quanto riguarda l’Europa lavoro prevalentemente con l’Inghilterra che per molti versi è simile agli Stati Uniti come approccio lavorativo.
Quali sono i tuoi artisti preferiti? Ci sono pittori, disegnatori, che ti hanno particolarmente influenzato? Faccio un nome Francis Bacon, ti senti di essergli debitore?
Sono tantissimi gli artisti da cui prendo ispirazione, sicuramente la corrente pittorica americana dei fumetti da Kent Williams, Ashley Wood, George Pratt, Dave Mckean; altri disegnatori sono Nicola Mari, Dino Battaglia e tanti altri. Ti ringrazio molto per questo paragone, anche se penso di essere lontano anni luce dal genio di Bacon.
Come si acquista uno stile personale, riconoscibile a prima vista, senza neanche bisogno di metterci la firma?
Penso sia un processo naturale, cerco sempre di lavorare in maniera istintiva non troppo ragionata e forse questo mi ha permesso di avere un segno un po’ riconoscibile.
Come realizzi i tuoi lavori? Che tecniche utilizzi? Dipingi direttamente su tela, o prima ti prepari disegnando numerosi schizzi? Che colori utilizzi con maggiore frequenza? Quali non utilizzeresti mai?
Utilizzo varie tecniche a seconda del lavoro che devo sviluppare: olio su tela, acquerello, china. Lavoro abbastanza di istinto, se fosse per me dipingerei sempre direttamente su tela ma per normali esigenze lavorative gli editor hanno bisogno di vedere un’anteprima, quindi spesso preparo degli sketch. Come colori utilizzo molto le terre, anche se ultimamente sto cercando di trovare nuovi soluzioni di colorazione. Non c’è un colore che non userei mai, più che altro ci sono colori che mi spaventa usare perché non mi sono abituali, per esempio il verde e l’arancione.
Quale è la tua cover preferita? Quella più visionaria.
Non ho una cover preferita, in linea di massima l’ultima che faccio mi sembra sempre la mia preferita, ma come passa un po’ di tempo ritorno nell’insoddisfazione e spero sempre che la prossima sia migliore. Una cover a cui sono molto affezionato è quella per il libro “Season in Carcosa”, un’antologia edita da John Pulver, perché rappresenta un passo in avanti nel mio cammino.
Raccontaci un aneddoto, bizzarro, incredibile legato al tuo lavoro?
Un avvenimento simpatico è successo proprio qualche giorno fa! Mi è stato dato da leggere un racconto del quale avrei dovuto realizzare la copertina, si trattava di disegnare una terribile vecchia protagonista del racconto. Ho passato una settimana continuando a ridisegnare il volto senza trovare una soluzione che mi soddisfacesse, sembrava quasi una maledizione… non riuscire a disegnarne il volto e sono arrivato e sognarmela di notte. Ho passato un paio di giorni durante i quali ero ossessionato, l’unico modo per uscire da questo tunnel è stato riuscire a dare un volto alla vecchia e in qualche modo esorcizzarla, dopo di che non ha più disturbato i miei sogni!
Hai realizzato illustrazioni per opere di autori come Tim Waggoner, Graham Masterton, Tim Curran, Tom Piccirilli, Lee Thompson e molti altri. Come nascono le tue cover? Incontri prima di persona gli autori dei romanzi?
Non incontro mai gli autori, lavoro direttamente con l’editor. In molti casi è capitato però che abbia stretto amicizia con gli autori, anche se a causa delle distanze raramente li ho incontrati di persona.
Il processo di lavoro è abbastanza standard: parto dalla lettura di una sinossi del libro e in linea di massima gli editor mi lasciano libero a livello interpretativo.
Collabori con DC Comics, Image Comics, Cemetery Dance, Weird Tales Magazine, PS Publishing, Dark Region Press, Delirium Books, Creation Oneiros e altre pubblicazioni. Parlaci di queste pubblicazioni. In che maniera si stanno evolvendo?
Penso che questa sia una delle parti più interessanti del mio lavoro, nel senso che ho la possibilità di variare molto collaborando con diversi editori. Ogni volta è una nuova sfida e scopro nuovi approcci al lavoro, grazie al confronto con molte case editrici. Una delle soddisfazioni maggiori è stata la collaborazione con Delirium Books per i quali ho realizzato una trentina di copertine di libri nel 2012, mi ha permesso di crescere molto dal punto di vista professionale. In definitiva con tutti ho un ottimo rapporto e spero che queste collaborazioni continuino in maniera proficua da ambo le parti. È bello perché spesso oltre al rapporto professionale si instaura un rapporto umano molto forte.
Ami leggere, quali sono i tuoi scrittori preferiti?
Leggere è una delle mie passioni più grandi, gli autori che amo sono tantissimi: in questo momento mi vengono in mente ETA Hoffman, Lovecraft, Poe, Bulgakov, Barker, Matheson…
Sta cambiando qualcosa in Italia? Si sta aprendo il mercato del lavoro nel tuo campo?
Penso che ci siano delle possibilità anche in Italia, sto iniziando a collaborare con alcune case editrici italiane. Il momento storico economico che stiamo vivendo non è favorevole, ma penso che sia non legato prettamente all’Italia ma abbastanza generale.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Ho molte idee e alcuni progetti che stanno prendendo forma in questi mesi, sia per quanto riguarda i fumetti che i libri illustrati, oltre al fatto che sta partendo “Mezzotints Ebooks, una casa editrice con cui sto collaborando che spero diventi a breve una bella realtà nel panorama italiano dell’editoria di genere.
:: Recensione di Delitto a Villa Ada di Giorgio Manacorda (Voland, 2013) a cura di Michela Bortoletto
29 gennaio 2013
A Villa Ada, una mattina Vasco Sprache, poeta e barbone, viene ritrovato morto. A trovare il suo corpo è stato Giorgio Manacorda, poeta e corridore. A dover indagare sull’omicidio è il commissario Antonio Marco Sperandio, aspirante poeta.
Il caso è dunque questo: un poeta ucciso, ritrovato da un altro poeta che comincia a parlare di una leggendaria macchina da scrivere dorata, la lampada di Aladino dei poeti, colei che permetterebbe anche a chi non sa scrivere di diventare poeta. Manacorda sembrerebbe quindi il maggiore indiziato: ha trovato il cadavere, è un poeta, conosceva Sprache e sapeva che lui sarebbe potuto essere il proprietario del leggendario oggetto magico. Per Sperandio le cose sembrano essere semplici. Se non fosse che intorno a questi tre uomini c’è tutta una serie di persone che la mattina si ritrovano a correre e che in passato o ancora oggi hanno legami più o meno labili come la poesia. Perché, come dichiara Giorgio Manacorda, il personaggio: “anche se nella villa, insieme allo Sprache, sono l’unico poeta; ce ne saranno molti altri, non si può certo escludere, ma sta a lei trovarli, in Italia tutti scrivono versi. Secondo me anche lei commissario, anche lei.”
