:: Jack is back di Stefano Tura (Piemme 2021) a cura di Patrizia Debicke

2 Maggio 2023 by

Un gioco sottilmente crudele muove la trama del libro di Stefano Tura che, con un attuale e misterioso punto di vista affronta nel suo romanzo la disumana e feroce odissea del famoso serial killer londinese: Jack lo squartatore, Jack the ripper . Il nome dello sconosciuto (mai identificato fino ad oggi ) che operò tra l’estate e l’autunno del 1888, sgozzando e mutilando ferocemente cinque donne di povera estrazione sociale nel degradato quartiere londinese di Whitechapel, dell’East End di Londra, è tratto dalla firma posta in fondo a una lettera di una anonimo indirizzata alla Central News Agency. In cui lo sconosciuto mittente, asseriva di essere l’assassino.
Due delle vittime del killer erano prostitute. Le altre di misera estrazione sociale.
Tura interpreta la storia di quella famosisima sequenza di atroci crimini mai risolti – il mistero permane ancora dopo 130 anni – , dandogli nuova sanguinaria vita nella Londra di oggi.
Lo fa proponendo una motivazione, un confronto o peggio un alibi, offerto dalle problematiche sociali dell’epoca vittoriana paragonate a quella attuale e che gli consente di regalare una diversa e ipotetica prospettiva a uno dei disegni criminosi più efferati della storia.
Tutto inserito in un’ incontrollabile alternarsi di presente e passato che varca minacciosamente i confini di un mix tra spiritismo e paranormale, dominato dalle dottrine teosofiche.
Infatti, come ci suggerisce il titolo e come scopriremo presto leggendo, parrebbe quasi che Jack the ripper (la squartatore) sia riemerso dal passato per colpire ancora, terrorizzando i residenti dell’antico quartiere dell’East End.
E Derrick Brainblee, Ispettore capo della City Police di Londra affiancato dal suo duttile e coraggioso sergente Dustin Chandler, verrà coinvolto in una caccia all’assassino che sfiora l’inverosimile. E per farlo, volente o nolente, sarà costretto ad avvalersi dell’informativa a disposizione che riporta tutte le ricostruzioni storiche sull’antico caso. Pare quasi che un imitatore stia seguendo puntualmente le tracce del suo crudele predecessore ottocentesco.
Brainble, passato alla Polizia Metropolitana dopo dieci anni presso Scotland Yard, è considerato uno dei più esperti investigatori nel traffico illecito di esseri umani che da anni si sta facendo sempre più largo in Inghilterra. L’ispettore capo, sempre preciso, coscienzioso, pare abbia un intuito particolare. Il suo attuale lavoro poi, tenendolo più lontano dal diretto contatto con i cadaveri, ha permesso alle sue angoscianti allucinazioni , secondo i medici sindrome e segni premonitori di un possibile ictus e suo incubo da quando ha compiuto venticinque anni, di concedergli una parziale tregua. Fino a quando un giorno vede sul suo profilo Instagram un’immagine scioccante: il cadavere di una donna mutilata e smembrata con la gola squarciata. La foto è priva di testo ma accompagnata dall’hashtag # jib . Naturalmente chi l’ha spedita non è rintracciabile e pochi istanti dopo e, per fortuna il poliziotto ha avuto la prontezza di salvarla, quell’immagine verrà cancellata. Brainblee è certo di averla già vista, ma quella agghiacciante fotografia rappresenterà per lui solo il primo passo su una strada molto pericolosa … Perché il giorno stesso, dopo aver lasciato il suo sergente allo storico pub The Pride of Spitafield un tempo il The Romford Srms, divenuto famoso all’epoca di Jachk the ripper, un’improvvisa onda nera l’assale, tutto ruota, fino a quando finalmente intravede un portone… per lui sarà il buio assoluto. Una diversa e insondabile dimensione.
Al suo risveglio, quasi quaranta minuti dopo, seduto su una panchina di Brushfiels Street,
ha la camicia sporca sul davanti, le nocche della sua mano sinistra sono sbucciate e sanguinanti e prova forte dolore al braccio. Non ha nessun vero ricordo però di cosa abbia veramente fatto.
Ciò nondimeno nei giorni successivi le sue temute allucinazioni, veri e propri black out con perdita di conoscenza, si intensificano diventando sempre più frequenti, al punto di fagli temere di dover rinunciare al lavoro. Anche perché a ogni risveglio il suo corpo mostra segni di lotta e la sua mente è marchiata da orribili immagini di assassinii. E neppure il ricorso all’aiuto di uno psicopatologo, suggeritogli da una collega, potrà aiutarlo.
Le sue indagini si intessono estendendosi a un gran numero di personaggi, da una straordinaria detective apparentemente infallibile al suo compagno, un professore esperto di criminologia, da una giovane studentessa, entusiasmata dai delitti avvenuti in epoca vittoriana, a un inquietante e perverso giovane drogato, ricchissimo membro della più alta aristocrazia, quasi a ricordare il duca di Clarence figlio della Regina Vittoria mai indagato ma sospettato all’epoca di Jack lo Squartatore.
Tutti attori pronti a calcare la scena per rappresentare ogni atto di un mostruoso spettacolo che cela una terribile verità : un preordinato ritorno di Jack the ripper, un nuovo killer, coscientemente manovrato dal male che cammina per le strade di Londra. Ma se non ci fosse il pubblico seduto in sala, pronto assistere quale piacere potrebbe esserci nell’ uccidere.
Un tuffo di testa nell’horror che esibisce scene spaventose con complesse motivazioni che fanno rabbrividire.
Ma anche e soprattutto un romanzo intrigante che , con una straordinariamente minuziosa e palpabile ricostruzione storico ambientale, riesce a immergere il lettore facendolo immedesimare nella oscure e torpide ma tormentate atmosfere inglesi vittoriane, destinate a una incontenibile transizione epocale, e le pone a confronto con quelle crude dell’oggi, dolenti e insoddisfatte, afflitte dalle problematiche materiali ed economiche del post Brexit.


Stefano Tura, giornalista e scrittore, nato a Bologna, oggi responsabile della sede Rai Emilia Romagna ha vissuto per anni a Londra dove lavorava come corrispondente per la Rai. Ha iniziato la carriera come cronista di nera nel quotidiano Il Resto del Carlino. È stato poi inviato di guerra per la Rai in ex-Jugoslavia, Afghanistan, Iraq e Sudan. Come autore di gialli e noir, ha scritto Il killer delle ballerine, Non spegnere la luce, Arriveranno i fiori del sangue, e molti altri; finalista nei premi Fedeli e Scerbanenco, e Tu sei il prossimo, con il quale ha vinto i premi Romiti e Serantini.

Source: libro del recensore.

:: La strada ti chiama, Francesca Bonafini (Sinnos 2022) A cura di Viviana Filippini

