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:: Recensione di Jack Reacher – La prova decisiva di Lee Child (Longanesi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2013
la prova

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Jack Reacher – La prova decisiva (One shot, 2005), tradotto da Adria Tissoni, nono episodio della serie di Jack Reacher, ideata dall’autore britannico Lee Child, è una riedizione voluta da Longanesi, che l’aveva pubblicato per la prima volta nel 2008 con il titolo La prova decisiva, in occasione dell’uscita dell’omonimo film di Christopher McQuarrie con Tom Cruise nei panni del protagonista. Premetto che non avendo visto il film eviterò qualsiasi parallelismo tra romanzo e opera cinematografica. Come tutti i libri di Lee Child che fino ad oggi ho letto questo romanzo merita di essere letto,  soprattutto se amate i thriller in cui predomina l’azione. Jack Reacher è un personaggio tipicamente americano, il cui spirito si nutre di molte figure iconiche del vecchio west, se non addirittura andando indietro nel tempo, e cambiando continente, possiamo trovare anche delle somiglianze con la figura del ronin dell’antico Giappone. L’eroe solitario, il guerriero senza macchia e senza paura, che vaga di villaggio in villaggio, senza una casa, una famiglia, senza addirittura a volte un nome, ma rigorosamente testimone di un codice morale in cui giustizia, lealtà e libertà si uniscono e diventano un tutt’uno, è da sempre una figura cardine di quella parte più anarchica e libera, alle radici stesse del mito della frontiera, di cui Child si appropria rielaborandola e proiettandola nel suo personaggio. Jack Reacher è un ex militare, ma una specie particolare di militare, un maggiore della polizia militare, che ha avuto modo di indagare sui crimini commessi all’interno dell’esercito e già per questo un paria, ben prima della sua scelta di lasciare tutto e vagare per l’America, senza un conto corrente, un indirizzo email, una casa a cui tornare, diventando un invisibile insomma, che a malapena la previdenza sociale può stabilire che è vivo. Le parti in cui vaga in autobus, vedendo scorrere la provincia americana più profonda fuori dal finestrino, anche se brevi sono capaci di creare l’atmosfera e il giusto scenario in cui si svolgono le sue avventure. Non rifugge la violenza, pur non essendo un violento. Si limita a difendersi in un modo in cui la violenza è diffusa, le armi sono facilmente ottenibili, il più forte schiaccia il più debole senza alcuna pietà. Scusatemi sto divagando, questo non è un saggio su Jack Reacher, torno al romanzo.  Allora tutto inizia nel garage di un palazzo, in una piccola cittadina di provincia. Un cecchino spara sulla folla e uccide cinque persone: quattro uomini e una donna. Apparentemente senza motivo. La polizia ferma nel giro di poche ore James Barr: un reduce, disoccupato, con problemi di insonnia, senza una assicurazione medica. Le prove portano a lui, senza ombra di dubbio, così lampanti che sembrano costruite. James Barr si chiude in un ostinato mutismo e solo con il suo primo avvocato difensore fa il nome di Jack Reacher prima di essere selvaggiamente picchiato in carcere da una banda di latinos a cui aveva mancato di rispetto. Ormai in coma, con l’onta di colpevole marchiata a fuoco, giace in un letto d’ospedale e solo la sorella lo crede innocente e cerca un altro avvocato difensore e lo trova in Helen Rodin, una preparata e ambiziosa avvocatessa alle prime armi, la figlia stessa del pubblico ministero a cui è affidato il caso. Trovare Jack Reacher diventa imperativo. Ma naturalmente nessuno ci riesce, sarà lui stesso a farsi vivo dopo aver visto in tv un servizio in cui si fa il nome di James Barr. E Jack Reacher con James Barr ha un conto in sospeso. Lo sa colpevole di un altro crimine simile, crimine per cui non l’aveva potuto perseguire per intrallazzi politico- militari. Scoprire la verità sarà per Jack Reacher l’unica via d’uscita. Azione dunque, un’ indagine che porta in direzioni diverse dalle premesse, l’intuito di Jack Reacher, il bel personaggio di Helen Rodin, sono questi gli elementi centrali di questo romanzo. Se l’inizio con l’attuazione dell’attentato è un po’ convenzionale, non lasciatevi scoraggiare appena entra in scena Jack Reacher l’azione accelera in un susseguirsi di cambi di prospettiva. Scritto in terza persona, tipo di scrittura che Child predilige quando vuole dare più spazio alla suspense, Jack Reacher – La prova decisiva è uno di quei romanzi che si leggono in poche ore, senza annoiarsi. Le possibili aperture del finale le avevo naturalmente intuite già dall’inizio, Child utilizza infatti una soluzione non certamente innovativa ma di sicuro effetto che unita alla bravura nel delineare cattivi credibili e simili a dei congiurati rendono il romanzo un thriller pienamente riuscito.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Cogan di George V. Higgins (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

