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:: Recensione di Maschera Bianca di Edgar Wallace (Polillo Editore 2010) a cura di Giulietta Iannone

20 aprile 2010

12Capitano avvenimenti strani nella vita di chi si occupa di libri: può succedere infatti che un giorno ti alzi con un diavolo per capello, inizi a bere troppi caffè e ti ritrovi tra le mani un nutrito gruppetto di libri dalla copertina rossa, tra cui spiccano nomi mitici come Edgar Wallace o John Dickson Carr, opere dell’età d’oro del mystery, quel periodo tra gli anni ‘20 e ‘40 che racchiude libri vari a volte di autori anche poco noti che hanno aperto la strada del thriller moderno.
La Polillo Editore con una passione da archeologo ha raccolto questi libri, a volte introvabili, a volte mai pubblicati in Italia, nella collana i Bassotti e ce li presenta pronti da collezionare e da leggere.
Già dissi che i classici delitti della camera chiusa non sono il mio forte ma ad un’occasione così non si può rinunciare, per cui inforco metaforicamente gli occhiali, mi siedo comoda e inizio a leggere. Senza andare in ordine cronologico pesco nel mucchio e inizio con il numero 37 “Maschera Bianca” 1930 di Edgar Wallace, portato sul grande schermo nel 1932 dal regista T. Hayes Hunter e interpretato da Hugh Williams, Norman McKinnell e Renèe Gadd.
Per le vie di Londra si aggira un ladro ineffabile, con il volto nascosto da una maschera bianca, entra nei ristoranti di lusso e alleggerisce le signore dei loro gioielli. I giornali ne parlano, il panico dilaga poi succede un fatto strano, anomalo: nel malfamato quartiere di Tidal Basin, non insolito scenario di risse tra ubriachi e delinquenti, un uomo misterioso viene pugnalato al cuore, un  uomo assurdamente vestito da sera, un uomo senza identità di cui nessuno sembra saperne niente.
Anche i testimoni sono inaffidabili, nessuno ha visto niente o meglio non ha nessuna intenzione di dire cosa ha visto alla polizia. L’ispettore capo Mason chiamato ad indagare sul caso ha subito le sue perplessità e sente che i casi sono legati, ma come?, perché?, Quello che è certo è che il colpevole non ha scampo ed è solo questione di tempo.
Ecco questa in breve è la trama, non mancheranno poi giornalisti intraprendenti, belle ragazze dal cuore d’oro, dottori spiantati e senza il becco di un quattrino, misteriosi avvocati provenienti dal Sud Africa, anche solo per chi fosse curioso di conoscere un mondo che non c’è più, una Londra aristocratica e decadente, narrata da un Edgard Wallace ironico e disincantato al suo meglio.
Letto in meno di un giorno, lieto fine al cianuro.

Edgar Wallace (1875-1932), passato alla storia come “the King of Thrillers”, fu il primo scrittore a raggiungere lo status di vera e propria star. Era nato a Greenwich, in Inghilterra, figlio illegittimo di attori. Adottato da una famiglia di pescivendoli che aveva già dieci figli, Edgar crebbe con il nome di Dick Freeman salvo scoprire, all’età di 11 anni, le sue vere origini. Dopo una serie infinita di lavori di vario genere, a 18 anni si arruolò nel Royal West Kent Regiment per poi passare nei Corpi Medici. Corrispondente dal Sud Africa per la Reuters e per vari giornali inglesi e sudafricani durante la guerra dei Boeri, rientrò in patria nel 1900. Dopo vari infruttuosi tentativi di trovare un editore, nel 1905 pubblicò a proprie spese il suo primo romanzo, The Four Just Men (I quattro giusti). In meno di trent’anni scrisse oltre 170 libri, di cui più della metà di genere giallo, una ventina di drammi e centinaia di racconti e articoli. Popolarissimo fra i lettori – si dice che tra il 1920 e il 1930 su ogni quattro libri letti in Inghilterra uno fosse di Wallace – negli ultimi dieci anni di vita arrivò a guadagnare oltre 250.000 dollari l’anno, anche grazie agli innumerevoli film tratti dalle sue storie. Amante del lusso, del gioco e della vita sregolata, morì a soli 56 anni a Hollywood, mentre era al lavoro sulla sceneggiatura di King Kong, lasciando in eredità una montagna di debiti.

:: Recensione Solo Fango di Giancarlo Narciso (Edizioni Ambiente collana Verdenero, 2010) a cura di Giulietta Iannone

15 aprile 2010

Solo fangoCosa successe il 19 luglio del 1985? Ad alcuni questa data non dirà niente, forse troppo giovani, forse troppo distratti o peggio impegnati a nascondere i fatti, a diluire la memoria collettiva perché tanto dagli errori del passato non si impara mai niente. Ma c’è qualcuno che non ci sta perché il 19 luglio del 1985 fu una giornata nerissima nella storia del Trentino e dell’Italia intera, una giornata in cui un mare di fango si riversò dalla miniera di Prestevel sulla frazione di Stava e si portò via 268 persone. Sarebbe bastato poco ad impedirlo, veramente poco ma ciò che avrebbe dovuto essere fatto, non fu fatto, passò in secondo piano per disattenzione, incuria, silenzio colpevole, oscure corruzioni, già perché conviene piangere le vittime piuttosto che muovere un dito per evitare che una tragedia simile accada, una tragedia tanto più annunciata quanto più ingiustificabile. La miniera di Prestavel estraeva fluorite e gli scarti della lavorazione, sotto forma di fango, venivano depositati nei bacini di decantazione. Il 19 luglio del 1985 gli argini di quei bacini cedettero e il fango, a una velocità di 90 km all’ora, travolse tutto. Questi sono i fatti reali da cui Giancarlo Narciso è partito per raccontarci una storia, sotto forma di noir, perché al giorno d’oggi non c’è niente di meglio del noir per raccontare il presente. Una storia scomoda, una storia di rabbia e di dolore, una storia in cui l’avidità umana è la vera protagonista, perché cosa amano gli individui peggiori, i delinquenti senza scrupoli, i bastardi della peggior specie se non i soldi e quando questi soldi sono tanti, ma davvero tanti, anche uccidere diventa ovvio, quasi banale. “Solo fango” leggetelo dopo non potrete più dire di non sapere cosa successe il 19 luglio del 1985.

:: Recensione di Six Shots di Alfredo Mogavero (Edizioni XII, 2010) a cura di Giulietta Iannone

14 aprile 2010

Six shotsIl weird western è un western sporco, contaminato da altri generi come l’horror, o il fantasy, maestro indiscusso è Joe Lansdale che con la sua strabordante fantasia ne ha fatto un genere di culto con lettori famelici sparsi per i quattro angoli del globo. Dico questo perché è bene dare la giusta collocazione al libro che sto per presentare. Infatti Six Shots di Alfredo Mogavero edito da Edizioni XII è a tutti gli effetti weird western e per giunta di buona qualità cosa tutt’altro che consueta lasciatemelo dire. Non è un romanzo ma si compone di sei racconti, sei piccole storie compiute, nelle quali la fantasia di Mogavero cavalca e spazia dandoci la netta sensazione che ciò che leggiamo per quanto incredibile e bizzarro sia realmente plausibile e corrispondente al vero. Tutti i fatti si concatenano infatti con tale naturalezza e Mogavero scrive così bene da portarci a credere che mostri con sei braccia, maledizioni, spiriti senza pace, stregonerie  e via discorrendo esistano davvero e non siano solo leggende metropolitane da ubriaconi del west un po’ come le leggende e le superstizioni che i marinai di un secolo fa si raccontavano a bassa voce durante le notti di luna piena. Sfogliando le pagine leggiamo così le gesta incredibili di Patricia Hillwick un’anziana fuorilegge, un tempo bellissima, e dalla mira infallibile, ormai decisa a far parte dei buoni dopo una delusione d’amore; facciamo conoscenza con Twilight Jackson perseguitato dalla sinistra maledizione di attirare i fulmini durante i temporali e destinato a incontrare a Baton Rouge un eccentrico scienziato che ha inventato la macchina del tempo; ci perdiamo nelle nebbie di Cherokee Hill in compagnia di una strana coppia di becchini, di un plotone di soldati sterminato dagli indiani, di un superstite neanche tanto vivo con un duello in sospeso con un indiano;  facciamo visita al saloon di Moose pieno di puttane, ubriaconi e cowboy e assistiamo a una partita a poker molto, molto particolare;  siamo testimoni dei tormenti interiori di un giovane prete cattolico, padre Norton, che dopo aver resistito strenuamente alla tentazione, peccato dopo peccato, precipita verso la dannazione, innamorato perdutamente di Virginia Gilles; infine rincontriamo Patricia Hillwick decisa a fare i conti col proprio passato e a diventare una leggenda. La strepitosa cover sui toni del violetto è di Jessica Angiulli e Lucio Mondini di Diramazioni.

:: Recensione de La profezia della dama Shizuka di Takashi Matsuoka a cura di Giulietta Iannone

11 aprile 2010

1Giorni fa, girando per un mercatino dei libri usati, mi è caduto l’occhio su un libro di qualche anno fa che ha subito attirato la mia attenzione, intitolato La profezia della dama Shizuka e scritto da Takashi Matsuoka, uno scrittore americano, nato da genitori giapponesi, di cui in tutta sincerità non avevo mai sentito parlare.
Avviso subito che non è il genere di letture che prediligo pur tuttavia anche se è essenzialmente una storia d’amore ambientata nel Giappone di metà Ottocento tra una missionaria americana Emily Gibson e un giapponese Genji ultimo discendente del clan Okumichi, devo dire che l’esperienza di lettura è stata davvero piacevole.
Comunque non è solo una storia d’amore, ci sono spruzzate fantasy, streghe, fantasmi, leggende che danno alla narrazione, a tratti poetica, nel più tipico spirito nipponico, una dimensione onirica e ricca di fascino.
La trama è tutto sommato semplice. Emily arriva in Giappone con l’incarico di tradurre in inglese la storia della potente dinastia di samurai sulla quale aleggia un’ inquietante leggenda: in ogni generazione uno dei suoi membri viene investito del dono della preveggenza. Emily con l’aiuto di Genji affronta l’impresa con dedizione e spirito critico, per nulla disposta a credere alle leggende finchè non scopre uno scrigno di pergamene che contengono messaggi indirizzati a lei e scritti dalla dama Shizuka, una donna misteriosa vissuta cinque secoli prima e da tutti considerata una strega per il suo potere profetico. Presto Gengji per proteggere Emily, di cui non ostante l’appartenenza a due mondi diversi si è perdutamente innamorato, sarà disposto a sacrificare tutto pur di salvarla.
Per essere una storia d’amore comunque non è affatto sdolcinata o melensa anzi ci sono alcune scene davvero forti la cui lettura è consigliata ad un pubblico adulto. Tra le cose che ho amato di più la forte impronta poetica e l’amore per i dettagli. L’ambientazione è accurata, ben documentata, l’attenzione per i particolari è notevole dalla foggia dei vestiti, alla descrizione delle armi, alla psicologia dell’uomo orientale di fine Ottocento, lo scontro incontro tra oriente e occidente è non solo di maniera, ma ricco di riflessioni interessanti e perspicaci. In fondo è una favola dal retrogusto un po’ amaro che appassiona e incanta, un modo piacevole per passare alcune ore nulla più, ma in fondo cosa si può chiedere a un buon libro ben scritto.

Takashi Matsuoka è nato in America da genitori giapponesi che l’hanno fatto appassionare alla storia e alla letteratura nipponiche. Vive alle Hawaii dove lavorava in un tempio buddista zen prima che il successo del suo primo romanzo Nube di passeri lo spingesse a diventare uno scrittore a tempo pieno.

Source: acquisto personale.

:: Recensione di Il commissario e il silenzio di Hakan Nesser a cura di Giulietta Iannone

9 aprile 2010

IIl commissario e il silenzio di Hakan Nessermmaginatevi una ragazzina di dodici anni.
Immaginatela violentata, umiliata e
Uccisa. Prendetevi tutto il tempo.
Immaginatevi poi Dio.
M. Barin, poeta.

Per gli amanti del giallo nordico, e precisamente squisitamente svedese, Hakan Nesser è un nome sicuramente noto, una garanzia di qualità. Premetto che io sono un’appassioanata di Mankell o del compianto Sieg Larsson, per non parlare di Maj Sjöwall e Per Wahlöö, per cui probabilmente sono un po’ di parte ma senza voler essere eccessivamente celebrativa o incensante, in fondo mi limito a leggere per voi dei libri e a dirvi cosa mi è piaciuto e cosa no, posso dire che “Il commissario e il silenzio” ha senz’altro tre punti forti.
Innanzitutto l’ambientazione e l’atmosfera che si respira, rarefatta, malinconica, piena di luce tagliente tipica dei paesaggi nordici dove la natura sembra ancora incontaminata e autentica.
Poi lo scavo psicologico dei personaggi, accurato, credibile, soffuso di delicatezza e empatia.
In ultimo la denuncia sociale tipica della scuola scandinava e affrontata da Nesser con sincero impegno e condivisibile indignazione mista a sgomento.
Per quanto riguarda i punti deboli direi l’eccessiva lentezza specialmente nella seconda parte e il concentrare nel finale tutte le spiegazioni che hanno portato alla risoluzione del caso senza concedere al lettore durante la narrazione gli indizi necessari. L’effetto coniglio che esce dal cappello infatti è un po’ accentuato e toglie credibilità al finale a dire il vero inaspettato.
La trama è semplice e lineare tipica di una investigazione poliziesca: c’è un commissario, in questo caso il commissario Van Veeteren, e una vittima, o meglio alcune vittime, c’è una setta chiusa al mondo esterno e regolata dai soliti meccanismi che legano i guru ai propri adepti e c’è un colpevole enigmatico, difficile da identificare, evanescente come un’ombra.
Van Veeteren è un uomo stanco, sfiduciato, saturo per aver trascorso troppo tempo a contatto dei lati più bui e sordidi della società, anela alla pensione, alla pace, al silenzio ma si trova catapultato, quasi prigioniero di un’indagine tenuta in vita unicamente dalla sua ostinazione.
Senz’altro va ricordato l’ottimo lavoro di traduzione di Carmen Giorgetti Cima che ne ha fatto un’opera accurata e scorrevole.