2 Maggio 2023 by

“La strada ti chiama” è il nuovo romanzo di Francesca Bonafini, una storia che conquista perché racconta l’adolescenza di quattro adolescenti, nella Toronto (Canada) degli anni 70. I protagonisti sono quattro ragazzini, amici per la pelle che si dividono tra la scuola e le partite a hockey nelle strade del quartiere di East York. Loro sono Leonardo, Dimitrios, Oliver, Yves. Tutti hanno tredici anni, tutti vanno a scuola, adorano l’hockey e la musica (presente un po’ ovunque nelle pagine) e alcuni di loro sono figli di emigrati, ma ad unirli in modo maggior la consapevolezza che quell’estate del 1976 ha qualcosa di speciale e importate per loro, indipendentemente dalla presenza di mappe del tesoro. Il romanzo della Bonafini è una bella storia di formazione e di amicizia di un gruppetto di ragazzi che, nel loro carattere, hanno ancora l’innocenza tipica dei bambini, ma, nel loro cuore comprendono che qualcosa sta per trasformarsi per sempre. Capiranno che il cambiamento sarà su più fronti. Tanto per cominciare i quattro amici cominceranno a guardare in modo diverso  le ragazze, non più come compagne di scuola, ma come possibili fidanzate. Altro aspetto interessante del romanzo per ragazzi è la presenza di figli di emigrati di origine italiana, greca, francese che vivono la loro esistenza tra gli usi e costumi tipici del Canada, dove però mantengono vivo il legame anche con la loro terra di origine. Un mescolanza di culture che si fondono e comprendono. Non solo, perché in tutto questo turbine di emozioni, ognuno di loro sente dentro al proprio io il venire un po’ meno una serie di certezze che avevano da bambini e che li mette in crisi. Per esempio Leonardo, uno dei protagonisti da piccolo avrebbe voluto fare tanti lavori diversi (dall’astronauta al muratore come il padre), mentre ora che è un ragazzino, a parte giocare a hockey (e nemmeno tanto bene, e lo sa, ma non gli importa perché lui si diverte) dentro a sé, ha solo una gran confusione perché non sa più cosa vuole fare nel e del suo futuro. Uno stato emotivo che riguarda Dimitrios, Oliver e Yves, anche loro in una fase cruciale delle loro esistenze perché hanno capito – un po’ perché cambiano i loro interessi, un po’ perché cambiano loro stessi-  che non sono più bambini nella mente e nel corpo. Dentro di loro sono consapevoli che la strada per diventare adulti è ancora lunga, e questo li spaventa, ma non si scoraggiano. “La strada ti chiama” di Francesca Bonafini è un romanzo d’amicizia e di formazione dove questi quattro tredicenni sì si divertono giocando, affrontando anche sfide e prove tra l’avventuroso e il rocambolesco, ma ad unirli ancora di più c’è un’amicizia forte e solida e sarà quell’elemento che li sosterrà alla scoperta del loro domani. Il libro è Finalista Premio Andersen 2023 nella categoria Miglior Libro oltre i 12 anni.

Francesca Bonafini è nata a Verona e vive a Bologna. Ha pubblicato i romanzi per il lettore adulto e per ragazzi “Celestiale” (Sinnos, 2018). Numerosi suoi racconti sono apparsi su riviste, quotidiani e antologie, ed è presente nel “Dizionario affettivo della lingua italiana” (Fandango, 2008). Ha scritto di musica italiana e in particolare di Ivano Fossati nel volume “Sex machine. L’immaginario erotico nella musica del nostro tempo” (Auditorium, 2011). È coautrice del romanzo collettivo Il cavedio (Fernandel, 2011) e del libro umoristico a quattro mani “Non avremmo mai dovuto. Le frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti” (Ad est dell’equatore, 2015). Sito web: https://francescabonafini.wordpress.com/

Source: Inviato dall’editore. Grazie all’uffcio stampa Sinnos.

:: Il re del gelato di Cristina Cassar Scalia (Einaudi Stile Libero Big 2023) a cura di Fabio Lotti

1 Maggio 2023 by

Con il vicequestore aggiunto Giovanna Guarrasi detta Vanina…

Catania 2015. Abbiamo qui trasferita da Milano la palermitana Giovanna Guarrasi detta Vanina come vice questore aggiunto alla Mobile, settore reati contro la persona.Figlia di un ispettore ucciso venti anni prima dalla mafia, ex compagna di un pm a cui aveva salvato la vita, grintosa e tosta, sigarette a go-go, Mini Cooper bianca, appassionata di vecchi film e della buona cucina (ci ritorneremo alla fine). Un po’ a disagio in questa città perché “un palermitano a Catania, per definizione, non ci si poteva trovare bene”. Comunque ha preso alloggio in una casetta alle pendici dell’Etna all’interno di una graziosa proprietà con giardino e agrumeto, la cui affabile proprietaria è anche un’ottima cuoca.

Tutto ha inizio con una chiamata al cellulare del suo vice, l’ispettore capo Carmelo Spanò, che la informa di un fatto piuttosto strano: Agostino Lomonaco, titolare delle più pregiate gelaterie di Catania, è stato denunciato per tentato avvelenamento dato che in tre dei suoi locali sono state trovate dentro ai gelati delle pillole. Per capirne la sostanza (saranno drogate?) ci vorrà del tempo, ma subito il giorno dopo la faccenda si complica. Agostino verrà trovato dal figlio dietro al bancone “riverso per terra a faccia in giù, la testa sfondata”.

Chi può essere l’assassino? Le indagini vertono soprattutto sulla figlia Corinna che il morto voleva disconoscere pensando che fosse, invece, di Ruggero Cammarata, un vecchio collaboratore amico di sua moglie. Tra l’altro nelle capsule viene trovata una “innocua, comunissima valeriana” come quelle usate dalla stessa Corinna. Ma ci può essere di mezzo anche l’organizzazione mafiosa che chiedeva dei “contributi” al re dei gelati…

Vanina non si perde d’animo e con l’aiuto della sua squadra ben delineata nelle varie sfaccettature, soprattutto del “Grande Capo” Tito Macchia (centoventi chili!), si butta a capofitto nelle indagini contrastando anche le paure del titolare Franco Vassallo dalla stretta di mano “molle e sfuggente” che teme di coinvolgere dei pezzi grossi (un classico).

Dunque avremo dei continui andirivieni tra bar e trattorie insieme agli incasinamenti e le contraddizioni della città, qualche ricordo, qualche guizzo di malinconia tra sorrisi e battute in dialetto siciliano, spunti caratteristici sui vari personaggi, momenti di tensione superati dalla caparbia, testarda volontà di risolvere il problema della nostra Vanina.

Oltre a questo gusteremo anche un saporito viaggio culinario costellato di granite, brioche, caffè, savoiardi, biscotti al cioccolato, crostata con marmellata di fichi, cornetti alla crema, Coca Cola, parmigiano, zucchine gratinate, fagiolini con le patate, rigatoni alla Norma, la caponata, pasta coi masculini, spaghetti al nero di seppia, vino, caciocavallo, burrata, prosciutto di Parma, tramezzini vari…

Buona lettura e buon appetito!

:: L’affittacamere di Valerio Varesi (Mondadori 2023)a cura di Patrizia Debicke

1 Maggio 2023 by

Il commissario Soneri è come un pesce nello stagno quando si trova nella nebbia dei paesaggi padani o seduto di fronte ad un fumante piatto di trippa o anolini in brodo. Il suo L’affittacamere è una storia intensa e coinvolgente con un’indagine che si dipana sotto Natale, tra le vie e viuzze del centro storico di Parma. Una storia immersa profondamente in quelle atmosfere tanto care a Simenon e che costringerà Soneri anche a confrontarsi con il suo passato.
Mancano pochi giorni a Natale, ma la fitta nebbia e il freddo pungente non fermano Parma, permeata dalla spensierata confusione festiva.
Ma al commissario Soneri tutta quella confusione mette solo malinconia e offre disagio, specialmente da quando ha tra le mani l’inchiesta sull’oscuro omicidio di Ghitta Tagliavini, anziana padrona di una vecchia pensione di via Parma, nel centro storico.
E stato proprio lui, su segnalazione di una vicina amica della morta che da giorni non riusciva a sentirla, a scoprire il corpo della donna abbandonato sul pavimento della cucina. Uno choc per il commissario che conosceva la vittima. Giuditta Tagliavini, detta Ghitta, infatti gestiva la sua pensione con le sue camere ammobiliate che avevano ospitato tanti anni prima studenti universitari, poi diventati professori, medici, avvocati, ingegneri, e anche ragazze della scuola per infermiere o dei corsi professionali per dattilografe. Proprio là in quelle stanze Soneri aveva incontrato Ada, la ragazza che aveva amato e sposato e purtroppo perso troppo presto in circostanze drammatiche, morta di parto. Ma chi mai può avere avuto motivo per odiare Ghitta al punto di ucciderla? Apprenderà però presto che tante cose dai tempi felici e per lui affollati di ricordi, con gli anni sono cambiate. La vecchia pensione, oggi scena del delitto, si è trasformata in un albergo a ore, costoso e riservato rifugio per coppie clandestine.
E non basta perché man mano che procederà con le sue indagini, scoprirà tutta un serie di delicati particolari che s’incrociano. Ghitta non era più la persona che rammentava, intanto oltre a una medicona famosa, rispettata ma temuta e pagata cara al suo paese per i suoi poteri di guaritrice, era anche una impudente “rezdora” che si era fatta ricca, molto ricca con gli aborti illeciti, poi comperando immobili a prezzi da fame che poi affittava a caro prezzo e gestendo spregiudicatamente la sua vita. Appare probabile che la spiegazione del suo omicidio sia da cercare nelle sue tante poco pulite attività, ma potrebbe esserci , magari peggio… Ma cosa? L’esperienza dice a Soneri che quando si scava a fondo in un delitto qualche cosa salta fuori .
E sa anche che volente o nolente toccherà a lui farlo, pur costringendolo a ripercorrere emotivamente il suo passato e a impegnarsi di persona nell’indagine per sciogliere persino degli angosciosi dubbi.
Il tutto vagando giorno e notte tra i meandri di vie e vicoli di una città dove la nebbia trasforma le distanze in ingannevoli visioni e pare voler celare persino il suono dei passi sul selciato. In una città che gli anni hanno cambiato e dove la lotta armata e gli ideali di un tempo si sono ohimè piegati alle poltrone, promesse da maneggi politici e istituzionali.
L’affittacamere però è anche qualcosa di più. Non un romanzo giallo d’azione, ma una perfetta storia con la sua parte thriller che intriga. Una storia densa di fatti di vita quotidiana, di considerazioni, di sottili pretesti di denuncia sociale e di personaggi che sembra ci parlino quasi.
E dove chi è solo, talvolta si sente anche più solo.
Un ottimo giallo d’atmosfera, in cui l’elegante , puntuale e sempre lineare prosa di Varesi, accompagnando il crescere della suspense, evidenzia il dolente scavo nella psicologia dei diversi personaggi, talvolta cinica e in grado di mettere in luce i tanti odierni compromessi della società , sommato a quell’istintivo malessere che, serrando la gola, regala a Soneri un senso di insicurezza , d’impotenza e di solitudine. Un’ irrisolta inquietudine che, oltre a spronarlo ad andare avanti a ogni costo, lo costringerà a fare i conti con se stesso, con i suoi sentimenti e la sua vita, segnando irrimediabilmente il suo animo, ma pur attraverso la sofferta accettazione del suo personale dramma gli consentirà di arrivare alla fine, alla soluzione del crimine.

