:: Le Sultane, Marilù Oliva, (Elliot, 2014) a cura di Natalina S.

11 agosto 2014 by

copertina-okVivono in via Damasco 7, in Bologna, Wilma, Mafalda e Nunzia: Le Sultane. Sono le protagoniste dell’ultimo romanzo di Marilù Oliva, distribuito per Elliot, che della scrittrice ha pubblicato, inoltre, la trilogia della Guerrera – Tu la pagaràs, Fuego e Mala Suerte – e l’antologia dedicata alla problematica del femminicidio, Nessuna più.
É al tramonto della loro esistenza che l’autrice ci proietta, acciuffando, di tanto in tanto, i momenti più significativi di un passato che, al di là della sorte e delle scelte consapevoli, si è degradato, restituendo granelli smussati e privi di coesione.
Siedono al tavolo della senilità per giocare le ultime partite di una vita che non le ha risparmiate in fatiche, privazioni e sofferenze, ingabbiandole in una routine soffocante a cui, nonostante tutto, rimangono appese come le carni flaccide alle loro ossa. Non c’è spazio per i sogni ma, solo, un attaccamento morboso e pateticamente tenero per le frivolezze, il denaro e la fede. Un surrogato di apparenze che non serve ad ingannare nessuna delle tre, ma rendere un po’ meno amaro lo scorrere del tempo che, inesorabile, passa mutando persino le vesti della Bellezza. Una Bellezza che, all’epoca della loro giovinezza, si mostrava indossando le regole della buona creanza e del rispetto verso la saggezza, registrata in ogni singola rughetta.
Quello delle Sultane, è un sodalizio che si cementa e fortifica sui vuoti di ciascuna e il contorno che costella il loro perimetro. Un vuoto che il tempo ha scavato con le unghiette del dolore e non solo – lasciando graffi di cui anche le nuove generazioni risentono – difficile da sopportare. Ma ogni precario equilibrio ha bisogno di una rottura e, di conseguenza, un nuovo incastro, così il romanzo di Marilù Oliva – popolare, di denuncia politico-sociale, psicologico- si tinge di nero consegnandoci la faccia, limpida e pulita, del male che può scaturire dalle ferite individuali quanto da una crisi morale e culturale.
È magistrale il tratteggio che la scrittrice ci restituisce delle Sultane, tanto grottesco quanto straordinariamente umano nella loro fragilità. Con voce autentica e pungente, ci racconta di rapporti genitori-figli imperfetti nella comunicazione e nella frustrazione di non vedere realizzate le loro proiezioni; rapporti che, paradossalmente, risultano adorabili proprio per il loro essere male accomodati con le regole della genitorialità. Eppure esse ci provano a squarciare la dimensione del tempo, cercare di agguantarne un’ultima fetta prima che il naturale decorso della vita segni il traguardo. Nell’intimità del suo racconto Wilma ci consegna la sua, triste e coraggiosa, verità: “la vecchiaia mi ha insegnato che le occasioni perdute difficilmente ritornano. Però puoi tentare di recuperarle, se proprio ci tieni: le devi cercare, legare strette strette con una fune spessa, poi è una prova di forza, basta non smettere mai di tirare. Qualche volta funziona.”. E a loro modo, anche Mafalda e Nunzia tentano di calciare la vita che le intrappola, con uno sbuffo di tenerezza e libertà. Ma diciamolo pure, per una delle Sultane ho provato una sensazione di indifferenza, per un’altra una grande avversione e ad una mi sono terribilmente legata, tanto da volere sapere cosa sarà del suo tempo, prima che il regresso la faccia ritornare di nuovo bambina.
Forse, l’intento dell’autrice è quello di farci assumere consapevolezza dell’amara problematica che affligge il nostro tempo, e lo fa attraverso una sottile ironia restituendocene un quadro stra-maledettamente realistico. Spero di rileggerla davvero presto Oliva e la sua scrittura scorrevole, figurata, sarcastica e leggiadra. Vorrei, inoltre, tanto sapere di Melania e apprendere, un giorno, la sua decisione di non fare più a pugni con la vita, con il suo Tempo.

