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:: Sionismo. Il vero nemico degli Ebrei. Vol. 1: Il falso messia, di Alan Hart, (Zambon, 2015)

1 novembre 2015
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Sia io personalmente che il mio libro «Sionismo: il vero nemico degli ebrei»  siamo considerati una spina nel fianco del regime sionista e anche dei regimi arabi corrotti e repressivi. E c’è una ragione valida: il mio libro mette il dito su una piaga tanto profonda quanto marcia. Il fatto è che non si può raccontare la verità sul sionismo senza raccontare la verità sui regimi arabi.

Come spiegherò tra breve, la verità è che, nonostante la falsa retorica del contrario, i regimi arabi non hanno mai avuto alcuna intenzione di combattere Israele per liberare la Palestina. E ciò aiuta a spiegare perché i regimi arabi sono da sempre complici dei sionisti nel volere sopprimere una verità storica molto scomoda. Stiamo parlando dei GOVERNI arabi, non dei popoli, che invece sono tutti dalla parte dei palestinesi.
[…]
Per la maggioranza degli ebrei oggi nel mondo, il titolo del mio libro — Zionism: the real enemy of the Jews (Sionismo: il vero nemico degli ebrei) — è molto scomodo, troppo scomodo, e alcuni si sentono profondamente offesi e oltraggiati da queste parole; eppure sono convinto che se fossero ancora vivi, oggi, i tanti oppositori ebrei al sionismo di quel periodo pre-olocausto, approverebbero la mia affermazione formulata nel titolo.
[…]
La verità storica è essenziale per dare ai cittadini il potere contrattuale necessario a mettere in moto la macchina democratica in favore della giustizia per i palestinesi e della pace per tutti noi.
Senza questo potere contrattuale basato sulla padronanza della verità storica, non esiste a mio avviso alcuna possibilità di ottenere la giustizia per i palestinesi – né la pace per tutti noi. E il cancro di questo conflitto alla fine ci consumerà, tutti.
art. tradotto: qui
art. originale: http://www.alanhart.net/essence-of-the-suppressed-truth/
Poichè da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e sarà arbitro fra molti popoli.
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo
Isaia 2, 3-4 Bibbia di Gerusalemme