17 dicembre 2012

cogan rStoria criminale, realistica e violenta, retta da un flusso interminabile di dialoghi e quasi totalmente priva di descrizioni di ambienti o personaggi, fatta eccezione forse per le scene della rapina alla bisca, del pestaggio di Trattman, o dell’arresto di Russell da parte della narcotici, Cogan (Cogan’s Trade, 1974) del procuratore distrettuale del Massachussetts prestato alla letteratura George V. Higgins, già autore del ben più celebre Gli amici di Eddy Coyle, tradotto per Einaudi da Cristiana Mennella a cui è toccato il difficilissimo e oserei dire improbo compito di rendere in italiano il linguaggio gergale della malavita bostoniana degli anni 70, è un romanzo narrato in terza persona, in cui si alternano le voci dei personaggi che di volta in volta accrescono il tessuto narrativo facendo cambiare prospettiva e profondità all’azione e dando vita ad un quadro di insieme sempre più focalizzato.
La trama scarna ed essenziale, infatti, la si ricostruisce estrapolando stralci di conversazione di gente che ama parlare o meglio sentirsi parlare, di piani da attuare per fare il colpo che darà una svolta alla vita, dei loro anni in carcere, delle loro donne, delle persone da pestare, delle malattie degli amici, intercalando parolacce continue che col tempo si trasformano da folklore gergale in impotenza e fallimento.
Jackie Cogan, personaggio che da il titolo al romanzo, è un vero duro, un gangster al servizio della mafia di Boston, decisamente più sveglio e intelligente della maggior parte dei delinquenti di mezza tacca che lo circondano. A lui toccherà il compito di riportare l’ordine “mafioso” in città quando tre balordi, avanzi di galera con il quoziente intellettivo di una gallina, Amato, Frankie e Russell, avranno la malaugurata idea di rapinare la bisca di Mark Trattman, sotto il controllo dei boss. In un mondo dove ognuno deve stare al suo posto, è inammissibile che qualcuno voglia infrangere le regole mettendosi contro al consolidato potere criminale che governa la città, gerarchicamente strutturato e da tutti i delinquenti accettato.
Jackie Cogan comunque ha i suoi metodi per far rispettare la legge del più forte e grazie ai suoi informatori ci mette ben poco ad individuare il terzetto, anche se prima ritiene saggio e giusto eliminare Trattman, per avere anni prima commissionato una finta rapina ad una sua propria bisca. Questa volta è pulito, non centra affatto ma dargli una lezione serve di esempio, di monito per tutti gli altri e permette all’ organizzazione di continuare i suoi traffici indisturbata.
Cogan frutto dell’esperienza diretta di Higgins, che ha avuto modo di conoscere bene il sottobosco criminale bostoniano grazie al suo lavoro di procuratore distrettuale, è un romanzo che unisce un’ iperrelaistica oggettività narrativa, quasi di stampo documentaristico, al suo contrario, ogni punto di vista è soggettivo e personale, ogni personaggio parla di sé, di come vede il mondo, di come percepisce i rapporti di forza, la sfortuna che si abbatte inesorabile e mai è percepita come stupidità, l’incapacità di svincolarsi dalle leggi del gruppo che sovrastano tutti come una cappa nera di fato omerico.
Higgins da narratore esterno, registra ogni dialogo, con freddezza quasi con distacco, senza esprimere pareri morali o critiche sociologiche, si limita a riportare le voci stonate quasi un sottofondo esasperato fatto solo di rumore, a volte denso di nonsense, dei piccoli delinquenti che si muovono sulla scena alle prese con la fatica del vivere, alle prese con la loro moralità, il loro senso di giustizia distorto, sicuramente strettamente correlato all’utilità e agli affari, ma tuttavia presente, (l’avvocato chiede a Cogan perché uccidere Trattman se questa volta non ha fatto niente), con la loro percezione del crimine e della violenza come ineluttabile necessità.
Anche Cogan, il sicario a cui Dillon subappalta il lavoro per motivi di salute, non ha una valenza epica o leggendaria, è solo uno che il suo lavoro lo sa fare meglio degli altri, uno che eredita e subentra al precedente uomo di fiducia dei boss e alla fine pretende di essere pagato di più.
Crime novel scevra di ogni sentimentalismo, dal ritmo asciutto, trova il suo punto di forza nella capacità di descrivere un mondo attraverso le voci dei personaggi, in dialoghi, certo immaginati, ma che riflettono, con aderente autenticità, la violenza, la meschinità, la pochezza, e la quotidianità di vite davvero vissute.
Senza il film, che ha come star Brad Pitt, probabilmente questo romanzo non avrebbe trovato mercato, almeno in Italia, ma consola pensare che sarà forse l’occasione di conoscere l’intera produzione di George V. Higgins, bene 27 romanzi e 2 raccolte di racconti oltre alla produzione non fiction, autore sottovalutato e oscuro, maestro addirittura di Elmore Leonard.

George V. Higgins (1939-1999), giornalista di nera poi procuratore distrettuale, ha scritto una trentina di romanzi e due raccolte di racconti. È entrato nella storia della letteratura poliziesca con il romanzo Gli amici di Eddie Coyle, da cui è stato tratto l’omonimo film di Peter Yates con Robert Mitchum. Da Cogan, originariamente pubblicato nel 1974 (e pubblicato da Einaudi Stile libero nel 2012) Andrew Dominick ha tratto l’omonimo film con Brad Pitt.

:: Recensione di Il ragazzo senza storia di Ross Macdonald (Polillo Editore – collana I Mastini, 2012) a cura di Giulietta Iannone

15 dicembre 2012

Il ragazzo senzaIl ragazzo senza storia (The Galton Case, 1959) di Ross Macdonald, traduzione di Giovanni Viganò, è l’ ottavo libro della serie dedicata all’investigatore privato Lew Archer, personaggio che compare in altri diciassette romanzi e nella raccolta di racconti Il mio nome è Archer (The Name is Archer, 1955) pubblicata nel 1978 nella collana Oscar del Giallo Mondadori con il numero 29 e tradotta da Lia Volpatti.
L’investigatore privato Lew Archer viene assunto dall’ avvocato Gordon Sable per mettersi alla ricerca di Anthony Galton, l’erede di una grande fortuna ancora nelle mani della madre Maria Galton, una vecchia signora un po’ eccentrica tormentata dai sensi di colpa per aver scacciato il figlio tanti anni prima per avere sposato una donna di bassa estrazione, giudicata un’ arrampicatrice, dalla quale aspettava un figlio. Prima di morire la donna vuole fare pace con il suo passato così proprio lei incarica il suo avvocato Gordon Sable di assumere Archer, ostinatamente convinta che il figlio sia ancora vivo.
Archer pur convinto che sia un caso senza speranza e che dopo tutti quegli anni Galton sia probabilmente morto o nella migliore delle ipotesi non voglia farsi trovare, accetta e interrogando Cassie Hildreth, una lontana parente e dama di compagnia dell’anziana signora Galton, un tempo innamorata di Anthony Galton, scopre delle tracce che lo conducono a San Francisco dove l’uomo viveva con la moglie e il figlio a Luna Bay. Qui ad attenderlo un mucchio di ossa di uno scheletro decapitato e un ragazzo che afferma di essere il figlio di Anthony Galton.
La somiglianza straordinaria con Galton padre, la testimonianza del medico che l’ha fatto nascere, il certificato di nascita, tutto conferma che il ragazzo sia davvero il nipote ed erede di Maria Galton, ma se fosse un impostore? se ci fossero implicati nel raggiro degli autentici criminali? questi sono i dubbi che assillano Archer quando consegna il ragazzo alla vecchia signora, che lo accoglie con grande calore pronta a cambiare il testamento in suo favore.
Così quando il Dr. August Howell, medico di famiglia di casa Galton e curatore testamentario del patrimonio, vedendo la figlia Sheila infatuata del ragazzo, e giudicandolo senza dubbio un impostore, gli propone di smascherarlo Archer accetta e prosegue le indagini che lo porteranno ad accorgersi di essersi sbagliato, che la verità è ben più assurda e contorta di qualsiasi ipotesi formulata dalla sua intuizione investigativa.
Considerato da Macdonald stesso il suo romanzo migliore, Il ragazzo senza storia, gìà pubblicato in Italia nel 1960 con il titolo A un passo dalla sedia nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 581, è senza dubbio uno dei grandi capolavori della letteratura hardboiled, che trae ispirazione da Sofocle, come lo stesso autore afferma e alcuni critici hanno rilevato, vedendo la tragedia di Edipo come nucleo centrale di molte sue opere. Anche in Il ragazzo senza storia troviamo un ragazzo alla ricerca della propria identità e coinvolto, non del tutto innocente, in una storia in cui il passato sembra deciso a non restare sepolto per sempre, e gli atti, i crimini commessi anche parecchio tempo prima si ripercuotono sul presente.
A mio avviso non solo Sofocle ha influenzato Macdonald ma anche Shakespeare, soprattutto se consideriamo i parallelismi tra l’Amleto e questo romanzo in cui la componente psicologica determina un gioco di specchi e un ribaltamento dei ruoli dove quasi nessuno è chi si crede che sia, per lo meno non solo il presunto impostore John Brown / Theo Fredericks, ma anche l’avvocato Sable e sua moglie Alice, o l’ex-moglie di Peter Culligan, il cameriere dalla faccia patibolare di Sable, trovato ucciso quasi all’inizio del romanzo e la cui morte si collega strettamente con la vicenda principale.
La complessità della trama non deve spaventare perché la storia fluisce del tutto logicamente, non essendo intenzione dell’autore ingannare il lettore, ma semplicemente dimostrare che spesso i personaggi apparentemente innocui nascondono un volto oscuro ben peggiore dei delinquenti dichiarati, come possono essere i fratelli Roy e Tommy Lemberg.
Una curiosità, il romanzo diventerà presto un film, avendone la Warner Bross acquistato i diritti cinematografici  e avendone affidato la sceneggiatura a Peter Landesman. Dopo Detective’s Story (Harper del 1966) e Detective Harper: acqua alla gola (The Drowning Pool del 1975) in cui un spiegazzato e ironico Paul Newman portò Lew Archer per la prima volta sullo schermo, avremo così modo di vedere ricostruita la California dei tardi anni 50. Spero che la regia l’affidino a Curtis Hanson, con LA Confidential fece un buon servizio al romanzo di James Ellroy.

