Viva la muerte! (J’aurai la peau de Salvador, 1949) è un bellissimo e amaro noir di André Héléna, pubblicato da Aisara e tradotto dal francese da Giovanni Zucca.
Ambientato in Spagna durante la Guerra Civile, e subito dopo l’avvento di Franco, e scritto qualche anno prima di Massacres à l’anisette (1955), altro noir di Héléna con ambientazione spagnola, ha per protagonista Josè Ruiz un delinquente di strada abituato sin da ragazzo a cavarsela con espedienti, furti e piccole rapine.
Nel prologo assistiamo all’incontro di Josè con un uomo in un bistrot di esuli di Montmartre.
Sarà per nostalgia, sarà per l’alcool, Josè inizia a raccontare allo sconosciuto la sua vita, la sua giovinezza in Spagna, il suo amore tormentato per Conchita, il suo odio per Salvador, un ex complice di una rapina al Banco de España scappato con buona parte del bottino.
Viva la muerte! è infondo la storia di una vendetta perseguita come unica ragione di vita da un uomo che infondo ha perso tutto, non in ultimo l’amore di Conchita, suo grande amore adolescenziale, divenuta proprio la donna di Salvador.
E’ la storia narrata in prima persona di un uomo votato alla solitudine nella più autentica tradizione noir.
Ero come un lupo solitario che vaga, d’inverno, nei boschi ormai spogli. Non può avvicinarsi a niente e a nessuno. Qualunque essere incontri, è un nemico. E’ votato alla solitudine. Era proprio così. Ero condannato a restare solo. In trincea contro il mondo, un indesiderabile, un uomo da abbattere, un lupo rabbioso. Insomma, niente per cui essere contenti e rendere grazie al Cielo.
Amarezza, melanconia, disincanto si uniscono ad un soffio poetico che quasi stride con il linguaggio duro, basso, anche volgare sicuramente inconsueto per il periodo in cui fu scritto.
La modernità di Héléna è senz’altro la caratteristica più rilevante e quasi sconcertante. Pensare che questo libro fu pubblicato nel 1949 lascia in effetti una sensazione di stupore misto a meraviglia.
L’abilità con cui alterna il registro sentimentale e poetico a riflessioni amare e non prive di un certo cinismo, pensiamo solo alle considerazioni che fa fare al protagonista sulle donne, velate di pura misoginia, è senz’altro la cifra distintiva del suo stile personale e originale che gli ha fatto giustamente guadagnare il titolo di Prince Noir.
Non ci sono ideali politici a nobilitare i comportamenti dei personaggi: Josè quasi per caso si unisce a degli anarchici, Salvador per interesse diviene falangista.
Héléna non ammanta la storia di retorica comune, e lo si nota specialmente nel suo antimilitarismo dichiarato che gli fa dire frasi lapidarie come:
appena un uomo ha una divisa addosso, diventa un malvivente.
Per gli appassionati di Héléna e del noir, da non perdere.
André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.



Ringraziavo il cielo per avermi dato la letteratura. Ringraziavo la letteratura per avermi dato un lavoro, per aver provveduto ai bisogni della mia famiglia, avermi fatto conoscere il brivido del successo, avermi punito, elevato, e oggi la ringrazio per la mano che ancora mi tendeva, ma sarebbe bastata? La letteratura avrebbe avuto il ruolo di sempre nella mia vita, adesso che ero solo e la polvere si posava?
Avevano paura solo dei carabineros, loro sì che avevano l’autorità per chiedere i documenti. Conclusione bisognava evitare i gendarmi. Ma per l’appunto quei tizi arrivano sempre quando non devono. Per ora l’essenziale era superare quella dannata curva. Dopodiché avrebbero probabilmente trovato un paesaggio più aperto e avrebbero potuto vedere cosa conveniva fare. Ma in fondo al suo cuore Justin non vedeva nessuna soluzione. Era convinto che fossero tutti in trappola, come topi. No non avevano nessuna possibilità di cavarsela, ci sarebbe voluto un miracolo e raramente il buon Dio sta dalla parte dei gangster.