Quando ero bambina, negli anni ’70 del secolo scorso, Israele era per me la terra da cui arrivavano i pompelmi. E io amavo moltissimo i pompelmi. Immaginavo che fossero coltivati in modernissimi kibbutz, sorta di comunità hippie dove tutti erano uguali e dove tutto era in comune, da ragazzi un po’ più grandi di me in salopette di jeans e camicie a fiori. E pur non essendo ebrea sognavo di trascorrervi l’estate. Sapete come sono i bambini, o almeno come erano i bambini negli anni ’70. Sono stata educata pensando che al popolo ebraico era stato dato un deserto, e ne avevano fatto un giardino. Non ricordo né a casa né a scuola di aver mai sentito anche solo espressioni antisemite. Gli ebrei erano un popolo di gente intelligente, di scrittori, di poeti, di musicisti, di architetti, di contadini. Solo crescendo scoprii che durante la Seconda Guerra Mondiale avevano subito la Shoah. Qualcuno aveva pensato che fosse giusto e utile ideare un piano per cancellarli dalla faccia della terra. E l’aveva attuato. Famiglie sterminate, persone nella loro singolarità e umanità, singole persone, donne, uomini, vecchi, bambini. Morti, uccisi in fabbriche chiamate campi di concentramento. Con l’obbiettivo che non se ne salvasse uno. Se Hitler avesse vinto, avrebbe portato avanti il suo progetto in tutto il resto del mondo. La soluzione finale. Interrogandomi sul perché, perché c’è sempre un perché, la ragione più sensata, nell’insesatezza del crimine, era per ragioni economiche. Ciò che interessava degli ebrei erano le loro ricchezze, togliergliele. Israele, lo stato di Israele era quindi una sorta di risarcimento, anzi qualcosa di più colpevole, era come se il consesso degli stati civili dicesse non abbiamo fatto niente per impedire la Shoah, o almeno non ci siamo riusciti, e ora con questo senso collettivo di colpa vi diamo uno stato, con denominazione giuridica, diritti legali sanciti da una costituzione, un esercito che vi consenta di difendervi e di combattere chi vi nega il diritto all’esistenza. Anche la religione cattolica ha uno stato, lo stato Vaticano, con sue leggi, suoi ordinamenti, sue ambasciate, sue banche, un suo patrimonio. Per chi conosce anche vagamente i rudimenti di diritto internazionale, sa che avere una identità giuridica è diverso che non averla, non dico che sia meglio o peggio, semplicemente è diverso, e lo sanno bene i palestinesi. (Pochi sanno che uno stato palestinese esiste, o per lo meno hanno solo una vaga idea di dove risieda). Il sionismo, un movimento politico laico piuttosto recente, se consideriamo l’antichissima storia ebraica, nasce con l’obbiettivo di dare al popolo ebraico uno stato. Ora è bene considerare che non tutti gli ebrei sono religiosi, e non tutti gli ebrei sono sionisti, e soprattutto il nazionalismo di guerre ne ha causate non poche tanto che alcuni rabbini ultraortodossi (e non) considerano lo stato di Israele contrario alle leggi di Dio. Ma ognuno ha diritto di formulare una sua idea in proposito, e rifuggo dal concetto che si debba avere paura a esprimerla, in qualsiasi sua forma. La paura è una cattiva consigliera e a mio avviso (ma questa è una considerazione puramente personale) il più grande nemico nel processo di pace attualmente in atto in Medio Oriente. E io fermamente credo che la pace in Medio Oriente è possibile. Che non finirà tutto in un gigantesco fungo nucleare. Se la pensate, anche parzialmente come me, troverete utile e fruttuosa la lettura di Il sionismo – il vero nemico degli ebrei, del giornalista indipendente britannico Alan Hart, di cui ho letto il primo vulume Il falso messia, tradotto e prefato da Diego Siragusa. Ce ne saranno altri due, di volumi, e forse testi successivi di approfondimento. (C’è tanta confusione in merito, che ben vengano le occasioni per fare chiarezza). Che siate sionisti o meno, che siate ebrei o meno, è utile conoscere il pensiero, anche quando fosse diverso dal vostro (in alcuni punti per esempio dissento dalle sue conclusioni), di gente così intellettualmente lucida e capace di formulare ipotesi, e con una storia personale così eccezionale come quella di Alan Hart. Se sfoglierete il volume avvertirete che lo scopo principale dell’autore è lo stesso di qualsiasi uomo di buona volontà, ovvero giungere a un processo di pace per la sicurezza delle nuove generazioni. Leggevo proprio ieri che Papa Francesco afferma che negare la legittimità dello stato di Israele è una forma di antisemitismo, Hart nega questo punto e condivide anche con molti intellettuali ebrei che proprio lo stato di Israele è la causa dell’esacerbarsi dell’antisemtismo mondiale con esiti e sviluppi imprevedibili che si augura non portino a una nuova Shoah. Solitamente le conclusioni si mettono alla fine, per coronare un discorso e renderlo più incisivo, almeno queste sono le regole della retorica, ma io ho preferito isolare il cuore del testo per darvi la possibiltà di percepire che se anche commette errori (nessuno è infallibile) l’onestà intellettuale a monte è serenamente evidente. Questa non è una recensione tecnica se vogliamo, ci sono altre sedi dove poter esaminare in modo più scientifico il testo, qui mi limito a farvi partecipi dei pensieri che mi sono sorti durante la lettura. Ci ho messo circa un mese a leggerlo, leggendone poche pagine ogni sera e vedendomi scorrere sotto gli occhi i nomi dei grandi della terra, molti dei quali Hart li ha conosciuti personalmente, istaurando anche legami di amicizia (il legame con Golda Meir, Madre Israele, ebrea laica e non credente, sionista, è molto commovente). Che dire ancora di più è un testo impegnativo, non da leggere a cuor leggero, anche doloroso, venato da una sorta di pessimismo fatalista. Tutto andrà male, sembra dire, ma io ho fatto di tutto perché così non fosse. Ecco su questo non siamo d’accordo. Ma io non ho vissuto in quei territori, non ho visto bambini palestinesi massacrati nelle rovine di ospedali distrutti. Il mio idealismo ha ben poco a che fare con la sua esperienza, tuttavia non ostante gli errori, le vere e proprie colpe, gli egoismi nazionali, le vendette, ritengo che ci sia ancora spazio per il dialogo ed è difficile che due uomini che si guardano negli occhi, e si scoprono più uguali di quanto sembrino, abbiano ancora voglia di uccidersi. Ma si sa la storia la fanno i potenti, e spesso si è educati a odiarsi senza manco conoscersi. Sì, forse un po’ di pessimismo me l’ha trasmesso. Ma è stato un confronto positivo. Molto positivo. Leggo in rete che esiste una sorta di aura nera intorno a questo libro (in lingua inglese sono già usciti tutti e tre i volumi), che i mezzi di comunicazione ufficiali radio, giornali, tv lo boicottano, o anche censurano. Solo la rete sembra dargli spazio. Ecco credo che questo sia un fatto grave, antidemocratico e inutile. Sarebbe meglio leggerlo, confrontarsi, anche confutare alcune tesi se non si è d’accordo. Io personalmente non mi sento una sacra depositaria della verità, commetto errori come tutti, ma ritengo che è più pericoloso sopprimere un’idea che in un dibattito pubblico dimostrare che questa è falsa. Ecco chiudo questa recensione con un augurio, e una speranza di potere intervistare Alan Hart e anche un erede politico e spirituale di Yitzhak Rabin. Sì, sarebbe davvero interessante, dopo tutto l’ignoranza è il più potente strumento di oppressione che esista. Non lo dimentichiamo.