Marilù Oliva: vive a Bologna e insegna lettere alle superiori. Ha scritto cinque romanzi, di cui tre dedicati al personaggio della Guerrera: ¡Tú la pagarás! (Elliot, 2011), finalista al Premio Scerbanenco, Fuego (Elliot, 2011) e Mala Suerte (Elliot, 2012), gli ultimi due vincitori del Premio Karibe Urbano per la diffusione della cultura latino-americana in Italia. L’ultimo romanzo è Le Sultane, sempre edito da Elliot (2014).
Ha curato l’antologia Nessuna più – 40 autori contro il femminicidio, patrocinata da Telefono Rosa (2013) e ha pubblicato racconti per il web e testi di saggistica, ha collaborato alla stesura di manuali scolastici di storia per le Edizioni Cappelli. Ha scritto un saggio su Gabriel García Márquez: Cent’anni di Márquez. Cent’anni di mondo (CLUEB, 2010).
Collabora con diverse riviste letterarie, tra cui Carmilla, Thriller Magazine, L’Unità online.

:: Caccia alla Tigre, Drew Chapman, (Sperling & Kupfer, 2014) a cura Giulietta Iannone

31 luglio 2014 by

indexDiciamolo subito per me la borsa e il mercato azionario sono sempre stati un mistero. Sì, a grandi linee conosco gli attori internazionali in gioco, le logiche legate al profitto, in borsa non si bruciano mai capitali davvero, semplicemente passano di mano, c’è chi ci guadagna e chi ci perde. Principio che la bolla sui derivati ha leggermente messo in discussione. (L’ammontare dei derivati è circa dieci volte superiore al valore del PIL mondiale, fatto che dovrebbe fare tremare le vene nei polsi a qualsiasi economista). Va be’ c’è stata la crisi del ’29, la Grande Depressione, e ora viviamo in un periodo di crisi seguito allo scoppio di una grande bolla immobiliare del 2007, vi dice niente la crisi dei subprime? Ma dove c’è chi ci perde, come dicevo tecnicamente c’è chi ci guadagna. La Cina? L’India? E se le nuove guerre mondiali si combattessero in borsa, se non fossero più armi ed eserciti a mettere in ginocchio paesi e superpotenze, ma solo numeri, azioni, T-Bond e flussi di denaro? Questa è l’idea, e Drew Chapman ci ha costruito su un thriller finanziario, metà spy story, metà war story. Che le guerre siano state combattute da che mondo e mondo per motivi economici è una verità piuttosto assodata, diciamo che già l’uomo primitivo usava la clava sulla testa del suo vicino per accaparrarsi cibo, pelli, animali, e se sempre dico sempre, anche se ammantati da alti proclami retorici, una guerra ha radici economiche, perché non combatterla proprio con armi finanziarie? Perché non combatterla sul fronte ormai ipertecnologico di uno schermo di computer? Internet stesso nacque come progetto militare, quindi fantasia e realtà non vanno tanto in direzioni diverse. Forse davvero la crisi 2007-2014, è una guerra occulta e non dichiarata tra Cina e USA, dall’esito incerto e ancora non del tutto scontato? In fondo l’effetto domino in una guerra simile non è poi così difficile da immaginare. Ma i telegiornali non lo dicono, e come sapete se i mass media non ne parlano, non è vero. Ma torniamo al romanzo. Allora tutto ha inizio quando un giovane analista finanziario, Garrett Reilly, un tipo piuttosto alternativo, non un mostro di simpatia, fumatore compulsivo di marijuana, con fratello morto in Afghanistan e perciò allergico ad autorità e soprattutto militari in genere, scopre che qualcuno sta svendendo qualcosa come 200 miliardi di dollari di T-Bond, a una velocità di 4 e quattordici minuti. Come faccia a capirlo è presto detto: Reilly ha una mente analitica diversa dalla media, lui vede in flussi di numeri apparentemente caotici correlazioni e schemi, un po’ come il bambino autistico, che decifrava codici in Codice Mercury con Bruce Willis. Una speculazione simile potrebbe in breve tempo mettere in ginocchio il dollaro, con la possibilità di generare ingenti profitti per chi cavalca l’onda. Così Reilly avvisa il suo capo, il quale intuendo qualcosa di profondamente sbagliato e pericoloso, avvisa il Ministero del Tesoro. La crisi rientra, in tempo il governo ordina di riacquistare le azioni ma l’allarme è massimo. Dietro tutta questa speculazione c’è la Cina? E’ l’inizio di una guerra non dichiarata? I più alti papaveri del governo e dell’esercito americano si mettono in moto e decidono di assoldare Reilly nelle loro file, per sferrare le loro contromosse. Dall’altro capo del globo, Hu Mei, la tigre, sta combattendo la sua guerra contro il governo comunista cinese, obbiettivo: scatenare una Rivoluzione. Chi vuole fermarla? Chi vuole aiutarla? In che misura le storie di Garrett Reilly e Hu Mei sono collegate? Be’ la storia è complessa, ma il testo è scorrevole e non eccessivamente ostico anche quando parla di mercato finanziario. E’ in fondo un grande romanzo di avventura all’americana con un protagonista atipico, non il classico eroe supermuscoloso e invincibile. Qui abbiamo un ragazzo di ventisei anni, che prenderà coscienza di sé, che inizierà a capire la differenza tra il bene e il male, che crescerà come essere umano su uno sfondo da action movie ipertecnologico. Caccia alla Tigre (The Ascendant, 2013), edito da Sperling & Kupfer e tradotto da Annamaria Biavasco e Valentina Guani, è in fondo un thriller insolito, forse precursore di un genere, adatto a quest’estate anomala, che almeno ad agosto spero porti un po’ di sole. E’ l’ultimo romanzo che recensisco prima della pausa estiva, e comunque non smetterò di leggere. Le mie prossime recensione le ritroverete a settembre. Buona estate!