Marc è un artista, uno scultore di successo, quasi cinquantenne, fondamentalmente egoista, incapace di tenersi una donna, incapace di comunicare con suo figlio, non un fallito questo no, ma un uomo che lascia che la vita lo attraversi senza fare troppa resistenza. Alcool, droghe, donne, anche degli amici, l’importante è stare bene, giocarsi le sue carte. Alexandre, il figlio, è un diciottenne trascurato, cresciuto senza madre, un ragazzo per certi versi fragile che decide di lasciare questo mondo platealmente, sparandosi al centro di una mondanissima festa e crollando sul buffet. Poi c’è Gloria la ragazza di Alexandre che Marc raccoglie ubriaca in una pozza di vomito sul metrò e la porta a casa con il nobile intento di prendersi cura di lei, lui che non ha mosso mai un dito per gli altri, nemmeno per suo figlio. Gloria lo sa, lo conosce e vuole vendetta, come Alexandre che col suo gesto a suo modo voleva la stessa cosa. Marc si interroga, si analizza, cerca di comprendere il gesto del figlio, cerca di assolversi. Marc, Alexandre, Gloria questo è il triangolo al centro di Vendette di Philippe Djian edito in Italia da Voland a pochi mesi dall’edizione francese Gallimard. Djian è un autore di culto in Francia, adorato dalla critica che lo ricopre di premi, uno scrittore di noir che per molti versi ripropone sempre uno schema fisso rivisitato in mille sfumature e celebre soprattutto per 37°2 al mattino portato al cinema come Betty Blue con Beatrice Dalle. Vendette è il primo Djian che leggo e mi sono accostata al libro con notevoli aspettative, sperando di porre l’autore accanto al mio personale pantheon formato da autori come Andrè Helena e Derek Raymond. La prima impressione è piuttosto conflittuale, da un lato mi piace come accosta le parole, il suo stile, la musica che quasi emerge dalle righe e si vede che è frutto di un lavoro ostinato sulla lingua e non di improvvisazione ma la sua scelta di frammentare il tessuto narrativo, passando dalla prima alla terza persona in continuazione con sincopata naturalezza, un po’ mi ha spiazzato, costringendomi a spezzare spesso il pensiero e a ricrearmi la trama quasi prendendo appunti. A parte questo è un libro notevole, interessante, che si legge per il piacere di sentire le parole concatenarsi l’una all’altra con la consapevolezza che l’autore non si è limitato a sporcare la pagina bianca di inchiostro come succede a volte. Leggerò sicuramente Imperdonabili premio Jean Freustie 2009 , Incidenze e terrò per ultimo 37°2 al mattino. Traduzione di Daniele Petruccioli.
Me ne andrò a coltivare cavoli insieme a Francine e a Paic Lavatrice, lontano da questo disastro, lontano da quella che chiamano “felicità”.
Cinematograficamente parlando André Héléna non fu quasi per nulla fortunato. Il suo amore per il cinema nato in un primo tempo dalle sue collaborazioni con la radio non fu ricambiato nonostante i suoi vani tentativi portati avanti quasi con disperata ostinazione. Non che non ci furono progetti cinematografici, anzi anche il grande Jean-Pierre Melville si interessò e progettò di girare alcuni film dalle sceneggiature che André Héléna avrebbe scritto tratte dalle sue opere ma per motivi oscuri, presumo per motivi di budget, ma non escludo anche divergenze artistiche tra il regista e Héléna, tutto si impantanò e lo stesso avvenne con il meno famoso Jean Rollin.
Arnaud Delalande, raffinato autore de La Trappola di Dante, torna in libreria per la Nord Edizioni con un nuovo interessante romanzo storico-avventuroso con venature noir che ha per titolo Il traditore di Versailles, tradotto dal francese, in maniera fluente e sontuosa, da Claudia Lionetti.
























