Yeruldelgger regardait avec horreur ce que sa Mongolie pouvait devenir. Dans les forêts dépecées, il voyait ses steppes lardées de mines à ciel ouvert. Dans les quartiers d’isbas de mauvais bois où se résignait un sous-prolétariat désœuvré, il reconnaissait ceux des yourtes à Oulan-Bator où se desséchaient les vieilles grands-mères pendant que les vieux nomades s’imbibaient de vodka chinoise de contrebande. Et les mêmes immeubles à la soviétique qui se délitaient entre des route précaires et des rues défoncées. Il sentit son âme enfler d’un terrible découragement.
Tra i tanti libri che non arrivano da noi, ma sono nel resto del mondo successi planetari, quasi per caso ho scoperto Les temps sauvages (Éditions Albin Michel, 2015) di un autore, Ian Manook, mai sentito prima, ma che sono certa incuriosirà qualche scout di buona volontà. E’ un vero peccato non potere leggere questo libro in traduzione, ma armata di vocabolari vari (online e cartacei), e santa pazienza, mi sono lanciata nell’impresa di leggerlo in francese.
Prima di parlare del libro qualche accenno sull’ autore e sul suo primo libro Yeruldelgger che l’ha fatto conoscere a livello internazionale. Les temps sauvages è infatti il secondo volume di una serie, che tranquillamente potete leggere come volume unico, anche se a dire il vero ci sono parecchi rimandi al libro precedente.
Ian Manook è uno pseudonimo, il suo vero nome è Patrick Manoukian, classe 1949, nato in una famiglia di origini armene. Credo che la sua vita sia altrettanto interessante quanto i suoi romanzi che nascono forse dal suo essere un viaggiatore, prima che uno scrittore, un giornalista, un editore, un pubblicitario. Dall’età di 18 anni ha percorso gli Stati Uniti e il Canada, in lungo e in largo, in autostop e si narra che sia l’unico beatnick ad aver attraversato l’est e l’ovest degli Stati Uniti in tre giorni per partecipare al festival di Woostock. Di aneddoti così ne avrà a bizzeffe da raccontare accanto al camino nei lunghi inverni. Un tipo da conoscere, insomma.
Nel 2013 se ne uscì con un polar che aveva la peculiarità di essere ambientato in Mongolia. Fu un successo straordinario, premi a non finire dal Prix des lectrices de ELLE, al Prix SNCF du polar, al Prix Quai du Polar.
Credo che il segreto di questi libri risieda principalmente nell’ambientazione insolita, il fatto che la storia si svolgesse in Mongolia fu la stessa ragione per cui lo notai tra i tanti libri nel depliant pubblicitario. Ma non solo, unisce tre generi e lo fa in modo originale e insolito: in primo luogo il classico romanzo di avventura, ampi spazi, cieli incontaminati (ciels bleus comme des laques percés), neve, ghiaccio, steppe; il romanzo poliziesco, con poliziotti, un’ inchiesta e i più avveniristici strumenti tecnologici ( e sì Internet c’è anche in Mongolia); e infine il sano e vecchio thriller, ogni pagina un colpo al cuore, adrenalina pura. In più, i personaggi hanno profondità, la storia coerenza narrativa, c’è critica sociale (si parla per esempio delle conseguenze della disgregazione dell’URSS sulle popolazioni locali, di corruzione, di inquinamento), un certo spirito ambientalista, riflessioni filosofiche, descrizioni dettagliate di luoghi, usi e costumi e termini così lontani da noi, che piano piano diventano familiari. In parte Les temps sauvages mi ha ricordato Il senso di Smilla per la neve, almeno i suoi lati migliori.
L’inizio è canonico, viene rinvenuto un cadavere:
Le cadavre d’une femelle yack eventrée sur la carogne fracassée d’ un cheval, par moins vingt-cinq de grés à cinq cent kilometres d’ Oulan- Bator, ce n’etait pas vraiment une enquete pour la criminelle.
Ma le sorprese non sono finite, oltre al cavallo c’è anche cosa resta del suo cavaliere:
la jambe bottée, le pied encore dans l’étrier qui dépassait entre le dos gelé du cheval mort et la panse vitrifiée du yack.
Nello stesso momento, nella zona del massiccio del Otgontenger, Yeruldelgger è stato chiamato da un ornitologo che ha trovato un pezzo di femore umano.
– Une scene de crime? Tu veux dire que…
– Que c’est un os humain, parfatement. Un bout de fémur humain, pour etre précis. Très certainment un femur gauche, d’ailleurs.
E questo è solo l’inizio di una intricatissima indagine che vede coinvolti i servizi segreti, i militari, per non parlare di lotte intestine all’interno della polizia. Insomma c’è di tutto, tutto il necessario per tenere desta l’attenzione del lettore. Un bel libro insomma, forse solo un po’ brutale in alcune parti.
