:: You God, Annarita Petrino, (Il Papavero, 2014)

11 settembre 2014 by

you-godLa fantascienza fin dal suo nascere è un genere che si è prestato a contaminazioni di varia natura tant’è che esistono numerosi generi, dalla fantascienza tecnologica alla fantascienza postapocalittica, dallo space opera al cyberpunk, senza contare poi i sottogeneri caratterizzati da ragioni tematiche più o meno ibride. Ne esiste anche un filone forse meno noto, sottogenere della soft science fiction, denominato fantascienza cristiana. Sottogenere di cui ne ignoravo l’esistenza ma che ha anche all’estero esponenti come Clive S.Lewis o Walter M.Miller Jr. Esiste comunque pure in Italia, per esempio, una rivista di fantascienza cattolica http://www.futureshock-online.info/index.html che vanta sparuti lettori ma sembra sopravvivere. Il binomio fantascienza e fede più che un connubio sembra quasi un azzardo, legato alle stesse difficoltà che nascono dal legame scienza e fede. Ho conosciuto scienziati credenti e non credenti, per cui posso tranquillamente sostenere che non è l’intelligenza a differire, ma appunto la fede, che è un dono, c’è chi lo possiede e chi no. Può essere interessante vedere la fantascienza da questo punto di vista, ovvero leggere fantascienza scritta da scrittori credenti che utilizzano il genere per veicolare le loro convinzioni? Penso di sì, rientra nel campo delle libertà individuali, e certo la lettura ne accresce il fascino, più è alta la qualità della scrittura. E la mancanza di fanatismo. La fantascienza cristiana di Annarita Petrino rientra in questa tipologia di scritti, buona scrittura (migliorabile certo) e una certa lievità e delicatezza nel proporre temi dal punto di vista di un credente proiettati nel futuro con vari gradi di distopia. You God è una raccolta di racconti, per la precisione 4, editi da un editore piuttosto piccolo, con copertina povera, una certa cura nell’impaginazione e una pregevole assenza di refusi. I racconti sono nell’ordine “Imperfezioni“, “Judy Bow“, “Hic Et Nunc” e “You God che da il titolo alla breve antologia. Sì parla di diversità, di eternità dell’anima, di fine del mondo, di etica medica, naturalmente proponendo una giusta visione delle cose (quella del credente) contrapposta a una giudicata negativa in cui i mali della modernità impediscono di avere un corretto concetto di Dio. A sostegno delle tesi sostenute, ragionamenti piuttosto consolidati, niente di eccessivamente innovativo, ma tuttavia l’esperimento è in fin dei conti interessante. Scrittori più stilisticamente maturi avrebbero potuto fare meglio, ma è senz’altro apprezzabile lo sforzo dell’autrice di esprimere le sue convinzioni, maturate dopo una conversione, tramite i topos classici della fantascienza, senza violare la libertà di chi legge e cercando di dare un po’ di speranza nel futuro. Ciò renderà la lettura apprezzabile da credenti e non credenti, a mio avviso. Buona lettura.

Annarita Petrino è nata nel 1977 a Giulianova (in provincia di Teramo) sulla costa Adriatica. Laureata in Lingue e Letterature Straniere (Università degli studi G. D’Annunzio di Pescara), lavora in una scuola materna. Scrive racconti di fantascienza da qualche anno, che hanno visto la luce su diverse riviste on-line, quali Intercom, Future Shock, Nigra la Tebra, Continuum.

:: Delitto irrisolto, Catherine Coulter, (Longanesi, 2008) a cura di Laura M.

7 settembre 2014 by

DELITTO IRRISOLTOCatherine Coulter è un’autrice che non conoscevo, sebbene in America sia un nome piuttosto noto, sempre presente nella classifica dei bestseller. Ha scritto nella sua carriera per lo più romanzi storici, per poi negli anni Novanta iniziare alcune serie di romanzi contemporanei di genere poliziesco romantico. Assai famosa la sua serie dedicata a due investigatori dell’FBI a cui appartiene anche Delitto irrisolto (Blowout, 2004) pubblicato in Italia da Longanesi nel 2008, e tradotto da Sara Caraffini. Non è quindi un titolo molto recente, preso in biblioteca quasi per sbaglio, ma si è rivelato invece una lettura piuttosto piacevole.
Premetto che c’è una coppia di investigatori, per di più marito e moglie, quindi una fetta di lettori che ama il thriller ma non questo schema sarà scoraggiato, pur tuttavia la storia prende; sparizioni, omicidi, indagini parallele, e un ambiente piuttosto esclusivo come l’alta corte degli Stati Uniti, fanno di questo romanzo una lettura non impegnativa ma gradevole se si vogliono passare alcune ore di sano intrattenimento.
La Coulter è brava, la dura scuola del romance l’ha resa capace intrattenere senza risultare eccessivamente prolissa o cavillosa. Ha una scrittura pulita, funzionale, per nulla leziosa, timore principale di un lettore di thriller quando affronta un autore specializzato nel romance. Ora settantenne, e affiancata di norma da J.T. Ellison, è sicuramente una scrittrice instancabile, questo luglio è uscito il suo 18° romanzo della serie dedicata all’FBI. Se devo fare un appunto, forse riguarda le trame, decisamente complicate e contorte, ma con un po’ di attenzione l’ostacolo si supera agevolmente.
Delitto irrisolto si dipana intorno a un delitto inspiegabile sul quale aleggia l’ombra… di un fantasma. Poi la trama torna nei binari del consueto quando torna a occuparsi della morte per strangolamento di un giudice della Corte suprema a cui seguono l’uccisione di due suoi assistenti. I due investigatori dell’FBI Dillon Savich e Lacey Sherlock (ok, a forza di telefilm polizieschi americani tutti abbiamo la convinzione più che fondata che due agenti dell’FBI non possano avere una storia, fuguriamoci sposarsi, pensiamo solo agli scrupoli di Gil Grissam e Sara Sidle, in CSI Las Vegas, ma pazienza), indagano con la convinzione che i tre delitti siano legati assieme da qualche oscura trama.
Poi un antico delitto di trent’anni prima sembra assumere sfumature inquietanti, una donna bellissima era infatti stata pugnalata in modo misterioso e il figlio era scomparso. Cosa unisce questo delitto alle morti recenti? Toccherà alla coppia di investigatori scoprirlo e non sarà facile soprattutto perché una terza assistente del giudice rischia di essere uccisa. Ma l’FBI… ok, non vi dico altro. Ripeto la trama è così complessa che si fatica a raccapezzarsi almeno fino al finale, ma le pagine si voltano con rapidità come nel più classico page- turner. Buona lettura.

