Posts Tagged ‘Elena Romanello’

:: Verità sepolte, Allen Eskens,(Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

30 giugno 2016
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Tempo d’estate e tempo di gialli, tra i quali Beat edizioni propone l’edizione tascabile dello struggente cold case Verità sepolte, ricerca di una verità ma anche di un’umanità perduta, di un saper vedere oltre le cose e i luoghi comuni, partendo da un incontro che potrebbe a prima vista ricordare quello di un ormai classico del genere, Il silenzio degli innocenti, tra un’investigatrice alle prime armi e un pericoloso serial killer. Ma qui le carte in tavola sono ben diverse, come si scopre man mano.
Joe Talbert, studente universitario alle prese con i deliri di una madre incapace di badare a se stessa e pronta a dilapidare i soldi che lui ha messo da parte per studiare, decide di incontrare e intervistare uno degli uomini più odiati d’America, Carl Iverson, da anni in galera con l’accusa di aver stuprato, ucciso e bruciato una ragazzina di soli 14 anni decenni prima. Di fronte al mostro, Joe ascolta il racconto della sua vita di reduce del Vietnam, ma pian piano comincia a capire un’altra realtà, qualcosa che può cambiare una vita per cui sembra non esserci più tempo.
Un thriller che scava nell’animo umano, mettendo a confronto due solitudini, quella di un carcerato con un’accusa infamante che l’ha bollato a vita e quella di un ragazzo che cerca di riscattarsi con lo studio da una vita triste, ma anche una lucida denuncia degli errori giudiziari e un invito al riscatto, anche se in extremis, perché non sempre ci possono essere lieti fini, anzi nella vita reale quasi mai, ma va fatta giustizia e va ristabilita la verità.
Verità sepolte si inserisce nel filone dei Cold case, dall’omonima e ormai conclusa serie televisiva, cioè delle storie in cui si riprendono delitti irrisolti o risolti nella maniera sbagliata per scoprire cosa è successo veramente. Un filone sfruttato in letteratura, cinema e tv, ma presente anche nella vita reale, soprattutto da quando le indagini della polizia scientifica hanno reso possibile il recupero di prove che si credevano perdute e nuovi metodi di analisi su quelle esistenti. In questo caso di metodi di indagine scientifica ce ne sono pochi, c’è più un entrare dentro la psiche umana, dentro drammi sociali all’apparenza rimossi, come quello dei reduci del Vietnam, ma ancora ben presenti nella vita quotidiana negli Stati Uniti, visto che i dati su crimine e emarginazione sociale parlano purtroppo chiaro.
Un romanzo giallo, anzi thriller, appassionante fino alla conclusione che non manca di lasciare un groppo in gola, ma che fa pensare sulla nostra società, su come si giudicano troppo frettolosamente certe persone, sull’importanza almeno di dire le cose come stanno per dare pace a chi la merita perché ha già sofferto troppo nella vita. Il tutto, comunque, senza moralismo e retorica.

Allen Eskens è stato avvocato difensore per vent’anni. Ha affinato le sue abilità di scrittura creativa nella Minnesota State University, nel Iowa Writing Festival e nel Loft Literary Center di Minneapolis. Con Neri Pozza ha pubblicato anche Al posto di un altro.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Neri Pozza.

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:: Kobane calling, Zerocalcare (Bao Publishing, 2016) a cura di Elena Romanello

27 giugno 2016
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Leggi fumetti, i fumetti sono stupidi, i fumetti sono dequalificanti, i fumetti sono un mero passatempo: alzi la mano chi, tra i cultori delle nuvole disegnate, non si è sentito dire almeno una volta una di queste frasi! Praticamente tutti e tutte, anche se va detto che per fortuna le cose stanno cambiando, complici anche i titoli di indubbia qualità e sperimentazione artistica che stanno uscendo da tempo in Italia, provenienti da autori di varie parti del mondo.
Alcuni di questi titoli raggiungono ottimi risultati di vendita, rivaleggiando con i best-seller del momento, come è capitato con Kobane Calling, ultima fatica di Zerocalcare, uscito prima a puntate come vignette sul settimanale Internazionale e poi in volume per Bao Publishing.
L’autore racconta con il suo stile umoristico, dissacrante e toccante la sua esperienza di vita in aiuto dei curdi, tra Turchia, Siria e Iran, un’avventura nata per scopi umanitari e di aiuto, oltre che per conoscenza dall’Italia di alcune persone, donne in particolare, originarie di quelle terre, poi impegnate in quella guerra e poi diventata una sorta di missione in difesa di un ideale che l’autore ha abbracciato, quello di lotta contro un oppressore, certo, ma anche di ricerca di una società migliore.
Sono anni che si sente parlare di curdi, Medio Oriente, Isis, Siria: Zerocalcare, usando il linguaggio delle vignette e mantenendo i toni apparentemente sullo scherzoso, riesce ad entrare in un dramma di oggi, uno dei più grandi, ma nello stesso tempo a raccontare una delle poche vicende di vero eroismo non solo contemporaneo, ma risalendo indietro anche di decenni, quello della regione del Rojana, roccaforte curda contro gli integralisti islamici ma anche posto dove si vuole sperimentare un nuovo modello di società laico, egualitario, democratico.
Una storia non retorica, comunque, che informa senza annoiare, raccontando un’epopea che lascia con un groppo in gola, una storia che c’è in questo mondo e che in queste pagine trova una trattazione migliore di quanto non succeda in reportage giornalistici e televisivi. Un’opera per chi ama la buona narrativa, disegnata e non, per chi crede che i fumetti non siano inferiori a niente e che esista solo un criterio di qualità di storie raccontate, un’opera per sorridere e commuoversi, per indignarsi e ricordare l’oggi. Ma anche un’opera da consigliare per chiunque vuole capire qualcosa di più su cosa sta succedendo in un luogo da cui dipenderà la vita e la Storia di tutti nei prossimi decenni.

Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, classe 1983 è originario di Arezzo, è cresciuto in Francia, e ha debuttato come fumettista raccontando a modo suo i giorni del G8 di Genova. In seguito, ha svolto anche attività di illustratore, per copertine di libri e dischi, ha collaborato con Liberazione, Repubblica XL, Carta e Liberazione. Cura un suo sito zerocalcare.it ed ha pubblicato varie graphic novel, come La profezia dell’armadillo, Un polpo alla gola, Dimentica il mio nome, tutte basate su sue esperienze di vita tra passato e presente.

Source: dono dell’editore al recensore al Salone del libro.

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:: Chanbara – La via del samurai, Roberto Recchioni e Andrea Accardi ( BAO Publishing, 2015) a cura di Elena Romanello

25 giugno 2016
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Chanbara o chambara sono in Giappone le storie, essenzialmente i film di cappa e spada ambientati tra Medio Evo e Settecento, dove si raccontano le storie di samurai in lotta tra di loro o con signorotti. Un genere molto presente nei film di Akira Kurosawa e noto anche a chi legge i manga, anche se da noi in Italia si sono preferite altre storie da tradurre, ma che ha sedotto anche due autori italiani come Roberto Recchioni e Andrea Accardi.
Bao Publishing ha unito in un unico volume due storie di ambientazione giapponese del duo uscite in precedenza per l’editore Bonelli, La redenzione del samurai e I fiori del massacro, con una nuova impaginazione, colorazione e una veste grafica sontuosa e raffinata, che richiama la cultura nipponica classica.
Il risultato è davvero molto interessante, un tuffo in un mondo che ormai ha affascinato più di una generazione, lontano ma incredibilmente suggestivo, restituito da tavole che uniscono il gusto dei maestri occidentali (volevamo fare un Tex giapponese, hanno detto gli autori) alle stampe e alle atmosfere giapponesi, tra crudeltà e incanto.
Le storie raccontate, che non sfigurerebbero nelle pellicole di Kurosawa (che tra gli altri ha ispirato Sergio Leone e George Lucas), sono entrambe di vendetta, la prima su un samurai che ha visto morire il suo signore, la seconda sulla figlia di un nobile che diventerà guerriera per distruggere chi ha ucciso la sua famiglia. Due storie senza tempo, spietate ma affascinanti, che raccontano il mondo del Giappone feudale, lontano ma simile al feudalesimo europeo, tra katane, ciliegi in fiore, duelli, viaggi.
Chanbara è un’opera che si rivolge innanzitutto a chi mette sullo stesso piano la narrativa scritta con quella disegnata, come possibilità di ricreare un mondo che stravolge e avvince e da cui è davvero difficile staccarsi. Poi è per tutti coloro che amano il Giappone, Paese incredibile, dalla cultura millenaria ma capace di proporsi come uno dei più efficaci inventori di immaginario pop, soprattutto per chi del Paese del Sol levante ama gli aspetti storici e classici. Ma è anche un’opera per capire come il fumetto sia un linguaggio universale, con rimandi culturali e tematici, che ha una scuola di tutto rispetto anche in Italia, senza nulla togliere a successi e opere stranieri.

Roberto Recchioni, romano, ha alle spalle una carriera ultra ventennale come fumettista: per la Bonelli ha sceneggiato vari numeri di Dylan Dog e Tex e nel suo curriculum ci sono anche partecipazioni a Orfani, a Joe Dante, a Diabolik, alle Cronache del mondo emerso dal romanzo di Licia Troisi e a Topolino.

