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:: “Il soprannaturale in san Giovanni Paolo II” di Giuseppe Portale (Edizioni Segno), a cura di Daniela Distefano

11 settembre 2024

Karol Wojtyla – questo il nome secolare del compianto Pontefice, oggi Santo, prima che venisse innalzato al Soglio di Pietro il 16 ottobre 1978 – è stato il primo Papa venuto dall’Europa Orientale. Con lui la Chiesa è divenuta davvero “universale”. Oggi, purtroppo, con la guerra in Ucraina si parla ancora una volta di “blocchi contrapposti”. Il Papa polacco non fu mai un Papa “straniero”. Con Giovanni Paolo II il Cristianesimo è tornato vivo come ai suoi albori e, nello stesso tempo, vicino agli uomini nostri contemporanei. Sin dalle prime mosse del suo pontificato, il Santo Wojtyla ha pensato soprattutto alla rievangelizzazione delle società fortemente secolarizzate. Le sue prime parole da Papa, possono essere veramente considerate come il grande manifesto di tutto il suo magistero: ”Non abbiate paura;aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo”, ripeteva di continuo, in particolare ai giovani. Un Papa ecumenico ( il “Papa del dialogo”), con precedenti sportivi, operaio, prete colto, anticonformista, che non gradendo il rigido protocollo vaticano, destò subito l’affetto del mondo dei fedeli e anche di quello laico. Colpisce, poi, il fatto che egli sia venuto da un Paese dell’Est: quella tanto martoriata Polonia nella quale professarsi cristiano, dinanzi al sistema sovietico, richiedeva grande fede e altrettanto coraggio.

Giovanni Paolo II è stato il Papa viaggiatore, i suoi pellegrinaggi lo hanno portato in terre lontane. Ha compiuto per ben trenta volte il giro del mondo. Anche anziano e malato, verso gli ultimi anni della sua vita, il Papa polacco divenuto internazionale, non rinunciò a compiere i suoi viaggi apostolici, seppur faticosi e impegnativi.

Il suo Pensiero era nutrito di Fede e Sapienza. Come affermato da Wojtyla nell’enciclica “Veritatis Splendor”, la libertà non è pensabile se non in vista della verità, anzi la libertà è se stessa nella misura in cui realizza la verità sul bene. Insomma, la verità è oggettiva ed assoluta, in quanto rappresentata da una persona: Gesù Cristo, che ha redento l’intera umanità con la Sua Morte e Resurrezione, dando a tutti la possibilità di emanciparsi dal peccato commesso dai nostri “progenitori Adamo ed Eva”. Dunque, il compito dell’umanità, dei credenti e dei non credenti, è quello di tornare a Cristo.

Uno dei fatti più eclatanti e misteriosi, dove si rivela già un qualcosa di soprannaturale nella vita del Santo Papa Giovanni Paolo II è, certamente, quello dell’attentato alla sua vita avvenuto in Piazza San Pietro nel pomeriggio di mercoledì 13 maggio 1981. Quando il killer Alì Agca sparò al Sommo Pontefice a distanza ravvicinata, la mano della Vergine Maria deviò la pallottola.

Resta nella memoria il toccante incontro in carcere tra Wojtyla e l’uomo che aveva cercato di ucciderlo, il quale non gli chiese nemmeno perdono, ma mosso da curiosità cercò di sapere come mai il Santo Padre non fosse stato colpito in parti vitali: eppure lui aveva mirato giusto! Se fosse vero, cioè, che egli, Papa Wjotyla, godesse della protezione della Madonna. Nonostante la mancata richiesta di perdono, il Papa fu generoso e lo abbracciò lo stesso.

Giovanni Paolo II era informatissimo sul “Problema” in Sicilia, una terra che pagò, in quegli anni, un prezzo altissimo in vite umane cercando di opporsi ad una mafia violenta che non risparmiava nessuno. La risposta della mafia al discorso del Papa nella Valle dei Templi di Agrigento non si fece attendere. La sera di mercoledì 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno, infatti, il parroco di San Gaetano, nel popoloso quartiere di Brancaccio, a Palermo, don Pino Puglisi, fu ucciso con un colpo alla nuca da un gruppo di killer davanti il portone di casa.

Il Sommo Pontefice intervenne la mattina del giorno dei funerali, e chiese a San Francesco: ”Agli offesi da ogni genere di cattiveria comunica la tua gioia di saper perdonare, a tutti i crocifissi dalla sofferenza, dalla fame e dalla guerra riapri le porte della speranza.

La Devozione Mariana – La Santa Vergine Maria è stata costante figura di riferimento della sua spiritualità e del suo magistero. Cominciò ad amare la Madonna sin da quando era bambino. Nel 1929, ad appena nove anni, rimase orfano della madre. Imparò a recitare il Rosario dal padre. Gli albori del futuro Totus Tuus, quale divenne per Amore di Maria Santissima.

San Giovanni Paolo II per me, e per molti ragazzi e ragazze cresciuti alla scuola dei suoi occhi dolci e della sua voce musicale, è stato semplicemente un nonno, il Nonno di tutti i bambini, dei ragazzini, delle fanciulle che vedevano nei suoi insegnamenti un modo per avvicinarsi a Gesù e a Maria Santissima. Per questo oggi lo rimpiangiamo mentre con singulti dell’anima preghiamo che interceda per noi dal Cielo. Che ci doni una Chiesa non più così secolare, ma come quella delle origini.

Papa Wojtyla è morto la sera del 2 aprile 2005, guardando la finestra, raccolto in preghiera. Innumerevoli furono i casi segnalati di miracoli per intercessione del Santo Padre. Santo subito, il grido unanime.

Da quella finestra ci affacciamo noi adesso e guardiamo in sù per leggervi una scritta formata da catene di nuvole: “Non abbiate paura!”.

:: “La Santissima Vergine Maria. Figlia, sorella e regina degli angeli”(Edizioni Segno) di Marcello Stanzione, a cura di Daniela Distefano

13 luglio 2024

E’ stato il Beato Bartolo Longo a rivelare come Iddio, dopo aver creato gli Angeli, manifestò ad essi il Mistero della Incarnazione del Verbo nel seno di una Donna singolare, l’Immacolata. Per questo, fu ordinato loro di onorare e venerare la Madre di Gesù Uomo-Dio, quale Regina e Signora.

San Michele, umile e fedele a Dio, guidò l’esercito degli Angeli buoni. E apparve nel Cielo un vessillo, il “signum magnum” descritto da San Giovanni, cioè Donna ammantata di sole, con il capo inghirlandato di dodici stelle, e la luna tenuta sotto i suoi piedi.

Quale meraviglia contemplare un istante l’anima umana di Maria dove non vi fu mai né disordine, né imperfezione, né colpa, né preoccupazioni mondane o frivole, ma solamente l’adorazione, l’amore e l’unione a Dio in una preghiera di tutti i momenti, poiché, pregare, è pensare a Dio amandolo come diceva Tommaso d’Aquino. E questa purezza dell’anima traspariva sul suo corpo. Quanto doveva essere bella Maria! Quanto è bella la nostra Mamma del Cielo!

E quanto è Buona Maria Santissima, ragione della nostra esistenza.

Maria d’Agreda afferma che la Beata Vergine nutriva un grande amore per gli uomini e che questo amore era una delle principali grazie ch’ella riceveva in preparazione dell’Incarnazione, affinché Nostro Signore, come uomo potesse ricevere questa qualità da sua Madre per eredità, per trasmissione.

La Madonna, poi, è stata messa a parte e al di sopra di tutte le creature anche a causa delle sue sofferenze. E questo è il mistero della “Compassione di Maria”.

Le anime che sono più unite a Gesù Cristo, che le sono più care, Egli le inizia più perfettamente alle sue sofferenze con la conoscenza ch’esse ne hanno e con la comunicazione che Gesù fa loro. Si comprende allora il ruolo delle anime tutte date a Dio, come “Vittime d’Amore” per il riscatto del mondo, si comprendono le sofferenze straordinarie da parte dei grandi mistici, le stimmate… E’ dunque nel dolore che Maria diede alla luce i suoi altri figli, sul Calvario, adottando come Figli i membri del Corpo Mistico di Gesù Cristo.

Ma come possono gli uomini afflitti per i loro peccati andare in Cielo? Per mezzo di Santa Maria degli Angeli. Ad imitazione di San Francesco, possiamo anche noi chiedere alla Regina degli Angeli di renderci più attenti e sensibili alle ispirazioni di questi spiriti angelici, a cominciare da quelle del nostro personale angelo custode. Potremmo ugualmente pregare più sovente gli angeli, poiché possono aiutarci ad amare meglio e servire il loro Re e la loro Regina, che sono anche i nostri. Potessimo noi salutare la Vergine con le nostre Ave Maria quotidiane come l’Arcangelo Gabriele lo fece la prima volta a Nazareth oltre duemila anni fa.