Concludo col dire che Les temps sauvages è finalista al Prix Tenebris 2016, per il miglior romanzo poliziesco di lingua francese distribuito in Quebec, assieme ad altri quattro libri: Du sang sur les lèvres di Isabelle Gagnon (Héliotrope); L’affaire Myosotis di Luc Chartrand (Québec Amérique); La pieuvre di Jacques Saussey (Du Toucan); e Faims di Patrick Senécal (Alire). Il vincitore sarà proclamato il 22 maggio durante il festival “Les Printemps meurtriers de Knowlton” .
Ian Manook è giornalista, editore, pubblicitario e romanziere. Yeruldelgger è il suo primo romanzo, pubblicato nel 2013 per l’Éditions Albin Michel. Les Temps sauvages è il secondo volume della serie di Yeruldelgger, personaggio che conduce il lettore sulle steppe della Mongolia ai confini con la Russia e la Cina.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Aurore dell’Ufficio Stampa Michel Albin.

Ho scritto queste pagine nel novembre del 1996. Le giornate sono spesso piovose. Domani entreremo nel mese di dicembre e saranno trascorsi cinquantacinque anni dalla fuga di Dora. Viene buio presto e tanto meglio: la notte cancella il grigiore e la monotonia di quelle giornate di pioggia in cui ci si chiede se è davvero giorno o se si stia attraversando uno stato intermedio, una specie di eclissi smorta che si prolunga sino alla fine del pomeriggio. Allora i lampioni, le vetrine, i bar si accendono, l’aria della sera è più viva, i contorni delle cose più netti, vi sono ingorghi agli incroci e la gente si accalca nelle strade. E in mezzo a tutte quelle luci e a quell’agitazione stento a credere di essere nella stessa città in cui si trovavano Dora Bruder e i suoi genitori, e anche mio padre quando aveva vent’anni meno di me. Ho la sensazione di essere il solo a reggere il filo che collega la Parigi di quell’epoca alla Parigi di oggi., il solo che si ricordi di tutti questi particolari. A volte il filo si assottiglia e rischia di rompersi, altre sere la città di ieri mi appare con riflessi furtivi dietro quella di oggi.
Philippe Djian può piacere o non piacere, è un autore che non conosce mezze misure.
Breve romanzo d’esordio, poco più di 150 pagine, di Hoai Huong Nguyen, scrittrice e poetessa francese di origini vietnamite, L’ombra dolce (L’ombre douce, 2013), tradotto da Marcella Uberti-Bona e pubblicato in Italia da Guanda (in Francia da
Dalla Francia arriva un nuovo autore da tenere d’occhio, per tutti gli amanti del thriller alla Grangè per intenderci. Si chiama Bernard Minier, e i più avveduti forse non si sono fatti scappare Il demone bianco, (da noi recensito da Stefano Di Marino, con toni più che lusinghieri anche da un punto di vista tecnico,
“Medico di padre in figlio, vi invidio” aveva detto Declercq, ma più che la scelta di un mestiere era l’ammirazione che provavo per l’uomo, per la sua dirittura morale e il suo senso di responsabilità, che mi legava a lui. Anche se avevo deciso di minimizzare i fatti, alla fine gli raccontai tutto, le piaghe aperte, abissali, che privavano i volti dei nasi, della bocca, delle mascelle, e ci costringevano a iniettare nei feriti acqua e caffè con una sonda inserita nell’esofago, gli occhi terrorizzati, le mani coperte di sangue, di terra, di merda, i corpi proiettati in aria, tagliati in due, disintegrati, i corpi in putrefazione immersi nel fango dei parapetti, sopra i quali marciavano i soldati affondati nella terra, i corpi formicolanti di larve e mosche, sì, raccontai tutto, tutto ciò che evitavamo di raccontare tra colleghi perchè dovevamo mostrarci duri e coraggiosi, e alla fine, senza respiro, sul punto di scoppiare a piangere, mi abbandonai al suo abbraccio, al conforto dei suoi “ragazzo mio”, e ” Raymond, mio caro figlio”.
Vincitore del Grand Prix de littérature policière 2012, Arab Jazz (Arab Jazz, 2012) di Karim Miské è un interessante polar francese che rischia, ingiustamente, di passare inosservato. E sarebbe un peccato. Pubblicato in Italia da Fazi e tradotto da Maurizio Ferrara, questo romanzo è l’opera d’ esordio di Karim Miské, nato in Costa d’Avorio da madre francese e padre mauritano, ma cresciuto in Francia, fulgido esempio dello stile di vita cosmopolita parigino che emerge in tutte le sue sfaccettature in questo romanzo, notevole sia per stile, la sua scrittura originale, quasi impressionista, è la prima cosa che noterete iniziando a leggere il romanzo, che per ambientazione e tematiche.
Irène ne avrebbe fatto una malattia. Resto ancora un momento li fuori, appoggiata al muro di casa, tra il pallore del crepuscolo e l’odore di carta bruciata. Non ha mai smesso di andarlo a trovare, di mantenere un contatto, un legame fisico con lui, la cosa scatenava violente discussioni tra me e lei, soprattutto all’inizio, ma non per questo ha rinunciato a una sola delle sue maledette visite. Eppure sa Dio se manifestava rancore nei suoi confronti al pensiero di quello a cui ci aveva costrette, i conti da pagare, gli insulti, le fughe e così via, ma tornava a trovarlo ancora e ancora, rendendomi sempre più pazza di rabbia perché non la capivo e lei faticava a spiegarsi, restava volutamente sul vago. Non mi avrebbe mai perdonato di aver dato fuoco a quelle foto. La sento già accusarmi di aver ucciso quell’ uomo una seconda volta – sembra impossibile.