Ross Macdonald (1915-1983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, prese uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target (Bersaglio mobile), introdusse il detective Lew Archer che, tranne in due casi, comparirà in tutto il resto della sua produzione e sarà impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Oltre a The Galton Case (1959, Il ragazzo senza storia), il cui film è in lavorazione da Warner Bros., i suoi romanzi più celebri sono The Drowning Pool (1950, Il vortice), The Chill (1964, Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar (1964, Il passato si sconta sempre – I Mastini n. 4), vincitore del premio della Crime Writers’ Association per il miglior libro, e The Blue Hammer (1976, Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo. Pur richiamandosi alla lezione di Chandler e Hammett, i due grandi maestri dell’hardboiled, Macdonald è considerato superiore a entrambi da una parte della critica per aver dato al romanzo poliziesco, come scrisse lui stesso, “una serietà e una complessità di stile e di trama che in passato non aveva”.

:: La ragazza del Sunset Strip di Joseph Hansen (Elliot, 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2012

ragazza sunset“Vuoi dire che sono stati loro a ucciderlo?” chiese Amanda sbigottita.
“Non loro, la loro rispettabilità. Sai che cos’è? No, sei troppo giovane, non puoi saperlo. Un tempo tutti tenevano in grandissimo conto la rispettabilità, oggi invece la parola è quasi priva di significato perché un concetto troppo lontano dalla realtà. Ormai se ne sono accorti quasi tutti: questa scoperta, che è già costata la vita a Gerald Dawson, adesso distruggerà anche quella di sua moglie e di suo figlio”.
“Il senso del decoro” azzardò Amanda.
“No, non decoro, ma rispettabilità”. Dave rimase un attimo ad osservare Delgado che toglieva dal fuoco le fette di bacon e buttava in padella le uova sbattute. “L’importante non è quello che sei, ma quello che i vicini pensano di te. Solo che adesso i vicini di casa non esistono più, e , anche quando esistono, non si occupano certo di te, ma dei fatti loro”.

La ragazza del Sunset Strip (Skinflick, 1979), traduzione dall’inglese di Maria Luisa Vesentini Ottolenghi, 5° romanzo della serie Dave Brandstetter Mysteries, fu pubblicato a New York da Holt Rinehart & Winston. In Italia arrivò pochi anni più tardi, nel 1981, grazie a “Il Giallo Mondadori” con lo stesso titolo scelto da Elliot edizioni che, dopo Scomparso e Atto di morte, ci porterà tutti i dodici romanzi dedicati da Joseph Hansen al suo più celebre investigatore assicurativo.
Joseph Hansen, a mio avviso uno tra i grandi maestri del genere hardboiled, scelse la California e prevalentemente Los Angeles come scenario per le sue storie che vedono come indiscusso protagonista Dave Brandstetter, investigatore privato dichiaratamente gay al servizio di una agenzia assicurativa, ricco quando basta da poter vivere senza lavorare, se solo lo volesse, o abitare in una mega villa di quelle che scintillano al sole di Los Angeles. Sobrio, sbarbato di fresco, educato, sempre con una camicia pulita, moralmente onesto, amante degli uomini, sembra infrangere uno ad uno gli stereotipi che caratterizzano l’investigatore classico e proprio per questo con caparbia originalità si è conquistato un posto di assoluta unicità nel genere. Dave Brandstetter è indubbiamente una persona più che un personaggio, e questo poche volte avviene nella storia della letteratura. Joseph Hansen oltre che romanziere è soprattutto un poeta, la cui liricità mai sentimentale, mai sdolcinata, arricchisce le sue pagine “poliziesche” di una eleganza e di una bellezza evocativa e profonda.
La ragazza del Sunset Strip ci porta nel lato più buio, e ben poco glamour, della Los Angeles fine anni Settanta, fatto di droga, pornografia, prostituzione, motel di second’ordine pieni di piatti sporchi, cinematografi a luci rosse, set di film porno dove si girano pellicole senza valore per campagnoli senza il senso dell’umorismo, sexy shop e locali equivoci, un mondo in cui squallore e corruzione fanno da contraltare al lato rispettabile ed edificante, ai surfisti abbronzati e atletici che popolano le dorate spiagge affacciate sull’oceano, ai probi uomini e donne frequentatori delle innumerevoli chiese che popolano la città che a volte si trasformano in vigilantes contro il vizio e la depravazione. Ed è a quest’ultimo genere che appartiene Gerald Dawson, commerciante di materiale cinematografico, trovato ucciso con il collo spezzato davanti al portico di casa.
Accusato dell’omicidio Lon Tooker, proprietario di una libreria per adulti Keyhole, oggetto dei raid punitivi contro il vizio proprio di Dawson. Il dubbio che a commettere il delitto siano stati proprio i beneficiari della polizza assicurativa sottoscritta da Dawson chiama in causa Dave Brandstetter, che inizia a indagare sentendo che niente è quello che dovrebbe essere. Gerald Dawson non è l’integerrimo paladino della probità e moralità, Lon Tooker non è un depravato violento, assetato di vendetta, moglie e figlio non sono così limpidi come sembrano arrivando a considerare la rispettabilità ben più importante della ingiustizia di vedere pagare un innocente per un delitto che non ha commesso. Poi, anche grazie all’aiuto di Randy Van, un travestito che sembra aver fatto breccia nel cuore di Dave Brandstetter, a cui Hansen dedica una scena di grande tenerezza, le tracce portano verso una prostituta scomparsa Charleen Sims, probabile testimone del delitto, l’unica che sa veramente come le cose siano andate.
Forse il più violento dei romanzi dedicati a Dave Brandstetter letti da me finora, e per i temi trattati decisamente il più amaro e crudo, La ragazza del Sunset Strip conferma le doti narrative di Hansen, su tutte la capacità di ricreare l’atmosfera anni Settanta, la cura per i dettagli delle ambientazioni, la scrittura poetica e dolente, l’abilità di caratterizzare i personaggi da piccoli particolari, non solo i principali, come per esempio il vecchio guardiano che offre il caffè a Dave Brandstetter con le sue dita artritiche e i gesti lenti ma precisi, o il vecchio padre di Charleen Sims che fa il rappresentante Avon e mangia purè di patate in una casa povera e spoglia.
Tra scambi di persona, rapimenti, orge a base di sesso e droga, ricatti organizzati da soci di affari, la storia si dipana alternando brutali aggressioni a sprazzi di umorismo, caratterizzati da una vena di tristezza che fa arrivare il protagonista alla dolente consapevolezza che gli anni migliori sono alle sue spalle. Ormai Hansen si sta conquistando un posto tutto suo tra le mie letture preferite di sempre.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Recensione di Una notte di Natale a New York di Henry Kane (Polillo – I Mastini, 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2012