Håkan Nesser – (Kumla, 21 febbraio 1950) è uno scrittore svedese di romanzi polizieschi. Ha insegnato lettere in un liceo, ma dopo il successo ottenuto dai suoi primi romanzi si è dedicato interamente alla letteratura. Molti dei suoi gialli hanno come protagonista il commissario Van Veeteren che vive nell’immaginaria città di Maardam, ubicata in un paese del nord Europa, verosimilmente la Svezia anche se il gulden, la valuta locale, e alcuni nomi potrebbero far pensare ai Paesi Bassi. L’altra sua serie di successo vede come protagonista l’ispettore svedese di origini italiane Gunnar Barbarotti che lavora nell’immaginaria cittadina di Kymlinge, in Svezia. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue, tra cui l’italiano, e da alcuni di essi sono stati tratti film o serie televisive.

Source: acquisto personale.

:: Recensione di Troppo Piombo di Enrico Pandiani

5 aprile 2010

troppo piomboIn una Parigi fredda e plumbea, addobbata con luci e luminarie come un gigantesco luna park in attesa di accogliere i turisti per Natale, un killer violento e feticista inizia a uccidere le giornaliste della redazione di “Paris24h”.
Chi meglio del manipolo superstite di eroi conoscriuto in Les Italiens e delle nuove reclute unitesi strada facendo, può mettersi sulle sue tracce e risolvere il caso?
Questa volta però il nostro commissario Jean-Pierre Mordenti di cui finalmente conosciamo nome e cognome dovrà vedersela soprattutto con se stesso e andare contro alla pericolosa abitudine che ha di innamorarsi sempre di donne fatali e misteriose con molto da nascondere e poca voglia di collaborare.
L’inizio è di quelli che non si dimenticano, violento, sgradevole, un pestaggio che risulta un pugno nello stomaco anche per il lettore e farà arricciare non pochi sopraccigli, ma non lasciatevi spaventare, continuate a leggere e non ve ne pentirete.
Sin da subito Mordenti inizia a sospettare una vendetta maturata all’interno della redazione ma c’è dell’altro, qualcosa che ancora gli sfugge, l’odio che ha generato tanta violenza non poteva che aver avuto origine nel passato e per scoprirlo non si poteva far altro che scavare nella storia personale della prima vittima, certo una giornalista rischia di irritare parecchia gente dentro e fuori dal giornale ma per causare una reazione così esagerata doveva essersi macchiata davvero di qualche colpa davvero grossa.
Poi una foto attrae la sua attenzione, una foto in cui la prima vittima Therese Garcia è ritratta sorridente in redazione con alcune sue amiche giornaliste, subito avverte che in quella foto è racchiuso un mistero, la chiave di volta del caso e infatti quando le donne ritratte iniziano a morire con le stesse modalità Mordenti ha la certezza che quelle donne in un certo senso erano complici di qualcosa di davvero terribile. E non sarà facile capire cosa.
Mordenti e i suoi uomini infatti si troveranno a barcamenarsi tra sfilate di moda alternative, rivolte delle banlieues, e i veleni della redazione del giornale parigino, scansando questa volta invece che le pallottole, ma non dubitate che non mancheranno anche quelle, falsità, colpi bassi e pettegolezzi di un mondo pieno di invidie, slealtà carrieristiche e veri e propri odi mortali. Ma i nostri ragazzi sono dei veri duri, non si faranno certo impressionare e pagina dopo pagina ci accompagneranno rivelandoci il volto dell’inatteso colpevole e le sue agghiaccianti e ferree motivazioni.
E’ un noir duro e con venature più splatter e cupe del precedente anche se non privo di ironia e di romantiche digressioni molto chandleriane. Le atmosfere ricordano se vogliamo la Parigi di Leo Malet il capostipite del noir francese pur tuttavia mantengono un’ unicità e un’originalità davvero non comuni. Chi ha amato Les italiens non potrà che divertirsi leggendo Troppo Piombo, confermando la certezza che Les italiens non era solo un fuoco di paglia o una meteora estemporanea destinata a spegnersi. Pandiani è bravo e gli amanti del noir possono stare tranquilli ci regalerà ancora splendidi libri.

:: Intervista a Luca Conti a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2010

luca-contiBenvenuto Luca su Liberidiscrivere, per me è un vero piacere averti con noi ed aiutare i nostri lettori a conoscerti meglio. La prima domanda è da sempre legata alle presentazioni. Descriviti dunque come se fossi un personaggio di James Crumley.

In questo caso preferisco il modo in cui Elmore Leonard descrive i suoi personaggi: dopo duecento pagine vieni a sapere, del tutto casualmente, che il protagonista del libro ha gli occhi azzurri e, dopo altre cento, che ha i capelli castani… Questo per dire che sono una persona come tante, che ha però la fortuna di fare il lavoro dei suoi sogni.

Giornalista e traduttore; come concili queste due professioni così  impegnative?

Le ho conciliate, a fatica, per qualche anno. Adesso faccio il traduttore a tempo pieno e il giornalista quando posso.

Sei specializzato in narrativa nordamericana e prevalentemente noir, faccio dei nomi Chester Himes, Charles Willeford, Elmore Leonard, Don Winslow, praticamente i più  grandi che molta gente non leggerà  mai in versione originale ma conoscerà essenzialmente tramite le tue traduzioni. Come vivi questa responsabilità?

La vivo bene, anzi benissimo. Soprattutto perché tradurre i romanzi di autori che stimo mi ha impedito di diventare scrittore in proprio, cosa di cui il mondo non sentiva certo la necessità. Ho quindi risparmiato ai lettori il tormento di leggere i miei eventuali romanzi, e cerco di ricambiare offrendo loro buone traduzioni. Non sarei mai stato all’altezza, che so, di Willeford o Crumley, e tradurre i loro libri è per me la cosa più vicina allo scrivere come loro. Un mio romanzo – che non è mai esistito e non esisterà mai – non mi darebbe la stessa soddisfazione. Credo di essere uno dei pochi cittadini italiani a non avere un romanzo nel cassetto. Anzi, non ho neanche il cassetto.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Non scrivendo narrativa non ho maestri letterari veri e propri. Quando scrivo articoli, recensioni o saggi cerco di avere ben presente lo stile di certi famosi giornalisti americani di qualche decennio fa, come il grande Mike Royko, o di un narratore contemporaneo come Carl Hiaasen, che ha sempre vissuto una carriera parallela nel campo della carta stampata. Chiarezza, semplicità e, se ci riesco, leggerezza di tocco. Pedanteria, mai.

Ho avuto modo di intervistare James Sallis e gli ho chiesto di dirmi qualcosa divertente sul tuo conto, il buon James ha eluso la mia domanda e mi ha detto che non poteva perché  sei una persona serissima e un grande professionista. Che effetto ti fa essere così stimato, oltre dai lettori, anche dagli autori che traduci?

Un effetto molto gratificante, ovvio. Soprattutto quando alcuni di questi autori chiedono espressamente di essere tradotti da me.

Il mestiere del traduttore, oltre ad essere un lavoro difficilissimo, è anche poco visibile, e spesso misconosciuto quando invece molte volte fa la differenza. Come affronti questo lato oscuro della tua professione?

Direi che il traduttore fa sempre la differenza, nel bene e nel male, e credo che negli ultimi anni se ne siano resi conto anche i lettori. Adesso capita sempre più spesso, prima di acquistare un libro, di andare a vedere chi l’ha tradotto, e non solo nella narrativa mainstream ma anche in quella cosiddetta di genere.

Quali sono le tue letture preferite quando non lavori, i libri che ami leggere nel tempo libero?

Leggo molta saggistica angloamericana, soprattutto a carattere musicale e di critica letteraria, mentre per quanto riguarda la narrativa col passare degli anni tendo sempre più a rileggere certi libri che conosco praticamente a memoria: che so, I tre moschettieri o Il buon soldato Sc’vejk.

Come hai fatto ad imparare così bene l’inglese? Pensi sia un dono naturale o ci sono dei segreti legati al metodo e alla tecnica oltre ad una buona memoria?

Quella per l’inglese è  una passione che mi porto dietro fin da piccolissimo. Già a quattro, cinque anni avevo la mania di tradurre dall’inglese e di riscrivere a mio modo i libri degli altri. I miei genitori non conoscevano le lingue, quindi devo per forza pensare che per quanto mi riguarda sia un dono di natura. Poi, è chiaro, ho studiato inglese dapprima a scuola e poi all’università, ma come traduttore sono completamente e testardamente autodidatta.

Chandler o Hammett?

Vado a periodi. Adesso Chandler.

Ti piacciono i film noir americani degli anni 50’? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

Mi piacciono moltissimo. E per autori come Elmore Leonard o James Sallis sono una parte rilevante del loro immaginario. Quindi averne una buona conoscenza mi torna assai comodo.

Domanda tecnica, parliamo del tuo metodo di tradurre. Come ti prepari per un nuovo lavoro, quante stesure fai, come scegli i termini da utilizzare e come risolvi il problema spinoso dello slang americano?

Non mi preparo: attacco da pagina uno senza leggere prima il romanzo (a meno che non lo conosca già, ovvio) e cerco di arrivare in fondo il prima possibile, nel migliore dei modi. Faccio una stesura sola e correggo pochissimo. Ho scoperto col tempo che le intuizioni iniziali, per quanto riguarda la costruzione delle frasi e, soprattutto, il tono, sono quasi sempre le migliori. Questo vale per me, ovvio; ogni collega ha il proprio metodo. E’ un approccio molto jazzistico, per così dire; sono un buon improvvisatore e credo molto nelle reazioni immediate che mi suscita il testo. Muovermi all’interno dello slang mi è sempre riuscito facile, quindi è una cosa che non mi dà pensiero.

Preferisci tradurre dall’inglese o dal francese?

Dall’inglese.

Che libro stai leggendo attualmente?

La biografia di Franz Liszt scritta da Alan Walker e quella, appena uscita, di Thelonious Monk scritta da Robin D.G. Kelley.

Per Fanucci editore hai tradotto di Lansdale “Altamente esplosivo” dieci racconti scelti dall’autore per il pubblico italiano. Cosa noti nel suo stile, si è raddolcito dagli esordi?

No, in sostanza Lansdale è  sempre lo stesso. Ha uno stile molto riconoscibile e, per me, ormai familiare: quello dello storyteller nato che ti racconta le cose più incredibili, magari dopo cena e davanti a una bottiglia.

Per quanto ci si sforzi una parte di sé emergerà  sempre nel lavoro di traduzione. Come fai a rispettare lo stile e lo spirito di un libro?

E’ un lavoro mimetico, come hanno già fatto notare molti altri prima di me. Per quanto mi riguarda, come ho già detto, credo mi sia di grande aiuto non avere velleità di autore in proprio. Per il resto, possedere un buon orecchio serve moltissimo.

Hai curato assieme a Giovanni Zucca l’edizione italiana del Dictionnaire des littératures policières di Claude Mesplède che esperienza è stata?

Molto divertente e istruttiva. Peccato che il libro non sia mai uscito…

Ci sono autori con cui hai lavorato che sono diventati tuoi amici anche nella vita privata e dimmi chi è il più simpatico?

Tra quelli che ho conosciuto, Lansdale è una forza della natura, mentre Sallis è ormai per me come un fratello. Ma ho sempre trovato persone molto aperte e disponibili, professionisti nel senso migliore del termine.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso grazie all’esperienza non rifaresti più?

La valanga di note a piè  di pagina di cui avevo infarcito la mia prima traduzione di narrativa. Ma ho imparato subito, e adesso le metto solo quando non è possibile farne a meno.

James Lee Burke è stato uno dei primi scrittori che ho intervistato pressappoco quando è successo l’allagamento di New Orleans e lui è stato un po’ a descrivermi come si era messo alla testa dei soccorsi, quando mi è arrivata la sua mail che accettava l’intervista quasi caracollavo dalla sedia, tu che ricordo hai di Burke?

Una persona magnifica, un vero gentiluomo del Sud. Una persona di un’umiltà quasi imbarazzante.

Sembra davvero che tu ami le sfide impossibili. Victor Gischler è un altro dallo stile mica facile, forse uno di quelli che ho penato di più a tradurre e io mi sono limitata a tradurre un’ intervista. Anche già dal titolo “Anche i poeti uccidono” hai voluto rendere la sua forte ironia che usa spesso e che caratterizza tutta la sua opera, parlami del suo stile e delle difficoltà che hai incontrato a tradurlo.