Drew Chapman è nato a New York. Laureatosi in storia alla University of Michigan, si è trasferito a Los Angeles, dove ha intrapreso una carriera di sceneggiatore che lo ha visto collaborare con i maggiori studios di Hollywood, come la Walt Disney Pictures (Pocahontas) e la 20th Century Fox (Iron Man). È anche autore televisivo per importanti network: ABC, Fox, Sony TV. Dopo il successo del suo romanzo d’esordio, Caccia alla tigre (subito opzionato per una serie tv), è già all’opera su un secondo libro. Vive tra Seattle e Los Angeles.

:: Il sentiero delle stelle, Amy Brill, (Piemme, 2014) a cura di Elena Romanello

30 luglio 2014 by

amy brillIn Italia e non solo ha goduto fama e stima la compianta astronoma Margherita Hack, ma è dall’Ottocento almeno che l’astronomia ha attratto le donne, aiutate dal fatto che era un’attività che si poteva coltivare da casa, in notti in cui la luna e le stelle erano ancora le uniche luci presenti nel cielo.
In Il sentiero delle stelle l’autrice Amy Brill, esordiente da tenere d’occhio, racconta la storia inventata di una di loro basata sull’astronoma Maria Mitchell, Hannah Price, bibliotecaria e appassionata di stelle per diletto che sull’isola di Nantucket, al largo del Massachussets, impegnata a trovare un suo posto in un mondo in cui alle donne veniva riservato, più ancora di oggi, un ruolo subalterno. Una strada che Hannah troverà, anche se ad un prezzo non basso.
Hannah è curiosa, in anticipo su tempi in cui comunque la scienza mise solide radici in una concezione ormai moderna dell’osservazione del cielo, durante il quale si scoprirono costellazioni e comete: il libro ricorda l’impegno delle donne nella ricerca, fotografando anche un’epoca e un ambiente particolare, quello delle isole nell’Atlantico, ancora più arretrate e difficili da vivere che non la terraferma, dove si viveva di caccia alle balene e dove le città erano costruite tutte in legno, in un periodo in cui era altissimo il rischio di incendi e si rischiava letteralmente di perdere tutto, come effettivamente accadde più di una volta.
Accanto alla storia di un’affermazione scientifica e intellettuale, non manca la vicenda d’amore, insolita e soprattutto proibita per l’epoca, perché Hannah conoscerà il marinaio di colore Isaac, con il quale rimarrà per sempre in contatto, in un mondo in cui non concedeva altro, tenendo conto che Hannah appartiene ad una famiglia di religione quacchera, anche se suo padre e suo fratello, imbarcato su una baleniera, sono comunque diversi e le hanno permesso più libertà di altre, una libertà che la porterà a viaggiare e a insegnare quella materia a cui si è appassionata da autodidatta.
Il sentiero delle stelle è un libro insolito e curioso, una storia al femminile e femminista originale e non scontata, oltre che una pagina di Storia poco nota, ma in fondo importantissima anche per l’oggi: non sono mancati negli anni i libri ambientati nell’Ottocento, non più solo come secolo romantico e stereotipato, né le storie di donne anche controcorrente né i ritratti di realtà insolite, ma questo libro mette insieme vari elementi in maniera interessante e non scontata, con una storia di ricerca di sé attraverso le stelle.
Un libro che può piacere agli amanti del romanzo storico non legato a schemi, a chi ama le storie in rosa non scontate, a chi cerca qualcosa comunque di diverso ed è incuriosito da stili di vita di ieri poco praticati e oggi scomparsi.
La vera Maria Mitchell visse davvero a Nantucket, oggi luogo di villeggiatura fuori dal mondo, più vicino alla modernità ma sempre abbastanza un mondo a parte, sospeso nel tempo, con in alto una coperta di stelle che forse nemmeno l’invenzione della luce elettrica, con cui si chiude il libro, è riuscita a cancellare.