Il Beato – e a breve Santo – Carlo Acutis fu un ragazzo devoto di Maria e degli Angeli. Ogni giorno recitava il rosario in onore della Vergine. I suoi compagni sono concordi nell’affermare che Carlo è stato un vero annunciatore di Gesù e testimone del Vangelo spesso parlava del rischio di potersi perdere con il peccato mortale nella dannazione eterna. Prima di affrontare il supplizio della malattia dichiarò: “Offro tutte le sofferenze che dovrò patire al Signore per il Papa e per la Chiesa…e per andare diritto in cielo”. Stroncato da un’emorragia cerebrale, morì il 12 ottobre 2006 a 15 anni.

Concludo dicendo che il testo di Marcello Stanzione, godibilissimo, è impreziosito da citazioni e preghiere a Maria, Regina degli Angeli.

Ecco una citazione di San Bonaventura: “Vi è una nuova beatitudine da aggiungere a quelle che sono state proclamate da Nostro Signore, è questa: ‘Beati quelli che si sono confidati alla Santa Vergine, il loro nome è iscritto nel Libro della vita’”.

La Nona Beatitudine – Con la tua santa Verginità e la tua Immacolata Concezione, o Vergine purissima e Regina degli Angeli, ottieni che il mio corpo e la mia anima siano purificati. Amen. Gli Angeli hanno ammirato questo sublime mistero dell’Immacolata Concezione, tutto l’inferno ha fremuto, e la Vergine Madre, come un’aurora brillante, è venuta ad illuminare quelli che erano nelle tenebre della morte. Io ti benedico e ti venero, o Maria, voi che siete la Gioia degli Angeli, la Consolazione degli afflitti ed il Giardino delle delizie dello Spirito Santo. Amen.

Per San Luigi Grignion di Monfort, “L’Ave Maria è una rosa vermiglia che si presenta a Maria, è una perla preziosa che le si offre, è una coppa di nettare che le si dona”.

:: “Il Volto Santo di Gesù. Beata madre Maria Pierina de Micheli” (Edizioni Segno) di Vincenzo Speziale, a cura di Daniela Distefano

8 giugno 2024

Mi si presentò Gesù col volto insanguinato e, dopo avermi comunicato le sue pene, mi disse:’Mia diletta, ti rinnovo l’offerta del mio Santo Volto perché l’offri incessantemente all’Eterno Padre; con questa offerta otterrai la salvezza e la santificazione delle anime. Quando poi la offrirai per i miei sacerdoti, si opereranno meraviglie’”.

Il Signore scelse suor Pierina de Micheli come strumento per diffondere i Suoi Messaggi di Amore e Salvezza.

Giuseppina, questo il suo nome prima della consacrazione, non cercava e non voleva la vocazione da ragazza. La lotta fu tremenda ma alla fine capì che in Gesù c’è la vera libertà, libertà di essere e di sentirsi amati, per cui alla fine decise di dirgli sì. Un giorno, passeggiando con sua madre e dopo aver pregato per avere lumi e scegliere in quale Congregazione entrare così gli disse:

Io entrerò nel convento dove sono le suore vestite di color del cielo!” Tramite il fratello sacerdote, don Riccardo conosce due suore venute dall’Argentina, da Buenos Aires, dove c’erano le Suore Figlie dell’Immacolata Concezione e che vestono veramente l’abito del color del cielo. Giuseppina comprende che è quello l’ordine religioso dove il Signore la chiama. Undici anni dopo, all’età di 23 anni, prende la decisione di farsi suora, era il 15 ottobre 1913. Cominciano le prove, ma lei non vede l’ora di poter “dare a Gesù, dare sempre, dare tutto”.

Il 27 maggio 1938, Gesù le si presenta in uno stato da far pietà anche ai cuori più induriti e le dice: ”Contempla il mio Volto e penetrerai gli abissi di dolore del mio cuore. Consolami, e cerca anime che s’immolino con Me, per la salvezza del mondo”.

Il 21 novembre dello stesso anno, Gesù le appare grondante sangue e oppresso da grande tristezza e gli dice: ”Vedi come soffro? Eppure da pochissimi sono compreso. Quante ingratitudini da parte di quelli che dicono di amarmi! Ho dato il mio Cuore come oggetto sensibilissimo del mio grande amore per gli uomini, e do il mio Volto come oggetto sensibile del mio dolore per i peccati degli uomini: voglio sia onorato con una festa particolare nel martedì di quinquagesima, festa preceduta da una Novena in cui tutti i fedeli riparino con me, unendosi alla partecipazione del mio dolore”.

Nel 1939, Gesù nuovamente le appare e ripete: “Voglio che il mio Volto sia onorato in modo particolare il martedì”.

Prima di concludere, la beata suor Pierina ci parla di tre potenti armi contro Satana: prima il Santo Nome di Gesù. E’ un nome che Satana non sopporta perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sottoterra. La seconda arma è il sangue di Cristo. L’invocazione del sangue di Cristo. E’ il sangue di Cristo che rimette i peccati, senza questo non c’è remissione dei peccati.

Terza arma la devozione alla Santa Vergine Maria. Dall’inizio del libro della Genesi si dice che il frutto di una donna avrebbe schiacciato il frutto di Satana.

L’Amore di Gesù per l’umanità è inconcepibile ancora alle nostre menti e ai nostri cuori. Siamo circondati da un filo spinato che ci impedisce di pascolare tra i verdi prati della gioia eterna. Per superarlo, basterebbe amare la Santa Croce e sopportare ogni giorno quella piccola nostra.

Il Signore un giorno le disse: “Non posso essere tolto dalla croce finché ogni uomo, donna e bambino non si saranno uniti a te per tirarmi giù”. Suor Pierina le rispose:”Cosa posso fare? Non posso sopportare il tuo grido!”. Gesù le rispose:

Va’ nel mondo e annuncia a ogni uomo che incontrerai che c’è un uomo sulla croce per lui”.

:: Santa Veronica Giuliani. Visioni e rivelazioni di Vincenzo Speziale (Edizioni Segno) a cura di Daniela Distefano

4 Maggio 2024

Mio Dio, eccomi pronta a qualsiasi pena, purché si convertano a Voi tutti quelli che vi offendono. Mio Dio, Vi chiedo anime: queste vostre piaghe siano voci per me e dite con me medesima: o anime redente col sangue di Gesù, venite a queste fonti di amore. Io vi chiamo, e queste sante piaghe fan voce per me; però venite tutte”.

Orsola Giuliani nacque in un piccolo borgo della provincia di Pesaro-Urbino, Mercatello sul Metauro, 1361 anime, luogo di quiete, pascetudine, ma anche aguzzi ficcamenti di tenebre, il paradiso sulla Terra è un abbaglio luciferino. La futura Santa, ultima di sette figlie, già all’età di tre anni comincia ad avere visioni di Gesù e Maria che dai quadri si animavano e gli sorridevano e lei ricambiava con queste espressioni: “Gesù bello! Gesù caro! Io ti voglio tanto bene!”.

Dopo molti anni, una volta mentre faceva orazione, le parve di vedere il Signore con un paio di scarpette in mano tutte d’oro, e le disse: Queste son le scarpe che tu mi desti da piccola. Il povero ero io. – E subito disparve.

Durante il processo di canonizzazione, venne dichiarato che questo povero era in abiti da pellegrino e che la seconda scarpetta che Orsola gli gettò dalla finestra, rimase sopra l’architrave della porta di casa, al ché il pellegrino si sollevò in aria e andò a prendersi la scarpetta.

Ben presto, inizia la battaglia, “Io ti ho eletto per grandi cose, ma ti converrà patire molto per mio amore”. Quest’ultima parola restò così impressa nella sua mente che le servì d’aiuto. Così ogni volta che le sopraggiunge qualche patimento, pensa: per chi si deve patire?

I tormenti di suor Veronica trovano sollievo solo quando va in chiesa, ma il diavolo doveva metterci sempre lo zampino, assieme ai suoi servitorelli.

La santa scrive nei Suoi diari: “Mentre facevo penitenze, parve che si scatenasse l’inferno tutto, sentii rumori, urli e stridi, fischi come di serpenti. Alla fine parvemi di sentire una confusione di voci, né potevo capire cosa dicessero. Solo ricordo che alla fine dissero: “Maledetta che sei! Te la faremo così scontare”. Già il tentatore non voleva che si pregasse per la conversione dei peccatori, ed io presi animo… e andavo ai piedi di Gesù Crocifisso e di cuore mi mettevo per mezzana fra Esso e i peccatori, e una volta con voce sensibile mi disse: ”Mia sposa, mi sono grate codeste tue carità che fai a quelli che stanno in disgrazia mia, perciò ti confermo per mezzana come tu brami”.