una notteUna notte di Natale a New York (A Corpse for Christmas, 1951) di Henry Kane, traduzione di Giovanni Viganò, è il quarto romanzo della serie dedicata all’investigatore privato Peter Chambers, comprendente ben 28 romanzi e diversi racconti. Originariamente pubblicato in America nel 1951 da J. B. Lippincott, fu ristampato con il titolo The Deadly Doll nel 1959, poi come Homicide at Yuletide, da Signet nel 1966, e infine con il titolo originale da Lancer nel 1971. In Italia uscì nel dicembre 1953 con il titolo Un Mistero per Natale con il Giallo Mondadori. Laurence Block, amico di Kane, si lamentava anni fa che le sue opere fossero fuori stampa e ormai disponibili solo negli store online dell’usato, per cui è una bella notizia che la Polillo nella collana I Mastini ne abbia ripreso la pubblicazione – è già uscito nel 2011 Una rossa e quattro dentisti morti  (Too French and Too Deadly, 1955) –. Negli anni 50 e 60 era sicuramente un autore famoso e considerato di prim’ ordine, grazie soprattutto alla serie dell’investigatore Chambers, ma non solo se consideriamo che scrisse qualcosa come una sessantina di romanzi per non contare i racconti sparsi nelle più prestigiose riviste di settore dell’epoca. Poi negli anni 70 il lento declino con romanzi erotici di suspense considerati semi pornografici, The Shack Job, The Glow Job, The Escort Job, e The Tail Job fino all’oblio e alla morte. Ho potuto trovare nella mia collana di gialli Mondadori Spara per primo, Peter Chambers!, Omicidio a tempo di jazz e Destinazione: obitorio, ma sono certa che se cerco bene, troverò anche gli altri. Sicuramente i primi della serie Peter Chambers, e Una notte di Natale a New York è uno di questi, sono ottimi harboiled anni 50, forse considerati minori, ma ben scritti e decisamente divertenti. L’ironia, lo spirito sagace e acuminato e il linguaggio brillante e fantasioso sono sicuramente le caratteristiche più personali e rilevanti, oltre naturalmente alle trame ben ideate e ad una spruzzata di indagine psicologica mai eccessivamente predominante sull’azione. In Una notte di Natale a New York il nostro detective Peter Chambers si trova catapultato in un caso quasi controvoglia. E’ la vigilia di Natale e un poliziotto dell’Omicidi suo amico, che sa quanto sempre abbia bisogno di soldi, gli telefona in uno dei suoi dopo sbornia e gli annuncia che una collega Gene Tiny, forse una delle prime investigatrici donne della storia dell’harboiled, ha bisogno del suo aiuto. Ex modella, affascinante, con un vero certificato da investigatrice sempre pronto da esibire ai vari scettici, Gene era impegnata in un caso quando sfortunatamente la polizia l’arresta per guida in stato d’ebbrezza. Non potendo portare avanti il suo caso fino all’udienza per il suo rilascio, incarica Chambers, pagandolo profumatamente, di mettersi in contatto il suo cliente un gangster di nome Barney Bernandino e con un tale Sheldon Talbot, un eccentrico scienziato che vive sotto falso nome e che tutti credevano morto in un incidente a Chicago. Chambers si reca da Talbot e questa volta lo trova morto sul serio e come se non bastasse trova la figlia di lui con una pistola in mano e in stato di shock. Naturalmente non è lei l’assassina, e Chambers per discolparla non può fare altro che lasciarsi coinvolgere in questo ginepraio che vede coinvolti alcuni gangster e un nutrito gruppo di vedove nere tutti allegramente uniti in una vicenda che ruota intorno ad antichi gioielli rubati. Il giorno di Natale, come nella più pura tradizione del mystery classico, tutti gli indagati saranno riuniti e Chambers smaschererà il colpevole, non esattamente un colpo di scena, ma la giusta conseguenza del concatenarsi degli indizi. Esce il 6 dicembre e io vi consiglio di non perderlo, si legge in un pomeriggio e se come me considerate il Natale uno dei periodi più tristi dell’anno, me lo terrei da parte da leggere per quella ricorrenza. Vi assicuro vi farà passare un Natale molto, ma molto divertente.

Henry Kane (1908-1988), nato a New York, svolse per alcuni anni la professione di avvocato prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. L’esordio avvenne nel 1947 con A Halo for Nobody (intitolato anche Martinis and Murder) nel quale fece la sua prima apparizione il suo personaggio per eccellenza, l’investigatore privato Peter Chambers che sarebbe comparso in ventotto romanzi e in alcuni racconti. La produzione di Kane fu molto copiosa, una sessantina di opere, alcune delle quali firmate con diversi pseudonimi (Anthony McCall, Kenneth R. McKay, Mario J. Sigola e Katharine Stapleton), e numerosissimi racconti pubblicati su vari periodici tra i quali Esquire, Redbook, Saturday Evening Post, Cosmopolitan. Grande appassionato ed esperto di jazz, nel 1962 diede alle stampe How to Write a Song, un volume di interviste a celebri protagonisti del mondo musicale come Duke Ellington, Hoagy Carmichael, Johnny Mercer, Dorothy Fields, Noël Coward. Per la televisione Kane scrisse la sceneggiatura di alcuni episodi di The Alfred Hitchcock Hour, mentre per il grande schermo curò la riduzione di due romanzi della serie dell’87° Distretto di Ed McBain.

:: Recensione di Il giorno della locusta di Nathanael West (Mattioli 1885, 2012) a cura di Giulietta Iannone

14 novembre 2012

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Lasciò la strada e salì lungo la spina dorsale della collina per guardare dall’altra parte. Da lì potè vedere una decina di ettari di campo di loglio, macchiati da ciuffi di girasoli e gomma naturale. Nel centro del campo c’era un gigantesco mucchio di fondali e oggetti di scena. Mentre li osservava, un camion che trasportava dieci tonnellate venne ad aggiungere altro carico. Era la discarica finale. Pensò al Mar dei Sargassi di Janvier. Proprio come quell’immaginario complesso d’acqua rappresentava la storia di una civiltà sotto forma di deposito di rottami marini, quel posto lo era in forma di discarica di sogni. Un Mar dei Sargassi della fantasia! E la discarica cresceva continuamente, perché non c’era sogno che galleggiasse da qualche parte che prima o poi non sarebbe finito lì, dopo essere stato reso fotogenico con gesso, tela, listelli e vernice. Molte navi affondano e non raggiungono mai i Sargassi, ma nessun sogno scompare mai del tutto. Da qualche parte turba uno sfortunato e un giorno, quando la persona in questione sarà stata sufficientemente travagliata, ecco che il sogno sarà riprodotto nello studio.  

