Posts Tagged ‘letteratura americana’

:: Recensione di Se muoio prima di svegliarmi di Sherwood King (Polillo Editore 2011) a cura di Giulietta Iannone

17 luglio 2011

bnhSe muoio prima di svegliarmi (If I Die Before I Wake, 1938), dello scrittore americano Sherwood King, quinto titolo della collana I Mastini dedicata dalla Polillo all’hard boiled, è diciamolo subito un classico del noir che ispirò, con alcune licenze, la celeberrima trasposizione cinematografica dal titolo La signora di Shanghai, (che Orson Welles girò nel 1946 con Rita Hayworth, al tempo sua moglie, che con questo film divenne la famme fatale per eccellenza del cinema hollywoodiano degli anni ’40).
Il romanzo fu già edito in Italia nella collana Il Giallo Mondadori nel 1972, numero: 1226, con il titolo L’altalena della morte, traduzione di Dino Falconi, ma grazie alla Polillo torna con una nuova traduzione di Bruno Amato, moderna e filologicamente accurata.
New York. Laurence Planter è un giovane ex marinaio assunto come autista da un ricco avvocato di nome Mark Bannister, un uomo infelice che vive ritirato, a causa di una gamba malandata ricordo di guerra, in compagnia della bellissima moglie Elsa, di parecchi anni più giovane di lui. Un giorno riceve una strana proposta da Lee Grisby, il socio di Bannister: riceverà 5 mila dollari se fingerà di ucciderlo permettendogli così di sfuggire dalla moglie e con una nuova identità di rifarsi una vita nei Mari del Sud.
Laurence, seppur tentato dai soldi, percepisce subito che qualcosa non quadra, ma ormai per tirarsi indietro è troppo tardi. Accusato di omicidio, con la prospettiva di finire i suoi giorni sulla sedia elettrica del tutto innocente, Laurence farà di tutto per uscirne vivo giocando la sua partita con una dark lady spietata e senza scrupoli, la cui unica debolezza è essersi innamorata di lui.
Se muoio prima di svegliarmi, scritto magistralmente da un quasi sconosciuto Sherwood King, è un piccolo capolavoro in cui gli archetipi del genere, dall’innocente accusato ingiustamente, alla dark lady avida e corrotta, giocano la loro parte in un susseguirsi di colpi di scena capaci di creare una suspence continua e tesissima.
Noir dal meccanismo impeccabile ed equilibrato, in cui ogni tassello si incastra alla perfezione l’uno nell’altro, raggiunge il suo vertice grazie soprattutto ad un nervoso gioco psicologico registrato dalla voce del protagonista che racconta l’azione in prima persona.
Bello anche il personaggio del sergente McCracken, poliziotto onesto e ligio al dovere, un eroe all’antica, che crede nell’innocenza di Laurence non ostante tutto giochi a suo sfavore, e non si arrende fino a che non avrà assicurato alla giustizia il vero colpevole.
Stile, dialoghi, personaggi semplicemente perfetti.

Raymond Sherwood King (1904-1973) nacque a Yonkers, New York, ma crebbe tra il Kansas e Milwaukee, nel Wisconsin, dove si laureò alla Marquette University. Trasferitosi a Chicago, dopo esperienze nel campo della pubblicità e delle vendite, divenne collaboratore fisso del quotidiano Chicago Tribune. Pur essendosi dedicato alla narrativa, con una predilezione per quella poliziesca, fin da giovanissimo, pubblicò il suo primo romanzo, il mystery Between Murders, solo nel 1935. Oggi la sua fama è legata al libro successivo, If I Die Before I Wake (Se muoio prima di svegliarmi), che risulta essere la sua ultima opera.

:: Recensione di Il nostro segreto di Carlene Thompson (Marcos Y Marcos 2011) a cura di Giulietta Iannone

25 giugno 2011

Il nostro segretoQuando Marissa, giornalista di successo, torna ad Aurora Falls, tornano anche vecchi fantasmi del passsato. La morte della sua migliore amica la dolce e fragile Gretchen, avvenuta anni addietro, valente pianista le riporta alla memoria che non fu un tragico incidente, ma fu Dillon Archer che vedendola ubriaca su un cornicione invece di portarla in salvo le diede una spinta. Nessuno le credette, Dillon fu scagionato, ma Marissa sa che il sorridente e simpatico Dillon non è altro che un assassino. Ora dopo alcuni anni è Marissa a rischiare la vita, qualcuno vuole ucciderla e si salva per miracolo da un incidente stradale che non c’è ombra di dubbio è stato provocato. Il fantasma di Dillon riappare nella sua mente, è lui che la vuole morta? Per vendicarsi? Le sue paure sembrano trovare certezze quando muoiono anche tre abitanti del paese, tre morti che gettano tutti nel panico e fanno pensare alla presenza di un serial killer. Da qui in poi in un crescendo di avvenimenti si arriverà all’inaspettato finale che permetterà di svelare un oscuro segreto di famiglia che sta dietro a tutte quelle tragiche morti. Carlene Thompson di cui Marcos y Marcos ha già pubblicato: In caso di mia morte, Come sei bella stasera, Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia e Fredda è la notte è sicuramente una notevole creatrice di trame intricate e ricche di suspense. Molto attenta allo sviluppo psicologico dei personaggi, alterna momenti di tensione ad altri in cui la normalità sembra prevalere nella narrazione. In Il nostro segreto crea un personaggio negativo decisamente sopra le righe, Dillon Archer è il classico bravo ragazzo almeno in apparenza che nasconde un animo nero, che lo spinge a manipolare e ricattare gli altri senza alcuna pietà o compassione. Ci sarà lui dietro alle tragiche morti che si succedono a Aurora Falls? Marissa l’ha visto davvero uccidere l’amica Gretchen o Dillon si era sporto solo pere trattenerla e non per spingerla? Questi e altri interrogativi accompagneranno il lettore pagina dopo pagina fino all’imprevedibile finale che permette di svelare uno di quei segreti di famiglia capaci di smuovere gli istinti peggiori delle persone. Le dinamiche delle piccole cittadine dove tutti si conoscono e tutti si odiano, vengono analizzate dalla Thomspon con sorprendente accuratezza e mostrano la faccia peggiore di una società nascosta da spesse pennellate di perbenismo e ipocrisia. L’odio e la vendetta sembrano davvero gli istinti umani peggiori e i più diffusi capaci di portare al delitto anche le persone più insospettate.

Il nostro segreto Carlene Thompson Marcos y Marcos Collana Le foglie Prezzo di copertina € 15,00 2011, 408 p., brossura Traduttore Lucia Feoli Titolo originale Nowhere To Hide.

Carlene Thompson La “voce nuova” del brivido scrive da quando aveva otto anni, e si vede. Suo padre è un medico condotto che accetta come compenso… animali domestici. L’idea di scrivere le viene dopo aver visto La carica dei centouno. Immagina la “scaletta” del suo primo thriller vero e proprio molti anni dopo, mentre porta a passeggio due cani.

