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:: Non torna nessuno, Sophie Littlefield (Sperling & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2016
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Forse Sophie Littlefield è un nome che vi dice poco, ma se amate i gialli e i thriller dovreste segnarvelo. Di suo ho avuto modo di leggere Non torna nessuno (The Missing Place, 2014, Gallery Books), in questa pausa di marzo, e non me ne sono pentita. Vi invito a visitare il suo sito e a non farvi spaventare dal fatto che scriva anche woman fiction e libri per bambini e ragazzi.
Tradotto da Christian Pastore, per Sperling & Kupfer, Non torna nessuno è un thriller al femminile che vi porterà sulle piattaforme petrolifere del North Dakota alle prese con un’ indagine molto particolare, sulle tracce di due ragazzi scomparsi, entrambi dipendenti di una delle più grandi compagnie petrolifere della zona, la Hunter-Cole.
Ad indagare due improbabili investigatori, due madri disperate, due donne che non potrebbero essere più diverse sia per carattere che per ambiente sociale di provenienza, le sole che pensano che ritrovare Paul e Taylor sia possibile. La polizia del posto non fa niente, (troppo compromessa con le multinazionali), la multinazionale stessa ha molto da nascondere, soprattutto per le mancate politiche di sicurezza che già hanno causato incidenti e morti, e certo non vuole un polverone mediatico che metta in luce le loro irregolarità.
Sole, minacciate, ostacolate in ogni modo le due donne si troveranno a scoprire cose che forse non avrebbero voluto scoprire (soprattutto su sé stesse), ma la verità dopo tutto sale sempre a galla come le chiazze di petrolio sull’oceano.
Cosa mi è piaciuto di più? Su tutto l’ambientazione, realistica e inconsueta: cieli lividi, tavole calde, stazioni di servizio dove si fa la fila per fare una doccia, abitazioni ricavate dai container, supermercati che vendono prodotti scadenti, alberghi di catena dove non si trova una stanza se non con mesi di anticipo (le nostre vivono per buona parte del romanzo in una roulotte, senza acqua calda, con un generatore fuori dai termini di legge). Si sente l’odore del petrolio nell’aria, nonostante la neve, l’avidità e l’indifferenza, la lotta per la sopravvivenza di gente abituata a una vita dura (alcuni vivono in macchina) e senza tutele.
Poi lo stile della Littlefield, diretto, privo di sdolcinatezze, ruvido a tratti, ma piacevole e adatto a descrivere il mondo che ruota intorno alla vita durissima di gente abituata a vivere alle soglie della sopravvivenza. Un lato dell’America che forse non è così conosciuto e non compare certo nei depliant turistici, ma che la Littlefield descrive in modo quasi naturalistico, non dimenticando anche frecciate di critica sociale.
E infine sicuramente i personaggi, ben caratterizzati, con debolezze e difetti, non gli eroi senza macchia con cui vengono dipinti di solito coloro che sono nel giusto. E Shay e Colleen sono nel giusto, rivogliono i loro figli, e sono pronte a tutto anche a mostrare parti di sé delle quali non sono del tutto orgogliose.
Shay la dura, con una vita difficile alle spalle, pochi soldi, pochi privilegi, una che si è conquistato tutto da sola, crescendo i suoi figli da sola magari con un doppio o triplo lavoro. Una tipica donna di frontiera, con la scorza dura, anche se a tratti emergono caratteri di dolcezza e generosità che la rendono forse una madre e una donna migliore di Colleen, ricca signora del Massachusetts, moglie infelice di un avvocato, con un figlio che già da piccolo gli ha dato problemi e ora è fuggito in North Dakota per sfuggire al suo asfissiante controllo.
Ma naturalmente anche Colleen ha i suoi lati positivi, trova la forza in sé di trasformarsi da ricca e viziata madre di un figlio problematico, in una donna determinata e coraggiosa, capace di dare amicizia a una donna tanto diversa da lei. Naturalmente questa amicizia durerà il tempo del libro, sarà difficile vedere le due donne sorseggiare del the insieme o fare shopping, dopo.
Ma per la durata della storia sono le sole su cui possono contare, alleate, complici, amiche. E la vita non è perfetta, così non è perfetto il loro rapporto e la Littlefield non lo rende tale, evitando ogni leziosità. Ecco questo l’ho apprezzato molto, come ho apprezzato il finale, forse un po’ slegato dal contesto, e sicuramente diverso da cosa mi aspettavo.
Non anticipo altro, ho la tendenza di parlare troppo, ma vi consiglio di leggerlo. A me è piaciuto.

Sophie Littlefield è nata e cresciuta in Missouri, ha due figli ormai grandi e ha scelto di vivere in California. È autrice di diversi romanzi, che le hanno valso la candidatura al più prestigioso premio della narrativa gialla, l’Edgar Award.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota:  Vi invito anche a leggere i primi capitoli sul sito dell’editore: qui.

:: Il principe rosso, Qiu Xiaolong (Marsilio, 2016) a cura di Giulietta Iannone

3 aprile 2016
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Eccoci qui, noi “ricconi”, in un mese senza pioggia,
in un bar a forma di sampan, dove una giovane cameriera
raccomanda la specialità della casa, la carpa di Qianlong
con gli occhi che ancora roteano nel piatto.

Pagina 61 “Le poesie dell’ispettore Chen” Qiu Xiaolong

Non c’è niente di meglio per conoscere la Cina contemporanea che leggere un romanzo di Qiu Xiaolong, qualcosa di più di un giallo, e di giusto meno di un trattato di sociologia e politica. Per chi ama l’ Estremo Oriente, sempre in bilico tra tradizione e modernità, un’ occasione ideale per conoscere la Cina dall’ interno con le sue contraddizioni e la sua poesia, vista da occhi non filtrati dalla rigida censura governativa, ma di un cinese che vive nella “libera” America e può permettersi di delineare luci e ombre della più grande repubblica socialista ancora in piedi.
E’ crollato l’URSS, Cuba tentenna, la Cina resta rigorosamente e orgogliosamente rossa, con il suo statico governo centralizzato, la sua retorica rivoluzionaria rivisitata dalle canzoni patriottiche che risuonano dalle metropolitane ai locali pubblici, per riaccendere un fuoco forse sopito dopo anni di regime. Ma il sogno di Mao sembra resistere non ostante i compromessi, l’economia di mercato, l’inquinamento, i principi rossi, la corruzione diffusa, la burocrazia ceca, o il rampantismo carrierista.
E su tutto nello sfondo resiste la Cina antica con la sua poesia, con i suoi piatti tipici, le vecchie tradizioni dure a morire perché il socialismo reale in questo paese resta spiccatamente cinese, unico al mondo, forse improducibile in altri paesi anche dell’Asia.
Che Qiu Xiaolong provi nostalgia per la sua Shanghai è indubbio e come tutti gli esuli questa malinconia vela le sue pagine di rimpianto e aspettative. E tutto ciò è anche parte della bellezza dei suoi romanzi polizieschi, scevri da una rigida ortodossia, ma partecipi della vita che scorre in questa grande metropoli avveniristica per certi versi, ma che conserva angoli antichi dove bere una tazza di una delle miriadi varianti di pregiato tè. Ci sono i locali notturni, che scimmiottano i locali del vizio occidentali, frequentati dai ricchi oligarchi rossi e dai loro figli, e le trattorie tradizionali dove mangiare il pesce allevato, e non certo preso dai laghi inquinati, tragico strascico del boom economico.
Shanghai Redemption, in Italia Il Principe Rosso, edito da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella, è una nuova storia dell’ispettore Chen Cao.
Inizia in un cimitero per la festività di Qingming, quando Chen, sotto la pioggia, incontra una donna. Ormai non è più ispettore, per toglierlo di mezzo è stato promosso a una carica, creata forse su misura, che finge di essere una promozione e invece nasconde insidie, puro bizantinismo in salsa cinese. Fuori dalla polizia non può fare più danni, o almeno così sperano coloro che tramano nell’ombra e vogliono la sua fine sociale e politica.
Di questa tacita cospirazione, di cui Chen Cao non sa spiegarsene il motivo, ne ha le prove quando rischia di essere sorpreso in un locale notturno in atteggiamenti equivoci con procaci fanciulle. Una telefonata della madre lo salva, ma chi è il nemico senza volto, chi vuole la sua fine? Chen Cao lo scoprirà e nel farlo scoperchierà un vero vaso di Pandora di corruzione, e delitti nascosti in cui l’unica radice resta l’avidità e la sete incontenibile di privilegi e ricchezze.
Non vi anticipo troppo della trama, perché i lettori dei gialli possano scoprirla pagina dopo pagina, ma è solida, intricata e prevede una rivelazione finale sicuramente all’altezza delle aspettative. Donne affascinanti, pericoli, principi rossi che nascondono le ombre di carriere apparentemente irreprensibili dove la ricerca del potere non è esattamente tesa al benessere socialista di tutti.
Chen Cao si interroga, smaschera ipocrisie, si tormenta con il rimpianto di non essere diventato lo studioso che il padre voleva che fosse, ma a suo modo è un uomo del sistema, che cerca di bilanciarlo con il suo senso di giustizia e di verità. E in più ha da salvare la sua vita e la sua reputazione.
Liberamente ispirato a fatti e scandali realmente accaduti, Il Principe Rosso è una storia nera dove non mancano coraggio, lealtà amore e speranza. Dopo tutto Chen Cao il poliziotto poeta resta un ottimista, un figlio della Cina. Una buona serie, all’altezza con le migliori, soprattutto per chi ama l’Oriente e il poliziesco.

Xiaolong Qiu è scrittore e traduttore. Nato a Shanghai, dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna Letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Insieme ai nove episodi della serie dell’ispettore capo Chen Cao, pubblicata in venti paesi, di Qiu Marsilio ha pubblicato i romanzi Il Vicolo della Polvere Rossa e Nuove storie dal Vicolo della Polvere Rossa, oltre a un volumetto di poesie dedicate a Chen Cao.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Personal, Lee Child (Longanesi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

2 aprile 2016
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Mi hanno cercato la prima volta due giorni dopo che un uomo aveva tentato di uccidere il presidente della Repubblica francese. L’avevo letto sui giornali. Un colpo messo a segno da lontano, con un fucile, a Parigi. Nulla che mi riguardasse. Io ero a novemila chilometri di distanza, in California, con una ragazza conosciuta su un pullman. Lei voleva fare l’attrice, ma io no, quindi dopo quarantott’ore passate insieme a Los Angeles ognuno aveva ripreso la sua strada. Di nuovo su un pullman, ero andato a San Francisco, dove ero rimasto per un paio di giorni, poi avevo fatto tappa a Portland, nell’Oregon, fermandomi per altri tre, e infine avevo proseguito per Seattle. Arrivati a Fort Lewis, due donne in uniforme militare erano scese lasciando sul sedile vicino a me una copia dell’Army Times del giorno prima.