Andrea Accardi, palermitano, ha iniziato la sua carriera a fine anni Ottanta collaborando alla Granata Press, la casa editrice che portò i manga in Italia, per poi passare a Kappa edizioni e partecipando alla nuova edizione di Lupin III all’inizio del Duemila. Da tempo è un disegnatore Bonelli.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Cattive ragazze, Assia Petricelli e Sergio Riccardi (Sinnos, 2016) a cura di Elena Romanello

18 giugno 2016
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In questo periodo si festeggiano i settant’anni del voto alle donne in Italia, ma in parallelo dal nostro Paese e dall’estero arrivano notizie inquietanti e terribili, tra ragazze e donne uccise perché osano lasciare compagni violenti e oppressivi o perché si ribellano contro totalitarismi religiosi e politici.
Per questo motivo, qualunque età si abbia, merita prendere in mano la graphic novel Cattive ragazze, ideata a quattro mani da Assia Petricelli e Sergio Riccardi, con al suo interno quindici biografie eccellenti, di donne degli ultimi due secoli, che si sono ribellate a imposizioni sociali e culturali, perseguendo una loro strada e raggiungendo dei risultati.
Sono donne più o meno note, ma spesso non così famose, e non solo per le giovani generazioni, forse perché fuori dagli schemi imposti, e sfogliando le pagine di un libro di grande formato e impaginato in maniera gradevole e visibile, si possono scoprire davvero storie intriganti e particolari. Come quella di Olympe de Gouges, rivoluzionaria francese, forse la prima femminista della storia, che si batteva per i diritti delle donne e delle cittadine, e che per questo fu ghigliottinata da uomini che non volevano rinunciare ai propri privilegi, malgrado combattessero contro la nobiltà. O come Nellie Bly, che negli Stati Uniti dell’Ottocento fu la prima donna ad esercitare la professione di giornalista investigativa sotto copertura, o ancora Antonia Masanello, unica donna a arruolarsi con i Mille di Garibaldi per contribuire all’Unità d’Italia. Per non parlare di Elvira Coda Notari, la prima regista italiana e una delle prime al mondo, dell’attivista egiziana Nawal El Saadawi, vittima da bambina della vergogna dell’infibulazione, della scienziata Marie Curie, di Aleksandra Kollontaj, prima donna ministro e femminista tra i Soviet, della campionessa di ciclismo Alfonsina Morini Strada, dell’attivista afroamericana Angela Davis, dell’artista Claude Cahun, esponente del surrealismo, della pasionaria boliviana Domitilla Barrios de Chungara, di Franca Viola, che si ribellò al matrimonio riparatore, della combattente contro l’apartheid sudafricano Miriam Makeba, dell’attrice e scienziata Hedy Lamarr, che anticipò la tecnologia degli smart phone, della partigiana Onorina Brambilla.
Una galleria di ritratti eccezionali, per giovani e meno giovani, per rilanciare un’idea di libertà e diritti delle donne in un mondo che molto spesso li attacca, e ovviamente non si parla solo delle zone dominate dall’Isis, e anche la prova di come il fumetto sia narrativa disegnata e capace di raccontare ogni tipo di storia e proporre spunti di riflessione sul mondo.

Assia Petricelli è laureata in Lettere con una tesi in Storia del cinema su antifascismo e Resistenza, è sceneggiatrice e documentarista. Si occupa di storia contemporanea, arte e archeologia, questioni di genere. E’ autrice di fumetti e graphic novel per adulti e ragazzi e ha collaborato alla realizzazione di documentari storici per la Rai e di progetti audiovisivi in ambito educativo.

Sergio Riccardi è napoletano, ha lavorato come scenografo in tv e al cinema e poi si è dedicato al disegno, come fumettista, illustratore, animatore. Attualmente vive a Roma.

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’uffico stampa Sinnos.

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:: Il ladro di nebbia, Lavinia Petti (Longanesi, 2015) a cura di Elena Romanello

17 giugno 2016
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In una casa antica e con qualcosa di nascosto della Napoli di oggi, nei Quartieri Spagnoli, vive Antonio M. Fonte, scrittore di successo ma completamente asociale e isolato dai suoi lettori, con i quali non ha nessun rapporto per una sua scelta esplicita. L’unico essere vivente che condivide la sua vita solitaria è la gatta Calliope, mentre il suo agente letterario deve periodicamente pungolarlo per fargli rispettare scadenze. Un giorno, tra le lettere dei suoi ammiratori, unico contatto che ha con loro visto che rifugge presentazioni e simili, riceve una lettera scritta da lui quindici anni prima, rivolta ad una donna che per lui è sconosciuta ma che parla di un legame tra di loro, di un ricordo smarrito e di un omicidio forse comesso da Antonio stesso.
Dopo questo fatto, Antonio esce dal suo isolamento e si perde nei vicoli di Napoli, trovando un palazzo mai visto prima dove incontra un misterioso Ufficio Oggetti Smarriti, che raccoglie tutto ciò che gli esseri umani perdono, chiavi, libri, abiti, ma anche ricordi di infanzia, di amori, di speranze e sogni dimenticati. Da lì Antonio potrà partire per capire il senso della lettera, ma il pericolo è perdersi definitivamente senza aver scoperto niente e senza aver ritrovato quello a cui si è voluto rinunciare.
Il modello che viene in mente è ovviamente Carlos Ruiz Zafon, con Napoli al posto di Barcellona, ma lo stesso fascino dei misteri nascosti, in un luogo analogo, dove luoghi antichi e insoliti possono portare dietro storie da scoprire e raccontare. Tra le righe, si troveranno riferimenti anche a Lewis Carroll, a Bulkakov e Baricco, in una storia di genere fantastico molto diversa da quelle proposte oggi, soprattutto dai giovani autori, come è Lavinia Petti, ospite l’anno scorso di Lucca Comics and Games, cresciuta con Harry Potter e le WITCH ma capace di saper dire qualcosa di diverso e di nuovo.
Il personaggio di Antonio M. Fonte è qualcosa di atipico nel panorama della letteratura di genere, un antieroe chiuso in un suo mondo da cui ha bandito emozioni, emozioni perse forse di proposito e da ritrovare nel viaggio parallelo che si troverà a dover intraprendere per ritrovare e riscoprire qualcosa di sé: curioso tra l’altro che non sia un ragazzo ma un uomo maturo, con tutte le rimozioni dell’età non più giovane, in una metafora di quello che ci si lascia dietro molto interessante.
Il ladro di nebbia è una storia onirica che avvince e inquieta, che in questi giorni uscirà per Tea in edizione economica: se la si è persa nella versione rilegata dell’anno scorso, la si può recuperare, per scoprire un viaggio fantastico originale, da cui nessuno può uscire indenne, meno che mai il diretto protagonista.
Il tutto in attesa delle prossime prove narrative dell’autrice che si spera che non si facciano attendere.