A Sperandio non resta quindi che interrogare tutti i corridori e cercare tra di loro l’assassino. Una ricerca che non sarà facile e che avrà un esito alquanto inaspettato.
Delitto a Villa Ada è la seconda opera narrativa di Giorgio Manacorda, professore e poeta che ha esordito nell’arte del romanzo con Il corridoio di legno.
Pochi giorni fa me la sono presa con un debutto letterario di Jeet Thayil che dalla poesia è passato al romanzo. (qui) Ecco, non è questo il caso di Giorgio Manacorda. Mi aveva già colpito positivamente con Il corridoio di legno, entrato oltretutto nella rosa dei dodici finalisti al Premio Strega 2012. (qui)
La sua scrittura procede liscia senza intoppi, è scorrevole e non è appesantita da lunghe e inutili descrizioni e microscopici dettagli. La trama c’è, ha una sua sostanza pur essendo un libro molto breve. Il finale non è affatto scontato. Di più non posso scrivere, c’è un delitto di mezzo e ogni mia parola in più potrebbe rovinarvi la lettura!
Delitto a Villa Ada è un noir che parla di poesia, di creatività, di invidie e di tormenti della creazione. Parla di letteratura, poesia, cultura, di desideri di gloria e di fallimenti. È un romanzo piacevole che conferma il talento di Giorgio Manacorda anche in campo narrativo.
:: Recensione di Vipera di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone
28 gennaio 2013
Ella portava un braccialetto strano:
una vipera d’oro attorcigliata,
che viscida parea sotto la mano
viscida e viva, quando l’ho toccata…
Quando ella abbandonavasi
fremente sul mio seno,
parea schizzasse tutto il suo veleno!
Da questa famosissima canzone del 1919 di Mario E.A. (Giovanni Ermete Gaeta) prende il nome d’arte Maria Rosaria Cennamo, Vipera appunto, giovane e bellissima prostituta, attrazione principale del Paradiso, casa di appuntamenti nell’antico palazzo di via Chiaia, quartiere elegante di Napoli, trovata morta un pomeriggio, nella sua stanza impregnata di profumo francese e disinfettanti, soffocata da un cuscino.
E così, con la scoperta del suo cadavere, inizia Vipera – Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni edito da Einaudi nella collana Stile Libero Big. Siamo nel 1932, la primavera è nell’aria. La Settimana Santa, che porrà fine alla Quaresima e porterà la Pasqua in ogni casa, con i suoi riti, le sue tradizioni, i suoi piatti tipici, sta iniziando e l’intera città lentamente si risveglia: il Caffè Gambrinus mette i suoi tavoli fuori, il suonatore cieco di fisarmonica intrattiene i passanti con le sue polke e i suoi tanghi in cambio di una moneta, i venditori ambulanti attirano i clienti, ancora in maniera sommessa, dopo tutto la Quaresima non è ancora finita, e il commissario Ricciardi sa che sotto quella apparente innocenza si muovono forze oscure, terribili, impossibili da controllare.
Quando in commissariato arriva Marietta, la guardiana del Paradiso, annunciando un omicidio, le sue peggiori supposizioni sembrano avverarsi. Ormai Ricciardi conosce la sua città, conosce l’animo umano, e continua a vedere sul suo cammino l’ombra di coloro che sono morti in modo violento, percependone l’ultimo pensiero, la sua condanna, la sua missione. Vipera, solo una puttana, non merita quasi attenzione per il vicequestore Angelo Garzo, più preoccupato che il Paradiso riapra per accontentare i suoi ricchi frequentatori, a chi vuoi che importi della morte di un essere così senza valore, senza importanza; ma per Ricciardi è diverso, anche Maria Rosaria Cennamo aveva sentimenti, aveva un passato, una vita che meritava di essere vissuta, anche a lei si doveva rispetto e giustizia, e così inizia le indagini con lo stesso impegno di sempre e si affida al fatto, l’ultimo pensiero della morta: Frustino, frustino. Il mio frustino.
Tutto è sotto i suoi occhi, l’assassino ha commesso un errore, ha lasciato una traccia, ma lui non la vede, altri pensieri lo assorbono; i presunti colpevoli si moltiplicano, tutti con moventi plausibili, tutti con una ragione per volere morta quella donna, troppo bella e la bellezza non è per tutti, bisogna permettersela, non può appartenere ad una povera ragazza del Vomero. Le prostitute, peccatrici pubbliche, non meritano una sepoltura in terra consacrata, i loro cadaveri vanno gettati in fosse comuni, senza nome, senza riguardo, così dice la morale comune, ma Vincenzo Ventrone, uno dei due soli clienti di Vipera, proprietario di una ditta di arredi sacri, non lo può permettere, e così le compra un funerale, con tanto di processione pubblica e benedizione del prete e proprio durante il corteo funebre il dottor Modo, per difendere una delle ragazze dalle molestie di alcune camicie nere, pesta i piedi al figlio di un gerarca di Roma e finisce in seguito per essere arrestato con destinazione Ventotene.
Per Ricciardi l’amicizia è sacra e, inghiottendo il suo orgoglio, cercherà aiuto per l’amico proprio da Livia, la donna che fa di tutto per scoraggiare ed allontanare da sé, l’unica che lo può aiutare per i suoi agganci, che in realtà disprezza, con il potere. Poi proprio un aneddoto raccontato dal dottor Modo farà capire a Ricciardi chi è il colpevole, chi aveva più di tutti una ragione per uccidere Vipera e anche gli ultimi pensieri della morta, come sempre, troveranno una spiegazione.
Sesto episodio della serie dedicata a Ricciardi, Vipera rappresenta un punto di svolta della saga, un cambiamento dettato dalla maturità artistica e compositiva raggiunta da de Giovanni che esplicita un’ evoluzione non solo stilistica ma anche tematica. Se la freschezza narrativa dei primi episodi si stempera e la novità fa posto ad una familiarità più marcata con personaggi e situazioni, ormai per esempio il fatto di Ricciardi è diventato quasi una consueta abitudine, accettata e quasi metabolizzata, tuttavia i germi contenuti in questo episodio, sono molteplici e tutti ampiamente ricchi di potenzialità.
Innanzitutto la matrice poliziesca lascia il passo sempre più ad una visione della storia più complessa e composita, come è complesso il personaggio di Ricciardi. L’indagine, seppur presente, quasi sbiadisce rispetto all’evoluzione del personaggio e alla sua presa di coscienza, anche politica. L’infelice battuta, che Ricciardi dice a Livia nel Caffé Gambrinus, si ricollega a mio avviso a questa avversione sempre maggiore per il regime di cui lui è pubblico ufficiale, oltre al tentativo di ferire e allontanare una donna che evidentemente non ama e di cui subisce solo l’attrazione.