Che se ne fa Jack Reacher di un passaporto (nuovo di zecca e indubbiamente autentico)? Semplice, deve lasciare l’America per una missione all’ estero, richiamato in servizio (si fa per dire) per onorare un vecchio debito con un generale che non aveva detto tutto quello che aveva visto. Un favore, di quelli che si fanno per spirito di corpo tra membri della stessa arma, per solidarietà, rispetto, stima. Non si rovina un collega, insomma.
E sono cose che non vanno in prescrizione, per cui quando Reacher vede su una copia dell’Army Times, abbandonata su un pullman, un messaggio indirizzato proprio a lui, vede proprio al centro della pagina, un riquadro largo quanto un’intera colonna conteneva cinque parole stampate in grassetto: JACK REACHER CHIAMI RICK SHOEMAKER, non ha scelta, i vecchi debiti si onorano, nella rigida etica e scala di valori che da sempre rispetta.
Un tale, John Kott, un brutto ceffo, un cecchino infallibile, uno che Reacher aveva contribuito a mettere in galera sedici anni prima, è il miglior candidato per avere sparato al presidente francese da una distanza che lo inchioda. Solo lui, e altri pochi che si contano in una mano, sparano da così lontano, facendo centro. Poi naturalmente c’era il vetro antiproiettile, (tenete a bada questo dettaglio se volete capirci qualcosa) e il presidente è illeso. Ma Kott è in circolazione, uscito freso fresco di galera, e il G8 si presenta come la sua nuova grande occasione per dimostrare al mondo quanto vale.
Reacher viene in un primo tempo spedito a Parigi, sul luogo del delitto mancato, e qui grazie a un soffio di vento letteralmente la scampa. Poi assieme a Casey Nice viene spedito a Londra. La sua missione: catturare, e possibilmente uccidere, John Kott. Un altro generale americano lo pretende, una leggenda, un tipo abituato a farsi ubbidire.
Questo è quello che appare, ma naturalmente le cose non stanno così. Toccherà a Reacher scoprire le carte e salvarsi la pelle, (Kott ha nella sua casa in Arkansas sagome con la sua faccia, su cui si è esercitato) e tra cecchini, gangster serbi, mafiosi inglesi (tra cui un tizio alto più di due metri che si è costruito una casa a misura di gigante), e altre piacevolezze non sarà esattamente una passeggiata. Ma Reacher è il migliore, sia quando si tratta di prendere decisioni sul campo o di menar le mani, e Casey Nice è una valida spalla. Insomma il cattivo verrà sconfitto, è indubbio, e il nostro potrà continuare il suo viaggio solitario. Non ci sono dubbi.
Non si leggono i libri di Jack Reacher per scoprire se riuscirà a conservare la pelle fino alla parola fine, si leggono perché è divertente leggere le sue avventure, seguirlo e partecipare con lui a storie incredibili, dove l’eroe non delude.
Jack Reacher è un eroe all’antica, sa sempre cosa è la cosa giusta da fare e ha il coraggio di farla. Per uno che viaggia con come unico bagaglio uno spazzolino da denti nella tasca, non è poco. Non ha bisogno di carte di credito, prende i soldi ai cattivi di turno, quando capita e dorme nei migliori alberghi, viaggia in taxi, o in aerei privati, (o di linea quando il budget statale esige) trova le armi di cui ha bisogno, anche se preferisce una sana scazzottata (anche se il suo pugno uccide, non pochi possono confermare).
Insomma i suoi libri sono romanzi d’azione, con una trama e un lieto fine (se per lieto fine considerate che Jack Reacher riesce sempre a difendere la sua libertà). Ma Reacher non è un ingenuo, sa bene quali sono le regole del gioco, sa bene che si governa il mondo non esattamente con le buone maniere, prima l’ hanno fatto gli inglesi, (ricordiamo che Lee Child gioca in patria) e ora lo fanno gli americani.
Personal (Personal, 2014) edito sempre da Longanesi e tradotto da Adria Tissoni, è un romanzo che non delude gli storici fan di Jack Reacher che amano l’azione, l’avventura, e che questa volta allarga il campo di azione toccando Francia e Regno Unito. Lee Child non perde colpi con il passare del tempo, anzi aggiorna le sue storie, e si vede che ama il suo personaggio, e questo si trasmette ai lettori. Non vedo l’ora di una nuova avventura. Ormai sono Jack Reacher addicted. Uscito il 1 aprile, quindi già in libreria e negli store online.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

 

:: Un’intervista con Qiu Xiaolong a cura di Giulietta Iannone

30 marzo 2016

indexBenvenuto Qiu Xiaolong. Grazie per aver accettato la mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Qiu Xiaolong? Punti di forza e di debolezza.

R: Grazie per l’ intervista. Chi è Qiu Xiaolong?, mi ricorda una domanda simile che c’è nel mio nuovo romanzo dell’ ispettore Chen: chi è o chi diventa l’ ispettore Chen? Ebbene, solo alcune informazioni di base su di me. Sono un romanziere accidentale che scrive sulla Cina in lingua inglese. Accidentale in quanto durante la repressione di Tiananmen nel 1989 il governo cinese mise al bando una mia raccolta di poesie e mi fece scrivere in un’altra lingua, in un altro paese, e in un altro genere. Questo potrebbe in realtà indicare alcuni dei punti di forza e di debolezza della serie dell’ ispettore Chen. Sono stato educato come poeta, piuttosto che come romanziere, o tanto meno come un autore di crime in lingua non nativa, ma è ironico che questi svantaggi a volte si trasformino, almeno in parte o in modo imprevisto, in vantaggi in questa era globalizzata.

Una curiosità: qual è il tuo nome e quale il tuo cognome?

R: Il mio nome significa “piccolo drago.” Sono nato nell’anno del Drago, così i miei genitori mi hanno dato questo nome. È un nome abbastanza comune, poiché il drago è un simbolo fortunato nella mitologia cinese. Per quanto riguarda i cognomi cinesi, di solito non significano nulla. Il mio cognome Qiu è relativamente raro.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

R: Sono nato a Shanghai, in una famiglia di commercianti, che al tempo è stata condannata come “nera, e capitalista” alla luce della teoria della lotta di classe di Mao, e come risultato, ho sofferto di discriminazioni e umiliazioni per essere un “black puppet”. La fine dei miei anni di scuola primaria ha coinciso con l’inizio della Rivoluzione Culturale del 1966, quando tutte le scuole sono state chiuse e i giovani facevano la rivoluzione, così non ho quasi studiato nulla in quegli anni ad eccezione del Libretto Rosso di Mao. Poco dopo in attesa della ripresa della rieducazione dei giovani, nella campagna di Mao di mandare giovani istruiti in campagna per la rieducazione dai contadini poveri e della classe medio-bassa, ero fuori dalla scuola, e fuori dal lavoro. È stato allora che ho iniziato a studiare inglese da solo in Bund Park. E grazie a questo, dopo la Rivoluzione Culturale, sono stato in grado di superare il test di ammissione all’università con un punteggio alto in inglese, e quindi ho potuto ottenere la mia prima laurea in letteratura occidentale presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali.

Quando ti sei reso conto che volevi fare lo scrittore?

R: È difficile individuare un momento preciso. Fu probabilmente durante il periodo in cui stavo studiando inglese al parco. In quei giorni mi è capitato di entrare in possesso di alcuni romanzi in lingua inglese, la cui lettura mi ha aperto un nuovo mondo, e mi ha dato la voglia di iniziare a scrivere qualcosa di mio.

Shanghai Redemption, in Italia Il Principe Rosso, edito da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella, è una nuova storia dell’ispettore Chen Cao. Inizia in un cimitero per la festività di Qingming, quando Chen, sotto la pioggia, incontra una donna. Come continua? Qual è il ruolo di questa donna?

R: Shanghai Redemption inizia con la scena dell’ ispettore Chen che visita il cimitero durante le festività di Qingming. Il che ha un valore simbolico. Chen si sente così male per non aver seguito le orme di suo padre, uno studioso confuciano, a causa della sua scelta di fare un percorso diverso, ovvero di diventare un poliziotto membro del Partito al posto di essere anche lui uno studioso. E nel frattempo, Chen diventa sempre più disilluso della sua carriera nell’ambito di un sistema che pone l’interesse del Partito sopra ogni altra cosa, anche se non è ancora disposto a rinunciarvi anche quando viene privato del suo ruolo di ispettore. La donna che incontra lo fa precipitare ulteriormente nella crisi che sta attraversando con la sua richiesta di aiuto e lo trascina in un’indagine che coinvolge alti funzionari del Partito collegati ai vertici.

Shanghai Redemption è una storia di fantasia, ma nello stesso tempo si ispira al vero scandalo che coinvolse Bo Xilai, l’ex capo del partito di Chongqing, e Wang Lijun ex capo della polizia della città. Vuoi dire ai nostri lettori, che magari non conoscono questa vicenda, quali sono i fatti reali dietro la tua storia?

R: Tra i fatti reali dietro la mia storia: Bo era un membro del potente Central Politburo of the Communist Party of China e segretario del partito della città di Chongqing, un principe rosso in rapida ascesa con un gran numero di seguaci maoisti, ma a causa di un disastroso scandalo internazionale a seguito dell’omicidio di un uomo d’affari britannico da parte di sua moglie, e la fuga del capo della polizia di Chongqing nel consolato americano, Bo è stato distrutto dai suoi rivali in una feroce lotta di potere nella Città Proibita. È stato riconosciuto colpevole di corruzione e condannato all’ergastolo. Per inciso, Bo è stato un mio compagno di scuola presso la Graduate School della Accademia Cinese delle Scienze Sociali a Pechino nei primi anni Ottanta. Non che ci frequentassimo, ma un giorno prese in prestito la mia racchetta da ping pong preferita, mi ricordo, senza mai restituirmela. Per un principe rosso è stata forse una sciocchezza. Ma è forse non troppo dire che molti di questi principi rossi danno per scontate molte cose, anche in tutta la Cina, come se ciò fosse loro diritto.

In che misura la Rivoluzione Culturale ha cambiato, secondo lei, il destino della Cina?

R: La Rivoluzione Culturale è stata un disastro (1966-1976) con milioni di persone uccise, molte di più perseguitate o colpite in modi inimmaginabili, e l’economia del paese è stata praticamente distrutta. Di conseguenza, l’ideologia di Mao e la pratica della “rivoluzione continua sotto la dittatura del proletariato” e della “lotta di classe per tutto il periodo del socialismo cinese” sembravano essere totalmente screditate, così ho creduto che, a seguito di questa disastrosa lezione, non ci sarebbe mai stata una seconda Rivoluzione Culturale per la Cina. Solo un paio di anni fa, tuttavia, l’allora premier cinese Wen Jiabao ha messo in guardia circa la prospettiva di un’altra Rivoluzione Culturale in relazione alla cospirazione di sinistra di Bo. A dispetto della sua caduta, la inquietante possibilità riconosciuta da Wen sembra essere sempre di più realisticamente fattibile con tutti gli altri principi rossi al potere in una lotta disperata per la conservazione della loro dinastia autoritaria.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la stesura di questo libro?

