Breve romanzo d’esordio, poco più di 150 pagine, di Hoai Huong Nguyen, scrittrice e poetessa francese di origini vietnamite, L’ombra dolce (L’ombre douce, 2013), tradotto da Marcella Uberti-Bona e pubblicato in Italia da Guanda (in Francia da Les Éditions Viviane Hamy), ci porta nell’Indocina dei primi anni ’50, durante la prima guerra tra l’esercito coloniale francese e l’esercito popolare indipendentista di matrice comunista, capeggiato da Ho Chi Minh, pressappoco quando fu ambientato Un americano tranquillo di Graham Greene, romanzo che mi è venuta voglia di rileggere e recensire.
Vincitore di una sfilza di premi tra cui il Prix Marguerite Audoux 2013, il Prix Première-RTBF 2013, il Prix du Salon du Livre de Genève 2013, il Prix Lire Élire – Bibliothèques pour tous Nord Flandre 2013, il Prix littéraire Asie de l’Adelf e il Prix du premier roman de Sablet 2013, L’ombra dolce, pur sullo sfondo di un conflitto bellico tra i più sanguinosi, ma quale guerra non lo è, ci narra la delicata storia d’amore tra una giovane ragazza vietnamita Mai, e un soldato francese Yann, separati da differenze etniche ed economiche, ma nello stesso tempo uniti da quello che Goethe ebbe modo di definire affinità elettive.
I due giovani si incontrano ad Hanoï nell’ospedale militare di Lanessan, dove Yann si trova ricoverato e la bella Mai lavora come infermiera. Tutto dicevo sembra dividerli: la guerra, appena guarito Yann sarà rimandato al fronte, le famiglie, il padre di Mai ha destinato la figlia in moglie a un ricco uomo di affari di origini cinesi, e non accetterà certo di buon grado questa intemperanza della figlia più giovane, l’educazione, la razza. Ma l’amore naturalmente supera tutti gli ostacoli o almeno ha l’illusione di farlo.
Con grande delicatezza e con uno stile poetico molto peculiare, Hoai Huong Nguyen dunque ci parla di amore, di guerra, e di quanto il destino non preveda sempre un lieto fine anche alle storie che lo meriterebbero. La dolcezza del titolo sembra la qualità principale che arricchisce le pagine e dona a questo amore, narrato con profonda sottigliezza psicologica, la sua sottile carica eversiva e ribelle. L’amore dei due giovani infatti si eleva tra il frastuono delle armi come un canto di pace, un canto in cui la bellezza della natura (anche sotto le violente intemperie) fa da contraltare alla drammaticità di eventi e ripercussioni.
Se l’amore di Yann e Mai è destinato a un futuro lo scopriremo nelle ultime pagine di struggente malinconia e fascino di questo romanzo, pagine capaci di evocare nel lettore una partecipata empatia per le sorti dei protagonisti. Ma dopo tutto l’amore è una fragile forza, molto spesso destinata a soccombere, non prima però di aver cambiato nel profondo ciò che si credeva inevitabile. E questo è già di per sé un miracolo e l’autrice ha senz’altro il merito di trovare le parole giuste per descriverlo.
Hoai Huong Nguyen è nata in Francia da genitori vietnamiti. Il suo nome significa “Ricorda il paese” in riferimento allo sradicamento della sua famiglia. Di lingua madre vietnamita, ha studiato francese a scuola. Detiene un dottorato di ricerca in Lingue moderne su L’eau dans la poésie de Paul Claudel et celle de poètes chinois et japonais e ha già pubblicato due raccolte di poesie Parfums e Déserts. Attualmente insegna Comunicazione presso un IUT. L’ombra dolce è il suo primo romanzo.
Dalla Francia arriva un nuovo autore da tenere d’occhio, per tutti gli amanti del thriller alla Grangè per intenderci. Si chiama Bernard Minier, e i più avveduti forse non si sono fatti scappare Il demone bianco, (da noi recensito da Stefano Di Marino, con toni più che lusinghieri anche da un punto di vista tecnico,
“Medico di padre in figlio, vi invidio” aveva detto Declercq, ma più che la scelta di un mestiere era l’ammirazione che provavo per l’uomo, per la sua dirittura morale e il suo senso di responsabilità, che mi legava a lui. Anche se avevo deciso di minimizzare i fatti, alla fine gli raccontai tutto, le piaghe aperte, abissali, che privavano i volti dei nasi, della bocca, delle mascelle, e ci costringevano a iniettare nei feriti acqua e caffè con una sonda inserita nell’esofago, gli occhi terrorizzati, le mani coperte di sangue, di terra, di merda, i corpi proiettati in aria, tagliati in due, disintegrati, i corpi in putrefazione immersi nel fango dei parapetti, sopra i quali marciavano i soldati affondati nella terra, i corpi formicolanti di larve e mosche, sì, raccontai tutto, tutto ciò che evitavamo di raccontare tra colleghi perchè dovevamo mostrarci duri e coraggiosi, e alla fine, senza respiro, sul punto di scoppiare a piangere, mi abbandonai al suo abbraccio, al conforto dei suoi “ragazzo mio”, e ” Raymond, mio caro figlio”.
Vincitore del Grand Prix de littérature policière 2012, Arab Jazz (Arab Jazz, 2012) di Karim Miské è un interessante polar francese che rischia, ingiustamente, di passare inosservato. E sarebbe un peccato. Pubblicato in Italia da Fazi e tradotto da Maurizio Ferrara, questo romanzo è l’opera d’ esordio di Karim Miské, nato in Costa d’Avorio da madre francese e padre mauritano, ma cresciuto in Francia, fulgido esempio dello stile di vita cosmopolita parigino che emerge in tutte le sue sfaccettature in questo romanzo, notevole sia per stile, la sua scrittura originale, quasi impressionista, è la prima cosa che noterete iniziando a leggere il romanzo, che per ambientazione e tematiche.
