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:: Mi manca il Novecento – Stig Dagerman e Il nostro bisogno di consolazione a cura di Nicola Vacca

13 marzo 2018

Stig DagermanStig Dagerman ha attraversato il Novecento con la velocità di una cometa. Morto suicida a soli trentuno anni, è stato uno dei più importanti scrittori svedesi e ancora oggi possiamo considerarlo un gigante della letteratura, leggendo i libri che ci ha lasciato.
Dagerman è stato un uomo in rivolta, in molti lo hanno paragonato a Camus e a Kafka.
È un anarchico inquieto e sempre in lotta contro se stesso e con un’angoscia lucida come pochi è riuscito a stare dento la catastrofe bellica del suo tempo, lasciandoci con i suoi libri una testimonianza unica.

«La scelta anarchica è, – scrive Fulvio Ferrari nella postfazione a Il nostro bisogno di consolazionenella formazione di Dagerman, un momento fondamentale da cui non si può prescindere se si vuol comprendere la sua persona e la sua opera».

Come non si può prescindere da Il nostro bisogno di consolsazione, che tra i suoi libri è quello che più lo rappresenta, e soprattutto mette in evidenza il dramma dell’uomo e le contraddizioni esistenziali di un grande scrittore di fronte al peso enorme del male di vivere.
Proprio questo piccolo libro verrà considerato il testamento letterario di Dagerman.
In queste pagine lo scrittore scava nel fondo del suo abisso di uomo a cui manca la fede e afferma di non essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa.
Inizia così Il nostro bisogno di consolazione, un viaggio di uno scrittore nel tormentato inferno della sua coscienza. Pagine intense, di disperazione e di sconforto, ma anche attraversate da un grande amore per la letteratura di cui Dagerman si avvale per scavare nella consumazione terribile della sua tormentata interiorità, sempre interrogando quella vita che sta stretta ai suoi anni.
Sono queste riflessioni che lo conducono a riflettere su quel concetto di consolazione spaventosa che riesce solo a fargli vedere le cose con intensità cinque volte maggiore.
Stig Dagerman scrive sempre in preda al dubbio e all’incertezza, mentre lo sconforto lo assale in ogni istante. L’unica cosa che gli importa è proprio quella che non ottiene mai:

«l’assicurazione che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo».

Il mondo è più forte di lui, al suo potere non ha altro che opporre se stesso. Così non gli resta altro che la scrittura e la letteratura. Finché avrà la forza di resistere, si sentirà dotato del potere di opporre le sue parole a quelle del mondo.
Questa è la sua unica consolazione che non gli salverà la vita.

«Tutto quello che possiedo è un duello, e questo duello viene combattuto in ogni istante della mia vita tra le false consolazioni, che solo accrescono l’impotenza e rendono più profonda la mia disperazione, e le vere consolazioni, che mi guidano a una temporanea liberazione».

Il nostro bisogno di consolazione è un monologo di un uomo che scrive perché combattuto tra il desiderio di essere felice e l’impossibilità di esserlo. È un libro la cui lettura non lascia indifferenti. Le parole di Stig Dagerman scorticano, fanno male, sanguinano. Solo come i grandi scrittori sanno fare.

:: Colpisci il tuo cuore di Amélie Nothomb (Voland 2018) a cura di Nicola Vacca

9 marzo 2018
Colpisci il tuo cuore

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Colpisci il tuo cuore è il ventiseiesimo romanzo di Amélie Nothomb, appena pubblicato in Italia da Voland.
Un’ altra favola nera di crudeltà e cattiveria umana, tutta raccontata al femminile.
Dietro il pessimo rapporto tra Marie e Diane, rispettivamente madre e figlia, si nasconde un intero mondo al femminile e la Nothomb come sempre intinge la penna nel veleno dei suoi personaggi per raccontare degli esseri umani la parte malvagia.
È stato detto di questo libro che è una storia di cattive madri, di donne gelose delle figlie, che le disprezzano o le amano troppo.
In effetti, se si entra nella psicologia dei due personaggi femminili principali, subito si capiscono le intenzioni della Nothomb: come in ogni suo libro, anche qui vuole spiazzare il lettore non lasciandogli scampo con la sua scrittura affilata come un bisturi.
Marie che non ama sua figlia Diane fin dalla nascita, perché gelosa marcia della sua bellezza. Quella stessa bellezza nel quale in modo narciso si specchiava prima di restare incinta e che vede andar via con la nascita della figlia.
Diane per fortuna è diversa dalla madre da cui si allontana. Confida sul suo buon senso e sulla sua intelligenza per costruirsi una vita di donna libera e decide di fare il medico perché ha un cuore immenso che desidera incontrare gli altri.
Ma la crudeltà è in agguato e negli esseri umani la cattiveria non muore mai. Quando sulla sua strada incontra Olivia, lei non immagina in un primo momento che avrà a che fare con una donna simile a sua madre, a sua volta madre di una figlia che non vuole amare e che disprezza come Marie ha disprezzato lei per tutta la vita.
La Nothomb, nel raccontare attraverso i suoi ben caratterizzati personaggi femminili la vita quotidiana dei loro misfatti, ma soprattutto mettendo ben in mostra la crudeltà, la fragilità, la meschinità delle loro azioni, con la sua prosa leggera e sempre incisiva tocca tempi importanti come l’amore filiale, l’invidia, il narcisismo, la gelosia e la cattiveria degli esseri umani che danno il peggio di se stessi quando trasformano violentemente l’odio in disprezzo

«In questo romanzo volevo studiare l’archeologa della gelosia. La gelosia nasce da una risposta sbagliata della madre alla domanda legittima di ogni figlio che le chiede chi ama di più. La buona madre è quella che capisce che ogni relazione è unica e che ogni figlio deve essere amato in modo diverso. Io ho avuto una madre meravigliosa ma volevo sempre più dimostrazioni di affetto. Quando avevo nove anni lei, esasperata dalle mie richieste, mi ha detto che se volevo più amore dovevo sedurla così sono diventata scrittrice. Nessuno è obbligato ad amare, nemmeno una madre».