R: Come accennato, la scrittura del libro è stata in parte ispirata dallo scandalo di Bo Xilai. Alcuni dei dettagli nella vita reale si sono rivelati ancora più incredibili e inimmaginabili rispetto alla mia finzione. Per esempio, Bo schiaffeggiò il viso di Wang (presumibilmente a causa della relazione di quest’ultimo con la moglie) ed è stato descritto come uno schiaffo che ha cambiato radicalmente il destino della Cina. Senza di questo Wang non si sarebbe mai nascosto nel Consolato Americano, rendendo così il caso un enorme scandalo internazionale, visto che come unica possibilità di sopravvivenza le autorità di Pechino avrebbero potuto benissimo coprire tutto dall’alto, e ciò è abbastanza sicuro, Bo è caduto a causa sua. Non ho potuto resistere alla tentazione di includere tale episodio nel romanzo, ma Chen è un poliziotto troppo onesto per fare ricorso a quel trucco diabolico. Questa si è rivelata una delle parti più laboriose nella scrittura del libro.

Il governo cinese permette la pubblicazione dei tuoi libri in Cina?

R: Il governo di Pechino ha permesso la traduzione e la pubblicazione di alcuni dei miei libri in Cina. Non troppo sorprendentemente, tuttavia, hanno fatto tagli e modifiche senza il mio permesso. Per esempio, nonostante l’importanza di Shanghai nei miei libri, i funzionari della censura hanno deciso che le storie di omicidio non potevano avere successo a Shanghai, e l’hanno cambiata in “città H” (H in inglese) nel testo cinese. Ho protestato più volte invano, così ho deciso di non dare più i diritti di traduzione all’editore che non poteva promettere di mantenere Shanghai nel testo cinese.

Quali poesie ti hanno ispirato più spesso nel corso della stesura di questo libro? Chen è un poeta anche lui, giusto?

R: Chen è un poeta e un traduttore. In origine, avrei citato Thomas Stearns Eliot più di chiunque altro, ma il mio editore americano era preoccupato per il costo dei diritti. Quindi ho scelto le poesie classiche cinesi composte durante la dinastia Tang e Song, più di mille anni fa, con le quali non ho preoccupazioni di questo tipo. E io stesso le traduco in inglese. Cosa c’è di più, scrivo anche poesie, sotto il nome dell’ ispettore Chen, per dare intensità lirica alla narrazione , poesie che diventano parte organica dei romanzi. Una collezione dal titolo Poesie dell’ ispettore Chen arriverà anche in italiano.

Quali sono i tuoi autori contemporanei preferiti?

R: Tra i poeti, Thomas Stearns Eliot, tra i romanzieri di polizieschi, Maj Sjöwall e Per Wahlöö, e Andrea Camilleri.

Pensando alla scuola, c’è stato un insegnante che è stato per te fonte di ispirazione?

R: Forse Bian Zilin più di chiunque altro, un poeta e traduttore e studioso di Shakespeare. Ho studiato “la poesia occidentale” sotto di lui presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, ma lui mi ha influenzato molto di più come poeta, sostenendo che uno dovrebbe essere in grado di scrivere poesie prima di provare a essere un critico o un traduttore. Per coincidenza, anche lui stesso ha scritto un romanzo in inglese prima del 1949, che è diventato in ritardo una delle maggiori fonti di ispirazione per me quando ho deciso di provare a scrivere il primo romanzo della serie dell’ ispettore Chen in inglese.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

R: Sì, certamente. Per esempio, hanno dato enfasi alla parte sociologica presente nei miei romanzi polizieschi rendendola più consapevole. E più giustificabile anche.

Ti piace fare tour letterari? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su questi incontri.

R: Una cosa davvero piacevole circa i tour letterari è la possibilità di incontrare e parlare con i lettori. E i lettori italiani sono così calorosi e meravigliosi. Un buon numero di loro sono ora connessi con me su Facebook. Durante una delle visite, ricordo, sono stato riconosciuto da due lettori italiani mentre ero a piedi lungo la strada. Così abbiamo camminato e parlato per un lungo tratto. Mi hanno detto che volevano che l’ ispettore Chen si sposasse, ma poi hanno aggiunto che fino a quando lui è relativamente felice, loro sarebbero stati felici per lui. Sono così nel personaggio, mi sento in dovere di andare avanti con la sua avventura, in particolare con tutto quello che sta accadendo oggi in Cina.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

R: Sono venuto in Italia un paio di volte. Per quanto riguarda i piani di visita futuri, sto lavorando con il mio editore. Alla fine di aprile verrò a Milano per un programma televisivo, e poi a metà giugno, al Festival Parolario a Como. Non vedo l’ora. E molti lettori italiani già mi hanno contattato su Facebook per eventuali incontri.

Pensi che i tuoi romanzi contribuiscano al processo di cambiamento culturale in atto oggi in Cina, o almeno migliorino la percezione all’estero di ciò che è l’universo cinese?

R: Per quanto riguarda la possibilità di migliorare la percezione all’estero di ciò che sta accadendo in Cina, penso di sì. Ho parlato con molti lettori occidentali, e questo è quello che mi hanno detto. Solo un paio di mesi fa, c’ è stato un “gruppo turistico” italiano che è andato in Cina, “seguendo le orme dell’ ispettore Chen,” ed ero così felice di parlare con loro attraverso Skype, rispondendo alle loro domande mentre erano seduti in un caffè di Shanghai. Per quanto riguarda un eventuale contributo al processo di cambiamento culturale in atto in Cina, lo spero. Ma le cose in Cina sono difficili da raccontare.

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

R: In realtà, ho già finito il manoscritto del nuovo romanzo dell’ ispettore Chen, originariamente intitolato Becoming Inspector Chen. L’edizione francese, con il titolo cambiato in Once upon a Time, Inspector Chen, è uscita questo ottobre, ed è un romanzo in retrospettiva composto da storie legate tra loro, ben diverso nella sua struttura. Ho lavorato su un altro romanzo, con “l’ ispettore” Chen che sta lavorando su un caso sotto la copertura di scrivere una storia del Giudice Dee che sovverte una storia scritta da Van Gulik. Anche in questo caso, è abbastanza sperimentale, con le due indagini che si ispirano e che si contraddicono l’un l’altra, mentre scorrono in parallelo.

:: Un’intervista con Craig Johnson, autore della serie di Walt Longmire a cura di Giulietta Iannone

26 febbraio 2016

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Ciao Craig. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Craig Johnson?

Sono l’autore bestseller del New York Times dei libri di Walt Longmire, base per la serie televisiva Netflix Longmire.

Raccontaci qualcosa della tua città e del tuo paese. Qual è il tuo background?

Sono uno scrittore e nello stesso tempo proprietario di ranch del nord del Wyoming, lungo il confine con il Montana, e la città più vicina al mio ranch ha una popolazione di 25 anime. Ora sono essenzialmente uno scrittore, ma ho passato la maggior parte della mia vita lavorativa nei ranch e anche parecchi anni nei rodei.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Quando ti sei interessato alla letteratura crime e western? Quando hai iniziato a scrivere?

Sono arrivato alla scrittura grazie alla tradizione orale; vengo da una famiglia di cantastorie e per me è stato naturale scrivere le storie che loro raccontavano a voce. L’ interesse per la letteratura poliziesca mi è nato durante il periodo in cui ho lavoro per le forze dell’ordine e ho iniziato a vedere le persone al loro peggio e al loro meglio.

Cosa hai scritto per prima cosa?

The Cold Dish, il primo romanzo della serie è stato il mio primo libro, seguito dagli undici successivi, due novelle, e una raccolta di racconti, tutti con Walt Longmire protagonista, lo sceriffo della contea meno popolata nello stato meno popolato degli Stati Uniti.

Sei stato incoraggiato a scrivere nei primi tempi e se sì, da chi?

Non molto, voglio dire io venivo da una famiglia operaia e quando dicevo che volevo fare lo scrittore era un po’ come se avessi detto che volevo fare l’ astronauta, in modo che nessuno, me compreso, ha mai preso sul serio questo genere di cose. Così è stato qualcosa che ho tenuto chiuso nel mio cuore mentre lavoravo nell’edilizia, o come cowboy tutte cose che ho fatto nei miei primi anni.

Raccontaci qualcosa della tuo debutto.

Ti dirò è stato un po’ come la storia di Cenerentola, ho scritto The Cold Dish, è stato preso da un agente davvero meraviglioso e potente di New York, il quale l’ ha presentato a uno dei cinque editori più grandi del mondo. Un anno dopo che era stato inviato The Cold Dish era sugli scaffali di tutte le librerie degli Stati Uniti.

Pensi che qualche scrittore in particolare abbia influenzato il tuo stile o il tuo approccio alla scrittura?

Assolutamente, e John Steinbeck primo fra tutti. Amo i narratori che dipingono su una grande tela, quelli che non hanno paura di parlare di grossi argomenti, ma lo fanno ad una scala umana con personaggi assolutamente coinvolgenti, che prendono queste idee come verità e giustizia e le rendono accessibili mantenendo la scrittura ad una scala umana.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

No. Ho avuto un sacco di attenzione da parte dei media e meravigliose recensioni, ma alla fin fine sono solo opinioni, né meglio né peggio di una e-mail o di una conversazione casuale sul mio lavoro.

Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri un ragazzo?

Tutto. Sono cresciuto in una di quelle case in cui i libri erano dappertutto. La più grande colpa nella casa dei miei genitori era quella di essere visti senza un libro ed è qualcosa che fa parte della mia vita, ancora oggi.

Cosa ti ha portato alla pubblicazione?

Scrivere un libro, che è sempre la parte più difficile, scrivere qualcosa che possa essere degno di essere pubblicato. Generalmente una possibilità l’otteniamo tutti, ed è meglio non farla scappare, perché non è detto che si possa avere un’altra possibilità. La mia storia, come ti ho già raccontato, è più una storia di Cenerentola, non granché come modello, in quanto ho incontrato un grande agente e un grande editore in meno di un anno.

Quali sono i tuoi autori viventi preferiti?

Brady Udall, Willy Vlautin, Daniel Woodrell, Christopher Moore, James Lee Burke, Cormac McCarthy, Ken Kesey…

Dashiell Hammett o Raymond Chandler?

Hammett, mi piacciono gli aspetti politici della sua scrittura.

E ora parliamo della serie di Walt Longmire. Come è nata?

Kathryn Court, il capo della Penguin, mi disse che dovevo davvero continuare a far vivere i miei personaggi in una serie e io, con l’esperienza di chi aveva pubblicato solo un libro, fui d’accordo con lei. Mi disse di tornare al mio ranch e pensarci su, così ho fatto.

Mi piacerebbe parlare un po’ dello sceriffo Walt Longmire. Chi ti ha ispirato per questo personaggio?

Ho fatto davvero tante cavalcate assieme a tanti sceriffi in Wyoming e Montana e li ho assemblati in Walt, lui è parte di un sacco di quei ragazzi, intelligenti, duri e che hanno cura delle persone delle loro comunità.

Ci sono parti autobiografiche?

Oh, certo, è difficile scrivere un’ intera serie di libri in prima persona e non metterci un po’ di te stesso in tutti i personaggi.

Cosa consigli agli aspiranti scrittori?