Questa missione di mezzana la prende così tanto che i demoni la temono, specie quando si mortifica per la conversione dei peccatori. Oltre alle imprecazioni e alle grida orrende, gli urlavano di smettere di pregare, ma lei chiaramente continuava e sempre con maggiore fervore, tanto che i demoni presi dalla rabbia, le massacrarono un piede.

Esprimeva il suo amore in mille modi e spesso, anche nelle notti gelide dell’inverno correva nell’orto a fare a penitenza, abbracciava il cipresso e poi si metteva a urlare:”O peccatori ostinati venite a Dio e di cuore pentitevi, perché Esso vi ama, ed invece di castigo vi darà il suo amore. Venite, venite, lasciate il peccato, tornate a Dio. Via! Non più vi offese di Dio, ma pentimento e amore. A Dio, a Dio!”.

Suor Veronica vuole somigliare al suo Sposo e Gesù gli dona la corona di spine:

Mi si presentò il Signore tutto piagato e coronato di spine. Stavo tra questi sentimenti: il suo Amore infinito e la mia ingratitudine. Signore mio, dicevo, datemi questa corona perché le punture delle spine siano voci per me per dirvi quanto io desideri amarVi”.

Il Signore le disse: “Queste pene le sentirai finché avrai vita, quando più quando meno secondo che vorrò io”.

Morì il nove luglio 1727, fu beatificata nel 1804 da papa Pio VII e canonizzata nel 1839 da papa Gregorio XVI.

La storia di questa Santa è intessuta di miracoli, visioni del Paradiso, lotte contro il demonio, battaglie, naufragi, pericoli di finire nel precipizio della perdizione, ma anche fiducia nella Bontà Divina superiore ad ogni sforzo umano. “Parvemi di sentire di molti suoni e canti di paradiso; e sentivo che cantavano quel verso: Veni sponsa Christi; accipe coronam quam tibi Dominus praeparavit in aeternum.Tutti i santi e sante risposero:Amen. Il Signore si cavò l’anello dal suo costato: “Ti voglio fare questa grazia per mia sposa”. Così dicendo mi pose l’anello in dito, e di nuovo, cantavano tutti quell’antifona: Veni sponsa Christi.

“Io faccio voto e prometto a voi, o dolcissimo sposo, alla Beata Vergine, al Padre S. Francesco, alla Madre Santa Chiara, a tutti i santi e sante, di voler osservare, tutto il tempo della mia vita, la regola e vita delle povere suore di Santa Chiara, ed anco le regole datemi da voi, o mio Sposo, vivendo in obbedienza, senza proprio, ed in castità, osservando la clausura ordinata dalla costituzione dell’ordine”. Il Signore le rispose:Ed io ti dico:se tu ciò farai, ti prometto la vita eterna”. Non ricchezze, non potere, non carriera, ma qualcosa che trascende queste cose terrene. Santa Veronica aveva anche predetto che la sua agonia sarebbe durata 33 giorni, perché doveva sostenere tre purgatori per espiare l’umanità peccatrice ed impenitente. Nessuno riesce a procurarle un poco di sollievo nelle sofferenze e nei dolori, ed è questo il primo purgatorio, il secondo deve sostenerlo a causa delle continue vessazioni che il demonio le procura contro la fede, la speranza e le altre virtù cristiane. Il terzo purgatorio lo deve all’obbedienza cieca e senza riserve alla volontà di Dio. Santa Veronica ha una spiritualità marcatamente cristologica-sponsale: è l’esperienza di essere amata da Cristo, Sposo fedele e sincero, e di voler corrispondere con un amore sempre più coinvolto e appassionato. In lei, tutto è interpretato in chiave di amore, e questo le infonde una profonda serenità. Ogni cosa è vissuta in unione con Cristo, per amore suo, e con la gioia di poter dimostrare a Lui tutto l’amore di cui è capace una creatura. Il Cristo a cui la Santa è profondamente unita è quello sofferente della passione, morte e resurrezione; è Gesù nell’atto di offrirsi al Padre per salvarci. Da questa esperienza deriva anche l’amore intenso e sofferente per la Chiesa, nella duplice forma della preghiera e dell’offerta. La Santa vive in quest’ottica: prega, soffre, cerca la “povertà santa”, come “esproprio”, perdita di sé, proprio per essere come Cristo, che ha donato tutto se stesso. Il suo cuore si dilata, vivendo con ansia il desiderio della salvezza di “tutto l’universo mondo”. Veronica grida: “O peccatori, o peccatrici… tutti e tutte venite al cuore di Gesù; venite alla lavanda del suo preziosissimo sangue… Egli vi aspetta con le braccia aperte per abbracciarvi”. Animata da un’ardente carità, dona alle sorelle del monastero attenzione, comprensione, perdono; offre le sue preghiere e i suoi sacrifici per il Papa, il suo vescovo, i sacerdoti e per tutte le persone bisognose, comprese le anime del purgatorio. Riassume la sua missione contemplativa in queste parole:”Noi non possiamo andare predicando per il mondo a convertire anime, ma siamo obbligate a pregare di continuo per tutte quelle anime che stanno in offesa di Dio… particolarmente con le nostre sofferenze, cioè con un principio di vita crocifissa. Per lei, il soffrire con gioia è la chiave dell’amore. Le ultime parole della Santa possono considerarsi la sintesi della sua appassionata esperienza mistica: “Ho trovato l’Amore, l’Amore si è lasciato vedere!”. Oggi più che mai, questa umile Santa ci insegna come trovare la felicità anche su questa terra e ci suggerisce: “Abbandonandosi in tutto e per tutto, al solo divino volere, si partecipa un Paradiso in terra; perché stando l’anima nostra, in tutto, unita alla divina volontà, ella diventa una cosa sola con Dio che si comunica alla medesima anima, e le dà tutti i contenti, perché tutti i contenti si restringono tutti tutti, in questo solo volere di Dio. Ed ha tale efficacia questa divina volontà, che qualsiasi pena e tormento che ci avvenga, tutto ce lo fa apparire felicità e godimento. Trasforma il medesimo patire in gioia e contenti, perché un solo contento ci contenta in tutto: e questo altro non è che fare la volontà di Dio. Oh! Se mi fosse concesso di andare per tutto il mondo e poter far capire alle creature tutto questo gran bene affinché tutte si unissero a questa sola divina volontà! Credetemi che la stessa terra diverrebbe un Paradiso di viventi”. La Provvidenza divina ci sta additando questa Santa perché ci insegni la dottrina della Croce, che è dottrina di “espiazione”, di “penitenza”, di “sofferenza” per la salvezza delle anime.

Tutte queste cose da molti anni a questa parte non si sentono più nelle omelie, non si sente più parlare di peccato, di inferno e neppure di giustizia divina, ma solo di misericordia a basso costo, ma la cosa più grave è che non si hanno più quelle risposte che spiegano la morte e il dolore e dalla Chiesa vi è un esodo non indifferente. Stiamo perdendo, noi cattolici, noi battezzati, la fede, ma Santa Veronica viene in aiuto e ci dona tutte le risposte e le verità di fede che troviamo nei suoi scritti, solo la rugiada che ci serve per trovare nuova linfa al nostro modo di essere cristiani autentici.

:: “Le risposte di Padre Pio” (Edizioni Segno; prefazione di Mons. Pasquale Maria Mainolfi) di Alberto Politi, a cura di Daniela Distefano

25 dicembre 2022

E’ giunto anche il 25 dicembre 2022, un Natale diviso per l’Italia. Al Nord il gelo, al Sud temperature temperate. Un Natale di povertà da un lato, e di spreco dall’altro, in tutto il Paese. Sotto l’albero quest’anno tanta incertezza, e un serbatoio di fiducia, la Fede. Leggendo questo libro, qualche settimana fa, mi sono imbattuta nelle conversazioni dei Santi, nei consigli dei saggi, nella lungimiranza dei vecchi. Chi lo ha scritto così si è presentato nell’introduzione: “Sono un cittadino di Benevento e ho deciso di scrivere questo libro perché, come devoto di Padre Pio, nato in un paesino, Pietrelcina, a pochi chilomentri dalla mia città, ho raccolto e conservato da oltre 30 anni molte riviste sul venerato Padre e letto molti libri a lui dedicati”.

Il titolo allude al tesoretto di consigli, rimproveri, considerazioni religiose, di battute sagge o divertenti, di profezie del Santo di tutti dei nostri tempi così assetati di Bene, così rinsecchiti di spiritualità.