Alan Hart, giornalista inglese, è stato corrispondente capo di Independent Television News, presentatore di BBC Panorama e inviato di guerra in Vietnam. Ha lavorato a lungo in Medio Oriente, dove, nel corso degli anni, ha conosciuto personalmente i maggiori protagonisti del conflitto arabo-israeliano. Le sue conversazioni private con personaggi quali, ad esempio, Golda Meir e Yasser Arafat gli hanno permesso di conoscere verità spesso taciute all’opinione pubblica. Autore di una biografi a di Arafat e della trilogia “Sionismo, il vero nemico degli Ebrei” è fra i promotori dell’iniziativa “La verità sull’11 settembre”. Hart è fiero di essere un pensatore indipendente e di non essere mai stato membro di alcun partito o gruppo politico. Alla domanda sul motivo del suo impegno, lui rispose: “Ho tre figli e, quando il mondo andrà in pezzi, voglio essere in grado di guardarli negli occhi e dire: Non prendetevela con me. Io ci ho provato.” http://www.alanhart.net

Info: domenica 8 novembre 2015, ore 10-11, presentazione del libro al Pisa Book Festival, Palazzo de Congressi di Pisa, Ingresso Lungarno Buozzi. Interviene Diego Siragusa, traduttore e curatore dell’opera. 

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Zambon.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno, a cura di Fulvio Cortese e Francesco Berti (Giuntina edizioni, 2015) a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2015

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L’effetto dei massacri sul popolo armeno è stato devastante. Le cifre, le statistiche non daranno mai una valutazione approssimativa del numero effettivo di vite massacrate e distrutte. Ma il calcolo, più moderato (non senza interesse), il calcolo dei tedeschi, riconosce 650.000 tra uccisi e dispersi fino alla scorsa estate.
Perfino in questi giorni di feroci battaglie un numero così terribile di innocenti uccisi e annientati deve imporsi alla nostra attenzione. Il popolo armeno in Turchia è, dal punto di vista morale ed economico, totalmente rovinato – le poche fortune private che, con modi leciti o non, sono state risparmiate dalla distruzione non fanno alcuna differenza. Il popolo armeno, una delle componenti più parche e più industriose dell’impero turco, se non addirittura la più parca e industriosa – e badate bene, è un ebreo a dare questa patente -, è ora un popolo di mendicanti affamati e calpestati. L’integrità delle vite familiari è andata distrutta, i suoi uomini sono stati uccisi, i suoi bambini, maschi e femmine,  fatti schiavi nelle case private dei turchi, per compiacere vizi e depravazioni, questo è diventato il popolo armeno in Turchia.[1]