Comunque anche il personaggio di Livia subisce un’ evoluzione e metabolizza una presa di coscienza che lo rendono ben lontano dallo stereotipo della femme fatale classica opposta alla donna angelicata, Enrica. E anche qui merita un plauso la capacità dell’autore di tratteggiare rapporti sentimentali forse melodrammatici, fatti di sorrisi, inchini, saluti da lontano, ma legati al periodo. Ragazze come Enrica, che conoscevano l’amore solo dalle canzoni alla radio, dai film al cinema, o dalle confidenze delle sorelle o amiche sposate, per quanto suoni anacronistico al giorno d’oggi, esistevano davvero, anzi probabilmente erano la norma.
Lo stile molto particolare di de Giovanni, poetico e verista allo stesso tempo, attento alle tematiche sociali, politiche, culturali e storiche si presta a grandi sviluppi e sono molto curiosa di scoprire in quali direzioni andranno i successivi episodi. In questo romanzo l’amicizia è la vera protagonista a mio avviso, l’amicizia che lega il dottor Modo a Ricciardi, Tata Rosa ad Enrica, il brigadiere Maione a Bambinella, la stessa Vipera per Peppe O’Frusta, un sentimento che supera quasi l’amore per intensità, un sentimento che spinge anche a fare scelte difficili e forse non pienamente condivisibili, pensiamo solo al senso di lealtà e riconoscenza che spinge Ricciardi ad abbandonare Tata Rosa la notte di Pasqua.
Ma Ricciardi non è un personaggio perfetto, ne pretende di esserlo: è pieno di contraddizioni, commette errori, la sua introversione lo porta a non riuscire a fare piena luce sui suoi stessi sentimenti, il fatto l’allontana dalla consueta normalità alla quale ambirebbe. E proprio questi limiti penso lo rendano più umano e ben poco convenzionale.
Anche il periodo storico sta diventando più drammatico, oltre alla crisi econonica e sociale con fame e miseria diffusa, siamo ancora nel 1932, ma il fascismo sta per manifestare la sua faccia più feroce: le leggi razziali, la violenza squadrista, il controllo della polizia segreta fatto di delazioni e ricatti, la soppressione degli oppositori politici, l’alleanza con il nazismo, la Seconda Guerra Mondiale che si avvicina. Sono certa che Ricciardi avrà ancora molto da dire.
:: Recensione di Cecità di Josè Saramago (Feltrinelli, 2010) a cura di Michela Bortoletto
28 gennaio 2013
Un giorno, qualunque. Una città, qualunque. Un uomo, qualunque, fermo ad un semaforo. All’improvviso tutto intorno a lui diventa bianco. Si gira a destra: Bianco! A sinistra: bianco! Davanti a sé: bianco! Bianco. Bianco ovunque. La città sembra essere stata inghiottita da una candida luce del colore della neve. Il nostro uomo qualunque ci mette qualche minuto a realizzare che non è la città ad essere scomparsa ma la sua vista. È diventato cieco. Così, all’improvviso. Di una cecità mai vista prima: non è tutto nero, bensì tutto bianco!
L’uomo qualunque pensa di essere stato colpito da una malattia rara, ancora sconosciuta. Persino il suo oculista non sa che pesci prendere: una cecità bianca? È impossibile! E poi, i suoi occhi non sono nemmeno danneggiati! Il mistero sembra non avere soluzione. Il nostro sfortunato amico sembra costretto a convivere con la solitudine di una malattia non rara, unica. Ma a breve ci si accorge che non è così. Nel giro di qualche giorno infatti i ciechi in paese si moltiplicano a vista d’occhio. I sintomi sono gli stessi: improvviso biancume che avvolge completamente la vista. Dal mondo colorato al bianco! Così, in un attimo!
Cosa fare? Il governo inizialmente ricovera in un vecchio manicomio i primi contagiati. Si pensa ad una malattia il cui contagio può essere ridotto mettendo in quarantena i malati. Meglio non toccarli, non avvicinarcisi, lasciarli lì rinchiusi tra di loro e che se la sbrighino da soli! Loro guariranno o moriranno. L’importante è limitare il contagio.
Ma la realtà non è mai così semplice e presto tutti diventano ciechi. Saramago ci trasporta in n mondo dove tutte le persone hanno perso il senso della vista. È un mondo dove ci si deve abituare a vivere e sopravvivere senza vederci. Un mondo dove ogni gerarchia e ordine vanno a rotoli. Non si può più lavorare e produrre. Il cibo inizia inevitabilmente a scarseggiare, come se già non fosse difficile trovarlo senza vederci! I ciechi combattono tra di loro per un po’ di cibo. In manicomio si assistono a scene di violenza inenarrabile. Fuori in città invece, c’è solo morte e miseria. Il loro mondo sembra destinato a finire così, in una coltre di luce bianca. Tutti sembrano destinati alla cecità. Tutti tranne uno. Anzi una. Una donna, la moglie dell’oculista a cui il primo cieco si è rivolto. Lei non ha perso la vista. Lei ci vede, vede tutto: la violenza, la miseria, la disperazione. Ed è attraverso di lei che noi entriamo in questo mondo tragico e disperato in cui sembra non esserci via d’uscita.
Cecità è un romanzo che ti prende e ti trascina dentro a questo mondo disperato. Ad ogni pagina si vuole andare avanti per scoprire quanto ancora può succedere. Fin dove si può arrivare nella lotta per la sopravvivenza prima di arrendersi e lasciarsi morire d’inedia. Saramago è un grande inventore di storie e situazioni. È un autore che purtroppo io ho scoperto tardi con Le intermittenze della morte, altro libro in cui una situazione surreale, la Morte che decide di scioperare, viene narrata, descritta e fatta rivivere dalla penna del meritatissimo premio Nobel.
Cecità indaga nel profondo dell’animo umano e persi tra le sue pagine non si può fare a meno di chiedersi: cosa avremmo fatto noi al loro posto?