Catherine Coulter è una delle più affermate narratrici americane, nota non solo per i gialli dell’FBI della coppia Savich e Sherlock, ma anche per una fortunata serie di romanzi storico- sentimentali: due filoni che la pongono in testa alle classifiche dei bestseller. Vive in California.

:: Phobia, Wulf Dorn, (Corbaccio, 2014)

7 settembre 2014 by

phobiaLetto in bozze in anteprima questa estate, Phobia (Phobia, 2013), ultimo romanzo di Wulf Dorn, edito in Germania con Heyne Verlag, del gruppo Random House  e in uscita per in Italia con Corbaccio nella collana Top Thriller la prossima settimana, per la precisione l’11 settembre, tradotto dal tedesco da Leonella Basiglini, è un classico psichothriller alla Wulf Dorn, caratterizzato da forte tensione psicologica, una spruzzata di horror, (pensate solo al sogno in cui Mark vede la compagna morta in stato di decomposizione, o anche solo il volto deturpato dalle cicatrici del villain della situazione che compare all’improvviso dal buio, solo per fare un esempio) personaggi solidi e sfaccettati e buone ambientazioni, questa volta dislocate tra Londra e Francoforte.
Ritroviamo Mark Behrendt, personaggio già visto ne La psichiatra (ricordate lo psichiatra che aiutava Ellen Roth a far luce sulla scomparsa della paziente della camera numero 7) in questo romanzo provato dalla tragica morte della compagna, quasi alcolizzato, sospeso dalla professione, insomma in condizioni estreme e pur tuttavia l’unico che si decide ad aiutare Sarah Bridgewater, protagonista assieme al figlio Harvey e al marito Stephen di Phobia.
Dunque tutto ha inizio una notte nel quartiere londinese di Forest Hill. Sarah è sola in casa, una di quelle eleganti villette unifamiliari che sorgono nella periferia residenziale, con suo figlio, un bambino di 7 anni, sente dei rumori in cucina e si trova davanti uno sconosciuto, con i vestiti di suo marito, l’auto di suo marito, la borsa di suo marito, che dice di essere suo marito e conosce particolari della sua vita che solo suo marito potrebbe conoscere. Ma l’uomo non è suo marito. Sarah lo avverte chiaramente non ostante il suo volto sia deturpato da orribili cicatrici. Chi è? Cosa vuole dalla sua famiglia? E soprattutto dov’è Stephen?
Come è apparso, l’uomo scompare e la polizia avvisata sembra guardarla come una mitomane. Suo marito per loro sta bene, è in viaggio d’affari e presto tornerà a casa. Convinzioni confermate da una telefonata rassicurante alle forze dell’ordine da questo fantomatico “sconosciuto” a cui tutti sembrano credere. Ma Sarah avverte che quell’uomo è un pericolo, per lei, per suo figlio e soprattutto per Stephen molto probabilmente prigioniero nelle sue mani.
In una storia dove tutti nascondono qualcosa, dove nessuno è limpido come apparentemente può sembrare, compreso Stephen, il lettore si troverà ad assistere a una lotta contro il tempo, in un susseguirsi di fatti apparentemente slegati, fino almeno alla chiarificazione finale.
Sorprendente? Forse. Non vi aspettavate niente di quanto succederà? Molto probabile. La particolarità di questo romanzo è quella di giocare con le paure della gente, con il concetto stesso di paura. Fisiologica, patologica, vicina a tutti noi, improbabile. La paura a quanto apre si insinua nella mente della gente e al spinge ad agire, comportarsi a volte in maniera contraddittoria, e irragionevole. La paura della morte, dell’abbandono, di essere traditi, di essere delusi.
Alcuni traumi possono condizionare le esistenze, farci perdere tutto da un giorno all’altro come capita a Mark, o farci credere che quello che ci capita è una giusta punizione, qualcosa che ci meritiamo come capita a Stephen. Insomma Wulf Dorn scava nei meccanismi della psiche e ne trae materia per un romanzo di suspense, forse più che un thriller. E con al sua scrittura piana e levigata rende il tutto immediato e diretto. Siamo ai livelli dei precedenti, una conferma per chi ama questo autore tedesco, capace di portare sulla carta vere esperienze vissute, casi di cronaca, reali sfumature psicologiche. Buona lettura.

Wulf Dorn è nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie e il gatto vicino a Ulm, in Germania. In Italia Corbaccio ha pubblicato La psichiatra, che è diventato un bestseller grazie al passaparola dei lettori, Il superstite, Follia profonda (tutti anche in edizione TEA) e Il mio cuore cattivo.  www.wulfdorn.net

:: L’amore quando c’era, Chiara Gamberale, (Mondadori, 2012) a cura di Michela Bortoletto

5 settembre 2014 by

indexQual è la ricetta della felicità? Qual è quell’ingrediente che rende una persona felice? Che cos’è che fa sì che una vita sia degna di essere vissuta? Se lo chiede Amanda, la protagonista di questo breve romanzo di Chiara Gamberale.
Amanda ha trentanove anni, insegna lettere in una scuola media, è una scrittrice mancata ed è appena stata lasciata da Manuel, il suo compagno, perché ultimamente il suo chiodo fisso era quello di diventare madre. Vive in un appartamento con il suo cane Poirot. Una vita normale, quella di Amanda. Eppure sente che qualcosa le manca. Non è completamente felice. Ha un buco dentro che non riesce a riempire. Per trovare la risposta al suo vuoto ha perfino assegnato un tema ai suoi alunni: Perché la vita ha un senso o non ce l’ha, secondo te? Le risposte dei suoi alunni hanno un comune denominatore: l’amore. Sembra che tutto giri intorno a questo sentimento: felicità, tristezza, paura e vuoto dipendono dall’amore. Amore che c’è e amore che non c’è.
E l’amore è al centro anche della vita di Tommaso, ex di Amanda, piantato alla vigilia della partenza per un viaggio in Cina senza un perché. Dopo dodici anni Amanda si rifà viva con lui in occasione della morte del padre. Tra i due nasce una fitta corrispondenza fatta di messaggi e mail. Tommaso è un avvocato, è sposato e ha due splendidi bambini. Fa il lavoro dei suoi sogni, ha una moglie che lo ama e che lui ama e i bimbi sono fonte di gioia. La sua vita sembra perfetta. E allora ecco che Amanda si chiede se forse Tommaso è riuscito a trovare il segreto per essere felici. La vita di Tommaso, agli occhi di Amanda, sembra perfetta, piena, compiuta. Non come la sua che sembra mancare di qualcosa. Eppure, dal loro scambio di mail si intuisce che forse anche a Tommaso manca qualcosa per essere pienamente felice.
Ma allora quale sarà la risposta alla domanda di Amanda? L’amore, come sostengono i suoi alunni? È l’amore per qualcuno o qualcosa a fare la differenza? Basta davvero solo amare e essere amati? Il segreto della felicità è realmente solo l’amore? Ma l’amore quando c’è, quando non c’è o quando c’era? La risposta è tra queste pagine.

