:: Catalogo degli animali inestimabili, Katherine Rundell, (Utet 2023) A cura di Viviana Filippini

18 luglio 2023 by

Quanto sappiamo davvero del mondo che ci circonda? Quanto conosciamo davvero gli animali che popolano il nostro pianeta. A darcene una spiegazione ci pensa “Catalogo degli animali inestimabili” di Katherine Rundell, edito da Utet in Italia. Il libro è una vera e propria raccolta di animali dei quali magari il lettore ne sa, in alcuni casi potrebbe averne sentito il nome e, in altri casi, nemmeno li conosce. Certo è che essi, più o meno noti, sono presenti nel globo terrestre e il fatto che l’autrice li racconti fa compiere a chi legge, magari comodamente seduto in poltrona, un giro in lungo e in largo per il pianeta alla scoperta di quelle che sono le affascinanti creature che in esso vivono. “Catalogo degli animali inestimabili” narra attraverso leggende, aneddoti, folklore e curiosità il mondo animale, dimostrando come oltre alla tradizionale definizione scientifica di una specie, il tempo, la tradizione orale, la storia e la letteratura ne hanno dato una propria versione. Questo rende il volume tradotto da Chiara Baffa, un libro avvincente curioso, interessante che chiama alla memoria e ricorda un po’ i bestiari del passato. Nel tomo ci si imbatte per esempio nel  vombato, molto presente in Australia anche con la variante del “naso peloso”, ricordata per quella mutazione genetica che caratterizza il suo pelo rendendolo dorato. Presente anche il misterioso squalo della Groenlandia, che non è particolarmente bello da vedere, ma di certo è uno degli esseri viventi più longevi, visto che gli studi effettuati su alcuni esemplari hanno dimostrato che può vivere dai 272 ai 512 anni. La giraffa c’è? Sì, perché della giraffa e della sua forma e manto ne parlava già il poeta romano Orazio, che non la apprezzava molto perché la riteneva un animale disordinato con quel collo troppo lungo rispetto al corpo. E poi seguono in successione  il rondone, il lemure , il granchio eremita, la foca, l’orso, il narvalo, il corvo, la lepre, il lupo, il ricco, l’elefante, il cavalluccio marino, il pangolino, la cicogna, il ragno, il pipistrello, il tonno, la talpa dorata e l’essere umano. Sono ventidue i protagonista di “Catalogo degli animali inestimabili”, ventidue creature che Katherine Rundell ci invita a conoscere, scoprire, approfondire per comprendere, da una parte, la bellezza e varietà del mondo che ci circonda e dall’altra, per avvisarci che queste specie ( e non solo queste) vanno protette, poiché perderle significherebbe un cambiamento con conseguenze irreparabili per tutti quanti. A sottolineare il valore inestimabile e prezioso degli animali protagonisti del libro oltre al testo dell’autrice ci sono le raffinate immagini di Talya Baldwin.

Katherine Rundell ha vissuto la sua infanzia tra Africa ed Europa. Oggi è docente di letteratura inglese presso l’All Souls College di Oxford. In Italia con Rizzoli ha pubblicato “Sophie sui tetti di Parigi” (2015), “La ragazza dei lupi” (2016, premio Andersen 2017), “Il Natale di Teo” (2017), “Capriole sotto il temporale” (2018, finalista al premio Strega Ragazze e Ragazzi 2019).

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa UTET.

:: Delitto sull’isola di ghiaccio di Eeva Louko, (Newton Comptom 2023) a cura di Patrizia Debicke

8 luglio 2023 by

Ronja Vaara dopo che sua madre aveva divorziato quando era una bambina per trasferirsi a vivere in Costa Azzurra, abbandonandola da sola con il padre a Lauttasaari, isola finlandese , situata a circa 3 chilometri a ovest del centro città, ha dato un brusco taglio al passato e lasciato la Finlandia per trasferirsi in Inghilterra. Ogni anno tuttavia torna brevemente a casa per rivedere suo padre e gli amici a Lauttasaari che, con altre piccole isole circostanti disabitate e una popolazione di 23.226 abitanti nel 2017, è la seconda più grande della Finlandia, dopo Fasta Åland. La sua superficie terrestre è di 3,85 km 2 .
Lauttasaari, che costituisce un distretto di Helsinki ,è principalmente un’area residenziale, dotata di servizi, tra cui diversi porti turistici e club nautici . Nonostante sia vicina al centro della capitale, non è stata mai edificata completamente, la sua costiera, che gode di sentieri pedonali, parchi giochi, boschetti, spiagge e scogliere, è ancora godibile dal pubblico.
Il suo nome Lauttasaari significa alla lettera “isola dei traghetti”, ma oggi è collegata alla capitale e alla città di Espoo da ponti, strade rialzate e dispone di ben due stazione dalla metropolitana di Helsinki.
Mentre Ronja, che prima di rientrare a casa come fa ogni anno, ha deciso di concedersi anche un piacevole week end di vacanza a Stoccolma è già all’aeroporto londinese in attesa del suo volo , verrà raggiunta dalla comunicazione della polizia locale di Lauttasaari che le annuncia il ritrovamento del corpo di suo padre, stimato professore del liceo locale ormai in pensione, abbandonato su una spiaggia dell’ isola. Una telefonata che la costringerà a cambiare biglietto e programma e tornare subito a casa.
Ma al suo arrivo la polizia ha già appurato che il professor Harri Vaara non è morto per annegamento, perché i segni riscontrati dal medico legale attorno al suo collo indicano uno strangolamento. Si tratta quindi di un omicidio in una comunità isolata, dove tutti conoscono tutti ma in cui si muove impunemente uno sconosciuto assassino.. Ciascuno può essere o diventare un potenziale sospetto.
Incaricato delle indagini sarà il sergente maggiore Anton Koivu, con l’appoggio della sua valida assistente, il sergente Oona Laine.
Ad accogliere Ronja sarà un gruppo di vecchie amiche e compagne di scuola che l’accompagneranno fino a casa del padre, aiutandola a sistemarsi in qualche modo.
E lei, essendo in fase di cambio di lavoro, deciderà di fermarsi anche dopo le esequie, per regolare la successione ma anche perché è poco convinta da come la polizia sta seguendo il caso. Ragion per cui proverà a indagare da sola. Tanto più che ha una pista da cui partire a portata di mano: una grande quantità di cartoline identiche, ben trentasette, che il professor Vaara ha ricevuto durante gli ultimi anni, tutte raffiguranti la spiaggia di Kasinonranta, dove era stato ripescato il suo cadavere. Alcune sono state spedite dalla Finlandia, altre dall’estero. Gli agenti le hanno ritrovate in una scatola nell’appartamento e repertate come prove. Nessun mittente e dietro con la stessa calligrafia c’è scritto sempre lo stesso strano aforisma: “Ab alio expectes, alteri quod feceris” ovverosia “Aspettati dall’altro ciò che gli hai fatto . Ma quale senso hanno? E poi chi mai le ha spedite? E perché? Nascondeva qulcosa suo padre? Era davvero solo lo studioso, l’uomo tranquillo che pensava di conoscere?
Queste e altre domande costringeranno Ronja ad andare avanti a frugare nei tanti, forse troppi segreti della la piccola comunità in cui è nata e cresciuta. Ma man mano che qualche labile indizio le farà pensare di essere sulla giusta strada la sua indagine si farà sempre più difficile e scabrosa, tanto da farle temere di essere in pericolo.
Riuscirà a sciogliere i tanti, troppi enigmi della vita di suo padre e trovare le giuste risposte?
Un ampio cast di personaggi affolla le 352 pagine del romanzo. Ci sono le amiche di lunga data di Ronja, Milla e Ansku, il fidanzato di scuola superiore Ville, il marito di Milla Topi, sua madre e l’intero quartiere…
Eeva Louko ha fatto bene ad ambientare gli avvenimenti della sua stori a Lauttasaari, perché ormai isola e omicidi sono diventati un binomio che funziona. Lauttasaari poi, pur non essendo un’isola turistica, ha abbastanza spiagge, porticcioli turistici, cottage e un tipo di vita quotidiana tanto che potrebbe funzionare persino per una serie, tipo Sandaham, già di gran successo in tutto il Nord.
Un thriller in cui l’indagine sull’omicidio è strettamente connessa alla quotidianità della vita sull’isola di famiglie con figli, e ai complicati legami sentimentali tra i personaggi. Un giallo leggero, sfaccettato, abbastanza scorrevole con una trama fantasiosa, anche se poco credibile e che se si perde un po’ in tanti scombinati particolari e divagazioni pseudo sentimentali, tipo come funziona Tinder nel creare relazioni occasionali. Sicuramente adatto a chi ama le love story ma, secondo me, che forse avrebbe ingranato meglio con una cinquantina di pagine di meno.