Dalla campagna e dagli animali non si separerà mai. Oggi Carlene Thompson vive in una fattoria che sembra un “albergo degli animali” a Point Pleasant, in West Virginia, accerchiata da scoiattoli che ogni tanto boicottano le linee telefoniche. Carlene Thompson ha al suo attivo una decina di romanzi, tradotti in varie lingue. Romanzi promossi a pieni voti dai lettori, che scrivono pareri entusiastici sui siti di tutto il mondo.

Marcos y Marcos ha pubblicato Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia, Fredda è la notte, Il nostro segreto, Ancora viva e Come sei bella stasera.

:: Recensione di Día de los muertos di Kent Harrington a cura di Giulietta Iannone

6 giugno 2011
dias de los muertos

Día de los muertos di Kent Harrington è un nero di confine, anzi un nerissimo piccolo capolavoro simile a un tizzone sputato dall’inferno. Un classico che la Meridiano Zero rispolvera in grande stile in una nuova edizione che farà felici non solo i vecchi appassionati di noir come me, ma anche coloro che si accostano per la prima volta al genere e vogliono iniziare con i capisaldi del noir americano sporco e cattivo per intenderci, quello senza redenzione e senza luce anche se ambientato nell’assolata e bollente Tijuana, città feticcio del genere, da quando James Ellroy (chi non si ricorda di Tijuana Mon Amour), l’ ha eletta capitale mondiale dei disperati, dei maledetti da Dio e dagli uomini.
A Tijuana si va per fare impunemente tutto ciò che nelle rispettabili città dell’America perbenista e bacchettona non si può fare. E’ un asilo di reietti, un rifugio di anime dannate schiave del gioco d’azzardo, delle donne e della droga.
A Tijuana tutto è concesso. Tutto.
Lo sa bene Vincent Calhounun perdente con le ore contate che se non lo fa fuori il virus che gli scorre nelle vene ha una sfilza di nemici pronti a sparare il proiettile fatale.
Come c’è finito in quell’angolo di niente con le spalle al muro, senza via d’uscita? E’ una lunga storia che ci riporta ad un tempo in cui era un onesto professore precario in un piccolo paesino rurale della California.
Tutto andava per il meglio finchè non posò gli occhi su una donna, una studentessa, Celeste Stone, e come nelle peggiori favole nere che si rispettino fu l’inizio della fine. Scacciato dalla scuola con disonore, interdetto dall’insegnamento per tutti i secoli a venire per essere stato scoperto con le braghe calate in compagnia della ragazza, arrestato, in alternativa alla galera non poté far altro che arruolarsi nel corpo dei Marines e ora si trova a Tijuana agente della Dea suo malgrado, pieno di debiti fin sopra i capelli a causa della sua irresistibile passione per le corse dei cani, e non può far altro, per pagare i suoi debiti, che trasportare clandestini al di la del confine tra un accesso di febbre e l’altro.
Día de los muertos è il resoconto tragico e disperato del suo ultimo giorno di vita e Vincent Calhoun sputerà sangue credetemi ma lo farà conservando qualcosa di raro e di prezioso: conservando se stesso.
Come ha detto lo stesso Harrington, il debito verso Jim Thompson è evidente ma nello stesso tempo è bene dire che non risulta una sbiadita copia dell’originale. Harrington ha un suo stile, una sua singolarità che in un certo senso lo rende unico e dannatamente politicamente scorretto.
Vincent Calhoun può esser visto come una sorta di Philippe Marlowe maledetto, capace di toccare il fondo del barile pur continuando ad andare avanti. Non troverà una morte eroica, il suo sogno di lasciare tutto e scappare con la sua donna in un altrove lontano verrà inesorabilmente tradito, pur tuttavia conserva un che di grandioso.
Tifiamo per lui fino alla fine, nonostante tutto sia contro, consci che non ci sarà un finale lieto ad attenderci, ma nello stesso tempo pronti a tendergli una fune, a fermare quella dannata macchina che corre verso l’orizzonte con a bordo la sua donna, lasciandolo solo nella resa dei conti finale.

:: Il passato si sconta sempre, Ross Macdonald (Polillo Editore 2011) a cura di Giulietta Iannone

5 Maggio 2011

4Il passato si sconta sempre, The Far side of the dollar, vincitore nel 1965 del Gold Dagger Award, e ora edito da Polillo Editore in una versione riveduta e corretta tradotta da Giovanni Viganò, è sicuramente per gli amanti dell’ hardboiled classico uno di quei libri imperdibili che hanno fatto la storia del genere. Macdonald, in un certo senso l’erede e il continuatore di due mostri sacri come Chandler e Hammett, ha eletto la California degli anni 50 e 60 a terreno privilegiato dove mettere in scena i vizi e le poche virtù di una società irrimediabilmente corrotta, minata dalle fondamenta, (non a caso l’impietosa analisi dei legami famigliari è sempre al centro delle sue strutture narrative). Lew Archer, personaggio cardine delle sue storie, investigatore privato che prende ancora molto sul serio parole antiquate come etica e morale, è senza dubbio il perfetto termine di paragone che permette a Macdonald di utilizzare il romanzo poliziesco come una leva per portare alla luce il male e la violenza alla base della ricchezza e del cinismo di una società malata, intrisa di peccati e di crimini piccoli e grandi che vanno dalla semplice avidità all’omicidio più spietato. Macdonald ben lungi dal fare del facile moralismo o della psicologia da quattro soldi, analizza la realtà così com’è senza alcuna ipocrisia e scava nelle anime dei suoi personaggi riportando in superficie le radici contaminate del crimine, evitando le trappole dei luoghi comuni e del conformismo. Il passato si sconta sempre in un certo senso racchiude in sé tutte le caratteristiche che hanno fatto grande Macdonald ed è considerato da molti critici uno dei migliori romanzi della sua produzione. La trama è scarna, lineare. Un giovane di famiglia molto ricca, che è stato messo in un collegio molto rigido, fugge e subito dopo il padre milionario riceve una richiesta di riscatto. Lew Archer viene così incaricato dal direttore del collegio di indagare e ritrovare il ragazzo. Scopre che è stato visto in compagnia di una donna parecchio più vecchia di lui, mentre il padre mette insieme i soldi del riscatto e va a consegnarli nel luogo stabilito. Archer nel ricercare la donna misteriosa la trova in un motel, morta. Sembra che il marito della donna abituato a picchiarla questa volta l’abbia pestata a morte. Archer viene trovato svenuto dalla Polizia nel luogo dell’omicidio e portato in carcere. Poi viene ucciso anche il marito ed alla fine si dipana la vicenda fino al colpo di scena finale in cui un segreto di famiglia spiega tutta la vicenda. La prosa stringata e essenziale di Macdonald rende la storia avvincente dalla prima all’ultima pagina. Davvero uno di quei libri che si leggono e si chiudono con una sorta di nostalgia che ti spingerà al più presto a riprenderli in mano. Azzardare una superiorità di Macdonald rispetto a Chandler e Hammett, come alcuni critici anche autorevoli hanno fatto mi sembra un po’ azzardato, ma quello che è certo è che Ross Macdonald ha sicuramente dato profondità a spessore al genere, dopo di lui infatti l’ hardboiled non è stato più lo stesso.