Valerio Varesi, nato a Torino nel 1959, vive a Parma. Romanziere eclettico, è il creatore del commissario Soneri, protagonista dei polizieschi che hanno ispirato le tre serie televisive Nebbie e delitti con Luca Barbareschi. I romanzi del commissario Soneri sono stati tradotti in tutto il mondo. Varesi ha inoltre pubblicato per Frassinelli La presenza e Il rivoluzionario, con cui ha iniziato una propria personale ricognizione della Storia. Lo stato di ebbrezza conclude questo percorso, arrivando fino ai giorni nostri. Ecc. ecc.

:: I delitti dell’anatomista di Bruno Vitiello Giunti di Patrizia Debicke

17 aprile 2023 by

La seconda Repubblica fiorentina governata dal Gonfalonieri Soderini, poteva contare nel 1505 della contemporanea numerosa presenza all’interno delle mura cittadine di giganti dell’arte e di altri grandi personaggi dell’epoca. Bruno Vitiello tesse la sua trama con colta bravura, eleggendo a protagonisti del suo romanzo due basilari esponenti della cultura rinascimentale: Michelangelo Buonarroti e Leonardo da Vinci, ai quali affiancherà Girolamo Fracastoro da Verona, celeberrimo medico e studioso, soprattutto per le sue successive opere in versi, tra cui tre volumi di esametri sulla sifilide, con le sue cause e i suoi effetti: Syfilis sive de Morbo gallico, dedicati a Pietro Bembo, e i suoi studi sul contagio da parte di germi patogeni che lo porteranno a essere, secondo gli storici della scienza, il padre dell’epidemiologia.
Leonardo Michelangelo e Fracastoro verrenno fatti prelevare in piena notte dal quarto personaggio storico di Vitiello: Niccolò Machiavelli, come ambasciatore diretto testimone delle fortune e della rovina di Cesare Borgia, poi rientrato a Firenze dove attualmente svolge le funzione di Segretario della Seconda Cancelleria (quella di Pier Soderini, Gonfaloniere della città e incaricato della sicurezza, destinata agli affari interni e alla guerra). La spiccia e urgente convocazione è dovuta al fatto che una ronda notturna ha scoperto, nel cuore del Mercato Vecchio, sopra un tavolaccio al centro della bottega di un falegname, il cadavere di un uomo barbaramente ucciso e fatto a pezzi. Il morto era il padrone della bottega e si chiamava Bartolomeo Canacci. Il suo assassino ha infierito sul corpo sezionandolo con abilità e competenza anatomica attribuibili solo a notomisti, ovverosia a cultori di conoscenze dei segreti del corpo umano. Su una parete di fianco, qualcuno, l’assassino ?, ha tracciato un giglio con il sangue. Un macabro disegno rosso. (Particolare che induce a supporre una possibile vendetta nei confronti dei Medici da poco banditi dalla città).
Niccolò Machiavelli sa bene che per chiudere quello spiacevole caso sarebbe facile trovare un qualunque capro espiatorio a cui affibbiare l’omicidio , tuttavia si rende conto che solo la mente perversa di un medico o di artista, può aver progettato e compiuto uno scempio simile. E non potendo escludere le peggiori ipotesi, deve immaginare che il colpevole possa addirittura essere uno dei tre personaggi che vede davanti a sé? Ragion per cui, tanto per cominciare, chiederà a Michelangelo, a Leonardo e a Fracastoro , da poco arrivato a Firenze, un esame diretto del cadavere e il loro parere come esperti di anatomia per poi costringerli a lavorare per lui investigando negli ambienti che frequentano (quello artistico e quello medico) per reperire possibili tracce per individuare il colpevole.
All’epoca, il Gonfaloniere Soderini aveva affidato a Leonardo, cinquantatrenne artista di gran successo, e all’astro nascente, il trentenne Michelangelo, il compito di affrescare le pareti di Palazzo Vecchio con alcune vittorie riportate dalla Repubblica Fiorentina. Leonardo doveva dipingere La Battaglia di Anghiari, (ma non ce la fece mai, non riuscendo a padroneggiare bene la tecnica dell’encausto) ; Michelangelo invece, molto impegnato su altre opere, si limitò a ultimare il cartone preparatorio, poi purtroppo perduto, di La Battaglia di Cascina, della quale oggi restano solo alcuni disegni.
I due non si frequentavano, i loro rapporti erano freddi e distaccati: Leonardo in realtà provava una certe invidia per l’enorme capacità esecutiva di Michelangelo che allora stava sbozzando il suo David ma non aveva ancora dimostrato le sua grandezza con i pennelli. Leonardo da parte sua disdegnava la scultura, che giudicava solo roba da scalpellini e taglia pietre, e privilegiava la pittura e lavorando con la minuziosa precisione da miniaturista stava perfezionando il ritratto di una misteriosa dama. (La Gioconda).
Mentre gli improvvisati detective, superando in qualche modo le loro reciproche diffidenze, si danno da fare per scoprire l’assassino, il mostro, assetato di sangue non si ferma, cerca vendetta. E, in una clima cittadino avvelenato dalla scomparsa di un ragazzino, figlio unico di una lavandaia, si scatena un rivolta che rischia di provocare una strage nel ghetto, considerato nido di ogni infamia, con la folla inferocita miracolosamente fermata dall’intervento del Cardinale Orsini.
Il vertice dell’orrore, però, si raggiungerà solo con il ritrovamento nella cripta della Basilica di San Lorenzo del cadaverino straziato del piccolo Petruccio, fatto a pezzi e disposto artisticamente davanti all’altare.
La necessità di mettere in qualche modo fine a quei diabolici malefici “delitti del notomista” costringerà Machiavelli a imporre un ultimatum a Leonardo, Michelangelo e Fracastoro. Insomma o riusciranno a individuare qualche traccia in grado di condurre all’assassino o verranno accusati e chiusi alla Stinche. Il cupo e desolato carcere fiorentino.
Ma quale legame può esserci tra l’uccisione di un anziano falegname e quella del figlio decenne di una poveretta? Si tratta di un caso? O si devono ipotizzare strani, occulti e inimmaginabili legami . Si dovrà indagare in quella direzione?
Sullo sfondo di una Firenze affollata e disordinata, con tutti i cittadini coinvolti nei festeggiamenti di carnevale, prenderà il via la disperata caccia all’uomo di un giallo arricchito da cupe sfumature di noir ma e soprattutto da una magistrale ricostruzione storica.
Il romanzo di Vitiello, infatti, più che regalarci i particolari di un’indagine poliziesca dell’epoca ci porta all’interno delle menti dei veri protagonisti del Rinascimento, mettendo in primo piano la vita e le peculiari caratteristiche dei suoi illustri personaggi. Viviamo infatti, in diretta con l’autore, le discussioni tra Michelangelo e Leonardo, all’opera su capolavori come il David o la Gioconda, svelando a tratti alcuni segreti del loro animo, spesso inconfessabili o indecifrabili e certe ricerche di Fracastoro sulla “generazione equivoca” contrapposta al mito della “generazione spontanea” degli insetti, già attratto dal voler approfondire lo studio e le cause delle malattie infettive . Seguiamo infine le scelte di Machiavelli, attorniato da gregari bevitori e puttanieri spesso importuni anche se efficienti e, a conti fatti , bravi a imbroccare le indagini (come Biagio Buonaccorsi, Agostino Vespucci e Andrea di Romolo) quasi surclassato dalla sua innata ironia di fiorentino autentico, che magari finisce per diventare più freddo e realista di quanto mai sia stato.
Ma a ben vedere furono proprio quei complessi rapporti, il continuo affrontarsi , l’avversione nascosta o espressa, spesso tradotta in invidia ed esibita con rabbiosa intolleranza da quei grandi uomini a far scaturire la vitale scintilla della grande civiltà rinascimentale che, nonostante tutto, sopravvive ancora come irrinunciabile eredità culturale nel patrimonio italiano.