Cos’era la Santa Messa per San Padre Pio? Era “Tutto il Calvario. Tutto quello che Gesù ha sofferto nella sua Passione inadeguatamente lo soffro anch’io per quanto ad umana creatura è possibile. E ciò contro ogni mio merito e per sola sua bontà”.

Come mai il Signore permette dolori fino a tale intensità? Padre Pio risponde: “Il Signore lo fa per non dire che ci regala tutto. Egli, per umiliare la sua creatura, vuole da essa quel tantino – sebbene quel tantino glielo dia Lui stesso – affinché la creatura stessa glielo possa offrire”.

Per il Santo di Pietrelcina, poi, “la severità fraterna è di più grande valore che tutto il sentimento nel mondo messo insieme”. E più avanti: “Se tu sapessi come soffro nel dover negare l’assoluzione. Ma sappi che è meglio essere rimproverati da un uomo su questa terra che da Dio nell’altra vita…”.

San Padre Pio, nel rispondere ad una figlia spirituale, che gli domandava come fosse possibile per lui vivere con tanti dolori fisici e mistici disse: “Su una spalla ho la Chiesa di Dio combattuta e calunniata, sull’altra l’umanità alleata con l’antico nemico. Prega perché non resti schiacciato! Quello che mi fa piangere è che sulla terra non ci sarà più cuore!”.

Guardiamo le nostre mani, i nostri occhi, la nostra voce, non allo specchio dove abbelliamo la nostra anima, ma guardiamo dentro di noi, all’interno del nostro cuore, cosa vediamo al suo posto? Siamo ancora capaci di amare chi ci maltratta? Chi ci sottostima? Chi si volta dall’altra parte? Chi ci dice addio senza lacrime? Siamo ancora capaci di farci amare da chi ci chiede perdono? Da chi ha bisogno ma te lo dice camuffandosi? Da chi è troppo a terra per ringraziarti della tua coperta alla stazione centrale? Un pezzetto di croce a Natale, Signore, concedila anche a noi, come spiega San Padre Pio è un dolore che ti offriamo perché Tu tutto ci doni gratis, ma fà che questa croce possa essere di Amore, un incendio che prevalga sul nostro sfruttato ego.

Tanti auguri di Buon Natale a tutti i lettori di Liberi di scrivere.

Daniela

Source: libro del recensore.

:: Dentro la vita. Pensieri sull’arte e la vita di Paula Modersohn-Becker a cura di Claudia Ciardi (Via del Vento edizioni, 2018) a cura di Daniela Distefano

29 settembre 2019

Paula M. Becker 1[Worpswede, 4 ottobre 1898] ” Ho attraversato il villaggio immerso nel buio. Scuro era il mondo intorno a me, di un’oscurità fonda. Ed era come se quel nero mi toccasse e baciasse e accarezzasse. Ero in un’altra dimensione e mi sentivo felice, lì dov’ero. Che bello! Ero di nuovo vicina a me stessa e in uno stato di beatitudine, perché l’oscurità arrecava una dolce bellezza, come un uomo grande e premuroso. E splendevano le tenui luci nelle case, sorridendo alla strada e al mio passaggio. Anch’io ridevo a mia volta, raggiante e colma di riconoscenza. Sentivo d’esser viva”.

Morire a trentuno anni, nel pieno del ciclo produttivo artistico. E’ la sorte toccata alla tedesca Paula Modersohn-Becker (1876-1907), anticipatrice del primo espressionismo e protagonista di questo opuscolo in nuova traduzione. Si tratta di pensieri sull’arte e la vita che rappresentarono materia di studio e ispirazione per le giovani generazioni del suo Paese. Ecco le parole di Claudia Ciardi sul sul suo stile e la sua riflessione teorica:

Alla ricerca di una nitidezza del segno e di una semplificazione quasi archetipica, studia a fondo Cézanne, Guaguin e Van Gogh, quando ancora in molti non ne hanno afferrato il peso artistico. Da loro e dalle personalità riunite a Worpswede spreme la linfa indispensabile al suo linguaggio, un assolo che si lascia decifrare alle sorgenti del simbolismo e dell’espressionismo”.

Nella sua valigia di conoscenze e fari artistici, non manca di riporre la propria gratitudine nei confronti dei Maestri del Passato che hanno avuto un ruolo preponderante nell’edificare il suo evoluto concetto pittorico:

[Worpswede, 31 marzo 1902] “ Mi pare che Bocklin abbia imparato molto da Tiziano. Non lo nomina mai se non di rado. Gli era troppo affine? La mano che stringe i fiori nella Flora di Tiziano potrebbe averla dipinta Bocklin. Con quale facilità quei grandi del Rinascimento mettevano su tela le loro immagini! Esploro il taccuino di Tiziano. E’ come se queste rappresentazioni potenti, le figure con gli sfondi di paesaggio, tutto così sontuosamente risolto, l’insieme compositivo rigoroso, e non mi riferisco al realismo ma ai tanti stimoli cromatici propri della pittura moderna, insomma è come se questa fosse l’arte del futuro. O magari un pezzetto della mia arte? Tiziano fu davvero artista, un nobile spirito pieno di temperamento e di tensione formale. Vorrei anch’io cimentarmi così. Parlo adesso stimolata dalle sue riproduzioni. Forse l’originale avrebbe su di me un effetto completamento diverso”.

Un libro maturo che racchiude segreti rivelati con purezza, trasparenza, semplicità. Forse la fama di Paula Mondersohn Becker sarebbe stata anche più estesa se non avesse visto scadere troppo presto il biglietto della vita sulla Terra, ma chissà. Magari il futuro consegnerà alla sua memoria fiori secolari di ulteriore, mondiale, ricettività e apprezzamento. Il suo è il destino di chi precorre i tempi spargendo qua e là nel globo orme durevoli del suo sfavillante passaggio.

Paula Becker, nota come Modersohn dal cognome del marito, nasce a Dresda nel 1876, terza di sette figli, da madre della media borghesia e padre ingegnere. Nell’infanzia dedica tutto il tempo libero al disegno, viene quindi iscritta a una scuola d’arte a Brema, dove i Becker si sono trasferiti. Nel 1896 parte per Berlino, seguendo i corsi di disegno e pittura. L’anno seguente visita la colonia di artisti di Worpswede, a pochi chilometri da Brema, fondata da tre artisti fra cui Otto Modersohn, col quale si sposa nel 1901. Qui si lega di amicizia anche con Rainer Maria Rilke e la scultrice Clara Westhoff. Il suo matrimonio procede tra alti e bassi, soprattutto per il continuo desiderio di libertà che la spinge ad alternare lunghe trasferte parigine alla soffocante vita domestica di Worpswede. Il 2 novembre 1907 nasce la figlia Mathilde ma Paula muore neanche un mese dopo, a soli trentuno anni, per un’embolia dovuta a complicazioni post parto. Lascia settecento dipinti e mille disegni. I suoi scritti vengono pubblicati nel 1917. Considerata l’iniziatrice dell’espressionismo incarnato dalla Brücke, dopo la morte i suoi diari sono religiosamente studiati dalle giovani generazioni tedesche. Nel ’27 nasce a Brema il Becker Museum, primo museo al mondo dedicato a un’artista donna.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via del Vento Edizioni”.

:: La ballata del vento – Piccolo ma ostinato inseguimento di Mario Ferraguti (Ediciclo Editore, 2018) a cura di Daniela Distefano

18 settembre 2019

LA BALLATA DEL VENTO - Mario FerragutiIo ho cominciato l’inseguimento del vento chissà quando, credo molto presto, avrò avuto sì e no cinque anni, forse prima. Non ricordo perché, il vento cominci a seguirlo che non te ne accorgi; è solo dopo, col tempo, che ti rendi conto che inseguivi il vento”.