Così Amélie Nothomb ha parlato del suo nuovo romanzo in una recente intervista.
Anche con questo suo nuovo libro la scrittrice belga colpisce e affonda i nostri cuori. In questa storia di donne crudeli non poteva mancare un finale a sorpresa con autentico colpo di scena che toglie il respiro, proprio come la sua scrittura che in tutti questi anni non ha smesso nemmeno per un attimo di mordere le nostre coscienze.

Amélie Nothomb, nata nel 1967 a Kobe, Giappone, trascorre l’infanzia e la giovinezza in vari paesi dell’Asia e dell’America, seguendo il padre diplomatico nei suoi cambiamenti di sede. A 21 anni torna in Giappone e lavora per un anno in una grande impresa giapponese, con esiti disastrosi e ironicamente raccontati in Stupore e tremori. Rientrata in Francia, propone un suo manoscritto a una solida e storica casa editrice, Albin Michel. Igiene dell’assassino esce il 1° settembre del ’92 e conquista subito molti lettori. Da allora pubblica un libro l’anno, scalando a ogni nuova uscita le classifiche di vendita. Ha ottenuto numerosissimi premi letterari tra cui il Grand Prix du roman de l’Académie Française e il Prix Internet du Livre per Stupore e tremori, il Prix de Flore per Né di Eva né di Adamo ‒ da cui nel 2015 è stato tratto il film Il fascino indiscreto dell’amore di Stefan Liberski ‒ e due volte il Prix du Jury Jean Giono per Le Catilinarie e Causa di forza maggiore. Oggi vive tra Parigi e Bruxelles. Riccardin dal ciuffo è il suo 25° romanzo.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: Comunità e società del consumo di Gianfrancesco Caputo (L’Argolibro editore 2017) a cura di Nicola Vacca

5 marzo 2018

Comunità e società del consumoIl disfacimento di una comunità valoriale ha portato la nostra società a un’involuzione che ha permesso l’affermazione di un’omologazione culturale e della globalizzazione.
Questa è la tesi di fondo di Comunità e società del consumo (L’Argolibro editore, largolibro@gmail.com, 3395876415) un pamphlet di Gianfrancesco Caputo.
L’autore muove una critica argomentata al consumismo e al liberismo economico che hanno condotto la società e l’uomo a essere schiavi dei bisogni.
Caputo ha le idee chiare quando sostiene che il sistema di connessione tra plus valore e bisogni indotti incrementa un antagonismo sociale intriso di competitività individualista che penalizza nei fatti la difesa dei diritti e mette in pericolo il sistema delle garanzie sociali.
L’affermazione del pensiero unico e dell’ideologia materialista e contrattualistica hanno instaurato un sistema di antagonismo sociale e economico e hanno svuotato del suo progetto esistenziale il concetto di umanità.
Non siamo più una comunità sociale e solidale.
Da comunitarista convinto, tutti i problemi morali del nostro tempo scaturiscono dal fatto che si assiste alla perdita del concetto di comunità.
Dal tramonto della comunità alla decadenza il passo è stato breve.

«La comunità, nella sua forma più alta, è un’associazione di persone unite dal comune accordo di norme etiche. Una comunità autentica, quindi può essere definita come un’associazione di persone unite dal senso della giustizia, nel rispetto di norme che trascendono gli interessi materiali e i cui scopi egoistici sono temperati dall’interesse per il bene comune».

Così Gianfrancesco Caputo inquadra il senso comunitario che si è smarrito e allo stesso tempo muove una critica severa alla nostra civiltà che ha smesso di pensare nel momento in cui ha anteposto gli interessi di pochi al bene comune.
Davanti alla disgregazione della comunità, l’autore propone le sue considerazioni inattuali rilanciando la riscoperta delle idee comunitarie che hanno nella tradizione l’asse portante della cultura.
Lo sviluppo culturale di una comunità, e quindi di una società, passa per la tradizione, ovverosia sulla capacità di creare simboli per tramandare conoscenza.
In una società in cui si è affermato il capitale finanziario e l’eccessivo consumismo ha creato solo bisogni, le tradizioni, che preservano le identità dei popoli, sono state assassinate perché ritenute un ostacolo ingombrante dal super mercato globale e mondiale.
Le posizioni critiche dell’autore sono chiare. Partendo da Aristotele, in questo libro si propone un ritorno alla polis e in maniera più ampia una riscoperta del pensiero comunitario, e dell’idea originaria di comunità, e un rilancio dei suoi valori necessari per rimettere al centro di tutto l’uomo.
Perché l’uomo comunitario, – sostiene Caputo nelle conclusioni – agganciato alla tradizione, è l’unico capace di battersi contro il Leviatano, l’insondabile mega macchina mercantile che riduce uomini e donne ad atomi sociali.

Gianfrancesco Caputo, nato a Brindisi nel 1966 , si interessa di problemi di lavoro e di prassi politica attraverso l’approfondimento e l’indagine di una prospettiva di analisi filosofica e sociologica.