Eva Louko, classe 1982, è una reporter ed esperta di comunicazione, specializzata nelle storie crime e horror. Delitto sull’isola di ghiaccio è il suo primo romanzo.

Source: libro del recensore.

::Andare per fari, Luca Bergamin, (il Mulino 2023) A cura di Viviana Filippini

5 luglio 2023 by

La lanterna di Genova, San Venerio al Tino, il faro di Livorno, Capel Rosso (Grosseto), Punta Carena a Capri, Faro di Capo Suvero (Calabria) e di Capo Vaticano, Faro di Capo Colonna (Crotone) sono lì da tempo, da secoli. Sono lì a guardare il mare, a vegliare su di esso. Sono alcuni dei fari presenti in Italia raccontati da Luca Bergamin, in “Andare per fari”, edito da il Mulino, per la collana Ritrovare l’Italia. I fari sono raccontati dall’autore sotto diversi aspetti, nel senso che oltre alla descrizione fisica, architettonica, di quando e come sono state costruite queste strutture che si ergono slanciandosi verso il cielo, l’autore si addentra anche nella loro storia personale, nella quale il lettore scoprirà un po’ di storia, ma anche l’ utilizzo nel passato e nel presente, in quei casi in cui fari andati magari in disuso sono stati recuperati e portati a nuova vita. I fari sono 154 e si trovano un po’ in tutte le zone costiere e isolane d’Italia, e ci si rende conto di questo in leggendo il libro di Bergamin si compie un vero e proprio viaggio che ci porta a fare tappa a Genova, Trieste, Toscana, Marche, Sardegna, Campania, Sicilia e Puglia, a dimostrazione dell’importanza che i fari avevano per la nostra Italia in passato. Tondi, a forma di cono, quadrati, ottagonali, con o senza terrazze, i fari sono  stati un elemento fondamentale per la nostra penisola, tanto che lo stesso Vittorio Emanuele II decise di potenziare e regolamentare al meglio i fari d’Italia e, come accadde in Salento, nel XVI secolo, Carlo V li usò per difendersi dagli attacchi dei Turchi. I fari erano visti quindi come lo strumento ideale per percepire in anticipo e tutelarsi dagli attacchi che giungevano via mare e per vegliare sulle attività commerciali.  Bergamin entra nei fari, mostrando le memorie che custodiscono e ci racconta anche come le fonti luminose in essi utilizzate cambiarono nel tempo, alimentate prima a olio, poi con la paraffina, seguita dall’acetilene fino alla lampadina elettrica che permettevano a queste sinuose architetture di controllare il paesaggio marino davanti a loro. I fari caduti in disuso o riportati a nuova vita narrati in “Andare per fari” da Luca Bergamin sono dei guardiani silenziosi, dove la solitudine sperimentata tende ad essere duplice. Una solitudine per il faro stesso, ma anche per quelle persone  che dentro ad esso ci vivono o hanno vissuto e che si trovano a contatto con una sorta di isolamento silenzioso -un po’ meditativo-, utile e pure un po’ necessario per riscoprire la bellezza della natura circostante e quella celata e sopita nell’ animo umano.

Luca Bergamin è giornalista e scrittore. Collabora con il «Corriere della Sera», «La Stampa», «Il Sole 24 Ore», il «Financial Times». Ha pubblicato «Barbagia è libertà» (Ediciclo, 2021), «Giardini pazzi e misteriosi» (Pendragon, 2021), «Salento. Terre e mare a Sud Est» (Polaris, 2022). @Lucasudest è il suo progetto Instagram per valorizzare il Sud e l’Est della nostra penisola.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Elisa Montanucci – Responsabile Edimill media

:: Figure della mente. La coscienza attraverso le lenti dell’evoluzione Simona Ginsburg ed Eva Jablonka Illustrazioni di Anna Zeligowski (Raffaello Cortina Milano 2023) a cura di Valerio Calzolaio

