La tranquilla sicurezza che ostentava, l’andatura disinvolta, la franchezza dei lineamenti non lasciavano trasparire la sofferenza dell’ufficiale. Non aveva intenzione di farla finita veramente con quella guerra, di darle degna sepoltura come avevano fatto i genitori, spugne silenziose di un secolo senza speranze. Voleva toccare il fondo, senza mai mentire a se stesso, perdervisi, farsi intimo dell’insondabile nella sua discesa vertiginosa verso l’innominabile di cui tanti credono di liberarsi attraverso un salutare mutismo.
Primavera del ’45. La Germania nazista è ad un passo dalla resa. Il Reich di Hitler, che secondo gli alti proclami del regime avrebbe dovuto durare mille anni, si sgretola inesorabilmente sotto l’avanzata degli Alleati.
Il capitano francese Louyre, l’eroe di Montecassino dove le pallottole trapassavano gli uomini così come trapassavano l’aria, come se niente fosse, si ritrova al comando di un contingente incaricato di occupare un importante cantone rurale nel sud della Germania.
Nelle campagne circostanti alla piccola città dove sorge il suo quartier generale, in una fattoria isolata abitata solamente da una ragazzina di quindici anni, Maria Richter, denutrita e stremata, che attende il ritorno del padre dal fronte russo come unica ragione di vita, il capitano scopre i resti carbonizzati di un uomo sconosciuto.
Chi è ? Chi l’ha ucciso? Può essere un’assassina quella ragazzina pelle e ossa? Una cannibale, come sospetta il maresciallo Hubert?
Louyre abituato nella sua vita da civile ad osservare le stelle, con lo spirito rigoroso e analitico dell’ astronomo, vuole cercare di capire, sente che quella morte è importante. Prende in carico la ragazzina e inizia una sua personale indagine, ostinatamente convinto che anche quella singola morte, in un mare di milioni di morti, meriti verità e giustizia.
Le reticenze, le mezze verità sussurrate con imbarazzo dagli abitanti del luogo portano Louyre a domandarsi quale oscuro mistero sia nascosto in quella regione, che segreti nasconda l’ospedale, l’edificio imponente che domina la città e sembra che la tenga in suo potere. Con l’ex sindaco e il prete, che stranamente vuole prendersi in carico Maria Richter, si reca a visitare quel luogo sinistro, vuoto, senza più mobili, umido, custode di qualcosa di oscuro che sembra inestricabilmente legato alla morte di quello sconosciuto di cui ha trovato i resti.
Continuando le indagini e leggendo le lettere che il padre di Maria le aveva inviato dal fronte, Louyre identifica il colpevole di quell’isolato delitto e qualcosa di ancora più terribile: fa luce sulle azioni efferate di un uomo plasmato dall’ideologia nazista, un uomo che mette con le spalle al muro e più che volere per lui un processo, gli estorce una confessione, una dolorosa conversazione che porterà a galla una delle pagine più atroci della Seconda Guerra Mondiale.
L’insonnia delle stelle (Tropea editore), tradotto con delicatezza e sensibilità da Silvia Fornasiero, è un libro bellissimo che contrappone agli orrori della storia un soffio di tenerezza tanto lieve quanto sconvolgente. Il legame tra Louyre e la piccola Maria da solo si oppone alla follia e alle barbarie ed è commovente vedere quanto sia tutto ciò che rimane alla fine della lettura: l’innocenza e la purezza di un sentimento che da solo impedisce alla tragedia di schiacciare tutto ciò che rende l’uomo “umano”.
Stranamente più che il confronto tra i due antagonisti della vicenda, il militare francese, poco portato ad essere un militare secondo i suoi superiori e il dottor Halfinger, ex direttore dell’istituto di convalescenza della città, è proprio il tenero legame tra Louyre e Maria a innescare una riflessione dolente e amara su ciò che l’uomo è capace di fare quando si pone al di là del bene e del male.