Source: libro inviato dall’Ufficio stampa al recensore.

:: Verranno rondini fanciulle di Marcello Buttazzo (I Quaderni del Bardo edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

28 febbraio 2018
Verranno rondini fanciulle

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Marcello Buttazzo è un poeta salentino. La sua poesia nasce nel cuore di questa terra che è stata fertile di poeti. Salvatore Toma, Vittorio bodini, Claudia Ruggeri, Antonio Verri, questi alcuni nomi che fanno parte della formazione di Marcello e ci sono tutti in Verranno rondini fanciulle, la nuova raccolta appena pubblicata per i tipi de I Quaderni del Bardo edizioni di Stefano Donno (iquadernidelbardoed@libero.it).
Il poeta nella declinazione esistenziale delle stagioni scrive versi per raccontare il tempo di un vissuto che dilania e stupisce.
È il tempo il filo rosso che lega le poesie di Marcello Buttazzo. Del tempo il poeta scava gli inganni, della vita coglie i colori forti e intensi:

«Non parlarmi del tempo, / il tempo è un inganno. / Non dirmi più dell’ebbrezza dell’attimo, /ad ogni inatteso momento di gioia / succede inevitabilmente una stagione di travaglio».

La poesia per Marcello Buttazzo è un rosario taciturno di parole, un modo discreto e intimo di indagare il silenzio, incamminarsi lentamente ogni giorno sulla strada inesorabile del tempo, un’ossessione inevitabile di un gioco assurdo e reale chiamato vita.
Buttazzo è un lirico incandescente e la parola sulla pagina si incendia, come la passione che da poeta porta nel cuore quando scrive dalle viscere della sua terra versi essenziali seguendo un volo di «rondini anarchiche e libertarie».
Marcello Buttazzo è un poeta d’amore e di libertà e Verranno rondini fanciulle è un piccolo libro prezioso che tra le sue pagini custodisce l’autenticità di un uomo che si scava dentro fino a toccare con mano e con l’anima il cuore segreto e nascosto delle parole.

«È un viaggio fantastico nel reale. – scrive Vito Antonio Conte nella prefazione – È un viaggio traverso la purezza di un’anima».

Marcello Buttazzo è un poeta che ha una sensibilità spiccata. I suoi versi sono delicati e fragili, e inciampano sempre in quell’inganno del tempo che spezza le corde della memoria, che recide cose e persone.
Allo stesso tempo la sua poesia sa essere una grammatica interiore da respirare a piene mani.
Una esperienza dell’anima che tra detti e non detti scopre, rivela e lancia una bellezza che sa essere pensiero da rincorrere nel sentire di un amore circolare in cui la poesia, prima di tutto, ha le sembianze della libertà che è un volo di rondini fanciulle.

Marcello Buttazzo, poeta e scrittore. È nato a Lecce. Ha pubblicato diversi libri tra cui: Canto intimo, Di rosso tormento, Origami di parole.

Source: inviato al recensore dall’Ufficio stampa, si ringrazia Stefano Donno.

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:: Mi manca il Novecento – Quel meraviglioso genio osceno di Henry Miller a cura di Nicola Vacca

20 febbraio 2018

Henry Miller

Per molti anni Henry Miller fu lo scrittore più deprecato e detestato in America, dove i suoi libri venivano giudicati scandalosi e immorali. Soltanto dopo la pubblicazione a Parigi del Tropico del Cancro, gli americani in parte furono costretti a rivedere il loro giudizio.
Ma in realtà Miller non ha mai amato il suo Paese e nei suoi libri certo non lo nasconde.
Anche in Italia i suoi libri non furono amati. I suoi romanzi da alcuni critici furono definiti porcheria, fango, frenesia bieca.
In realtà, Henry Miller è stato un grande genio della letteratura perché con le sue opere ha rotto il vetro del conformismo letterario e spezzato i ghiaccio di ogni perbenismo bacchettone.
La sua intera opera può essere considerata come una celebrazione della sua esistenza splendida e miserabile allo stesso tempo.

«Era qualcosa – afferma Miller – che dovevo fare per preservare la mia integrità. Ripeto che era un caso di vivere e morire».

In pochi hanno veramente capito il carattere anticipatorio dell’opera di Miller. La narrativa prima di lui non aveva offerto un sincero e totale quadro della comportamento umano attraverso la vita sessuale.
Quando egli decise di continuare la sua carriera di scrittore in Europa e non in America, fu netto nel condannare il modo di pensare e di ragionare degli americani. Lui stesso affermò di non riuscire a ragionare come i suoi connazionali, e aveva ragione.
Tropico del Cancro Miller lo cominciò e lo terminò a Parigi. Il libro venne pubblicato nel 1934 e Miller prima di vederlo nelle librerie parigine lo riscrisse ben tre volte.
Nel suo capolavoro, come in tutti i suoi libri, c’era la vita che aveva fin a quel momento condotto: la lotta più nera contro la miseria e tutta la conoscenza di un modo di vivere europeo e in particolare del mondo intellettuale parigino che per primo consacrerà la sua grandezza.
I suoi discorsi avventurosi, apocalittici, ribelli, aleatori, veridici sul destino della nostra civiltà e della nostra arte persuadono o respingono, si fanno detestare e amare come tutto ciò che egli scrive.
A proposito delle discussioni provocate dalla pubblicazione dei suoi libri, Miller aveva una sola preoccupazione e riguardava non quanto uno scrittore possa essere libero nell’esprimere se stesso, ma quanto grande e pericoloso per il futuro dell’umanità sia il distacco tra gli audaci, ispirati da convinzioni oneste e il conformismo basato sull’inerzia, la stupidità, la vigliaccheria, l’ipocrisia.
Letta oggi questa è una profezia e Henry Miller è stato uno dei pochi scrittori che si è spinto per fortuna troppo in là dove ha avuto il coraggio di dire e di scrivere l’estrema verità di certe cose che la maggioranza pensava soltanto. La verità l’ha detta e l’ha scritta con la semplicità sconcertante di chi volutamente ha testimoniato nell’assoluta libertà di pensiero lo scandalo della vita.