Il titolo italiano del romanzo di Gischler non è mio, si deve a Marco Vicentini di Meridiano Zero. Ma lo trovo riuscito. Per il resto, il buon Victor – altra persona umanamente debordante – non mi è rimasto particolarmente difficile. Spero che ai lettori piaccia, perché a tradurlo mi sono divertito moltissimo.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con incoraggiamenti o consigli che vorresti ringraziare?

Debbo moltissimo, se non tutto, a Luigi Bernardi che mi ha fatto entrare nel mondo della traduzione letteraria dalla porta principale malgrado io non avessi la benché  minima esperienza nel settore. Evidentemente aveva visto lontano, di sicuro più di me. Dieci anni dopo, credo di aver ripagato la sua ben nota abilità di talent scout.

Giorni fa Luigi Bernardi ti ha chiesto di scrivere una monografia su James Crumley. Vi siete messi d’accordo, la scriverai sul serio?

Sì, sostanzialmente sì.

Hai mai pensato di scrivere un libro, magari un noir ambientato a Firenze?

Non ho mai scritto una sola riga di narrativa e non lo farò mai, non penso di esserne in grado. Mi piace molto di più riscrivere i libri altrui.

Ci sono in Italia buone scuole per traduttori? Ad un giovane che volesse intraprendere la tua professione che consigli daresti?

Ci sono, ci sono. Quando me lo chiedono porto volentieri la mia esperienza, anche se non insegno regolarmente. Se avessi tempo lo farei volentieri. Ritengo comunque che questo sia un mestiere che ci si costruisce in gran parte da soli, con la tenacia e l’applicazione. E l’unico consiglio che posso dare è quello di leggere, leggere di tutto e senza sosta.

A che traduzioni stai lavorando in questo momento? Ci puoi anticipare qualcosa?

Ho in ponte un paio di Elmore Leonard, la ritraduzione di un vecchio Lansdale, un romanzo di Andrew Vachss e, appena lo avrà terminato, il secondo libro di Josh Bazell.

:: Intervista con Andrea Carlo Cappi a cura di Giulietta Iannone

26 febbraio 2010
Andrea Carlo Cappi
Benvenuto Andrea su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni.  Allora Andrea Carlo Cappi nasce a Milano nel 1964, è uno scrittore e un traduttore, un grande appassionato di fumetti e di spie. Vuoi aggiungere qualcosa?
Di solito a questo punto aggiungo… stakhanovista dell’editoria.
Nato e cresciuto a Milano, la città più frenetica d’Italia, raccontaci qualcosa che la riguarda.

Se non fossi nato a Milano, probabilmente non sarei riuscito a diventare uno scrittore; né a svolgere tutte le attività nel campo dell’editoria che mi hanno permesso di mantenermi intanto che continuavo a farlo. In questo senso, sono debitore alla mia città. Anche se la Milano di oggi – dagli anni Ottanta in poi, per intenderci – ha “valori” diversi da quella di prima. Non crede al lavoro metodico, serio e puntuale… quello che una volta si associava ai milanesi. Premia invece i fenomeni del momento, le false promesse, l’arroganza sorretta da una solida base di incompetenza… quello che oggi tutta l’Italia associa ai milanesi. Molti in questa città cercano di sfruttarti senza darti niente in cambio, per poi liberarsi di te quando non servi più. Con le debite eccezioni, è un continuo mulinare di gomiti per fasi largo e chi si ostina a non volere sparire rappresenta un fastidio. Io spero di continuare a dare molto fastidio per parecchio tempo.

Hai scritto romanzi, racconti, fumetti, non fiction, ha scritto per la radio, hai curato antologie, da quando hai esordito non ti sei più fermato. Come spieghi questa grande versatilità e dove trovi il tempo per fare tutto?

Credo, semplicemente, di essere nato per scrivere storie. O quantomeno è la cosa che presumo di saper fare meglio. Si possono scrivere storie brevi o lunghe, sotto forma di narrativa o di sceneggiatura. Si può utilizzare lo stesso metodo per curare un editing, o per comporre un’antologia di autori vari, o per tradurre libri da altre lingue. Sono tutte varianti di un unico mestiere, anche se scrivere le mie storie è la parte più irrinunciabile. Le storie fluiscono di continuo e per mia fortuna scrivo molto rapidamente, riuscendo a coordinarmi piuttosto bene con il lavoro di documentazione. Un illustre collega statunitense che ha letto qualche mio romanzo si è stupito di come riesca a realizzare in un mese o due quello che a lui costa un anno di lavoro. Forse perché io, economicamente, non posso permettermi di sottrarre tempo alla traduzione cui mi dovrò dedicare subito dopo finito il mio romanzo.

Parlaci dei tuoi esordi. Come stato il tuo ingresso nel mondo della narrativa? È  stato difficile per te pubblicare il tuo primo libro? Come è andata?

Pubblicare il mio primo libro è stato facilissimo… Solo che era quasi il terzo. Ho deciso che sarei diventato uno scrittore intorno ai 6-7 anni, anche se ho prodotto qualcosa che ho giudicato proponibile solo quando ne avevo 24. Era un romanzo di spionaggio che ho mandato a “Segretissimo”, che lo ha preso seriamente in considerazione ma alla fine ha deciso di non pubblicarlo… e in realtà mi ha fatto un favore, perché nei pochi anni successivi ho fatto un notevole salto di qualità: scrivere per il pubblico anziché per il cassetto della tua scrivania aumenta la responsabilità e migliora le prestazioni. Nel 1991, a quasi 27 anni, ho vinto un concorso di RadioRAI per un soggetto destinato a  “Radiodetective”, programma quotidiano di storie alla Alfred Hitchcock, e mi è stato chiesto di continuare a collaborare come autore; per motivi burocratici (la RAI ha tardato a mandarmi il contratto) il mio primo episodio, già registrato, non è andato in onda, né il giorno previsto, né mai; dopo breve tempo, per oscuri motivi il programma è stato sospeso nonostante avesse avuto successo, quindi non sono stato pagato e sono tornato nell’ombra. Provaci ancora, K. Sarei tornato alla fiction radiofonica solo 12 anni dopo, con il serial “Mata Hari”. Ma, tornando ai primi anni ‘90, nel frattempo ero entrato in contatto con “Il Giallo Mondadori” e da qui con gli Oscar, a cui ho proposto un romanzo basato su uno dei miei soggetti radiofonici; mentre lo scrivevo, ancora senza contratto, l’editor con cui lavoravo è stato trasferito e addio progetto. Riprovaci ancora, K. Poi, nel 1993, “Il Giallo” ha pubblicato in appendice “Anche il sole tramonta”, un’altra delle storie che avevo scritto per la radio e da lì, finalmente, è cominciato tutto: nel volgere di un anno avevo due nuove serie con personaggi fissi, il Cacciatore di Libri in appendice al “Giallo” settimanale e Carlo Medina sugli speciali stagionali, oltre ai miei primi lavori come collaboratore esterno della redazione. Naturalmente poi sono stati aboliti i racconti in appendice e, dopo il successo della prima antologia di soli autori italiani che avevo curato per  lo speciale del novembre 1995, sono stato tagliato fuori dal “Giallo” per molti anni. Ma ormai ero in marcia. Nel 1996 Edizioni E-Elle stava preparando una collana di gialli per “giovani adulti”: ho incontrato la curatrice proprio mentre avevo in mente un prequel del Cacciatore di Libri, con una sua avventura a 17 anni, e mi sono trovato in mano il contratto per il mio primo romanzo effettivo, che è uscito nella primavera del 1997. Da allora non mi sono più fermato: non ci si può fermare, altrimenti tutti ti dimenticano e nessuno vuole più quello che scrivi.

Quali libri leggevi quando eri ragazzo? Quali libri ti hanno accompagnato nella tua età  adulta?

Verso i 6 anni ho cominciato a leggere Salgari, cui poi si è aggiunta Agatha Christie, dopo la quale ho ampliato gli orizzonti a “Giallo Mondadori”, “Gialli Garzanti”, “Segretissimo”, “Urania”, che non ho mai smesso di leggere. Anche se una volta mi ci dedicavo durante le vacanze mentre nell’ultimo decennio di vacanze non ho quasi fatte. I libri di passaggio più importanti sono stati “Per chi suona la campana” e “1984”.

Prevalentemente ti occupi di letteratura noir, thriller, avventurosa, quali sono stati i tuoi maestri?

Sicuramente Salgari, anche per quanto riguarda la costruzione di grandi saghe avventurose; la Christie, per il rispetto della logica interna di una storia; per le atmosfere, un bel po’ di autori noir americani, cui va aggiunto Ian Fleming, che univa il noir all’avventura esotica in un contesto spionistico. Per la costruzione delle trame non ho mai nascosto che il mio ispiratore è Donald E. Westlake alias Richard Stark, del quale sono poi divenuto anche editore, traduttore e amico, prima della sua morte improvvisa poco più di un anno fa. Non lo sapevo, ma d’istinto avevo adottato anche il suo stesso metodo di elaborazione delle trame: non una programmazione a tavolino, ma un ampio spazio all’imprevisto che sorprenda prima di tutti l’autore stesso e lo costringa a ingegnarsi per uscire dai guai insieme ai suoi personaggi; il tutto senza rinunciare alla precisione del meccanismo d
ella storia. In tempi più  recenti ho subito l’influenza di alcuni degli autori che ho tradotto, divenuti amici a loro volta, come Jeffery Deaver, Douglas Preston e – per citarne un altro che purtroppo non c’è più –  Stuart M. Kaminsky.

Da traduttore, quali sono i segreti per una buona traduzione, conta più la fedeltà  al testo o il rispetto per lo spirito del romanzo?

Il vero segreto è entrare nella mente dell’autore e trascrivere fedelmente quello che ha scritto come se lo avesse pensato in italiano. Non si tratta di fedeltà al testo come un traduttore automatico (che prende cantonate automatiche) ma di trovare le costruzioni e le frasi che lo stesso autore avrebbe usato se avesse scritto direttamente nella nostra lingua: a quel punto sono salvi testo e spirito. In realtà tra i compiti del traduttore può esserci di tanto in tanto quello di correggere sviste di editing nell’originale. Una volta in un bestseller americano ho scoperto una frase troppo rivelatrice da cui si scopriva l’assassino al secondo capitolo; questo però è successo prima che il libro uscisse negli USA e sono riuscito a farla togliere anche dall’edizione in inglese.

Hai creato personaggi seriali quali il Cacciatore di Libri, Carlo Medina e Mercy “Nightshade” Contreras. Non è semplice lavorare su uno stesso personaggio, come lo rinnovi, come dai profondità alla sua crescita?

Per il Cacciatore è facile: sono io, seppure con qualche lieve modifica. Nelle due storie-prequel edite da E-Elle, quando aveva 17-18 anni, ho addirittura prelevato frasi dai miei diari dell’epoca per essere più aderente alla mentalità di un teenager… ovviamente la mentalità di un teenager molto particolare dei primissimi anni Ottanta. Le altre storie sono quasi sempre ambientate nel momento in cui le scrivo e riflettono il mio stato d’animo in quel periodo. Infatti mentre nelle sue prime avventure faceva, come me, il “cacciatore di libri” per collezionisti, da qualche anno lavora come consulente nell’editoria, senza per questo smettere di trovarsi nei guai. Medina è  pure lui un mio alter ego, ma con qualche variante. Per esempio lui uccide, io no. Ma anche nel suo caso c’è stata un’evoluzione naturale. All’inizio della sua carriera credo che si sia illuso di poter raggiungere un certo successo, inventandosi l’omicidio applicato al marketing. Poi ha cominciato a prendere coscienza di essere una sorta di anticorpo della società e ha cominciato a vedere il suo lavoro come una battaglia dall’interno. Da qualche tempo invece ha compreso che la società è più forte, che non lo lascerà mai diventare un vincitore, e che quindi l’unica sua possibilità è continuare a combattere. Per Nightshade è più semplice: quando la sua saga sarà conclusa –  manca da scrivere solo il settimo romanzo – la sua storyline (a parte i flashback) coprirà il periodo dal 2001 al 2006 e la sua evoluzione è legata strettamente a quello che le capita… che tutto sommato è piuttosto devastante.

Parliamo di Martin Mystère e Diabolik. Raccontaci il tuo amore per il fumetto.

Ho imparato a leggere intorno ai 5 anni con “Topolino”. A 6-7 anni ho scoperto Diabolik e Tex. Poi, per un lungo periodo, ho divorato il “Corriere dei ragazzi” e gli albi dei supereroi. Oggi leggo soprattutto Diabolik (che per fortuna posso leggere per lavoro!) e quando riesco alcune storie della Marvel e della DC, e ho nostalgia soprattutto di Tex, Mister No e naturalmente Martin Mystère: sono in arretrato di un numero spaventoso di albi! Qualche anno fa ho avuto la soddisfazione di intervistare Stan Lee (il creatore di Spiderman e dell’universo Marvel, per intenderci) in videoconferenza. Ma soprattutto negli ultimi anni ho lavorato fianco a fianco con due autori che avevo conosciuto sul “Corriere dei ragazzi”, Alfredo Castelli (che ha creato “Martin Mystère”) e Mario Gomboli (che prosegue la tradizione delle sorelle Giussani in “Diabolik”), ai quali si è aggiunto il mio vecchio amico Andrea Pasini, che ha lavorato prima con l’uno e ora con l’altro. Per cui sono sempre molto felice quando ho a che fare con loro. Per Martin ho scritto sceneggiature (a quattro mani con Pasini), racconti, un romanzo e un romanzo a puntate; per Diabolik ed Eva Kant finora quattro romanzi, anche se ho progetti per qualche storia a fumetti che mi piacerebbe scrivere, ovviamente, con Pasini. Ho ancora idee per storie di Martin, a cui mi piacerebbe tornare un giorno o l’altro, ma scrivere di Diabolik è una vera tossicodipendenza.