Fiori Picco ci racconta la storia delle ultime donne di Bhaktu

13 aprile 2023 by

La scrittrice e sinologa bresciana Fiori Picco è in libreria con “Il Circolo delle Donne Farfalla- Mugao e Bhaktu” (Fiori d’Asia editrice) una storia di donne ambientata nella Cina meridionale, Yunnan Nord-occidentale, Gorgia del Nujiang, tra Tibet e Birmania nel 2016, anche se non mancano salti temporali indietro nel tempo fino al 1700 e agli inizi del Novecento. In una terra inospitale e selvaggia prende forma la storia di quattro donne anziane con i visi tatuati che vivono sole e ai margini. Loro sono le ultime testimoni di Bhaktu, un rituale barbaro che per secoli sfigurò molte adolescenti trasformando per sempre le loro vite. A salvaguardare queste donne arriverà una giovane assistente sociale. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata l’idea del romanzo? Sei anni fa la mia amica cinese Mila, protagonista e voce narrante del romanzo, mi contattò dopo un’esperienza di volontariato presso il popolo Dulong. Mi raccontò la storia delle quattro Donne Farfalla e l’atmosfera della Gorgia. Ne rimasi affascinata e sentii il desiderio di riportare in un libro le vicende degli indigeni. Nel 2004 mi ero già avvicinata al Nujiang, ma non ero riuscita ad arrivare al villaggio perché solo nel 2016 fu aperto il tunnel di collegamento con la parte orientale dello Yunnan. L’esperienza di Mila mi diede l’input per iniziare a scrivere un nuovo romanzo sulla “Tribù del Sole”, sul suo stile di vita attuale e passato e su fatti storici poco noti all’Occidente.  

Perché la scelta di concentrarsi sul popolo Dulong? In vent’anni i protagonisti dei miei libri sono stati gli Yao, gli Wa, gli Yi, i Miao e molte altre etnie cinesi. Avendo una ricca esperienza di docente e di ricercatrice di antropologia, ed essendo venuta a contatto per otto anni con le minoranze etniche dello Yunnan, nei miei libri ho sempre scritto di questi popoli, delle loro tradizioni e di eventi storici che li riguardano. I Dulong, rispetto ad altre etnie, sono poco conosciuti e hanno avuto una storia travagliata e drammatica. Fino alla prima metà del Novecento sono rimasti chiusi e isolati nella Gorgia vivendo in condizioni indigenti. Solo nel 2016 la loro vita è migliorata grazie all’apertura del tunnel e a vari piani di modernizzazione attuati dal Governo. Oggi sono sotto l’egida dell’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità. 

Mila è una giovane assistente sociale, cosa rappresenterà per lei questa esperienza e quanto di te c’è in lei? Mila è una mia amica e abbiamo molti punti in comune tra cui il contatto con gli indigeni dei villaggi tribali più sperduti, l’interesse nei confronti del loro folclore e degli usi e costumi, l’amore per la natura e per i paesaggi incontaminati.  Anche lei, come me, da giovanissima è partita all’avventura verso una meta lontana lasciando la famiglia e la sua vita quotidiana. L’esperienza nella Gorgia e il suo impegno nel sociale l’hanno cambiata e, da giovane ribelle metropolitana, è diventata una donna matura, inclusiva e incline al perdono.

Cosa ti affascina della Cina e di queste popolazioni non molto note a tutti? La Cina mi ha sempre affascinata e, dopo averla visitata e conosciuta, ho scoperto le sue molteplici culture, la storia millenaria e, nell’immediato, la disponibilità nei confronti dello straniero, infatti mi sono subito sentita accolta e ben integrata. Di queste etnie ho sempre amato la gioia di vivere, il rapporto simbiotico con la natura, i culti totemici e i riti, le musiche e le danze, i costumi ricamati, coloratissimi e ricchi di dettagli simbolici, la mitologia e le leggende millenarie, le religioni sincretiche che sono una fusione di animismo, sciamanesimo e culti popolari locali. 

Protagoniste sono 4 donne. Perchè la scelta di 4 protagoniste femminili? Nei miei libri parlo spesso di donne raccontando esperienze di vita e vicissitudini che riporto come storie-verità di denuncia sociale. Nei secoli le Donne Farfalla sono state vittime di un sistema patriarcale e maschilista che le ha assoggettate e piegate alla volontà di padri e mariti padroni. Nel libro ho ricostruito il passato delle protagoniste note come “Puma la sciamana, Cina la tatuatrice, Grisa l’erborista e Duna la tessitrice”: quattro nonnine anziane e bisognose di aiuto, che non sono mai state capaci di protestare e che hanno accettato il destino con fatalismo. Con vari flash back e salti temporali ho narrato le loro vicende, familiari e personali, all’interno di un clan tribale e restrittivo che negava libertà e diritti.   

Mugao e Bhaktu: che ruolo hanno nella vita delle protagoniste? Le quattro protagoniste anziane sono chiamate dagli indigeni “i fossili viventi della Gorgia”, in quanto sono le ultime e rare testimoni di Bhaktu, un rituale barbaro che per secoli e fino al 1949 deturpò le adolescenti Dulong. Si trattava di un tatuaggio facciale che ritraeva il motivo di Mugao, un totem antico che, nella forma, ricordava una farfalla. L’immagine della farfalla era soave e racchiudeva un significato mistico, infatti era legata al concetto d’immortalità dell’anima. Bhaktu era una vera e propria cerimonia sacrificale, un rituale di passaggio che rendeva libere e “immuni” le ragazzine, anche se poi trascorrevano la vita intera con la diversità, l’imbarazzo e la vergogna. Bhaktu rientrava nelle cosiddette pratiche di modificazione corporea ma, a differenza di altri rituali più noti, come ad esempio la fasciatura dei piedi, è rimasto nell’ombra e, ancora oggi, sui motori di ricerca occidentali, non si trovano notizie al riguardo.   

Questo romanzo può essere visto come un romanzo di formazione?  È un romanzo di formazione come tutte le mie storie. Il viaggio di Mila non è solo fisico ma anche interiore, infatti, grazie all’anno sabbatico trascorso nella Gorgia, la ragazza scoprirà nuovi lati di sé, imparerà a essere più empatica e più attenta al prossimo e consapevole di quanto l’essere umano abbia bisogno degli altri. Il suo aiuto alle nonnine e al Governo locale è commovente. Ma Mila non è l’unico personaggio del libro a scoprire la sua nuova identità. Anche sua madre, che vive nella lontana metropoli Kunming, uscirà da una profonda crisi esistenziale e rivelerà la sua vera identità con cognizione e grande forza d’animo. 