Scrivere con il proprio cuore; se stai solo cercando di farti pubblicare non funzionerà mai. Seguire le tendenze è un gioco a somma zero, qualsiasi cosa tu stia cercando di emulare, il treno ha già ha lasciato la stazione.

Se potessi iniziare la tua carriera di nuovo, cambieresti qualcosa?

No, non una sola cosa.

Sei uno scrittore così prolifico. Quale è il tuo libro preferito?

E’ un po’ come chiedere quale è il preferito tra i tuoi figli. Sono tutti preferiti, ma per motivi diversi, alcuni sono più veritieri, altri divertenti, perspicaci, coinvolgenti, impossibile dirlo.

Sei un autore molto acclamato dalla critica. Hai ricevuto recensioni negative? Come hai reagito?

Oh, certo. C’è sempre qualcuno là fuori a cui non piace quello che stai facendo, ma non si può farne una questione personale. Se si vuole si può vedere cosa hanno scritto loro e vedere se hanno qualche merito, se no, solo buttare le critiche nella spazzatura e andare avanti.

Pensi che la tua scrittura stia migliorando?

Assolutamente, se no non scriverei più.

Raccontami una tua giornata tipo dedicata alla scrittura?

Beh, io ho un ranch il che significa che ho delle responsabilità per prima cosa quando mi alzo al mattino. Allora posso iniziare a scrivere a metà del pomeriggio, poi torno ad essere un rancher per alcune ore e poi scrivo ancora un po’, mi lavo e mi preparo per la cena. Ho una vita molto piena e non sono il primo scrittore a scoprire che barcamenarsi tra lavoro intellettuale e fatica fisica è un ottimo modo di vivere.

Hai molti fan. Che legame hai con i tuoi lettori?

Ho un legame molto stretto. Ho un sito web http://www.craigallenjohnson.com in cui i lettori possono semplicemente scrivermi direttamente. Rispondo a tutte le mie e-mail che ricevo e penso che sia fantastico avere una bella e stretta relazione con le persone che leggono i miei libri. Poi c’è Longmire Days in Buffalo, Wyoming dove giriamo lo show televisivo, io e circa quattordici mila persone partecipiamo – è molto divertente.

Parlami del tuo prossimo romanzo.

Quando Rosey Wayman della polizia stradale del Wyoming viene trasferita nel bellissimo e imponente paesaggio del Wind River Canyon, una zona che gli agenti di polizia chiamano terra di nessuno a causa della mancanza di comunicazioni radio, lei inizia a ricevere chiamate di assistenza. Il problema? Stanno arrivando da Bobby Womack, un leggendario poliziotto Arapaho ferito a morte nel canyon quasi mezzo secolo prima. In un’ indagine che abbraccia questo mondo e il prossimo, lo sceriffo Walt Longmire e il buon amico Henry Orso in Piedi si occupano di un caso che li mette a confronto con una leggenda: The Highwayman.

:: Ellroy Confidential – Scrivere e vivere a Los Angeles, a cura di Tommaso De Lorenzis (minimum fax, 2015) a cura di Giulietta Iannone

14 febbraio 2016
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Se amate James Ellroy è difficile che vi sia sfuggito Ellroy Confidential – Scrivere e vivere a Los Angeles, uscito lo scorso novembre per minimum fax a cura di Tommaso De Lorenzis. Beh se vi è sfuggito siete ancora in tempo per rimediare e farvi una full immersion nella vita, scritti e miracoli del demon dog della crime fiction statunitense. Ellroy Confidential contiene il meglio o per lo meno una selezione molto ragionata delle interviste che il nostro ha concesso negli anni a vari scrittori e giornalisti, partendo dalla prima che leggenda metropolitana vuole se la sia fatta da solo. James Ellroy è un buon soggetto da intervista, generoso, loquace, affatto refrattario a concedersi ed esporsi. Quanto gli piaccia essere intervistato non è dato sapere ma quello che è certo se serve a promuovere il suo culto maledetto ben venga, non si tira indietro, anzi collabora molto attivamente. Un po’ ingrandisce qualche episodio, stando a lui dovrebbe essere stato arrestato in gioventù una quantità spropositata di volte, quando la realtà ci indurrebbe alla prudenza e a ridimensionare un po’ le cifre. Ma se anche colorisce un po’ la realtà, e molte cose vanno prese col dubbio di inventario, più che un mentitore seriale è un ricordatore creativo, e soprattutto divertente. E’ piacevole leggere le sue interviste, quanto i suoi libri, solo che qui appunto ci sono due voci a confronto la sua e quella di un presunto antagonista, che quasi mai veste e calza il ruolo dell’inquisitore molesto. Ellroy porta l’intervistatore dove vuole lui, e raramente capita il contrario. Le parti più sincere e spontanee sono senz’altro quelle dedicate alla madre e alla sua morte. Ne parla senza reticenze, quasi come se avesse elaborato un lutto durato una vita, che continua tutt’ oggi ed è il carburante di cui si nutre la sua stessa creatività. Spesso si ha la sensazione che non sia così pazzo come il suo mito narra, e che si diverta piuttosto a spiazzare, disorientare e stupire i suoi interlocutori, sia che siano lettori storici dei suoi libri, che occasionali conoscenze da una notte e via. E’ molto più razionale e rigoroso di quanto gli piaccia far credere, come se un’anima d’acciaio lo sorreggesse e spingesse a un’autoanalisi feroce, strumento privilegiato che utilizza spavaldamente per migliorare sé stesso e il suo essere scrittore, a quanto pare la sola cosa che davvero lo interessi. Di aneddoti ce ne sono numerosi, alcuni gustosi, altri grotteschi, alcuni straconosciuti, altri che non avevo mai sentito, insomma ce ne è per tutti gusti e per tutti i gradi di conoscenza dell’autore. Non ci si annoia in sua compagnia, e soprattutto in controluce si vedono le ombre dei suoi libri che si muovono come fiamme. James Ellroy è un personaggio altrettanto stravagante quanto i suoi personaggi di carta e non è detto che non ci dedichi altrettanta cura nel costruirlo. Chi sia davvero Ellroy forse non lo sapremo mai, ma in fondo saranno pure affari suoi. Il ruolo del lettore voyeur dopo tutto ci sta stretto, come sta stretto a lui.

James Ellroy è nato a Los Angeles nel 1948. E’ l’acclamato autore della L.A. Quartet – Dalia nera, Il grande nulla, LA Confidential e White Jazz, così come della Underworld USA trilogy: American Tabloid, Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio. E’ anche auore della non-fiction, Caccia alle donne. Ellroy vive a Los Angeles.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa minimun fax.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Mirko Zilahy a cura di Giulietta Iannone

5 febbraio 2016

e cosìBenvenuto Mirko su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Romano, classe 1974, professore al Trinity college di Dublino, saggista, traduttore letterario, editor, e ora romanziere. Zilahi de’ Gyurgyokai è un cognome di origine ungherese, vero? Parlaci delle origini della tua famiglia.

R- Mio padre Gherardo è nato a Budapest negli anni Quaranta ed è venuto a Roma da piccolo. In effetti delle mie origini ungheresi mi resta la suggestione di alcuni scrittori e una strana nostalgia delle radici che conosco poco.

Come è iniziato il tuo amore per i libri e la scrittura? Quali sono state le tue prime letture?

R- Ho iniziato da ragazzino, con mia madre che mi obbligava a leggere il pomeriggio dopo scuola. Ricordo i primi due libri che mi hanno rapito, letteralmente, e mi hanno fatto ammalare di lettura: Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde e Dracula di Bram Stoker. Da allora non ho più smesso.

Hai da poco esordito con È così che si uccide, un romanzo molto particolare, un po’ thriller, un po’ poliziesco, un po’’ noir, con una forte componente procedural, un’attenta caratterizzazione e scavo dei personaggi e un tema di fondo che si potrebbe se vogliamo definire “sociale”. A che scuola di narrativa ti sei ispirato? Quali autori o romanzi ti sono stati utili nella creazione di questo insolito tipo di romanzo?

R- Quando si inizia a scrivere un romanzo vengono a galla le suggestioni letterarie di una vita. Da lettore, da studioso, da appassionato, i maestri che avevo nelle orecchie e nel cuore quando mi sono messo a scrivere È così che si uccide non erano autori contemporanei. Per i miei spunti la realtà mi interessa il giusto, come l’attualità. Avendo come nume tutelare Poe, mi interessano gli effetti delle storture, delle violenze, delle ingiustizie che si riverberano sulle esistenze delle persone, sulla psiche degli individui e che hanno un’eco nei loro animi, nelle vicende personali che a volte sfociano nel crimine efferato. Perciò prediligo lo scavo psicologico, apprezzo la detection come ricerca intima, come sonda delle paure, dei dubbi, delle angosce. Oltre ad Edgar Allan Poe mi sento legato alla scrittura tecnica di Carlo Emilio Gadda e a quella barocca di Giorgio Manganelli, mentre per il carattere thriller devo molto a Shane Stevens.

Roma, dove è ambientato È così che si uccide, è in un certo senso la co-protagonista del romanzo. Riflette, come in uno specchio, gli stati d’animo del commissario Mancini. Perché questo taglio insolito? Roma è una città noir?

R-Roma è un setting ideale per ogni tipo di narrazione, anche thriller, ma è stata sempre sfruttata per le sue bellezze classiche, o barocche. Io invece ho cercato uno sfondo che riportasse il lettore alle atmosfere fumose della Londra vittoriana. Per farlo non ho dovuto inventarmi niente, perché l’ho trovata a poche centinaia di metri da dove abito, tra le rovine della Mira Lanza e il cilindro ferroso del grande gazomentro. Ed è qui, tra le strutture ruggiose di questi siti dell’archeologia postindustriale che il serialkiller del mio romanzo, che si fa chiamare l’Ombra, depone le sue vittime orribilmente mutilate.

Dicevo nella mia recensione al tuo libro che il tuo romanzo apre nuove strade, infrange in un certo senso un tabù: utilizzare una malattia – ormai diffusa come una metastasi del mondo contemporaneo – come metafora di un malessere più profondo, e qui ci avviciniamo al noir. Quanto è stato difficile affrontare questo tema? Avendo vissuto questo dramma da vicino (ho perso mio padre di cancro a giugno), il realismo di molte scene è forte, come se parlassi di una tua esperienza personale. E’ corretta questa mia sensazione?

R- Mi intreressava registrare tutte le forme del Male e della paura, quelle più tipiche del thriller (omicidi seriali e violenza) e quelle che sono un po’ fuori genere. Cercare di guardare il dolore e il terrore da tutti i punti di vista, e per farlo ho dovuto mettere in gioco delle esperienze personali molto dolorose.

Stai ricevendo una bellissima accoglienza, il tuo libro è ben recensito sia dalla critica, che dai lettori. Ti aspettavi tutto questo? Intendo con un libro oggettivamente difficile, non per un’ oggettiva difficoltà di lessico ma per i temi trattati?