2 luglio 2023 by

Dentro e fuori di noi, coscienti o senzienti (sinonimi) sulla Terra. La biologia evoluzionistica può guidarci nel labirinto del nesso imperscrutabile tra mente e cervello, tra lo psichico (stato di coscienza) e il fisico (irritazione del tessuto nervoso), suggerendo sempre nuovi interrogativi e nuovi dubbi, domande più che risposte. L’approccio corretto prende le mosse da alcuni dei modi classici in cui abbiamo cercato di figurarci la coscienza e di concepire la natura della mente, soprattutto da due antiche concezioni di portata generale, il dualismo e il fisicalismo. L’orientamento naturalistico ed evoluzionistico impone di considerare tutti gli organismi vitali (batteri compresi) e di valutare bene la transizione dalle specie animali non coscienti a quelle coscienti, correlata all’emergere di una forma di apprendimento associativo aperto e illimitato, che caratterizza alcuni animali dotati di cervello, e premessa ai caratteri sui generis e alle ripercussioni strabilianti e mostruose della coscienza umana. Simile approccio necessita di far leva su una narrazione scientifica piana e matura, accompagnata seriamente da immagini visive (tavole illustrate e disegni ironico-giocosi) e immagini verbali (metafore vigilate con valore epistemico), per aiutare l’immaginazione e l’interpretazione a spaziare con maggiore libertà, dischiudendo altrettante prospettive sui molteplici risvolti della coscienza e passando in rassegna alcune varietà anomale che aiutano a spingersi verso le possibili espressioni future, come l’intelligenza artificiale e addirittura una coscienza in mondi virtuali o extraterrestri. Miscelando arte, filosofia e scienza si può davvero stimolare l’immaginazione e la consapevolezza di noi lettori, rivelandoci svariati modi in cui si possono esplorare i paesaggi della mente.

Due esperte famose filosofe della biologia di formazione scientifica, entrambe di origine isaeliana, Simona Ginsburg (nata negli Usa, 1947) ed Eva Jablonka (nata in Polonia, 1952), con la “conforme” collaborazione della medica artista Anna Zeligowski (nata in Polonia nel 1952), anche lei di origine israeliana e ora residente in Puglia, hanno realizzato un testo efficace, interessante e fertile per renderci più coscienti sulla coscienza. Si tratta di una proprietà antica e diffusa tra gli animali, probabilmente evoluta per creare un nuovo insieme di obiettivi, visto che consente all’organismo di prendere decisioni flessibili e dipendenti dal contesto, raggiungendo obiettivi che altrimenti non sarebbero affatto riconosciuti come tali, e finisce per coincidere con la sua capacità di orientarsi in un territorio nuovo e complesso, per procurarsi cibo o trovare un partner. Un essere senziente possiede un’autonoma agentività; ha esperienze private, soggettive e coerenti; si preoccupa e si impegna per la propria sopravvivenza e riproduzione. Per le specie umane hanno fatto poi via via grande differenza l’evoluzione di sistemi simbolici, che includono la capacità linguistica. Il volume si articola in cinque carrellate e “panoramiche”, ciascuna di queste sezioni svolge dai dodici ai sedici argomenti, per un totale di 67 paragrafi brevi, discorsivi e ricchi di vividi punti interrogativi. Ciascun paragrafo è accompagnato da un’immagine, una metafora visiva che entra in risonanza con il tema specifico svolto nel testo e con l’immaginazione del lettore, introducendo punti di vista supplementari, talora arricchiti anche da frasi in esergo, citazioni altrui e versi della poetessa inglese Jean Monet (ispirati alle tavole). Molto stimolanti nella quinta sezione i riferimenti alle lesioni cerebrali, ai deficit cognitivi e mnemonici, alle encefalopatie, alla fantascienza, alle menti prodigiose, alle sostanze psichedeliche, all’inconscio, ai robot. Indicazioni bibliografiche nelle puntuali note conclusive e buon indice analitico.

:: Torna da me di Christian Ginepro (Bertoni Editore 2023) a cura di Federica Belleri

28 giugno 2023 by

Avete presente quando un attore è alla sua prima opera letteraria?

Parliamo di Christian Ginepro. Attore nella serie di Rocco Schiavone, non serve che io aggiunga altro. Ma Ginepro è molto di più. Date un’occhiata alla sua biografia. 

Ha dimostrato di saper scrivere anche molto bene. Un  libro suddiviso in atti, in scenari, in emozioni da condividere. 

Un libro denso di fatti. Una trama che tocca il cuore, l’essere coppia e l’essere una famiglia.

Come vi comportereste se improvvisamente vostro figlio non ci fosse più? Che atteggiamento avreste come padre o come madre? E le persone accanto a voi? Sareste capaci di accettare la sua morte? Di farvene in qualche modo una ragione?

Potreste riuscirci, oppure no. Magari soccombereste al dolore. Vi trovereste al buio in una stanza piccola e soffocante. O, all’opposto, in uno spazio aperto a respirare ossigeno puro.

Torna da me racconta l’amore fra genitori, la comprensione, la forza. Ma anche il giocarsi tutto, l’incomunicabilità, il terrore di precipitare.

Torna da me è un filo sottile legato alla speranza. È un gioco delle parti. È mettersi a nudo di fronte all’evidenza. È la vita e la morte. 

È tutto ciò che non si può tollerare, è un mistero dalla semplice soluzione.

Lettura davvero intensa, che vi consiglio.

Christian Ginepro nasce nel 1973 a Pesaro, Italia (ha 49 anni). Tra i suoi film come interprete, ricordiamo: Arrivano i Prof (2018).

:: Tira molla e messèda di Paola Varalli (Todaro 2023) a cura di Patrizia Debicke