Incontrai Antonia Arslan a una presentazione. Era il 2004, credo, al Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino. Presentava il suo libro, allora appena uscito, La masseria delle allodole, e io ero laureata da qualche anno. Il tema del Genocidio Armeno, “Medz Yeghern”, (Grande Male), non era proprio nuovo per me. Anni prima, quando si arrivò al fatidico momento di scegliere la tesi, valutai anche di occuparmene. Poi scelsi un altro argomento, che mi portò a scartabellare la corrispondenza di missionari di un’altra parte del mondo, avevo numerose foto che sarebbero state utili per una tesi un po’ innovativa. (Progetto che poi evaporò essenzialmente per mancanza di finanze, ma questa è un’altra storia).
Comunque mentre ascoltavo la signora Arslan un po’ provai una sorta di rimpianto per non avere seguito la prima ispirazione. Magari avrei fatto un buon lavoro, anche se la storia dell’Olocausto Armeno, non è una storia semplice che si affronta con disinvoltura. Non che i massacri durante la Rivolta dei Boxers in Cina siano stati una passeggiata, ma insomma un genocidio perpetrato scientificamente, con crudeltà inutile, da uno stato applicando metodi da catena di montaggio per cancellare dalla faccia della terra una intera etnia, ha qualcosa di abnorme, di aldilà della umana comprensione.
E ora proprio lei cura la prefazione di Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno (Pro Armenia. Jewish Responses to the Armenian Genocide, 2011) pubblicato da Giuntina nella collana Schulim Vogelmann, a cura di Fulvio Cortese e Franseco Berti, tradotto da Rosanella Volponi, e le nostre strade in un certo senso si rincontrano.
Prima ho usato il termine Olocausto coscientemente, so che per alcuni studiosi è da riferirsi unicamente alla Shoa, ma da quanto ho potuto appurare questi due genocidi sono strettamente legati. Chi pianificò scientificamente l’Olocausto ebraico durante la Seconda Guerra mondiale, si ispirò senz’altro a quello avevunto durante la Prima Guerra Mondiale, e si sentì in un certo senso incoraggiato per la sua impunità. Pensiamo solo a cosa disse Hitler quando gli dissero che non poteva applicare la Soluzione Finale. Per cui non mi sembra affatto strano che siano stati degli ebrei, (in questo libro ci sono quattro loro testimonianze, quasi contemporanee ai fatti del 1915), a denunciare forse per primi, questi fatti, negati ancor’oggi dallo Stato Turco (rischia il carcere anche chi solo ne parla ai sensi dell’art. 301 del Codice penale turco).
Il termine stesso genocidio fu utilizzato per la prima volta, da uno di questi testimoni, Raphael Lemkin, nel suo Axis rule in occupied Europe, (capitolo IX, Genocide: a new term and new conception for destruction of nations). Testo che fu pubblicato nel 1944. Da allora fu usato diverse volte dagli storici del Novecento, molto spesso per discutere se fosse usato opportunamente, se i vari massacri avvenuti in questi anni recenti avessero o no tutte le caratteristiche per rientrare di diritto in questa classificazione.
A fine aprile si celebrerà il centenario dei massacri della primavera del 1915, e ancora oggi si discute, ancora oggi nascono controversie. Mentre la Germania ha ripudiato il suo passato nazista, e condannato l’Olocausto, la Turchia non ha fatto altrettanto. Per loro anche giuridicamente questo genocidio non è mai avvenuto. C’era la guerra, furono eventi legati al conflitto. Non ci fu un piano premeditato di sterminio.
Cosa può portare al dibattito la lettura di queste testimonianze? Innazitutto sono testimonianze molto diverse, che hanno sì in comune l’orrore e il ripudio di questi crimini contro l’umanità, ma utilizzano diversi linguaggi, si rivolgono a diversi interlocutori, i testimoni posseggono diversi background culturali e scrivono le loro relazioni per ragioni differenti. Alcune cose sono anche discutibili, figlie della mentalità del tempo, superate dalla nostra sensibilità contemporanea, (nessuno oggi direbbe mai che nessun turco è stato capace di creare forme artistiche, per esempio) ma in tutti i testi è evidente una disarmante sincerità. I vari testimoni o assistettero personalmente ai massacri o ascoltarono detti fatti narrati da persone di loro fiducia. E shoccati reagirono parlandone.
Da queste testimonianze comunque a parte la certezza che questi massacri avvennero, emergono altre riflessioni, altre conclusioni forse non conosciute da tutti. Innanzitutto sia Lewis Einstein, Andrè Mandelstam, Aaron Aaronsohn, e Raphael Lemkin si chiesero perché. Questo “perché” risuona nelle loro parole come un mantra. Le risposte sono diverse, per lo meno ognuno evidenzia gli aspetti che maggiormente lo colpirono. Tutti sembrano concordi nel dire che non furono persecuzioni religiose, che non fu il credo islamico a spingere a sterminare una etnia cristiana, nè tutto fu imputabile a un indeterminato odio. Ci furono invece motivi economici (agli armeni furono confiscati proprietà, attività, beni) e motivi politici. Gli armeni furono accusati di appoggiare la Russia e preparare una Rivoluzione. Accusa certamente infondata, ma utilizzata con disinvoltura e alla quale forse chi progettò il genocidio, vittima di un sistema spionistico ossessivo basato sulla delazione, credette davvero.
Pur tuttavia lo scientifico massacro non sembra avere anche univoche e scientifiche motivazioni. Non fino a oggi, almeno. Furono per esempio in pochi gli armeni che reagirono con le armi, che si difesero. Chiamiamolo sì per orientale rassegnazione, per cosciente rifiuto della violenza, perchè l’aiuto chiesto anche all’estero mai arrivò. Leggendo queste pagine, queste riflessioni si trasmettono anche al lettore, e sicuramente aiutano a fare chiarezza, a dissipare le nebbie, rendendo vivo e vitale il dibattito che dovrebbe seguire.