Quanto è importante fare memoria?  La memoria è fondamentale perché riguarda le nostre origini e l’evoluzione dell’essere umano attraverso la storia. Il passato dovrebbe insegnare a non ripetere gli stessi errori; in realtà l’uomo è recidivo e la sua memoria è breve. A mio avviso, il compito dello scrittore è portare a conoscenza il lettore di determinate situazioni del passato e del presente, nel caso specifico di un popolo della Cina che per secoli fu oggetto di soprusi e violenze da parte di un’altra etnia di cui l’Occidente crede di sapere tutto. In realtà le poche notizie attuali e ripetitive riportate dai media non rivelano tutto il tessuto socio-politico e relazionale che da sempre riguarda le etnie e le culture presenti nel territorio cinese, comprese quelle delle regioni autonome. 

Tre libri editi da Galucci per la Pasqua dei piccoli lettori

5 aprile 2023 by

Tre sono i libri ideali da mettere nell’uovo per i piccoli lettori, editi da Gallucci e che vi voglio suggerire oggi, perchè ci sono avventura, mistero, suspense, passato, presente, fantasia, ma anche una buona dose di coraggio e amicizia. Ecco i tre scelti:

::Indaco Wilde nelle Terre Sconosciute, Pippa Curnick

In  questa nuova avventura “Indaco Wilde nelle Terre Sconosciute”,  Indaco vive sempre nella sua fantastica e meravigliosa casa al 47 di Jellybean Crescent. Qui ci sono a farle compagnia, come tradizione, strane creature come i goblin, le piante carnivore e gli sbuffofanti. Tutto sembra andare per il meglio ma, e un ma c’è sempre, ogni cosa si complica quando ad un certo punto i genitori di Indaco partono per una missione verso terre ignote senza poi dare nessun segno dal loro viaggio. Indaco sospetta che i genitori siano in pericolo e con il fratellino Quark -e in più una nuova amica che incontra-, parte a cercare mamma e papà per salvarli dal pericolo. Il libro della Curnick è una narrazione ricca di suspense ed emozioni, dove compaiono creature misteriose e luoghi del tutto sconosciuti nei quali i protagonisti dovranno imparare a muoversi per trovare gli scomparsi e riportare pace per tutti. Traduzione Benedetta Gallo.

Pippa Curnick è un’illustratrice di grande esperienza. Ha lavorato per le principali case editrici del mondo anglosassone e con la saga di Indaco Wilde è diventata per la prima volta anche autrice.

:: Elisabeth principessa alla corte di Francia. Il segreto dell’automa, Annie Jay

Siamo in Francia, a Versailles nel 1774. La protagonista di questo primo libro di una serie, è l’ultima sorella (la quinta) del futuro re di Francia Luigi XVI. Elisabeth è  nobile sì, ma l’etichetta le sta un po’ stretta, perché lei è vivace, dinamica, curiosa e in quell’enorme castello si sente sola, troppo. Tutto cambia quando conosce Angélique, la figlia della governante e un certo Goldoni, maestro che la fa divertire con le sue lezioni di italiano. Le due ragazzine diventano subito amiche inseparabili, tanto è vero che quando troveranno un misterioso biglietto da decifrare nascosto in dentro ad un automa cercheranno di capirci qualcosa in più, perché quelle parole sembrano riferirsi ad un dipinto scomparso molto tempo prima. La Jay crea una trama di piacevole lettura, dove gli eventi nei quali Elisabeth e l’amica si trovano, si incastrano alla perfezione in una storia carica di emozioni, suspense e colpi di scena che evidenziano come non sempre la vita di corte sia noiosa come sembra. Traduzione dal francese di Camilla Diez.
 Annie Jay, l’autrice, vive nel Sud-Ovest della Francia e da sempre è appassionata di storia. Nel 1993 ha scritto il suo primo romanzo ambientato nel passato, ottenendo immediato successo. Poi, ne sono seguiti una cinquantina, molti dei quali premiati dal pubblico e dalla critica.

Ariane Delrieu vive in Normandia e disegna da quando ha imparato a tenere in mano una matita. Dal 2007 illustra storie per bambini e ragazzi divertendosi a dar vita a personaggi e avventure sulle pagine dei libri.

:: I Fuoriposto. La mummia scomparsa, Luca di Gialleonardo

Cosa ci fa una antica mummia egizia nascosta nello scantinato di una clinica abbandonata? Bella domanda! È quello che si chiedono anche i Fuoriposto, il gruppo di amici protagonista di questa misteriosa avventura. Loro sono Beba, un piccolo genio dalla fine intelligenza che ha un rapporto un po’ complicato con il concetto teorico e pratico di ordine e con l’essere costante in quello che si fa. Al suo fianco troviamo Laura che è completamente diversa da Beba, perché è attenta, precisa, molto ordinata e con la parola così facile e inarrestabile da sembrare un fiume in piena e poi c’è lui, Paolo. Quest’ultimo è il fratello di Laura, che a tratti potrebbe sembrare uno sbruffone, ma dietro quella maschera da gradasso si nasconde un giovane molto protettivo e anche coraggioso. Il trio si immergerà in questa avventura veloce, dal ritmo cinematografico dove non mancano momenti di alta tensione e personaggi da tenere a bada (come il maresciallo un po’ troppo curioso) per risolvere il mistero della mummia scomparsa, nascosta in un ospedale dove non ci dovrebbe proprio stare.

Luca Di Gialleonardo (1977) vive a Roma. Autore di romanzi storici e di gialli, scrive anche libri per ragazzi, storie fantasy e di fantascienza e si diletta nel game design di giochi da tavolo.

Betti Greco è un’illustratrice e graphic designer che lavora nell’ambito dell’editoria e della comunicazione. Il suo linguaggio visivo, colorato e onirico, digitale ma con un solido background pittorico, è in continua sperimentazione.

:: Manimàn. Storie insolite su Genova e paraggi, Lorenzo Beccati, (Oligo editore 2023) A cura di Viviana Filippini

30 marzo 2023 by

Un libro che è un condensato di aneddoti, personaggi e curiosità su Genova. Pagine dove durante le lettura ci si imbatte Buffalo Bill, Jean- Michel Basquiat, i Beatles o qualche loro reliquia, il primo Maciste (Bartolomeo Pagano), Carlo Goldoni, Winston Churchill, vari personaggi vissuti in momenti diversi e tutti accomunati da una cosa: Genova. Ognuno di questi nomi e tanti altri sono i protagonisti di “Manimàn. Storie insolite su Genova e paraggi” di Lorenzo Beccati, edito da Oligo editore di Mantova. La città portuale e capoluogo della regione Liguria è stata nel corso dei secoli un importante punto di riferimento per  il commercio marittimo, ma qui è la protagonista unica e indiscussa di un viaggio non solo nella storia, ma anche nel cuore di un luogo affacciato sul mare dove personaggi illustri, e non solo, hanno fatto una piccola tappa nella loro vita. Lo scrittore e autore televisivo è andato a ripescare nella memoria e nei suoi ricordi di una vita, tante storie e aneddoti sentiti nel corso degli anni e ha deciso di metterli nero su bianco per lasciare ai lettori di oggi una testimonianza di persone, eventi, e situazioni curiose accadute tutte a Genova. Nelle pagine si scopre che Genova non si è fatta mancare nulla, e non a caso ci si imbatte nella peste, ma anche nel primo clown della storia e ancora nell’antica Barberia Giacalone, in Albert Einstein, Frankenstein, Stanlio e Ollio, tal lady Parker (la principessa Sissi) e pure Evita Peron. Sembra che nessuno sia escluso e che tutti siano quindi passati, almeno una volta nella vita (me che scrivo compresa, se ci penso bene) a Zena! Ed ecco che allora viene spontaneo chiedersi che sarà mai quel  “Manimàn” del titolo. È un  modo di dire dei genovesi, quel “non si sa mai” o “non sia mai”, nel quale si intravede un pizzico della classica circospezione, prudenza e diffidenza genovese. Lorenzo Beccati, noto anche per essere autore televisivo, ha un linguaggio fluido, trascinante, tanto è vero che leggendo il suo libro colmo di particolarità tratti davvero impensabili come la storia della nave Garaventa o del cane di San Lorenzo, sembra di avere Beccati al fianco che accompagna il lettore nelle viuzze della città alla scoperta di un mondo, di personaggi e di situazioni a volte così surreali e insolite che, manimàn, anche se non si è genovesi è impossibile resistere alle travolgenti e sorprendenti sfaccettature che Genova dona a chi la incontra.