Chiara Gamberale vive a Roma, dove è nata nel 1977. Ha esordito nel 1999 con Una vita sottile, seguito da Color Lucciola (2001), Arrivano i pagliacci (2003), La zona cieca (2008, premio selezione Campiello), Le luci nelle case degli altri (2010), L’amore, quando c’era (2012) e Quattro etti d’amore, grazie (2013). È autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici come Quarto piano scala a destra, su Rai Tre, e Io, Chiara e L’Oscuro, su Radio Due. Collabora con “Vanity Fair” e “Donna Moderna”, e tiene un blog sul sito di “Io Donna” del “Corriere della Sera”. Per Feltrinelli ha pubblicato il romanzo Per dieci minuti (2013).

:: Le navi dei vichinghi, Frans Gunnar Bengtsson, (Beat, 2014) a cura di Viviana Filippini

4 settembre 2014 by

naveSono cresciuta con le storie dell’Iliade, dell’Odissea, dell’Eneide, con le divinità greco-romane, ma pure quello che riguarda le culture altre, sparse per il mondo e diverse da quella dove sono nata mi affascinano da sempre. Il mondo nordico rientra in questa categoria non solo perché tra le mie attrici preferite del muto c’è Greta Garbo, tra i registi c’è Ingmar Bergman, tra i pittori che amo c’è Edvard Munch e come non ricordare la musica degli ABBA che da anni risuona a casa mia. In realtà, ci sono anche le tante storie scritte. La letteratura del Nord – e non solo il tipico giallo- non scherza riguardo la seduzione nei confronti del lettore, tanto per intenderci La saga di Gösta Berling o Il carretto fantasma di Selma Lagerlof con le loro atmosfere da leggenda vengono proprio dal Nord Europa. Tra alcuni dei libri che ho letto di recente e che arrivano da lassù c’è Le navi dei vichinghi, pubblicato per la prima volta nel 1941 da Frans Gunnar Bengtsson con il titolo di Röde Orm (Orm il Rosso). Le navi dei vichinghi è tornato di recente in libreria grazie alla casa editrice Beat che ha dato nuova vita a questa avventurosa epopea ambientata attorno all’anno 1000 con protagonista Orm il Rosso, figlio di Toste. Orm e Odd sono gli unici due sopravissuti degli otto figli della coppia composta dall’energico Toste e dalla bonaria Asa. I fratelli sono diversi, Odd è basso, cupo e un po’ attaccabrighe. Orm più alto, con la pelle chiara, i capelli ramati,è più coscienzioso e minato da una ipocondria cronica che lo accompagnerà nella sua vita di viaggi, sempre alla scoperta dello sconosciuto mondo lontano dalla sua amata Scania (una contea meridionale della Svezia). I tre viaggi narrati da Bengtsson sono immaginari, ma per come vengono descritti appaiono plausibili e ogni sosta per Orm e per gli altri uomini del Nord sarà un modo per conoscere nuovi popoli, usi, costumi e religioni. La narrazione di Bengtsson è un esempio tipico di epopea epica, però allo stesso tempo i suoi contenuti mettono in evidenza le trasformazioni, la conoscenza dell’altro e la non sempre facile convivenza che più scatenarsi dal confronto con culture diverse dalla propria. Tra le pagine si leggono storie di guerre rocambolesche, lotte all’ultimo colpo d’arma, intrighi politici, tresche amorose e ricerche di tesori. In realtà, l’autore non si limita a raccontare Orm dal solo punto di vista pubblico, perché chi scrive ci fa conoscere il Rosso anche nella sua dimensione privata con un ritratto della vita nei villaggi e nella fattorie dove il protagonista è nato e cresciuto e tornerà a vivere per nuove avventure. Le navi dei vichinghi è un libro curioso, in quanto grazie alla storia vissuta dai protagonisti il lettore ha la possibilità oltre a leggersi episodi degni dell’action movie di entrare in contatto con riflessioni dell’autore sulla religione. Ed ecco che è qui che emerge la fine ed elegante astuzia letteraria di Bengtsson che, attraverso il vissuto di Orm e compagni, ci parla del valore del cristianesimo mettendolo a confronto che la cultura islamica e con gli antichi culti di fede delle popolazioni delle foreste nordiche. Il tutto nel tentativo di comprendere quale sia il giusto comportamento umano e il senso che il vivere può assumere per le persone. Le eroiche gesta di Orm e le riflessioni sulla vita si mescolano così alla perfezione e son fatte con talmente tanto garbo, che è impossibile non amare questo libro di Frans Gunnar Bengtsson, andando ad allungare la lista di persone, tra le quali lo scrittore americano Michael Chabon autore dell’introduzione al volume, che hanno letto Le navi dei vichinghi rimanendone piacevolmente impressionate. Traduzione Lucia Savona

Frans Gunnar Bengtsson (4 ottobre 1894-19 dicembre 1954) è stato uno dei maggiori scrittori, poeti e saggisti svedesi. Si occupò di Francois Villon, Wlater Scott e Joseph Conrad e scrisse una importante biografia su Carlo XII, il re svedese. Il libro che gli diede la fama fu però, Le navi dei vichinghi (in originale Röde Orm) pubblicato in due parti nel 1941 e nel 1945. Amava dire: «Giovanna d’Arco, Carlo XII e Garibaldi sono le sole persone che avrei voluto conoscere. Per loro la verità era più importante dell’intrigo».