[1] Aaron Aaronsohon Pro Armenia (pagg 70- 71) Memorandum presentato al ministero della guerra a Londra il 16 novembre 1916.

:: La sfida di Atene Alexis Tsipras contro l’Europa dell’austerità di Dimitri Deliolanes (Fandango, 2015)

1 febbraio 2015

ateneA Patrasso d’estate mi capita di passare di fronte all’enorme scheletro di un’industria dismessa. Ora è un rifugio per poveri immigrati che sperano di attraversare un giorno lo Ionio e approdare in Italia. Una volta questi ruderi si chiamavano Piraiki Patraiki, la più grande industria tessile dei Balcani. Fondata nel 1919 e chiusa definitivamente nel 1996, ma già nazionalizzata da Papandreou subito dopo l’ascesa al potere. Da tempo stava boccheggiando. Il perché va raccontato: è un bell’esempio di come vanno le cose nell’economia greca. Negli anni Settanta l’industria aveva perso 15 milioni di dracme, una cifra enorme all’epoca, sottratti illegalmente dal suo amministratore per devolverli in regali alla sua amante, una famosa attrice e cantante di nome Zozo Sapountzaki. Il responsabile è andato in galera, la Sapountzaki ha avuto un flirt con il figlio di Onassis ma l’industria non ha mai potuto riprendersi dal colpo.