Amy Brill Ha cominciato a scrivere a 14 anni con un romanzo rimasto nel cassetto, e ha continuato con articoli, saggi, racconti pubblicati su diverse riviste letterarie. Uno di questi è stato finalista al Pushcart Prize. Il sentiero delle stelle è il suo primo romanzo, che ha avuto un enorme successo negli Stati Uniti ed è in corso di traduzione in diversi Paesi.

:: Un tramonto a Parigi, Jenny Colgan, (Piemme, 2014) a cura di Elena Romanello

30 luglio 2014 by

un-tramonto-a-parigiUn titolo poco incisivo, quello italiano, rispetto all’originale The loveliest chocolate shop in Paris, ma speriamo che non allontani le lettrici e magari qualche lettore da un libro che non è la solita storiella chick lit leggerotta e non molto intelligente, ma una riflessione sui nuovi inizi e sulle occasioni perdute, e non solo.
Protagoniste sono due donne, Claire, adolescente in una famiglia bigotta all’inizio degli anni Settanta, che scopre la vita e l’amore a Parigi come ragazza alla pari, ma che si scontrerà con i casi della vita, salvo poi ritrovarsi anziana e malata decenni dopo, e Anna, sua allieva di francese, una trentenne di oggi che dopo una delusione d’amore e un grave infortunio sul lavoro, va a vivere nella Ville Lumière dove troverà nuovi impulsi per una vita che credeva ormai giunta ad un punto morto.
Forse non è uno schema nuovo, ma Jenny Colgan, già autrice di Appuntamento al Cupcake Café e La bottega dei cuori golosi, riesce a raccontare due vicende in parallelo fresche e non scontate, due percorsi al femminile tra un passato che ormai è lontano e dove si pensava di cambiare il mondo e un presente in cui dominano ormai disincanto e mancanza di voglia di fare.
Claire, ex ragazza desiderosa di una vita nuova e ormai anziana e malata, e Anna, single un po’ goffa provata dall’incidente, sono due personaggi comunque interessanti e poco stereotipati, lontane dal modello decisamente un po’ irritante di Bridget Jones e indubbiamente più realistiche e accativanti.
La grande protagonista è Parigi, città vista e raccontata mille volte, ma sempre capace di essere iconica e di stupire. Anche perché Jenny Colgan decide di raccontare un aspetto forse non così noto, se non ai buon gustai, e cioè quello delle fabbriche artigianali di cioccolato (così diverse da quella di tipo industriale in cui la protagonista Anna ha il suo incidente all’inizio), quasi tutte situate nel cuore della città, sull’Ile de la Cité, l’isola al centro della Senna in cui sorge la cattedrale di Notre Dame.
Anche il cioccolato non è un tema nuovissimo, basti pensare ad un libro come Chocolat, comunque diverso, ma funziona sempre, e non solo per le golosissime ricette in appendice al libro. Tra l’altro, tra le righe l’autrice inserisce anche un paio di discorsi sull’alienazione contemporanea interessanti, quali la contrapposizione tra industrie, dove ormai persino una prelibatezza come il cioccolato non sa più di niente, e artigianato, dove si possono ritrovare sapori perduti, e di conseguenza tra due concezioni di vita, quella dove si lavora sempre e in continuazione per comprare cose inutili nel poco tempo libero e un’altra con ritmi diversi e più rilassati per godersi l’esistenza. Un discorso attualissimo qui in Italia.
Un tramonto a Parigi è senz’altro un libro rilassante da leggere in quest’estate strana e un po’ morosa (sperando che ad un certo punto arrivi), ma è anche una storia piacevole e intelligente e un pretesto per riflettere su tanti modi di vivere oggi. Magari senza dimenticare di condire il tutto con un po’ di cioccolato.

Jenny Colgan Grazie al grande successo di Appuntamento al Cupcake Café, La bottega dei cuori golosi e Un tramonto a Parigi si è affermata come una delle autrici di romanzi femminili più amate in Gran Bretagna, dove conquista immancabilmente i vertici delle classifiche. Nel 2012 ha vinto il Melissa Nathan Award per la miglior commedia romantica. Vive tra Londra e la Francia con il marito e i tre figli.