L’umanità di Louyre, il suo senso morale, il suo interrogarsi sulla natura ultima che tutti ci accomuna porta questo romanzo in un piano più alto che quello di una semplice indagine poliziesca. Lo stile limpido di Dugain, la sua capacità di descrivere con poche parole quasi scarnificate, sentimenti, riflessioni, anche condanne sono assolutamente rari e permette al lettore di fare una esperienza quasi catartica.
Sicuramente uno dei più bei libri sulla Seconda Guerra Mondiale che abbia mai letto.
Marc Dugain è nato nel 1957 in Senegal, dove ha vissuto fino all’età di sette anni, per poi trasferirsi in Francia. Laureatosi in Scienze Politiche, è diventato capitano di una compagnia d’aviazione. Dal 2001 si è stabilito in Marocco. Il suo primo romanzo, La stanza degli ufficiali, ha vinto diciotto premi letterari. Gli altri titoli: La maledizione di Edgar, Un’esecuzione ordinaria.
Suorce: libro inviato dall’editore. Si ringrazia l’ Ufficio stampa Tropea.
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Ringraziavo il cielo per avermi dato la letteratura. Ringraziavo la letteratura per avermi dato un lavoro, per aver provveduto ai bisogni della mia famiglia, avermi fatto conoscere il brivido del successo, avermi punito, elevato, e oggi la ringrazio per la mano che ancora mi tendeva, ma sarebbe bastata? La letteratura avrebbe avuto il ruolo di sempre nella mia vita, adesso che ero solo e la polvere si posava?
Avevano paura solo dei carabineros, loro sì che avevano l’autorità per chiedere i documenti. Conclusione bisognava evitare i gendarmi. Ma per l’appunto quei tizi arrivano sempre quando non devono. Per ora l’essenziale era superare quella dannata curva. Dopodiché avrebbero probabilmente trovato un paesaggio più aperto e avrebbero potuto vedere cosa conveniva fare. Ma in fondo al suo cuore Justin non vedeva nessuna soluzione. Era convinto che fossero tutti in trappola, come topi. No non avevano nessuna possibilità di cavarsela, ci sarebbe voluto un miracolo e raramente il buon Dio sta dalla parte dei gangster.
Marc è un artista, uno scultore di successo, quasi cinquantenne, fondamentalmente egoista, incapace di tenersi una donna, incapace di comunicare con suo figlio, non un fallito questo no, ma un uomo che lascia che la vita lo attraversi senza fare troppa resistenza. Alcool, droghe, donne, anche degli amici, l’importante è stare bene, giocarsi le sue carte. Alexandre, il figlio, è un diciottenne trascurato, cresciuto senza madre, un ragazzo per certi versi fragile che decide di lasciare questo mondo platealmente, sparandosi al centro di una mondanissima festa e crollando sul buffet. Poi c’è Gloria la ragazza di Alexandre che Marc raccoglie ubriaca in una pozza di vomito sul metrò e la porta a casa con il nobile intento di prendersi cura di lei, lui che non ha mosso mai un dito per gli altri, nemmeno per suo figlio. Gloria lo sa, lo conosce e vuole vendetta, come Alexandre che col suo gesto a suo modo voleva la stessa cosa. Marc si interroga, si analizza, cerca di comprendere il gesto del figlio, cerca di assolversi. Marc, Alexandre, Gloria questo è il triangolo al centro di Vendette di Philippe Djian edito in Italia da Voland a pochi mesi dall’edizione francese Gallimard. Djian è un autore di culto in Francia, adorato dalla critica che lo ricopre di premi, uno scrittore di noir che per molti versi ripropone sempre uno schema fisso rivisitato in mille sfumature e celebre soprattutto per 37°2 al mattino portato al cinema come Betty Blue con Beatrice Dalle. Vendette è il primo Djian che leggo e mi sono accostata al libro con notevoli aspettative, sperando di porre l’autore accanto al mio personale pantheon formato da autori come Andrè Helena e Derek Raymond. La prima impressione è piuttosto conflittuale, da un lato mi piace come accosta le parole, il suo stile, la musica che quasi emerge dalle righe e si vede che è frutto di un lavoro ostinato sulla lingua e non di improvvisazione ma la sua scelta di frammentare il tessuto narrativo, passando dalla prima alla terza persona in continuazione con sincopata naturalezza, un po’ mi ha spiazzato, costringendomi a spezzare spesso il pensiero e a ricrearmi la trama quasi prendendo appunti. A parte questo è un libro notevole, interessante, che si legge per il piacere di sentire le parole concatenarsi l’una all’altra con la consapevolezza che l’autore non si è limitato a sporcare la pagina bianca di inchiostro come succede a volte. Leggerò sicuramente Imperdonabili premio Jean Freustie 2009 , Incidenze e terrò per ultimo 37°2 al mattino. Traduzione di Daniele Petruccioli.