Lorenzo Beccati (Genova, 1955) è scrittore e autore televisivo. Ha collaborato a Drive in, Lupo Solitario, Paperissima e tuttora a Striscia la notizia. Ha all’attivo molti libri, soprattutto romanzi e thriller storici. Per Oligo ha pubblicato Il pescatore di Lenin (2021) e Uno di Meno (2022) (www.lorenzobeccati.com)

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: La regina di Tebe di Annamaria Zizza Marlin a cura di Patrizia Debicke

21 marzo 2023 by

Tutti hanno sentito parlare del famoso re fanciullo, Tutankhamon, ma il nome di sua sorella e moglie Ankhesenamon viene raramente pronunciato. La tragica vita di Ankhesenamon è stata ben documentata negli antichi rilievi e nelle pitture del regno dei suoi familiari, dal faraone Akhenaton e la sua Grande Sposa Reale Nefertiti, fino alla morte di Tutankhamon, quando la giovane sovrana sembra scomparire completamente dalla documentazione storica. Come fosse stata volutemente annullata
Ankhesenamon (“colei che vive per Amon”) fu una regina della XVIII dinastia. Era la terza delle sei figlie di Akenaton e Nefertiti e divenne la Grande Sposa Reale del fratellastro Tutankhamon quando aveva 13 anni e lui 10 anni.
Dopo il matrimonio, la coppia restaurò l’antica religione, disconoscendo le azioni del padre, Akhenaton.Tutankhamon e Ankhesenamon due bambini, regnarono insieme in Egitto per dieci anni. Durante il loro regno, la storia ci mostra che il re aveva un consigliere ufficiale chiamato Ay, che giocò un importante ruolo nella vita e nelle decisioni di governo della giovane coppia.
Nei dieci anni sul trono, i sovrani concepirono due bambine, ma le due gravidanze finirono con due aborti (la conseguineità giocava contro),
A 19 anni circa, Tutankhamon morì all’improvviso (si ipotizza una malattia genetica) , lasciando sola Ankhesenamon e senza eredi, appena ventitreenne. La regina vedova voleva continuare con i suoi doveri ufficiali di sovrana d’Egitto e tentò senza successo la carta di interpretare un ruolo di rilievo nel trovare un successore.
La bella quarta di copertina a firma Dacia Maraini ci conferma che Annamaria Zizza ha adottato per il suo intrigante romanzo la famosa leggenda mai provata che Ankhesenamon sarebbe da individuare come la regina vedova che, alla morte del marito, nel gennaio del 1323 a.C., scrisse a Šuppiluliuma I re degli Ittiti una lettera molto particolare. Questa lettera infatti di cui è stata trovata copia in un archivio reale, nei pressi della moderna cittadina turca di Bogazkoy (nel sito dell’antica capitale hittita Ḫattuša), tra quelli che sono meglio noti come gli Annali di Muršili II, tav. VII, dal titolo: Gesta di Šuppiluliuma narrate dal figlio Mursili), contiene tra l’altro la frase:
“Mio marito è morto non ho figli. Si dice che Tu ne abbia parecchi, se me ne manderai uno, ne farò il mio Sposo. Non sceglierei mai uno dei miei sudditi/ servitori come marito“.
Detta missiva riservata raggiunse la corte ittita ma Suppiluliuma , trattandosi di un Paese nemico, temendo una trappola per ovvia diffidenza, anche per guadagnare tempo prima di prendere una decisione, mandò il proprio ambasciatore, Ḫattuša Zitiš, a chiedere conferma ma il suo passo, rendendo nota alla corte di Tebe l’iniziativa della regina gli fece perdere l’occasione di conquistare l’Egitto senza colpo ferire.
Anhesenamon scrisse invano in risposta: “Perché hai Tu pensato ch’io Ti volessi ingannare? Se avessi avuto un figlio, sarei forse io ricorsa, a Mia vergogna, a un Paese straniero? Non ho scritto ad altri, solo a Te, dammi uno dei Tuoi figli, per me sarà solo un marito, ma per l’Egitto sarà Re”.
Il romanzo di Annamaria Zizza incomincia infatti a Tebe, capitale dell’Egitto, nel XIV secolo a.C.
La bellissima e giovane Ankhesenamon, regina vedova di Tutankhamon ma senza figli, ancora impregnata degli ideali di suo padre che predicava la pace tra i popoli e decisa a tutto pur di salvare il suo Paese garantendo all’Egitto sicurezza e un erede di stirpe reale, decide di fare la sua mossa. Con una coraggiosa e anticonformista decisione ordina a Menthuotep, saggio e affermato scriba e medico babilonese, fidato uomo di umili origini con un infelice passato , di scrivere e far avere presentandosi come suo ambasciatore una lettera al re degli ittiti. Una mossa spregiudicata fatta di nascosto, scavalcando sia Ay il potente visir erede al trono in mancanza di stirpe reale, che il potente grande generale Horemheb marito della sorella di Nefertiti.
Siamo nel periodo delle massima gloriosa espansione dell’impero ittita, che approfitta di un formidabile atout: l’aver appreso il segreto di temprare e lavorare il ferro e non condividerlo con gli altri. Ragion per cui, disponendo di armi migliori, sono certi di vincere, altrettanto persuasi dalla fine e colta diplomazia di Menthuotep, di poter riuscire a conquistare e dominare l’Egitto senza combattere, decidono di accettare la richiesta della Regina vedova.
Il re ittita, Suppiliuma, sfavorevolmente condizionato tuttavia dalla seconda moglie, la subdola e infida Malnigal, bella e infelice principessa babilonese, attiva seguace della magia nera, manderà quello dei figli che ha deciso di allontanare… Il prescelto o la vittima designata fu il principe Zannanza, che, però non giunse mai a destinazione. Scomparso durante il viaggio. Assassinato? E forse…
Con l’Egitto coinvolto in una profonda, divisiva crisi dinastica e, dopo il “periodo amarniano”, privato di una valida e legittima successione al trono, tra diabolici e crudeli intrighi di corte, impossibili amori, drammi personali e spericolate avventure, si dipana la trama intessuta da una affascinante e sconosciuta regina, una giovane donna che si illudeva di poter ignorare il proprio fatale destino e, ribellandosi, cambiare il corso della storia..
Una perfetta ambientazione dovuta alla colta e approfondita ricostruzione storica dell’autrice contribuiscono alla realizzazione del romanzo vivacizzato dalla ben calibrata recitazione dei personaggi. Un suggestivo e palpabile scenario che travalica i secoli. Una vicenda che descrive e inquadra alla pefezione anche l’abissale differenza di costumi e mentalità tra due imperi tanto lontani da noi.

Annamaria Zizza è nata a Catania e insegna Italiano e Latino al Liceo Classico “Gulli e Pennisi” di Acireale. Ha ideato il progetto “Dante nelle chiese di Acireale” e propone “lecturae Dantis” patrocinate dalla diocesi locale. Una sua raccolta di poesie ha ricevuto una menzione speciale al premio letterario “Salvatore Quasimodo”. Collabora con la rivista di egittologia e archeologia “Mediterraneo antico”, per la quale scrive articoli di antropologia della Roma repubblicana. Vive con la figlia in provincia di Catania.

:: Un’intervista con Gaetano Colonna, autore di Ucraina tra Russia e Occidente – Un’identità contesa a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2023 by

Buongiorno professor Colonna e grazie di averci concesso questa intervista. Inanzitutto ci parli di lei, si presenti ai nostri lettori.