Partiamo dall’incipit di questo libriccino per goderci la trattazione ironicamente seria di Mario Ferraguti, ben sapendo che le sue non sono “parole al vento”, ma – in questo caso – sul vento e le sue manie. Veniamo trasportati nel viaggio verso l’ignoto, verso una materia che non ha consistenza, in grado però di provocare effetti della sua, a volte impetuosa, presenza. Chi cerca il vento va a finire che lo trova dappertutto; anche se sta fermo. Basta bagnarsi un dito, alzarlo in aria, e si sa già se c’è e da che parte tira.
“Chissà come fa, pensavo, qualcuno di invisibile a far tanta paura, chissà come fa ad avere tutta quella forza, quell’immensa potenza. E ha molta pazienza, lui prova e riprova, continua per ore finché in qualche modo non riesce a passare; delle volte ulula e urla, altre volte sembra andare poi torna”.
Mentre penso che i Mali dell’Umanità sono sempre gli stessi, solo aggravati, le pagine di questo delizioso opuscolo fanno una diagnosi rovesciata della Vita. Ci addoloriamo per una perdita, per un capriccio, per una trave entrata nell’occhio, e spesso diamo la colpa a cose, oggetti, Santi e Malefici insieme. Se non usciamo di casa perché in realtà abbiamo litigato con l’amoroso o con l’amica di chat, diamo la colpa al Vento, questo fantasma che ci accompagna in ogni momento dell’esistenza, fuori e dentro la porta. E’ multifunzionale come uno smartphone, ma più efficiente. In verità, “Se il vento dovesse proprio somigliare a un uomo – scrive l’autore – sarebbe un mago, un antico signore a cui va il rispetto e si bacia la mano”.
Elegante o felpato, irritante o prudente, il Vento fa parte dei nostri giorni in ognuna delle terrestri stagioni. Perché relegarlo tra le cose scontate? Mario Ferraguti con la sua ormai rilevata cifra stilistica, ci invita ad apprezzare il lato umano e non del Vento, un corpo impalpabile in grado di devastare o refrigerare a seconda dei casi. Basta non scherzarci troppo, basta dargli il giusto peso, riconoscendogli la dimensione magica di dono divino e insieme diabolico.

Mario Ferraguti abita a Faviano Superiore, sulle colline di Parma. Dopo una ricerca in Appennino, nel 2003 ha pubblicato La magia dei folletti nell’Appennino parmense e in Lunigiana (Luna editore, La Spezia). Nel 2005 il romanzo Malalisandra (Cadmo, Firenze), nel 2007 Dove il vento si ferma a mangiare le pere (Diabasis, Reggio Emilia) da cui è nato lo spettacolo teatrale Viaggio tra le figure magiche dell’Appennino con Giacomo Agnetti e Andrea Gatti. Nel 2009 ha realizzato il film Folletti, Streghe, Magie, il lungo viaggio nella tradizione dell’Appennino, vincitore di numerosi premi. Nel 2012 ha pubblicato Ti segno e ti incanto (Fedelo’s, Parma) sulle guaritrici e streghe d’Appennino, e ha realizzato Tre volte al tramonto, film/documentario girato da  Andrea Rossi. Nel 2014 ha pubblicato Sulle tracce del lupo che mi gira in testa (Fedelo’s, Parma), da cui è stato tratto lo spettacolo LM15 Storia di un lupo che finirà in Francia più di 1000 km dopo, con Paolo Montanari e Andrea Gatti. Nel 2016 ha pubblicato La voce delle case abbandonate. Piccolo alfabeto del silenzio (Ediciclo, Portogruaro) da cui è stato tratto il cortometraggio Olivia girato da Andrea Rossi. Nel 2017 ha pubblicato I mostri d’aria (Ediciclo, Portogruaro), con illustrazioni di Giacomo Agnetti. È tra gli organizzatori del PFAM (Piccolo Festival di Antropologia dellaMontagna) e ha realizzato numerosi reportage per il settimanale Panorama.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Sarah, Greta e Alice dell’Ufficio Stampa “Ediciclo Editore”.

:: Putin e la ricostruzione della Grande Russia di Sergio Romano (Longanesi e Co., 2016) a cura di Daniela Distefano

6 settembre 2019

PUTIN e... di Sergio RomanoLa Guerra fredda aveva un senso. Fu una guerra ideologica in cui il vincitore, verosimilmente, avrebbe imposto al nemico sconfitto, per usare parole ormai screditate dal troppo uso, la propria filosofia e i propri valori. Può sembrare retorico, ma vi era in quello scontro fra giganti una certa nobiltà. Due grandi idee – la dittatura del proletariato e il capitalismo democratico – offrivano al mondo due strade diverse verso un futuro migliore. Le due diverse prospettive hanno creato speranze, attese, impegno e sacrifici che non sarebbe giusto ignorare. Oggi ogni traccia di nobiltà è scomparsa. Il comunismo è fallito e, come accade sempre in queste circostanze, la memoria collettiva ricorda soltanto le sue pagine peggiori: i massacri della fase rivoluzionaria, la fame ucraina, la persecuzione del clero, le purghe, i gulag, il lavoro coatto, i popoli trasferiti con la forza da una regione all’altra. La democrazia capitalista non è in migliori condizioni. Il trasferimento del potere economico dai produttori di beni ai produttori di denaro ha enormemente allargato il divario fra gli immensamente ricchi e i drammaticamente poveri. Il denaro governa le campagne elettorali. (..) Possiamo deplorare molti aspetti del suo carattere (di Putin, ndr)e della sua politica. Ma vedo sempre meno persone in Occidente che abbiano il diritto di impartirgli lezioni di democrazia”.

Chi è veramente Vladimir Vladimirovič Putin, il padrone della Russia odierna, l’uomo non proprio “qualunque” che si nasconde dietro una maschera impassibile e ieratica? Sergio Romano, in questo libretto agile e ben ritmato, ce lo presenta sotto una luce più penetrante raccontandoci la Russia dalla caduta del muro di Berlino fino agli ultimi scontri con gli Usa per la crisi dell’Ucraina e la questione della Siria. Il testo è stato pubblicato prima delle elezioni americane che hanno visto la vittoria di Trump (nel 2016) e le polemiche successive sull’ingerenza dei russi nella campagna elettorale. L’autore scandaglia la disgregazione dell’Unione Sovietica e il potere assoluto di Boris Eltsin che ha traghettato la Russia dall’era comunista ad un capitalismo senza regole. Gli oligarchi che hanno preso velocemente il potere economico e hanno in parte influenzato le decisioni dei governi di Eltsin sono lo specchio di una Russia che ha riconvertito le sue risorse pubbliche in un business privato. Dunque prima di analizzare il “regno” di Putin, occorre fare un passo indietro. Eltsin, nell’ultima parte della sua vita e della sua carriera politica, è stato debole e permissivo. Di fatto, le sue scelte hanno permesso ad alcuni uomini di impadronirsi delle risorse minerarie e petrolifere del paese, di controllare giornali e tv e di accaparrarsi il controllo dei principali istituti bancari. L’avvento di Putin ha pirandellianamente cambiato tutto perché nulla venisse cambiato. Uno sconosciuto ufficiale del KGB in cerca di lavoro è diventato, in poco tempo, un uomo molto influente, a capo persino di un dipartimento del governo. La sua biografia è sconosciuta a tutti e anche lo storico Romano fatica a trovare informazioni sul suo passato. Quello che è certo è che Putin ha prestato servizio nel KGB durante la Guerra Fredda operando nella Germania dell’Est. E’ stato l’assistente del sindaco di San Pietroburgo. Poi il vuoto fino alla sua nomina ad alto servitore dello Stato e infine a capo del governo. Putin ha fatto una carriera folgorante. Ha solidificato in poco tempo il suo potere ed è riuscito ad imporre una visione vincente della Russia, senza rinnegare il periodo comunista, cercando di utilizzare tutti i valori a cui i russi sono legati, perfino una devozione alle icone religiose, per cercare di rilanciare l’orgoglio del suo paese. La sua strategia ha avuto effetti miracolosi, tanto che venne eletto come presidente della Repubblica (carica che, a parte fasi alterne come Primo ministro, continua a mantenere tutt’oggi). Eppure qua e là emergono crepe a questo ritratto che lo stesso Putin incoraggia a tramandare. Ci sono vicende non solo interne alla Russia che minano l’immagine inappuntabile dello Statista provvidenziale. Il libro lascia porte aperte alle varie interpretazioni disseminate nelle pagine, sarà il lettore che trarrà le conclusioni più avvedute circa un uomo dalla faccia immacolata e e dalle mani nascoste dietro un rovo segreto e ancora ardente.

Sergio Romano (Vicenza, 1929) è stato ambasciatore alla NATO e, dal settembre 1985 al marzo 1989, a Mosca. Ha insegnato a Firenze, Sassari, Pavia, Berkeley, Harvard e, per alcuni anni, all’Università Bocconi di Milano. È editorialista del Corriere della Sera. tra i suoi libri pubblicati da Longanesi: La quarta sponda (2005, nuova edizione 2015), Con gli occhi del l’Islam(2007), Storia di Francia, dalla Comune a Sarkozy (2009), L’Italia disunita, con Marc Lazar e Michele Canonica (2011), La Chiesa contro, con Beda Romano (2012), Morire di democrazia (2013), Il declino dell’impero americano (2014) e In lode della Guerra fredda (2015).

Source: Libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Longanesi e Co”.