:: Il rivoluzionario, Valerio Varesi, (Frassinelli, 2013) a cura di Viviana Filippini
28 gennaio 2013
«Verrà il tempo che gli uomini da cani torneranno lupi. Liberi e padroni di sé», concluse Oscar. Quella sera andarono a letto sereni. Un monito e una speranza sono i sentimenti in questa frase di Oscar Montuschi, l’ex-partgiano protagonista de Il rivoluzionario di Valerio Varesi. Dopo La sentenza, romanzo ambientato durante la guerra partigiana, il giornalista piemontese torna in libreria con il suo personale pellegrinaggio nella Storia d’Italia con un libro ambientato nell’Italia tra l’immediato dopoguerra e i primi anni ‘80. Il romanzo è la ricostruzione della storia del movimento politico comunista attraverso lo sguardo e il vissuto di un uomo comune, Oscar Montuschi, impegnato con i compagni nella ricostruzione italiana dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Quello che colpisce in questo libro è la fede costante e continua di Oscar nell’ideologia comunista più pura, quella che vuole uguaglianza e giustizia per tutti, quella che propone un modello di società dove non ci sono padroni e le persone vengono considerate nello stesso identico modo. Questa passione politica di Oscar sarà costretta a scontrarsi con una realtà – quella italiana- i cui fatti nel corso del tempo dimostreranno il progressivo allontanamento del PCI italiano dai valori originari di parità e bene comune, dando il là ad alleanze politiche ed economiche inconcepibili e inaccettabili per un purista come Oscar. Montuschi e i suoi compagni assisteranno ad importanti trasformazioni nel territorio dello stivale (la ricostruzione, il boom economico, l’imporsi sempre maggiore del capitalismo, il terrorismo imperante tra anni Settanta e Ottanta) provando nel loro animo un’amara delusione per l’allontanamento del partito dai suoi principi d’origine. Proprio a conseguenza di questo deterioramento del PCI, Oscar accetterà di compiere missioni fuori dalla città di Bologna, alla ricerca di quelle parti del globo terrestre dove è ancor a possibile far valere gli insegnamenti di equità comune e uguaglianza. Oscar finirà prima a Milano, poi in Russia e pure in Africa. Una serie infinita di viaggi dai quali tornerà ammaccato fisicamente, ma più ferito nel morale umano e politico, per la scoperta che un po’ ovunque anche l’ideologia più pura costretta ad adattarsi alle esigenze della nuove ere storiche perde la sua natura primordiale, segnando la fine di un periodo. L’Oscar Montuschi di Varesi è rivoluzionario e allo stesso tempo –concedetemelo- eretico, perché a differenza di molti altri personaggi che incrocia sul suo cammino, lui continua a credere nei valori più puri del comunismo. Ad assistere a tutto questo accanto a Oscar, nel bene e nel male, ci sono Italina, moglie, amica, compagna fedele e confidente e il taciturno Dalmazio, il figlio della coppia. Il giovane sarà coinvolto in un introverso conflitto con il padre, una relazione costruita con sapienza da Varesi che attraverso i silenzi e le azioni del ragazzo, ci rivela quanto l’ammirazione di un figlio per il padre possa influenzare l’agire e il pensiero di un giovane nato e cresciuto nel dopoguerra. Valerio Varesi con Il rivoluzionario ci regala un excursus lucido sulla storia italiana mostrandocela dal punto di vista di un uomo comune –Oscar- che mantiene fede nei principi politici ai quali è stato educato, nonostante i fatti storici dimostreranno il cambiamento e la contaminazione del movimento nel quale lui ha sempre militato. A dispetto del disinganno provato, il rivoluzionario Oscar e i suoi pochi amici svilupperanno nella società bolognese cooperative e progetti sociali concepiti sui valori più veri del comunismo, creando piccole realtà comunitarie dove non ci sono né servi né padroni, né manager ad imporre la loro visione lavorativa su quella degli altri colleghi. Arrivati alla fine de Il rivoluzionario non si ha solo la certezza di aver conosciuto una parte del travagliato cammino della ricostruzione d’Italia, ma si scopre che in Oscar e nella moglie Italina permane come un fuocherello eterno, la speranza che il popolo prima o poi prenderà piena coscienza di sé facendo la rivoluzione.
Valerio Varesi è nato a Torino nel 1959 da genitori parmensi. Cresciuto nella città emiliana ha studiato Filosofia a Bologna, laureandosi con una tesi su Kierkegaard. Dal 1985 fa il giornalista e lavora nella redazione de La Repubblica di Bologna. Romanziere eclettico, è il creatore del commissario Soneri, protagonista dei polizieschi che hanno ispirato le tre serie televisive Nebbie e delitti con Luca Barbareschi (distribuite negli Stati Uniti). I romanzi con Soneri sono stati tradotti in tutto il mondo e nel 2011 l’autore è stato finalista al “CWA International Dagger”, il premio internazionale della narrativa gialla. Dopo, La sentenza, romanzo sulla guerra partigiana, Varesi continua la propria personale ricognizione della Storia con il rivoluzionario. Per saperne di più www.valeriovaresi.net
:: Recensione di Mister Yod non può morire di Maria Antonietta Pinna (La Carmelina, 2012)
26 gennaio 2013
Ho un ricordo nitido e piuttosto surreale della prima volta che andai a teatro. Ci portò la scuola, un pomeriggio, in un cinema trasformato in teatro, a vedere L’uomo dal fiore in bocca di Piarandello. Non so quello che capii allora, ero piuttosto piccola, ma ricordo chiaramente che il protagonista della storia era un uomo che stava morendo, e il poetico termine “fiore” nascondeva la malattia da cui era afflitto. Allora si usava, non so se si usi ancora oggi, portare ragazzi così piccoli a teatro, ma almeno per me fu l’inizio di un amore piuttosto profondo per questa arte alla quale ho sempre associato le parole “mistero” e “scoperta”. Non fu l’unica opera teatrale che vidi naturalmente, da allora c’è stato: Euripide, Moliere, Goldoni, Shakespeare, Ibsen, Eugene O’Neill, Arthur Miller, il primo per cui decisi di provare a fare critica di un testo teatrale, recensendo, o più che altro analizzando, Morte di un commesso viaggiatore e L’orologio americano . Poi sempre a scuola potei analizzare i testi più classici del teatro dell’assurdo: testi di Samuel Beckett, Aspettando Godot senza dubbio, Harold Pinter, Ionesco, scoprendo che un testo teatrale può anche essere letto e fruito come un’ opera letteraria, separatamente dalla sua rappresentazione scenica per cui è stato creato. La recensione di un testo teatrale, badate bene del testo non della sua rappresentazione, comunque pone il recensore ad accettare dei limiti e delle vere e proprie restrizioni, superabili solo con la fantasia e l’immaginazione, e data la difficoltà, non spesso ho trovato recensiti classici, figuriamoci testi d’avanguardia di autori contemporanei, fuori dai canali consueti dedicati al teatro. Mister Yod non può morire di Maria Antonietta Pinna rientra a pieno titolo in quest’ultima categoria: è un testo teatrale, in tre atti, con nove personaggi, pubblicato nel 2012 da La Carmelina edizioni con prefazione di Alfonso Postiglione. Ad una prima lettura, non ho potuto fare a meno di avvertire i rimandi ai dialoghi tipici del teatro dell’assurdo: lunghi nonsense filtrati da una visione surreale e quasi parodistica o meglio paradossale della costruzione narrativa, pervasa comunque da una concreta razionalità che si poggia su una struttura (un inizio, uno svolgimento e una fine) chiaramente percepibile e consequenziale. La morte di Dio di nietzschiana memoria, concetto non solo teologico ma anche puramente filosofico, è chiaramente percepibile in questo dramma in cui Dio, riflesso e specchio delle umane necessità, e come non pensare a Voltaire e al suo “Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo”, si ribella al suo destino e lui pensato immortale, e qui il paradosso si fa assoluto, vuole morire. Prima Yod cerca una via attraverso la sua assillante famiglia, (primo atto) e i consigli sono assurdi, come la sua richiesta, e vanno da uno zabaione con tanto marsala ad un piatto di ostriche. Poi si rivolge alla magia, a Paracelso (atto secondo) in cui si svela la sua immaterialità; e infine nel terzo atto abbiamo la risoluzione del dramma quando Don Abbondio, ovvero la religione, e l’evocato Uomo qualunque, con il suo socratico cerca te stesso, portano alla catarsi finale.