Me ne andrò a coltivare cavoli insieme a Francine e a Paic Lavatrice, lontano da questo disastro, lontano da quella che chiamano “felicità”.
Cinematograficamente parlando André Héléna non fu quasi per nulla fortunato. Il suo amore per il cinema nato in un primo tempo dalle sue collaborazioni con la radio non fu ricambiato nonostante i suoi vani tentativi portati avanti quasi con disperata ostinazione. Non che non ci furono progetti cinematografici, anzi anche il grande Jean-Pierre Melville si interessò e progettò di girare alcuni film dalle sceneggiature che André Héléna avrebbe scritto tratte dalle sue opere ma per motivi oscuri, presumo per motivi di budget, ma non escludo anche divergenze artistiche tra il regista e Héléna, tutto si impantanò e lo stesso avvenne con il meno famoso Jean Rollin.
Arnaud Delalande, raffinato autore de La Trappola di Dante, torna in libreria per la Nord Edizioni con un nuovo interessante romanzo storico-avventuroso con venature noir che ha per titolo Il traditore di Versailles, tradotto dal francese, in maniera fluente e sontuosa, da Claudia Lionetti.
Sembra di vederlo ancora Lino Ventura nei panni di Maurice, simpatica canaglia che per vendicarsi del tradimento della sua ‘bella’ spara a lei e al suo amante, facendo secco anche un altro personaggio che si trova sulla sua strada in piena Parigi occupata dai Nazisti. Disgraziatamente il ganzo della fanciulla è un collaborazionista e l’altro morto accoppato fa parte della struttura spionistica dei tedeschi. Così comincia una fuga disperata verso non si sa bene dove, sempre con la pistola in pugno, coinvolgendo un amico e altri personaggi incontrati per strada. Coincidenze, colpi di scena, un’azione che non si ferma mai e porta il nostro a diventare un sicario per la resistenza. Con una ambiguità personale di fondo che porta Maurice a camminare sul filo della sua convenienza e il patriottismo scoperto. Conoscevo già Héléna, autore prolificissimo, forse a torto (o magari anche con qualche ragione…) accusato di non star troppo a lambiccarsi sulle trame o quantomeno sulla pagina pur di dar sfogo alla sua creatività. Siamo della stessa gang, alla fine… Scherzi a parte l’ottima traduzione di Zucca, appassionato cultore del filone, rende tutta la canagliesca energia di questa storia che, rispetto ad altre dello stesso autore, ha un respiro (e troverà anche un seguito di prossima pubblicazione… in
In una Parigi sporcata di pioggia con in sottofondo la voce struggente e preziosa di Lady Day e il blues dannato che entra nell’anima e la scava come lava incandescente, un ispettore di polizia senza nome, ma forse si chiama Chess anche se questo è incerto come tutto il resto in questa storia, si muove nella notte come una scheggia impazzita indagando su un delitto scomodo.
