:: Il diavolo nel cassetto di Paolo Maurensig (Einaudi 2018) a cura di Nicola Vacca

15 febbraio 2018
Il diavolo nel cassetto

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Uno scrittore che ha raggiunto una discreta notorietà un giorno decide di riordinare gli oggetti che ha accumulato negli anni. Tra le molte cose che ha messo da parte ci sono anche numerosi manoscritti che aspiranti scrittori negli anni gli hanno inviato per avere da lui un autorevole opinione.
Tra questi, uno in modo particolare lo colpisce. Un testo di un centinaio di cartelle battute a macchina, il mittente è anonimo e il titolo intrigante.
Lo scrittore cosi si trova davanti a Il diavolo nel cassetto. Incuriosito subito si immerge nella storia.
Egli si appassiona subito alle vicende del piccolo paesino svizzero che ha visto anche la presenza di Goethe, dove tutti coltivano ambizioni letterarie.
Ed è proprio la letteratura a diventare un gioco diabolico. Dal prete anziano che scrive le sue memorie, al borgomastro, tutti gli abitanti si sentono scrittori e vogliono essere pubblicati.
Nel villaggio arriva un personaggio strano che sostiene di essere un noto editore e si fa carico di tutte le ambizioni letterarie degli abitanti del piccolo e tranquillo paese.
Ma il presunto prestigioso editore è un tipo losco, pare dietro la sua figura si nasconda il diavolo in persona. Padre Cornelius, il vice parroco, ha dei seri sospetti sulla vicenda. Ma il finale a sorpresa capovolgerà tutto.
Paolo Maurensig con Il diavolo nel cassetto scrive un piccolo romanzo sulla vanità della letteratura.
Attraverso una storia dal ritmo incalzante, l’autore de La variante di Lüneburg conduce il lettore in un intrigo rocambolesco e avvincente che sembra quasi di leggere un thriller.
Maurensig crea un gioco diabolico e inventa una storia che convince dall’inizio alla fine. Con questo romanzo breve il suo autore ha voluto scrivere un apologo sul mondo letterario che parla di un paese dove tutti scrivono e si finisce per respirare davvero un’aria infernale.

«Perché credo che alla fin fine gli scrittori si odino un po’ tutti. Ma attenzione: come le altre vie per raggiungere il successo, anche la scrittura può essere pericolosa; si rischia sempre di vendere l’anima al diavolo, anche se ormai i diavoli sono soltanto dei poveri diavoli e il mio editore è un diavolo da operetta. D’altra parte non è per caso che Faust è un archetipo così duraturo. Il mistero è: perché dobbiamo lasciare a tutti i costi una pietra scolpita?».

Alcune volte è sufficiente un romanzo per insinuare dubbi sull’utilità della letteratura e sulla vanità di chi scrive. Il diavolo nel cassetto di Paolo Maurensig è un romanzo perfetto che sull’argomento non sbaglia un colpo

( «Che cosa induce la gente a scrivere, se non questo vago timore di non aver fatto abbastanza per garantirsi un seguito di vita? Per questo bisogna mostrarsi, far circolare il proprio nome, la propria immagine, riflettersi negli occhi degli altri e, da lì, imprimersi indelebilmente sulla lastra metafisica dell’universo, facilitando così l’Onnipotente nel rimettere a posto i pezzi del meccano nel giorno della resurrezione»)

La letteratura spesso finisce per misurarsi con il chiacchiericcio da strada e Maurensig scrive un bel romanzo – apologo sulla vanità e sul narcisismo di chi scrive e di chi non si rende conto che spesso la letteratura è opera del diavolo, o meglio la sua arma preferita e allo stesso tempo è una necessità, con tutte le sue storie infinite, di cui non sappiamo fare a meno.

Paolo Maurensig è nato a Gorizia e vive a Udine. Ha esordito nel 1993 con La variante di Lüneburg, tradotto in oltre venti lingue. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Canone inverso (1996), Venere lesa (1998), Il guardiano dei sogni (2003) e L’arcangelo degli scacchi (2013). Nel 2015 è uscito Teoria delle ombre con il quale ha vinto il Premio Bagutta. Il diavolo nel cassetto è il primo romanzo pubblicato per Einaudi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa Einaudi.

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:: Poesie scelte di Giovanni Testori (Guanda 2017) a cura di Nicola Vacca

13 febbraio 2018
poesie scelte

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«Quella di Giovanni Testori è una storia di scrittore e di artista che non ha probabilmente l’eguale, qui da noi, per complessità di motivi e per complessità di risultati, negli ultimi decenni di questo secolo».