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici all’Istituto Orientale di Napoli, ha vinto vari concorsi letterari (Premio Tabula Fati, Premio Robot, Premio Book’s Bar, Scrittura Giovane). Ha scritto con Massimo Izzi il saggio Fate. Da Morgana alle Winx.
Il ladro di nebbia è il suo primo romanzo, un fantasy anomalo che l’ha segnalata anche in fiere del settore come Lucca Comics and Games.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Una deliziosa pasticceria a Parigi, Laura Madeleine (Piemme, 2016) a cura di Elena Romanello

16 giugno 2016
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Petra studia Storia all’Università di Cambridge e si sta occupando di suo nonno, importante storico, per ricostruirne vita e opere: scartabellando nelle sue carte trova una lettera da lui firmata in cui chiede perdono per qualcosa che ha commesso a Parigi all’inizio del Novecento.
Nella Parigi del 1909, intorno ad una rinomata e famosa pasticceria, la Pâtisserie Clermont, famosa per i suoi macaroni, dolci amatissimi dalla regina Maria Antonietta e poi adottati dai francesi dopo la Rivoluzione, nasce l’amore tra Jeanne, la figlia del proprietario, e il giovane Guillaime du Frère, giunto da Bordeaux, aspirante ferroviere. Un amore che non può che essere ostacolato dalle convenzioni sociali e che sembra non destinato ad un lieto fine.
Parigi è sempre Parigi, e scegliere la capitale francese come sfondo per una storia è una mossa che di solito funziona, anche perché si può contare se non altro sul pubblico che la ama e legge il libro anche solo per sentire citati luoghi che rimangono nel cuore. Il rapporto letteratura cibo funziona da ben prima di Chocolat, e le pasticcerie non sono la prima cosa che viene in mente quando si pensa a Parigi, ma senz’altro esistono e hanno il loro fascino, così come ce li hanno i coloratissimi macaroni, che troneggiano sulla copertina del libro. Anche il rapporto tra passato e presente ha sempre il suo interesse, le ricerche oggi di storie perdute sono sempre un argomento che intriga, proprio perché in tempi in cui non c’erano i social era difficile capire cosa poteva succede alle persone.
Con tutte queste premesse, spiace però dire che Una deliziosa pasticceria a Parigi non mantiene le promesse a partire dalla colorata copertina, risultando comunque più convincente nella parte ambientata oggi che non in quella del 1909, di maniera, melodrammatica e poco avvincente nel presentare il topos abusato dell’amore contrastato che per conquistare deve riuscire ad essere almeno un po’ originale. D’accordo Parigi è sempre grande protagonista (anche se ci sono storie migliori sulla Villa Lumière) e anche il tema della pasticceria resta sullo sfondo, senza il sapore di buono e di goloso che emergeva da altri libri, a parte l’intramontabile Chocolat.
Un libro da consigliare a chi cerca una lettura d’evasione, ma forse non il migliore del genere: forse fosse stato solo ambientato oggi sul passato avrebbe funzionato di più. Peccato. Per l’autrice questo è il romanzo d’esordio, c’è da sperare che nelle sue prossime fatiche riesca ad essere più convincente e capace.

Laura Madeleine Dopo un passato come attrice di teatro e studi in letteratura, ha iniziato a scrivere per blog e riviste online. Una deliziosa pasticceria a Parigi è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore come novità da recensire, ringraziamo l’Ufficio stampa Piemme.