Con lo scrittore Andrea G. Pinketts hai creato la prima serie di M-Rivista del mistero. Vuoi parlarcene? Ti viene in mente qualche aneddoto bizzarro o divertente?

Nei primi tempi tenevamo le riunioni di redazione in un bar in via Vespri Siciliani, a Milano, più o meno a metà strada tra casa sua e casa mia (ovviamente più vicino a casa sua). Era il 2000, il periodo in cui Pinketts era stato colpito dal “millennium bug” – è l’unico a cui sia capitato, in realtà – ed era piuttosto irrequieto. Un giorno stavamo discutendo un importante problema filosofico, se fosse più forte Jet Li o Jean Claude Van Damme, e Pinketts concluse che Jet Li è imbattibile, mentre Van Damme, disse lui: “Me lo pappo come un uccellino.” A quella frase un avventore magro e allampanato, ricurvo su un videopoker, si voltò verso di lui e gli rivolse un’occhiata beffarda. Certa gente è morta per molto meno, come dicono nei western. Pinketts sostenne lo sguardo e chiese il motivo di quell’occhiata. L’altro rispose: “Volevo vedere che faccia aveva uno che dice che Van Damme se lo pappa come un uccellino.” Già temevo il peggio. Ma Pinketts ex atleta marziale in un raro momento zen, si limitò a spiegargli sul piano tecnico le caratteristiche di Van Damme che motivavano la sua affermazione. Evidentemente l’uomo del videopoker aveva deciso che era un buon giorno per morire, perché dopo averlo ascoltato e avere giocato buono buono per altri cinque minuti al videopoker, afferrò la sua bottiglia vuota di birra e si lanciò a sorpresa su Pinketts per colpirlo. Tutto si svolse in una manciata di nanosecondi: feci in tempo a vedere la bottiglia che volava dietro il videopoker e l’aggressore con il braccio ritorto e sollevato verso l’alto, disarmato e impossibilitato a nuocere, mentre Pinketts con la mano libera prendeva dal banco il suo boccale di birra e ne beveva una sorsata.

A bruciapelo preferisci Hammett o Chandler?

Oggi Hammett. Quando ero più giovane, Chandler.

Sei un grande appassionato di James Bond. Praticamente hai tradotto quasi tutto Fleming. Come è  nata questa passione? Questo personaggio in un certo senso ti somiglia?

Mi sarebbe piaciuto tradurre tutto Fleming, era un progetto che ho cercato di realizzare visto che forse ero la persona più adatta in Italia, ma i destini editoriali non lo hanno permesso. In realtà ho tradotto solo l’inedito “Thrilling Cities” (che contiene anche un racconto di 007 che ho fatto riscoprire anche in Inghilterra, dove era stato dimenticato) e la riedizione de “Il traffico di diamanti”. Di James Bond ho poi tradotto due romanzi di John Gardner, due novelization di Raymond Benson e l’intera saga bondiana originale, sei romanzi e tre racconti, dello stesso Benson. La passione è nata dai film, quando
avevo sei anni, si è rinnovata quando ho cominciato a leggere i libri di Fleming e mi ha portato a scrivere vari libri sul fenomeno Bond a quattro mani con Edward Coffrini Dell’Orto, con cui ho anche fondato il primo fan club italiano, lo 007 Admiral Club. Non credo che Bond mi somigli, semmai sono io che ho cercato di prendere qualcosa da lui e dai suoi interpreti. Di sicuro è uno dei motivi per cui mi sono appassionato alla letteratura di spionaggio e al mondo delle vere spie.

Hai scritto per Segretissimo con lo pseudonimo di François Torrent, collana che seguo da anni. Come è cambiato il mondo della spystory dalla caduta del Muro di Berlino e dalla fine della guerra fredda? È ancora tempo di spie?

Sarà  sempre tempo di spie… e in questo mi confortano le parole di John Le Carré che riporto nel mio nuovo libro: “La spy-story non è morta. Ha ancora molto da raccontare.” La fine della guerra fredda ha cambiato solo alcune motivazioni e alcuni giochi di alleanze, ma non i metodi e gli obiettivi. Per me il vero punto di rottura è stato l’11 settembre, che ha reso obsolete tutte le storie che seguivano il modello dei vecchi film (non dei libri) di 007, con il superagente che evita la catastrofe a pochi secondi dalla fine. In quel periodo stavo scrivendo il mio primo romanzo di Nightshade e nel giro di un solo giorno mi sono chiesto se quello che stavo scrivendo non fosse stato superato dalla storia… e mi sono dato da solo la risposta: no, in quel momento più che mai serviva una letteratura che raccontasse i retroscena della politica globale. Il dopo-11 settembre ha dato ragione all’ipotesi di base della serie Nightshade: nel 2001 la CIA riapriva la sua sezione eliminazioni. E così ho inserito nella serie il fatto che Nightshade fosse arruolata come killer proprio dopo l’11 settembre. In realtà  la scelta di firmare come François Torrent non è stata mia: ero già una firma nota dei periodici Mondadori. Ma la redazione di “Segretissimo” decise che il pubblico, abituato alla forte presenza di autori francesi nella collana, sarebbe stato più interessato a un nuovo scrittore d’Oltralpe. In realtà scelsi un cognome catalano, legato al fatto che ho passato una buona parte della mia vita in quell’area geografica, che è poi lo stesso di Paco Torrent, uno dei personaggi secondari della serie. Il mio nome appariva come “traduttore” e più avanti nella serie compaiono anche Carlo Medina e personaggi delle sue avventure, permettendo ai lettori più attenti di scoprire il gioco. Con l’arrivo di Sergio “Alan” D. Altieri come curatore, le identità  mia e dei miei colleghi della cosiddetta “Italian Foreign Legion”  di “Segretissimo” sono state finalmente rivelate. Ma ormai fino alla fine della saga suppongo che continuerò a firmare Torrent per coerenza, anche se dal 2007 sono tornate a uscire nei periodici Mondadori le storie di Medina sotto il mio vero nome.

È uscito da poco “Le grandi spie”, un saggio davvero originale e curioso. Vuoi parlarcene? Come è nato questo progetto sul quale si vede hai lavorato molto?

È nato… da solo. Quando ho stabilito di diventare uno scrittore, ho deciso molto presto che mi sarei occupato di spionaggio. Pertanto mi dovevo documentare, cosa che ho fatto in modo continuativo dal 1977. Dopo quasi vent’anni avevo materiale sufficiente per scrivere brevi saggi e articoli sull’argomento, cosa che feci soprattutto su un rivista in cui tenevo una rubrica di vere storie di spie. Parte di quel materiale mi è servito come base per alcuni romanzi, ma esistevano ancora molte spie famose di cui non avevo mai parlato, e anche su quelle che avevo trattato c’erano parecchie rivelazioni più recenti da aggiungere. Insomma, dovevo scrivere un libro, un’idea che ho coltivato per parecchio tempo e ora finalmente si è realizzata grazie all’interesse e all’entusiasmo con cui Vallardi Editore ha accolto il progetto. Ho scelto di mantenere un approccio narrativo, quindi non ho scritto un’enciclopedia ma un libro di storie vere, che potesse essere accessibile anche a un lettore digiuno della materia.

Il tuo rapporto con la critica. Quale è la recensione che ti ha fatto più  felice ricevere?

Non è  che di recensioni ne abbia viste moltissime… in rapporto al numero di libri che ho pubblicato. I critici propriamente detti mediamente disdegnano quello che scrivo e molti ignorano tutte le pubblicazioni che escono solo in edicola. Quando ho cominciato a scrivere, tuttavia, mi hanno fatto molto piacere le recensioni di Carlo Oliva a Radio Popolare (ne avevo registrata una e me la riascoltavo, per convincermi che non stavo sbagliando tutto nella vita); anni dopo ho letto e sentito con piacere i commenti di persone che avevano letto il mio primo romanzo di Diabolik e avevano colto il fatto che, oltre a essere fedele nello spirito e nei riferimenti al fumetto delle sorelle Giussani, fosse anche un vero romanzo, e un mio romanzo. E ieri ho trovato una recensione del mio “Eva Kant-Il giorno della vendetta” sulla rivista “Geniodonna”, che contiene uno dei maggiori complimenti che abbia mai ricevuto: a quanto pare sono riuscito a cogliere alcuni credibili elementi psicologici femminili e femministi nella protagonista, cosa che ritenevo piuttosto difficile e rischiosa, dovendomi mettere nei panni di una donna.

Cos’è la libertà  per te?

A livello generale, il fatto che nessuno metta nessun altro in condizioni di sudditanza, non solo politica ma lavorativa, economica, eccetera. A livello personale, poter scrivere senza che nessuno mi venga a dire cosa devo scrivere per motivi politici o di presunto marketing; una volta una mia raccolta di racconti è stata bocciata perché giudicata troppo di sinistra, dopo che le singole storie erano uscite da… Mondadori; altre volte mi è stato detto che i miei libri sono di nicchia, dimenticando che sono tali solo per colpa di chi fabbrica le nicchie apposta per tenerceli. E vorrei poter scrivere senza dovermi ammazzare di lavoro 16 ore al giorno (in passato a volte anche 20) al fine di guadagnare il necessario per vivere e permettermi poi il lusso di fare lo scrittore. In questo senso, ora non sono  libero. Come sempre, Arbeit Macht Frei un accidente.

Ci sono esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Parecchi. In qualche caso li ho scoperti io, oppure ho contribuito a scoprirli. Mi piace ricordare Ettore Maggi, che inviò un racconto a “M-Rivista del Mistero” che lessi avidamente in metropolitana; Gianluca Mercadante, che conobbi insieme a Pinketts e di cui pubblicai poco dopo un racconto; Cristiana Astori, che mi fu segnalata da Alda Teodorani e che seguo sempre con attenzione anche adesso che non sono più il suo editore; il giovanissimo Davide Garbero, scoperto a sua volta da Cristiana, che si guadagnò la terza pagina del “Corriere” con i suoi geniali racconti scritti a 17-18 anni; Luca Tarenzi, che dopo avere scambiato due parole mi aveva già convinto che doveva avere talento… e infatti! Tutti continuano a confermare le loro capacità, nonostante il mondo dell’editoria sia quello che è.

Ti piace presentare i tuoi libri al pubblico? Raccontami un episodio divertente che ti è successo ad una presentazione.

Temo di avere una propensione naturale all’esibizionismo e una vocazione da entertainer. Del resto sono più di 15 anni che affianco Pinketts nelle sue serate settimanali e sono spesso chiamato a  presentare altri autori. Mi div
erte inserire qualcosa di scherzoso nelle presentazioni, come quando al Caffè  dell’Orologio di Modena, per presentare “Mondo Bond 2007”, mi sono presentato in smoking e a metà serata ho estratto una (finta) Walther P99 da una fondina spiegando come nella realtà sarebbe terribilmente scomodo per 007 andare in giro con un arnese simile sotto l’ascella. O quando a Cartoomics, la fiera del fumetto, mi sono presentato con una copia del mio romanzo di Martin Mystère alta circa un metro e mezzo; in quell’occasione ho raccontato al pubblico la genesi piuttosto cialtronesca delle mie sceneggiature di Martin Mystère, presenti Alfredo Castelli e Sergio Bonelli; mentre il primo era quasi in imbarazzo, temendo che l’editore lo accusasse di scarsa serietà nella scelta degli sceneggiatori, Bonelli invece si divertì moltissimo.

Che libro stai leggendo attualmente?

Sono diviso tra la biografia delle sorelle Giussani scritta brillantemente da Davide Barzi e il dattiloscritto del primo romanzo di Cristiana Astori. Purtroppo riesco a dedicare poco tempo all’uno e all’altro.

Come ti documenti per la stesura dei tuoi libri? Hai avuto modo di accedere a documenti top secret?

Mi documento sempre moltissimo, a volte anche per un decennio prima di arrivare a scrivere il romanzo che riguarda un particolare argomento. Questo è anche uno dei motivi per cui la stesura di un libro può essere molto rapida. Per quanto riguarda “Le grandi spie”, che contiene un lavoro di ricerca protratto nel tempo, ci sono anche elementi che possono essere considerate top secret… o lo erano 10 o 15 anni fa. Ma a quei tempi ho promesso di non rivelarne le fonti e non lo faccio nemmeno ora. Tuttavia l’aspetto più interessante dello spionaggio è che spesso le informazioni più interessanti si trovano già sui giornali. In molti casi si tratta di fare gli opportuni collegamenti. Invito a fare lo stesso con il mio libro sulle spie, tenendo d’occhio l’indice analitico: due singole notizie in cui viene menzionato lo stesso nome possono essere del tutto innocenti, ma se collegate l’una all’altra aprono spiragli inquietanti.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho da poco finito il sesto romanzo di Nightshade, ambientato in parte anche a Napoli e a Milano. In questo momento sto eseguendo una sorta di “editing autoriale” su un libro a più mani, di cui ancora non si può svelare nulla. Sto anche lavorando a un progetto per un libro a quattro mani… solo che in questo momento è l’altro autore che ce ne sta mettendo tre perché io ho troppo da fare altrove; spero di rimediare presto, perché poi ho un altro progetto, sempre a quattro mani, in lista di attesa. Ho in programma il secondo romanzo lungo di Carlo Medina dopo “Ladykill/Morte accidentale di una lady” (che con 40.000 copie o giù di lì è stato anche il mio maggiore successo) e il settimo episodio di Nightshade. Ho in mente un romanzo di fantascienza in parte collegato alla mia nuova serie con protagonista padre Antonio Stanislawsky, prete d’assalto nel mondo del futuro con la passione per belle donne e armi pesanti. E ci sono parecchi racconti che premono per essere scritti… Quello che non manca sono le idee e la voglia di scrivere.