Dopo laurea e dottorato di ricerca in storia, opero come insegnante di italiano e storia nella scuola pubblica e nella formazione professionale del terzo settore. Da molto tempo mi occupo quindi di storia, partendo dalla storia antica – per occuparmi sempre più di tematiche contemporanee, pubblicando, oltre al testo sull’Ucraina, qualche altro lavoro: Medio Oriente senza pace, relativo appunto alla storia del Medio Oriente e La Resurrezione della Patria, un excursus piuttosto anticonformista sulla storia italiana.

Dopo la lettura del suo interessante libro Ucraina tra Russia e Occidente – Un’identità contesa (seconda edizione) che mi riprometto di analizzare a breve su queste pagine, vorrei farle alcune domande partendo se vogliamo dalle sue conclusioni: dunque secondo le sue impressioni parte tutto dallo “spirito di Versailles” quel germe che ha minato le basi del nascente spirito comunitario che avrebbe dovuto affratellare i popoli europei e occidentali in un’ottica di pacifica convivenza. Può esplicitarci meglio questo concetto?

Con l’espressione “spirito di Versailles” intendo semplicemente la singolare combinazione ideologica che le potenze anglosassoni vincitrici alla fine della Prima Guerra Mondiale hanno saputo imporre all’Europa: da una parte, l’attribuzione della “colpa della guerra”, e da allora di tutte le guerre, ad un solo attore (la Germania, in quel caso); dall’altra, l’utilizzo della nazionalità come principio in base al quale frammentare i grandi imperi ottocenteschi, creando ovunque mosaici di nazioni i cui confini sono stati astrattamente definiti in maniera da includere e/o escludere minoranze etnico-religiose: in tal modo creano strutture politiche fragili e facilmente controllabili, innescando così anche una serie di conflitti dei quali quello russo-ucraino non è che l’ultima derivazione.

Dai suoi studi e dalle sue ricerche le forze “nazionaliste ucraine” possono avere connotazioni neo naziste o ascrivibili a questa area di pensiero? O fa tutto parte “solo” della propaganda russa?

Che ampi settori del popolo ucraino, soprattutto delle aree occidentali del Paese, abbiano simpatizzato per le truppe tedesche quando esse invasero l’Unione Sovietica nel 1941, non è un mistero per nessuno. L’Ucraina era del resto la nazione dell’Urss che aveva maggiormente subìto prima la guerra civile, seguita alla rivoluzione bolscevica (1918-1920), fra “rossi” sovietici e “bianchi” anticomunisti; poi le deportazioni ed i massacri dei kulaki; nonché la spaventosa carestia tra anni Venti e Trenta. Entrambi questi due ultimi fatti dovuti alla determinazione di Stalin di piegare le repubbliche dell’Urss alla sua visione totalitaria ed alla sua politica di potenza. È altrettanto vero che poi gli Stati Uniti si sono serviti degli anticomunisti ucraini rifugiatisi in Occidente alla fine della Seconda Guerra mondiale per far loro condurre proprio in Ucraina operazioni di guerra coperta contro l’Urss nei primi anni della Guerra Fredda. Nonché, più di recente, per rivolgersi agli stessi ambienti per promuovere in Ucraina l’ostilità anti-russa, dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Putin ovviamente, usando i temi della propaganda russa della Seconda Guerra Mondiale, ha buon gioco a chiamare “neo-nazisti” i nazionalisti anti-russi ucraini, esattamente come in Italia si è parlato e si continua a parlare di “neo-fascisti”, pur sapendo tutti benissimo che il fascismo italiano è morto nell’aprile del ’45.

Interessanti le osservazioni e le preoccupazioni del contrammiraglio tedesco Kay-Achim Schonbach, che per quanto vale personalmente condivido (p.134). A prescindere da un discorso di influenze e di convenienze economiche non sarebbe stato più utile a livello internazionale un’alleanza strategica e politica tra Europa e Russia, paesi di forte matrice cristiana, che praticamente costringere la Russia a trovare un’altra sponda nella Cina comunista? Fare tre poli, tre aree di influenza, da un lato Stati Uniti, al centro Europa e Russia e dall’altro India e Cina, non sarebbe stato un riequilibramento geostrategico più utile agli interessi della pace internazionale? Cosa l’ha impedito? La solita hybris statunitense? O c’è di più?


Un di più c’è, a mio avviso. Se si vuole parlare seriamente di identità europea, dovremmo avere l’onestà intellettuale di riconoscere che, se esiste una simile identità, essa può risultare solo dall’integrazione fra popoli neo-latini, germanici e slavi, nel corso della tormentata storia del nostro continente: integrazione già da tempo avvenuta sul piano culturale, basti guardare alla letteratura, all’arte, alla musica europea.
Se, dopo la Seconda Guerra Mondiale, invece di una divisione in blocchi, si fosse potuto agire in questa direzione, avremmo avuto delle linee guida, ripeto assai più culturali che politico-militari, per la costruzione di un’Europa effettivamente. Essa avrebbe potuto favorire un equilibrio globale, a beneficio della pace, evitando instabilità economico-sociali e conflitti, in aree come America Latina, Africa, per non parlare del Medio Oriente, che sono state e sono invece da decenni terreni di sfruttamento e di scontro fra le superpotenze.
Per questo ritengo che la guerra in Ucraina sia senza dubbio un’immensa tragedia per il futuro dei popoli slavi, ma un’ancor più una grande sventura per il futuro dell’Europa: cosa di cui l’Unione Europea della sig.ra Merkel non sembra nemmeno rendersi conto.


In un’intervista afferma “Vi sono uomini e donne ucraini nati in Usa che sono stati direttamente “trasferiti” dagli uffici governativi americani a quelli ucraini ” secondo lei questa stretta connessione tra USA e Ucraina è stata richiesta o imposta, da ragioni di convenienza, affinità ideologica e politica o altro?


Come ho già accennato prima, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Ucraini anticomunisti che si erano rifugiati in Occidente seguendo la ritirata delle armate tedesche, sono stati spesso reclutati per operazioni speciali, a dire il vero in gran parte fallimentari, per quello che ne possiamo sapere, contro l’Urss: ad esempio l’operazione Red Sox condotta dalla CIA in Ucraina.
L’anticomunismo, ovunque nel mondo (e l’Italia ne sa qualcosa), è stato del resto sempre intensivamente utilizzato dagli Usa semplicemente come utile strumento di guerra non convenzionale mediante il quale condizionare nazioni e classi dirigenti in funzione antisovietica: contro l’Unione Sovietica, ieri, contro la Russia, oggi.


Vede similitudini tra la questione ucraina, e quello che è successo nell’ex Jugoslavia?


La Jugoslavia è un esempio dei terrificanti puzzle di nazionalità che lo “spirito di Versailles” ha disseminato in giro per il mondo: vere e proprie bombe ad orologeria etnico-religioso-sociali. La differenza è che sottrarre alla Serbia il Kosovo non è come schierare la Nato in Ucraina, il nocciolo della preoccupazione della Russia di Putin, una preoccupazione che lo stesso Kissinger ha considerato ampiamente giustificata, soprattutto date le assicurazioni fornite alla Russia, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, che la Nato non si sarebbe mai spinta tanto avanti.
Il mio timore però è che ci siano delle affinità anche con la dimenticata decennale guerra Irak-Iran, un terribile conflitto, durante il quale gli Stati Uniti e l’Occidente favorirono Saddam Hussein per tenere a bada l’Iran divenuto anti-americano, esattamente come ora si vuole fare armando l’Ucraina contro la Russia: forse anche Zelensky, quando rifiuta di aprire trattative di pace con Putin, contando sulla potenza americana, dovrebbe ricordarsi della fine fatta poi fare a Saddam dai suoi ex-sostenitori statunitensi.


La salvezza, l’unità e l’indipendenza ucraina non sarebbero state garantite da un governo federale del paese (con magari regioni a statuto speciale nelle aree russofone e a prevalenza di russi etnici) e da una sua finlandizzazione e neutralità? Cosa l’ha impedito? Secondo lei all’Ucraina questa promessa è stata fatta dagli Usa o dalla Nato per motivarli in questi tragici frangenti?