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:: Fiore di fulmine, Vanessa Roggeri, (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

15 giugno 2016
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Per il suo secondo romanzo Vanessa Roggeri sceglie di nuovo la sua Sardegna, ma non quella contemporanea: ci troviamo infatti nell’Ottocento, per raccontare la storia di Nora, ragazzina di campagna che sopravvive al tocco di un fulmine, e per questo motivo è discriminata dalle credenze della gente del paesino in cui è cresciuta, un tema che torna anche dal suo primo libro. L’unica speranza per lei è andare a Cagliari, dove prima abita in un convento di suore e poi va a servizio di Donna Trinez, una nobildonna che capisce cosa c’è nel suo animo. Ma le sue peripezie non sono certo finite perché dovrà confrontarsi con misteri, drammi e fantasmi del passato, in una casa che non è certo accogliente come sperava e oltre alla sua maledizione dovrà fare i conti con altro.
Siamo in Sardegna, ma l’intreccio narrato è da romanzo gotico vittoriano e ottocentesco, tra colpi di scena, ragazze in cerca di una loro vita (c’è qualcosa di Jane Eyre in Nora), misteri, fantasmi, case inquietanti: un insieme che funziona e che dà una visione diversa di una Regione d’Italia che oggi si conosce solo per il suo aspetto contemporaneo di luogo di mare da sogno e non per tutti, ma che ha al suo interno leggende, tradizioni, enigmi, misteri come nelle più nebbiose isole britanniche, soprattutto legate alla figura femminile, per antichi retaggi culturali di un matriarcato mai realmente scomparso.
Un Penny Dreadful nostrano, dal nome dei romanzi gotici ottocenteschi che hanno ispirato l’omonima serie di fantastico vittoriano, che racconta come anche in Italia, in luoghi insospettabili come la Sardegna possano emergere storie insolite e originali, tra realtà e paranormale, tra segreti non detti e eventi inspiegabili, partendo dall’archetipo della casa inquietante e ricca di misteri, nato proprio nell’Ottocento inglese e giunto con solo qualche aggiornamento più splatter (non presente nel romanzo di Vanessa Roggeri) fino a noi. Una storia di crescita femminile e di ricerca di sé, con al centro una protagonista insolita, versione moderna ma senza snaturamenti delle eroine ottocentesche. Tra l’altro è assodato e possibile sopravvivere allo scontro con un fulmine come capita a Nora, ma le proprie caratteristiche fisiche e psichiche rimangono comunque stravolte, cosa nota anche nella società di oggi così diversa dall’entroterra sardo dell’Ottocento.

Vanessa Roggeri è nata e cresciuta a Cagliari, dove si è laureata in Relazioni Internazionali. Ama profondamente la sua isola e le sue tradizioni e la sua passione per la scrittura è nata fin da quando la nonna le raccontava favole e leggende sarde intrecciate alle proprie memorie d’infanzia. Presso Garzanti è già uscito di suo Il cuore selvatico del ginepro, altra storia al femminile insolita ambientata in Sardegna.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: I bambini non hanno mai colpe, Ismete Selmanaj (Bonfirraro editore, 2016) a cura di Elena Romanello

11 giugno 2016
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L’Albania di oggi è un Paese profondamente complesso, lacerato tra un passato autarchico e un presente di consumismo sfrenato, una modernità voluta e cercata e antiche regole tribali che si ripercuotono nella vita di tutti i giorni, oltre ad essere un crocevia di attività non sempre regolari, che spesso finiscono sui mass media, ma che ormai sono considerate quasi una cosa normale a cui non dedicare più attenzione.
Nel parco di una città albanese viene trovato il cadavere di un uomo, di cui spesso si scopre l’inquietante doppia vita come pedofilo e trafficante di bambini, mentre una delle sue vittime è forse ancora viva ma non si sa dove. Il commissario Andi dovrà fare i conti con ferite mai sopite nella sua e in altre vite, con la corruzione contemporanea e con l’antica regola del kanun, il debito di sangue, a cui non sono estranei Gjegi e Sokol, due uomini che si sono fatti una vita lontana dall’Albania ma con ricordi e vendetta da compiere dal loro passato.
Il thriller è un genere sempreverde e che funziona in qualsiasi luogo lo si metta, soprattutto quando si mette poi al centro un’indagine nell’animo umano e denuncia sociale, come in questo caso. Il libro di Selmanaj Ismete è leggibile e godibile come thriller, con toni molto crudi e realistici, pochi arrivano i nostri e tanto di vissuto in un Paese non lontano dall’Italia ma che non si è in grado di conoscere fino in fondo, perché si è ancora legati a luoghi comuni non risolti da un quarto di secolo ormai di frequentazione.
La pedofilia è un dramma oltre che un crimine che è esploso in Albania dopo la caduta del regime comunista: l’autrice non dà nessun giudizio morale e di merito, racconta una storia inventata ma crudamente verosimile, che sa essere avvincente ma in certi punti è insostenibile. Una storia albanese per caratteristiche, regole di vita locali, richiami alla tradizione, ma che per certi caratteri può essere anche universale.
La Bonfirraro Press ha già proposto l’autrice albanese Selmanaj Ismete e porta avanti da trent’anni un discorso di editoria indipendente e contro le logiche commerciali, proponendo libri come questo che aggiungono nuovi elementi a generi amati come il thriller, presentando un discorso complesso che fa riflettere e non lascia indifferenti. Perché storie come quella narrata nell’abisso in cui cade Andi con il suoi colleghi stanno avvenenendo anche adesso, in questo momento.