R- Sapevo di aver scritto un romanzo difficile da addomesticare, perché è un thriller sui generis e perché ha una materia nera e molto toccante al centro. Per questo motivo non sapevo cosa immaginare, sinceramente. La critica e i lettori sono incuriositi e mi apprezzano, e le due cose mi fanno un grande piacere. Ma mi obbligano a migliorarmi per non deludere nessuno nella stesura del mio prossimo romanzo.

Il genere “serial killer” è un genere prevalentemente americano. Ho studiato il fenomeno, sebbene non da specialista, ed è difficile sentire parlare di serial killer, in Europa, nelle cronache. Il tuo villain è un serial killer, sebbene sui generis. Di solito i serial killer non si fermano, a meno che non siano fermati, uccidono per perseguire una sorta di appagamento nello stesso atto dell’uccidere. Il tuo killer invece no, persegue una vendetta e si sente nel giusto. Come hai caratterizzato questo personaggio?

R- In effetti abbiamo una nutrita schiera di serial killer anche in Italia, su cui iniziamo a conoscere i nomi e i cognomi come si faceva prima con i più celebri assassini seriali americani. I serial killer uccidono per ragioni differenti, a seconda delle patologia di cui sono essi stessi vittime. Senza fare spoiler, posso dire che nel mio romanzo la perdita del senso di giustizia e alla mancanza di umanità sono due motori della vicenda.

Il tuo romanzo parlerà altre lingue?

R- Sì, È così che si uccide è stato venduto all’estero prima di essere pubblicato in Italia. In estate uscirà in Spagna, poi Germania, Francia, Olanda, Grecia, Turchia e in altri paesi.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

R- Nei prossimi due anni sarò occupato a scrivere il secondo e il terzo romanzo della trilogia che ha per protagonista Enrico Mancini e la sua Roma e lascerò in stand-by la traduzione e le altre attività editoriali.

:: Un’ intervista con Paola Rambaldi, autrice di “Tredici storie di Adriatico”, a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2016

ILgKv0ORBenvenuta Paola su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista.

Grazie a te, Giulia.

Sei originaria di un piccolo centro vicino a Ferrara e ora vivi vicino a Bologna. Parlaci dei tuoi luoghi, dove sei cresciuta, dove ora vivi.

Ho vissuto nella Bassa fino a 19 anni, poi ho trovato lavoro a Bologna  continuando a cambiare casa nei paesi limitrofi. Al momento ho all’attivo otto traslochi. Sono stata impiegata a Bologna per oltre trent’anni facendo subito  miei i termini: Rusco (spazzatura), Tiro (apriporta), Cinno (ragazzo) e Soccia (…)  il quarto ho smesso di usarlo appena mi hanno spiegato cosa voleva dire. Di Argenta, dove sono nata, ho un ricordo di estati afose,  valli e tanta nebbia. Quando qui parlano di nebbia ripenso a quella della Bassa, dove per procedere in macchina devi metter la testa fuori dal finestrino per seguire la striscia bianca di mezzeria. Ora vivo in un posto immerso nel verde a Castello di Serravalle dove quando d’inverno nevica resti anche per una settimana a lume di candela e senza riscaldamento. Una cosa molto romantica.

Come è nato il tuo amore per i libri? Cosa leggevi da ragazzina?

I primi libri furono Pinocchio e Alice nel paese delle meraviglie,  cominciai ad appassionarmi  alla lettura coi romanzi di Verne verso i 10 anni. Sono diventata una lettrice  solo dopo i 30. Dai 20 ai 30 con una  figlia piccola da crescere, autobus denso di fumo con soli posti in piedi,  lavoro e  casa da seguire  non trovavo il tempo e non sapevo neppure quali letture potessero piacermi. Alla passione per il noir ci sono arrivata per eliminazioni successive.

Poi è arrivata la scrittura. Ce ne vuoi parlare? Che tipo di scrittrice sei?

Una scrittrice lenta. Tutto è cominciato per caso vent’anni fa, inviando un racconto a un concorso. Da lì ho partecipato ai concorsi letterari come fosse un lavoro per 4 anni, arrivando ai primi posti in una sessantina. All’inizio collezionavo targhe e coppe, negli ultimi tempi miravo solo ai premi in denaro. Scrivevo una storia di una trentina di cartelle e la spedivo.  Allungando, accorciando e cambiando l’ambientazione a seconda delle richieste dei bandi. Col  primo racconto La ribaltabile, il più modificato in assoluto, potrei farci un Esercizi di stile. Partiva da una storia nella Bassa arrivando all’ambientazione sarda. Una volta  premiarono lo stesso racconto nello stesso giorno in due posti diversi a 500 chilometri di distanza l’uno dall’altro. Ci dividemmo i compiti col marito.

Scrivi di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine. Che relazione c’è per te tra letteratura e cinema. Quali sono i film tratti da libri più riusciti?

Sono  assetata di storie e amo  il cinema da sempre. Da piccola abitavo fuori mano e non potevo andarci, era il periodo dei Western. Per anni ho sognato di vederne e da allora mi è rimasta la voglia di scriverne uno a modo mio. Di film riusciti tratti da libri  me ne  vengono in mente solo alcuni: Il gattopardo, Shining,  Mystic River, La cruna dell’ago, alcune trasposizioni da Simenon, Uomini che odiano le donne… Spesso mi  capita vedendo un film di leggere il libro in seconda battuta.

Ho letto Tredici storie d’Adriatico, uscito nel 2014. Un libro di racconti. E per quanto ne capisco di libri, originale, ben scritto, con un suo proprio stile che lo evidenza da tanta narrativa tutta uguale. Che accoglienza ha avuto?

L’Editore Luciano Sartirana  ha letto la raccolta, gli è piaciuta, e si è offerto di pubblicarla. Il libro è stato bene accolto dai lettori e ne sono contenta. Non è una pubblicazione a pagamento. Se dovessi pagare per pubblicare  mi terrei gli scritti nel cassetto.

Molte protagoniste dei tuoi racconti sono donne. Come sta cambiando il ruolo delle donne nella narrativa?

I miei racconti prendono spunto da storie vere, solo i finali sono di fantasia. Mia figlia e le mie amiche offrono spunti  a raffica tutti i giorni. Tutte viviamo per il gusto dell’aneddoto e appena ne abbiamo uno ce lo telefoniamo. Da  lì nascono i miei racconti. In Tredici storie di Adriatico  solo due storie sono narrate in prima persona da maschi. Ho sempre pensato che le donne abbiano più cose da raccontare, anche se poi sono i maschi a vendere più libri.

In tutto sono tredici racconti, ognuno legato a una città. Come dico nella mia recensione al tuo libro: “c’è profumo di piadina, di centri balneari deserti di inverno, di dune, di sabbia, di mare”. Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono. Pensi sia vero?

Resto dell’idea che per scrivere di un posto occorra viverlo. Poi ci sono sempre le eccezioni alla regola.

Leggi altri scrittori contemporanei?

Di italiani ho amato alcuni libri di Ammaniti,  Baldini, Carofiglio, Camilleri e  De Giovanni anche se  la grande passione resta  sempre per Simenon (quello dei romanzi senza il Commissario Maigret).

Cosa stai leggendo adesso?

Ho appena finito Freddo nell’anima di Lansdale e Chiamate la levatrice di Jennifer Worth. Apprezzando  entrambi.

Preferisci scrivere romanzi o racconti?

Preferisco i romanzi. Quando mi affeziono a una storia vorrei che il piacere si protraesse il più a lungo possibile e non si esaurisse in poche pagine, ma amo anche i racconti.

Riguardo la stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi o dei dialoghi?

Mi vengono più rapidi i dialoghi. Anche da lettrice le descrizioni troppo corpose se non sono indispensabili mi affaticano, e quelle che somigliano a poesie mi uccidono.

Un ricordo di Luigi Bernardi.

Si propose per pubblicarmi una raccolta di racconti sulla Bassa (Bassa e nera) ma avevo mandato la stessa raccolta a  un concorso che aveva per premio la pubblicazione e l’ho vinto. Quando lo seppe si arrabbiò e  disse “E adesso arrangiati!” Conservammo comunque dei buoni rapporti e ho tenuto  le sue mail per ricordo. Era di una schiettezza rara. Peccato averlo perso troppo presto.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Per le presentazioni dei miei  libri finora, fortunatamente,  è andata bene. Ho invece il ricordo di due  premiazioni letterarie  dove non si presentò il secondo classificato, causa morte improvvisa. Ecco in quei casi lì pensi che sia  bello non arrivare secondi. Capitò anche che  per due volte  mi scrivessero sulla  targa “Paolo Rambaldi” scusandosi quando mi videro arrivare. La giustificazione fu sempre la stessa:  il racconto era talmente duro e cattivo da far pensare che  l’avesse scritto un uomo. L’ho  preso come un complimento.
Ma quello che mi faceva morire erano le motivazioni della premiazione (di solito lusinghiere) cioè quello che, secondo il critico,  avrei voluto dire col  racconto. Alcune  interpretazioni erano talmente  sorprendenti che sembrava si riferissero alla storia di un altro. Cominciavano sempre con un “E qui l’autrice ha voluto dirci che…” e le leggevano ad alta voce cercando cenni di assenso da parte mia che non riuscivo a dare. Alcune memorabili e involontariamente comiche le tengo ancora incorniciate in salotto. Di qui la mia diffidenza quando un critico cerca di spiegarmi un quadro…

Grazie della tua disponibilità, Paola.

È stato un piacere, Giulia!

Vorrei concludere questa intervista chiedendoti di parlarci dei tuoi progetti per il futuro.

Spero che il mio romanzo Brisa, attualmente presso un agente trovi presto la sua strada, non desidero altro. Oddio a ben pensarci qualche altra cosa da desiderare  l’avrei ma la pubblicazione del romanzo è sicuramente la prima.
Alla pace e alla guerra nel mondo ci pensano già a Miss Italia.

:: Breve diario di frontiera, Gazmend Kapllani (Del Vecchio Editore, 2015) a cura di Giulietta Iannone

1 febbraio 2016
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Migrante vuol dire molte cose. Ma soprattutto lavorare. All’ estero non si va per divertirsi ma per fare quattrini. E in nome di questo obbiettivo si sacrifica tutto. Ci si rassegna a fare due o tre lavori al giorno; a essere pagati in nero; ad accettare un salario inferiore a quello dei lavoratori locali; a fare i crumiri; a mettersi a piangere per commuovere il padrone finchè si capisce che di padroni pronti a commuoversi ce ne sono pochi in giro,; ad alzarsi all’alba e andare in piazza Omonia, nel cuore di Atene, stando in piedi per ore come una statua vivente che gli operatori del comune hanno dimenticato di pulire.