27 giugno 2023 by

Una nuova squadra di personaggi per la Varalli, dopo la serie sulle “Squinzie” all’opera sullo sfondo di una Milano ancora anni ‘80. Favolosi anni in cui si credeva che il meglio dovesse ancora venire, soprattutto nella Milano da bere dove si chiacchierava ancora consumando un paio di “biciclette” al bar. Traduco : aperitivi di quel tempo che fu, a base di bianchino o spruzzato che ritroviamo in “Tira, mòlla e messèda” (le indagini del bar William), giallo ambientato sulla fine degli anni ottanta.
Una Milano che bisogna saper interpretare, per chi non è cresciuto milanese. Già il titolo: Tira mòlla e messèda, va spiegato bene agli analfabeti di dialetto. Dunque, tanto per cominciare, ecco la versione italiana ovverosia: girarci attorno, perder tempo.
Modo di dire dal quale faranno ampio usato i vari personaggi per far capire che a volte serve tanta pazienza prima di trovare una soluzione.
Ma ora passiamo ai protagonisti , e membri della squadra, spassosi attori che dovranno sbrogliare un caso nel “borgh di ortolan”, la zona di via Sarpi, ormai colonizzata dai cinesi che allarga fino a via Canonica, e a via Piero della Francesca . Protagonisti saranno infatti i quarantenni e poco più membri di un terzetto formato dall’alto e prestante gommista Mario, il bravo e onesto idraulico Pino dell’acume e la loro erculea amica Eddy, diminuitivo di leggasi: Edmonda de Amicis, di professione buttafuori in un locale notturno .
La storia comincia a ottobre del 1988 con Mario e Pino in coda dietro a una schiera di famelici e affannosi pensionati, all’ufficio postale di via Bertini. Pino ha trovato nella cassetta delle lettere l’avviso di un pacco da ritirare.
Il bottino, ovverosia la busta di cartone – a lui indirizzata da una sconosciuta ditta milanese, verrà finalmente guadagnato da Pino, spostatosi su suggerimento di Mario, dall’ingresso di via Bertini a quello di via Lomazzo riservato a posta e raccomandate -, rivelerà di contenere una misteriosa musicassetta.
E già e poi il mistero pare destinato a infittirsi già dal primo tentativo d’ascolto. Una volta inserita in un registratore infatti si sentono solo fischi e ronzii tipo colonna sonora di un film di fantascienza. Solo suoni e rumori incomprensibili.
Ma il Mario, o Marietto, capisce subito che si tratta di roba moderna, da computer. Insomma sarebbe la trascrizione per salvare un file, se però vogliono provare a capirci qualcosa serve la consulenza di Eddy , unica tra loro proprietaria di un portatile e di una stampante . Ma prima dovranno aspettare che sia disponibile, dopo aver lavorato tutta la notte. Poi , arrivati a casa della robusta buttafuori, il suo portatile partorirà una sfilza tabelle contenenti nomi e cifre incomprensibili… Bisogna indagare e dargli un significato. Anche perché, cercando bene dentro la busta di cartone, che conteneva la cassetta del file troveranno anche scritto a macchina un foglio con quella che appare come una precisa richiesta d’aiuto.
Con il repentino arruolamento arruolato anche dell’Edmonda nell’improvvisato gruppo di detective, ormai tre baldi eroi, dovranno darsi da fare, soprattutto per scoprire l’identità del mittente di quel pacco spedito a Pino. Intanto il nome e il logo stampati sulla busta ricordano quello di un negozietto di gadget nel quartiere. Che vendeva gadget soprattutto a scopo promozionale. Ma ormai quel negozietto si è trasferito …
Ciò nondimeno bisogna cominciare e partendo proprio da quella traccia. Ai tre amici pertanto non resta che mettersi in caccia, sfruttando anche l’appoggio logistico di Viliam, proprietario del Bar William, un locale particolare, con due vetrine senza pretese, un jukebox, un flipper, dei tavolini spaiati e il bancone in formica verdina. Per noi, per meglio inquadrare Viliam, par doveroso aggiungere che è un personaggio speciale, famoso per essere uno sfegatato fan di Ursula Andress. Tanto che in giro si diceva addirittura che avesse avuto una mezza storia con lei quando non era famosa. Lui ci giurava, ma la Andress no!
E comunque, avvalendosi anche degli occhi, delle orecchie di Viliam, perfetto esemplare di barista: ficcanaso e pettegolo quanto basta, intercalando la loro ’indagine con qualche stuzzichino, con bianchini spuzzati, i tre amici riusciranno in qualche modo a a sbrogliare l’enigma del pacco e tirare fuori una persona da brutti forse bruttissimi guai.
Un universo variegato pieno di clienti del bar, vicini chiacchieroni, pensionati, strani vetrai, ecc. ecc. intessuto con abilità, quasi a ricostruire un film commedia di quegli anni che si esalta in una piccola comunità. Una trama gialla appena accennata, fatta di buffi aneddoti e false piste con investigatori di quartiere che se la sanno sbrigare da soli senza ricorrere ai carabinieri.
Continue argute citazioni in dialetto che si rincorrono, arricchite dalla premessa dell’autrice con ampie delucidazioni sulla pronuncia.
Storia molto godibile e che si fa leggere tutta di fila.

La scrittura di Paola Varalli è ironica, frizzante. Ama i giochi di parole e l’enigmistica, i suoi personaggi potrebbero essere gli amici della porta accanto, a loro è facile affezionarsi ma poi si scopre che potrebbero celare qualche mistero. Architetto per la pagnotta e scrittrice per passione, Paola Varalli nasce sul lago Maggiore e vive tra Milano e il lago di Como.
Ha pubblicato tre gialli con Fratelli Frilli editori, con le “squinzie” come protagoniste, due amiche con la propensione ad indagare e a ficcarsi nei guai.
Con Todaro editore è già uscita con due racconti lunghi sulle antologie Quattro volte Natale e Odio l’estate.

:: Ma io in guerra non ci volevo andare  Fiume-Mülhdorf/Dachau e ritorno (1944-1954), Antonio (Nino) Zorco, (Oltre edizioni 2023) A cura di Viviana Filippini

21 giugno 2023 by

Credo che il fare memoria del passato, di chi non c’è, di quello che le persone hanno vissuto sulla propria pelle sia importante, non solo però nelle date segnate sul calendario. Credo che ogni momento possa essere importante e anche utile per fare memoria e per conoscere quelle parti della Storia, in questo caso quella dei fiumani italiani costretti ad andarsene dalla loro terre e non ancora abbastanza note. Scrivo questo, perché vi voglio raccontare di “Ma io in guerra non ci volevo andare  Fiume-Mülhdorf/Dachau e ritorno (1944-1954)” di Antonio (Nino) Zorco, un libro di memorie nel quale l’autore mette nero su bianco tutta la sofferenza provata nel campo di concentramento e appena tornato a casa. Andiamo con ordine, perché Antonio Zorco detto Nino, originario di Fiume, narra l’improvviso cambiamento della sua esistenza con l’arresto avvenuto nell’agosto del 1944 per mano dei tedeschi. Una volta catturato il giovane, che aveva evitato qualsiasi leva militare, venne spedito con altri compagni a Mühldorf, in Germania, dove rimase in un campo di concentramento per i lavori forzati (Todt) dal 9 settembre 1944 al 4 agosto 1945. Pagine di dura vita, fatta di lavoro, di paure e necessità di sopravvivenza. Per sua fortuna Nino tornò a casa, anche in modo rocambolesco, malato e bisognoso di cure. Quello che il giovane reduce nato a Fiume da genitori istriani di Visignano d’Istria, trovò nel tentativo di arrivare a Fiume, fu qualcosa di ben diverso dalla pace. Al posto di scovare una situazione sociale dove poter ricominciare a vivere e ricostruire quello distrutto dalla guerra dentro e fuori di lui, Zorco dovette confrontarsi con altri militari, i soldati titini, che nel frattempo avevano occupato la città imponendo le loro regole. Zorco visse un senso di sradicamento dalle proprie radici, nel senso che Nino non solo venne prima deportato, ma tornato a casa trovò  una Fiume svuotata dei fiumani che aveva conosciuto (amici e parenti compresi) e piena di persone nuove arrivate dell’ex Jugoslavia, che imposero negli anni usi, costumi, tradizioni diverse da quelle che Nino aveva appreso. Una situazione spiazzante per l’autore che si rese conto di non avere più dei punti di riferimento italiani precisi, tanto da sentirsi un po’ alla Jacopo Ortis, ossia “uno straniero in casa propria”. Zorco spaesato e minato ancora da problemi di salute, chiese più volte alle autorità jugoslave di partire per l’Italia ma sempre gli venne negato il permesso. Nonostante questa impossibilità a raggiungere i suoi cari partiti (anche non volontariamente) per altri luoghi, Nino rimase a Fiume lavorando come tecnico di raffineria e trovando pace  grazie all’amore della moglie Daniza. “Ma io in guerra non ci volevo andare  Fiume-Mülhdorf/Dachau e ritorno (1944-1954)” di Antonio (Nino) Zorco  è la storia di un giovane uomo portato via dalla sua terra natia e una volta tornato a casa sconvolto da quanto essa fosse cambiata. Il libro di Zorco è la storia di un fiumano che provò sulla propria pelle e nell’animo il vuoto lasciato dall’allontanamento dei propri cari e dalla trasformazione della propria terra occupata da altri. La testimonianza del fiumano Nino è una voce singola e, allo stesso tempo, la voce di un popolo, che con il proprio vissuto incarna quella perdita di capisaldi e quel senso di vuoto/mancanza dovuti all’allentamento forzato o, come nel caso di Nino Zorco, al doversi adattare, perché impossibilitati a partire, ad un mondo nuovo completamente diverso dalla terra istriana di un tempo. Il libro presenta un’introduzione di Diego Zandel, scrittore  nipote di Nino e la postfazione di Roberto Spazzali.