:: Il bacio della sorte, Francesco Cancellato, (IoScrittore, 2014) a cura di Micol Borzatta

30 luglio 2014 by

indexStrano che nessuno ci abbia mai pensato, eppure la soluzione per risolvere il debito pubblico era proprio davanti agli occhi di tutti: incassare i proventi del gioco d’azzardo.
L’idea viene a una donna considerata spregiudicata ma molto decisa.
Per molti anni la soluzione sembra funzionare, ma in una società basata sul gioco d’azzardo il male riesce a rinascere e a diffondersi a macchia d’olio, trasformandosi in veri e propri attentati terroristici dediti a uccidere un giocatore alla volta, come se fosse a sua volta un gioco.
In mezzo a questo terrore si svolgono le vite di Ettore Valtorti, Daniele Bernolli e altri cittadini che cercano di rimanere a galla e di non farsi coinvolgere dagli eventi.
Il romanzo descrive in uno stile leggero e accattivante una società all’apparenza libera che invece è dispotica, nella quale viene incentivato come se fosse la cosa più positiva la dipendenza del gioco, una società che obbliga i suoi cittadini a giocare per soldi. Anche se effettivamente si ritrovano a non dover più pagare le tasse devono comunque spendere molti soldi per il gioco con l’illusione di vincere a una Grande Estrazione.
Per spiegare come tutto questo sia una bolla di sapone, l’autore fa l’esempio di Wile il coyote che insegue il Bip Bip finendo a camminare nel vuoto fino a quando guardando in basso prende coscienza della realtà e a quel punto cade nel burrone.
L’autore spiega delle problematiche molto forti con uno stile scorrevole anche se in molti punti molto impegnativi a causa dei continui cambi di prospettiva sottolineati dal continuo salto di narrazione dalla prima persona alla terza persona.
Molto difficili anche le parti relative ai prodotti finanziari, ma anche se l’autore li avesse spiegati in maniera più dettagliata sarebbero rimasti capibili solo agli esperti del settore.
Un romanzo anche divertente che si legge in un fiato trasportando il lettore in un mondo fittizio anche se non proprio idilliaco.

Francesco Cancellato nasce a Lodi nel 1980. Per dieci anni ha lavorato come ricercatore sociale facendo il pendolare. Al momento gira l’Italia scrivendo d’imprese. Ama la Cina, il Milan e David Foster Wallace.

:: Un’ intervista con Marcello Simoni a cura di Viviana Filippini

29 luglio 2014 by

l'abbaziaCiao Marcello benvenuto qui a Liberi di scrivere per raccontarci della tua nuova saga letteraria edita da Newton e Compton, che prende il via con il romanzo L’abbazia dei cento peccati.

Dopo la saga del mercante di libri maledetti con protagonista Ignazio da Toledo, come è nata la tua nuova avventura letteraria chiamata Codice Millenarius Saga e di quanti libri sarà composta?

R: La saga del Codice Millenarius nasce dall’esigenza di dare forma a nuovi personaggi, per certi versi più profondi e tormentati di quelli appartenuti alla trilogia del Mercante. Si tratta di uomini e donne contraddistinti da straordinarie qualità ma gravati da pesanti fardelli. Essi vivono nella metà del Trecento, in un tardo Medioevo tumultuoso, attraversato dalla crisi della Guerra dei cent’anni, dalla carestia e dalla grande pestilenza. Ciò nondimeno, non rinunceranno ai loro sogni. A meno che i miei programmi non cambino e la storia mi si allarghi tra le mani, dovrebbe comporsi di tre volumi.

Perché hai scelto i sette peccati capitali come perno attorno al quale sviluppare il tuo lavoro?

R: I peccati non sono soltanto una condanna che ci ricorda ogni istante di essere relegati a una condizione di imperfezione mortale, ma anche un motivo di riscatto che ci induce a correre ai ripari, per tentare di diventare migliori, giorno dopo giorno, errore dopo errore. Questa la strada che dovranno percorrere i miei protagonisti.

In questo tuo nuovo lavoro accanto alla fiction letteraria c’è molta Storia, molta Storia dell’arte e anche dei riferimenti alla simbologia dell’Apocalisse. Come sei riuscito a mescolare questi elementi tra di loro?

R: Seguendo le suggestioni che, di volta in volta, la documentazione stessa mi forniva. Ho voluto che il lettore capisse come si viveva e si pensava in quest’epoca, e tale operazione sarebbe impossibile senza iniziarlo alla simbologia del Medioevo. L’uomo del XIV secolo pensa per immagini e vede la Storia come una graduale rivelazione del disegno divino. L’avvento dell’Apocalisse, nella logica del “tutto è compiuto”, rappresenta una delle chiavi di questa affascinante forma mentis.

Il protagonista è un soldato di nome Maynard de Rocheblanche che sopravvive ad un tremenda battaglia, perché ha scelto proprio un militare per protagonista e custode dell’importante reliquia che tutti vogliono possedere?