Ross Macdonald (19154983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, prese uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target {Bersaglio mobile), introdusse Lew Archer che, tranne in due casi, compare in tutto il resto della sua produzione ed è stato impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Il personaggio conquistò enorme fama grazie a romanzi come The Drouming Pool{Il vortice), The Chill (Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar {Il passato si sconta sempre), vincitore del premio della Crime Writers’ Association per il miglior libro, e The Blue Hammer (Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo.

:: I dodici segni di Lee Child (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2011

I dodici segniSebbene inglese lo scrittore Lee Child, pseudonimo di James R Grant e fratello dello scrittore Andrew Grant, è sicuramente un maestro dell’action thriller di stampo americano: tutto adrenalina, ritmo frenetico, inseguimenti e combattimenti anche corpo a corpo.
Creatore del celebre Jack Reacher, maggiore in congedo della polizia militare statunitense ed eroe suo malgrado sempre al centro di intricate vicende in bilico tra la spy story e il police procedural più classico, protagonista indiscusso di tutti i suoi romanzi, Child ha saputo dare vita ad un personaggio decisamente anticonvenzionale, non esattamente il classico eroe standard integrato nel sistema e paladino dei valori tipicamente americani: Dio, soldi, patria, famiglia.
Jack Reacher ha una sua personale idea di giustizia, lealtà e patriottismo, non ha nè casa nè famiglia e passa il suo tempo a vagabondare per le pericolose vie d’America con probabilmente solo in tasca i soldi della misera pensione.
I dodici segni da poco edito da Longanesi è la tredicesima avventura che lo vede protagonista e fa parte delle storie narrate in prima persona.
L’esordio è di quelli che lasciano il segno. Subito ci troviamo catapultati nel centro dell’azione. Jack Reacher nel suo vagabondaggio senza meta si ritrova a New York. Sono le due di notte e viaggia in un vagone semi deserto della metropolitana sulla linea 6, la linea locale di Lexington Avenue, direzione Uptown. Un altro sonnecchierebbe perso nei fatti propri, ma non Jack.
Sarà l’addestramento, l’istinto di conservazione, l’abitudine a guardare, non vedere, ad ascoltare, non sentire, come riflesso di un impulso naturale di sopravvivenza, Jack lascia vagare il suo sguardo e una donna attira la sua attenzione. Se ne sta seduta sul lato destro della carrozza, tutta sola nella panca più lontana. Bianca, sulla quarantina, bruttina, con i capelli neri tagliati con cura. Più la guarda e più gli torna alla mente l’elenco di indicatori comportamentali di dodici punti, se osservi un sospetto di sesso maschile, di undici se osservi un soggetto femminile, che il controspionaggio israeliano ha stilato per individuare un attentatore suicida, un kamikaze.
Jack sente di dover fare qualcosa. Si alza, raggiunge la donna e le parla spacciandosi per poliziotto. Ma all’improvviso succede l’inaspettato. La donna estrae una pistola e compie l’unico gesto che Jack non si sarebbe aspettato. Si punta l’arma alla gola e premendo il grilletto si fa saltare la testa.
Agenti di pattuglia del NYPD del turno di notte intervengono e il detective Theresa Lee inizia a raccogliere le testimonianze. Subito affronta Jack e quasi l’accusa di essersi avvicinato alla donna, di averla spinta oltre il limite, invitandolo a recarsi in centrale per stendere la deposizione. Jack non ha scelta e mentre si accinge a ripetere per l’ennesima volta come si sono svolti i fatti si accorge che qualcosa non torna. Il quinto passeggero presente sul vagone al momento del suicidio ufficialmente non esiste.
Poi ciliegina sulla torta la donna si chiamava Susan Mark ed era un’ impiegata del Pentagono così Jack si trova torchiato anche dagli agenti di una agenzia federale che iniziano a fargli strane domande: se conosceva la vittima, se conosceva una donna di nome Lisa Hoth, se la morta gli ha consegnato qualcosa.
Poi uscito dalla centrale un gruppo di uomini di certo ex militari e appartenenti alle forze dell’ordine si apprestano a fargli altre domande: cosa gli ha detto la donna, se ha mai pronunciato il nome di Lisa Hoth o di John Sansom, un deputato della Carolina del Nord che vuole diventare senatore.
Anche questa volta le cose non tornano. Troppa gente sembra sapere troppo. Forse un po’ influisce il senso di colpa, un po’ il desiderio di scoprire la verità, Jack decide di scoprire cosa è realmente successo.
Sarà l’inizio di una storia intricatissima, degna dei più avventurosi action thriller, con al centro terroristi sanguinari, ricatti e un segreto che se rivelato potrebbe aprire scenari inquietanti sul recente passato americano.
Lee Child conosce il segreto per tenere il lettore inchiodato alle pagine, per tutto il libro mi sono chiesta come sarebbe andata a finire la storia e quale fosse il motivo per cui Susan Mark avesse premuto quel grilletto.
Ho dovuto letteralmente costringermi a non andare a leggere le ultime pagine e lo sforzo è stato premiato. E’ una storia che coinvolge, scritta bene dosando suspence, colpi di scena e rivelazioni centellinate e non troppo irrealistiche anche se una punta di macchinosità è presente e viene stemperata dalla simpatia che riesce a ispirare il protagonista, un duro e puro come si suol dire.
Molti avrebbero insistito di più sulla possibile storia d’amore tra Theresa Lee e Jack, ma Child preferisce accennare ad un veloce mordi e fuggi giusto prima dell’adrenalinico finale, molto pulp.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

:: Recensione di Di seta e di sangue di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2011) a cura di Giulietta Iannone

21 aprile 2011

imagesCi sono più cose in cielo e in terra che in un rapporto su un caso di omicidio.