Antonio Zorco, detto Nino, classe 1925 era nativo di Fiume. I genitori erano istriani di Visignano d’Istria. Renitente a qualsiasi leva, nel 1944 venne arrestato dai tedeschi e costretto, come civile, a entrare nell’organizzazione di lavori forzati Todt in Germania, nel campo di concentramento di Mühldorf, dove restò fino alla fine della guerra e da dove tornò con mezzi di fortuna e malato in Italia, nell’agosto del 1945. Lavorò per tutta la vita come tecnico nella raffineria di Fiume, dove morì nel 2003.

Source: grazie all’ufficio stampa 1A di Anna Ardissone  e Raffaella Soldani.

:: Notte, giorno notte di Beatrice Monroy, Perrone editore, a cura di Patrizia Debicke

14 giugno 2023 by

Maggio, 1946. Nell’immediato dopoguerra con la creazione della roccaforte quasi privata chiamata Regione Siciliana a Statuto Autonomo, mentre per ottenere un impiego regionale, legato a “politiche o amicizie locali” e squisitamente a chiamata diretta, decine di prescelti si trasferivano a Palermo, contemporaneamente, senza perdere tempo, si innalzavano alla periferia moderne torri di cemento armato. Un quartiere tutto nuovo per pochi privilegiati, una zona residenziale tra via Giuseppe Giusti a Viale Lazio, pronta ad accoglierne le famiglie dei fortunati.
Una città per dictat politico/mafioso progettata e costruita fuori dal centro storico raso al suolo dai bombardamenti, aggirando il vincolo di verde storico, in una parte degli splendidi giardini di Villa Sperlinga, appartenuta alle famiglie Whitaker e Florio. Un quartiere e una casa dove vivranno due bambine, Matilde e Carla, con le loro famiglie, abitando fianco a fianco, addirittura sugli stessi pianerottoli. Una quotidianità marcata dalla tentacolare e neppure troppo sotterranea influenza mafiosa che da allora regolerà più o meno apertamente la vita di tutti, soprattutto quella di Carla, dopo lo spettacolare omicidio di suo padre davanti al portone di casa.
Il fatto tragico di cui sarà un’ impotente e sbigottita testimone segnerà la sua vita per sempre.
Cosa rappresentò per lei la vista di suo padre crivellato di pallottole?. Come poteva riuscire a superare lo choc di un’esecuzione compiuta sotto i suoi occhi?
Da quel giorno infatti non sarà più la stessa. Chiusa in un suo mondo particolare con la mente sempre in bilico tra euforia e disperazione, passando dall’eccitazione a giorni fatti di mutismo totale. A nulla varranno cure e ripetuti consulti di medici.
Matilde le resterà affettuosamente vicina fino a quando potrà poi, sia per condurre la sua vita che per non finire anche lei nel vortice di disperazione che ha stravolto l’esistenza di Carla, si costringerà ad allontanarsi.
Per Carla invece l’affannosa e continua ricerca degli assassini di suo padre, diventata peggio di un’ossessione, la porterà alla fine a lasciare la sua casa, abbandonare sua madre e sparire .
Le loro esistenze ormai divise seguiranno strade completamente diverse, Matilde si sposerà con Federico, un ingegnere con un avvenire sicuro: un matrimonio felice, benedetto dalla nascita di un figlio, un bambino adorato. E anche Carla si sposerà serenamente con Roberto e tornerà ad abitare nell’appartamento di fianco a quello di Matilde e Federico, apparentemente per riuscire a costruirsi una vita diversa e cancellare i suoi giorni bui. Per Matilde, con il distacco tra loro annullato tutto sembra ricominciare come prima, comprese l’incostanza di Carla e la confidenza della loro vecchia amicizia.
Carla e Roberto non avranno figli e pian piano la falsa serenità di Carla verrà meno, per lei riappariranno i giorni bui, ricchi solo di dubbi, inquietudine, rimorsi.
Fino al Luglio, 1993 quando, durante una bollente notte palermitana, Matilde, che non riesce a trovare sonno, uscirà in terrazza sedendo sulla sua sedia a dondolo in cerca di fresco e ristoro.
Là per caso, si ritroverà ad ascoltare le voci dei vicini che provengono dalle finestre aperte. Lei conosce bene Carla e le sue continue ossessioni. Quante volte ha dovuto ascoltarla, confortarla , assecondare i suoi fantasmi. Dall’altra parte della terrazza, dietro la veranda, Carla e suo marito Roberto, sera dopo sera, discutono, si accalorano e si rinfacciano una complicata storia fatta di intrighi e spaventosi segreti. Carla sa come altri la verità su qualcosa che invoca giustizia e denuncia illegalità. Una storia ascoltata da Matilde quasi spiando dalla sua terrazza e che emergerà a sprazzi, notte dopo notte. Una storia che avrà persino i contorni di qualcosa a lei vicino e spiacevolmente familiare.
Con le loro parole Roberto e Carla costringono Matilde a riandare al passato. Non solo. particolare dopo particolare, la loro conversazione assumendo sempre di più precise sfumature di giallo, darà persino a Matilde la quasi certezza di farne parte.
Di giorno riprenderà la sua vita con la routine che non le concede tempo per riflettere sulle inquietanti accuse di Carla. C’è il bambino e Federico, suo marito. Deve solo proteggere la sua famiglia, il loro status.
Leggere Notte, giorno, notte, un romanzo con sullo sfondo una Palermo in lotta tra criminalità e giustizia, suggerisce scelte che non prevedono l’indifferenza e l’oblio.
Notte, giorno, notte è la storia di due donne ma anche la storia di quanto un proprio egoistico universo particolare consenta si tenersi al di fuori dalla realtà. Soprattutto se si decide di chiudere occhi, orecchie e cuore e di ignorare che quanto ci circonda, potrebbe anche ammantarsi di menzogna.
In Notte, giorno, notte Beatrice Monroy utilizza con crudo realismo lo spasmodico succedersi di giorni e ore di drammatiche confessioni per portare alla luce precisi riferimenti a memorabili fatti di cronaca, che per quanto lontani, si trasformeranno tragicamente in queste pagine in storia privata, vissuta.
Sono gli anni delle Grandi Stragi che rimarranno indelebili nella mente e nei ricordi di generazioni. Gli anni di una Palermo che lotta tra criminalità e legalità.
Un romanzo che chiede ad alta voce, forte e chiaro di “non voltare la faccia dall’altra parte”. Mai! Si dovrebbe tutti avere più coraggio, non chiudere mai gli occhi e cercare di fare sempre le scelte giuste.