R: Maynard non è esattamente un militare. È un nobile cresciuto secondo i principi della lealtà e dell’onore: valori che proprio in questo periodo stanno scomparendo, soppiantati da un nuovo modo di fare la guerra e di vivere il mondo. Il mio protagonista incarna, in sostanza, la crisi della cavalleria del tardo Medioevo. Ecco perché il suo ruolo sarà, fondamentalmente, quello di trovare un nuovo scopo per dare senso alla propria esistenza. La ricerca del Lapis exilii sarà la giusta occasione per mettersi alla prova.

Il protagonista ha una sorella, Eudeline, badessa nel convento di Sainte-Balsamie, dove lui e un suo amico –Robert de Vermandois- trovano riparo. Che rapporto c’è tra i due fratelli?

R: Un amore tormentato, adombrato dal ricordo del loro brutale padre. La coraggiosa Eudeline sarà un importante perno della mia saga.

La simpatia e l’empatia tra Eudeline e Vermandois è amicizia o complicità per il trionfo del bene?

R: Ogni volta che si crea intesa fra un uomo e una donna credo che il bene trionfi sempre, a prescindere dal fatto che qui ci troviamo in un convento e stiamo parlando di un guerriero e di una badessa.

Nel libro descrivi in modo accurato la vita monastica. Quali documenti hai preso in esame per conoscerla?

R: Moltissimi, a partire dalla saggistica contemporanea fino alle fonti dell’epoca. Per non annoiare i nostri lettori, dirò semplicemente che alla fine del romanzo troverete una nota storica in cui rivelo per filo e per segno le ricerche da me compiute per dare solidità e verosimiglianza alla trama.

Attorno alla reliquia che il protagonista custodisce c’è un interesse viscerale da parte di re e di esponenti del clero. Secondo te in chi ha già potere, cosa è che scatena il viscerale bisogno ad averne ancora di più e ad ottenerlo con qualsiasi mezzo?

R: Il potere è qualcosa che ti divora il cuore, creando un vuoto che può essere colmato soltanto soddisfacendo brame sempre più ambiziose. In realtà, comportandosi in questo modo non si fa altro che cercare di riempire il vuoto con altro vuoto, alimentando la paura di doverci confrontare, un giorno, con una banale realtà: il fatto che siamo semplici uomini, destinati a estinguerci come deboli fiamme.

A un certo punto la storia di sposta in Italia, a Pomposa, e nella sua abbazia. Che studi hai fatto per sviluppare questa parte del romanzo dove la storia dell’arte riveste un ruolo importante?

R: Studio la storia di Pomposa da anni, da quando mi fu chiesto di approfondire alcuni aspetti del suo straordinario ciclo pittorico. Affermare che quel monastero è per me una seconda casa non è affatto esagerato. Al contrario, la mia passione per il Medioevo nasce proprio da lì, e ciò perché Pomposa racchiude ogni splendore che contraddistingue quell’epoca: i libri, la musica, le immagini e la spiritualità. Ecco perché, ogni giorno che passa, sono sempre più convinto nell’affermare che Pomposa non è un semplice edificio medievale. Pomposa è il Medioevo.

A Pomposa c’è il giovane pittore Gualtiero de’ Bruni che affrescherà l’abbazia, è un’artista dalla grandi risorse e inventiva, ma nonostante queste qualità, lui è in costante rapporto conflittuale con il padre Sigismondo. Cosa scatena questo conflitto?

R: La vita del geniale Gualtiero sarà destinata a intrecciarsi con quella dell’indomito Maynard. Ma se volete scoprire come, dovrete leggere il romanzo…

Il misterioso Facio da Malaspina è in fuga da tutto e da tutti, buoni o cattivi. Cosa nasconde o cosa sa di tanto importante?

R: Un segreto collegato all’Ultima Cena, di cui soltanto il Codex Millenarius fa menzione.

A quando il secondo capitolo della saga?

R: Ci sto già lavorando. Quindi, molto presto!

:: Un’ intervista con Roberta Gallego

29 luglio 2014 by

Gallego_Doppia ombra2Ciao Roberta, benvenuta su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei con le presentazioni. E’ nata a Treviso, classe 1968, di professione magistrato. Ci parli di sé, punti di forza e di debolezza.

Proprio l’altro giorno una persona mi ha detto che sono una donna forte che sa di essere fragile.

Ha esordito l’ anno scorso con Quota 33, da magistrato a scrittrice. Come è nato il suo amore per i libri e la scrittura?