Il giorno della locusta (The Day of the Locust, 1939), quarto e ultimo romanzo dello scrittore e sceneggiatore americano Nathanael West, – dopo La vita in sogno di Balso Snell, Signorina Cuorinfranti, e Un milione tondo tondo -, è forse la più lucida e feroce satira che sia mai stata scritta sullo scintillante e vuoto mondo del cinema della Hollywood degli anni Trenta, (che stigmatizza con il lapidario: Mangiavano cibo di cartone di fronte ad una cascata di cellophane) descritto come una vera e propria discarica emozionale e popolato da falliti di ogni risma, nutriti da falsi e corrotti valori morali, assetati di fama e felicità e destinati invece a vedere i propri sogni infranti dallo spietato meccanismo che regola quel mondo che essi stessi hanno contribuito a creare.
Tradotto da Nicola Manuppelli per la collana Originals, delle edizioni Mattioli 1885, dopo la precedente traduzione di Carlo Fruttero per Einaudi e la successiva di Marina Morpurgo per et al. – ma se avete occasione cercatelo anche in versione originale – e impreziosito dalla riproduzione della copertina originale del 39, Il giorno della locusta è un romanzo che non attrae, ne spinge a provare empatia per i vari personaggi che lo animano, anzi volontariamente crea un’algida barriera di sconcerto e repulsione che, solo se superata, permette di comprenderlo e apprezzarlo.
Non lasciatevi ingannare dalla raffinata ed elegante ricchezza espositiva, Il giorno della locusta è un romanzo permeato di violenza e di crudeltà: immaginata, (la scena in cui Tod fantastica di stuprare Faye, interrotto dal cameriere, spoglia il personaggio di ogni eroicità e pietà); rappresentata metaforicamente; mostrata nella realtà.
La tensione puramente sessuale è un altro filo conduttore incanalato nel personaggio di Faye, donna bellissima ma senza alcuna qualità morale, vivificata solo dall’ambizione di diventare attrice, e disponibile con tutti tranne che, immotivatamente, con il protagonista al quale si nega con un semplice: non ti amo.
Ambientato durante la Grande Depressione, in una Hollywood fatiscente e degradata, (molto lontana dall’immaginario comune fatto di lustrini, luci della ribalta, dive platinate, feste senza fine, ville milionarie quint’essenza simbolo del sogno americano), Il giorno della locusta narra le gesta ben poco eroiche di alcuni personaggi appartenenti al sottobosco che gravita intorno al mondo dorato del cinema degli anni d’oro.
Troviamo Tod Hackett, artista di un certo talento che sogna di diventare un pittore di successo e si accontenta di lavorare come costumista e scenografo nelle retrovie di una grande casa di produzione, alter ego dell’autore e voce critica di quel mondo che, seppure disprezza inarrestabilmente, lo affascina e lo attrae.
Poi c’è Harry Greener, l’anziano attore d’avanspettacolo gravemente malato e prossimo alla morte, che si arrabatta vendendo a porta a porta lucido per l’argenteria, sicuramente il personaggio più tragico del già doloroso affresco westiano e sua figlia Faye, una bellezza biondo platino che sogna di diventare una diva, totalmente priva di talento e di moralità, capace delle crudeltà più sgradevoli e ripugnanti, la cui sostanziale innocenza rasenta la stupidità e la cui unica dote è attrarre gli uomini e manipolarli per il suo interesse.
Infine, tra i personaggi maggiori, svetta per patetica intensità drammatica Homer Simpson, un provinciale del Middle West, sessualmente represso, un uomo che con Hollywood non ha nessun legame, è infatti in California per riposarsi, per riprendersi da un traumatico avvenimento che l’ha scosso nel profondo mentre faceva il contabile d’albergo a Wayneville nello Iowa e il cui unico vero errore, che lo porterà alla follia e alla distruzione, sarà innamorarsi di Faye.
A corollario una folla di personaggi minori: il nano Abe Kusich, la signora Jenning, attrice a fine carriera reciclatasi come tenutaria di bordello, il messicano Miguel, allevatore di galli da combattimento (la scena del combattimento nel garage è di un tale macabro sadismo da risultare raccapricciante almeno quanto la corrida ne Il serpente piumato di Lawrence), il cowboy Earle Shoop, simile a tante oscure comparse che popolano i film western del periodo, la signora Loomis, madre dell’aspirante divo bambino Adore che sarà protagonista e vittima nella maestosa scena finale della rivolta davanti al Persian Palace Theatre.
Il giorno della locusta è un libro complesso, e seppure breve, molti temi sono trattati, altri solo sfiorati o sottintesi. C’ un mondo travolto dalla povertà che la Grande Depressione ha portato in America, molti vanno in California a morire, un mondo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, in cui la violenza, che West profeticamente solo intuisce, si manifesterà in tutto il suo potere distruttivo.
Il messaggio è chiaro: il sogno americano è una sordida menzogna per addomesticare le folle e Hollywood è il simulacro imbiancato di questo tragico inganno.
Bellissimo.

Nathanael West (1903-1940) Svolse in vita diverse attività, dal vicedirettore d’albergo allo sceneggiatore per la Columbia Pictures. Morì, semisconosciuto, a causa di un incidente d’auto e vide la propria fama incrementarsi sempre più a partire dagli anni ’50, quando venne riscoperto come uno degli autori più dotati della propria generazione. La sua opera è considerata profetica e il suo stile precursore di molti linguaggi moderni, come quello dei fumetti. È autore di quattro romanzi, fra cui La vita in sogno di Baiso Snell e Signorina Cuorinfranti.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mattioli1885.

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:: Recensione di Atto di morte di Joseph Hansen (Elliot, 2012) a cura di Giulietta Iannone