:: Un’ intervista con Queen Persefone, alias Milena Rao a cura di Elena Romanello
25 gennaio 2013
Il vasto panorama della letteratura fantastica si arricchisce con un nuovo titolo della casa editrice specializzata nel genere Anguana, che propone La luna nera e la fanciulla dagli occhi di rugiada, di Queen Persefone, alias Milena Rao, che cura anche i disegni della copertina. In un mondo del futuro, dove una tecnologia di tipo steam punk si affianca alla magia, nuovi equilibri e nuove lotte attraversano le terre conosciute, abitate da genti che sono l’evoluzione di molte delle culture di oggi. Gli apostoli del Sacro Zodiaco, che ispirano terribili tiranni, si trovano di fronte i ribelli della Luna Nera, tra cui emergono Shin, erede delle tradizioni delle dee indiane, e la giovanissima e misteriosa Callisto.
Abbiamo chiesto a Queen Persefone, nuova voce del fantastico, di dirci qualcosa in più sul suo romanzo.
Come è nata l’idea del libro?
L’idea è nata molti anni fa e l’ho sviluppata gradualmente, attraverso un percorso fatto di studi e visioni immaginarie, un viaggio trasversale dentro e fuori di me. L’idea iniziale era quella di creare un genere di personaggi e di storia che, da lettrice, mi sarebbe piaciuto leggere: volevo ad ogni modo che la narrazione ruotasse attorno alla protagonista, Callisto (il cui nome significa “la Bellissima”); che fosse un personaggio con un certo spessore emotivo. Il cinema americano ha molto influenzato le atmosfere di ciò che ho scritto finora.
Il tuo romanzo è un fantasy con vene fantascientifiche: come mai questa scelta?
Nonostante non sia mai stata una lettrice del filone fantascientifico tradizionale, ho apprezzato molto opere come Il nuovo mondo di Huxley, V for Vendetta (sia il fumetto che la trasposizione cinematografica), e film come Matrix e, più tardi, Avatar; tutte opere ambientate in un ipotetico futuro che è in parte il riflesso delle nostre attuali paure ma anche delle nostre speranze, dei sogni dell’uomo contemporaneo. Ho pensato che sarebbe stato bello creare qualcosa del genere, un contesto immaginario ma ricco di elementi appartenenti al nostro presente e, soprattutto, al nostro passato, alla nostra storia, dove la suggestione epica si fonde col dinamismo futurista, la natura con la tecnologia, la magia con la scienza.
Nel tuo romanzo si parla di tematiche come l’integralismo religioso, il ruolo delle donne, il razzismo: cosa diresti a chi dice che la letteratura fantastica è pura evasione e letteratura di serie B?
Il livello della letteratura non è stabilito dal suo genere, bensì dal suo contenuto effettivo, dal modo in cui “l’oggetto” viene trattato: di un medesimo argomento se ne può parlare in modo mediocre oppure magistrale. Il problema, soprattutto in Italia, è dato da due principali cause: da una parte ci siamo fossilizzati troppo sul neorealismo, nel cinema come nella letteratura come nella fotografia, facendolo emergere come genere dominante su tutti gli altri, dall’altra, ci siamo rifiutati di trovare maniere diverse per parlare di qualcosa, qualsiasi cosa: tuttora la saggistica viene considerata l’unico mezzo di comunicazione per tutta una serie di tematiche; ma non è così. I mezzi sono infiniti, dal romanzo, alla poesia, alla pittura, alla musica, come sono infinite le cose di cui si può parlare. Inoltre, non bisogna sottovalutare né sminuire l’importanza dell’arte e della letteratura come forme di evasione dalla realtà, di escapismo: questo permette all’uomo di sopravvivere, di superare anche i momenti più difficili della propria vita. Anche di creare dentro di sé una sorta di “Eden”, di mondo migliore in cui rifugiarsi e coltivare quel genere di bellezza e di valori che hanno il potere di trasformare l’individuo e, in un’ottica più ampia, la società stessa. C’è una ragione ben precisa, del resto, se fede, politica ed arte esistono sin dagli albori delle prime civiltà che hanno popolato il nostro pianeta: l’essere umano ne ha bisogno in egual misura. Neppure in tempi di crisi o di guerra le varie forme artistiche hanno cessato di esistere, ed anzi, talvolta, è nei periodi più oscuri che esse sono nate o si sono rafforzate.
Quali sono i tuoi maestri nei generi del fantastico e non?
Ho iniziato da ragazzina leggendo Stephen King: mi piace specialmente il suo modo di rendere l’interiorità di un personaggio, di farlo emergere dalla carta. Sono presto passata alla letteratura gotica, leggendo H.P. Lovecraft e apprezzandone le atmosfere oniriche, surreali. Quella che ho amato maggiormente all’interno del genere è stata Anne Rice, che ha davvero un modo unico di raccontare il gotico moderno unendo carnalità e spiritualità, ma soprattutto un’estetica nello stile di scrittura che mi ha molto ispirata. E ovviamente, Tolkien: la sua opera è una pietra miliare di tutta la letteratura, non solo di quella fantastica. Un autore che non ha a che fare col genere fantastico, ma che continuo ad amare moltissimo e che è stato fondamentale nella mia formazione come scrittrice, è invece Gabriele D’Annunzio (preciso: le opere del periodo romantico/decadente, non le ultime di stampo verista). Il suo modo magistrale di scrivere della Bellezza e del Piacere, la sua poetica, la sua esaltazione della natura e dei sensi, possono considerarsi un’autentica celebrazione della Materia universale.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Senz’altro continuare a lavorare alla saga: il secondo ed il terzo volume sono già scritti, ed ho iniziato il quarto. Ci sarebbe anche, parallelamente, un saggio sugli Animali Totemici. In più ho di recente iniziato a lavorare ad un altro progetto del quale per ora non posso dire altro.