:: I ragazzi che scalarono il futuro di Maurizio Gazzarri (Edizioni ETS, 2018) a cura di Daniela Distefano

25 luglio 2019

I RAGAZZI CHE SCALARONO IL FUTUROLa bella stagione degli speranzosi anni ’50 e ’60 fa da sfondo a questo bel libro, cucito su misura dei lettori più esigenti: spalma una storia di passione tecnologica sul pane dei sentimenti puri, della genuinità delle relazioni, della freschezza dell’amicizia imperitura; quei rapporti umani che fanno gridare al miracolo quando producono soluzioni a problemi del futuro. Ma andiamo con ordine e partiamo dal plot. I personaggi principali sono due ventenni, Giorgio e Angela, e le loro vite si incrociano con quelle dei protagonisti della sfida che portò alla realizzazione della prima calcolatrice elettronica italiana a Pisa. La narrazione parte dall’idea iniziale di creare una calcolatrice elettronica, così da arrivare alla effettiva realizzazione della Macchina Ridotta prima e di quella che fu chiamata CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana) poi; tutto questo passando per la fondamentale collaborazione dell’Università con la Olivetti, in particolare con il centro in via del Capannone a Barbaricina, dove fu costruito il prototipo “zero” delle macchine ELEA. Il 13 novembre 1961 la CEP fu presentata al Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Si sono gettate in tal modo le basi per il futuro sviluppo dell’informatica in Italia, che ha cambiato radicalmente il nostro modo di scrivere, di comunicare, di lavorare, di stare nel mondo.
Il libro è molto diverso da altre ricostruzioni dell’argomento pubblicate nel passato. Tanto per cominciare, non è un saggio, ma lo si può definire un romanzo storico, perché gli avvenimenti della costruzione della CEP e del primo computer Olivetti a Pisa sono intrecciati con gli eventi della storia della città e dell’Italia di quel periodo.
Nel pieno del fermento avveniristico, la Storia si incontra con la finzione narrativa e nasce la storia di Giorgio e di Angela, lui giovane ingegnere coinvolto nella costruzione della CEP, lei, sua fidanzata, operaia della fabbrica Marzotto e protagonista delle prime lotte delle donne per l’emancipazione. C’è anche una rivale di Angela, Ella, una scienziata americana che Giorgio conosce nel suo viaggio negli USA e che con il suo fascino intellettuale mina le sicurezze di Giorgio sulle sue scelte di cuore. Le due donne, appartenenti a classi sociali e mondi molto diversi, sono entrambe figure intelligenti, tenaci e volitive. In particolare, è molto ben descritta la crescita personale di Angela, che, da ragazza semplice e ingenua, con il passare degli anni e il contatto con gli avvenimenti della fabbrica e le lotte per i diritti delle donne, acquisisce una sempre maggior coscienza del suo ruolo nel mondo.

Giorgio commentò a modo suo:”E’ vero, senza evoluzione non c’è futuro, di nessun tipo”. Angela era visibilmente allegra: le piacevano quei discorsi solo apparentemente leggeri e senza capo né coda. Provò a dire la sua, mettendoci tutta la serietà di cui era capace, intrecciando quei concetti con la sua vita in fabbrica. “La spinta che dà il cambiamento, anche solo come ipotesi, è essenziale per migliorare la condizione degli uomini e delle donne. Noi operaie, per esempio, se non avessimo in testa obiettivi di miglioramento della nostra condizione, faremmo meglio a rinunciare a lavorare in fabbrica. Se voi ingegneri migliorate le macchine, noi rischiamo meno di farci male e possiamo evitare di fare lavori ripetitivi, noiosi e logoranti. Ma anche se noi operaie, se noi sindacaliste, conquistiamo nuovi diritti con le nostre lotte, non migliora soltanto la nostra condizione di lavoro, ma anche quella delle nostre famiglie, dei nostri figli, delle nostre comunità, delle nostre città””.

A tutto fa da sfondo la città di Pisa con i suoi monumenti, le sue strade, le sue luci cangianti e seducenti. Un libro delizioso, scritto sulla scorta di una templare ispirazione. Perfetto ritratto di quel momento d’oro della nostra storia italiana che dopo il supplizio fascista è stata capace di ricominciare da zero per poi proiettarsi in avanti con fiducia e provvidenza. Finalista al premio Biella Letteratura e Industria 2019.

Maurizio Gazzarri è nato a Volterra nel 1971. Nel 1990 si trasferisce a Pisa dove si laurea in Scienze dell’Informazione. Dal 2008 al 2018 ha svolto il ruolo di capogabinetto del Sindaco di Pisa occupandosi di digitalizzazione dei servizi, comunicazione, partecipazione e coordinamento di progetti innovativi. Nel 2018 è uscito questo romanzo d’esordio, “I ragazzi che scalarono il futuro”(Edizioni ETS), che racconta, mescolando realtà e fantasia, la nascita dell’informatica italiana e la realizzazione dalla CEP e della ELEA, le prime calcolatrici elettroniche italiane.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Barbara dell’ Ufficio stampa Edizioni ETS.

:: Il commediante trasformato di Stefan Zweig, a cura e traduzione di Claudia Ciardi (Via Del Vento edizioni, 2019) a cura di Daniela Distefano

15 luglio 2019

ZWEIG STEFAN 1(..) Io voglio avere in pugno tutti quelli che mi si oppongono, voglio possedere la gran folla del mondo. Stasera a teatro ci riuscirò. Già lo vedo. Aspettano, se ne stanno lì, sonnolenti, da loro spira un gelo spettrale. Allora io sferro un calcio dentro questa roccia. Faccio saltare le barriere del silenzio. E da lì scendo a estrarre il mio oro: occhi lucidi, e poi un sospiro, un grido, una lacrima. Io li scuoto: sveglia, sveglia! E come una grandinata che si abbatte sul loro torpore, la mia febbre li contagia. In quell’attimo si aprono i mille occhi della loro anima, vorrebbero parlare, dare risposte ed ecco, infine, il loro sentire divampa. E io lo sollevo in altro, in trionfo, e questo poi torna a me in fragorose cascate”.

Chi  pronuncia queste parole –  che tagliano come lame di coltello tra le dita –  è un giovane avventuriero, un umile commediante che si trova al cospetto di una contessa per vedere alleviata la propria misera condizione. Ma in pochi istanti, il tempo di risolvere il problema di un triangolo peccaminoso,  con armamentario teatrale  improvvisato, tutta la sua vita prende un sentiero inaspettato e fatale. Il ragazzo comincia a recitare davanti al Principe geloso della contessa mentre il Cavaliere importuno rimane nascosto per non destare equivoci o scandali. L’attore si fa dio, anzi deus ex machina cambiando le carte in tavola della contessa amata. L’epilogo di questo atto unico è sorprendente. Il commediante che prima strisciava per ottenere un cencio di considerazione, adesso detta le sue condizioni,  però la contessa lo trattiene ad un passo dalla voragine della megalomania:          

Pensa davvero di recitare col favore del mondo e aver sempre energie rinnovate? Com’è ingenuo! Crede forse che io non debba guadagnarmi il favore qui, ogni giorno, sfoggiare un sorriso, essere astuta, vivace e bella e dire parole alle quali io son la prima a non credere? Forse la prossima è già lì davanti alla porta, nuove parole l’aspettano e si aggirerà splendente nelle mie stanze quando il sipario sarà sceso su di me, dimenticata. Noi tutti recitiamo nel grande spettacolo del mondo, passiamo con le nostre maschere variopinte, ridiamo, diciamo bugie e a malapena sappiamo se ci siamo riusciti – la mia parte è sfaccettata e difficile: io recito l’amore, e non è neanche del tutto credibile. Ma spesso si recita meglio ad avere una routine e nessuna passione”.

Il protagonista – dunque – muove dalle soglie di una timidezza remissiva alla piena conquista del proprio ruolo. Con i dovuti limiti della sua illuminazione, imposti da una contessa che conosce la sua parte nel mondo.

Il presente lavoro – scrive Claudia Ciardi che lo ha tradotto e curato – calato in un’epoca aristocratica di merletti e inchini rococò, su cui aleggia il demone di Shakespeare, riflette problematiche contemporanee al suo autore. Il senso di precarietà e oppressione dell’artista, bandito dal potere, abbandonato a un infausto destino quando il regnante di turno gli volta le spalle”.

Eppure chi recita diviene anche un elemento rivelatore come pochi altri. Forse questo il messaggio più incandescente di Zweig che non ha vissuto i decenni odierni dell’estremo apparire, dell’esibirsi, dell’ostentare contro ogni rimostranza dell’essere. Zweig si è tolto la vita in pieno dramma di guerre e apocalisse umana, ma questo libro ci consegna un ritratto limpido della metaformosi che può riguardare non solo bruchi e farfalle, l’arte dei commedianti, il pensiero bipolare, ma anche i Kafka e gli Ulisse di ogni epoca, capaci di mettersi o togliersi una maschera con gli stracci e i trucchi della Verità.