Beatrice Monroy e nata a Palermo, dove ora abita, ma ha vissuto a Napoli, Pisa, Roma, in Francia, negli Stati Uniti. È narratrice, drammaturga, autrice di testi radiofonici per RadioRai. Conduce laboratori di scrittura e narrazione. Ha pubblicato diversi libri, i più recenti: Ragazzo di razza incerta (2013), Niente ci fu (2012), Elegia delle donne morte (2011), Oltre il vasto oceano. Memoria parziale di Bambina (2013) con il quale ha vinto nel 2014 la prima edizione del premio letterario “Kaos: Festival dell’editoria, della legalità e dell’identità siciliana” e che è stato tra i titoli in lizza per l’edizione 2014 del Premio Strega.

::Rombo, Esther Kinsky, (Iperborea, 2023) A cura di Viviana Filippini

12 giugno 2023 by

Rombo è quel rumorio costante e continuo che aleggia prima della grande scossa, ed è quel sentire costante che destabilizza gli animali e gli animi più sensibili prima del grande tremore. “Rombo” è il  romanzo di Esther Kinsky, edito da Iperborea, nel quale attraverso le storie di diversi personaggi, viene ricostruito il tremendo terremoto che colpì il Friuli il 6 maggio del 1976 (in realtà ne arrivò poi un altro a settembre). Tanti sono i personaggi che animano le pagine del volume, dai bambini, a giovani, passando per i più maturi, tutti sono impegnati a raccontare le loro esistenze prima, durante e immediatamente dopo la grande scossa che cambiò per sempre le vite delle persone residenti in quella zona, e trasformato la morfologia paesaggistica. Ecco presentarsi esistenze diverse come quella di Adelmo arrivato in Italia dalla Germania, un piccolo eroe sopravvissuto al terremoto assieme al suo inseparabile amico indiano: l’unico giocattolo che è riuscito a portare in salvo dalle macerie del terremoto. Accanto a lui i racconti di  vita di Olga, nata in Venezuela ma residente da anni in Friuli, la quale narra dei suoi viaggi quotidiani in pullman per andare a lavorare in ufficio a Gemona, o Lina che usa la scrittura come strumento per fermare in modo eterno quello che vuole ricordare, poi Gigi noto come il guardiano delle capre sulle montagne e Silvia che è alle prese con una mamma un po’ presente e spesso assente, che le racconta del suo lavoro al mare. Quello che colpisce del libro è che l’autrice tedesca (spesso in Italia, proprio in Friuli), grazie al racconto corale dei protagonisti, ci permette di conoscere le vite singole dei suoi personaggi e, allo stesso tempo, di comprendere la macchina del soccorso che si mise in moto da tutta Italia dopo la grande scossa, per aiutare il dilaniato Friuli a rinascere. “Rombo”  è un libro interessante, poichè oltre alle storie di vita, forza e coraggio di persone comuni, alla fragilità che sta dentro e fuori agli esseri umani, l’autrice mette frammenti che vanno a ripescare nella tradizione, nel passato, nelle leggende popolari, unite anche – lo si nota prima di ogni nuova sezione del libro- a frammenti estratti da libri del settore, che da sempre si occupano dello studio dei movimenti tellurici. “Rombo” di Esther Kinsky è un romanzo a più voci, non solo umane, ma anche quella leopardiana natura madre-matrigna , che dovremmo imparare ad ascoltare in modo maggiore, per cogliere quei segnali di cambiamento che trasformano per sempre l’essere umano e il paesaggio. Traduzione di Silvia Albesano.

Esther Kinsky narratrice, poetessa e traduttrice letteraria, è una delle voci più alte e originali della scena letteraria tedesca, insignita dei più prestigiosi riconoscimenti, come il Premio della Fiera di Lipsia, il Premio Paul Celan e il premio Adelbert von Chamisso. In Italia ha pubblicato Macchia e Sul fiume (Saggiatore, 2019 e 2021). Il suo ultimo romanzo, Rombo, ha ricevuto il Premio Kleist ed è candidato al Deutscher Buchpreis.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.