Leggo molto da sempre, provengo da una famiglia che ha sempre considerato i libri come nutrimento quotidiano, della mente e dell’anima. Ho sempre traslocato di casa in casa scegliendo le abitazioni anche per il numero di muri in grado di fare da appoggio alle mie librerie. La scrittura arriva in seconda  battuta, con la presunzione dei vent’anni.

Quest’anno ha pubblicato Doppia ombra, secondo episodio della serie, un affresco corale di una immaginaria procura italiana. Tanti casi intorno al caso principale, l’uccisione di un farmacista nella sua villa. Per creare la trama si è ispirata a casi reali che ha incontrato nella sua carriera di magistrato o anche solo che hai visto in tv o letto sui giornali, o sono solo frutto della sua fantasia? Cosa c’è di vero, a parte l’iter procedurale di un’indagine?  

Tutto è realistico, tutto è verosimile, nulla è realmente accaduto. Certamente l’esperienza professionale e l’arricchimento culturale contribuiscono a solleticare la fantasia.

A seguire le indagini il sostituto procuratore Alvise Guarnieri. Come è nato questo personaggio?

Alvise Guarnieri è una scommessa, perché è la rappresentazione di un personaggio senza velleità di protagonismo istrionico. Si muove in sordina, trasporta il lettore con il suo sguardo attento e riflessivo da un soggetto ad un altro, da una situazione ad un’altra, senza imporsi o prevaricare. Offre la storia, non se stesso. Low profile.

La cronaca nera dal dopo guerra in poi ha attirato in modo esponenziale l’interesse dell’opinione pubblica. Oggi esistono programmi tv,  addirittura riviste, documentari, sui casi di cronaca più eclatanti. Penso all’omicidio di Meredith Kercher o Yara Gambirasio. Non trova che c’è un aspetto quasi ossessivo, se non morboso, che forse parte dagli stessi organi di informazione, con un gran proliferare di esperti, a volte improvvisati, che disquisiscono di DNA, prove, perizie, controperizie. Da magistrato come se lo spiega?

Trovo che la cronaca nera non sia di per sé morbosa, può essere confezionata con cattivo gusto o con superficiale imprecisione, ma risponde sempre a quello che interessa alla gente. Il circo paragiudiziario che agita certe trasmissioni televisive propone un prodotto commerciale che vende, a prescindere da valutazioni morali o etiche. I mass media hanno abdicato da tempo ad obiettivi educativi dell’utente, quindi nell’ottica capovolta dovrà essere l’utente ad educare il mezzo televisivo o giornalistico, rifiutando l’offerta quando è gratuitamente volgare, inutilmente pruriginosa, colpevolmente insensibile e oscena.

Cosa pensa della pena di morte? In Italia non è in vigore, ma in molti paesi è prassi comune anche se controversa. Il carcere ostativo per crimini prevalentemente di mafia e terrorismo, il nostro equivalente della pena di morte, pensa sia invece una pena capace di rieducare o per lo meno di dissuadere dal compiere atti criminosi?

Gli studi criminali preventivi condotti negli Stati Uniti hanno dimostrato che la pena di morte non ha effetto deterrente per la commissione dei reati per i quali è stata mantenuta. La sanzione penale è dissuasiva nella misura in cui è efficace e proporzionatamente afflittiva, senza sconti. E’ riabilitativa nella misura in cui è associata a programmi di rieducazione alla socialità.

Il sovraffollamento delle carceri è un punto assai doloroso che sembra senza soluzione. Non pensa che per certi crimini come quelli finanziari, o per lo meno in cui i colpevoli non sono un pericolo per la collettività, gli arresti domiciliari potrebbero essere una buona alternativa?

Lo sono già, e non solo per i reati finanziari.

Nei suoi romanzi c’è un sottotesto educativo, o sono opere puramente di intrattenimento?

Nessun sottotesto educativo, solo un fondale etico da condividere con chi si riconosce in certi valori.

Quali sono i suoi autori preferiti, che libri legge nel suo tempo libero?

Leggo molti romanzi, non necessariamente gialli. Invecchiando, ho cominciato anche a rileggere. Non ho un riferimento unico, sono molto affezionata agli autori della formazione giovanile: Kundera, Roth, Grass,  Marquez, Tolstoj, Pennac, ma anche Starnone, De Luca, Quino.

Quando uscirà il prossimo episodio della serie? Può anticiparci di cosa parlerà?

Il prossimo romanzo della serie La Procura Imperfetta s’intitola Il Sonno della Cicala e sarà ambientato fra i vigneti del Barolo. Può la cicala dissipare la propria “estate” e permettersi la sfrontatezza di riposare innocentemente dopo, senza sensi di colpa?

Attualmente sta scrivendo?