:: Un giorno sull’isola, Concita De Gregorio in viaggio con Lorenzo (Einaudi, 2014) a cura di Lucilla Parisi

4 settembre 2014 by

978885841328GRAAccade tutto su un’isola. Piccola o grande poco importa. E’ l’isola in cui tutto sembra succedere attraverso le parole. Sono quelle che Concita De Gregorio, insieme al figlio Lorenzo, cerca di rimettere insieme per ritrovare il filo di un discorso interrotto. Sono le storie che il giovane, diversi anni prima, si era divertito a costruire insieme al nonno scrittore, fissate su un taccuino, mai più ritrovato.
Attraverso un viaggio a ritroso, nell’estate dell’isola di un tempo, dove l’autrice aveva vissuto e dove Lorenzo aveva trascorso le sue estati di bambino, prendono forma quelle storie che entrambi pensavano perdute.
“Io ti indico un luogo tu fai succedere in quel posto una cosa e vediamo come va a finire”.
Così sulla pagina bianca ritroviamo la vita di un’isola che porta impresse su di sé le orme lasciate dai suoi abitanti o da coloro che l’hanno solo attraversata, che da lì sono partiti per non tornare più.
Basta poco: un faro, anzi due, per chi ha smarrito la via; una locomotiva che vuole ripartire; una vela che cerca il suo vento; un anello perduto e ritrovato e due insoliti compari, un Gatto e un Corvo. Al resto ci pensano il mare, il vento e un orizzonte di attese. Perché sull’isola ci sono sempre nuovi arrivi e inevitabili partenze.
“Da poppa si vedeva l’isola, era bella, una cosa viva.”
Così l’incontro tra madre e figlio diventa scoperta e condivisione. Le parole si fanno strada e creano l’occasione, colmano l’assenza, si fanno collegamento e pezzo mancante.
“Perché non si sbaglia mai, quando si gioca con le parole: l’errore è bandito da questa terra così come la punizione, il giudizio. Le parole fioriscono e diventano quello che vogliono. Inventano terre che non c’erano.”

Concita De Gregorio, giornalista e scrittrice, firma storica de «la Repubblica» dove attualmente lavora, è stata per tre anni direttore de «l’Unità». Cura e conduce un programma di cultura su RaiTre, Pane quotidiano. Ha quattro figli. Nel 2001 ha pubblicato Non lavate questo sangue (Laterza). Per Mondadori sono usciti Una madre lo sa. Tutte le ombre dell’amore perfetto (2006) e Malamore. Esercizi di resistenza al dolore (2008). Nel 2010 è uscito Un paese senza tempo. Fatti e figure in vent’anni di cronache italiane (il Saggiatore). Nel 2011 ha pubblicato per Einaudi Stile libero Così è la vita, nel 2013 Io vi maledico e nel 2014 Un giorno sull’isola (scritto con il figlio Lorenzo).

:: Professione editoria

3 settembre 2014 by

imagesVuoi lavorare nel campo dell’editoria? Ti sei chiesto se i gruppi editoriali italiani assumono ancora e con quali modalità? Serve ancora inviare il c.v.? I master in comunicazione fanno ancora la differenza? Quali sono le figure professionali più richieste? Ci sono ancora assunzioni dirette, magari a tempo indeterminato, o preferiscono assumere liberi professionisti con Partita Iva? Per rispondere a domande come queste ho deciso di scrivere questo breve reportage, non esaustivo certo, ma spero utile per aiutarci a fare il punto della situazione.

Diciamolo subito l’editoria è in crisi, i libri non si vendono, editori con decenni di esperienza si trasformano in editori a pagamento, la concorrenza è altissima e molti pur di lavorare lo fanno gratis, ma chi sceglie di lavorare in questo ambito non lo fa solo per il vil denaro e per pagare le bollette, c’è autentica passione, inventiva creatività spesso necessaria anche nei ruoli più impensati come l’addetto stampa, il lettore professionista, il correttore di bozze o l’esperto di marketing.

Professionisti con anni e anni di esperienza, e competenze di ogni genere, dalla conoscenza del giapponese all’ abilità nel sapere vita morte e miracoli di un incunabolo, cercano lavoro. E le offerte sono poche, e spesso non si sa oggettivamente quali sono i contatti necessari per anche solo essere minimamente presi in considerazione. I principali gruppi editoriali in Italia sono senz’altro pochi: Gruppo Editoriale RCS, Gruppo Editoriale Mondadori, Gruppo Editoriale L’Espresso, Gruppo Editoriale Il Sole 24 Ore, Gruppo editoriale Mauri Spagnol. Ma perché sottovalutare le opportunità di piccole realtà editoriali indipendenti.

Nella seconda parte di questo articolo chiederò ai principali editori italiani informazioni in merito e vi dirò chi mi ha risposto e cosa. Ah, dimenticavo, seguirò anche io i consigli, poi vi dico se funzionano. Se volete lasciare nei commenti testimonianza delle vostre esperienze, spero anche felici, sarà di certo utile a coloro che cercano lavoro in questo ambito.

:: Incubo premonitore, Marcello Tropea, (Todaro, 2014) a cura di Viviana Filippini