3 ottobre 2012

Atto-di-morteAtto di morte (Death Claims, 1973), tradotto da Manuela Francescon, secondo volume della serie “The Dave Brandstetter Mysteries”, scritta a partire dal 1970 da Joseph Hansen, e composta da dodici romanzi, di cui abbiamo già potuto apprezzare Scomparso, pubblicato sempre da Elliot nei mesi scorsi, è sicuramente un poliziesco di stampo classico con al centro la figura dell’investigatore, questa volta assicurativo, nato sulla scia dell’hardboiled riveduto e corretto da Ross MacDonald.
Hansen sembra prediligere infatti le storie famigliari, il crimine commesso non da veri delinquenti, mafiosi, assassini seriali, ma da uomini normali mossi da invidie, gelosie, avidità, verità inconfessate. La California degli anni 70 con la sua luce accecante, la sua profonda solitudine, fa da sfondo a  tutto questo e riflette il buio e la tristezza dei paesaggi e degli interni, nascosta dall’apparente luccichio e sfarzo, nell’anima dei personaggi. Una salsedine corrosiva, intacca cose e persone, mentre il protagonista, Dave Brandstetter, si muove in cerca della sua verità.
L’indagine questa volta ruota intorno alla morte di John Oats, ritrovato annegato sulla sabbia bianchissima di Arena Blanca dalla sua compagna April Stannard, ex libraio, ferito nel copro e nell’anima, un uomo generoso. Una polizza di 20.000 dollari sembra essere alla base di questo presunto omicidio, troppo affrettatamente classificato incidente dalla polizia. Ma Dave Brandstetter non crede all’incidente, e né tanto meno al suicidio, ipotesi scartate anche da April, e si butta a capo fitto in un’ indagine dove tutti quelli che incontra sembrano nascondere doppie verità e grande dolore.
Il beneficiario doveva essere il figlio Peter, anche se John poco prima di morire aveva avviato le pratiche per cambiarlo, e questo sommato alla scomparsa del ragazzo sembra rendere evidente la sua colpevolezza. Oltre a Peter, attori cinematografici, ex soci, ex mogli, si susseguono come i personaggi di una tragedia in cui spesso uccidere è inevitabile, quanto respirare, in cui spesso la colpa non è così ovvia come potrebbe sembrare in un primo tempo.
Dave Brandstetter investigatore pacato e gentile, tormentato dai fantasmi di un antico amore, lo sa e con ostinata compostezza scava nelle vite di tutti coloro che avevano una buona ragione per uccidere, e naturalmente scopre il colpevole, anche se non può evitare che altri paghino il prezzo.
La capacità di Hansen di tratteggiare i personaggi, da uno sguardo, un modo di porsi, un tremore della mano, i dialoghi efficaci, le descrizioni accurate e poetiche dei paesaggi, delle case, dei colori, rendono questo libro affascinante e a tratti struggente. Davvero un piccolo gioiello da riscoprire.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Recensione di I collezionisti di destini di Stephen J. Cannell (Gargoyle, 2012) a cura di Giulietta Iannone

6 luglio 2012

Mentre Arnold Schwarzenegger tiene paralizzata mezza Los Angeles per girare il suo ennesimo film a base di muscoli e azione il sergente Shane Scully del LAPD ha le sue grane. Per prima cosa si è preso in casa il figlio di un’informatrice Charles “Chooch” Sandoval, un quindicenne mezzo teppista, diffidente e arrabbiato, che quasi si fa sbattere fuori da scuola per aver venduto erba ai compagni, del quale deve conquistarsi il rispetto e la fiducia, scoprendo a sue spese che il ruolo di padre non è una passeggiata. Poi cosa ancora più grave si trova ad avere a che fare con gli Affari Interni seriamente intenzionati a mandare la sua vita a puttane. Ma andiamo con ordine. Una notte il telefono lo sveglia e Barbara Molar una sua ex ragazza, ora sposata ad un ex compagno di pattuglia, gli chiede disperatamente aiuto. Shane, senza scarpe si fionda a casa sua per difenderla dal marito violento e durante la colluttazione che ne segue è costretto ad ucciderlo sparandogli una pallottola in fronte per legittima difesa. Ray “Dente d’Acciaio” Molar ha sparato per primo e Shane non ha proprio avuto scelta ma sin da subito le cose si complicano. L’idea della legittima difesa viene scartata e invece fiocca una bella e buona accusa di omicidio con tanto di commissione Affari Interni decisa ad avere la sua testa e guidata da una sua vecchia conoscenza, Alexa Hamilton, una specie di mastino in tailleur che colleziona i distintivi dei colleghi come fossero trofei, il titolo originale The Tin Collectors  “I collezionisti di latta” si riferisce proprio nel gergo poliziesco a questo. Cosa ancora più strana è poi il fatto che Ray Molar poliziotto ottuso, violento e corrotto, il prototipo del cattivo poliziotto, siamo nel periodo poco successivo all’aggressione di Rodney King che viene citata un paio di volte, anche se autista e guardia del corpo del sindaco o forse proprio per questo, viene di colpo riabilitato e presentato come un’icona di coraggio e dedizione al lavoro con tanto di funerale con tutti gli onori. Shane è perplesso, a difenderlo il poliziotto in pensione DeMarco Saint una specie di hippy alcolizzato con di grigia coda di cavallo di ordinanza che vive in un bungalow sulla spiaggia. Non gli resta che iniziare una personale indagine che più prosegue e più scoperchia un intrico di corruzione e di fango che arriva fino alle alte stanze del sindaco. Inaspettato l’aiuto di Alexa da nemico ad alleato in un’ indagine che porterà l’intero Dipartimento della Polizia di Los Angeles a fare i conti con i suoi scheletri. I collezionisti di destini (The Tin Collectors, 2001) di Stephen J. Cannell, edito da Gargoyle nella collana Extra e tradotto da Benedetta Tavani, è il primo volume della serie di undici romanzi che vede protagonista il sergente della Polizia di Los Angeles Shane Cully e che probabilmente la Gargoyle pubblicherà nei prossimi anni. Poliziesco classico di tipo procedural con una solida struttura narrativa e una buona ricostruzione delle dinamiche e delle procedure del Dipartimento di Polizia di Los Angeles I collezionisti di destini è davvero un libro ben scritto, capitoli brevi che si susseguono come proiettili, aumentando in crescendo la suspense e conditi con divertita ironia che attenua un po’ la tristezza e la solitudine del protagonista un poliziotto il cui istinto investigativo è proporzionale ai suoi principi e al senso di giustizia che lo contraddistingue. Bellissimo e delicato il rapporto tra Shane e il giovane Chooch, un rapporto padre e figlio che arricchisce il personaggio di sfumature interiori come non succede spesso nei thriller di pura azione. Qui certo l’azione non manca dalla scena iniziale in poi sarà un susseguirsi di sparatorie, minacce, inseguimenti che lasceranno al lettore ben poco tempo per annoiarsi. Cannell è un narratore di razza, ha senso del ritmo e dei tempi dell’azione, usa l’ironia come un veleno che pian piano entra in circolo e non se ne può più fare a meno. La caratterizzazione dei personaggi è accurata, nitida senza sbavature e la Los Angeles che emerge è vivace e vitale. Bello il personaggio di Sandy Sandoval una madre che ha per il figlio grandi sogni e quello di Alexa Hamilton sergente tutto di un pezzo ma sinceramente intenzionata a fare pulizia nell’intrico di violenza e corruzione che appesta il sistema in cui ancora crede e a cui ha dedicato la vita. Cannell non ha certo la cattiveria di Ellroy ma un po’ le atmosfere di L.A. Confidential sono presenti e rendono la lettura davvero piacevole. Un ottimo poliziesco, da non perdere.