Migranti, profughi, espatriati, ci sono vari termini per definire coloro che abbandonano il loro paese in cerca di un futuro migliore all’estero. E per quanto possa sembrare strano di questi tempi non è una realtà solo contemporanea, sono esistiti sin dall’antichità e sempre esisteranno. Si lasciava la propria terra a causa delle persecuzioni, delle carestie, delle guerre, come oggi, allo stesso identico modo. Le loro storie spesso, ovvero sia sempre, drammatiche sono storie a parte, ognuna diversa dall’altra come le famiglie infelici di Tolstoj, che meritano la dignità di essere raccontate e quando a farlo è un autore come Gazmend Kapllani vi garantisco è un’ esperienza che non si dimentica. Breve diario di frontiera (μικρό ημερολόγιο συνόρων, 2006) è un breve testo narrativo definito dallo stesso suo traduttore Maurizio De Rosa come docu-fiction: è piacevole da leggere come un racconto ma i fatti narrati provengono dall’esperienza diretta dell’autore, e sono fatti veri, autentici e pur se narrati con un registro ironico e umoristico, simile allo spirito yiddish sebbene l’autore si professi ateo, (si ride, o per lo meno si sorride spesso strano a dirsi) non evitano al lettore di riflettere e interrogarsi, infatti il fatto che Kapllani sappia rilevare l’aspetto comico della realtà non toglie o attenua una serietà etica di fondo e una drammaticità che appunto solo l’intelligenza sa rendere tollerabile e sopportabile.

Si è disposti a condividere delle topaie, anzi dei porcili, con altri dieci, quindici, venti persone. A nutrirsi di pane con il sale, o anche soltanto di pane. Ad addormentarsi spesso e volentieri sull’autobus a causa della stanchezza e della scarsità di sonno. A puzzare come una carogna in primo luogo perché di tempo per lavarsi non ce n’è e poi per risparmiare sulla bolletta dell’acqua calda. In confronto a un migrante il peggior avaro del mondo ha le mani bucate.

La penna felice di Gazmend Kapllani insomma ci accompagna in un viaggio privandoci del dolore di chi l’ ha realmente intrapreso, ma facendocelo percepire e intuire con lucida consapevolezza. Kapllani agli inizi degli anni ’90 lasciò l’Albania, superò la cortina di ferro, (ormai le frontiere erano cadute) e raggiunse la Grecia a piedi con alcuni compagni per finire in un “campo” di accoglienza prima e poi grazie a una scelta del caso, o anche soprattutto per merito della sua conoscenza delle lingue, a non essere tra quelli che vengono rispediti indietro. Ma anzi raggiunge Atene, fa mille lavori, si laurea, e cambia il suo destino. Il testo si sviluppa seguendo due linee narrative in un susseguirsi di canti e controcanti, che mettono a confronto il passato nell’Albania comunista degli anni 70 e 80, (Kapllani è nato nel 1967) e il presente di profugo chiuso in un “campo” di accoglienza sovraffollato, sporco, senza cibo se non qualche pagnotta gettata dei poliziotti a una folla affamata. Non è un testo volto a ispirare compassione, anzi il profugo proprio la rifugge la compassione, non vuole ispirare pietà, non vuole fare pena, e la più grande offesa alla sua dignità è proprio tributargliela.

Il migrante conta i soldi come gli anemici contano le gocce del sangue. Non spende nulla, non compra nulla, vive con il minimo indispensabile, è per sentirsi sazio gli basta contare i soldi e sapere che qualcuno vuole dargli un altro lavoro, e poi un altro e un altro ancora.

Kapllani ci parla di fatti ormai considerati storia (storia passata) ma la modernità e attualità del punto di vista del profugo e in un certo senso senza tempo. I sentimenti, le difficoltà, la differenza tra prima e seconda generazione, il desiderio di integrarsi, il senso di colpa per avere abbandonato la propria terra e essere fuggiti, (alcune volte superato con il desiderio di tornare in un futuro forse remoto), tutto è reale per i profughi di ieri e di oggi e per quelli che verranno. E’ un testo interessante sia per il suo valore di testimonianza, ma nello stesso tempo perché è indirizzato a noi, popolo di coloro che dovrebbero accogliere, diradando nubi su realtà per lo più misteriose, o che l’indifferenza rende tali. Ed è difficile restare indifferenti leggendo questo libro, è difficile non provare simpatia per lui e i suoi amici, per persone molto diverse dallo stereotipo di “profugo” che emerge da televisioni o giornali: un pericolo, una minaccia, uno che arriva a toglierci il lavoro, che violenta le “nostre” donne, uno che ci priva di diritti e ricchezze “nostre”.

Finché a un certo punto ha la sensazione che le forze gli vengano meno, gli sembra di avere l’artrite, ha delle starne fitte ai reni, alla schiena, al cuore. Se è fortunato riesce ad andare all’ospedale. Ma molti non ce la fanno. Muoiono sul lavoro, restano uccisi dal crollo di un muro, perché i capi per risparmiare non si preoccupano di prevenire gli infortuni. Si sa infatti i migranti muoiono in silenzio come le mosche.

E’ difficile non provare simpatia per qualcuno che è una persona prima che una condizione, o uno stato di necessità. Una persona non di serie b, c o z, ma una persona del tutto identica a noi che ha solo avuto la sventura di trovarsi al di là della frontiera sbagliata, con il passaporto sbagliato, e che a volte ha meriti e capacità molto superiori alle nostre. Ecco a volte basta rifletter su questo. Buona lettura.

Gazmend Kapllani. È nato a Lushnjë, in Albania, nel 1967. Nel gennaio del 1991, dopo la caduta del regime totalitario albanese, ha raggiunto la Grecia a piedi insieme ad altri migranti. Per sopravvivere vi ha svolto tutti i mestieri: manovale, lavapiatti, edicolante. Si è laureato in lettere presso l’Università Statale Giovanni Capodistria di Atene e ha svolto la tesi di dottorato presso l’Università Pantio di Atene, dove ha anche insegnato Storia e Cultura dell’Albania moderna. È stato editorialista dell’autorevole quotidiano ateniese “Ta Nea”. Nel 2012 è stato Fellow del Radcliffe Institute dell’Università di Harvard. Vive tra l’Europa e gli Stati Uniti, dove insegna Letteratura e Storia europea.

Maurizio De Rosa. Laureato in lettere classiche nel 1996 all’Università Statale di Milano, dal 1997 a oggi ha tradotto in italiano alcuni dei maggiori scrittori greci contemporanei. Per la sua attività è stato candidato due volte al Premio Nazionale Ellenico della Traduzione. Ha collaborato e collabora tutt’ora con il Centro Nazionale Ellenico del Libro, con l’Istituto Italiano di Cultura di Atene e con l’istituto Petros Charis dell’Accademia di Grecia. Suoi articoli sono apparsi su riviste specializzate in Italia, in Grecia e a Cipro, ed è autore di un saggio storico sulla letteratura greca dal 1880 ai giorni nostri. È membro regolare dell’Associazione Nazionale di Studi Neogreci e socio del Centro Ellenico di Cultura di Milano. Per Del Vecchio Editore ha tradotto: Breve diario di frontiera di Gazmend Kapllani.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Del Vecchio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Marco Pensante a cura di Giulietta Iannone

24 gennaio 2016

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Benvenuto, Marco, su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla sesta edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di 1980, di David Peace, Il Saggiatore. Che altri premi hai ricevuto nella tua carriera? Ti sono stati utili nel tuo lavoro?

Questo è il primo. Se mi sarà utile festeggeremo insieme.

Vivi e lavori a Brescia. Dove sei nato? Che studi hai fatto? Da che lingue traduci? Come ti sei perfezionato per diventare traduttore? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Sono nato a Brescia, ma ho vissuto a Parma e a Milano per anni. A Parma mi sono laureato in Economia e Commercio. Traduco dall’inglese. Mi sono perfezionato sul campo, con la lettura continua e la pratica della conversazione in lingua. Il mio approccio è sempre stato pragmatico, nel senso che prima ho appreso la lingua per poter leggere i testi che mi interessavano, poi ho approfondito le conoscenze sui testi. In questo senso non so consigliare scuole di formazione professionale perché non ne ho esperienza. Il mio percorso si è svolto tutto con l’apprendimento personale e i rapporti diretti con le case editrici, iniziati quando ho pubblicato il mio primo romanzo, Il Sole Non Tramonta.

Hai pubblicato i romanzi Il Sole Non Tramonta e Ponte di Mezzo. Non li ho letti ma mi hanno detto che eri un eccellente autore di fantascienza. Questi libri riverranno pubblicati? Hai in programma di riprendere a scrivere, o non hai mai smesso?

Ponte di Mezzo è stato vittima del trapasso della casa editrice, Interno Giallo, acquistata da Mondadori. Nel portfolio autori di Interno Giallo c’erano molti nomi appetibili, ma il mio non era fra quelli. Di conseguenza, il mio romanzo è rimasto nelle librerie pochi mesi per poi scomparire. Pur non potendo essere un libro di successo, rappresentava un incrocio fra il romanzo generazionale – considerando l’importanza di Pier Vittorio Tondelli per quasi tutti i giovani autori dell’epoca, me compreso – e il genere emergente del noir metropolitano, oggi divenuto un cliché ma che allora respirava aria nuova ed entusiasmante grazie alla linea editoriale di Interno Giallo, soprattutto con gli autori italiani: solo per fare un esempio, il primo romanzo di Giancarlo De Cataldo è uscito per Interno Giallo. Ponte di Mezzo poteva acquisire un suo pubblico nel lungo periodo, ma non ne ha avuto il tempo. Il Sole Non Tramonta, che ho visto con piacere riemergere nei siti di bookcrossing, era un’opera giovanile, con tutto ciò che la qualifica comporta. Ci sono state critiche sulla sua derivazione da Frank Herbert, che era innegabile e senz’altro dovuta a un eccesso di entusiasmo adolescenziale; ma evidentemente l’Editrice Nord – che non si poteva certo definire all’oscuro dell’opera di Herbert – l’aveva considerata una variazione sul tema degna di pubblicazione. Ma se riguardo a questo aspetto posso capire le critiche, altri si sono inventati – suppongo pur di creare uno scandalo qualsiasi, senza neppure consultare le persone che ci hanno lavorato all’epoca – un mio presunto ruolo da “giovane scrittore confezionato a tavolino” pianificato al fine di rilanciare la casa editrice, cosa assolutamente falsa. In seguito, per anni ho tradotto e collaborato con riviste come Pulp, pubblicando racconti, recensioni e articoli. Miei racconti sono apparsi su Bresciaoggi e Il Manifesto. In quel periodo trascuravo la scrittura perché credevo di avere una famiglia, poi un giorno ho scoperto che non avevo niente. Appurato ciò, ho studiato il pianoforte e ho scritto un romanzo che sto cercando di pubblicare, un noir che si sforza di evitare la classica dualità del genere, in cui protagonista è l’ispettore o il criminale. Nell’attesa, per divertirmi, sto scrivendo un romanzo di fantascienza.

Parlaci di te, che autori ami leggere per tuo svago personale. Leggi prevalentemente in lingua originale o leggi anche traduzioni per vedere il lavoro dei tuoi colleghi?