:: MARIA TERESA LIUZZO: “LA LUCE DEL RITORNO” a cura di Antonio Catalfamo

2 giugno 2023 by

Maria Teresa Liuzzo rinnova il suo impegno letterario con un altro romanzo: “La luce del ritorno” (A.G.A.R. Editrice, Reggio Calabria, 2022, s.i.p.). Non siamo in presenza di una scrittrice che si possa liquidare, come spesso avviene con tante altre che transitano nel campo delle lettere, con il classico «medaglione», vale a dire con alcuni dati biografici, un elenco di opere e di premi, un riassunto del contenuto e qualche estrapolazione di brani. Fare ciò significherebbe sminuire la Liuzzo, il suo spessore artistico e la portata della svolta che ha introdotto in questo nostro secondo Novecento così affollato di «minori», che sgomitano per trovare spazio, con l’ausilio di critici compiacenti, i quali cercano di dimostrare come tutti costoro abbiano portato un contributo, seppur minimo, al «canone» della letteratura contemporanea. Un’operazione di tal genere, fra l’altro, sarebbe sbagliata, perché la Liuzzo non rientra in nessun presunto «canone», costruito artificialmente ed artificiosamente dalla critica, né, per converso, cerca di affermarsi, come fanno altri ancora, ostentando un «anticanone», fintamente contestativo del «canone». C’è chi, infatti, per farsi largo, urla il proprio «impegno», contrapposto al «disimpegno» per così dire «canonico», piagnucola per essere stato «oscurato», tenuto ai margini. Ma il sogno proibito degli «anticanonici» per autoproclamazione è quello di essere “cooptati”, inseriti nell’esercito dei “questuanti”, dei “clientes”, per essere “tacitati” e gratificati con qualche piccolo riconoscimento.

Maria Teresa Liuzzo non fa parte dell’Italietta attuale, votata all’accattonaggio politico e letterario. Non chiede di essere “intruppata”, anzi trasforma la sua originalità, per noi indiscutibile, in una bandiera da far garrire al vento da sola, senza “spinte” e “puntelli”, senza sostegni che non siano quelli derivanti dalle doti artistiche che la natura le ha conferito e che lei ha saputo affinare lavorando non tanto di cesello, come gli orafi, ma con l’energia del fabbro che forgia e modella il ferro con il martello, mentre è ancora incandescente, sopra l’incudine, con una maestria che rimonta nei secoli, anzi nei millenni. Forza vitale e maestria artistica convivono nella sua opera, che solo i veri critici, come il suo conterraneo Antonio Piromalli, hanno saputo valorizzare, inserendola in quella letteratura meridionale, alla quale Gramsci, riferendosi a Pirandello, riconosceva, nell’ambito del panorama nazionale, una sua specificità e, addirittura, per certi aspetti, un primato.

Mi preme, allora, fissare su carta alcune novità che la scrittrice, a mio avviso, ha introdotto nel panorama letterario contemporaneo, che si presenta esangue, ripetitivo, privo di succhi vitali e di rapporto fecondativo con la realtà vera. Novità che, però, hanno lontane scaturigini, radici profonde nella migliore tradizione letteraria del passato. Da tempo medito su di esse ed ora trovo in quest’ultima opera importanti conferme.

Innanzitutto, questo nuovo romanzo di Maria Teresa Liuzzo, così come i precedenti, che con esso costituiscono una serie, non è imprigionato dentro una trama, dentro gli orizzonti della “fabula”, dell’ “intreccio”, fissati dalle teorie narratologiche “consolidate”. Non siamo, dall’altro lato, di fronte ad uno sperimentalismo fine a se stesso, come se ne trovano tanti nella letteratura “togata”.

Si ripone, invece, una grande questione teorica e pratica: quella dell’unità di un’opera letteraria. Cesare Pavese se l’è posta a proposito dei poemi omerici e della propria opera, in versi e in prosa, ed ha trovato, sia nelle note che accompagnano l’edizione einaudiana del 1943 di “Lavorare stanca” sia nelle pagine così dense del suo diario, “Il mestiere di vivere”, soluzioni ch’egli stesso ha considerato provvisorie, destinate ad essere messe continuamente in discussione, ad essere superate e, nel contempo, ricomprese dialetticamente, ad un livello superiore, in altre. Pavese attribuisce centralità e funzione unificante ai «rapporti fantastici» sottesi alla realtà, che il poeta (e lo scrittore) deve cogliere e recepire nella sua opera. Siamo in presenza, per certi aspetti, della riproposizione di teorie estetiche simboliste, che lo scrittore langarolo negli anni successivi supererà di slancio, pervenendo, nelle opere narrative e negli scritti teorici della piena maturità (si pensi al saggio “Poesia è libertà”), a un «realismo simbolico» di matrice dantesca, fondato su un giusto equilibrio tra realtà e simbolo.

Ma io credo che il caso della Liuzzo sia più simile a quello dell’ “Orlando Furioso” di Ludovico Ariosto. Lanfranco Caretti ha sottolineato la «struttura aperta» del poema ariostesco, tutta «percorsa da una energia dinamica», conferita dal convergere in esso della realtà in tutte le sue sfaccettature e in tutte le sue passioni, tanto da poter affermare che il “Furioso” racchiude in sé «il senso libero, estroso, incalcolabile e inesauribile della vita». Nel romanzo della Liuzzo che stiamo qui esaminando si intrecciano vari eventi, che al lettore superficiale potrebbero sembrare slegati: si passa dalla realtà drammatica e, in certi momenti, brutale alla componente fiabesca, dall’amore vissuto con grande intensità all’odio viscerale che caratterizza determinati personaggi. Ma a conferire unità è la figura di Mary, che è con tutta evidenza proiezione autobiografica dell’autrice, la cui vita viene ripercorsa attraverso l’angolo visuale di una bambola, ch’ella ebbe da bambina e conservò per tutta l’esistenza come una confidente, ma pure un “alter ego”. Si noti qui l’originalità dell’ “espediente” narrativo, la sua suggestività, la tenerezza e il “pathos” ch’esso conferisce al racconto. Ma la scrittrice va oltre con la sua creatività narrativa. La vita di Mary viene ricostruita dopo la morte, anzi, diremmo, dall’angolo visuale della morte. E qui Maria Teresa Liuzzo si pone in linea di continuità con la migliore letteratura novecentesca, anch’essa estranea al «canone». Era, ad esempio, Cesare Pavese a voler raccontare e raccontarsi «come dopo morto», da una prospettiva che garantisce il necessario distacco per un’analisi razionale, talvolta impietosa. Ed è, per l’appunto, “impietosa” l’analisi che viene offerta, in questo romanzo, della travagliata esistenza di Mary, degli odi che permangono anche dopo la sua morte in capo alla madre e alle zie, degli amori che conservano, da un lato, la loro dolcezza e la loro passionalità, e, dall’altro, la loro contraddittorietà e, addirittura, la loro violenza.