3 settembre 2014 by

indexGiovanni Orsi, tenente dei Carabinieri, trasferitosi a Gallarate dopo aver lavorato per anni nei ROS è il protagonista di Incubo premonitore di Marcello Tropea edito da Todaro. L’uomo è tormentato da un terribile incubo che lo visita quasi ogni notte: lui è rinchiuso in un tugurio buio, stretto e non riesce a trovare la via di fuga. Orsi è ossessionato e intimorito da questa terrificante visione perché ha una strana sensazione che prima o poi qualcosa di simile accadrà. Quello che pero il protagonista non può sapere è se la vittima sarà lui o qualcun altro. Sogni cupi a parte, il tenente Orsi entra in gioco quando viene chiamato ad indagare sulla misteriosa morte di un fotografo milanese, il cui copro senza vita vien trovato da un extracomunitario lungo il viale alberato di un piccolo centro della provincia di Varese. Chi è la vittima? Perché è stato ucciso con un colpo al cuore mentre faceva joggin? Ma soprattutto cosa nasconde questo professionista che passava i propri week-end nel paese di provincia, per motivi – così sembra- romantici? Orsi tenterà di sbrogliare l’ intricata matassa, nonostante una serie di imprevisti che incontrerà durante l’indagine. Il ritmo del romanzo di Marcello Tropea è un crescendo, nel senso che Incubo premonitore ha un incipit un po’ lento e man mano che il protagonista si getta a capofitto nella ricerca dal colpevole, la trama comincia a velocizzarsi con un crescendo di tensione emotiva che sta attorno all’indagine. Questo cambiamento di ritmo è dato dall’insorgere sulla scena di personaggi che movimentano la trama narrativa con il loro agire tutto convogliato alla messa in crisi della risoluzione del caso. C’è la bella ballerina irlandese dai capelli rossi che fa perder la testa al fotografo. Poi, accanto a lei, a complicare la vita ad Orsi arrivano un probabile camorrista, un magnate egiziano e un ex collega dei ROS. Tanti sono i personaggi che irrompono sulla scena e che ruotano attorno alla vittima. Di loro però il lettore scoprirà ben poco, perché l’autore ci fornisce per loro solo quelli che sono i tratti essenziali, come se quello che interessasse in modo maggiore allo scrittore fosse la volontà di porre sotto la lente d’ingrandimento la vittima per scandagliare e mettere a nudo tutta la sua vita. Il sogno – e non rimarrà tale- che tormenta Orsi è un interessante espediente narrativo utilizzato per indagare le paure della mente umana e l’empatia che a volte si può scatenare, anche a livello inconscio, con le persone che si incrociano nella propria vita. Il tenente Orsi e i colleghi devono affrontare ostacoli (imprevisti, mancanza di indizi e difficoltà a trovare prove davvero utili alla risoluzione del caso) di ogni tipo che li catapultano in situazioni dalle quali emerge la fallibilità del genere umano. Incubo premonitore di Marcello Tropea è la conferma della volontà dell’ editore Todaro di dare spazio al genere giallo poliziesco, aggiungerei quotidiano e credibile, nel quale – e questo libro ne è la conferma- la risoluzione del caso è sì complessa, ma ogni tassello che la compone è molto simile, per ritmi e situazioni, alla vita di ogni giorno.

Marcello Tropea è nato a Somma Lombardo (VA) nel febbraio del 1957. Ha iniziato a scrivere brevi racconti nel 2007 senza un motivo scatenante apparente. Nel 2009, con Excogita Editore, ha pubblicato il romanzo d’esordio Valigie senza spago e con Todaro editore il giallo Incubo premonitore con protagonista il tenente dei carabinieri Giovanni Orsi.

:: Un’intervista con Carlo Lucarelli a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2014 by

albero-italia-lucarelli-190x300Benvenuto, Carlo, su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Inizierei col chiederti di parlarci di te. Forza e debolezza, come persona, non come personaggio pubblico. Chi è Carlo Lucarelli?

-Un narratore, fondamentalmente, e uno scrittore, in dettaglio. Poi ci sono altre cose –padre, marito, cittadino, essere umano- ma ho sempre cercato di non mettere autobiografismo nei miei racconti per cui non saprei da che parte cominciare neppure qui.

E’ appena uscito per Einaudi, Albergo Italia. A 6 anni da L’ottava vibrazione, e dopo il piccolo racconto intitolato Ferengi, torna il personaggio del capitano Piero Colaprico. Arriva dalla Sicilia dopo aver combattuto la “maffia” e come si usa fare anche oggi perché scomodo, dislocato nelle Colonie, ha combattuto ad Adua, ora da Massaua si trasferisce ad Asmara. Per solitudine di scopre innamorato di una avventuriera. Come si è evoluto, come è cambiato?

-Nell’Ottava Vibrazione il capitano Colaprico era soltanto un personaggio secondario, quasi “tecnico”, poi mi sono accorto che aveva parecchie possibilità e, cosa fondamentale per lo sviluppo di un personaggio, mi incuriosiva molto. Così l’ho fatto tornare in un paio di racconti, dove è sempre rimasto appena abbozzato e appena è arrivato il suo momento gli ho dato tutto lo spazio che chiedeva. Più che evoluto o cambiato è “nato”, nel vero senso della parola. E vedremo come si evolverà.

Più che un romanzo un racconto lungo, poco più di 120 pagine. Dopo il lungo periodo di un romanzo come L’ottava vibrazione, la brevità, l’accenno. Nella tua carriera hai scritto sia romanzi che racconti. In quale forma ti senti più a tuo agio, dove hai le maggiori difficoltà?

-Dipende dalla storia che voglio raccontare. Ci sono storie corali, di ampio respiro anche perché si ambientano in un momento o un luogo che vanno descritti a fondo per essere capiti –come appunto l’Ottava Vibrazione- che hanno bisogno di una struttura più complessa. Altre volte la narrazione è un viaggio brevissimo, una freccia che arriva subito al bersaglio portandosi dietro tante cose che devono soltanto essere accennate –con le parole giuste, naturalmente- per restare agili ed evocative. Mi trovo bene con tutte e due le forme, proprio perché non sono io a sceglierle, ma la storia stessa. Io devo soltanto preparami per i cento metri piani o per una maratona.

L’ottava vibrazione, primo romanzo “coloniale”, era un testo si può dire sperimentale, nel quale univi il noir e il romanzo storico, senza perdere di vista la tua analisi sociologica, affatto consolatoria, sulle radici della storia d’Italia. Infondo il noir si avvicina molto alle tue indagini più giornalistiche e in Albergo Italia si può dire prevalga questa componente. C’è un delitto, un’ indagine, l’occasione di parlare di un grande scandalo politico finanziario di fine Ottocento. La tua serie coloniale, mi hai già anticipato che vorresti continuare a narrare le storie di Colaprico e Ogbà, virerà in questa direzione?

-Sì. Mi è piaciuto molto scrivere Albergo Italia, ho fatto una breve e felice corsa e ho scoperto un personaggio –Ogbà- che continua ad incuriosirmi. Di solito le serie che scrivo – Grazia Negro, Coliandro, il Commissario De Luca- hanno lunghe pause tra un romanzo e l’altro, proprio per non ripetermi, ma qui è diverso. La struttura stessa del romanzo –quella del giallo classico, anche se i “gialli” che scriviamo oggi sono sempre molto noir lo stesso- si presta ad una serialità serrata. L’istinto è proprio quello: raccontare la metà oscura dell’Italia di oggi attraverso la metà oscura di quella di ieri . In questo senso anche cercare di scrivere un romanzo più classicamente giallo possibile significa comunque scrivere un noir “politico”.