Recensione di Les Italiens di Enrico Pandiani a cura di Giulietta Iannone

13 febbraio 2010

1Parigi, lungo Senna, 36 di quai des Orfrèves.
Una mattina come tante, uno stanzone pieno di poliziotti, una signora che deve fare denuncia, i computer che lampeggiano, forse la noia della routine.
Poi l’assurdo si materializza di colpo senza preavviso, senza dare tempo di ragionare, di difendersi, di agire: un cecchino dall’elegante palazzo di fronte inizia a sparare e a uccidere.
I proiettili non fanno rumore, creano poco più che uno spostamento d’aria e intanto la morte si porta via uno per uno gli uomini della squadra di poliziotti parigini di origine italiana “gli italiens” del titolo. Una squadra scelta, fortemente voluta, perché gli italiani sono più fantasiosi, solari, e bravi.
I sopravvissuti si gettano a terra e intanto pensano, superato il primo sgomento, chi può odiare tanto gli italiani, chi può colpire al cuore del quartiere dei flic?
Un pazzo isolato che cerca vendetta, o peggio l’attentato è frutto di un complotto per decimare una squadra che magari sta lavorando ad un’ indagine scomoda o sta dando fastidio a qualcuno?
Chi ha paura degli italiens?
Non c’è tempo da perdere bisogna capire, dare risposte, trovare soluzioni.
Il commissario, e quello che resta della sua squadra si trovano così a dover indagare su un caso che li tocca personalmente: ci sono i colleghi da vendicare, e le proprie vite in gioco.
Più scavano e più scoprono cose che non vorrebbero scoprire, più non possono fidarsi neanche dei propri stessi colleghi, più la verità emerge, e più è incredibile, assurda, dannatamente scomoda.
Questa in breve è la trama del libro d’esordio di un torinese, Enrico Pandiani, di cui sentiremo parlare, sicuro come la morte. Non mi capitava da un pezzo di leggere un noir così ben scritto, in cui i personaggi entrano prepotentemente in scena lasciando tracce precise e un eco che tarda a dissolversi.
C’è azione, ironia, vero e proprio umorismo degno dei maggiori maestri del noir, perché il noir non è un genere tetro e noioso, ridere anche dei lati più oscuri dell’animo umanao è segno distintivo degli scrittori di razza, tiene desta l’attenzione e ti spinge a riflettere anche su temi seri e complessi.
È un libro da leggere e rileggere. La narrazione è veloce, non ci sono pause, cali di tensione, esitazioni, Pandiani sa come coinvolgere il lettore, lo incuriosisce, lo porta ad immedesimarsi con i personaggi, in un gioco sottile che non fa prigionieri.
In un crescendo di suspance, di inseguimenti, di doppigiochi, la verità emergerà con tutto il suo carico di dolore e amarezza nel finale per niente consolante o peggio consolatorio, e sarà una verità che non ristabilirà l’ordine e la tranquilla monotonia dove i cattivi sono puniti e i buoni festeggiano sul carro dei vincitori.
Non vedo l’ora di leggere il prossimo romanzo di Pandiani “Troppo Piombo” sempre per Instar, che dovrebbe uscire a Marzo.

:: Intervista a John Connolly

10 febbraio 2010

imagesGrazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi.

Sono nato a Dublino nel 1968, ho studiato Inglese al Trinity College di Dublino, quindi giornalismo alla Dublin City University, prima di diventare un giornalista freelance, lavorando esclusivamente per The Irish Times. Ho cambiato un sacco di posti di lavoro durante questo periodo però. Mi piaceva molto cambiare. Che in effetti non era male…

Perché sei diventato uno scrittore? Era un tuo sogno già da bambino?

Senza voler sembrare uno di quei ragazzini terribili che dicono di essere venuti fuori dal grembo materno con la penna in mano, ho sempre scritto, fin da quando ero un ragazzo. Mi sembrava un passaggio naturale passare dalla lettura di storie a cercare di raccontarle. Ho praticamente smesso di scrivere quando andai al College per studiare inglese – il che è strano – e poi durante il periodo in cui mi sono occupato di giornalismo, ed è stata un’esperienza abbastanza frustrante così dopo un po’ sono tornato alla narrativa. La prima cosa che ho cominciato a scrivere è stato il prologo di “Every Dead Thing”, in questo modo suppongo ho cominciato.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che in qualche modo ti hanno influenzato.

Enid Blyton è stata la prima autrice che io abbia mai letto. Mi ricordo la lettura di una sua raccolta di sette libri e che andavo a sondare le parole difficili foneticamente, in modo che per anni ho pensato che la parola ‘armadio’ fosse pronunciata ‘cup-board’ invece di ‘cubbard’. Mia madre deve aver pensato che mi fossi trasformato nel piccolo Lord Fauntleroy. Dopo di che ho trovato altri libri: libri tratti da film (l’equivalente per la mia generazione dei rewatching film su DVD), storie di fantasmi di ogni risma; poi i libri di Alistair Maclean, HG Wells, e John Wyndham. Ho scoperto i mystery abbastanza tardi. Probabilmente successe anche nella mia adolescenza, quando lessi il mio primo libro di Ed McBain, ma poi in realtà ho solo letto i libri di Ed McBain. Mi ci è voluto un po’ per leggere gli scritti di Ross Macdonald che ha avuto una grande influenza su di me, in particolare The Chill. La maggior parte dei fan di scrittori mystery o sono fan di Ross Macdonald o di John D Macdonald, ma raramente di entrambi. James Lee Burke è stato un altro scrittore che ha enormemente influenzato il mio modo di scrivere. Dopo di che, Dickens (Bleak House), PG Wodehouse, e ogni sorta di gente strana.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Beh, ho scritto diverse storie da bambino, basate principalmente su ciò che vedevo in televisione -Tarzan, Casey Jones – ma poi mi sono occupato eslcusivamente di giornalismo fino a quando non ho iniziato a lavorare a Every Dead Thing, che divenne il mio primo romanzo pubblicato. Fa conto che ci ho messo circa cinque anni per pubblicarlo.

Quali sono le tue scrittrici preferite europee o americane?

Credo di averti risposto nelle domande precedenti.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Qualcuno una volta ha detto che l’Irlanda è un paese molto piccolo, così piccolo che si potrebbe metterci un tetto su. E ‘un po’ umido, e attualmente in lotta con la recessione, che è come una sorta di mal di testa dopo gli anni di boom della Tigre celtica. Credo che essere un po’ più poveri non sia male: anche quando eravamo più benestanti, penso che ci fosse la sensazione che quel benessere era destinato a finire prima o poi. Ora almeno possiamo smettere di preoccuparci che accada il peggio, perché il peggio è già successo.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato a Dublino, in una famiglia di classe medio-bassa. Mia madre era una insegnante part-time, mio padre ha lavorato per il consiglio comunale. Ho avuto un’ infanzia felice, e piuttosto insignificante. Spiacente!

Ti piacciono i giallisti scandinavi? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Beh, forse faccio parte di una piccola minoranza, perché non sono un grande fan della nuova fiction degli scandinavi. Credo che lo scrittore islandese Arnaldur Indridason sia molto bravo, e un certo numero delle sue trame non potevano che provenire dall’ Islanda, ma penso che una parte dell’attrazione dei lettori è dovuta al fatto che questi libri sono ambientati in paesaggi nuovi per il romanzo giallo: neve, rocce, bellissimi panorami ma a volte ostili. C’è anche una vena di malinconia che attraversa questi libri, che è tipicamente nord-europea, e quindi li rende molto differenti dal modello americano. Penso che sia bello comunque vedere questi romanzi tradotti, di norma i lettori inglesi sono particolarmente poco interessati al rafforzamento delle relazioni con gli scrittori stranieri, ma mi chiedo se la Scandinavia sia semplicemente il gusto del mese, per ora. Come per Larsson, ancora una volta, mi sembra di essere in minoranza. Credo che i libri di Larsson siano un po’ troppo lunghi, e il tracciato, in particolare nel secondo volume della serie Millenium, è andato un po’ storto. C’è un personaggio interessante la Salander, e c’è uno sfondo ammirevole di critica sociale nei suoi libri, ed è bravo a gestirlo senza apparire predicatorio, cosa di per sé difficile. Credo che il fatto che ci siano solo tre libri, e che morì relativamente giovane, dà al suo lavoro un certo fascino: è finita così, e la serie non ha intenzione di andare avanti. Allo stesso tempo Larsson è lo scrittore che è riuscito ad avere successo attraverso un processo a valanga del passaparola e nello stesso tempo è stato premiato dalla critica, è riuscito anche ad attirare i lettori che di solito non leggono romanzi mystery perché hanno l’idea che la maggior parte di questi libri non sia di qualità, cosa che non è vera. Larsson ha avuto un successo ben meritato, ma ci sono un sacco di scrittori che lavorano nel settore, che sono altrettanto bravi, ma per i quali ciò non è accaduto, forse perché la propria storia personale, tanto come i libri che stavano scrivendo, semplicemente non eranno validi come Larsson.

Nuovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Beh, spero solo che continuino a pubblicarmi in Italia. Il mio traduttore, Stefano Bortolussi, è particolarmente bravo, oltre ad essere una bella persona. Penso che aiuti i traduttori, se sono essi stessi autori, in quanto sono più in sintonia con le sfumature della prosa, e penso che istintivamente capiscono che ci vuole una forte componente di creatività per fare una buona traduzione sia di un romanzo o di una poesia. In un certo senso,  ogni parola o frase non si può sempre tradurre letteralmente da una lingua all’altra, in pratica i traduttori costruiscono un nuovo libro e questo Stefano lo sa, ed è ciò che rende il suo lavoro davvero fatto bene.

Il tuo scrittore debuttante preferito?

Beh, credo sia Donna Tartt e The Secret History è stato sicuramente un bel debutto, e di recente mi ha molto impressionato un romanzo irlandese, The Ghosts of Belfast, di Stuart Neville. Stranamente, penso che sia più facile essere un romanziere debuttante, in qualche modo, di quanto lo sia essere uno scrittore affermato. Non ci sono aspettative sul proprio lavoro, oltre a quelle di pari passo con gli investimenti del tuo editore, e si può essere nuovi e sorprendenti. Nella narrativa di genere, soprattutto se si scrive una serie, credo che la qualità che ci deve essere viene data per scontata. Si può fare sempre meglio, quando si va avanti, ma non farai mai lo stesso scalpore che hai fatto con il tuo primo libro.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

The New Daughter, una versione di uno dei miei racconti, è stato appena trasformato in un film con Kevin Costner e Ivana Baquero, anche se non l’ho ancora visto, e un certo numero di altri libri, tra cui Bad Men e The Book of Lost Things, alcuni registi hanno iniziato a portarli sullo schermo, ma è un processo lungo e laborioso, e gli scrittori dovrebbero tenersi a distanza il più possibile. Sono due diverse forme creative, e con due lingue diverse.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena consegnato la versione definitiva di Whisperers, il nuovo romanzo di Charlie Parker, e probabilmente inizierò un sequel del romanzo The Gates, il mese prossimo.

Ti piace l’Italia?

Ci sono stato solo una volta, ma ho avuto una bella impressione di Milano. Voglio tornare per vedere Venezia, Firenze e Roma. Forse quest’ anno, mi auguro, ma il problema è che faccio un lavoro piuttosto difficile, e può essere difficile trovare il tempo giusto per prendersi una vacanza.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Una volta ho partecipato ad un terribile show televisivo a quiz chiamato “Going For Gold”. Ho resistito per due settimane e poi sono stato battuto da un tizio scozzese. Tutto era profondamente imbarazzante, se non altro per i miei amici, comunque ho ottenuto un viaggio a Londra.

:: Intervista a Maurizio de Giovanni a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2010
Maurizio
Benvenuto Maurizio su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la nostra intervista. Per prima cosa mi piacerebbe sapere qualcosa di più di te. Dove sei nato, che studi hai fatto, qualche tuo pregio e qualche tuo difetto.R. Grazie a voi di avermi invitato in un “luogo” che da lettore incallito ho sempre frequentato con grande piacere. Sono napoletano nel corpo e nell’anima; sono nato nel 1958, un ariete testardo e permaloso un po’ soggetto a sbalzi d’umore, sempre sospeso tra euforia e malinconie ingiustificate. Ho studiato lettere classiche, poi la prematura morte di mio padre, che aveva cinquant’anni, mi ha spinto alla ricerca di un rassicurante e un po’ grigio “posto fisso” che mi ha fatto accantonare per quasi trent’anni ogni aspirazione creativa. Intendiamoci, sono ben lieto di aver avuto un lavoro che mi ha dato anche molte soddisfazioni; ma oggi credo che avrei potuto cominciare anche un po’ prima a scrivere.