Ismete Selmanaj è nata a Durazzo, in Albania, si è laureata nel 1991 si laurea presso l’Università di Tirana in Ingegneria Edile, ma la sua vocazione è sempre scrivere, fin da quando era bambina. Vive sulla sua pelle la crisi politica albanese: nel 1992, infatti, decide di trasferirsi in Italia, risiedendo da allora in provincia di Messina. Con Bonfirraro lo scorso anno ha pubblicato il libro di successo Verginità Rapite che segna il suo esordio in lingua italiana, adottato dalla cattedra di “Cultura e Letteratura Albanese” presso l’Università di Palermo. I bambini non hanno mai colpe è il suo secondo romanzo.

Source: inviato dall’ editore al recensore.

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:: Le mille vite di Mi-Kun. Storie di gatti giapponesi, Leiji Matsumoto (Hikari, 2016) a cura di Elena Romanello

11 giugno 2016
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Leiji Matsumoto è un nome notissimo agli appassionati di manga e anime della prima ora, quelli cresciuti tra fine anni Settanta e primi anni Ottanta, perché è l’autore di opere ormai considerate dei classici come Capitan Harlock e Galaxy Express 999.
In realtà la carriera dell’autore è molto più lunga e variegata, inizia quando è giovanissimo con varie storie brevi, anche non di argomenti fantascientifico, che sono arrivate in Italia molto dopo le sue opere più celebri, completando il quadro creativo di un autore eclettico e mai scontato o banale.
Le mille vite di Mi Kun, proposta di 001 Edizioni nella divisione Hikari, raccoglie le storie che Matsumoto ha dedicato ai gatti che ha avuto nel corso degli anni, sempre di nome Mi Kun, qui protagonisti di avventure in contesti non reali ma verosimili, da cui emerge il grande amore del maestro per i felini, sempre presenti nelle sue opere, a cominciare dal gatto del dottor Zero di Harlock, e comunque l’interesse che c’è per loro in Giappone, Paese molto diverso per la condizione di cani e gatti rispetto ad altri dell’Estremo Oriente.
Un volume con varie storie brevi, per raccontare le avventure di Miki Kun e di altri gatti di un quartiere, tra umorismo e malinconia, con lo stile noto di disegno dell’autore, tra personaggi grotteschi e simpatici e figure idealizzanti, in un microcosmo minmalista ma mai noioso o già visto.
Un volume per tutti gli appassionati delle opere del maestro Matsumoto, che ha saputo riempire le sue storie feline di spunti interessanti, poesia, dolcezza, avventura, ma anche un manga per chi non è particolarmente appassionato del genere ma cerca storie di qualità e magari ama i gatti. Perché Miki Kun è un inno all’amore per i gatti, non l’unico manga in tema, ma senz’altro uno dei migliori, capace di dimostrare il talento di un autore anche quando è lontano dai personaggi che l’hanno portato al successo.
Tra le righe, si possono trovare somiglianze di trama con un recente romanzo, Il gatto venuto dal cielo di Takashi Hiraide, con sempre al centro un gatto che cambia la vita delle persone con cui viene a contatto e resta nei loro cuori per sempre: un messaggio universale per chi ama gli animali e oltre ai confini del Paese in cui viene lanciato.
Le mille vite di Mi Kun è un titolo da regalarsi e regalare, un bouquet di storie tenere ma non zuccherose, malinconiche ma non patetiche, piene di poesia, arricchite dalle foto dei gatti di Leiji Matsumoto, che convivono ancora con lui oggi.

Leiji Matsumoto, classe 1938, è uno dei più popolari autori di manga viventi. Tra le sue opere ci sono Capitan Harlock, Galaxy Express 999, La regina dei mille anni, Danguard, Queen Emeraldas, The Shadow Warrior, L’anello del Nibelungo, e le giovanili Storie di un tempo lontano e Il mondo quadrimensionale. Alcune sue opere di successo sono state trasposte in animazione, come l’icona Capitan Harlock. In Italia i suoi fumetti sono stati pubblicati a partire dagli anni Novanta, da editori quali Granata Press, Hazard edizioni, Planet Manga, 001 Edizioni, Goen.

Source: dono dell’editore nella persona del direttore Antonio Scuzzarella al recensore, che ringraziamo.