Il Maestro Operaio Huang, mentre fa jogging alle prime luci dell’alba in una Shanghai invernale e oscura, si guarda intorno disarmato, tutto sta cambiando intorno a lui: dove sono finite le vecchie biciclette simbolo di uguaglianza e di efficienza?, ora i clacson delle auto strombazzano all’impazzata ad ogni ora del giorno e della notte, mentre nel cielo gli scheletri di alte grù sono all’opera nei nuovi cantieri dove si costruiscono gli ennesimi complessi residenziali per nuovi ricchi.
Poco più lontano, la sua vecchia casa in stile shikumen, dove aveva abitato assieme a un’altra dozzina di famiglie di operai, stava per essere rasa al suolo per far posto a un grattacielo.
Ormai sono i ruggenti anni Novanta, tempi nuovi di trasformazione: nei chioschi si vendono bibite dai nomi stranieri Coca Cola, Pepsi Cola, Sprite.  La Cina socialista è finita in mano ai cani capitalisti come dicono i ritornelli delle canzoncine alla moda. E Huang ormai settantenne anche se ancora in buona salute è un rudere, un sopravvissuto. Sono finiti i tempi gloriosi in cui era considerato un Lavoratore Modello, o un membro autorevole di una Squadra di Propaganda del Pensiero di Mao Zedong durante la Rivoluzione Culturale. Ora non è più nient’altro che un pensionato di un’acciaieria statale sull’orlo della bancarotta.
Mentre corre borbottando tra sé scopre il cadavere abbandonato di una ragazza e la cosa che lo colpisce di più è l’abito che indossa in stile mandarino: un qipao rosso simbolo un tempo di borghese decadenza e ora di gran moda tra i ricchi della città. Huang non ha dubbi non può che essere l’opera di un maniaco sessuale, l’ assassino del qipao rosso.
Dopo il primo ritrovamento altre ragazze vengono uccise e abbandonate negli angoli più trafficati della città con indosso quell’insolito abbigliamento e ben presto lo spettro del serial killer inizia a ingrandirsi inquietante nelle menti sovreccitate dei responsabili politici e degli alti papaveri della polizia.
Il caso viene affidato in tutta fretta alla squadra casi speciali  e chi se non l’ispettore capo Chen Cao del Dipartimento di polizia di Shanghai può far luce sull’inquietante mistero che sembra compromettere il buon nome stesso del Partito.
Chen accetta ma a malincuore, infondo lui amerebbe di più occuparsi di letteratura e conseguire il suo master in santa pace, ma non ha alternativa. Sfuggito per un pelo ad un caso spinoso di corruzione non ha altra scelta che trovare il colpevole prima che uccida ancora e per farlo dovrà rinvangare il passato, e far luce sugli episodi più buoi e controversi della Rivoluzione Culturale dove tutto sembra avere avuto inizio.
Di seta e di sangue di Qiu Xiaolong, quinto libro della serie dell’ispettore Chen Cao, è un classico police procedural incentrato sulla figura dell’ispettore protagonista e impreziosito da un’accurata analisi politica e sociologica della Cina contemporanea.
Un romanzo impegnato per certi versi che l’autore dedica al fratello Xiaowei: A mio fratello Xiaowei se non avessi avuto fortuna, ciò che accadde a lui durante la Rivoluzione Culturale sarebbe potuto capitare a me.
Attento ai dettagli e alla consequenzialità degli eventi Xiaolong affida alla deduzione e all’intuito del personaggio principale e della sua squadra la risoluzione del caso concentrando tutto nel finale per certi versi drammatico anche se è più che evidente già a metà del libro il colpevole. Questo sicuramente allenta la suspence che non sembra l’obbiettivo primario dell’autore più attento invece ad analizzare le motivazioni psicologiche dei personaggi, soprattutto del colpevole visto a sua volta più come una vittima che un efferato assassino.
Ciò che conta davvero per l’autore è tratteggiare i cambiamenti avvenuti nella società cinese, denunciarne i mali come la corruzione endemica soprattutto politica, la mancanza di etica dei nuovi ricchi disposti a tutto per il dio denaro, l’incapacità di un’ onesta e obbiettiva revisione storica della Rivoluzione Culturale.
Non manca infine un certo lirismo tipicamente orientale asciutto e non sentimentale che lascia il lettore piacevolmente affascinato.
Consigliato a chi ama i polizieschi classici e soprattutto la Cina, ne emerge un suo ritratto fedele e realistico ma anche pieno di struggente bellezza.

Xiaolong Qiu, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre alle inchieste dell’ispettore Chen, pubblicate in trenta paesi, già adattate per una popolare serie radiofonica della Bbc e presto anche per una serie televisiva, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao. www.qiuxiaolong.com/

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Via con me, Castle Freeman, (Marcos Y Marcos, 2011) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2011

index

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Una bella mattina d’inizio estate, in un ameno borgo rurale  tra i boschi del Vermont, una donna aspetta rintanata nella sua auto lo sceriffo del luogo. Lillian, un tipetto tosto, lunghi capelli scuri fino alle chiappe, cameriera di tavola calda, appena mollata dal fidanzato Kevin, che di punto in bianco ha pensato bene di sparire senza dare più notizie, ha un problema bello grosso di nome Blackway, un ex vicesceriffo con in ballo affarucci di droga che gli sono costati il licenziamento, grazie proprio alla testimonianza della donna.
Ora Lillian ha paura, sa che Blackway ha intenzione di fargliela pagare, e già ha iniziato a darle noia: un giorno è il vetro dell’auto che va in frantumi, un altro è la sua gattina Annabelle ad essere sgozzata sulla veranda di casa.
Prima che succeda il peggio Lillian decide di rivolgersi allo sceriffo Ripley Wingate, il quale nicchia , tentenna, dice che la legge può fare poco o niente. Non ci sono prove, non si può certo arrestare qualcuno per delle semplici supposizioni. Che mondo sarebbe? A chi piacerebbe vivere in un paese così senza legge? Perché non taglia la corda invece come ha già fatto il suo ex in un raro colpo di genio, perché non torna a casa sua?
Ma Lillian non ne vuole saperne. È Blackway che deve smetterla. Allora una soluzione forse ci sarebbe può sempre chiedere aiuto al vecchio Alonzo Boot, detto “Whizzer” da quando un incidente l’ ha costretto su una sedia a rotelle. Whizzer ha un cuore d’oro e una corte di amici, un tantino sciroccati, che bazzica la sua segheria, ormai in disuso che andava forte ai tempi della Guerra Civile.
Perchè non cerca un certo Scotty Cavanaugh, che ha un conto in sospeso con Blackway per una faccenda di pugni presi in una rissa una decina di anni prima e quasi certamente sarà felice di aiutarla.
Lillian infondo non ha niente da perdere, così si reca alla segheria e spiega i suoi guai a Whizzer e compagni. Scotty non c’è, ma al suo posto si offrono volontari Lester, un vecchietto pieno di risorse, e Nate il Grande, più intelligente di un cavallo ma meno di un trattore, ma grande e grosso e soprattutto un bravo ragazzo.
Con la benedizione di Whizzer i tre si mettono sulle tracce di Blackway e quello che succederà da quel momento in poi, fino all’imprevedibile finale ha il gusto di quelle ballate blues un po’ scanzonate un po’ inverosimili che i tagliaboschi cantano intorno al fuoco nelle serate d’ inverno.
Via con me di Castle Freeman  è sicuramente un piccolo capolavoro di arguzia e umorismo, giocato tutto sui dialoghi, graffianti, acuti, brillanti, dove mai una parola è fuori posto. Un romanzo corale per alcuni versi, in cui molte voci si alternano e si fondono in una sinfonia divertente e divertita.
C’ una bella ragazza in pericolo, due improbabili cavalieri senza macchia e senza paura (il Grande Nate per tutto il libro ripete: non ho paura di Blackway quasi a farsi coraggio), un cattivo, che definendolo un vero bastardo non ci si allontana tanto dal vero, un gruppo di allegri vecchietti che bevono birra ghiacciata tutto il santo giorno e spettegolano rinvangando il passato e creando un piacevole sottofondo da coro greco che si alterna alla narrazione principale.
Tutti gli ingredienti insomma da saga western, in bilico tra l’ affresco rurale e il canto epico medioevale;  non a caso l’autore dice di essersi ispirato a La morte di Artù di Thomas Malor.
Traduzione stupenda di Daniele Benati che ha saputo, con rara maetria, rendere la cadenza del linguaggio parlato in modo realistico e frizzante. Sebbene ambientato nel presente conserva un gusto retrospettivo davvero insolito, che riporta alla memoria le pagine di Faulkner e Steinbeck e con un pizzico di Cormac McCarthy. E per finire a colorire il tutto qualche momento di sana azione condita da un humor nerissimo, basta leggere il capitolo intitolato L’orecchio di Murdock, un racconto in sè che potrebbe vivere di vita propria.