Raccontami qualcosa della tua Napoli, qualche squarcio caratteristico per far luce su una città viscerale, splendida e nello stesso tempo tragica. La ami, la odi? Come si vive all’ombra del Vesuvio?

R. Dico sempre che della mia città ho un’immagine stratificata, come una cipolla in cui ogni livello sia di sapore, odore e colore differente dagli altri. Si offre costantemente a piani di lettura diversi e a qualunque approfondimento si voglia fare. Qualsiasi interpretazione non può comunque prescindere dai registri umoristico e noir; più di ogni altro luogo nel mondo, Napoli è ironica e ferita, addolorata e divertente. Non è facile viverci, anzi spesso si ha l’impressione di attraversare la giungla; ma devi credermi se ti dico che un napoletano altrove, per benissimo che possa trovarsi, sentirà sempre mancargli un pezzo fondamentale.

Che lavori hai fatto prima di dedicarti alla scrittura? Si può vivere di scrittura al giorno d’oggi?

R. Sono tuttora un funzionario di banca che cerca con molte difficoltà  di conciliare l’impegno lavorativo col crescente spazio che la scrittura e il lusinghiero successo di Ricciardi richiedono. Sono uno scrittore fortunato, come sai il passaparola tra i lettori ha fatto in modo che i romanzi si diffondessero a macchia d’olio e che l’interesse attorno al personaggio e quindi al suo autore crescessero in misura esponenziale, ma devo dirti che vorrei avere molto più tempo da dedicare alla promozione. Oggi in Italia i numeri delle vendite non supportano se non in rarissimi casi la scelta di dedicarsi unicamente alla scrittura: quelli che ci riescono integrano con attività collaterali, come collaborazioni a giornali, sceneggiature, conferenze, presentazioni o partecipazioni a festival e incontri. E’ rarissimo che le sole vendite consentano scelte radicali di vita e di professione. Ti faccio un esempio: il primo romanzo di Ricciardi, “Il senso del dolore”, è uscito a fine giugno in Germania; un romanzo nuovo di un autore nuovo, italiano, sconosciuto alla platea dei lettori tedeschi; ebbene, in tre mesi ha venduto circa 20.000 copie. Numeri che qui da noi un romanzo di discreto successo che esce per un editore di medie dimensioni totalizza in un anno.

Com’è stato il tuo esordio? E’ stato difficile trovare il tuo primo editore?

R. Il mio è stato un caso anomalo fin dall’inizio. Iscritto da amici per scherzo a un concorso per giallisti esordienti indetto dalla Porsche Italia, “Tiro Rapido” edizione 2005, l’ho inaspettatamente vinto con un racconto che aveva per protagonista questo strano commissario napoletano degli anni trenta che vede i morti. Il premio consisteva nella pubblicazione del racconto su “L’Europeo” di agosto, il numero tradizionalmente dedicato alla cronaca nera. Un’agente letteraria lesse il racconto e mi cercò, chiedendomi di farle avere un mio romanzo con lo stesso protagonista. Non esisteva, e quindi scrissi il romanzo durante le ferie, senza aver mai scritto nulla prima di allora, e il romanzo dopo alcune vicissitudini giunse tra le mani del direttore del centro di produzione Rai di Napoli che lo fece a sua volta leggere a un amico, Domenico Procacci della Fandango; da lì in poi la storia del progetto Ricciardi prese la dimensione del crescente successo che sai. Insomma, sono uno di quei rarissimi e fortunati scrittori che non hanno mai dovuto fare la gavetta, inviando dattiloscritti a destra e a manca per trovare un editore. Fortunato io, e magico Ricciardi.

Il tuo rapporto con la critica. Che effetto ti fanno le recensioni, sia che siano elogi o critiche motivate? Quale è la recensione che ti ha fatto più felice leggere in assoluto?

R. Forse perché non ho pretese “letterarie” e la mia scrittura non è particolarmente invadente, devo dire che la critica è stata finora molto benevola nei confronti dei romanzi di Ricciardi. Le recensioni sono molte e tutte generalmente positive, alcune a dire il vero addirittura commoventi. Forse la maggiore gratificazione è venuta proprio dalla Germania, quando un giornale ha scritto che “non vedeva l’ora di leggere il seguito della storia di questo poliziotto napoletano”, e che invitava l’editore tedesco, Suhrkamp, a pubblicare il secondo romanzo in fretta. Bello, ma anche impegnativo.

Tutto iniziò con il racconto quasi joyciano “I vivi e i morti”, puoi parlarcene?

R. Ti dicevo del concorso della Porsche Italia. In finale a Firenze venne proposto dalla giuria (della quale facevano parte scrittori del calibro di Carofiglio, Lucarelli ed Evangelisti) un tema riferito a una celebre serie di delitti, quelli della Ludwig, la sigla terrorista di destra che sparse morte e terrore nel Veneto negli anni ottanta. Avevo cominciato a scrivere una storia di ambientazione contemporanea quando mi sentii chiamare dal presidente della giuria, Daniele Protti, il mitico direttore de “L’Europeo”, che mi fece: lei è quello che a Napoli ha scritto del commissario che vedeva i morti? Mi fa un altro racconto con lo stesso protagonista? Cambiai immediatamente rotta, inserendo nel tessuto napoletano dei primi anni trenta una storia di terrore e di vendetta, nella quale il rampollo di una nobile famiglia decideva di ripulire la città dalla prostituzione che aveva fatto ammalare e morire il padre di sifilide. Un testo semplice e diretto ma forse anche simbolico che piacque molto e che mi diede la vittoria del concorso. Da lì, come dici benissimo, iniziò tutto il resto.

Come nasce il personaggio di Ricciardi? Un po’ ti somiglia? Ci sono riferimenti autobiografici?

R. Ricciardi nasce per puro caso; l’ambientazione liberty del caffè Gambrinus di Napoli, dove si svolse l’eliminatoria del concorso che ti ho raccontato, il caldo opprimente di giugno e una bambina che passava fuori in strada e che, sentendosi osservata, mi fece una smorfia. Piccoli elementi che fecero scattare dentro di me qualcosa, una scintilla di fantasia.  Ricciardi non mi somiglia, né fisicamente a parte forse il colore degli occhi, né psicologicamente, essendo io estroverso e tutt’altro che taciturno; ma la sua percezione del dolore, la sua condanna a non poter voltare le spalle alla sofferenza, la sua partecipazione affettiva soprattutto nei confronti dell’infanzia, credo di condividerle profondamente. Invece, se dovessi scegliere il personaggio al quale mi sento più simile, direi Maione, il brigadiere che gli fa da spalla e che lo protegge a distanza.

Iniziamo con “Il senso del dolore- L’inverno del commissario Ricciardi”, come le quattro stagioni di Vivaldi, per prima hai scelto l’inverno, è la stagione che assomiglia di più al tuo protagonista?

R. Scelsi l’inverno e il vento; mi pareva che il disordine dell’anima, lo scompiglio dei sentimenti e le solitudini generate dalle passioni e dal delitto avessero casa in quella stagione. Volevo dare ai personaggi una difficoltà di relazione costante, una lontananza determinata anche dal freddo, da un clima che desse un colore livido e dolente a tutto il romanzo. Forse però la stagione che somiglia di più a Ricciardi è l’autunno, privo com’è della speranza di primavera che comunque l’inverno mantiene dentro per tutto il suo corso.

Parliamo dell’ambientazione così accurata, anomala forse nel genere, come ti sei documentato, che ricerche hai fatto?

R. La ricostruzione dell’ambientazione è sicuramente la parte più difficile della mia scrittura. Sono meticoloso, non mi piace descrivere particolari o situazioni connesse al periodo senza averle più volte verificate e approfondite; non sopporterei sentirmi eccepire da qualche lettore un’inesattezza storica, cosa per fortuna finora mai accaduta. Non è assolutamente facile reperire materiale, è come se i fatti successivi, la guerra, i bombardamenti e le indicibili sofferenze che i napoletani hanno dovuto sopportare, abbiano spinto a cancellare ogni traccia di quei vent’anni dalla memoria collettiva della città. Mi aiutano molto le immagini, le fotografie dei grandi archivi come Troncone, Parisio, Alinari; metto le figure in movimento, le faccio camminare e le coloro, creando le scene dei miei romanzi. Mi aiutano, e molto, alcuni amici come Michele Antonielli, un vero mastino nelle ricerche, Francesca Filardo, una straordinaria costumista teatrale appassionata nella ricostruzione di abiti e tessuti dell’epoca, e Antonio Formicola, il mio “consulente strategico”, sufficientemente criminale da pensare i delitti come se fossero veri. E naturalmente la mia fantastica Paola, senza la quale non scriverei nemmeno una parola.

Sei stato finalista al premio letterario Giorgio Scerbanenco del Courmayeur Noir Festival, che ho seguito,  praticamente il vincitore morale secondo la votazione del pubblico. Che esperienza è stata?

R. Ritrovarsi tra grandi scrittori che ammiro e di cui ho molto letto, scoprire che si tratta di persone disponibili, gentili e allegre, far parte integrante di un mondo che fino a ieri potevo solo sognare è stato meraviglioso. Di questo straordinario regalo non potrò mai ringraziare abbastanza tutti i lettori che, affezionati a Ricciardi, lo hanno voluto collocare nel Gotha del noir italiano. Ho vinto nello stesso momento in cui sono sceso dall’aereo a Torino e ho respirato l’aria di neve che c’era.

Ti piacerebbe insegnare scrittura creativa?

R. Mi capita spesso di essere invitato a seminari e laboratori per tenere lezioni sulla scrittura gialla e noir e ti dico che la cosa mi diverte moltissimo e mi appassiona. Sono anzitutto un lettore inveterato e bulimico del genere, per cui ne so a sufficienza per discuterne per ore, e a giudicare dall’affluenza e dalla partecipazione a questi incontri credo di non essere troppo noioso. Tuttavia devo dire che secondo la mia opinione il talento può essere raffinato ma non insegnato: la scrittura è un utensile, chi deve vincere è la storia al cui servizio lo scrittore deve sempre ricordarsi di essere. Lo scrittore di noir è un po’, a mio avviso, come l’arbitro di calcio: più è bravo, meno deve essere protagonista.

Parlaci di una tua giornata tipo dedicata alla scrittura; sei un abitudinario, hai qualche scaramanzia?

R. In questo credo di essere un po’ atipico, come napoletano. Scrivo solo quando sono costretto a farlo, non ho il “sacro fuoco”, se ho un’ora di tempo la dedico alla lettura più che alla scrittura. E comunque ho talmente poco tempo che devo ritagliarmelo nelle condizioni più strane, anche nella perenne confusione di casa mia; mi isolo, non sento quello che succede attorno e spero in un risultato decente. Quando però la storia mi prende, allora staccarmi dalla tastiera è difficilissimo e scrivo finché non casco dal sonno.

La miseria e il dolore sono i veri nemici nei tuoi libri, non si ha mai la sensazione che giudichi anche i personaggi più negativi, come nasce questo tuo atteggiamento?

R. Non credo nei buoni e nei cattivi, nella vita come nella letteratura; e credo che il pregiudizio sia la cosa più stupida che gli uomini abbiano inventato. Esiste l’egoismo ed esiste il bisogno, lo stato di necessità; negli anni trenta, quando i grandi poteri economici erano consolidati e gli interessi della criminalità organizzata non avevano ancora fatto il loro brutale ingresso nella vita quotidiana, i motori del delitto erano la miseria, l’invidia, l’egoismo e l’amore. Sentimenti primari, passioni la cui suppurazione infettava come ancora infetta le anime e spinge al male. Mi piace riconoscere e descrivere questo processo, in tutte le infinite forme che può assumere; il vero noir, che è un viaggio nella formazione e nello sviluppo del male, per me è questo.

Ti piace la poesia? Che autori leggi principalmente?

R. Amo molto la poesia, con l’amore di chi non sarebbe mai capace di indagare se stesso con tanta e tale profondità da scriverne. Tra i classici adoro Kavafis, Corazzini e Garcia Lorca, ma ho la fortuna di conoscere e di essere amico di alcuni raffinati poeti napoletani, tra i quali vorrei ricordare Bruno Galluccio, autore di una raccolta per Einaudi dal titolo “Verticali”, e Rossella Tempesta (“L’impaziente” per Boopen Led): il colore limpido delle loro anime dà luogo a liriche per me di straordinario valore.

Se dovessero fare una trasposizione cinematografica dei tuoi libri chi vedresti bene nella parte di Ricciardi?

R. Questa è stranamente la domanda che mi viene fatta più spesso, forse perché Fandango, il mio editore, è anche una grande casa di produzione cinematografica e televisiva; o anche, ed è quello che mi auguro, perché le mie storie lasciano ai lettori immagini ben chiare e la voglia di attraversare personalmente quei climi e quegli ambienti. Non ti nascondo che il progetto esiste e forse tra non molto gli appassionati potranno vedere, magari sul piccolo schermo, le vicende di Ricciardi. Per quanto riguarda l’attore che potrebbe interpretarlo, sono anch’io molto curioso; mi piacerebbe che fosse campano, consapevole delle atmosfere che può avere questa terra e in grado di riprodurne espressioni e sentimenti. Sarà comunque meraviglioso vedere professionisti del settore, registi e attori condividere un progetto del quale non sono assolutamente geloso.

Quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato come scrittore e quelli che ti hanno folgorato come lettore?

R. Come ho detto sono un lettore bulimico e quindi non ho pregiudizi di genere. Credo inoltre che in ogni libro ci sia qualcosa di bello e che ogni lettura lasci un piccolo o grande segno nell’anima. Amo Le Carrè, Garcia Marquez, Follett, Asimov, il King dei classici; Mc Carthy, Roth; ho trovato interessanti le prime prove di Perez Reverte e di Zafòn, salvo rimanerne un po’ deluso in seguito. Tra gli italiani nel genere apprezzo Carofiglio, Evangelisti, Todde, il mio amico Diego De Silva e Gianni Biondillo, straordinaria la sua scrittura. Fuori dal genere Veronesi è il mio preferito, dopo l’immenso Stefano Benni.

So che sei un grande appassionato dell’87° distretto di Ed McBain, cosa ami più di questo autore?

R. I 52 romanzi dell’87° distretto sono a mio modo di vedere un cardine di assoluta importanza per il mondo del noir. La costruzione di un mondo, di un gruppo di uomini con le loro storie quotidiane, i problemi personali, gli amori, i figli e le vite intessute a doppio filo con una città che è un immenso animale feroce, con sonni e rabbie improvvise, e col mostro del delitto acquattato dentro, pronto a ruggire e a scagliarsi contro chiunque. E più ancora il clima, il freddo, il caldo, la primavera a scandire gli umori, i tempi e i modi dell’azione sempre serrata che lascia il lettore senza fiato e con un’acuta nostalgia alla fine di ogni romanzo. Un Maestro assoluto. La sua scomparsa, nel 2005, ha lasciato un vuoto che non sarà mai colmato.

Definiscimi il noir.

R. Il noir è un viaggio; un percorso attraverso il male, la sua genesi, la crescita, lo sviluppo e l’esplosione attraverso il delitto. E’ un modo di guardare il mondo senza giudizi o pregiudizi, dove gli innocenti e i colpevoli non esistono e dove vittime e carnefici si scambiano di posto così spesso da renderne impossibile il riconoscimento. E’ un pianeta nel quale legge e giustizia non hanno la necessità di coincidere, e dove la pena da scontare è spesso la vita stessa.

Chandler o Hammett?

R. Chandler. Folle e visionario, imprevedibile come la materia di cui scrive.

Tornando al periodo storico in cui hai ambientato le storie di Ricciardi, ovvero gli anni 30 in un certo senso ambientazione prediletta da Lucarelli, in cosa siete simili e in cosa siete diversi?

R. Anzitutto lui è un grandissimo, che non deve dimostrare niente e che ha da tempo consolidato il suo valore di autore; cose che io sono ben lungi dal raggiungere, per ora. Come scrittura credo che ci siano molte differenze, forse lui risponde maggiormente a canoni classici di scrittura di genere mentre per me il noir è un’occasione di viaggio attraverso sentimenti e passioni dell’epoca. Insomma credo che per il sottoscritto l’ambientazione sia un punto d’arrivo mentre per Lucarelli costituisca un punto di partenza; ma è solo la mia opinione, naturalmente.

Ci sono autori emergenti che ti hanno particolarmente colpito? R. Tra gli esordi degli ultimi anni ho già citato Gianni Biondillo, il mio preferito; mi piacciono moltissimo anche Ugo Barbàra, autore di “In terra consacrata”, il cui taglio giornalistico è interessantissimo, e Bruno Morchio, la cui Genova è coinvolgente e trascinante. Mi piace anche ricordare l’agghiacciante “Accabadora” della bravissima Michela Murgia, epigona di una tradizione, quella sarda, che è a mio parere la vena più profonda del noir italiano.

Qualche consiglio agli scrittori in cerca di editore?

R. Non cedere alla tentazione di pubblicare a pagamento: si tratta di una truffa non a danno dell’autore, che è libero di spendere come crede i propri soldi, ma del lettore, che troverà sugli scaffali prodotti privi di una necessaria selezione alla base e che quindi tra tanto ciarpame potranno non trovare romanzi belli e interessanti; poi non voler per forza scrivere qualcosa di originale, perseguendo un eccessivo allontanamento dalla realtà che, se per gli scrittori in genere è dannoso, per gli autori di noir è letale; infine, naturalmente, non mollare mai se si crede fortemente nelle proprie storie.

Il primo giallo tutto italiano pubblicato dalla Mondadori è “Il sette bello” I gialli Mondadori, 1931 di Alessandro Varaldo. L’hai mai letto?

R. No, ma ho letto tutti i romanzi di Augusto De Angelis, il creatore del commissario De Vincenzi, il primo giallista italiano che ebbe immenso successo proprio in quegli anni. E’ una lettura che consiglio a tutti, un po’ ingenua con gli occhi di oggi ma per molti versi di intatto fascino.

Cosa stai leggendo in questo momento?

R. Un bellissimo saggio edito da Fazi, “Storia della paternità” di Maurizio Quilici; un romanzo giallo di ambientazione storica che devo presentare a Napoli, “I leoni d’Europa” di Tiziana Silvestrin (ed. Scrittura & Scritture), un lavoro che dimostra che se si ha una buona idea nessun genere è superato; “Che la festa cominci” di Ammaniti (Einaudi Stile Libero), perché se uno sa scrivere può scrivere qualsiasi cosa.

Perdonami questa domanda un po’ marzulliana, cos’è la libertà per te?

R. La libertà è essere proprietari del proprio tempo: è banale, lo so, ma per me è così. La si baratta un po’ con gli affetti, un po’ col lavoro, un po’ con la passione. E forse, se si è abili nello scambio, non se ne sente poi tanto la mancanza, se se ne conserva almeno un po’.

A che libro stai lavorando in questo momento? Sempre con Ricciardi come protagonista o hai altri progetti?

R. Ho in cantiere il quarto Ricciardi, l’ultimo della quadrilogia per Fandango che uscirà a fine anno, il libro dell’autunno; ho in mente una bella storia, forse la migliore di tutte finora. Poi vorrei scrivere un lavoro teatrale in tre tempi, visitando il mondo inquietante delle anime morte che, ne sono certo, popolano la mia città convivendo coi vivi; e un paio di storie di ambientazione calcistica, un’altra mia grande passione.

Consentimi di abbracciarti e di salutare affettuosamente i lettori di Liberidiscrivere, ringraziandoli di essere arrivati in fondo a tutti questi vaneggiamenti di un anziano giovane scrittore.

Maurizio de Giovanni, febbraio 2010

:: Intervista a Stefano Di Marino a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2010

Stefano Di Marino

LdS Benvenuto Stefano su Liberidiscrivere. E’da tanto che volevo intervistarti. Sei uno dei pochi autori italiani specializzati in noir d’azione. Presentati ai nostri lettori, tuoi pregi e tuoi difetti.

SDM- Ciao a tutti. Presentarmi? Sono uno che da ragazzo sognava di trasformare il suo hobby in un lavoro. Adesso che ci sono riuscito ho scoperto di non sapere fare altro. Un po’ come Il Professionista, il mio personaggio più fortunato… solo che a differenza sua non devo alzarmi tutti i santi giorni e sparare a qualcuno. Quindi direi che è andata meglio a me che a  Lui… (Sorride)

LdS- Parlaci della tua Milano. Ami l’Italia o preferisci i luoghi esotici?

SDM- Sono cresciuto con Salgari, il mito dell’Oriente dove ho effettivamente passato parecchio tempo, le arti marziali e tutto quel genere di mitologia. Poi, quasi per caso, anni fa, ho scoperto che anche la mia città è un ottimo set per le storie che racconto. Milano. Gangland. Ormai la città di Chance Renard, il Professionista, da diversi anni. Ma anche la mia. Ci sono cresciuto ne ho letto la cronaca ma soprattutto ne ho studiato la geografia criminale. Ho girato le sue strade di giorno e di notte. Studiando la gente, guardando le facce, le vie buie che non finiscono mai. Quelle belle e quelle meno La Milano da bere, delle modelle, della coca, dei salotti buoni. Ma anche la Milano dei tunnel della Stazione, dei binari morti, dei giardinetti striminziti dove si vende di tutto e tutti. La città dei film di Di Leo, di Lenzi, di Martino dei romanzi di Scerbanenco, la Milano degli anarchici, dei centri occupati, delle mille mafie extracomunitarie, della mala italiana che dal Sud è venuta qui a spartirsi il bottino,  la città delle lucciole, dei trans in guerra tra loro, del ‘ tutto a posto e niente in ordine’.  La città dei banditi famosi, della rapina di via Imbonati, dei quartieri cinesi, della casbah, dei bastioni dove i ragazzini romeni si mettono in vendita così, come se fosse normale. La Milano dei pornoshop, dei centri massaggi, dei club privè, delle catene di pizzerie che nascono come funghi e spariscono il giorno dopo per coprire chissà quali riciclaggi, delle palestre, dei bodyguard, del recupero crediti fatto da pugili falliti. Degli assassini e dei maniaci. Dei disperati e di quelli che annegano qualsiasi cosa in un bicchiere d’alcol. Gangland. Senza legge, senza ordine, senza una logica.

LdS- Ti sei laureato in Giurisprudenza, poi invece di fare l’avvocato hai scelto di fare il narratore. Come è nato il tuo amore per la scrittura?

SDM- Ho cominciato a scrivere a dodici anni e da allora non ho mai smesso. Già leggevo moltissimo. La laurea in Giurisprudenza è stato un errore di percorso, me ne sono accorto che ero a metà del cammino. Erano anche altri tempi. Se non mi fossi laureato chi lo sentiva mio padre? Però ho sempre cercato di lavorare nel’editoria, campo di cui non sapevo nulla di concreto. Poi, sbagliando, si impara.

LdS- Cosa leggevi da ragazzino, quali sono state le tue letture di formazione?

SDM- Salgari e London, nelle versioni per ragazzi, montagne di fumetti di ogni genere. Poi sono passato a Fleming, a Segretissimo e ai grandi Western… così ho scoperto molti autori, poi è venuto McBain che era un maestro per chiunque volesse imparare a scrivere. Diciamo una formazione eterogenea…

LdS- Raccontaci una tua giornata tipo dedicata alla scrittura.

SDM- Io lavoro a tempo pieno nell’editoria. Di solito la mattina, dopo aver risposto alla posta, e navigato un po’ tra i vari siti che trattano del mio settore (che cominciano a essere davvero tanti…) traduco per un paio d’ore… diciamo cinque o sei pagine quasi definitive. Poi a pranzo… sport… nuoto, abitualmente. Riprendo il lavoro con una sessione di scrittura di un paio d’ore o qualcosa di più. Diciamo anche qui 5 pagine complete. Tutti i giorni. La costanza e la continuità sono importantissime. Quel che resta tra attività di promozione e letture. Non lavoro mai dopo cena se non per eventi quali presentazioni e corsi di scrittura.

LdS- Sei stato definito uno scrittore prolifico e instancabile, ed effettivamente hai scritto tantissimo spaziando  dal thriller, al noir d’azione, all’horror . Dove trovi tutta questa energia?

SDM- Nella passione per quello che faccio. Personalmente ho una formazione marziale, quindi sono un ‘padrone’ abbastanza rigido. Scrivere è un mestiere, bellissimo, ma richiede dedizione. Tutti i giorni, un po’ , ma tutti i giorni. I libri non si scrivono da soli….

LdS- Raccontaci i tuoi esordi. Quando hai avuto nel
le mani il tuo primo manoscritto ultimato come hai trovato un editore? C’è qualche talent scout che ti ha scoperto?

SDM- Come dicevo ho scritto sin da giovanissimo. Un sacco di romanzi e racconti finiti ma non rivisti. Ho cominciato a cercare di pubblicare intorno ai 25 anni collezionando una serie di porte in faccia micidiali. Però ho iniziato con qualche articolo, un raccontino qui e uno là, e sempre avanti a rompere l’anima a editor e a chiunque avesse contatti con l’editoria. Contate che negli anni ‘80 non c’era internet e tutto diventava più lento. L’occasione buona venne per testardaggine e per fortuna. Scrivevo per la rivista Febbre Gialla di Massimo Moscati che collaborava con il Giallo Mondadori ed era amico di Orsi allora proprietario della Libreria del Giallo. Un pomeriggio ci incontrammo di persona proprio in libreria. Mi disse che stava curando un progetto per gli Oscar, Nero  Italiano. Mi chiese se mi andava di cimentarmi. Certo, non era una spy story internazionale ma una vicenda  milanese con parecchi paletti imposti dall’editore. Ma l’idea del thriller ambientato nel quartiere cinese gli piacque. È cominciata così…. Per il sangue versato, 1990.

LdS- Io sono una lettrice istancabile di Segretissimo, scaffali interi della mia biblioteca sono pieni di quei libri sottili dalla copertina nera, quali pensi siano gli autori migliori?