ZWEIG STEFAN 2Stefan Zweig è stato uno scrittore austriaco (Vienna 1881 – Petrópolis, Rio de Janeiro, 1942). Ebreo, emigrò in Inghilterra nel 1924, poi (1940) in Brasile, dove morì suicida. Dopo un primo volume di liriche (Silberne Saiten, 1901), pubblicò novelle, traduzioni (in genere dal francese) e saggi critici (Drei Meister: Balzac, Dickens, Dostojewsky, 1920; Der Kampf mit dem Dämon: Hölderlin, Kleist, Nietzsche, 1925; ecc.). L’origine viennese, il suo ebraismo, la raffinata educazione, contribuirono molto a creare quell’atmosfera d’intellettualità cosmopolita, spregiudicata e aperta a ogni influsso, in cui si muovono sia le sue notissime biografie romanzate (Marie Antoinette, 1932; Triumph und Tragik des Erasmus von Rotterdam, 1935; Magellan, 1938; Balzac, 1946), sia le sue seducenti opere narrative (Amok, 1922; Verwirrung der Gefühle, 1927; Schachnovelle, 1942), o quelle di rievocazione storico-autobiografica (Die Welt von Gestern, 1941). Della sua produzione teatrale è notevole Jeremias (1917), dramma corale e fortemente antibellicista che risente dell’influenza dell’amicizia con R. Rolland.

Claudia Ciardi è nata il 6 ottobre 1981 a Pisa, dove si è laureata in lettere classiche. È autrice di un’opera letteraria dedicata ai Pisan Cantos di Ezra Pound e ha firmato diversi contributi ospitati da periodici a stampa e portali di internet con i quali collabora. Da alcuni anni, nella propria ricerca intellettuale e artistica, si dedica ad approfondire il rapporto tra mito antico e letteratura contemporanea, con particolare attenzione al ventennio segnato dalle due guerre mondiali e all’esperienza della Repubblica di Weimar, tenendo lezioni pubbliche su questi argomenti.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della “Via Del Vento Edizioni”.

:: I Maigret 6 di Georges Simenon (Adelphi, 1999-2002) a cura di Daniela Distefano

3 luglio 2019

I MAIGRET 6(1)Se quel piccolo commissario dalla testa grossa avesse conosciuto meglio Maigret, si sarebbe accorto del cambiamento che si era prodotto nel celebre collega durante gli ultimi minuti. Fino a qualche momento prima era un omone tarchiato, dall’aria un po’ svagata, che fumava senza convinzione la pipa guardandosi intorno con espressione annoiata. Ora appariva più concentrato. Perfino il passo era più pesante, e i gesti più lenti. Lucas, per esempio, che conosceva il suo capo meglio di chiunque altro, si sarebbe subito rallegrato del cambiamento” – “Le vacanze di Maigret”

Composti tra il 1947 ed il 1949, i racconti “La furia di Maigret”, “Maigret a New York”, “Le vacanze di Maigret”, “Il morto di Maigret”, “La prima inchiesta di Maigret”, formano un ascensore di sensazioni, come se Georges Simenon si sia proprio divertito a seguire le vicende – a volte irriverenti- del suo personaggio che tra un’indagine a rilento e un caso da rompicapo sgattaiola dal plot per allietarci nelle ore di canicola di questi giorni.
Ma andiamo con ordine, la prima storia rivela “La furia di Maigret” e vede un Maigret insolito, nelle vesti di neo-pensionato (l’ultimo racconto invece ci parla della prima inchiesta del celebre Commissario, quasi a costituire un cerchio che racchiude vicende, fatti, paure, intrighi e poi la flemma catartica consueta di Simenon). Da poco andato in pensione e ritiratosi a Meung-sur-Loire, dunque, Maigret riceve la visita di Bernadette Amorelle, una ricca signora ottuagenaria che lo convince a indagare sull’improvviso suicidio per annegamento di sua nipote Monita. L’inchiesta, seppur non ufficiale, si svolge a Orsenne, paese di invenzione di Simenon, dove vivono gli Amorelle, una ricca famiglia di imprenditori. Qui, oltre all’anziana signora, vivono le due figlie, una delle quali è sposata con Ernest, un vecchio compagno di scuola di Maigret.
Nel secondo racconto siamo con “Maigret a New York”, in un concitato marasma americano che lascerà indelebile nella nostra memoria situazioni al limite del grottesco (da rileggere il passo con l’incontro tra Maigret ed una veggente nonché cartomante ed ex funambola) e della sottocutanea, amara, ironia dello scrittore. Ecco il plot: Durante il suo primo anno di pensionamento a Meung-sur-Loire, l’ex-commissario Maigret riceve la visita del giovane Jean Maura, figlio di un ricco uomo d’affari, John Maura, di New York. Il giovane, con l’aiuto del suo avvocato, convince Maigret a partire in nave con lui alla volta di New York, dove egli crede che suo padre sia in pericolo. Al momento dell’arrivo però, Jean scompare. Maigret incontra un suo vecchio amico dell’FBI, l’ispettore Michael O’Brien, che aveva conosciuto a Parigi durante un’inchiesta, il quale gli dice che Maura, da giovane immigrato proveniente da Bayonne, aveva vissuto nel quartiere povero del Bronx con un amico violinista, Joseph Daumal. Il commissario non esita ad andarci in taxi per capire meglio il vissuto di questi strani individui.
Nel terzo racconto, “Le vacanze di Maigret” ci regalano un noir dai toni più oscuri e sofferti. Maigret e la moglie sono in vacanza a Les Sables-d’Olonne, ma un attacco di appendicite costringe la signora Maigret a sottoporsi ad un intervento chirurgico urgente. Una sera, rientrando in albergo dopo aver fatto visita alla moglie in ospedale, Maigret si accorge di avere nella tasca della giacca un messaggio anonimo che lo prega di andare a visitare la paziente della stanza numero 15. La paziente muore il giorno successivo, dopo essere stata in coma per giorni a seguito, stando alle testimonianze raccolte, di un incidente d’auto. Maigret non può indagare formalmente, essendo in vacanza fuori dalla sua giurisdizione, tuttavia non può fare a meno di investigare sul caso e seguire le tracce che partono dal messaggio anonimo che gli è stato infilato in tasca a sua insaputa.
Il quarto racconto ha un titolo assai esplicativo: “Il morto di Maigret”. Un uomo chiama al Quai e chiede di poter parlare con il commissario Maigret. Sta telefonando da un bistrot e dice di essere seguito da qualcuno che vuole ucciderlo. L’uomo afferma che Maigret conosce sua moglie Nine, ma prima di finire la comunicazione riaggancia per poi richiamare da un altro bar. Richiama da diversi café, fino a quando, tardi, le chiamate cessano. Quella stessa notte il suo cadavere viene ritrovato in place de la Concorde, con il volto tumefatto e irriconoscibile, accoltellato a morte. Qualcuno l’ha spinto fuori da un’auto. Viene pubblicata la sua foto sui giornali ma –perlomeno all’inizio – non vi è alcun indizio, né alcuna informazione sull’identità della vittima.
A concludere i Maigret 6, “La prima inchiesta di Maigret”. Nella notte tra il 15 al 16 aprile 1913, Justin Minard, un giovane flautista, entra nel commissariato di quartiere di Saint-Georges nel IX arrondissement. Dice di avere udito un grido di donna e poi uno sparo provenire dall’interno di una villa in rue Chaptal. Maigret accompagna Minard alla villa per effettuare lui stesso un sopralluogo. Parte così il volo di Maigret nell’attività che lo ha reso il Commissario più famoso al mondo. Un tragitto pieno di buche e tante felici intuizioni.
Queste cinque narrazioni confermano – ove ce ne fosse il bisogno – la ricercatezza nel dettaglio, la raffinatezza dello stile, non per forza ricercato, il profumo delle invenzioni di Simenon, la cui corda creatrice non ha conosciuto da vivo e da morto l’usura del tempo. Poco importa se ad essere osannato in tutto il pianeta è un protagonista affatto seducente, grande e grosso come un orso, semi-alcolizzato, che tratta la moglie come un robot che sorride sempre e non si ribella mai. Maigret è Maigret, è lo scrigno ideativo di Simenon che ha fatto il “Miracolo di Cana”: il suo è un vino che si è conservato buono fino alla fine, la sua ispirazione è eternamente attuale.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore, ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Liberalismo politico – Liberalismo economico di Friedrich A. von Hayek e Ludwig von Mises a cura di Dario Antiseri e Enzo Grillo (Rubbettino, 2017) a cura di Daniela Distefano