Castle Freeman ha sempre amato la brevità. Saggi lampo, racconti lunghi un soffio, quattro romanzi sotto le duecento pagine.
La sua rubrica radiofonica – “The Farmer’s Calendar” – un almanacco dedicato agli agricoltori, dura due minuti. Nella sua casetta di legno di colore rosso acceso, nel Vermont, Freeman preferisce scrivere, riscrivere e limare finché di un testo non rimangono che le parole essenziali.
Ama i classici: legge e rilegge Twain, Joyce, Faulkner. Ha dichiarato che Via con me si ispira a La morte di Artù di Thomas Malory.

Daniele Benati, nato a Masone nel 1953, è scrittore e traduttore. Dopo aver insegnato in varie università in Irlanda e negli Stati Uniti, ha collaborato alla rivista «Il semplice» con Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni, dove ha pubblicato racconti e traduzioni.
Sempre con Celati, ha curato Storie di solitari americani (Rizzoli, 2006), dove ha tradotto racconti di Mark Twain, Jack London, Sherwood Anderson, Ring Lardner, Delmore Schwartz e Flannery O’Connor. Ha anche tradotto opere di Flann O’Brien (La miseria in bocca; Il boccale traboccante; L’ardua vita, Cronache dublinesi), James Joyce (Gente di Dublino), Ring Lardner (Tagliando i capelli), Tony Cafferky (Storie di identità), e Seumas O’Kelly (La tomba del tessitore) e ha curato l’edizione americana di Carta canta, monologo teatrale di Raffaello Baldini (Einaudi, 2000). È inoltre l’autore di Silenzio in Emilia (Feltrinelli, 1997; Quodlibet, 2008) e Cani dell’Inferno (Feltrinelli, 2004) e delle Opere complete di Learco Pignagnoli (Aliberti Editore, 2006), che ha dato luogo a una serie di memorabili convegni-spettacolo in giro per l’Italia.

Source: inviato dall’editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Altri regni di Richard Matheson (Fanucci, 2011) a cura di Giulietta Iannone

23 marzo 2011

altri-regni-matheson-fanucci-2011-copertinaChi ha detto che horror e fantasy non possano andare a braccetto?
Se avessimo dei dubbi in proposito ci pensa Richard Matheson a fugarli. Grande vecchio della letteratura americana del fantastico incluso nella Science Fiction Hall of Fame, ormai una leggenda.
Nato ad Allendale, New Jersey, da immigrati norvegesi  il 20 Febbraio del 1926, Matheson è la dimostrazione vivente che a ottant’anni suonati non si ha unicamente a che fare con dentiera e pannolone o gite al parco a far volare gli alianti, ma si può ancora essere brillanti di mente e forse più ironici e graffianti di quando si era giovani.
Tramite Fanucci, (che cura molte delle sue opere tra cui Io sono leggenda, Io sono Helen Driscoll, Ricatto mortale, The box e altri racconti, Tre ore di pura follia, Duel e altri racconti), ha pensato bene di pubblicare in anteprima in Italia prima ancora che sul suo suolo nativo Altri regni titolo originale Other Kingdoms una storia fatata di magia, amore e mistero in cui l’irrazionale aleggia sinistro e trascina il lettore in un mondo parallelo e sconcertante fatto udite udite, di gnomi e fate.
L’inizio del romanzo è saldamente ancorato alla realtà. Siamo nel 1917. Alex White figlio del capitano di marina Bradford Smith White, un porco calzato e vestito, come amorevolmente lo definisce, non appena gli Stati Uniti dichiarano guerra alla Germania, prendendo così parte alla Prima guerra Mondiale decide, il 7 giugno Giornata nazionale del reclutamento, di arruolarsi nell’esercito e non nella marina per fare dispetto al terribile genitore odiato con tutte le sue forze.
Spedito oltremare su una piccola nave di linea britannica su cui il cibo, a essere generosi,  era disgustoso, il puzzo ancora peggiore, e l’acqua appena potabile, si trovò, vera e propria carne da cannone, sul Fronte francese a combattere la guerra di trincea.
Quando dico carne da cannone non è tanto un modo di dire. Dei due milioni che giunsero in Francia in meno di duecentomila tornarono a casa. La trincea in cui Alex White si trovò sepolto era profonda un metro e mezzo e al di sopra c’era un altro metro di sacchetti di sabbia. Il fondo era fatto di fango e più che camminare si strisciava sperando si essere fortunati e sfuggire alle bombe e ai colpi delle mitragliatrici e dei mortai.
Fu così che in una di queste interminabili giornate di morte Alex White conobbe Harold Lightfood e la sua vita cambiò per sempre.
In punto di morte il giovane soldato inglese dal sorriso incantevole e le mani paffute strappò all’amico americano la promessa che sarebbe andato in Inghilterra a Gatford suo borgo nativo. Un idilliaco paesino sperduto nell’amena e bucolica campagna inglese luogo di pace e serenità se non fosse per alcune leggende che narrano che i boschi dei dintorni siano infestati da creature malvagie e capricciose.
Alex per tenere fede alla promessa fatta all’amico e per curarsi dalla ferita che gli aveva fatto sfuggire il Fronte, non avendo la minima intenzione di tornarsene a casa, si reca così a Gatford.
Inizialmente armato di buon senso e cieca razionalità rifiuta di credere alle cupe leggende che sente raccontare dagli abitanti del luogo, ma il fortuito incontro nel bosco con la rossa Madga Variel, da tutti creduta una strega, lo porterà a ricredersi e fare i conti con l’irrazionale, molto di più di quanto avrebbe voluto.
Altri regni è un piccolo gioiello che si ricollega se vogliamo al romanzo gotico e soprannaturale, soprattutto ottocentesco, come alcuni critici hanno evidenziato. Ma a mio avviso sebbene venato da contaminazioni horror e fantasy è un’opera sperimentale che vive di luce propria e rivisita il genere in maniera molto personale.
Innanzitutto è una dolcissima storia d’amore, tra un umano e una fata. Cosa c’è di più romantico, nel senso etimologico del termine?
Ma non solo.
E’ qualcosa di molto più simile ad un romanzo di formazione in cui l’autore parla del processo che lo portò alla scrittura. Non a caso il protagonista è uno scrittore di romanzi gotici e spaventosi che scelse lo pseudonimo di Arthur Black che con ironia e autoironia rappresenta l’autore stesso in un vero e proprio omaggio alla scrittura.
In bilico tra lo shakesperiano Sogno di una notte di mezza estate  e le Fiabe irlandesi di William Butler Yates, Altri regni ha il fascino di un‘ antica ballata surreale e bizzarra in cui il soprannaturale non è che uno specchio deformato della realtà in cui riconoscersi e trasfigurarsi.
Il bosco incantato, e le fantastiche creature che lo popolano, raffigurano un mondo onirico e tenebroso in cui non a caso la paura e l’oscuro terrore scaturito dall’ irrazionale e dal pericolo imminente hanno la prevalenza sul fiabesco e sulla meraviglia.
Matheson scherza di continuo con il lettore accentuandone il rapporto di confidenza e di amicizia e si sente che a lui questo libro è dedicato, come atto di gratitudine e riconoscenza, per avergli permesso di fare per un’ intera vita quello che amava e gli riusciva meglio, raccontare storie.
Forse un addio o più semplicemente un arrivederci.