SDM- Molto piacere che tu lo dica… sfata il mito che Segretissimo sia solo una lettura maschile. Diciamo che Segretissimo ha sempre proposto la spy story nella sua versione più dinamica e avventurosa. Tra gli autori del passato sicuramente Jean Bruce, Nick Carter e Donald Hamilton (quello di Matt Helm). Il migliore di tutti per me era comunque Aarons che era anche un grande giallista. I romanzi di Sam Durrell sono ancora oggi trai migliori. Poi c’è SAS di de Villiers che è un po’ un caso a parte perché ha trovato una variante del  modello Bond inserendo l’attualità realistica e il sesso hard che prima non c’erano. Dal 1965 a oggi 180 episodi (non tutti scritti da lui) : bel record. Poi mi piaceva molto Phil Sherman di Don Smith. Ma c’erano moltissime serie valide che spesso hanno ispirato il cinema da Coplan di Paul Kenny a Domino di John Tiger.

LdS- Hai letto Balkan Bang di Al Custerlina? Se sì, che ne pensi?

SDM- Certo. Lo presi all’uscita perché già dal titolo mi ispirava. Poi ho conosciuto Alberto. Abbiamo fatto anche diverse presentazioni assieme e siamo diventati amici. Abbiamo una affinità di visione per quanto riguarda questo genere di storie. Mi fa molto piacere che Balkan Bang sia stato pubblicato anche su Segretissimo e naturalmente aspetto di leggere Mano nera che dovrebbe uscire entro questa estate.

LdS- Oltre a scrivere romanzi scrivi anche racconti, nella brevità è più difficile essere incisivi e completi, che tecniche usi per scrivere buoni racconti?

SDM- Ho esordito con i racconti ma la mia passione sono gli intrighi lunghi. Però ho riscoperto il piacere del racconto di media lunghezza proprio nell’ultimo anno. Prima di tutto devo dire che mi fa piacere che si siano aperti più spazi per questo tipo di narrativa che ritengo utilissima per farsi conoscere al di fuori del proprio pubblico abituale. Lo schema di lavoro è identico a quello del romanzo, a volte i fatti si sviluppano intorno a una singola idea. Il racconto , dopotutto, vive intorno a una trovata. Mi trovo a mio agio sulla lunghezza che va dalle 30 alle 60 cartelle perché ho comunque la possibilità di sviluppare una trama. Però ho scritto anche racconti di una pagina come nel caso dell’antologia 365 racconti erotici che uscirà per Delos, in cui era richiesto un racconto di 2000 battute, una pagina. Lì sì che ci vuole l’idea fulminante.

LdS-Fai parte della redazione della rivista fantascientifica Urania. Quali sono i tuoi scrittori di fantascienza preferiti?

SDM- In realtà ho cominciato a lavorare nella redazione di Urania, 20 anni fa… non ne faccio più parte dal  ’94, ma ho mantenuto buoni rapporti ovviamente con lo staff. Devo ammettere che la mia cultura fantascientifica è più cinematografica che letteraria. Per me la fantascienza è Alien e seguiti, Blade Runner, Matrix… narrativamente trovo interessanti i romanzi di Gibson ma credo che il mio punto di riferimento in merito sia Herbert con la saga di Dune. Ricordo poi Lucius Shepard, in particolare  Settore Giada e Kalimantan, una storia sul mondo magico del Borneo che mi  ispirò moltissimo… Ovviamente per lavoro ho letto i classici da Asimov a Phol, Strugeon e molti altri, però non è che mi abbiano lasciato moltissimo. Nel campo del fantastico sono più orientato sull’horror dai classici gotici passando per Lovecraft via Matheson, Block, McCammon e Simmons che trovo eccezionale nei romanzi  horror(I figli della paura, L’Estate della Paura, il Terrore, e Drood che è ancora inedito ma è una ricostruzione dell’epoca dickesiana in chiave horror veramente eccezionale) mentre mi piace di meno quando scrive di fantascienza.

LdS- Stefano Di Marino e la critica. Più gioia o dolori? Quale è la recensione che ti ha fatto più felice leggere?

SDM- Ho sempre avuto critiche positive ma agli editori la cosa sembra interessare poco. Un funzionario di una casa editrice una volta mi disse… ‘bella la recensione di Pacchiano sul Sole 24 ore (si parlava Ora zero, Nord) ma quante copie ti ha fatto vendere?’ Ne ricordo una molto positiva di Lacrime di Drago sul Manifesto, poi alcune di Asciuti su Pulp. Tante comunque. Ricordo con piacere quelle in cui ho capito che il recensore aveva letto il romanzo… Sic transit gloria mundi… preferisco le lettere dei lettori…

Lds- Quali scrittori esordienti ti hanno maggiormente impressionato. C’è un consiglio che vorresti dargli?

SDM- Negli ultimi anni c’è stato un florilegio di nuovi autori. Sono amico di diversi di loro. Tra le donne la più dotata mi sembra sicuramente Barbara Baraldi, però mi piacciono molto anche i racconti di Cristiana Astori. Ho trovato formidabile anche Les italiens di Enrico Pandiani che non conosco ma credo che diventerà noto. Poi diversi altri…A chi comincia consiglio senz’altro di interrogarsi sulle proprie motivazioni. È un ambiente e un lavoro difficilissimo, non tanto per la parte creativa. Il ‘mestiere’ di scrittore è fatto anche di risvolti meno piacevoli che riguardano i rapporti con le case editrici, con le immancabili frustrazioni che vengono dai rifiuti, dalla cattiva distribuzione… insomma tutte cose che all’inizio si tende a dimenticare eppure sono fondamentali. Se non avete una grande passione e una grande forza di volontà è meglio che scegliate un’altra carriera. Difficilmente diventerete ricchi e famosi con questo lavoro, perciò le soddisfazioni vengono dalla possibilità di raccontare le proprie storie, magari a un numero ristretto di persone, e a volte arrivare a fine mese è dura. Se dopo aver considerato che comunque in Italia si legge poco e che gli scrittori di successo di solito sono persone che hanno già altre fonti di reddito e anche spinte e non necessariamente vi trovate in questa situazione privilegiata… e avete ancora voglia di diventare narratori… be’ ragazzi, dateci dentro. Avete tutto il mio sostegno morale.

Lds- Il libro aperto sul classico comodino?

SDM- Il ventre del lago(Boy’s Life) di Robert McCammon, pubblicato da Interno Giallo. La storia di un ragazzo che vuol diventare scrittore. Nel corso di un’estate vissuta tra le paludi del profondo Sud degli Stati Uniti diventa uomo attraverso tutta una serie di avventure che hanno tutte una spiegazione logica ma potrebbero avere un risvolto fantastico. Ho pianto alla fine. E poi Posizione di Tiro di Manchette, il vademecum del  noir d’azione.

LdS- Puoi parlarci della trilogia di Montecristo? Ti sei ispirato a fatti reali italiani, come Gladio?

SDM- No, per la verità. Volevo scrivere una storia su un colpo di stato in Italia e cercavo uno spunto da molti anni. Poi mi sono ritrovato con una serie di fatti slegati del passato e del presente, suggestioni cinematografiche e reali. Insomma un sacco di cose vere o fantastiche che si intersecavano ed è nata quella storia. Malgrado sia molto lunga , 900  pagine in tutto,  nelle sulle linee guida mi è stata subito molto chiara. E’ un romanzo politico? Forse; è uno specchio distorto ma fino a un certo punto dell’Italia che vedo interno a me e che, per la verità, mi inquieta parecchio. Ma è anche una storia di intrattenimento, di fantapolitica. Certo ci sono dei riferimenti per chi vuole vederli, ma il mio scopo non era quello di lanciare messaggi. Magari suscitare qualche riflessione quando l’eco delle pallottole si spegne.

Lds- Raccontaci un episodio divertente o bizzarro che è accaduto durante una presentazione dei tuoi libri.

SDM- Presentazione di Ora Zero alla FNAC di Milano nel 2005. Mi introduce  Giovanni Pacchiano che è sempre un nome della cultura  italiana, pubblico variegato. L’editore era stato mio compagno di Liceo e aveva chiamato tutta una platea di ex compagni e compagne che io non vedevo da vent’anni. La Milano bene. Poi c’erano amici e colleghi. E poi venne Caterina, una spogliarellista con cui uscivo in quel periodo. Colombiana, una ragazza d’oro. Serissima e un po’ intimidita ma sempre in grado di far girare la testa a tutti. Si siede in ultima fila poi a un certo punto mi saluta timidamente. Impegni. Ho fermato la presentazione per salutarla. “Encandato de su presencia!” Un figurone. Poi, l’anno scorso a Bologna, con Bernardi alla Feltrinelli per la presentazione di Pietrafredda (Perdisa) presentavamo anche il romanzo di Angelo Marenzana. Bel pubblico. Arrivano poi una serie di mie affezionati lettori. Alcuni li conoscevo solo via internet, altri di persona. Uno aveva la maglietta del  Punitore con il teschio. Un altro arriva tutto fico, abbronzatissimo, altri con le facce da duri. Si arroccano in prima fila. Guardo Luigi e gli dico: “I tatuati sono la mia gang”. E Luigi che mi conosce da vent’anni e sa che sono rimasto quello di una volta sospira e sorride. “Lo so”, mi dice. Poi ci sarebbe da scrivere un libro su tutto quello che è successo e succederà ancora al Sud di Milano con Pinketts e Cappi. Il Sud ci ha regalato emozioni uniche. Sigari, alcol, ragazze, tipi strani. Gangland, come dicevo prima.

LdS-Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi libri?

SDM- Al momento no. Per il sangue versato  fu opzionato dal cinema e pagarono anche un sacco di soldi di anticipo. Mi ci comprai la macchina. Ma non se ne fece nulla. In realtà ho l’impressione che le mie cose non siano adatte alle produzioni italiane attuali né per il cinema né per la Tv. Negli anni ’70 forse…

Lds-Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

SDM- Come ti dicevo da ragazzo tutti gli autori avventurosi da Salgari a  Fleming passando per McBain. Di sicuro agli inizi degli anni ‘90 la lettura di Ellroy(Dalia Nera e Il Grande Nulla in particolare) mi hanno aperto delle prospettive nuove. Sono comunque un grande consumatore di pulp, nel senso migliore. Robert B. Parker, Richard Stark, LeBreton, sicuramente Manchette, Recentemente ho riscoperto Huges Pagan e ho letto con grandissimo piacere il romanzo che Oliver Marchall ha scritto con David Defendi dalla sua serie Braquo. Tra gli italiani Scerbanenco e… sì lo so che è un autore di fumetti, ma mi ha influenzato moltissimo,  Magnus (Roberto Raviola) dello Sconosciuto e dei Briganti. Un grande artista, un grande Uomo, che ho avuto anche il piacere di conoscere. Credo manchi a tutti…

Lds-Sei un appassionato d’oriente e un cultore d’arti marziali. In cosa pensi queste passioni abbiano influenzato la tua scrittura?

SDM- Per me arti marziali, scrittura, fotografia fanno parte del mio modo di esprimermi, non c’è una linea di demarcazione. Una volta ero un praticante ossessivo se non  bravissimo… insomma come per la scrittura… talento sicuramente un po’, ma moltissima passione e perseveranza. Oggi  gli anni sono passati ma lo spirito resta quello.

LdS- Sempre parlando d’arti marziali, argomento che mi appassiona, pensi che chi pratica queste discipline abbia un’ autodisciplina e un rigore morale maggiore anche fuori dalle palestre?

SDM- Ne parlavamo prima. Io credo nella autodisciplina che è il contrario della disciplina. È una cosa che scegli di seguire da solo, non ti viene imposta. Sei tu il tuo maestro. Il più severo a volte.

LdS- Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che oggi grazie all’esperienza non commetteresti più?

SDM- Eh, ho un brutto carattere, combattivo, indipendente… per emergere , paradossalmente, bisogna stare nel branco… no, sinceramente ho sicuramente fatto delle scelte sbagliate ma alla fine, nelle stesse condizioni, le rifarei. Ti faccio un esempio. Quando cominciai a lavorare in Mondadori mi offrirono un posto da redattore ordinario(non giornalista) a Urania. Il funzionario che mi fece il colloquio mi disse che era un lavoro da frustrati ma io dovevo guadagnare e accettai. Di certo non avrei retto più di quattro anni, però ho conosciuto un sacco di persone, ho visto come ‘ si fanno’ fisicamente i libri e sono state lezioni importantissime. Poi, anni dopo, mi sentii dire che dovevo scontare di aver cominciato a lavorare come redattore… in pratica o si comincia a giocare in prima classe oppure si resta sempre nelle retrovie. Ma credo succeda anche nella musica dove ci sono fior di arrangiatori e la gente ricorda solo i divi che finiscono sui rotocalchi… un  po’ il contrario del mito del narratore  che comincia da zero. Però fa anche parte della condizione di scrittore ‘ de genere’ che mi sento attaccata addosso da anni. E va bene così.

LdS- A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci i tuoi progetti anche futuri?

SDM- In questo preciso momento sto lavorando a una nuova avventura del Professionista ma ho moltissimi progetti. Si lavora sempre con un anticipo di almeno un anno. Ho scritto e consegnato dei racconti  hard boiled, erotici, horror, un manuale di scrittura… stavo lavorando a una sceneggiatura a fumetti presa dal Professionista ma il progetto mi sembra sfumato. Non importa; scrivere è un lavoro che richiede molta volontà e una continua  creatività. Alla fine come diceva Oliver Stone ‘Che si vinca o si perda, non conta. Si gioca ogni maledetta domenica e ogni volta si comincia da capo’. Grazie a te e a Liberi di Scrivere per avermi concesso questo spazio.