Non capita tutti i giorni di leggere un thriller ben strutturato, ben condotto e che valga il prezzo sempre molto alto considerati i tempi di quasi venti euro. Il demone bianco è un thriller francese che soddisfa perfettamente l’appassionato (anche se è un lettore uomo e non una lettrice di Elle il cui giudizio trionfalistico viene ripetuto più volte nella cover come se fosse un libro di narrativa femminile). Siamo pur sempre nell’area coperta da Grangè, la Vargas e Thrillez ma l’approccio, il ritmo narrativo e diversi twist nella soluzione sono più che accattivanti. Già l’immagine del cavallo appeso tra le nevi all’estremità di una teleferica in un impianto nei Pirenei ha qualcosa di malsano, intrigante. Che poi nelle vicinanze ci sia quello che una volta veniva definito ‘manicomio criminale’ con l’equivalente svizzero del dottor Lecter, un apparente Mad Doctor e la sua assistente simil Ilsa confermano che ci troviamo in una storia di grande attrattiva. Servaz, poliziotto cittadino, pantofolaio, incasinato ma insofferente alla burocrazia, all’autorità e al potere costituito, comincia con la collega della gendarmeria Ziegler un’indagine che, malgrado le accuse dei superiori, un po’ prende sottogamba. Fa male perché quasi subito viene trovato il DNA del pazzo che pure sembra recluso senza speranza in fondo alla sua cella e due guardiani della centrale dopo una poco convincente testimonianza si dileguano. Intanto Diane Berg, psicologa amante del suo mentore e decisa a farsi strada da sola, arriva distaccata all’ospedale psichiatrico, accolta eufemisticamente con freddezza. Subito qualcosa la colpisce. Qualcosa di spaventoso. C’è del marcio in quella clinica. In tutta la valle, si direbbe perché pochi giorni dopo ecco un altro omicidio rituale. Questa volta tocca a un farmacista, componente di un gruppo di ‘amici da una vita’ di cui fan parte anche il sindaco e altri notabili. L’indagine assume connotati sinistri quando il sospetto tocca gli stessi poliziotti, i magistrati si mostrano stupidi e arroganti e compaio figure del passato. Soprattutto il folle omicida fornisce un indizio. La pista di un gruppo di giovani suicidi di molti anni prima conduce a una colonia, di quelle per ragazzi poveri. E Servaz comincia a guardare quelle valli, quelle montagne innevate con sempre maggior timore. Le sente echeggiare di antiche crudeltà, di crimini impuniti, di un odio cieco e irrefrenabile. La morte del cavallo è stata solo l’inizio e la storia procede rapidamente e piena di colpi di scena. Come dicevo un ottimo thriller, sebbene sia convinto che il genere abbia i suoi tempi e , dopo le 350 pagine, comincia a mostrare un po’ di stanchezza. Di sicuro un’ottima lettura e una lezione per molti che si cimentano nel genere senza averne comprese realmente le meccaniche. Io sono convinto che potremmo sfornare anche noi romanzi di questa qualità se gli autori ponessero un po’ più di attenzione alla confezione del prodotto rispetto al loro ego e gli editori non avessero la pretesa di volere dai nostri narratori opere simili a successi stranieri e, alla fine, promuovessero come si deve il prodotto nostrano. Strategia che avviene in Francia ma qui sembra completamente assente dalle logiche del marketing.
Mandorle amare (Les amandes amères, 2011) di Laurence Cossé, edito in Italia da Edizioni e/o e tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca, è un breve romanzo sull’amicizia che nasce tra due donne diverse in tutto eppure legate da un legame fortissimo e commovente. E’ una storia delicata, lieve, a tratti drammatica ma nello stesso tempo capace di parlare di solidarietà, altruismo, e apertura all’altro in un mondo dove l’indifferenza e l’egoismo sembrano prevalere.
Marc era convinto che ce l’avessi proprio con lui per l’imprecisato numero di tonnellate di veleni riversatosi nel fiume. Certo, lì per lì avevo avuto uno scatto. Come chiunque altro. Ma l’indomani mattina ero tornato al lavoro alla Camex- Largaud. Come qualunque abitante di Hénochville. Una piccola arrabbiatura che non esplodeva, anzi andava spegnendosi prima ancora di uscire di bocca. Quanto a me, se gli avevo dato”dell’assassino”era per ragioni vaghe, perse nei meandri dell’amicizia. Riguardo ai pesci morti, certo, lo ritenevo un assassino. Ma non meno di me o Thomas, non meno di un qualsiasi impiegato della Camex-Largaud, non meno del più piccolo negoziante della città. Tutto qui. Eravamo invischiati in questa situazione da talmente tanto tempo che preferivamo non pensarci.
