19 giugno 2019

HAYEK E MISES - Liberalismo politico. Liberalismo economicoOramai è assodato: siamo nel vivo del dibattito sul Liberalismo e soprattutto sul suo inarrestabile declino. Si sprecano fiumi di inchiostro negli ultimi tempi, complice una crisi sottocutanea che ci si augura non sfoci in un virus di maleficio trasversale e incontrovertibile. Già, ma cos’è davvero questa icona concettuale che ci trasciniamo sulle spalle come mantello che non riesce più a proteggere? Innanzitutto, esiste davvero una distinzione tra liberalismo e liberismo? Il liberismo è una dottrina e una politica economica che considera come condizione ottimale di funzionamento del sistema economico quella risultante dalla libera iniziativa dei singoli individui, che nel perseguimento del proprio interesse non devono essere condizionati né ostacolati da nessun vincolo esterno imposto dall’interferenza dello Stato. Quest’ultimo infatti deve limitarsi a garantire con norme giuridiche la libertà economica e a provvedere ai bisogni della collettività soltanto quando non possono essere soddisfatti privatamente. In particolare, il liberismo si fonda sulla completa libertà di produzione e di scambio di merci e servizi. Esso difende cioè l’economia di mercato che significa innanzitutto proprietà privata dei mezzi di produzione e perciò garanzia di rispetto e di tutela delle libertà politiche e dei diritti individuali.
In questo compatto lavoro – Liberalismo politico. Liberalismo economico (Rubbettino) – ritroviamo masticate concezioni cardini del pensiero di Friedrich A. von Hayek e Ludwig von Mises riguardo il dilagare di aberrazioni socialiste, collettiviste e altri feroci spauracchi. In particolare, si approfondisce l’idea e la concretezza del pensiero liberale. Tre principi, strettamente connessi, caratterizzano, ad avviso di Hayek, la tradizione liberale Whig: la libertà di opinione, l’imperio della legge e la proprietà privata a cui è connessa l’economia di concorrenza. Il più importante di tali principi? Quello della libertà di opinione. Convincimento di fondo è che i problemi economici nascono sempre e solo in conseguenza di cambiamenti. La migliore soluzione dei problemi sociali non deriva perciò dal sapere di un individuo, quanto piuttosto “da un processo interpersonale di scambio delle opinioni, da cui emergerà un sapere migliore”. Afferma Hayek:

Così come per la sfera intellettuale anche in quella materiale la concorrenza è il mezzo più efficace per scoprire il modo migliore di raggiungere i fini umani. Solo là dove sia possibile sperimentare un gran numero di modi diversi di fare le cose si otterrà una varietà di esperienze, di conoscenze e di capacità individuali tali da consentire, attraverso la selezione ininterrotta delle più efficaci tra queste, un miglioramento costante”.

Mises va più a fondo, è più radicale; per lui l’eliminazione della libertà economica trascina con sé la morte di ogni libertà politica:

Solo l’individuo pensa. Solo l’individuo ragiona. Solo l’individuo agisce”.

E’ questo il principio cardine della dottrina liberale. Cosa sono allora le entità collettive come lo Stato, la nazione, il popolo, la classe o il partito? Che cosa corrisponde a questi concetti?
Afferma Mises:

“Non v’è esistenza e realtà al di fuori delle azioni dei membri individuali; la realtà di un tutto sociale consiste nelle azioni degli individui che lo compongono. Lo Stato non è né freddo né caldo, esso è un concetto astratto nel cui nome agiscono uomini viventi…

Mises definisce l’economia di mercato come:

“Quel sistema di cooperazione sociale e di divisione del lavoro che è basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione”.

E aggiunge:

La libera impresa costituisce la caratteristica tipica del capitalismo. Lo scopo di ogni imprenditore – sia industriale che agricoltore – di realizzare profitti”.

Ed è chiaro che in un’economia di mercato sovrani non sono gli imprenditori, sovrani sono i consumatori. Senza calcolo economico non è possible poi alcuna attività economica razionale. Ebbene il socialismo – vale a dire le società che hanno abolito la proprietà privata dei mezzi di produzione – è la negazione del libero mercato. Negando il mercato, si arriverà ben presto alla negazione della libertà, anche di pensiero. Tutto questo è stato dimostrato, ma anche distorto nei nostri decenni di sbornia finanziaria. La coda del Secolo breve era dorata, oggi rischiamo di affogare se seguitiamo a non trovare soluzioni appropriate ai mali del nostro Tempo alieno, e profondamente opposto ad ogni blanda previsione. Forse il Liberalismo non morirà, ma adesso è così mutato che difficilmente riusciremo a coglierne i frutti del suo cambiamento. Lacerandoci il petto in ricordo del vecchio buon socialismo, ci feriamo col rasoio della storia. L’obiettivo del liberalismo per entrambi gli studiosi? Far rivivere l’ideale dello Stato di diritto. Oggi forti raffiche contrarie a questa tesi avanzano nella melma delle ideologie passate in giudicato.

Friedrich August von Hayek – Economista (Vienna 1899 – Friburgo in Brisgovia, 1992). Esponente di rilievo della scuola economica austriaca, ne ha sviluppato gli indirizzi teorici collegando le teorie dei prezzi, del capitale, del ciclo e della moneta in una visione integrata dei processi di mercato. Nel 1974 gli è stato assegnato, insieme a Gunnar Myrdal, il premio Nobel per l’economia. Direttore dell’Istituto austriaco di ricerche economiche (1927-31), poi emigrato, ha insegnato alla London school of economics (1931-50), su invito di L. Robbins, e nelle univ. di Chicago (1950-52), di Salisburgo e, dal 1977, di Friburgo. H. ha richiamato la centralità del problema del coordinamento intertemporale delle azioni individuali, che risulta dal decentramento delle informazioni e delle scelte e che può essere garantito solo da un sistema dei prezzi che funzioni quale canale di trasmissione delle informazioni da una parte all’altra del sistema. Lo sviluppo di una concezione del sistema economico quale realizzazione di un “ordine spontaneo” si snoda parallelamente alle intense ricerche nel campo della metodologia della scienza: approfondendo l’impostazione soggettivistica tipica della scuola austriaca, H. giunge al rifiuto del cosiddetto “metodo scientifico” applicato alle scienze empiriche e sposta sempre più l’ambito dell’indagine economica dall’oggetto (la teoria del valore, centrale per l’economia classica) al soggetto e ai suoi processi di valutazione della realtà circostante. Opere. Tra i suoi pubblicazioni si ricordano: Geldtheorie und Konjunkturtheorie (1929); Preise und Produktion (1931); Monet ary theory and the trade cycle (1933); Profits, interest and investment (1939); The pure theory of capital (1941); The road to serfdom (1944); Indi vidualism and economic order (1948); The counter-revolution of science/”>science (1952); The constitution of liberty (1960); Studies in philosophy, politics and economics (1967); The confusion of language in political thought (1968); Law, legislation and liberty (3 voll., 1973-79); Denationalisation of money (1976); Choice in currency: a way to stop inflation (1976); New studies in philosophy, politics, economics and history of ideas (1978); The fatal conceit (1988). Ha curato inoltre le edizioni di H. H. Gossen (1927), F. Wieser (1929), K. Menger (1933-36), H. Thorton (1939).

Ludwig von Mises – Economista austriaco naturalizzato statunitense (Leopoli 1881 – New York 1973), fratello di Richard; professore nell’università di Vienna (dal 1913), nell’Istituto superiore di studî internazionali di Ginevra (1934-40) e nell’università di New York (1945-65); fondatore (1926) dell’Österreichisches Institut für Konjunkturforschung. Seguace di E. Böhm Bawerk e di F. Wieser, ha rinnovato, insieme con H. Mayer, la scuola di Vienna, aprendole nuovi orizzonti d’indagine dinamica. È uno dei più noti rappresentanti del neoliberalismo e si è opposto a qualsiasi forma di interventismo. Op. princ.: Theorie des Geldes und der Umlaufsmittel (1912, ed. riv. 1924), dove è data una spiegazione monetaria del ciclo economico; Die Wirtschaftsrechnung in sozialistischen Gemeinwesen (in Archiv für Sozialwissenschaften, 1920; trad. ingl. in Collectivist economic planning a cura di F. A. von Hayek, 1935, a sua volta trad. in it., 1946) in cui è negata la possibilità di impostare razionalmente la pianificazione economica; Die Gemeinwirtschaft. Untersuchungen über den Sozialismus (1922); Liberalismus (1927); Geldwertstabilisierung und Konjunktur politik (1928; trad. it. 1935); Die Ursachen der Wirtschaftskrise (1931); Grundprobleme der Nationalökonomie (1933); Nationalökonomie (1940, in ingl. Human action. A treatise on economics, 1949); Bureaucracy (1944; trad. it. 1991); The anticapitalistic mentality (1956); Theory and history (1957); The ultimate foundation of economic science/”>science (1962).

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.