Stephen J. Cannell (Los Angeles, 1941 – Pasadena, 2010) è stato un maestro della narrativa seriale americana, con cui si è misurato in varie vesti (scrittore, sceneggiatore, produttore e attore). Malgrado una grave forma di dislessia, nel 1964 Cannell si laurea in Giornalismo e, di lì a qualche anno, inizia a collaborare con la Universal come autore free lance di alcuni episodi de “Il tenente Colombo” e “Ironside”. Dal 1971 la collaborazione con la major diventa stabile e Cannell si distingue quale sceneggiatore di serie tv di grido come “Agenzia Rockford” (vincitrice di tre Emmy Award nel 1977, 1979 e 1980) e “Ralph supermaxi eroe”. Nel 1979 fonda la Stephen J. Cannell Productions e nel 1986 i Cannell Studios, realizzando alcuni tra i successi seriali più significativi del ventennio a venire, tra cui “A-Team”, “21 Jump Street” e “Renegade”. Nel 1996 esce il suo primo romanzo, The Plan, un thriller sui tentacoli della mafia nella politica a stelle e strisce, che diventa subito un bestseller negli USA; segue un’altra mezza dozzina di libri in un crescendo di vendite. Nel 2001 Cannell inizia a scrivere il ciclo del detective Shane Scully: otto romanzi, tutti bestseller del New York Times, pubblicati tra il 2001 e il 2011, che vendono in totale circa un milione e mezzo di copie nei soli Stati Uniti. I collezionisti di destini, primo titolo del ciclo, resta quello di maggiore successo con 240.000 copie vendute.

:: Recensione di Quando chiama una sconosciuta di Margaret Millar (Polillo editore, 2012) a cura di Giulietta Iannone

2 luglio 2012

Attraversò il salotto e aprì la portafinestra che dava su un piccolo balcone. C’era posto appena per una sedia, e lì Miss Clarvoe si sedette per guardare il viale tre piani più sotto. Era pieno di luci e di automobili, e i marciapiedi brulicavano di gente. La notte era piena di vita. I rumori giungevano strani alle orecchie di Miss Clarvoe, come se provenissero da un altro pianeta.
Una stella apparve nel cielo. La prima stella della sera, alla quale si usa confidare un segreto desiderio. Ma Miss Clarvoe non aveva desideri. I tre piani che la dividevano dalla folla erano lontanissimi, come quella stella nel cielo.

Quando chiama una sconosciuta (Beast in view, 1955) di Margaret Millar, (moglie di Kenneth Millar, che proprio per non oscurare la fama della moglie scelse lo pseudonimo di Ross Macdonald), edito nella collana i Mastini della Polillo Editore nella traduzione di Giovanni Viganò, è un thriller psicologico molto hitchcockiano giocato sull’ambiguità e il dubbio.
Vincitore nel 1956 dell’Edgar, e presente nella lista dei migliori 100 romanzi crime di sempre, stilata dalla Mystery Writers of America, Quando chiama una sconosciuta è un romanzo scritto magnificamente, non a caso è considerato l’opera migliore della Millar. Forse solo un po’ accusa lo scorrere del tempo, (fu pubblicato nel 1955 epoca in cui le malattie mentali e l’omosessualità erano ancora un tabù e le prime venivano curate con la lobotomia e l’elettroshock), tuttavia possiede e conserva un fascino vintage che interesserà sicuramente gli appassionati.
Helen Clarvoe, la donna al centro di questa vicenda, ricca e disperata trentenne californiana chiusa dopo la morte del padre in un volontario isolamento in un albergo di terz’ordine di Hollywood, un giorno riceve la telefonata di una squilibrata che dice di chiamarsi Evelyn Merrick, di essere sua amica anche se lei non se la ricorda affatto e che la terrorizza con farneticanti dichiarazioni che la spingono a cercare l’ aiuto di Paul Blackshear amico di suo padre e suo consulente finanziario.
Paul sul momento è scettico, Helen Clarvoe non gli piace, tuttavia, un po’ per noia, un po’ perché nessuno si occuperebbe di aiutarla, tanto meno la polizia, si mette sulle tracce di questa Evelyn Merrick.
Prima si reca in una scuola per modelle, poi da alcuni fotografi e pittori che si occupano di foto e dipinti artistici, e intanto scopre che Helen Clarvoe non è la sola vittima delle telefonate assurde di Evelyn Merrick.
Recandosi poi dalla madre di Helen finalmente ne scopre anche l’identità. Sarebbe l’ex moglie di Douglas, fratello di Helen Clarvoe. Lo shock per la scoperta dell’omosessualità di Douglas, con conseguente annullamento del matrimonio, sembrano le cause del crollo psichico e nervoso di Evelyn o almeno così parrebbe. Ma la verità naturalmente è tutt’altra.
La bravura della Millar a mio avviso consiste nella creazione dei personaggi, nelle sfumature psicologiche che è capace di dare con pochi tratti e nel senso di minaccia, d’allarme, d’angoscia legato ad un vero senso di malessere che cresce più si va avanti nella lettura.
Più si crede di aver acquisito certezze, assolutamente non veicolate da falsi indizi, (la Millar seppure giochi un po’ con il lettore è tuttavia fondamentalmente leale e lascia varie tracce per la risoluzione del mistero legato alla personalità disturbata della presunta Evelyn Merrick), più queste sfuggono in un finale che se forse non sorprenderà più gli smaliziati lettori di oggi, pur tuttavia conserva un tristezza e una malinconia che ci accompagneranno fino all’ultima scena.

:: Recensione di Il bosco morto di James Sallis (Neri Pozza/Giano, 2008) a cura di Giulietta Iannone

9 giugno 2012

Avete presente il limbo? Quel ballo in cui si passa sotto un bastone che si abbassa sempre più. Così è la speranza solo che, ogni anno che passa, il bastone lo vediamo salire, non scendere.
“Tienila pure tu, la speranza. Io non credo di portarmela dietro.”
Arrivarono i nostri piatti, serviti dal proprietario del ristorante in persona. Nel corso dell’operazione Susan rimase in silenzio, e attese che con un altro viaggio in cucina l’uomo ci portasse un cestino di pane.
“Invece sì”disse infine.