Di Albergo Italia ho apprezzato il tuo stile classico, letterario, il tuo lavoro sulla lingua, molti termini sono presi dall’arabo e dal dialetto tigrino, la sensualità di alcune scene. E’stata una lettura molto piacevole, io ho avuto modo di leggere pochi tuoi romanzi, quindi per me è stata una novità. Ho anche avuto modo di notare delle similitudini, nella trama soprattutto, con un’altra serie coloniale italiana che ho seguito, anche se per stile e periodo, sono libri molto diversi. Sempre rispetto alle fonti di ispirazione, ci son autori, anche non italiani, (e non solo di romanzi ma anche di saggi), che hai letto, che ti sono stati di sprone alla scrittura?

-Ho letto tantissime cose, sia per documentazione che per ispirazione. Avevo già accumulato materiale storico quando avevo scritto l’Ottava Vibrazione –saggi storici sull’epoca coloniale, da Del Boca a La Banca a Quirico, ma soprattutto memoriali dell’epoca- adesso ho aggiunto i diari di Ferdinando Martini, il primo governatore dell’Eritrea, molto dettagliati, giorno per giorno. Come ispirazione ho sempre i miei maestri –Giorgio Scerbanenco, James Ellroy e i contemporanei amici come De Cataldo, Baldini o Fois, solo per dirne qualcuno, con sui scambio quotidianamente impressioni e suggestioni. Sull’argomento specifico e di genere vicino al mio conoscevo solo tre romanzi: “Tempo di Uccidere” di Ennio Flaiano, “Debrà Libanòs” di Luciano Marrocu e “Una mattina ad Irgalèm” di Davide Longo. Non conoscevo la serie del maggiore Morosini di Giorgio Ballario, che ho cominciato a leggere e che mi piace molto. Devo dire che non ho trovato tante similitudini, a parte quelle che definirei “fisiologiche”: sono un giallista che si entrato in contatto da tempo –per ragioni storiche e personali- con l’Eritrea coloniale, per cui è naturale che ci avrei scritto prima o poi un giallo; il detective non può che essere un carabiniere; trattando di cose italiane l’intrigo finirà per essere sempre un po’ noir e un po’ politico. Inoltre il periodo che trattiamo è molto diverso: io l’Italia liberale e umbertina, lui quella fascista. Sono in contatto con Ballario –rispetto al quale ho una visione storica e politica del periodo coloniale molto distante- e chissà che adesso che siamo in due il genere “giallo coloniale” non riesca a decollare con più forza.

Molto bello il personaggio dello zaptiè  Ogbà, carabiniere indigeno al fianco del capitano dei Regi Carabinieri Colaprico. Se vogliamo quasi prende la scena al protagonista e acquista una dignità e uno spessore autonomo. Diventerà sempre più importante nel proseguo della serie? Scriverai mai, magari anche un racconto, con lui unico protagonista?

-Ogbà è stata una sorpresa per me. Doveva essere il dotto Watson dello Sherlock Holms Colaprico e invece è diventato lui quello che indaga veramente. E non poteva che essere così: quella, anche se è l’Eritrea dei t’lian, degli italiani, in realtà è casa sua. Ha preso forza soprattutto perché l’ho modellato su una persona realmente esistita, anche se qualche anno più tardi rispetto al tempo del mio romanzo. Ogbagabriel Ogbà, buluk bash degli zaptiè era il nonno di Yodit, mia moglie. E io so per esperienza che quando un personaggio inventato si nutre di elementi “veri” finisce per diventare vero anche lui.

Ci sono delle trasposizioni cinematografiche in vista? Quali attori vedresti bene per le parti di Colaprico, Ogbà, Margherita, Chiti? Quale regista?

-No, anche se mi piacerebbe. Ma non è facile visti costi di una cosa ambientata in un altro tempo e in un altro luogo. Potrebbe essere una serie televisiva ma non vedo la nostra televisione interessata ad operazioni come questa.

Il noir o giallo coloniale, ovvero ambientato nelle Colonie, in questo caso d’Africa, è un genere poco praticato dagli scrittori italiani. C’è quasi una refrattarietà, un’ autocensura, un tentativo di dimenticare un periodo per lo più fallimentare della nostra storia. Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questo genere letterario?

-E’ vero, è un periodo poco frequentato, ma non per autocensura, perché agli scrittori del mio genere sono proprio i periodi fallimentari quelli che interessano. E’ poco frequentato per scarsa conoscenza, che deriva sì da autocensura e refrattarietà ma di chi avrebbe dovuto informare raccontare prima di noi. E’ un periodo che non si trovava quasi mai nei libri di scuola, per esempio, vittima di un senso di colpa sia della destra che della sinistra. Tutto questo ha comportato una mancanza di familiarità che fa in modo, per esempio, che a Lampedusa sbarchi Asmaret che viene da Mendeferà e noi non sappiamo dov’è Mendeferà e neppure se Asmaret è un uomo o una donna, eppure sono luoghi e nomi che hanno fatto parte della nostra vita e della nostra storia per tanti anni, in cui si trovano alcune delle radici del nostro oggi e molte chiavi per capire il presente. In più sono serbatoi di storie bellissime –nel bene e nel male- un far west suggestivo e importante. E’ per questo che ho scelto –dopo averlo scoperto per caso- di raccontarlo. Per inciso, Asmaret è un nome femminile, e magari molti di noi ce l’hanno nella loro storia familiare.

Con l’ispettore Marino sei stato il primo a “sdoganare” il periodo fascista e utilizzarlo come sfondo per una storia gialla che fu pubblicata con il Giallo Mondadori, vincitrice del Premio Tedeschi 1993. Quando uscì si può dire che il giallo e il noir, specialmente dai critici, non era considerato letteratura alta. Ora le cose sono in un certo senso cambiate, il noir, anche da un punto di vista sociologico, è stato rivalutato o per lo meno messo in una giusta prospettiva. Cosa pensi sia cambiato da quando uscì Indagine non autorizzata?

-Quando ho cominciato a scrivere io sono arrivato assieme ad altri scrittori che come me volevano utilizzare il genere per raccontare, indagandole, la realtà e la storia. Abbiamo incontrato molti lettori che cercavano la stessa cosa e soprattutto bravi editori che credevano nelle nostre storie –Sellerio, per esempio- e che ci hanno tolto dal ghetto per quanto rispettabile delle collane di genere come il Giallo Mondadori. Alcuni critici hanno fatto fatica a capirlo, ma quando ci sono riusciti siamo diventati anche noi –ufficialmente- di serie A.

Infine nel ringraziarti della disponibilità e della pazienza con cui hai risposto a queste domande, parlaci dei tuoi prossimi progetti, non solo letterari.