Consigli per gli esordienti?
Leggete tanto, tutto quello che vi ispira, di vecchio e di nuovo, di qualunque genere: confrontatevi con diversi autori. Andate al cinema, a teatro, alle mostre di pittura e fotografia, viaggiate. Lasciatevi ispirare da tutte le cose del mondo in grado di suscitarvi emozioni. Ascoltate tanta musica. Curate con amore e dedizione quel giardino dentro di voi, coltivate il vostro mondo interiore, concepite visioni, immagini, dialoghi: vivete tutto dentro voi stessi, prima di metterlo su carta. E soprattutto, non rinunciate mai ai vostri sogni; invece lottate per realizzarli senza farvi influenzare dal giudizio del mondo esterno.
:: Un’ intervista con Lilli Luini e Maurizio Lanteri
25 gennaio 2013
Benvenuti su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Inizierei con le presentazioni: ognuno si descriva, anche fisicamente.
Lilli: Sono piccola, discretamente in forma, bionda. Sono sposata da moooolto tempo, ho due figli maschi, giovani uomini che vivono uno a Madrid e l’altro a Bolzano e una gatta che invece vive in simbiosi con me. Da anno ho anche una nipotina. Abito a Taino, sul Lago Maggiore, e lavoro a Novara, pendolando un paio d’ore al giorno, che uso per leggere, la mia passione da sempre. Amo il mare, le città, e detesto cordialmente lo sport.
Maurizio: Sono alto, magro, capelli e occhi castani,. Sono sposato, ho un figlio di sedici anni che frequenta le superiori e un cane di nome Luna. Abito a Garlenda, in provincia di Savona, lavoro in quella zona come pediatra di famiglia. Pratico regolarmente vari sport. Mi piacciono mare e i grandi spazi. Odio le metropoli.
Come vi siete conosciuti? Come avete deciso di unire le penne e di iniziare a scrivere romanzi insieme?
Ci siamo incontrati in Rete, e galeotto fu un sito per scrittori esordienti. Un giorno Lilli inviò in lettura un suo giallo, che finì casualmente in mano a Maurizio. A lui piacque, ci vide delle assonanze con il suo stesso modo di scrivere. Così concepì l’idea di un romanzo a quattro mani. All’inizio Lilli disse che no, non se ne parlava nemmeno, la scrittura era un onanismo privato. Poi si convinse. L’incontro di persona avvenne solo a fine della prima stesura del romanzo. Ci eravamo divertiti così tanto che siamo ancora qui…
Come è nato il vostro amore per la scrittura, e per la letteratura in genere?
Lilli: non lo so. Non ho mai pensato di scrivere fino a una decina di anni fa, ma fin da piccola mi sono raccontata storie da sola. Quanto a leggere, mi pare di farlo da sempre. A dieci anni avevo già letto I Promessi Sposi, a quattordici tutto Moravia. Avevo anche già rischiato l’espulsione dall’Istituto di suore in cui mi aveva iscritto mia madre, perché mi trovarono L’amante di Lady Chatterley nella cartella. Non c’è stato un giorno per me senza un libro iniziato.
Maurizio: anch’io leggo da sempre, senza particolari incidenti di percorso. Per quanto riguarda la scrittura, ho sempre saputo che prima o poi avrei scritto un romanzo, Sentivo una sorta di predestinazione, fin dagli anni del liceo. Di fatto non ho impugnato la penna (la testiera, in verità) se non dopo i quarant’anni. Probabilmente mi servivano esperienza di vita e maturità, per dominare le idee e le immagini che la fantasia mi trasmetteva.
Che tipo di lettori siete: compulsavi, selettivi, razionali, sentimentali ? Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?
Lilli: io sicuramente compulsiva. Leggo un libro alla volta, fino a qualche anno fa lo leggevo tutto anche se non mi piaceva. Adesso ho fatto mie le regole di Pennac e mi permetto di abbandonare quello che non mi va. Ma leggo qualsiasi genere. Dire un libro solo è veramente difficile. Preferisco concentrarmi sulla seconda parte della domanda. Mi hanno commosso, aiutato, segnato Sabato di Ian McEwann. A un certo punto, ho dovuto interrompere la lettura, guardare il lago e ritrovare la lucidità per continuare. Mi ha sconvolto Sorella mio unico amore, di Joyce Carol Oates, un capolavoro assoluto.
Maurizio: selettivo e razionale, con qualche divagazione compulsiva. Anche a me riesce difficile indicare un solo libro. Molti, in momenti diversi della vita. Fra le mie prime letture, resto affezionato a Il dottor Zivago e a Il Maestro e Margherita. Devo molto a Sephen King, dai suoi classici a On writing.
Quali sono i vostri scrittori preferiti, italiani e stranieri, viventi o no?
Lilli: ti do la mia top five. Jorge Amado, Ian McEwann, Murakami, Stephen King e al primo posto Joyce Carol Oates.
Maurizio: non mi piacciono le classifiche.
Parliamo adesso dell’ultimo libro che avete scritto La cappella dei penitenti grigi un thriller a fondo storico, di respiro internazionale, pubblicato da Nord Editore che ho avuto l’occasione di leggere in anteprima e ho apprezzato per l’originalità, il linguaggio diretto e i personaggi ben poco convenzionali. Come è nata l’idea di scriverlo? Parlatemi di come si è sviluppato il processo creativo?
Come sempre, noi partiamo da un’idea che ci colpisce. Può essere un luogo, una persona, una circostanza. I Penitenti nascono dal nostro incontro con la Camargue e con la città di Aigues-Mortes in particolare, unite a certe strane reticenze che abbiamo incontrato per visitare la famosa Cappella. (Raccontiamo la storia completa di questa nostra esperienza a questo link:
http://www.editricenord.it/editoriali/come_abbiamo_scoperto_il_mistero_dei_penitenti_grigi_2.php)
Un pizzico di trama per accontentare i più curiosi. Raccontatemi il libro ognuno dal suo punto di vista.
Lilli: le strade del caso, complicate e semplici allo stesso tempo, riuniscono nello stesso luogo e nello stesso momento tre personalità diverse. Fabienne, che guarda solo al futuro. Daniele, fermo al passato. Al Squazzoni, l’uomo del qui e adesso, pronto a cogliere ogni occasione. La morte di una giornalista, assassinata in Camargue, vede Fabienne indagata e Daniele casualmente testimone della sua innocenza. Potrebbe finire lì, se non fosse che quel delitto è solo il primo di una serie.
A volte sono gli eventi piccolissimi che portano a scoprire i segreti più inconfessabili. E la cappella dei Penitenti Grigi di segreti ne nasconde molti, nella sua storia quasi millenaria. Tutti reclamano attenzione e giustizia e tutti verranno appagati.