Altri regni di Richard Matheson,  Fanucci editore, Collezione Vintage, Traduzione dall’inglese di Maurizio Nati, 2011, pagine 291, titolo originale Other Kingdoms.

:: I vermi conquistatori, Brian Keene (Edizioni XII, 2011) a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2011

vermiRicordo una breve poesia di Robert Frost, forse tra le sue più famose, intitolata Fire and ice, Ghiaccio e fuoco, i cui primi versi dicono:

Alcuni dicono che il mondo finirà nel fuoco/ altri dicono nel ghiaccio.

Ecco a questi versi ho pensato iniziando la lettura di I vermi conquistatori di un maestro dell’ horror americano come Brian Keene, per la prima volta tradotto da Luigi Musolino e pubblicato in Italia da Edizioni XII.
Brian Keene per qualche imperscrutabile ragione è un nome che dirà a molti poco o niente, ma negli Stati Uniti è uno dei massimi autori del fantastico acclamato dalla critica e vincitore di due Bram Stoker Award e uno Shocker Award, erede dei vari King, Barker, Koontz, Matheson, Simmons.
Edizioni XII ha finalmente colmato questa colpevole lacuna segnalata da molti appassionati del genere che fino ad oggi potevano apprezzare il suo lavoro unicamente in lingua originale.
I vermi conquistatori è diciamolo subito un piccolo capolavoro venato di humour lontano mille miglia dal solito trash horror made in Usa. Prende sì a piene mani dal genere pulp o splatter ma evita accuratamente i cliché e gli stereotipi, per fare dell’ originalità un specie di emblema, inserendo tutti gli elementi dell’immaginario fantastico classico, nati dal folklore e dalla mitologia, e plasmandoli con audacia e inventiva.
Ritornando ai versi di Frost di apocalisse si parla. Di una fine del mondo segnata dall’acqua e dalle fantastiche creature marine che la popolano oltre che da giganteschi e voraci vermi mossi da una misteriosa sete di conquista incarnazione di tutte le più striscianti paure che si insinuano negli abissi dell’inconscio.
Keene non cerca una ragione scientifica per questa incessante pioggia che cade dal cielo come una maledizione portandosi via intere città, interi stati con i suoi inermi abitanti sopraffatti e annegati. Accenna sì al buco dell’ozono e allo scioglimento dei ghiacciai, ma non si preoccupa più di tanto di dare logica o verosimiglianza agli eventi. E’ un evento straordinario, quasi magico, forse evocato dalle potenze occulte e malvagie che dominano incontrastate questo mondo e ciò ci basta. Accettiamo l’inevitabile con una sorta di fatalismo e iniziamo a seguire le sorti dei pochi sopravvissuti domandandoci incerti per quanto tempo lo saranno ancora prima che l’ultimo uomo affoghi il suo grido disperato nelle acque nere e melmose che sommergono tutto e l’umanità diventi una razza estinta.
Protagonista principale e voce narrante è un arzillo vecchietto di campagna Teddy Garnett, vedovo ottantenne ancora innamorato della moglie Rose, morta di polmonite qualche anno prima. Dopo aver ostinatamente rifiutato l’invito della Guardia Nazionale a lasciare la sua casa a Punkin’ Center in cima agli Appalachi e i suoi ricordi vive solo in attesa della fine. Pian piano si uniscono a lui altri personaggi, sopravvissuti alla catastrofe, Carl Seaton il suo migliore amico, Earl Harper il vicino di casa pazzo come un cavallo, Sarah una ragazza dai lunghi capelli biondi, Kevin Jensen di Baltimora, del quale Teddy racconta la storia nel capitolo centrale del romanzo. E così veniamo a conoscenza di una setta di Satanisti, di un kraken, di una sirena, di giganteschi lombrichi che scavano voragini capaci far sprofondare case.
Nella disperata lotta per la sopravvivenza che ne segue i vermi assumono il ruolo principale strappandolo ai protagonisti umani che sbiadiscono quasi sullo sfondo. Sono loro gli eroi, forza cieca e imbattibile, dominatori di una natura ostile dove vige la legge del più forte e l’uomo non è altro che una tacca nello stadio evolutivo nulla più destinato ad estinguersi come i dinosauri. Che questi vermi siano il frutto di qualche manipolazione genetica, extraterrestri o esseri preistorici risvegliatisi dopo un letargo di millenni, non lo si saprà mai ma sicuramente focalizzano la paura atavica insita nell’ uomo per quanto civilizzato o capace di credersi invulnerabile.
La creatività di Keene spazia davvero senza limiti  e soprattutto il velo di umorismo è la parte che mi ha divertito di più, anche nei momenti più drammatici basta solo pensare a quando descrive l’uomo delle previsioni del tempo che si suicida in diretta durante la trasmissione che annuncia pioggia, pioggia, e ancora pioggia o a quando fa la stessa cosa Mark Berlitz il d-jey di una radio sgangherata.
Per darvene un saggio vi cito questo brano:

La stazione radio AM di Roanoke aveva continuato le trasmissioni all’incirca fino alla quarta settimana. Mark Berlitz, il conduttore maniaco di teorie della cospirazione e sempre pronto a discorsi di estrema destra, aveva vegliato in solitaria incollato al microfono. Devo ammettere che sono rimasto ad ascoltare in una sorta di orribile incantesimo la sanità mentale di Berlitz che si sgretolava a causa dell’isolamento in quella stanzetta. La sua ultima trasmissione finì con un colpo di pistola nel bel mezzo di Big Balls in Cow-town, una vecchia canzone bluegrass dei Texas Playboys ( un peccato, perchè mi è sempre piaciuta la loro musica). Il pezzo terminò due minuti dopo, poi ci fu solo silenzio.