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:: Ross Poldark di Winston Graham, (Sonzogno, 2016) a cura di Elena Romanello

10 giugno 2016
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Cornovaglia, 1783: il nobile Ross Poldark torna a casa dopo aver partecipato alla guerra d’indipendenza americana, e scopre che la tenuta della sua famiglia è in rovina dopo la recente morte di suo padre e la sua amata Elizabeth sta per sposarsi con un altro uomo dopo averlo creduto morto per un equivoco. Il ritorno non è dei migliori, ma Poldark decide di rimettere in sesto la sua casa, Nampara, con la miniera ad essa collegata, di cui intuisce le potenzialità: in questa sua impresa è aiutato da due servi rimasti fedeli, dalla cugina Verity e da Demelza, una ragazzina povera che salva da un pestaggio e prende come serva in casa sua, con la quale nascerà qualcosa nel corso degli anni. Però i problemi non mancheranno, anche con Elizabeth che comunque non l’ha dimenticato e con chi comunque non accetta il suo ritorno e i cambiamenti che vuole fare.
I romanzi storici hanno spesso un difetto: scadono in polpettoni sentimentali inverosimili, tra peripezie improbabili e storie di sesso focoso, con amori tra indomite fanciulle e uomini ultra virili che non devono chiedere perché tutto è loro concesso. Non è questo il caso di Ross Poldark, storia del Settecento scritta nel Novecento, ma erede del grande romanzo inglese, da Fielding a Dickens, racconto di un’epoca e di un ritorno a casa e alla normalità, tema universale di tanti momenti storici, ma anche di una società, di regole di vita, di atmosfere, ambienti, di un momento comunque di transizione verso la modernità.
Winston Graham non lesina colpi di scena e passioni, ma in maniera verosimile e interessante, costruendo un mondo perduto ma che c’era, quello dell’aristocrazia britannica di fine Settecento, divisa tra fasti ormai irraggiungibili e la necessità di dover cambiare la propria vita diventando un ceto lavoratore, già raccontata da Jane Austen ma qui rappresentata in maniera più completa, in tutte le sue sfumature. Un mondo in cui l’autore si districa a meraviglia, creando un personaggio che resta nel cuore, realistico, cresciuto dal ragazzo che era partito entusiasta e incosciente per la guerra, che deve fare i conti con perdite, lutti e un passato che non torna, ma anche con un avvenire che può essere diverso. Tra i personaggi che affiancano Ross Poldark, spicca Demelza, eroina tra Dickens e Charlotte Bronte, volitiva senza essere in anticipo sui tempi, un grande amore a sorpresa per il protagonista, con cui sfiderà le convenzioni dell’epoca.
Ross Poldark è il primo di una serie di libri su questo personaggio, che Sonzogno pubblicherà a ruota, dopo una prima, parziale proposta della saga negli anni Settanta, sull’onda del bello sceneggiato della BBC che era arrivato anche in Italia e che non è stato stranamente più riproposto. Nel 2015 è stato realizzato un remake di questo sceneggiato, sempre dalla BBC, e c’è da sperare quindi che il personaggio di Poldark, affascinante e realistico, goda di una riscoperta anche qui in Italia, visti i suoi meriti.

Winston Graham (1908-2003), nato a Manchester e trasferitosi a diciassette anni a Perranporth in Cornovaglia, è stato un noto e prolifico romanziere inglese, famoso principalmente per la saga Poldark e per il thriller Marnie, portato sul grande schermo da Alfred Hitchcock. Questo è il primo dei dodici romanzi della fortunata serie ambientata tra il 1783 e il 1820, che con 40 edizioni internazionali e milioni di copie vendute rappresenta un vero e proprio classico tra i romanzi storici. La saga ha avuto due adattamenti televisivi di straordinario successo, entrambi prodotti dalla BBC: la prima volta nel 1975, con una serie tv trasmessa anche in Italia; la seconda nel 2015. Questa è la prima traduzione integrale pubblicata in Italia.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Sonzogno.

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:: Il matrimonio degli opposti, Alice Hoffman (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