Uscito in Italia nel 2004 con il titolo Cypress Groove Blues nella collana Nerogiano di Giano Il bosco morto (Cypress Groove, 2003), tradotto con la solita limpida naturalezza e sensibilità da Luca Conti, è il primo volume della trilogia dedicata da James Sallis a John Turner, trilogia che comprende oltre a questo titolo La strada per Memphis (Cripple Creek, 2006)  e Salt River ( Salt River, 2007) sempre editi Neri Pozza/Giano.
Con in sottofondo il suono di un banjo, non riesco a non pensare al virtuosismo del banjo che duella con la chitarra in Un tranquillo week end di paura, e sullo sfondo un panorama di campi immobili di granoturco, cappelli di paglia sfilacciati, il cigolio di una vecchia sedia a dondolo, una pompa di benzina arrugginita, zanzariere alle porte, il frinire delle cicale, verande dove passare le serate o aspettare il postino, si dipana una storia quasi sussurrata in cui l’amara bellezza non risiede nell’indagine, più che altro un pretesto narrativo, anche se c’è sì un morto, c’è uno sceriffo, c’è un colpevole, ma più che altro nei picchi lirici, nella costruzione dei personaggi con luci e soprattutto ombre, nell’atmosfera che si respira, nel passato che si intreccia con il presente e dona profondità ad un vissuto venato di tracce intime e introspettive.
John Turner, il protagonista e narratore in prima persona, a prima vista è il tipico eroe solitario di tanta letteratura americana epica in bilico tra la libertà degli hoboes e il ruvido isolamento di chi ha un passato ingombrante da nascondere e dimenticare. Ma grattando la superficie, scavando un po’ più a fondo emerge il profilo di un uomo che si staglia contro la luce accecante dell’orizzonte con una certa singolarità ben lontana dai classici stereotipi o cliché.
Il bosco morto è stato definito un noir, anzi un country noir, per quel retrogusto rurale e rustico che si insinua tra le pieghe di una storia apparentemente convenzionale, ma se ne osserviamo in filigrana le venature ci accorgiamo che i silenzi contano quanto i dialoghi, la lentezza cadenza una certa monotonia riflesso di un disagio esistenziale illuminato da passaggi poetici in cui la natura emerge potente e impenetrabile, il pessimismo non è così marcato e assoluto anzi se vogliamo ad infrangere quasi la legge fondamentale del noir c’è pure un lieto fine.
Essenziale la trama: Lonnie Bates sceriffo di uno sperduto e polveroso paesino nella campagna del Tennessee si trova ad indagare sull’omicidio di un vagabondo. Non venendocene a capo decide di chiedere aiuto al detective in pensione Turner, un uomo misterioso con un passato doloroso che vive in quasi completo isolamento in una capanna persa tra i boschi e un lago. Turner accetta di diventare suo consulente e pian piano, mentre avanza nell’indagine e fa i conti con il suo passato, ritorna alla vita civile iniziando una delicata amicizia, fatta di silenzi e profonda comunione, con Valerie Bjorn della Polizia di Stato.
Una curiosità: non ho potuto non vedere in John Turner il volto scavato e vissuto di Clint Eastwood.

:: Recensione di Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 Maggio 2012

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Spense l’autoradio e accese la ricetrasmittente. Gli parve che emettesse un suono concitato. Lo ascoltò: 1010, segnalazione ripetuta del ritrovamento di un cadavere. In West End Avenue. Era il suo distretto. Sarebbe passato davanti a quell’isolato tra un paio di minuti.
Tanto valeva fermarsi a dare un’occhiata. Se fosse arrivato in ufficio così presto, sarebbe stato solo d’intralcio. E probabilmente non sarebbe neanche riuscito a dormire, non si sentiva più stanco. Inoltre poteva essere interessato a rispondere a una chiamata, non lo faceva da tanto tempo. Si domandò se si ricordasse ancora qualcosa su come risolvere un crimine.

Io, Anna (I, Anna, 1984) edito in Italia da Corbaccio e tradotto dall’americano da Valeria Galassi è il romanzo d’esordio della scrittrice e psichiatra newyorkese Elsa Lewin.
Ambientato in una piovosa e crepuscolare New York anni ’80, ha per protagonista una donna Anna Welles, bibliotecaria divorziata, che vive con la figlia adolescente in un squallido bilocale, e tenta di ricostruirsi una vita ormai a cinquant’anni frequentando deprimenti feste per single.
Noir metropolitano di una bellezza sciupata e malinconica come Anna stessa, racchiude una struggente storia d’amore tra due persone fondamentalmente sole e disperate e un’indagine poliziesca insolita di cui conosciamo già dalle prime pagine il nome del primo colpevole.
La bellezza di questo romanzo sta nei dettagli e nell’atmosfera che riesce a ricreare, nella solitudine che si respira e imprigiona ogni personaggio dalle vittime, al poliziotto che indaga, alla figlia di Anna, ai partecipanti ai party per single, agli abitanti del palazzo dove viene rinvenuto il primo cadavere orrendamente mutilato.
Tutto ruota intorno ad un ombrello di plastica gialla, perduto, ritrovato, quasi gettato, ripreso, quasi un feticcio che accentra le ossessioni dei personaggi. Ci sono alcune scene piuttosto forti che turberanno forse i più sensibili per il resto è un romanzo garbato e pieno di una tristezza velata e non invadente e non per questo meno dolorosa.
La solitudine è senz’altro la protagonista silenziosa che increspa i volti dei personaggi, bellissimo a mio avviso quello di Bernie Bernstein, ispettore di polizia ebreo, padre infelice di un figlio celebroleso, marito disperato di una moglie che lo ha cacciato di casa, personaggio di cui è davvero difficile non innamorarsi. Cercherò di non dire troppo della trama, anche se la sua costruzione non prevede una suspense diretta dell’individuazione del colpevole, che come ho detto è subito evidente.
L’autorivelazione al colpevole stesso del suo crimine corrisponderà ad un punto di non ritorno. Non è previsto un lieto fine e dopo tutto è naturale e probabilmente avrebbe stonato anche se fino all’ultimo si spera che l’amore consenta una rinascita che naturalmente non ci sarà e la solitudine riprende la forma di una squallida camera d’albergo in cui piangere in silenzio.
Singolare il fatto che probabilmente in Italia ci saremmo persi questo gioiellino se l’anno scorso non ne avessero fatto un film con un cast internazionale tra cui Charlotte Rampling e Gabriel Byrne. Indimenticabile lo sguardo che si lanciano i due protagonisti incontrandosi per la prima volta e sfiorandosi fuori dall’ascensore.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Ilaria dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Recensione di L’ora decisiva di Lee Child (Longanesi, 2012) a cura di Stefano Di Marino

3 Maggio 2012

Duro, durissimo, senza pietà. Jack Reacher torna in una nuova avventura, fedele alla formula che gli ha portato fortuna negli anni. In viaggio, sempre senza bagaglio, una meta abbozzata, si ritrova in una situazione di emergenza, coinvolto in un complicato meccanismo che lo schiera in prima linea contro il crimine. E lui, che vorrebbe star fuori dalla lotta, finisce per trasformare in personale ogni battaglia. Forse il segreto del personaggio sta tutto in un frammento di film che Susan Turner, che lo ha sostituito nell’esercito e intreccia con lui una bizzarra ma coinvolgente relazione a distanza, ritrova nelle sue valutazioni. Una reazione di un bambino di sei anni che, mentre gli altri mostrano paura, impugna un serramanico e si prepara ad affrontare un mostro. Non importa che sia di celluloide. È il tratto psicologico di Reacher a stupire. Reagire, combattere, non accettare soprusi. Sempre più eroe western in un’epoca sbagliata. Ma forse Reacher è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. O quello giusto nel posto giusto. Questa volta in una tormenta con solo 61 ore per sventare il piano di un narcotrafficante che ha portato alla luce un segreto vicino a una prigione. Ci sono poliziotti, testimoni, biker, gente comune, gangster messicani e russi. Solo contro tutti, Reacher corre verso il traguardo. Ci arriverà? L’ho conosciuto nel 2006, Lee Child. Molto british, taciturno come il suo eroe. Capace di creare vicende complesse coinvolgenti, ricche di azione ma anche di suspense e umanità. Uno di quei personaggi che compro il giorno stesso in cui li vedo in libreria e me li leggo d’un fiato. Per divertirmi e imparare. Solo, mi rimane  sempre il dubbio che accorciati di una cinquantina di pagine i romanzi di Child potrebbero essere anche più belli, più adrenalinici. Ma se proprio un difetto lo vogliamo trovare. Avercene, cari maestri del thriller italiano…

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro del recensore.