Con queste precise parole Giovanni Raboni descrive l’importanza e la grandezza del poeta e dell’ intellettuale Testori con cui la cultura italiana non ha fatto completamente i conti.
Ha ragione Raboni quando scrive che nei confronti dello scrittore milanese sono stati commessi peccati di superficialità e incomprensione.
La poesia occupa un posto di rilievo nel percorso creativo di Testori che oltre poeta è stato anche critico d’arte, scrittore di teatro e giornalista. Una poesia dalla lingua estrema che tra bestemmia e preghiera non ha mai rinunciato alla provocazione e alla dissacrazione.
Da molto tempo la sua opera poetica viene letta e pubblicata poco. A colmare questa lacuna ci pensa l’editore Guanda che manda in libreria Poesie scelte,
un bel volume antologico curato magnificamente da Fulvio Panzeri.
Come poeta e come scrittore Testori da più parti venne considerato un rivoluzionario della cultura del suo tempo.
La sua poesia crea scandalo e i suoi versi, sempre irriverenti, sono sempre chiodi che si conficcano nella carne viva del pensiero e dell’esistenza.
Testori con la sua lingua forte non risparmia alle pagine che scrive continue deflagrazioni.
La parola è un fucile sempre carico e da poeta non si nasconde mai. La sua scrittura è urticante e spiazza sempre.

«Giovanni Testori è uno scrittore che, pur stando ai margini rispetto alle mode e ai salotti letterari, è stato sempre presente come ospite scomodo sulla scena letteraria dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta».

Cosi Fulvio Panzeri lo inquadra in un articolo pubblicato su L’Avvenire pubblicato l’8 gennaio del 2013, a venti anni esatti dalla morte dello scrittore e poeta.
Testori è un poeta viscerale e la sua scrittura tende sempre allo schianto. Tutta la sua attività creativa è sempre stata mossa da uno spirito originale e polemico.
Del genio poliedrico di Giovanni Testori la poesia è la parte più interessante della sua produzione.
La parola carnale e sanguinante di un verso mai evocativo che abbraccia una lingua estrema in cui dolore e passione non vengono mai esibiti ma attraversati da un poeta unico e autentico che non si dimentica mai di essere prima di tutto un essere umano con le sue infinite contraddizioni.
Pochi poeti nel Novecento sono stati così nudi come Giovanni Testori. La sua poesia ancora oggi è urgenza ma è anche fuoco che devasta e riscalda.

Giovanni Testori (1923-1993), critico d’arte, poeta, autore teatrale e romanziere, è considerato tra i maggiori scrittori italiani del secondo Novecento. Negli anni Cinquanta ha raccontato la periferia milanese nel ciclo dei Segreti di Milano. Nel 1965 ha pubblicato il poema I Trionfi. Per il teatro, negli anni Settanta, con la Trilogia degli scarrozzanti (L’Ambleto, Macbetto e Edipus) ha creato una personalissima lingua drammaturgica, proseguita con gli oratori di argomento sacro, quali Conversazione con la morte, Interrogatorio a Maria e Factum est, e culminata con la messa in scena, negli anni Ottanta, del romanzo In exitu, uno dei suoi capolavori, e di sdisOrè. La sua ultima opera, quasi un testamento fra teatro e poesia, è Tre lai.

Source: libro del recensore.

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:: Mi manca il Novecento – Dissipatio H.G. di Guido Morselli a cura di Nicola Vacca

9 febbraio 2018

DissipatioA Guido Morselli il mondo editoriale e culturale della sua epoca doveva tutto. Invece quel tutto glielo ha negato, lui non è riuscito a sopravvivere alla sua sensibilità e si è tolto la vita.
Morselli è un gigante della letteratura del secondo Novecento e i suoi libri dovevano essere pubblicati in vita, ma lui collezionò dagli editori una serie ininterrotta di rifiuti.
La fama postuma dimostra che questa penna straordinaria non meritava in vita disprezzo e indifferenza.
Italo Calvino, nel 1965, rifiutò la pubblicazione per Einaudi de Il Comunista. Carlo Fruttero bocciò la pubblicazione per Mondadori di Contro passato prossimo.
Dissipatio H.G. è l’ultimo romanzo scritto da Guido Morselli, ovviamente anche questo resterà inedito. Siamo nel 1973 quando Morselli non regge più l’ennesimo rifiuto editoriale e si toglie la vita. Immediatamente dopo la sua morta scoppia il caso Morselli e si parla di come sia stato possibile negare la pubblicazione a uno scrittore così complesso e importante. Le solite cose italiane. Grazie a Adelphi la sua opera finalmente vide la luce.
Dissipatio H.G. oggi continua a scavare come un tarlo nelle coscienze.
Oggi che i pericoli di estinzione del genere umano sono molto più concreti e tragicamente imminenti di ieri, il romanzo apocalittico e post-apocalittico di Giudo Morselli lo leggiamo come una profezia che lascia il segno.
L’umanità misteriosamente è scomparsa, il genere umano si è dissolto. Non è rimasto nessuno in vita sul pianeta, tranne il protagonista del romanzo di Morselli che si ritrova solo, completamente solo in un mondo che non si è saputo giocare bene le sue possibilità di sopravvivenza.
In preda alla paura, il personaggio morselliano si muove dal suo rifugio in montagna e si dirige verso la città di Crisopoli in cerca di qualche altra presenza umana.
Dissipatio H.G. è un monologo interiore in cui il sopravvissuto cerca di ipotizzare le cause di questa catastrofe che ha portato alla fine dell’umanità sul pianeta Terra.
Con cinismo e una punta amara di ironia mista alla paura, l’unico uomo sopravvissuto cammina tra le macerie del mondo estinto e su tutta questa dissipazione riflette. Ma di una cosa è convinto e non nasconde la sua crudeltà nell’affermarlo quando in merito alla fine del mondo a cui sta assistendo afferma che non esiste alcuna escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose e poi aggiunge:

« Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi date troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipiedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro».