I vermi conquistatori è sicuramente a buon diritto da inserire tra i capisaldi del genere. Consigliato anche a chi considera l’horror solo unicamente letteratura per ragazzi. Avranno di che ricredersi.

Brian Keene nasce nel 1967 e cresce in Pennsylvania e West Virginia, dove ambienterà la maggior parte dei suoi libri. Autore molto prolifico, ha pubblicato 14 romanzi e svariate antologie in circa dieci anni di attività. Ha vinto due prestigiosi Bram Stoker Awards: nel 2001 con Jobs in Hell e nel 2003 con The Rising; e uno Shocker Award, con  Sympathy for the Devil  nel 2004.
Edizioni XII è il primo editore a proporre una sua opera in italiano. L’autore ha fin da subito espresso il suo entusiasmo per il traguardo raggiunto.

I vermi conquistatori di Brian Keene, Edizioni XII, collana Eclissi, Traduzione di Luigi Musolino revisione di Daniele Bonfanti, titolo originale The Conqueror Worms, 2011, pagine 309, brossura, Prezzo di copertina Euro 15,00.

:: Il corrispondente dall’ estero di Alan Furst (Giano, 2008) a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2011

indexVigilia della Seconda Guerra Mondiale.
L’ombra nera di Hitler oscura l’Europa.
Il nazismo in Germania, il fascismo in Italia, il caudillismo in Spagna, gettano le basi per la guerra imminente e in questo scenario drammatico e pieno di tensione il gioco delle spie si fa frenetico.
Nel dicembre 1938 a Parigi la lunga mano dell’Ovra, la temibile polizia segreta di Mussolini, decide di compiere un atto dimostrativo per dissuadere i numerosi rifugiati politici italiani antifascisti attivi nella capitale francese dal continuare a tenere in vita i numerosi giornali clandestini, creati in appoggio alla Resistenza.
Enrico Bottini, avvocato torinese esule in Francia dal 1935, direttore del foglio clandestino “Liberazione”, viene fatto uccidere in una giornata di pioggia assieme alla sua amante, moglie del politico socialista LaCroix, nella stanza 44 del modesto albergo Colbert “Un albergo piuttosto appartato, il Colbert, silenzioso, discreto, a servizio de les affaires cinq-à-sept, le tresche tra le cinque e le sette”.
Viene inscenato un finto omicidio-suicidio al quale quasi nessuno crede, soprattutto gli  otto appartenenti al movimento Giustizia e Libertà che si riuniscono il mattino dopo in tutta fretta nel retro del Cafè Europa, in una stradina nelle vicinanze della Gare du Nord. Il messaggio è chiaro, diretto a loro: “Facciamo quello che vogliamo non ci potete fermare”. Sgomento, paura, rabbia. Ma la lotta politica deve continuare, la battaglia non è ancora perduta. Bisogna trovare un nuovo direttore di “Liberazione”.
Un nome lascia tutti concordi: Carlo Weisz. Un giornalista che aveva lavorato per il Corriere della Sera di Milano e ora faceva il corrispondente all’ estero alla Reuters. Un triestino con un certo coraggio, in quel momento si trovava in qualche parte in Spagna per scrivere gli ultimi atti della Guerra Civile, un sangue misto metà italiano metà sloveno, uno che conosceva le lingue, l’uomo giusto per quell’incarico.
Carlo Weisz accetta ed è il primo passo che lo porterà nel bel mezzo di un pericoloso intrigo di spie, soprattutto a causa dell’amore per una donna, una di quei tedeschi che Hitler l’ hanno combattuto, e salvare lei diventa per Weisz  l’unica ragione di vita.
Barcellona, Parigi, Berlino, Praga, Genova fanno da sfondo alla disperata lotta di Carlo Weisz per una causa, un ideale, lui spia per caso, quasi inconsapevole strumento trasportato dagli eventi nell’abisso e nella follia che presto infiammerà l’Europa e il mondo intero.
Il corrispondente dall’ estero, edito da Giano Editore nel 2008, è il primo romanzo di Alan Furst, autore americano di spy story classiche per lo più ambientate negli anni 30-40, che leggo, altri tre titoli sono stati tradotti e pubblicati in Italia L’ombra delle stelle e Il Regno delle ombre per Rizzoli e Le Spie di Varsavia, per Giano e devo dire che è stato una piacevole sorpresa.
La prima caratteristica che subito si evidenzia è che Furst, pur essendo americano, si ricollega ai classici della spy story europea per lo più britannici come Eric Ambler, Graham Green, Frederick Forsythe, John Le Carrè in un certo senso più introspettivi e meno interessati all’azione pura rispetto ai loro colleghi d’oltre oceano.
Un altro fatto curioso che mi ha colpito e sentire trattare da un americano un tema come la lotta antifascista di molti esuli italiani in Francia, che non mi pare che nessun autore prettamente italiano abbia fatto, almeno nei romanzi, anche se questa può essere una mia pecca dovuta all’ignoranza. Furst è un narratore classico, ama le ricostruzioni sceniche e le ambientazioni ricche di dettagli e di particolari d’epoca come la musica, – cita Duke Ellingtone e Cole Porter- o  il nome di riviste edite in quegli anni.
La ricostruzione storia è accurata, si vede che c’è dietro un lungo lavoro di ricerca. Nella breve intervista che gli feci, che potete leggere qui, ci disse infatti che si documentò leggendo unicamente libri che parlavano di quel periodo, da libri di storia, di giornalismo, di narrativa, ad autobiografie, e questa cura traspare dalle sue pagine ricche di informazioni a volte curiose che danno un sapore autentico e un po’ retrò alla narrazione.
La struttura dei personaggi è solida, emerge sicuramente il personaggio di Carlo Weisz, una spia per caso, una persona comune immersa in una realtà drammatica che non riesce pienamente a controllare. In Weisz c’è qualcosa di epico, tipico dei personaggi alla Rick Blaine protagonista di Casablanca, una sorta di eroe romantico che crede in certi ideali ed è capace di sacrifici e rinunce in nome dell’amore per una donna forse ancora più eroica e patriottica di lui.
Bellissimo il finale, che giunge quasi inaspettato.
Lo stile di Furst mi ha ricordato molto quello di Hemingway, sopratutto nella creazione dei dialoghi, mai superflui, sempre specchio dei personaggi.
Per gli amanti delle spy story, condite di intrighi e addolcite da una emozionante storia d’amore, una lettura sicuramente consigliata.

Traduzione di Valeria Giacobbo. Titolo originale The Foreign Correspondent.

Alan Furst (New York, 20 febbraio 1941) è un giornalista e scrittore statunitense, autore di romanzi di spionaggio ambientati nel periodo della Seconda guerra mondiale.