Tutte le opere in lingua inglese le leggo in inglese. Leggere i colleghi può essere interessante per trovare ispirazione riguardo ai modi per tradurre certe espressioni, perché davanti a un testo tradotto dall’inglese mi è quasi sempre chiaro cosa dica l’originale. Alla lunga però lo trovo un esercizio un po’ sterile, per il fatto che fra traduttore e opera c’è quasi sempre un rapporto personale molto stretto e preferisco dare fiducia al traduttore limitandomi a leggere il libro, più che interrogarmi sul suo metodo. Per mio svago personale tendo a preferire gli anglosassoni perché non ritengono disdicevole intrattenere. Douglas Coupland, per esempio, sa mantenere una leggerezza e un’ironia che a volte nascondono la profondità con cui sa indagare i rapporti amicali e sentimentali. Don DeLillo ha scritto una satira geniale sulla controcultura hippie, Great Jones Street, mettendo in scena le rime infantili della rockstar come prova della dissoluzione della lingua. Stephen Baxter, il mio autore di fantascienza preferito, possiede una fantasia sconfinata, rivolta alla creazione di avventure che spaziano non solo ad altri pianeti, ma all’intero universo, esponendo in forma romanzata interi trattati di astronomia e cosmologia.

Come è andata all’inizio, hai mandato il tuo curriculum nelle case editrici? Sei stato chiamato direttamente dagli editori? Quando ancora non si ha un portfolio di traduzioni, come si fa a farsi notare?

Credo che il mio sia stato un caso particolare, come tutti. Dopo avere pubblicato Il Sole Non Tramonta, quindi molto giovane e incosciente, tramite amicizie comuni ho avuto la fortuna di incontrare persone a cui ho chiesto lavoro e che mi hanno dato fiducia. In particolare Marco Tropea e Laura Grimaldi, recentemente scomparsa, due giganti dell’editoria italiana, conosciuti assolutamente per caso durante la loro permanenza alla direzione di Urania e con i quali ho stabilito negli anni una collaborazione e un’amicizia che considero fra le mie grandi fortune. Naturalmente ho lavorato con grande impegno per ricambiare la loro fiducia; i risultati, come si dice, sono in strada. Direi che si è trattato di un misto fra ambizione, passione per la letteratura avventurosa, ansia di uscire di casa e prontezza di riflessi nello sfruttare le occasioni.

La tua carriera di traduttore è iniziata nel 1987, da allora hai tradotto importanti autori come James Ellroy, Don DeLillo, Joyce Carol Oates, Douglas Coupland, e altri. Quale è stato il più difficile da tradurre, quello che ti ha richiesto più impegno, più fatica?

In realtà gli autori più difficili da tradurre sono quelli che scrivono male. Periodi involuti e incomprensibili, nessuna coerenza, dialoghi ridicoli di cui è un’impresa capire il senso. Per fortuna questi autori si dimenticano in fretta. Gli altri che hai citato, e che mi onoro di avere trascritto nella nostra lingua, hanno una cifra stilistica così precisa e personale che il problema è solo assorbire la loro scrittura e trovare la voce giusta per renderla, dopo di che la traduzione segue un percorso praticamente obbligato. Il traduttore spesso è ignorato o maltrattato, ma l’estremo opposto è il traduttore che si ritiene coautore, in diritto di sovrapporre il proprio stile a quello del testo originale. Un traduttore è al servizio del libro. Il dovere del traduttore è ricopiare nella propria lingua le stesse parole dette dall’autore, non una di più e non una di meno.

La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?

La conoscenza personale con l’autore non entra in gioco quasi mai, anche perché gli autori raramente si legano a un unico editore per le traduzioni. Tranne Andrew Vachss e David Peace, non ho mai conosciuto i miei autori. Quello che per me è contato è stato mettere in campo le mie passioni e i miei interessi: la modernità, i fenomeni urbani come il punk o il rap californiano, la cultura e l’arte pop, la musica in ogni sua declinazione. Dopo un certo numero di traduzioni assegnate più o meno a caso, diventa chiara la linea narrativa che il traduttore vuole seguire, e l’editore – se è abile nel riconoscere le sensibilità – sa accoppiarlo agli autori. Uno dei libri più emozionanti e divertenti che ho tradotto, La Grande Occasione di Marcel Montecino, raccontava di un pianista in fuga dalla mafia di New Orleans. È stato un lavoro impegnativo ma di grande soddisfazione. Credo che qualcuno, negli uffici direzionali di Interno Giallo, lo abbia visto e abbia detto: “Questo lo diamo a Pensante”.

Come pianifichi il tuo lavoro? Ogni libro è un caso a parte o hai un metodo che utilizzi ogni volta? Leggi prima il romanzo per intero in lingua originale, o traduci pagina per pagina senza sapere dove la storia porta? Usi vocabolari cartacei, o ti affidi a vocabolari online? C’è un sito di sinonimi, slang, modi di dire che ti è particolarmente utile?

Di solito mi basta leggere qualche pagina e conoscere un minimo l’autore per capire se posso tradurre senza leggere il resto. Per David Peace questo non è possibile, perché ogni suo libro rimanda a tutti gli altri, in un intreccio di cicli e metacicli narrativi. Prima di tradurre un romanzo di David Peace, bisogna avere letto tutti i precedenti. I vocabolari che utilizzo sono di due tipi: quelli necessari al lavoro quotidiano, che per fortuna non sono più cartacei ma a disposizione in qualsiasi momento sul telefono cellulare, e i monolingue impraticabili ma da leggere per il piacere delle parole, come l’Oxford, da consultare con la lente di ingrandimento incorporata. Se dovessi consigliare un sito sarebbe Urban Dictionary, ma ogni voce va interpretata e messa a fuoco depurandola dai meme estemporanei. Ma più che trovare una definizione su un dizionario, per me è fondamentale visualizzare e contestualizzare. Ricordo uno scambio di fax con Douglas Coupland, nei primi anni Novanta, in cui domandavo chiarimenti su certi passaggi di Generazione X che richiedevano la conoscenza dei pranzi precotti americani degli anni Cinquanta. Oggi l’intera Internet è il vocabolario del traduttore, cosa per cui non sarò mai abbastanza riconoscente. Nel campo della cultura pop, le tanto decantate ricerche in biblioteca dei tempi andati sono un pio desiderio.

Parliamo  della traduzione di 1980, di David Peace, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Raccontaci la storia di questa traduzione. Conoscevi già David Peace, avevi già tradotto sue opere? E’ un autore impegnativo? Che tipo di stile utilizza? Una volta finita la traduzione, ti sei sentito soddisfatto?

1980 è stato il mio primo contatto con David Peace. Come tutti i primi contatti con un autore, servono molte pagine prima di raggiungere un’intimità che porti a un’interpretazione fedele ed efficace. Il mio metodo di lavoro prevede una rapida trascrizione del libro seguita da una lunga revisione, dopo che la scrittura ha avuto il tempo di sedimentarsi ed è possibile esaminarla evitando il coinvolgimento della stesura viva. Lo stile di Peace si basa su due tecniche che rimandano una all’altra: la ripetizione e la narrazione inaffidabile. La ripetizione è il periodico ritorno di certi temi, spesso onirici, che uniscono i romanzi della serie fra loro e ogni singolo romanzo al proprio interno. La narrazione inaffidabile è un’influenza di Ryunosuke Akutagawa: tutti i protagonisti hanno partecipato agli eventi, e ognuno li descrive secondo la propria esperienza, ma queste esperienze divergono in certi dettagli essenziali, quindi non possono essere tutte vere. Per il lettore rimane sempre una quota di incognito non eliminabile, come nella sparatoria allo Strafford Pub, descritta in 1974 e analizzata nei romanzi successivi senza che si riesca mai ad arrivare alla verità. La tecnica della ripetizione, inoltre, è utilizzata in un modo simile a quello della ambient music: a ogni ripetizione varia qualche dettaglio minuscolo, ma dopo un certo numero di ripetizioni il senso è cambiato senza che ce ne siamo accorti. L’impegno per tradurre Peace è altissimo anche per la precisione dei dettagli: per ogni suo libro occorre una ricerca storica, tecnica, letteraria. Per tradurre GB84 ho studiato lo sciopero dei minatori inglesi sotto il governo Thatcher e ricostruito dalle riprese video la Battaglia di Orgreave; per tradurre Città Occupata ho studiato la vicenda dell’unità segreta 731 dell’esercito giapponese per la guerra batteriologica. La soddisfazione è alta quando uno scrittore ti obbliga ad approfondire eventi che altrimenti non avresti conosciuto.

La crisi generale che si è fatta sentire anche nel mondo dell’editoria, ha toccato anche il campo delle traduzioni.  Traduttori che non vengono pagati, case editrici che si avvalgono di traduttori semiprofessionali per pagarli meno, case editrici che non propongono neanche un contratto di traduzione. Cosa consiglieresti a un traduttore che volesse tutelarsi? Il sindacato traduttori difende la vostra categoria efficacemente?

Sì, ho notato questo cambiamento. Si tende sempre di più a gestire le traduzioni internamente, magari sovraccaricando di lavoro redattori già impegnati a organizzare le uscite dei libri; oppure, come dici, ad affidare il lavoro a chi capita, purché costi poco o zero. In questo, purtroppo, non vedo molte differenze con il mercato del lavoro in generale negli ultimi anni. Il traduttore, però, non è – o non dovrebbe essere – manodopera indifferenziata. La traduzione richiede competenze linguistiche e capacità di scrittura che non si possono ridurre al minimo comune denominatore, anzi, forse dovrebbero essere ancora più specialistiche di quanto non lo siano ora. La figura del traduttore è stata molto rivalutata negli ultimi anni, com’era giusto, ma rischia comunque di soffocare nel fiume di uscite necessarie per rendere redditizia la gestione di una casa editrice. Non ho rapporti col sindacato traduttori, quindi non posso dire nulla al riguardo. A un traduttore principiante consiglierei di fare tutto il possibile per ridurre al minimo i compromessi, che pure saranno inevitabili. Quindi, informarsi con molta chiarezza sulla linea editoriale delle varie case editrici, proporsi con cognizione di causa senza aspettative di guadagni irrealistici, accettare che l’idea di vivere solo traducendo è nel migliore dei casi un’utopia; ma anche rifiutarsi di lavorare senza contratto e assolutamente mai gratis.

Soprattutto per il genere fantastico, all’estero ci sono tante opere meravigliose che qua in Italia non arrivano e temo non arriveranno mai.  Se potessi scegliere liberamente senza vincoli di diritti o di costi, quali titoli faresti tradurre?

Un omnibus di Rudy Rucker, con una prelazione per la traduzione di Spaceland.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto aspettando la pubblicazione del terzo volume della trilogia di Tokyo di David Peace, dopo Tokyo Anno Zero e Città Occupata.

Grazie della tua disponibilità, a presto.

Tutto andrà bene.