Non manca mai il vetriolo nelle pagine di Giudo Morselli. In Dissipatio H.G. per fortuna ne troviamo in quantità industriale, e nemmeno un grammo è andato sprecato, visto che oggi l’Apocalisse può contare sulla complicità di tutti gli esseri umani.
«Il pericolo essenziale – l’uomo – non c’è più» commenta il sopravvissuto in uno dei suoi deliri di solitudine, quasi pensando che il mondo potrà rinascere meglio adesso che l’uomo ( che Cioran definisce il cancro della terra) sì è tolto definitivamente di mezzo.

:: Mi manca il Novecento – Anche la letteratura è un’alternativa nomade: Bruce Chatwin a cura di Nicola Vacca

7 febbraio 2018

Bruce

Bruce Chatwin ci ha insegnato che il nomadismo non è una condizione di felicità.
È un’ «anatomia dell’irrequietezza». Uno stato d’animo che ci porta dal un luogo all’altro senza mai amarne uno.
«Che ci faccio qui?» Questo è l’interrogativo che porta il vero nomade in giro per il mondo. Unica meta la conoscenza.
Questa è, in sintesi, la carta d’identità di Chatwin, mente brillante nata nella regione dello Yorkshire il 13 maggio 1940.
Inizia a lavorare giovanissimo nel 1958 presso la prestigiosa casa d’aste londinese Sotheby’s.
Presto si interessa all’archeologia e sviluppa un interesse per i nomadi.
Nel 1973 viene assunto da Sunday Times Magazine come consulente per i temi dell’arte e dell’architettura. Qui presto scoprirà di avere un talento narrativo e la sua scrittura darà voce e corpo al suo carattere di uomo inquieto e itinerante.
A Parigi intervista l’architetto novantatreenne Eileen Gray; nello studio della Gray, Chatwin nota una mappa della Patagonia da lei dipinta. Nel breve scambio di battute che segue l’architetto invita Chatwin a partire per quel luogo al suo posto. Da lì a poco Chatwin parte per l’Argentina. Solo arrivato a destinazione informerà il giornale della sua partenza includendo le proprie dimissioni.
Il risultato dei primi sei mesi della sua permanenza sarà il libro In Patagonia (1977), che consacrerà la fama di Bruce Chatwin come scrittore di viaggi.
Da quel momento lo scrittore inglese non starà mai fermo. Il viaggio nomade diventerà la sua ragione di vita. Con i taccuini nello zaino e buone scarpe ,Bruce racconterà il mondo attraverso l’esperienza dei luoghi che visiterà.
Con una prosa semplice e evocativa Bruce Chatwin coinvolge il lettore nel suo continuo elogio del viaggio.
In tutti i suoi libri (in Italia pubblicati da Adelphi) lo scrittore inglese narra il suo spostarsi da un posto all’altro del pianeta coinvolgendo interamente il lettore, portandolo direttamente sulla scena della nuova meta raggiunta.
Bruce Chatwin è affascinato dal nomadismo perché per lui viaggiare significa affermare la propria esistenza. Andare per il mondo significa allo stesso tempo evadere e essere liberi.
Un continuo errare, il suo, che lo porterà sempre a essere inquieto e assetato di conoscenza, a non essere mai soddisfatto dell’ultimo luogo raggiunto perché il viaggio intorno al mondo è un modo ininterrotto di fare i conti con la propria coscienza.

«La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi».

Con queste parole Chatwin rivela il suo stato d’animo e inquieto di scrivere e viaggiare nel mondo. Errare è l’unica condizione che Chatwin conosce per essere.
Il maestro degli irrequieti che viaggia e scrive avendo una sola domanda nella testa:« qual è la natura dell’inquietudine umana?».
«L’alternativa nomade» porterà Chatwin in tutti gli angoli del pianeta. In ogni luogo l’ordinario è diventato meraviglioso.
L’immobilità è un malessere che vleva combattere. Bruce Chatwin si sentiva vivo solo in movimento. Fino alla fine è stato sempre nel viaggio, in fuga verso destinazioni nuove dove scrivere e incontrare persone che si portano dietro il loro bagaglio di esperienze e di sogni da condividere con un viandante come lui che ha fatto della sua vita il migliore dei suoi romanzi.
Verso la fine degli anni ‘80 Chatwin contrae il virus dell’HIV. Muore a Nizza l’8 gennaio 1989 a soli 48 anni.

:: Mi manca il Novecento – Il dibattito sul caso Silone e Uscita di sicurezza a cura di Nicola Vacca

1 febbraio 2018

Uscita di sicurezzaLa grandezza di Ignazio Silone risiede nell’attualità della sua opera. Oggi, purtroppo, Silone è uno scrittore poco letto. La straordinaria coerenza politica –intellettuale, che ha fatto dell’autore di Fontamara uno degli scrittori più irregolari del Novecento, merita considerazione e rispetto e soprattutto una rilettura onesta.
Silone è stato uno dei più attenti osservatori del suo tempo, un anticonformista capace di cogliere il fascino della seduzione ideologica per poi superarne profeticamente gli stessi contenuti.
La passione ideologica, infatti, muoverà il pensiero di Silone e lo condurrà fino al cuore del totalitarismo moderno (nel suo caso il comunismo) e poi alla definitiva rottura, che in seguito caratterizzerà la sua vicenda esistenziale prima ancora di quella politica. Dopo l’espulsione dal partito comunista si radicò nella sua coscienza la convinzione della necessità ideologica del tradimento nei confronti di ogni tentazione totalitaria.
Da quel momento in poi la figura di Ignazio Silone è stata oggetto di un duro attacco da parte dell’intellighenzia di sinistra che vedeva in lui un nemico da isolare e da abbattere. Lo scrittore nei suoi libri più importanti (Uscita di Sicurezza, La scuola dei dittatori) aveva denunciato il fallimento di un progetto ambizioso, il comunismo di matrice marxista, finito in una morsa tirannica e liberticida.
Silone, di ritorno da uno dei suoi numerosi viaggi a Mosca tra il 1921 e il 1927 nella qualità di membro della delegazione dei comunisti italiani, così scrive dei suoi colleghi russi:

«Ciò che mi colpì dei comunisti russi era l’assoluta incapacità di discutere lealmente di opinioni contrarie alle proprie. E il dissenziente, per il semplice fatto che osava contraddire, era senz’altro opportunista, se non addirittura un traditore ed un venduto».

Silone comprese, a proprie spese e sul campo, che il regime comunista nulla aveva a che fare con il concetto di libertà del pensiero occidentale.
Da quel momento con la sua opera egli si schierò apertamente dalla parte dell’uomo libero. E nella difesa ad oltranza della sua libertà, ma soprattutto della sua dignità, non rimaneva altro da fare che lasciare una testimonianza scritta e diretta dell’universo totalitario che aveva avuto la sfortuna di conoscere personalmente.

«Se la mia opera letteraria ha un senso, in ultima analisi, è proprio in ciò: a un certo momento scrivere ha significato per me l’assoluta necessità di testimoniare».

Silone è uno scrittore che non si dovrebbe mai smettere di leggere: ponendo al centro del suo pensiero sempre la libertà di giudizio nei suoi libri (in modo particolare nei saggi) ha descritto minuziosamente l’ingranaggio politico della nostra epoca, fornendo una interpretazione crudele, appassionata e inquietante dell’Italia contemporanea.
In tal senso, il libro di svolta è Uscita di sicurezza, una raccolta di scritti autobiografici che Ignazio Silone dà alle stampe nel 1965 in cui lo scrittore abruzzese con grande analisi e lucidità dà conto della sua disillusione nel confronti dell’ideologia.
Il nucleo centrale dei saggi che Silone mette insieme nel libro (si veda in proposito il saggio da cui prende il titolo l’intera raccolta) è rappresentato dalle tappe della sua militanza politica che lo porterà, dopo un viaggio in Unione Sovietica, alla fine del rapporto con il Partito Comunista.
In queste pagine Silone aderisce alla visione cristiana e individuale del socialismo e denuncia, dopo aver constato personalmente, la dittatura sovietica.
In piena guerra fredda, Silone prende definitivamente le distanze da quell’idea in cui aveva creduto e che si è rivelata totalitaria e oppressiva.
Nel saggio La lezione di Bubapest, dedicato ai fatti di Ungheria Silone scrive:

«Rinunziare, una volta per sempre, agli intermedari.Rinunziare a quelli che ci ordinano quando dobbiamo aprire gli occhi e quando dobbiamo chiuderli e che cosa dobbiamo pensare. Forse è questo, dopo la lezione ungherese, il dovere più importante degli intellettuali detti di sinistra. Dobbiamo apprendere dal popolo le sue verità, anche quelle nascoste, e fargli conoscere le nostre».

Ignazio Silone, come il suo amico Albert Camus, aveva scelto di essere un uomo in rivolta.
E nel saggio «La scelta dei compagni» (che si trova sempre in Uscita di sicurezza) a proposito del grande scrittore francese Silone scrive:

«Camus ci ha insegnato che anche da una rivolta che nasce dalla semplice pietà può ridare un senso alla vita».

Uscita di sicurezza ha molte affinità con L’uomo in rivolta di Albert Camus.
I due scrittori allo stesso modo si sono schierati dalla parte della libertà, andando sempre controcorrente, con dedizione alla causa, coltivando i medesimi ideali di giustizia sociale, stando sempre dalla parte dell’uomo e mai del potere.
Uscita di sicurezza è soprattutto il percorso intellettuale di Silone, testimone scomodo del suo tempo, sempre politicamente scorretto che ha servito la verità e si è schierato contro la mistificazione del pensiero.
Il libro è uno straordinario autoritratto politico – morale dell’uomo e dello scrittore Ignazio Silone a cui costò caro aver scritto, nell’Italia che aveva i Pci più organizzato d’Europa con il suo codazzo servile di intellettuali al seguito, «ci si libera dal comunismo come si guarisce da una nevrosi».