Chi è Alexis Tsipras? Un Davide greco contro il Golia troika (Commissione Europea, Bce, Fmi)? Sembrerebbe, e dopo la vittoria del 25 gennaio di Syriza, (Coalizione della Sinistra Radicale) il suo partito, un attore politico da prendere in considerazione, con cui fare i conti nei tavoli delle discussioni in cui si decidono i destini dell’Europa. Ma oltre alle parole, ai proclami, agli inviti alla speranza, ha un concreto piano politico, economico, finanziario per portare avanti la sua battaglia contro la crisi umanitaria che ha colpito il suo paese? In ultima analisi dove troverà i soldi per rendere reali i suoi progetti, che vedono prioritaria una rinegoziazione del debito con l’Europa e la fine della politica di austerity voluta dalla troika, che in questi quattro anni ha messo la Grecia in ginocchio? Per rispondere a queste domande il giornalista Dimitri Deliolanes, da più di 30 anni corrispondente dall’Italia della Tv pubblica greca ERT, ha pubblicato per Fandango La sfida di Atene Alexis Tsipras contro l’Europa dell’austerità (mi sforzavo di cercare un traduttore, ma questo libro è stato scritto in italiano), un libro necessario per fare luce su una situazione obbiettivamente complessa e di non facile risoluzione.
Innanzitutto se l’Europa dell’austerity è il male, o per lo meno una cura che non porta alla guarigione del malato, per capire come si sia arrivati a questo punto è necessario conoscere le dinamiche e le debolezze interne al paese che hanno radici antiche, se vogliamo riconducibili all’ultimo periodo bellico, alla tormentata storia dei comunisti greci da sempre partito di opposizione (in un ampio capitolo vengono descritti i motivi del suo rifiuto ad azioni di governo, che spiegano la necessità di Syriza di cercare altri alleati per quanto improbabili come i Greci Indipendenti, Anel), e della stessa sinistra con l’ emblematico fallimento dell’esperienza del leader socialista Andreas Papandreou e del suo partito il Pasok, al rafforzarsi di forse di estrema destra apertamente neonaziste come Alba Dorata, alla corruzione, all’affarismo e al clientelismo, alla difesa dei privilegi dei più ricchi in modo sistematico e irragionevole, al sistema finanziario e bancario che praticamente ha fagocitato capitali e fondi Europei come in un pozzo senza fondo in un economia che non prevede crescita. Insomma il nemico non è solo la Merkel, e il suo no categorico a ogni rinegoziazione, ma se vogliamo ci sono ostacoli anche all’interno di Syriza stesso Nell’affrontare la nuova campagna elettorale i greci hanno dimostrato di sapere bene che ci sono anche difficoltà sostanziali, dentro il corpo dirigente di Syriza, divisioni interne, ingenuità e semplificazioni teoriche, inesperienza di governo, mancanza di personale politico preparato. Questo libro lo ha ripetuto fino alla noia: Alexis Tsipras è solo e cammina molte miglia di distanza avanti al suo partito.
Se questi sono i mali e le ombre, ampiamente analizzate da Deliolanes, credo sia doveroso sottolineare che Tsipras sebbene non abbia ancora all’attivo nessuna esperienza di governo, ha un progetto reale, delle reali misure da attuare per risolvere la crisi non solo greca ma europea, e se vogliamo il cuore del suo mandato politico si basa su un unico caposaldo: se c’è una pur minima chance di successo, sarà solo con la solidarietà europea. Le conseguenze dell’austerity non sono quindi un male solo per la Grecia, ma per tutti i paesi, prima quelli della periferia, poi gli stessi paesi “ricchi” con bilanci in attivo. Mettere in ginocchio i debitori non è la garanzia migliore per riottenere i debiti concessi. Tsipras auspica un nuovo New Deal che faccia tesoro delle lezioni del ’29, e riporti sicuramente la questione morale e l’uomo in primo piano.

“Questo esige azioni coordinate a livello nazionale e a livello europeo. Dal momento che non ci sono risorse nazionali per sostenere la crescita, bisogna farlo con fondi europei. È necessario elaborare un progetto complessivo per tutta la periferia dell’eurozona al fine di finanziare progetti, iniziative e imprese che portino alla crescita. Come? Stiamo cercando di rendere realistiche le nostre proposte. La crisi non è finita, anche negli altri paesi europei le risorse sono estremamente limitate. Quindi non pensiamo di chiedere a nessuno di mettere le mani in tasca. Chiediamo solo di diventare soci della nostra crescita, in modo che anche loro abbiano garanzie di ricevere indietro i capitali prestati. Altrimenti il sistema bancario greco ed europeo continuerà a gettare i soldi in un pozzo senza fondo. Chiediamo un’azione coordinata della Bce e della Banca Europea degli Investimenti sotto il controllo politico della Commissione Europea. La Bce dovrebbe dare grande liquidità alla Bei, comprando suoi titoli al posto di quelli dei paesi europei. Con questa liquidità la Bei sarà in grado di finanziare attività specifiche nei paesi indebitati. Questo è il nostro New Deal.”

Dimitri Deliolanes, giornalista professionista, segue il nostro paese da 30 anni come corrispondente della ERT (Radiotelevisione pubblica greca). Ha prodotto documentari sulle relazioni tra Italia e Grecia, ha studiato la strategia della tensione e il terrorismo italiano e ha tradotto in greco diverse opere della letteratura italiana. Per Fandango Libri ha pubblicato Come la Grecia (2011) e Alba Dorata (2013). Suoi articoli sono stati pubblicati da Limesil Manifestoil Foglio e Internazionale.