:: La sarta di Dachau, Mary Chamberlain (Garzanti, 2016) a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2016
sarta

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Londra, 1939. Ada Vaughan, una graziosa ragazza di quasi 18 anni, lavora come sarta nell’atelier di Madame Duchamps, a Dover Street. La cura nel vestire, un corso di dizione, un lavoro che le permette di contribuire alle spese della famiglia (madre, padre, fratelli) che vive nel quartiere operaio, tutto fa di lei una ragazza moderna e “ambiziosa”. Ada è brava nel suo lavoro, la più brava delle sarte dell’ atelier, e questo quasi fa passare in secondo piano la zona disagiata da dove proviene, una casa a schiera di pochi vani, in cui d’estate gli insetti costringono a stare fuori e la fuliggine si impregna in ogni cose, tende, tessuti e mobili. Ma Ada ha un sogno, coltivato con ostinazione iniziando a lavorare per il sarto Isidore dove ha imparato le basi della sua professione prima di arrivare da Madame Duchamps, non vuole restare una semplice sarta, vuole diventare modista e perché no stilista e creare i suoi propri modelli magari per una propria Casa di moda sulle orme di Coco Chanel.
Poi un giorno un incontro inaspettato sotto la pioggia. Un conte, almeno così si dichiara, del continente, con il suo aspetto esotico e l’accento ricercato si interessa di lei, la porta nei locali più rinomati e un giorno l’invita a trascorrere con lui 5 giorni a Parigi. Come rifiutare? Magari le chiederà di sposarla? Coronamento romantico di una vita di stenti e di duro lavoro. Ada Vaughan accetta e parte con Stanislaus von Lieben per Parigi. Un viaggio da sogno, in un romantico alberghetto, stessa camera ma letti separati.
Poi l’irreparabile. Già a Londra aveva sentito che c’era la possibilità di una guerra imminente, ma non ci aveva creduto. Perché subito? C’era tempo per 5 giorni a Parigi. Ada Vaughan era in fondo una ragazza fortunata. E invece la guerra scoppia e come conseguenza non può tornare a casa. Senza soldi, l’unica alternativa e trovare un lavoro e in fondo nulla è perduto. Ha Stanislaus, così gentile e “innamorato”. Presto iniziano a vivere a Parigi come marito e moglie pure senza essere sposati.
Ma Stanislav non è il ragazzo dolce e sensibile che si era immaginata. Dopo una precipitosa fuga in Belgio ne ha l’amara conferma. L’abbandona in un albergo, senza soldi, senza documenti. Da quel momento per Ada Vaughan è l’inizio di un incubo che la porterà in Germania, a Dacahau nella casa del comandante del campo. E solo la sua abilità con l’ago farà la differenza tra vivere e morire. Tante donne naziste le porteranno foto di abiti a cui lei dovrà dare vita, cullata dal sogno di tornare a casa dalla sua famiglia non prima di aver cucito l’abito da sposa della donna più importante del Terzo Reich, proprio Eva Braun, la compagna del Führer. (Che non riconosce, lo scoprirà dopo a guerra finita, in modo drammatico).
Sono tanti i libri usciti quest’anno in occasione del Giorno della Memoria, alcuni biografici o scritti dai personaggi che realmente hanno vissuto quegli eventi, altri più romanzati come La sarta di Dachau (The Dressmaker of Dachau, 2015), dell’esordiente inglese Mary Chamberlain, professoressa di storia a Oxford, edito da Garzanti e tradotto da Alba Mantovani.
Un libro particolare, che analizza gli anni della Seconda guerra Mondiale in Europa da un punto di vista insolito e interessante, quanto drammatico, parlando di deportazioni e collaborazionismo. Argomenti che senz’altro non sono ancora stati approfonditi e danno materia di analisi per studiosi e romanzieri. E Mary Chamberlain è entrambi, oltre ad avere un profondo interesse per la condizione femminile e la società misogina inglese post-bellica. Insomma questo libro tratta temi seri e difficili, dando a suo modo un importante contributo al dibattito di questi giorni.
Con la sua scrittura limpida, scorrevole, al servizio di una storia drammatica che conserva sfumature di incredibile, la Chamberlain (nuora dell’attrice Lilli Palmer) ricostruisce un ritratto di donna per nulla stereotipato o edulcorato. Molti ebrei, perlomeno alcuni, si salvarono nei campi di concentramento per le loro particolari abilità, chi perché sapeva le lingue, altri perché suonavano uno strumento, altri ancora perché erano capaci di tagliare i capelli. In questo romanzo la protagonista non è ebrea, ma ripercorre queste orme e chiusa a Dachau senza saperlo, utilizza la sua abilità nel cucire e tagliare stoffe come un’ arma in una guerra silenziosa e altrettanto difficile che la guerra combattuta sui campi di battaglia.
Se all’inizio Ada è una ragazza ingenua e romantica (forse troppo), capace di credere ai sogni, con il passare del tempo si trasforma in una donna sempre più consapevole e determinata, sorretta dall’ aspirazione di sopravvivere per tornare a casa dalla sua famiglia. Ci riuscirà? Riuscirà a ritrovare suo figlio, e Stanislaus? Non ve lo anticipo, lo scoprirete leggendo questo romanzo capace di sondare l’animo femminile e le sue molteplici capacità di adattamento, coraggio e inventiva, senza sconti o concessioni al lieto fine.
Sebbene non sapremo mai chi furono le sarte di cui si servì Eva Braun (ordinò che fossero distrutte le ricevute) questo romanzo ci avvicina a una storia che ha molte caratteristiche che si avvicinano alla realtà. Forse è esistita davvero Ada Vaughan, o tante ragazze a lei simili, e forse non lo sapremo mai.

Mary Chamberlain è professoressa di storia a Oxford. La sarta di Dachau, il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Kaputt Mundi, Ben Pastor (Sellerio, 2015) a cura di Giulietta Iannone

22 gennaio 2016
Copertina Ben pastor

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Kaputt Mundi, (Kaputt Mundi, 2002), di Ben Pastor uscì in edizione italiana nel 2003, ormai 13 anni fa, per Hobby & Work Publishing tradotto da Paola Bonini. Terzo romanzo in ordine di scrittura, in realtà cronologicamente situato ben dopo La canzone del cavaliere, Il signore delle cento ossa, Lumen, Il cielo di stagno, Luna bugiarda, e The Little Fires appena terminato in inglese, attualmente in fase di traduzione in italiano, (la pubblicazione da noi è prevista per la tarda primavera o l’estate di quest’anno), Kaputt Mundi si colloca in un punto di svolta della vita del maggiore Martin Bora, appena promosso tenente colonnello, e del volgere della Seconda Guerra Mondiale, verso una inevitabile e tragica disfatta tedesca.
Seguiranno Il morto in piazza e La Venere di Salò e i prossimi romanzi che ci porteranno a scoprire il destino dell’ ufficiale della Wehrmacht liberamente ispirato alla figura reale del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg. Ora l’autrice sembra più interessata al passato del suo personaggio, tanto che il suo nuovo romanzo è ambientato in Bretagna nel 1940, (indipendentisti bretoni, preti in odore di satanismo, marinai, latifondisti, povera e umile gente…). Kaputt Mundi invece è ambientato a Roma tra l’8 gennaio del 1944 e il 4 giugno dello stesso anno. La nuova edizione di Sellerio oltre ad avere lo stesso precedente traduttore, Paola Bonini, presenta alcune modifiche del testo, qualche correzione e molte parti nuove che ne aumentano la lunghezza.
Per prima cosa penso sia giusta una precisazione: le vittime dell’attentato di Via Rasella appartenevano al Polizeiregiment “Bozen” (Reggimento di polizia “Bolzano”) i soldati erano altoatesini mentre ufficiali e sottoufficiali erano tedeschi. L’autrice è perfettamente a conoscenza di questo fatto, ma per motivi artistici e narrativi trasforma questo reggimento in un manipolo di SS. Detto questo, che sottolinea quanto un romanzo si discosti inevitabilmente dalla realtà, va comunque sottolineata la precisa e attenta ricostruzione storica a cui la Pastor ha dedicato una certosina cura dei particolari, dalle marche di medicine, al titolo delle riviste, alle canzoni che si sentivano per radio.
I ritratti dei personaggi realmente esistiti (c’è pure una fugace apparizione di Erich Priebke) si confondono con i ritratti dei personaggi di pura invenzione e a entrambi l’autrice dedica la stessa profondità e coerenza narrativa, sebbene su tutti spicchi il protagonista, Martin Bora, per il quale è molto difficile non provare empatia. L’affresco corale è omogeneo e vivido e impreziosito dal clima che realmente si visse a Roma in quei mesi di occupazione nazista, emerso probabilmente dai racconti familiari che l’autrice poté ascoltare, oltre che dalla documentazione in suo possesso.
In sottofondo due indagini poliziesche: una per scoprire il reale svolgersi delle ultime ore di Magda Reiner, un’addetta dell’Ambasciata tedesca precipitata dalla finestra della sua abitazione, una per scoprire cosa si cela dietro la morte del cardinale tedesco Hohmann e della nobildonna Martina Fonseca. Tutto precipita, ma a Bora interessa solo scoprire la verità, unica consolazione in uno scenario desolante e desolato di violenza che non abbraccia nè condivide, in cui il destino non sembra risparmiagli nulla: l’abbandono della adorata Dikta, una nuova operazione al braccio menomato, il definitivo addio a donna Maria e all’amico ispettore Guidi, il fronte e la morte che sembra attenderlo a breve.
Romanzo di una bellezza melanconica e struggente, Kaputt Mundi è capace di affrontare una pagina della storia italiana (l’attentato di via Rasella a cui seguì, per rappresaglia, l’eccidio delle Fosse Ardeatine) con rigore e serietà storica e nello steso tempo parlandoci dei sentimenti e delle anime di coloro che vi parteciparono. E poi Roma è un altro personaggio accostabile ai bellissimi personaggi femminili che compaiono nel racconto dalla signora Murphy (di cui Bora si innamora), a Francesca, alla signora Carmela, alla prostituta romana Pompilia, pettegola ma capace di riservare sorprese, alla madre di Francesca e a Donna Maria, una madre per Bora.
Oltre alle pagine dedicate all’occupazione, alla vita sfavillante fatta di feste e mondanità degli occupanti negli alberghi del centro, si contrappongono pagine in cui vengono descritti il razionamento e le privazioni della popolazione, e le brutalità nelle carceri. E in questo clima una spia, in cambio di denaro, denuncia gli ebrei della capitale ancora nascosti destinandoli alla deportazione e alla morte.
Se Bora rappresenta la coscienza di un popolo, quello tedesco di fronte alla barbarie nazista, lo fa senza dubbio con caratteristiche peculiari sue proprie: Bora ama l’arte, la musica, si commuove per la bellezza di Roma dalla quale a malincuore si allontana all’arrivo degli americani, prova tenerezza, lealtà, è capace di vera amicizia pur non sottraendosi ai suoi obblighi di militare, quando nelle ultime ore si dedica allo smantellamento e alla distruzione di edifici e postazioni militari, o quando è costretto a uccidere. Fa riavere alla Croce Rossa derrate di latte in polvere per i bambini, fa liberare senza ammetterlo il professore Maiuli, cerca di fare di tutto per sottrarre Foà a Keppler, e si adopera in tutti i modi, pronto ad essere catturato e ucciso, per neutralizzare la spia che si appresta a denunciare alla Gestapo gli ebrei di Roma.
Riuscirà a coronare il suo sogno d’amore con la signora Murphy? Glielo auguriamo, curiosi di scoprire quale sarà il suo destino, probabilmente diverso da quello di Claus Schenk von Stauffenberg.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.