:: Mi manca il Novecento – Simenon, Maigret e la commedia umana a cura di Nicola Vacca

29 gennaio 2018

Simenon

Georges Simenon nei suoi libri riesce a dare voce agli aspetti più estremi della nostra psiche, e allo stesso tempo mette sulla pagina tutte le zone oscure del comportamento umano, smascherando sempre fragilità e debolezze di un conflitto dell’uomo con il sistema sociale e le sue infinite contraddizioni.
Tra gli scrittori più prolifici del secolo scorso, Simenon ha goduto di un enorme successo commerciale e la critica letteraria è stata sempre indecisa riguardo a una sua possibile classificazione in un genere.
Uno scrittore a tutto tondo che è riuscito a creare atmosfere suggestive e intense, ignorando finezze letterarie alle quali preferiva uno stile essenziale e nudo.
Il commissario Maigret è il risultato perfetto del suo modo di essere scrittore. Simenon ha creato un uomo comune e eccezionale. Acuto, saggio e paziente. Un funzionario di polizia un po’ stoico e po’ scettico che detesta gli abusi e la prepotenza, ma soprattutto non sopporta coloro che ritengono di sapere tutto.
Maigret, innamorato delle piccole cose della vita quotidiana, nel suo ufficio al Quai des Orfèvres in compagnia della sua pipa, vede passare sotto i suoi occhi fatti e persone di quella commedia umana di cui sente parte integrante.
Non possiede metodo di indagine, ma ha un grande fiuto. Maigret davanti a ogni inchiesta sostiene che la verità non bisogna scoprirla. L’unico modo per arrivare a essa non è il ragionamento ma il fervido sentire.
Maigret non ama il chiacchiericcio, si tiene lontano dalle parole inutili, conosce nei più piccoli dettagli l’arte di vivere che gli insegna la strada. Egli sa che vivere è il mestiere più difficile che ci sia, e mai si sottrae all’attraversamento del quotidiano che bisogna accettare per saper vivere nel mondo e con gli altri.
Il commissario Maigret è uno dei personaggi più riusciti della letteratura e Simenon con tutte le sue maschere è senza dubbio tra gli scrittori più importanti del Novecento.
Georges Simenon non finirà mai di stupirci.
Nei romanzi duri (come egli stesso definiva i suoi romanzi “letterari”) la psicologia umana è scandagliata nel profondo. Nelle sue pagine noi esseri umani ci ritroviamo senza maschera con le nostre debolezze e le nostre solitudini.
Pochissimi scrittori sono riusciti a entrare dentro l’uomo. Qui sta la sua grandezza.
Simenon è magistrale nel rappresentare le deviazioni perverse di cui siamo capaci, a entrare nei coni d’ombra della nostro cervello che spesso senza alcun motivo innescano cortocircuiti devastanti.

:: Le voci infinite della poesia di Claribel Alegría, a cura di Nicola Vacca

26 gennaio 2018

alegria«Claribel Alegría è venuta a mancare in modo totalmente atteso. Non aveva vent’anni, non aveva cinquant’anni o sessant’anni da dire aveva ancora molto davanti. Claribel aveva novantatrè anni e attendeva di ricongiungersi al suo Bud, il suo amore di sempre. Lo sapevamo, lo sapeva. E soprattutto lo sappiamo con la consapevolezza che Claribel aveva fatto molto nella vita, aveva dato tanto a questo mondo. Tanto da far apparire la sua morte quasi una festa, pur triste, la normale e giusta epifania per una donna e una poeta che ha segnato il Novecento. E a noi resta il dovere e la responsabilità di ricordarla attraverso quello che ha dimostrato con il suo esempio e con i suoi versi. A noi resta l’importanza di chiederci cos’è la vita appoggiandoci su quello che lei ha fatto e scritto. Perché questo in ultima istanza fa un uomo, fa un donna, fanno i poeti. Dicono cos’è la vita».

Così Samuele editore, che ha pubblicato Voci (nella traduzione di Zingonia Zingone e Marina Benedetto) libro con cui Clarabel si è aggiudicato nel 2016 il Premio Internazionale Camaiore, dà la notizia della morte della poetessa nicaraguense.
Claribel Alegría è tra le maggiori esponenti della letteratura centro e sud americana. Poetessa tradotta in 15 lingue, classe 1924, fu apprezzata dal premio Nobel Juan Ramón Jiménez.
La sua poesia è chiarezza pura che sfida i territori contorti dell’implicito. Nei suoi versi Claribel ascolta il mondo e preferisce la parola nuda per rivolgersi alla condizione umana e raccontarne tutta la bellezza, comprese le sue fragili contraddizioni.
Voci è un prezioso gioiello poetico in cui Claribel con uno sguardo al suo vissuto intenso redige un testamento in versi da lasciare ai suoi pronipoti.
Parole forti e un linguaggio semplice e mai banale con cui la poetessa si interroga, anche con ironia, sull’ esistenza. Al centro della sua creazione poetica troviamo la morte, il tempo, l’amore, la perdita e soprattutto quella necessità di testimoniare un desiderio intenso di vivere.
Vanno ascoltate le voci infinite di Claribel Alegría. Voci che affondano in una poesia pura che non si nasconde e che nulla vuole nascondere.
In tutte le voci di Claribel c’è la voce unica della poesia necessaria che è la cosa più possibile su questa terra dove tutto sta diventando impossibile.

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«Queste voci – scrive Zingonia Zingone nella prefazione – parlano delle paure, dei dubbi, della certezza anelata e l’incertezza che prende il sopravvento».

Srivere è stato il suo modo di stare sola, ma allo stesso tempo la possibilità di regalare tutte le voci infinite della sua coscienza a noi che la leggiamo e a chi dopo di noi resterà.
Così nasce la grande poesia, e Claribel resterà nella memoria una poetessa umilmente immensa che nella schiettezza della parola nuda conosce la consapevolezza del distacco ma evita di consumarsi nella nostalgia. Ha scritto poesie senza mai tradire le parole e la vita, certa che un segnale sarà avvertito in questo tempo di allarmi.

Testamento

Vi lascio una scala
traballante
incompiuta
Con qualche scalino rotto
alcuni marci
e più di uno
Intero.
riparatela
mettetela in piedi
saliteci sopra
salite
fino a toccare la luce.