3 giugno 2016
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In questi anni le librerie si sono riempite di romanzi su pittori e pittrici, sulla loro vita artistica e personale, sui loro amori, sulle loro tragedie e gioie. Finora però non avevano trovato spazio le vite dei genitori di questi geni dell’arte, spesso rimasti nel dimenticatoio rispetto ad amanti, coniugi, figli, modelli e modelle che da anni imperversano in storie di tutti i generi.
Il matrimonio degli opposti, ultima fatica di Alice Hoffman, racconta la storia della madre di Pissarro, uno dei padri dell’Impressionismo, una vita basata su fatti e ricerche reali ma romanzata e romanzesca, tra le colonie delle Antille e Parigi.
Rachel, figlia volitiva e amante della cultura di una famiglia ebraica, cresce nell’Isola di St Thomas, possedimento del re di Danimarca che ha garantito diritti religiosi e civili altrove negati agli ebrei e non solo. La rovina economica del padre la costringono appena adolescente a sposare un vedovo di trent’anni più vecchio di lei, membro eminente della comunità giudaica, con cui non ha una vita granché felice, e che poi muore comunque dopo non molti anni di matrimonio. Rachel conosce poi il giovane nipote del marito, Frédéric Pizzarro, con cui nasce una grande passione, che verrà coronata dalla nascita di Camille, che diventerà famoso con il cognome appunto di Pissarro.
Alice Hoffman ricostruisce l’atmosfera dell’inizio dell’Ottocento, con perizia e raccontando la storia tra vari punti di vista, in prima persona per Rachel e in terza per gli altri personaggi, tra Parigi e le Antille, in atmosfere che all’epoca erano viste come un vero e proprio paradiso perduto spesso celebrate in letteratura fin da allora. Alla vita di Camille Pissarro viene dedicato relativamente poco spazio, solo verso la fine con Rachel ormai anziana, ma quello che è interessante è sentir rivivere un mondo lontano, raccontato senza concessioni al melodramma e al romanzetto sentimentale, anche se non mancano peripezie, intrighi, passioni, drammi, separazioni, incontri e tanto altro.
Un libro meno artistico di altri dedicati ai pittori, ma senza dubbio non privo di interesse per gli amanti del romanzo storico, visto in una prospettiva al femminile, perché di donne si parla, da Rachel a Jestine, un’amica quasi come una sorella, creola e figlia della cuoca di colore di famiglia. Per rivivere un’epoca, che emerge dalle pagine del libro con suoni, profumi, spezie, vento, odore di mare, colori, che comunque influenzò l’arte di Pissarro, non uno degli impressionisti più famosi qui in Italia, dove sono più noti Monet e Renoir, ma senz’altro da riscoprire.

Alice Hoffman è nata a New York nel 1952. È autrice di numerosi romanzi di successo, tra i quali The Museum of Extraordinary Things e The Dovekeepers, entrambi New York Times bestseller. Vive nei pressi di Boston.

Source: libro letto al Gruppo di lettura Neri Pozza di Torino.

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:: La casa delle vergini, Ami McKay (BEAT, 2015) a cura di Elena Romanello

1 giugno 2016
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Nella New York del 1871, i bassifondi sono un girone infernale che inghiotte innanzitutto giovanissimi e giovanissime, divisi tra crimine, accattonaggio, prostituzione.
Moth è una delle creature che vivono a Chrystie Street, figlia di una chiromante e cresciuta senza aver conosciuto suo padre: a soli dodici anni viene venduta a Mrs Wentsworth, giunta a Chrystie Street in cerca di cameriere. La vita presso questa padrone è durissima e Moth cerca di scappare, incontrando Miss Everett, che gestisce una pensione speciale, una cosiddetta casa delle vergini, bordello particolare in voga allora quando si credeva ancora che per un uomo malato fare sesso con una ragazzina ancora illibata fosse prodigioso. Sembrerebbe un abisso senza fine, ma Moth incontrerà nella casa la dottoressa Sadie, che forse sarà la sua salvezza da una condizione senza speranza, un riscatto da una condizione di vittima di violenze e depravazioni.
La condizione delle classi povere dell’Ottocento è stata trattata in tantissimi romanzi, a cominciare da quelli del contemporaneo Charles Dickens, che non poteva però per ragioni di censura parlare di certi inferni e abissi che toccavano ragazzine e ragazzini, anche e soprattutto nella Londra vittoriana tanto moralista ma solo di facciata. Tra l’altro, oggi si sente parlare di prostituzione adolescenziale come di una novità indotta dal consumismo e magari dalla richiesta di certi personaggi di spicco, ma in realtà è una piaga vecchissima, che nell’Ottocento, secolo di inurbazione forzata e di immigrazione, raggiunse tra le maggiori vette di diffusione proprio in Occidente, complici anche gli inesistenti diritti per donne e bambini e l’impunità del commercio sia per quello che riguardava gli sfruttatori che i clienti.
La casa delle vergini racconta una storia di emarginazione e riscatto al femminile, in un passato interessante ma non certo da rimpiangere ma restituito con grande interesse, parlando anche di argomenti scabrosi ma senza essere mai fastidioso e volgare, costruendo un’eroina realistica, che lotta contro i limiti della sua condizione senza diventare romanzesca o stupida. Un romanzo sociale senza retorica, per ricordare come certi drammi sono eterni e non sono certo da sottovalutare o da esaltare, perché di Moth ce ne sono tante ancora oggi, alcune in luoghi remoti del pianeta e altre magari nelle nostre città, magari con premesse diverse, magari non c’è più il mito della vergine risanatrice, ma resta come dramma sociale e vergogna per chiunque abbia a cuore i diritti dei più deboli.

Ami McKay è nata in Indiana. Il suo romanzo d’esordio, The Birth House, ha ottenuto numerosi riconoscimenti in Canada, tra cui il prestigioso CBA Libris Awards. Con La casa delle vergini ha raggiunto il successo e la notorietà internazionali. Vive in Nova Scotia con il marito e i due figli.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa BEAT.

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