:: Recensione di The day is yours. Kenneth Branagh di Ilaria Mainardi

14 dicembre 2011

The Day is Yours. Kenneth Branagh saggio monografico dedicato a Kenneth Branagh di Ilaria Mainardi pubblicato da Siska Editore nasce forse da una scommessa, da un azzardo direbbero alcuni, gettare nuova luce sul percorso artistico e umano dell’attore, regista e produttore di Belfast. Senza pretese di esaustività infatti l’autrice ci tiene a dire nella prefazione “Non ci soffermeremo, non per statuto almeno, sui singoli lavori diretti e/o interpretati da Kenneth Branagh, già studiati e discussi in testi di ottimo livello e sulle pagine di riviste specializzate, ma proveremo piuttosto a percorrere la linea curva della ricerca autoriale, tratteggiando ciò che la caratterizza al di là di ogni ragionevole dubbio: la libertà” e con la tenacia di studiosa e innamorata Ilaria Mainardi ci presenta un punto di vista del tutto personale caratteristica essenziale dei libri che parlano di cinema e dei saggi in generale se è vero che “Il saggio è l’arte di intrattenere il lettore lungo un percorso di riflessione che sia prima di tutto personale”. A prescindere se si condividano o meno le riflessioni dell’autrice nel considerare Branagh “uno dei più compiuti esempi di ciò che teatro e cinema dovrebbero essere. Non soltanto poiché l’attore e regista irlandese incarna un modello di meticolosa tecnica che mai si è piegata di fronte al birignao o alla chimera dei lustrini e del successo, ma anche per il carico di vitale umanità che è forse la cifra più piacevolmente sconvolgente del suo talento” bisogna tuttavia ammettere il valore dell’opera di questa giovane autrice che si distingue per competenza, specialmente nel trattare temi inerenti al teatro e per capacità formale grazie allo stile elegante del suo linguaggio cadenzato da un’ attenta  scelta di riferimenti e note a margine oltre che link diretti a testi e articoli che ogni buon critico dovrebbe conoscere. E’ un opera colta, anche difficile se vogliamo, non è semplice comprendere le riflessioni più tecniche che magari passeranno e risulteranno comprensibili solo ad una successiva e più attenta lettura, magari corroborata da testi di tecnica cinematografica e teatrale. L’amore squisitamente platonico che lega l’autrice a Branagh pregiudicherà la sua obbiettività? A mio avviso questo rischio non si corre, perché proprio le doti spiccate se non esclusive della leggenda irlandese nutrono questo amore, il cui valore che si ami o meno Branagh come persona non possono essere messe in discussione.  La sua potenza espressiva e capacità tecnica, oltre che ad un originalità interpretativa non priva di un guizzo di eccesso che di norma accompagna il genio, sono infatti raramente messe indubbio anche dai suoi critici più feroci. Forse il rigore e la sistematicità dell’addetto ai lavori cede il passo alla passione in alcuni tratti ma ciò non pregiudica l’esito finale. Se la buona critica è fondata sulla padronanza di stile e su argomentazioni forti, senz’altro The Day is Yours. Kenneth Branagh è buona critica, sincera, schietta, che diverte e interessa, contagia con il suo entusiasmo e educa con la sua preparazione tecnica. Poi non si può separare Kenneth Branagh da William Shakespeare, sebbene la Mainardi ci tenga a sottolineare che Branagh è anche altro. Non si può tralasciare l’Enrico V, l’opera che sicuramente mi ha personalmente affascinato più di tutte per profondità e maturità, poi l’Hamlet, il suo Jago in un Otello forse minore rispetto ad altre rappresentazioni, o le opere buffe Molto rumore per nulla, Pene d’amor perdute, Come vi piace. Macbeth manca forse per superstizione, data la leggenda nera che ammanta questa tragedia, pur tuttavia penso che quando l’età glielo concederà non si esimerà da presentarci un superbo Re Lear. Oltre Shakespeare, Branagh esiste anche grazie ad altre opere come L’altro delitto, Gli amici di Peter, Frankestein, Sleuth,  Il commissario Wallanderer,  Thor opera per la quale la Mainardi spende parole originali ricollegando la mitologia norrena all’ossatura stessa del teatro shakesperiano tanto da testimoniare che Branagh non è un sofisticato snob chiuso nell’aristocratico club del teatro cosiddetto alto, ma sa contaminarsi, prendersi in girò, confrontarsi con la contemporaneità. Che si ami o si odi Branagh The Day is Yours è un testo che aiuterà a comprendere il suo genio e la sua sregolatezza. La copertina è stata realizzata da Elio Cossu. Una curiosità la corretta pronuncia del nome Branagh è omettendo il gh. The Day is Yours. Kenneth Branagh è disponibile dai primi di dicembre in formato epub (per Ipad e tablet in genere, iphone, Adobe Digital Edition) e presto in formato mobi (kindle) sul sito www.siskaeditore.it  e sui siti di e-commerce editoriale al prezzo di 4.99 Euro.