Dicevamo della componente fiabesca che permette di accostare il romanzo della Liuzzo al “Furioso”. La critica più avveduta ha individuato il «nucleo genetico», il «centro ideologico», del poema ariostesco nel castello di Atlante e nel viaggio di Astolfo sulla luna. Nel “Furioso” chi si avvicina al castello di Atlante crede di vedere tutto ciò che ama ed agogna, ma l’illusione dura poco e la realtà si ripresenta in tutta la sua tragicità. Nel romanzo della Liuzzo lo stesso ruolo del castello di Atlante è rappresentato dal castello del Principe, popolato di elfi e di fate, «tra arcate di muschio, aiuole di corniola, smeraldo d’erba, e serpeggiare di ruscelli» (p. 120). Mia, da bambola di pezza, viene trasformata in una «bellissima bambina in carne ed ossa» (ibidem). Ma il romanzo si conclude con alcuni interrogativi inquietanti, che non trovano risposta: «Quale sarà il potere dell’energia della vita che muove i nostri gesti? Quale la giusta frequenza da intercettare? Rinascerà l’amore tra Raf e Mary nell’universo? Quale magica trama, seppur sotto sotto nascosta, attraversa le metamorfosi dell’infinito? Nell’eterno gioco della vita, sarà Raf più umano e più onesto? O rimarrà prigioniero degli orrori e delle afflizioni mentali?» (p. 121).

Dopo l’incantesimo, il mondo si ripresenta «grande e terribile», secondo l’ineguagliabile definizione di Gramsci. A dispetto dell’immagine «pessimistica» che è stata data da tanta parte della critica, pur autorevole, del Leopardi, nello “Zibaldone” egli rappresenta la natura nella sua «varietà», comprensiva delle sue contraddizioni, che coesistono: la gioia e il dolore, l’amore e l’odio, il razionale e l’irrazionale, il caldo e il freddo, il grande e il piccolo, il finito e l’infinito, il ponderabile e l’imponderabile. Così è la vita quale emerge da questo romanzo di Maria Teresa Liuzzo, lungo il solco segnato dai grandi della letteratura, come il Leopardi stesso e l’Ariosto. Un ponte teso, dunque, tra passato e presente.

Il viaggio di Astolfo sulla luna, in sella all’Ippogrifo, per recuperare il senno di Orlando, rappresenta il tentativo di rimediare alla follia che domina la società cinquecentesca in cui vive l’Ariosto. Anche questo profilo riveste grande attualità nel mondo nostro contemporaneo e trova concretizzazione nel romanzo di Maria Teresa Liuzzo in molte pagine dedicate all’odio viscerale che, senza motivazione razionale, anzi in maniera irrazionale, si scatena contro Mary, figura di donna violata e pura.

Antonio Catalfamo

  • Maria Teresa Liuzzo, “La luce del ritorno”, A.G.A.R. Editrice, Reggio Calabria, 2022, s.i.p.

:: Festival Citta dei Narratori 2/4 giugno

1 giugno 2023 by

APPUNTAMENTO A MONTEFIASCONE DAL 2 al 4 GIUGNO…
Venite a Rocca dei Papi di Montefiascone per il Festival Città dei Narratori ideato da Daniel Biacchessi, dove sarete circondati dalle straordinarie bellezze della Tuscia Viterbese e dai suoi sconfinati panorami che parlano di storia. Dove il passato pare voler cercare spazio e nuovo impulso nel futuro.
Venite a trascorrere un week end di giugno, promotore di un mondo fatto di autori di romanzi come Maurizio de Giovanni, Alessandro Robecchi, Bruno Morchio, Luca Crovi, Piera Carlomagno, Patrizia Debicke, Isabella Christina Felline e dei libri d’inchiesta di Adele Marini, Daniele Biacchessi, Gino Marchitelli, senza dimenticare scrittori ed editori della Tuscia. Ma non solo, perché al Festival troverete anche il teatro con letture di Pasolini e concerti rock e Acustic Live, a specchio di come più arti siano fondate sull’impegno civile, sociale e sulla memoria.
Il tutto in un luogo di grande cultura, tradizioni e ottima cucina. Vi aspettiamo.

:: Negli occhi di Marianne di Frédéric Dard (Rizzoli, 2023) a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2023 by

Daniel Mermet, pittore parigino in vacanza in Spagna, una notte investe con l’auto una donna. Spaventato, non sapendo cosa fare, la porta nell’albergo dove risiede e scopre nell’ordine che è bellissima, bionda, parla francese e non ricorda più nulla del suo passato. Il giorno seguente affascinato dalla sua bellezza e dal suo mistero decide di portarla sulla spiaggia e farle un ritratto. Ma una luce sinistra nel suo sguardo lo turba. Cosa nasconde Marianne, questo si scoprirà dopo è il nome della donna, cosa nasconde il suo sguardo? Negli occhi di Marianne, tradotto da Elena Cappellini, si va ad aggiungere ai piccoli capolavori noir di Frederic Dard che Nero Rizzoli ospita nella collana dove già sono presenti Gli scellerati, Il montacarichi, I bastardi vanno all’inferno e Prato all’inglese. Letto in treno, nel breve viaggio tra Torino e Milano, Negli occhi di Marianne racchiude un mistero, un mistero terribile, che il protagonista svelerà a poco a poco lasciandosi coinvolgere in un amore pericoloso e oscuro come tutti gli amori. Conosciamo davvero chi crediamo di amare? Questa domanda ci accompagnerà per tutto lo svolgersi degli eventi fino al tragico finale. Fulminante, ipnotico, essenziale, come tutti i noir di Dard ci porta in terre sconosciute che forse non vorremo esplorare. Il mistero dell’animo umano è ciò che affascina e respinge e in un susseguirsi di eventi e colpi di scena il lettore attraversa una vasta gamma di sensazioni dalla curiosità, alla sopresa, all’orrore, perchè è in realtà una piccola storia di orrore come se ne vivono in provincia, a voi la scelta se leggerlo o meno, ma se amate Dard direi che è il caso che non ve lo lasciate sfuggire. Alla prossima.

Frederic Dard (1921-2000) ha iniziato a pubblicare romanzi negli anni Quaranta. Il grande successo sarebbe arrivato però più tardi, con lo pseudonimo San-Antonio. È in atto una riscoperta internazionale della sua opera, vastissima, inaugurata in Italia da Rizzoli con Gli scellerati (2018), Il montacarichi (20219), I bastardi vanno all’inferno (2021) e Prato all’inglese (2022).

Elena Cappellini, dopo la laurea in Lettere moderne presso l’Università di Bologna, ha studiato a Siena, dove ha conseguito il dottorato in Letteratura comparata e Traduzione del testo letterario. Ha partecipato a convegni e pubblicato saggi su Michel Tournier, sul fantastico, sull’immaginario radiofonico, fotografico e radiologico. Dal 2002, a Cremona, è stata curatrice del festival Pensare la differenza, percorsi, incontri e spettacoli sulla cultura di genere.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore. Ringraziamo Giulia e Chiara dell’ Ufficio stampa Rizzoli.