Irène ne avrebbe fatto una malattia. Resto ancora un momento li fuori, appoggiata al muro di casa, tra il pallore del crepuscolo e l’odore di carta bruciata. Non ha mai smesso di andarlo a trovare, di mantenere un contatto, un legame fisico con lui, la cosa scatenava violente discussioni tra me e lei, soprattutto all’inizio, ma non per questo ha rinunciato a una sola delle sue maledette visite. Eppure sa Dio se manifestava rancore nei suoi confronti al pensiero di quello a cui ci aveva costrette, i conti da pagare, gli insulti, le fughe e così via, ma tornava a trovarlo ancora e ancora, rendendomi sempre più pazza di rabbia perché non la capivo e lei faticava a spiegarsi, restava volutamente sul vago. Non mi avrebbe mai perdonato di aver dato fuoco a quelle foto. La sento già accusarmi di aver ucciso quell’ uomo una seconda volta – sembra impossibile.
Non capita tutti i giorni di leggere un thriller ben strutturato, ben condotto e che valga il prezzo sempre molto alto considerati i tempi di quasi venti euro. Il demone bianco è un thriller francese che soddisfa perfettamente l’appassionato (anche se è un lettore uomo e non una lettrice di Elle il cui giudizio trionfalistico viene ripetuto più volte nella cover come se fosse un libro di narrativa femminile). Siamo pur sempre nell’area coperta da Grangè, la Vargas e Thrillez ma l’approccio, il ritmo narrativo e diversi twist nella soluzione sono più che accattivanti. Già l’immagine del cavallo appeso tra le nevi all’estremità di una teleferica in un impianto nei Pirenei ha qualcosa di malsano, intrigante. Che poi nelle vicinanze ci sia quello che una volta veniva definito ‘manicomio criminale’ con l’equivalente svizzero del dottor Lecter, un apparente Mad Doctor e la sua assistente simil Ilsa confermano che ci troviamo in una storia di grande attrattiva. Servaz, poliziotto cittadino, pantofolaio, incasinato ma insofferente alla burocrazia, all’autorità e al potere costituito, comincia con la collega della gendarmeria Ziegler un’indagine che, malgrado le accuse dei superiori, un po’ prende sottogamba. Fa male perché quasi subito viene trovato il DNA del pazzo che pure sembra recluso senza speranza in fondo alla sua cella e due guardiani della centrale dopo una poco convincente testimonianza si dileguano. Intanto Diane Berg, psicologa amante del suo mentore e decisa a farsi strada da sola, arriva distaccata all’ospedale psichiatrico, accolta eufemisticamente con freddezza. Subito qualcosa la colpisce. Qualcosa di spaventoso. C’è del marcio in quella clinica. In tutta la valle, si direbbe perché pochi giorni dopo ecco un altro omicidio rituale. Questa volta tocca a un farmacista, componente di un gruppo di ‘amici da una vita’ di cui fan parte anche il sindaco e altri notabili. L’indagine assume connotati sinistri quando il sospetto tocca gli stessi poliziotti, i magistrati si mostrano stupidi e arroganti e compaio figure del passato. Soprattutto il folle omicida fornisce un indizio. La pista di un gruppo di giovani suicidi di molti anni prima conduce a una colonia, di quelle per ragazzi poveri. E Servaz comincia a guardare quelle valli, quelle montagne innevate con sempre maggior timore. Le sente echeggiare di antiche crudeltà, di crimini impuniti, di un odio cieco e irrefrenabile. La morte del cavallo è stata solo l’inizio e la storia procede rapidamente e piena di colpi di scena. Come dicevo un ottimo thriller, sebbene sia convinto che il genere abbia i suoi tempi e , dopo le 350 pagine, comincia a mostrare un po’ di stanchezza. Di sicuro un’ottima lettura e una lezione per molti che si cimentano nel genere senza averne comprese realmente le meccaniche. Io sono convinto che potremmo sfornare anche noi romanzi di questa qualità se gli autori ponessero un po’ più di attenzione alla confezione del prodotto rispetto al loro ego e gli editori non avessero la pretesa di volere dai nostri narratori opere simili a successi stranieri e, alla fine, promuovessero come si deve il prodotto nostrano. Strategia che avviene in Francia ma qui sembra completamente assente dalle logiche del marketing.
Mandorle amare (Les amandes amères, 2011) di Laurence Cossé, edito in Italia da Edizioni e/o e tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca, è un breve romanzo sull’amicizia che nasce tra due donne diverse in tutto eppure legate da un legame fortissimo e commovente. E’ una storia delicata, lieve, a tratti drammatica ma nello stesso tempo capace di parlare di solidarietà, altruismo, e apertura all’altro in un mondo dove l’indifferenza e l’egoismo sembrano prevalere.
Marc era convinto che ce l’avessi proprio con lui per l’imprecisato numero di tonnellate di veleni riversatosi nel fiume. Certo, lì per lì avevo avuto uno scatto. Come chiunque altro. Ma l’indomani mattina ero tornato al lavoro alla Camex- Largaud. Come qualunque abitante di Hénochville. Una piccola arrabbiatura che non esplodeva, anzi andava spegnendosi prima ancora di uscire di bocca. Quanto a me, se gli avevo dato”dell’assassino”era per ragioni vaghe, perse nei meandri dell’amicizia. Riguardo ai pesci morti, certo, lo ritenevo un assassino. Ma non meno di me o Thomas, non meno di un qualsiasi impiegato della Camex-Largaud, non meno del più piccolo negoziante della città. Tutto qui. Eravamo invischiati in questa situazione da talmente tanto tempo che preferivamo non pensarci.




