Ora parliamo dell’ambientazione. Come dicevo è un thriller di respiro internazionale: i personaggi si muovono da Parigi a Londra, da Aigues-Mortes al lago di Ginevra. Sono luoghi che conoscete? Come li avete ricostruiti, soprattutto la Camargue con la sua fauna e la sua flora molto peculiare?
Lilli: Conosciamo bene la Camargue, ci siamo stati molte volte. Abbiamo anche affittato una cabane in un mas, tra tori e cavalli, e un’altra volta una casa seicentesca nel centro di Aigues Mortes. Lo stesso vale per Londra e Parigi. Su Ginevra ci siamo affidati a… Google Map.
Maurizio: Mi piace citare anche Casa Ariore, nel cuore verde dell’Oltrepo pavese, luogo natale di mia moglie Simona e mio buen retiro quando ho bisogno di ricaricare le pile e di scrivere lontano da tutto.
Il romanzo ruota intorno ad un ordine caritatevole avvolto nel mistero “I penitenti grigi” che esiste realmente, anche tuttora. Quali sono le sue origini? Come vi siete documentati sui suoi riti, la sua storia?
Agli albori del cristianesimo, il penitente era colui che si presentava alla Chiesa chiedendo l’assoluzione dai peccati. La pena era pubblica e consisteva per lo più nell’interdizione dai luoghi di culto o dall’Eucarestia.
Il termine prese un’altra accezione nel XIII secolo, con i “Penitenti di Assisi”. Così si chiamavano i seguaci di San Francesco, prima di costituirsi in un vero e proprio ordine religioso. Erano uomini e donne comuni che senza prendere i voti si impegnavano alla povertà, all’osservanza stretta del digiuno, alla solidarietà cristiana.
Confraternite simili nacquero e si moltiplicarono fra il XIII e il XV secolo, soprattutto in Italia e in Francia. Dapprima con lo scopo di assistere i moribondi e assicurare loro sepoltura in terra consacrata. Più tardi, per curare i malati e offrire sostegno agli indigenti.
Il penitente indossava un saio, ampio e informe, uguale per tutti. Il colore del saio indicava in quale forma egli avesse deciso di espiare i peccati. Grigio era il colore del lavoro, bianco della purezza, nero della tristezza e della desolazione, blu della consolazione, rosso della carità e dell’amore. In testa portava la cagoule, un cappuccio a punta con due fori per gli occhi, che nascondeva il volto in segno di umiltà (ed evitava contatti troppo stretti con i malati, a tutela della salute). Il cordone, serrato dal triplice nodo francescano, esprimeva l’osservanza della disciplina.
La più antica confraternita di Francia fu quella dei Penitenti Blu di Montpellier, sorta intorno al 1050 con l’intento di garantire i servizi religiosi nel cimitero della città. I Penitenti Grigi di Aiguës Mortes nacquero due secoli dopo, all’ombra del convento francescano voluto da Luigi IX. Intorno al 1350 il loro numero era così cresciuto che i monaci donarono loro un appezzamento di terreno perché potessero costruirvi una cappella.
I Penitenti Grigi prosperarono, stimati e riveriti per i servizi che rendevano alla comunità. Nel 1700 la congregazione raggiunse l’apice della sua crescita: contava più di trecento adepti (fra cui ventiquattro donne) e si trovò a gestire ingenti risorse materiali.
Poi venne la Rivoluzione Francese, e con essa un furore antireligioso che azzerò ogni proprietà e iniziativa. Miracolosamente la confraternita riuscì a sopravvivere, seppure in tono minore.
Le informazioni ci vengono principalmente da un libro: Les Pénitents d’Aigues-Mortes, di cui parliamo al link indicato in precedenza.
Naturalmente i fatti che narrate nel vostro romanzo sono d’invenzione, mi riferisco alle trame all’interno dell’ordine o all’uso fatto della cripta della cappella. Quali sono i fatti reali, storici presenti nel libro? Dove dite che l’ingresso dei nobili nell’ordine fu l’inizio della sua decadenza corrisponde al vero, o è una licenza narrativa?
È vero. Così come è vero che la Torre di Costanza è stata una prigione per le donne ugonotte e che Marie Durand vi fu rinchiusa per 38 anni. Vero è anche l’episodio del Mas de Crottes di cui parliamo all’inizio, cioè l’arresto di diverse donne ugonotte nell’aprile del 1730.
Il romanzo presuppone un lungo lavoro di documentazione. Chi vi ha aiutato nelle ricerche, siete in debito con qualcuno in particolare, magari un “penitente” stesso?
Non abbiamo mai incontrato gli attuali penitenti. Abbiamo saputo che sono ancora fedeli al loro voto di riservatezza. Cogliamo qui l’occasione di scusarci, se la nostra opera creerà loro un qualsiasi disturbo. Siamo in debito con la responsabile dell’Ufficio del Turismo di Aigues-Mortes che ha aperto la Cappella solo per noi in un giorno di Ognissanti.
Oltre ai misteri legati al presente, c’è un mistero del passato legato ai personaggi di Jullian e Isabeau e al loro amore contrastato. Come sono nati questi due personaggi, come si sono sviluppati durante la stesura del libro?
In realtà la storia di Jullian e di Isabeau è stata la prima cosa che abbiamo scritto. Saputo del rituale con cui la confraternita nomina il suo Priore, le visioni immediate sono state due . La prima, un giovane che si sveglia all’alba, indossa il saio penitenziale e corre alla Cappella prima del sorgere del sole. La seconda, una ragazza dal viso arrossato e dai capelli al vento che galoppa a perdifiato nelle paludi di Camargue.
Passato e presente scorrono paralleli, e un punto in comune quasi li unisce: una faida che sembra continuare nei secoli dal 1700 ai giorni nostri, di generazione in generazione. E’ questo il filo rosso del romanzo?
Sì, decisamente. Almeno secondo noi. Poi, da lettori, sappiamo che ciascuno trova delle chiavi personali con cui muoversi all’interno dell’intreccio. .
Quale è il personaggio a cui siete più affezionati? Non vi nascondo che il mio preferito è Maurice Mariau.
Lilli: a un certo punto della stesura mi sono accorta che il mio Virgilio, la mia guida nell’Inferno, era Maurice Mariau. Di lui so tutto, anche quello che non abbiamo scritto, e anche quello che abbiamo dovuto tagliare nell’economia del romanzo.
Maurizio: Al Squazzoni, lo Squaz. Il prototipo di come io non sarò mai (ma di come, forse, avrei voluto essere).
Il personaggio più difficile da delineare, quello per cui avete più discusso, su cui più vi siete confrontati?