Recensione di Repo men di Eric Garcia a cura di Maurizio “ScarWeld” Landini

28 gennaio 2011

Repo man“La prima volta in cui tenni in mano un pancreas ebbi un’erezione”.

Un biorecuperatore è un operatore incaricato di recuperare gli organi artificiali dai clienti insolventi. Avere un prestito per acquistare un organo che può salvarti la vita è facile. Decisamente più difficile è saldare il debito contratto per acquistarlo, con tassi d’interesse da capogiro. Così, chi non paga è costretto a riconsegnare il prodotto…

Il protagonista del romanzo Repomen  è un biorecuperatore che lavora per conto della Credit Union; i suoi ricordi sono fatti di estrazioni sanguinolente, di momenti di vita passati con le sue cinque mogli, ognuna delle quali si è presa un pezzo del suo cuore;  è un angelo della morte abituato a vedere l’inferno negli occhi di coloro che tentano di sfuggire al biorecupero.
Per una sorta di legge del contrappasso dantesca finisce col vivere la stessa esperienza di braccato.

Disturbante e a tratti ironica “commedia al bisturi”, fra operazioni chirurgiche e matrimoni in pezzi, Repomen è un romanzo che fornisce la visione di un futuro inquietante dove organi artificiali indispensabili per la vita sono trattati alla stregua di un qualsiasi prodotto commerciale.

Repomen (titolo originale:  ‘The Repossession Mambo’) di Eric Garcia (Rizzoli, Milano 2011, pagine 333) traduzione di Stefano Bertolussi.

Eric Garcia (Classe 1972) Scrittore americano, autore di numerosi romanzi alcuni dei quali pubblicati in Italia, come Anonymous Rex e La carogna, da cui Ridley Scott ha tratto il film Il genio della truffa con Nicolas Cage (2003). Sul recente The Repossession Mambo è basato il film Repomen (2009) di Miguel Sapochnik con Liev Schreiber, Jude Law e Forest Whitaker.

:: Recensione di Una donna di troppo di Carl Hiaasen a cura di Giulietta Iannone

6 gennaio 2011

1Ci aveva già pensato Alfred Hitchcock a giocare al delitto perfetto; dimostrando, con rigoroso cinismo, che non esiste e non aveva certo scelto uno sprovveduto per impersonare il marito Barbablù deciso a far fuori la moglie per ereditare la di lei lauta fortuna.
Immaginatevi cosa può succedere quando è Carl Hiaasen a dirigere le danze.
Di tutto.
Sento qualcuno mugugnare nelle retrovie Carl Hiaasen chi? Beh, vorrei far la parte di quella aggiornatissima, che sa tutto, che ha scoperto Hiaasen al primo libro ancora inedito in Italia, mentre tutti si chiedevano perché cavolo Hiaasen si scrivesse con due a. E invece no. Ho scoperto Hiaasen con Una donna di troppo, divertentissimo econoir scovato dalla astuta ciurma di Meridiano Zero.
Carl Hiaasen è un versatile scrittore americano di origine norvegese che ha iniziato la sua carriera occupandosi di giornalismo investigativo e nello specifico dando calci nelle gengive ai politici intrallazzatori della Florida, sviluppando le sue doti di segugio soprattutto sul tema dello sviluppo edilizio a danno dell’ambiente naturale.
Quando è approdato alla narrativa, conscio che si può fare più danno con la fantasia che con la realtà, non ha mollato l’osso e nei suoi libri ha innestato il valore aggiunto dell’ecologismo militante e della denuncia dell’indiscriminato abusivismo e del sistematico avvelenamento dell’ecosistema.
Ecologismo?
Ecosistema?
Che centreranno con il noir direte voi?
Datemi tempo e dissiperò le vostre legittime perplessità. Una donna di troppo è un noir di nuova generazione, un noir che usa la comicità per fare risaltare ancora di più l’impegno e la meritoria lotta del bene contro il male.
Ma andiamo con ordine partiamo dall’ambientazione: immaginiamo l’ex paradiso naturale della Florida del sud, fenicotteri rosa a go go, acque un tempo cristalline, ora un po’ torbide per i pesticidi ma di notte chi se ne accorge quando la luna scintilla e una coppietta di innamorati naviga su un panfilo da mille e una notte, in una sorta di seconda luna di miele per festeggiare l’anniversario di nozze.
Che quadretto romantico direte voi e invece all’improvviso il dramma. Chaz prende la sua bella e bionda moglie per le caviglie, la ribalta dal parapetto e la scaraventa nelle nere e infestate acque dell’Atlantico a miglia dalla costa compiendo ai suoi occhi il classico delitto perfetto.
Non che sia intrinsecamente malvagio il povero Chaz, che a dirla tutta fa anche un poco di tenerezza tanto è stupido, superficiale, sessualmente promiscuo, pure un lampo di rimorso attraversa il suo universo ma non ha scelta. Ha troppo da perdere, ormai convinto che la moglie sia a conoscenza del fatto che è un uomo corrotto, pagato dal vero delinquente della situazione, Red Hammernut, responsabile del più grave disastro ambientale che la Florida ricordi e che sia sul punto di parlare.
Già, ma Chaz non è un uomo fortunato, non è uno di quei baldi simpaticoni a cui la sorte strizza un occhio e solleva da tutte le responsabilità. Joey Wheeler Perrone non ha nessuna intenzione di morire.
E che fa?
Dopo tutto è un ex campionessa universitaria di nuoto, una sirenetta di tutto punto e cosi nuota tra squali, alghe appiccicose e nefaste, meduse, onde salate, correnti atlantiche, e abbarbicata ad una balla di marijuana, (trenta chili di giamaicana, della migliore), abbandonata da un gruppo di allegri contrabbandieri distratti, approda sull’isolotto di Mick Stranahan, ex detective con uno spiccato senso dell’umorismo, un dobermann svitato, 6 ex mogli e un debole per la bionda Joey che, dopo essersi ripresa dal momentaneo sgomento, medita vendetta.
Da questo momento in poi per Chaz non c’è più scampo e, più sprofonda nelle acque melmose dell’incubo e dei suoi peccati, e più il lettore se la ride con un retrogusto di amarezza e di disincanto legato allo spaventoso inquinamento causato dal massiccio afflusso di fosforo agricolo che ammorba i sistemi palustri degli Everglades rendendo impossibile qualsiasi forma di vita.
In un crescendo mozartiano si arriverà alla resa dei conti finale che non sarà certo considerabile come un lieto fine, ma che cancellerà di sicuro dalla faccia di Chaz il suo indisponente sorrisetto di altezzosa impunità. Vedere per credere il destino che Hiaasen ha in serbo per lui.
Dire che nella traduzione c’è lo zampino di Luca Conti, con la brava Luisa Piussi, mi sembra inutile, ma comunque doveroso perché sembra, si mormora, che ci sia ancora gente che pensa che i libri si traducano da soli.

Carl Hiaasen, “Una donna di troppo”, Titolo originale Skinny Dip, pp. 447, 18 euro, Meridiano Zero, 2010.