Il tema è a mio avviso molto ampio e complesso. Contro la “logica di Versailles”, e la potenza finanziaria e militare che l’ha alimentata fino ai giorni nostri, la risposta non è agevole, perché presupporrebbe una capacità di ideazione di nuove forme politiche.
Personalmente, ho trovato di grande attualità il disegno di riorganizzazione politica economica e culturale che Rudolf Steiner fece alle massime autorità dirigenti di Austria e Germania nel 1917, restando del tutto inascoltato. Essa richiede però una diversa concezione dello Stato e del suo rapporto con l’economia e la cultura. Un simile salto di qualità ideale però non è stato putroppo compiuto da nessuno dei politici del XXI secolo.
L’Ucraina avrebbe potuto rappresentare un ponte fra Russia ed Europa: in effetti, una strategia del ponte fu effettivamente tentata, fino alla cosiddetta rivoluzione di piazza Majdan, almeno da alcuni dei dirigenti ucraini. Ma è proprio ciò che gli Stati Uniti d’America non avrebbero mai potuto permettere. Ed infatti non lo hanno permesso perché, come ebbe a dire nel lontano dicembre 1949 il segretario di Stato Usa, Dean Acheson: «Nell’attuale contesto delle tensioni fra Est e Ovest la neutralità è un’illusione». A distanza di oltre settant’anni la sostanza della visione della classe dirigente statunitense resta la stessa: a maggior ragione ora che la Nato controlla l’Europa fino ai confini della Russia.


Che prospettive ci sono per una pace possibile, tanto auspicata dall’anziano Papa Francesco, e per il riallineamneto di assi strategici ora particolarmente sbilanciati verso Oriente? Si ricucirà mai la frattura tra Russia ed Europa, anche in prospettiva di un dopo Putin? Grazie.


La pace è auspicabile se davvero ci consideriamo Europei. Difficile favorire la pace, però, se ci facciamo influenzare ogni giorno dalla propaganda nordamericana, di cui si fanno strumenti tutti i principali media italiani ed europei, non riconoscendo ad esempio la minaccia che una Nato spinta fino ai suoi confini rappresenta concretamente per la Russia: e dunque la responsabilità in questa guerra di chi ha voluto questa espansione.
Difficile intravedere prospettive di pace quando, come già prima dei due grandi conflitti mondiali, si ripete per anni che i buoni stanno da una parte ed i cattivi dall’altra. L’Occidente atlantico continua a voler far credere al mondo che esso combatte per il pacifico ordine mondiale del futuro.
Nonostante la sua politica interventista, il suo considerarsi il gendarme dell’ordine mondiale, abbia solo portato guerra, terrorismo e disgregazione ovunque sia stata applicata: dall’Iraq alla Siria all’Afghanistan.
Fino a quando nuove classi dirigenti in Europa non avranno il coraggio di riconoscere il fallimentare bilancio del lungo secondo dopoguerra, così come è stato gestito dall’Occidente atlantico, difficilmente si potrà ricucire la frattura fra Russia ed Europa. Con conseguenze assai pericolose per la pace nel mondo, qualora si dovesse anche profilare uno scontro epocale fra Cina e Occidente, dal quale l’Europa, con quello che ancora resta della sua civiltà, non potrebbe che essere definitivamente travolta.

21 marzo 2023

::Alla conquista del Polo, Nord Philippe Nessmann (Gallucci 2022) A cura di Viviana Filippini

20 marzo 2023 by

Sarà capitato a tutti di sentire parlare delle spedizioni di conquista del Polo Nord. Lo hanno raccontato film, libri, documentari e anche in “Alla conquista del Polo Nord” Philippe Nessmann narra ai piccoli lettori l’avvincente vicenda. Protagonista e narratore dell’impresa, ambientata nell’estate del 1908, è Matthew Henson un esploratore artico di origini afroamericane, che per sette volte, in 17 anni, affiancò il comandante Peary nelle spedizioni per raggiungere la banchisa con la speranza di essere i primi a piantare la bandiera al Polo Nord. La storia è avvincente, curiosa e intrigante, perché è una vera e propria avventurosa cronaca del tentativo di conquista del Polo Nord. Quello che emerge è l’entusiasmo, unito anche alle preoccupazione per le difficoltà e gli ostacoli incontrati nell’impresa, che sono rese ancora più gravose dalla presenza costante del gelo. Il romanzo di Nessmann, che già abbiamo conosciuto con i libri “Tutankhamon” e “La notte di Pompei”, è la storia di un’impresa eroica che vede per protagonista un afroamericano, nipote di uno schiavo, al fianco di un bianco (comandante Peary), che con l’aiuto, importante e fondamentale, di un piccolo gruppo di Inuit (49) e di 246 cani da slitta riuscironoad arrivare vicini all’ambito traguardo dell’artico dove, come racconta la storia, Peary scelse Henson ed altri quattro Inuit come parte della suo team di sei persone per fare l’ultimo tratto fino al polo.  La trama è coinvolgente, ricca di suspense dovuta anche alla difficoltà di movimento dei protagonisti in mezzo al gelo. Allo stesso tempo il romanzo di Nessmann fa pensare, perché Henson, il personaggio narrante è un uomo di umili origini e dalla pelle scura, che nella sua vita ha affrontato difficoltà non solo dovute alle condizioni atmosferiche, come per la conquista del polo nord. Henson ha dovuto confrontarsi anche con i pregiudizi, le chiacchiere e le limitazioni dovute al colore della sua pelle, in un’epoca in cui negli Stati Uniti d’America, l’avere il colore della pelle differente dal bianco comportava problematiche sociali, lavorative e relazionali. Come emerge durante la lettura, tutto è invece diverso nel rapporto tra Henson e gli Inuit, perché questa comunità, lontana da tutto e tutti, lo accetta senza nessun problema, nel senso che a loro non importa il colore della pelle di Henson, per loro è fondamentale che una persona sia brava e si comporti bene e in modo rispettoso, come il protagonista di questa storia. “Alla conquista del Polo Nord”  di Philippe Nessmann è un romanzo d’avventura, d’amicizia, di coraggio e di condivisione di esperienze che, nel corso del tempo, permisero a tutti i protagonisti -Henson compreso-  di avere gli adeguati riconoscimenti per la loro memorabile impresa. Traduzione dal francese di Sara Aggazio, Chiara Licata e Martina Mancuso a cura della Fusp – Fondazione Unicampus San Pellegrino.

Philippe Nessmann (Saint-Dié-des-Vosges, 1967) ha sempre coltivato tre passioni: la scienza, la storia e la scrittura. Dopo una laurea in Ingegneria e un master in Storia dell’arte, si è dedicato alla divulgazione, in particolare come autore di libri per ragazzi. Gallucci ha pubblicato i suoi romanzi “Tutankhamon” e “La notte di Pompei”.

Source: ricevuto dall’editore, grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci.

:: Il regno di Dio è in voi. Il testo fondamentale della dottrina della non violenza di Lev Tolstoj

19 marzo 2023 by

Il regno di Dio è in voi è uno dei libri più seminali che si conoscano. Lo stesso Tolstoj lo collocava al vertice della sua produzione letteraria e saggistica. Le idee espresse in questo lavoro, osteggiato dalle autorità, hanno avuto un impatto straordinario sulla società dell’epoca e valicato limiti geografici, culturali e temporali. Il pensiero di Tolstoj non ha influenzato solamente i contemporanei come Gandhi, ma ha raggiunto anche i movimenti pacifisti e non violenti contemporanei. Partendo dal Discorso della montagna di Gesù, Tolstoj muove una critica durissima e radicale alla società e alle istituzioni con argomenti attualissimi. Riprenderlo oggi ha un profondo senso spirituale e politico. E lo si può fare adesso in una traduzione italiana modernizzata e leggibile. In un saggio a corredo al testo di Tolstoj, Giuliano Procacci, che ha dedicato l’ultima parte della sua ricerca ai temi della pace e della guerra, ricostruisce il fallito tentativo di portare Tolstoj al XVIII Congresso internazionale della pace di Stoccolma del 1909. L’introduzione di Stefano Garzonio, docente di lingua e letteratura russa, inquadra il libro nella poetica, nell’opera e nella vita di Tolstoj.