Fabienne e Daniele. Fabienne, è una donna molto complicata. Daniele è forse l’antieroe, figura atipica in un romanzo d’avventure. Ci siamo confrontati molto su di loro. Entrambi siamo molto esigenti sulla quadratura psicologica dei protagonisti e ognuno vedeva le cose a modo suo. Cioè, Lilli da donna e Maurizio da uomo. I lettori ci diranno se abbiamo quadrato il cerchio. Tu che ne pensi?
Ho apprezzato molto il linguaggio diretto, attuale, che usate per nulla edulcorato. Ho notato anche una certa durezza: i personaggi “cattivi” esprimono tramite pensieri e parole la loro negatività, la loro meschinità. Come li avete ideati? Ci sono mandanti ed esecutori, c’è chi muove le fila e chi è solo uno strumento del male?
Il male prospera su tre basi – arroganza, indifferenza e stupidità – e ha una pietra angolare: l’avidità, che può essere di soldi o di potere. I nostri personaggi li abbiamo ideati guardandoci attorno. Leggendo i giornali e in particolare i testi delle famigerate intercettazioni ambientali, ci diciamo tra noi che la nostra fantasia non arriverebbe mai a tanto. Certamente ci sono mandanti ed esecutori, ma anche questi ultimi sono mossi dall’avidità, dal bisogno disperato di avere.
Bene è tutto, grazie della vostra disponibilità. Mi piacerebbe chiudere l’intervista con un’ ultima domanda: state lavorando ad un nuovo romanzo? Rivedremo Daniele e Fabienne e il personaggio di Maurice Mariau?
Stiamo lavorando da alcuni mesi a un nuovo progetto. Ci saranno sicuramente Daniele e Fabienne, Al Squazzoni e Patrick Delamotte. Per quanto riguarda Maurice Mariau, ancora non sappiamo.
:: Recensione di La cappella dei penitenti grigi di Maurizio Lanteri e Lilli Luini (Nord, 2013)
24 gennaio 2013
Sullo sfondo della Camargue, terra di indubbio fascino sferzata dal Mistral, dove il Rodano incontra il Mediterraneo creando un particolarissimo labirinto di canali, salinai, campi e paludi, habitat naturale dei tori, dei cavalli e dei fenicotteri rosa, è ambientato il nuovo thriller storico di Lilli Luini e Maurizio Lanteri, La cappella dei penitenti grigi (Editrice Nord, 2013). Tra passato e presente, in capitoli alternati, la cittadella fortificata medioevale di Aigues-Mortes diventa centro di una storia che ruota attorno ad un antico ordine caritatevole che esiste realmente, i penitenti grigi, e alla cappella in cui erano soliti riunirsi durante le feste principali e per la proclamazione del nuovo Priore, ogni Pasqua. Un mistero del passato, legato all’amore contrastato tra Jullian e Isabeau, e a una faida tra famiglie appartenenti all’ordine dei penitenti, si intreccia ad un mistero del presente che trae le sue origini da efferate vicende accadute durante la Seconda Guerra Mondiale in un susseguirsi di complessi intrighi, non privi di colpi di scena. Quali segreti custodisce la cappella diroccata dei penitenti grigi e soprattutto la sua cripta dove venivano sepolti fino alla Rivoluzione Francese tutti i penitenti nel loro umile saio? Per rispondere a questa domanda molti perderanno la vita, prima tra tutti la giornalista Deanne Bréchet, amante di Fabienne Lacati, ricercatrice del dipartimento di storia moderna dell’Università di Parigi e protagonista del romanzo, l’unica ad avere scoperto questo oscuro segreto, assieme ad una giornalista radiofonica, segreto capace di far tremare le fondamenta di immense ricchezze accumulate da antiche famiglie forti di agganci politici e al di là di ogni sospetto. Fabianne, sospettata dell’omicidio, troverà in Daniele Ferrara, anche egli storico, seppure in disgrazia per divergenze con i baroni universitari, e assunto come consulente da Discovery Channel, un insperato e provvidenziale aiuto oltre a qualcosa di più e capirà ben presto che per salvarsi la vita dovrà scoprire lo stesso segreto che aveva scoperto Deanne e renderlo pubblico. Tra Parigi e Londra, Aigues-Mortes e il lago di Ginevra, Daniele e Fabienne aiutati dal procuratore aggiunto Maurice Mariau, incaricato delle indagini della morte di Deanne, dalle figlie di Jaques Granier, Portiere dei penitenti grigi, e da Al Squazzoni e Patrick Delamotte, rispettivamente volto di punta di Discovery Channel e giornalista di Liberation, andranno fino in fondo facendo luce su una verità che ho solo intuito un attimo prima di leggerla nei capitoli finali. La cappella dei penitenti grigi è un thriller un po’ impegnativo, ma ottimamente congegnato e soprattutto originale e ben scritto. I capitoli iniziali, in cui bisogna abituarsi all’alternarsi di passato e presente, richiedono una certa attenzione, ma poi soprattutto grazie ai personaggi, ben caratterizzati e profondamente umani nelle sfumature e negli atteggiamenti, mi sono appassionata alla storia, rendendo la lettura scorrevole e interessante. La ricostruzione storica accurata, in cui si intravede un lungo lavoro di ricerca e di documentazione, dalla contesa tra cattolici e protestanti, Marie Durand è per esempio realmente esistita ed è stata imprigionata nella Torre di Costanza per ben 38 anni, oltre al fatto che è ben fondato su documenti anche come comunicavano i prigionieri ugonotti imprigionati con i loro parenti e amici fuori dalla prigione, ai riti d’elezione legati alla confraternita dei penitenti, è sicuramente una parte fondamentale del romanzo seppure gli eventi narrati nascano fondamentalmente dalla fantasia degli autori. Ma la verosimiglianza anche dei fatti legati alla Seconda Guerra Mondiale induce a più di una riflessione e non approfondisco l’argomento per non anticiparvi il mistero principale nascosto in questo libro. La tensione narrativa è ben gestita, per tutto il romanzo ci si interroga sulla concatenazione dei fatti e sul perché un tale personaggio agisca in una tale maniera e cosa nasconda. Le risposte quando arrivano, spiegano ogni fatto non lasciando fili in sospeso. Tra i personaggi il mio preferito è senza dubbio Maurice Mariau, seppur tormentato, profondamente legato al suo lavoro al servizio della giustizia e della verità, e capace di gesti di grande tenerezza. Mi piacerebbe che diventasse personaggio principale di un prossimo romanzo della coppia Luini Lanteri. Che dire d’altro per gli appassionati di thriller storici un romanzo da non perdere e la felice dimostrazione che anche noi italiani sappiamo scrivere thriller di respiro internazionale, niente da invidiare ai vari Dan Brown e soci.

