-Sto scrivendo un altro romanzo della serie Ogbà-Colaprico e sto finendo di documentarmi per un’altra storia del Commissario De Luca, ambientata negli anni ’50. Parteciperò ad un programma su Sky Arte per raccontare quadri e artisti attraverso il mistero. Nient’altro, in tv –almeno per adesso- dal momento che il mio programma di narrazione dei misteri e dei problemi italiani è stato chiuso. Per il resto vedremo, saltano sempre fuori cose interessanti e io non riesco mai a dire di no.

:: Tanti cari saluti, Noëlle Revaz, (Keller editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

2 settembre 2014 by

tanti-cari-saluti-cover-160Se in Cuore di Bestia di Noëlle Ravez il protagonista era un burbero contadino, in Tanti cari saluti, i personaggi principali sono una giovane donna e un attore di teatro. I due si amano e passeranno la vita intera in un continuo tira e molla fatto di avvicinamenti e allontanamenti. Quando Efina e la sua dolce metà non vivranno a stretto contatto saranno i pensieri scambiati, le gioie, i dolori convergeranno nelle parole scritte di intense lettere nelle quali non solo la vita vissuta, ma anche quella immaginata saranno le protagonisti dell’intenso scambio epistolare. Il romanzo della Revaz mostra un uomo e una donna che si attraggono come calamite, ma allo stesso tempo, per cause di forza maggiore, si respingono. Tanti cari saluti è quindi un viaggio dentro a due esitenze, alla scoperta di quello che nascondo i sentimenti del cuore. Efina e l’attore T. stanno assieme per brevi periodi, poi si allontanano e tutti e due cercano di ricominciare la vita al fianco di qualcun altro che si dimostri capace a sostituire in modo degno il o la partner appena lasciato. La lontananza tra i due in realtà è solo fisica, perché a livello sentimentale ciò che lega Efina a T. è qualcosa di davvero intenso e indistruttibile, tanto è vero che appena il destino lo permette, la coppia scoppiata si riunisce. Il rimettere assieme i cocci rotti della loro relazione dimostra che il sentimento che lega la coppia è molto più inteso e forte di quello che loro stessi credono e, soprattutto, comprendono. La Revaz racconta, attraverso un linguaggio semplice e incisivo, la complicata e passionale relazione che travolge gli animi irrequieti della protagonista e del sua amato. Il duo si vede, si sfiora, si parla, ma poi scatta qualcosa che li fa allontanare e questa continua altalena di movimenti e umori è la rappresentazione di quanto fragile possa essere il cuore degli uomini. Efina e l’attore T. si vogliono bene, ma è come se in loro ci fosse una latente paura a lasciarsi travolgere in modo completo dall’amore. Efina è molto impulsiva e questo suo stato spesso la porta a vivere i sentimenti senza equilibrio e senza considerare del tutto l’altra parte coinvolta nella relazione. L’attore T. è un attore professionista e la sua abilità lavorativa è tale che a tratti durante la narrazione ci si domanda se il suo modo di affrontare la vita fuori dal palco sia spontaneo o se la sua sia una recita continua. I personaggi creati da Noëlle Revaz sono adulti, ma non proprio così sicuri delle scelte compiute evidenziato dall’instabilità delle relazione della coppia, segno evidente della fragilità dell’animo. Questo stato evidenzia quanto debole e impacciato possa rivelarsi l’uomo davanti a sentimenti potenti come quello dell’amore che rimane vivo senza che i protagonisti se ne rendano conto. In Tanti cari saluti ho avuto la sensazione che l’amore è quella forza porta Efina e l’attore T. a lasciar perdere qualsiasi genere di finzione per essere puramente se stessi. Traduzione dal francese di Maurizia Balmelli.

Noëlle Revaz nasce nel 1968 a Vernayaz, sesta tra nove figli. Nel 2002 Éditions Gallimard pubblica il suo primo romanzo, Rapport aux bêtes, riconosciuto con il Prix de la Fondation Schiller, il Prix Lettres Frontiere e il Prix Marguerite-Audoux, tradotto in diverse lingue e proposto in Italia (2013) col titolo Cuore di bestia, a cura di Keller editore. Ora è la volta di Tanti cari saluti, traduzione di Efina, edito sempre da Gallimard nel 2009 e vincitore del Prix Dentan e del Prix Alpha.  Noëlle Revaz ha scritto alcune novelle, monologhi e radiodrammi. Collabora con l’Istituto svizzero di letteratura a Bienne ed e membro del gruppo di scrittori “Berna e ovunque”. Vive a Bienne, in Svizzera.

:: Il sentiero dei profumi, Cristina Caboni, (Garzanti, 2014) a cura di Elena Romanello

2 settembre 2014 by

Copia di Caboni DEFL’hanno paragonato a Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbauch, ma Il sentiero dei profumi di Cristina Caboni è comunque un libro diverso, certo una storia al femminile anche sentimentale ma con alcune peculiarietà e comunque non così pessimista e angosciante come il suo modello, anche se non mancano contrasti, peripezie, drammi passati e problemi attuali.
In questo romanzo per Garzanti l’autrice racconta una storia contemporanea, ambientata nel magico mondo dei profumi, tra Firenze e la Francia, in quei laboratori in cui nascono le essenze che da secoli creano una dimensione diversa all’esistere umano.
La protagonista del libro, Elena, abbandonata dalla madre da piccola, è cresciuta con la nonna, artigiana profumiera fiorentina, e dopo una delusione d’amore parte per Parigi per portare avanti la tradizione di famiglia e cercare di creare il profumo perfetto. Troverà più di quello che aveva pensato e sperato.
Il sentiero dei profumi presenta la classica storia d’amore, ma sarebbe riduttivo presentarlo solo come un romanzo rosa, visto che per fortuna si inserisce nella tradizione di tanta letteratura contemporanea al femminile, lontana dalle sfumature e altre amenità, in cui si costruiscono ritratti di donne a tutto tondo, in cerca di una loro realizzazione personale e di un loro inizio.
Parigi è un’ambientazione che a molti può sembrare inflazionata, ma che è sempre funzionale, soprattutto quando della Ville Lumiere vengono presentati aspetti poco noti, come il mondo dei profumieri, della cui realtà si conosce solo il prodotto finito nei negozi specializzati ma non tutto il lavoro che c’è dietro alla costruzione di un profumo. Non può mancare, parlando di profumi, la Provenza, terra celebrata dai pittori ma non sempre così presente nei romanzi contemporanei, ed è bello ritrovarsi anche a Firenze, città emblema dell’Italia di ieri e di oggi, nota ed amata in tutto il mondo, qui raccontata proprio attraverso il lavoro dei suoi artigiani, eccellenza dal Medio Evo di una parte del made in Italy.
Il sentiero dei profumi è un romanzo per chi ama i sentimenti ma per chi cerca anche una storia con un po’ di spessore attorno alla sola vicenda d’amore, con una scelta di ambienti, luoghi e situazioni che comunque è originale. Tra l’altro, in un periodo di crisi come quello attuale, è tutt’altro che male che un’autrice di casa nostra scelga di raccontare realtà di eccellenza di cui si parla sempre troppo poco e che potrebbero essere un’occasione di riscossa e rilancio per la nostra economia.
Leggendo le pagine del libro ci si appassiona senz’altro alla vicenda umana di Elena, eroina di oggi alla ricerca di affetto e considerazione come molte sue lettrici, ma non si può non provare un po’ di interesse e di voglia di scoprire e sapere di più cosa c’è dietro quei piccoli gioielli che sono le boccette di profumo, in particolare quelle artigianali. E magari da cosa può nascere cosa, e si possono scoprire nuove strade per la propria vita, come avviene alla protagonista del libro.

Cristina Caboni vive con il marito e i tre figli in provincia di Cagliari, dove si occupa dell’azienda apistica di famiglia. Appassionata coltivatrice di rose, studia da tempo il mondo delle essenze e delle fragranze naturali. Il sentiero dei profumi è il suo primo romanzo. Segui l’autrice su Facebook Cristina Caboni – autrice

:: Tempo di imparare, Valeria Parrella (Einaudi, 2013) a cura di Lucilla Parisi

1 settembre 2014 by

index“Tu sai cosa significa poggiare gli occhi sulla persona più importante della tua vita, che è la tua vita stessa, e sentire una fitta ogni volta e poi tornare a cercarla e così via, e sapere che sarà per sempre, che quell’occasione una che ci era data, una sola, è andata così?”

Valeria Parella, dopo Lo spazio bianco (2008), torna a parlarci – in prima persona – di una madre, di suo figlio e della distanza con il resto del mondo, allora segnata dalla nascita prematura, e ora dalla disabilità.
Come allora, a riempire gli spazi lasciati vuoti dal silenzio delle parole, c’è tutta la forza della rabbia “primitiva” e dell’amore incondizionato.
C’è Lei, la madre, con il suo dolore per l’inaccettabile assenza della normalità e con il carico quotidiano di rifiuti, ostacoli e battaglie per ristabilire delle priorità, delle certezze elementari, delle risposte a domande appese a un filo.
Poi c’è Arturo, un bimbo “che non vede da un occhio” e che fatica a calcolare le distanze, quelle reali, quelle dal mondo che lo circonda.
Le parole entrano a fatica nella loro relazione e Lei, la madre, ci mette tutto l’impegno per infilarcele, tra loro, tra Lui – il figlio – e il mondo che non ascolta. Lo stesso mondo in cui Arturo “deve” entrare anche se vorrebbe andare altrove, guardare altrove, come il suo occhio.

“Dici con il tuo essere ciò che tutti nella fatica nascondiamo. E ciò che dicesti fu: Non vorrei essere qui, il mondo è pesante, crescere comporta dolore, dell’altro non mi fido, voglio fare solo ciò che so meglio fare e ripeterlo di continuo, non aspetterò il tuo permesso per chiudermi nell’infinito labirinto che io stesso eressi. Non ho bisogno di indossare ali di cera per vederle rovinare al sole.”

La scelta della scuola elementare e l’annuale ricerca di un insegnante di sostegno diventano per la “prima persona” di questo libro un obiettivo, il futuro prossimo venturo, l’occasione per Arturo, per trovare il suo posto.
Quel posto ci sarà nella scuola gialla, quella che affaccia sul mare, dall’altra parte della città – ma che importa –, perché lì ci sono le insegnanti giuste, c’è il tempo di imparare e di ascoltare chi, come Arturo e coma sua madre, ha bisogno di capire.
Le parole più semplici – per spiegare – quelle le ha dette una bambina: “Arturo non parla, però pensa”. I compagni di Arturo ci sono.

“La tua stravaganza ti rende affascinante ai loro occhi: gli occhiali, la sveltezza nel leggere, la lentezza nel reagire. […] E quel silenzio ostinato. Ti accolgono, ci sono, ti aiutano. Sono più bassi di te, o più alti, o uguali, hanno già perduto gli incisivi o si fanno ancora qualche volta la pipì sotto.”

Quando la disarmonia diventa bellezza e la disabilità “una possibilità della vita”, allora tutto è istintivo, naturale, accettabile, anche se il mondo – quel mondo fatto di burocrazia e cattiva amministrazione – fatica a tenere il passo e genera, con la sua atavica lentezza, l’handicap, rendendo gli uomini “miseri”.
Valeria Parrella raggiunge livelli di pathos impensabili. Lo fa bene, lo fa con tutta la preparazione, l’eleganza, l’attenzione che il mestiere di scrivere dovrebbe avere. Si dà tempo e dà ai suoi personaggi lo spazio che meritano. E’ generosa nel suo costruire, nel suo mettere insieme i pezzi di una storia, che poi sono i pezzi di una, due, decine di vite e altre ancora.
Tempo di imparare è formidabile, commovente, lirico.

Valeria Parrella è nata nel 1974, vive a Napoli. Per minimum fax ha pubblicato le raccolte di racconti Mosca piú balena (2003) e Per grazia ricevuta (2005). Per Einaudi ha pubblicato i romanzi Lo spazio bianco (2008), da cui Francesca Comencini ha tratto l’omonimo film, Lettera di dimissioni (2011) e Tempo di imparare (2014). Per Rizzoli ha pubblicato Ma quale amore (2010), di prossima ripubblicazione negli Einaudi Super ET. È autrice dei testi teatrali Il verdetto (Bompiani 2007), Tre terzi (Einaudi 2009, insieme a Diego De Silva e Antonio Pascale), Ciao maschio (Bompiani 2009) e Antigone (Einaudi 2012). Per Ricordi, in apertura della stagione sinfonica al Teatro San Carlo, ha firmato nel 2011 il libretto Terra su musica di Luca Francesconi. Ha inoltre curato la riedizione italiana de Il Fiume di Rumer Godden (Bompiani 2012). Da anni si occupa della rubrica dei libri di «Grazia».