Certo, sempre.

L’intervista è terminata nel salutarla m i permetta un’ultima domanda. Ci può parlare dei suoi progetti per il futuro?

I progetti che elaboro di continuo riguardano prevalentemente… viaggi! Viaggerei molto più di adesso, se me lo potessi permettere. L’aeroporto è l’habitat ideale del mio buon umore, il non luogo fra una destinazione e un’altra.

:: Pilgrim, Terry Hayes, (Rizzoli, 2013) a cura di Stefano Di Marino

29 luglio 2014 by
i_am_pilgrim

Clicca sulla cover per l’acquisto

Come sempre quando un libro viene strombazzato come un best seller sono un po’ diffidente. Un mio lettore poi (non ricordo su quale piattaforma) mi scriveva di averlo trovato noioso. Di fatto l’ho acquistato in originale, pagandolo la metà di quanto avrei dovuto sborsare per la traduzione. Mi ha fatto compagnia per una settimana e guardate che sono uno che legge intensamente. Leggo che l’autore ha lunga esperienza di sceneggiatura e ha anche lavorato con Miller per due episodi di Mad Max. Né inesperto, né giovanissimo quindi. Capisco che il lettore abituale dei romanzi action in circolazione, soprattutto nelle serie economiche, trovi improba l’impresa di beccarsi 800 pagine di storia minuziosamente raccontata. In effetti però il ritmo narrativo aggancia subito e non ti molla più anche se è difficile poter inserire il romanzo in un genere particolare. Trova spazio in questa sezione perchè alla fine è una spy story… ma anche un perfetto giallo d’indagine scientifico deduttiva e le due trame s’incrociano con cento altre. L’impressione è di un romanzo scritto alla vecchia maniera di Forsyth quando si aveva il piacere di costruire lunghi intrighi narrati con molti punti di vista ma soprattutto con un’attenzione quasi maniacale per il dettaglio, la trama spy. Un terrorista chiamato il Saraceno compie il suo percorso iniziatico nella guerra santa e da solo riesce a rigenerare una forma di virus del vaiolo inattaccabile dal vaccino. Una casualità mette le forze di sicurezza americane sull’avviso e viene richiamato in servizio un agente leggendario, straordinario detective oltretutto, che cerca di sparire dalla circolazione. La lotta è tra il terrorista e il riottoso agente che, per via di tutte le sue incarnazioni, viene definito il Pellegrino anche perchè nessuno o quasi deve sapere della minaccia che incombe sugli USA. Vi ricorda qualcosa? Certo, è la trama del Giorno dello sciacallo aggiornata ma il meccanismo narrativo è lo stesso. Sennonché il pellegrino è anche chiamato a investigare su un misterioso omicidio a Manhattan che lo porterà sino a Budrum in Turchia. Un omicidio eseguito a regola d’arte con i metodi descritti nel manuale del detective da lui firmato. Così si intrecciano non solo due filoni ma anche decine di indagini, ricordi avvenimenti apparentemente slegati ma che, alla fine trovano tutti un loro posto. Mi ha convinto, mi ha appassionato, mi ha insegnato molte cose e mi ha fatto riflettere che, forse, i romanzi scritti con questa tecnica non sono poi così superati come ho avuto modo di dire. Forse rileggerei vecchi Forsyth dava questa impressione perchè la storia era già nota, ma qui è differente. Di certo per un italiano anche concepire l’idea di proporre a un editore una trama del genere così complessa e articolata, priva di quegli elementi mainstream che sembrano d’obbligo (presenze femminili importanti ma non significative nella storia oltre un certo limite e certamente un po’ stereotipate) sarebbe impossibile. Però ve lo consiglio… per una lunga estate calda…

Terry Hayes è nato in Inghilterra nel 1952 ma è emigrato in Australia quendo era bambino. Ex giornalista e produttore radiofonico, ha scritto le sceneggiature di film come Mad Max II e  Ore 10: calma piatta. Vive in Svizzera con la moglie e i quattro figli. I Am Pilgrim è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Segnalazione di La collina del vento, Carmine Abate (Mondadori, 2012) a cura di Natalina S.

26 luglio 2014 by

indexL’incontro con una prosa capace di darti piacere, gioia, insegnamento, riflessione, conoscenza; in grado, anche e soprattutto, di scavare e ferire, farti soffrire, è raro, come l’amore, ma succede. A me è capitato poco più di anno fa’ quando, casualmente, durante un festival della letteratura, rimasi colpita dal titolo e dalla copertina dell’ultimo romanzo di Carmine Abate, Il bacio del pane. Inconsciamente sentivo che tra me e quel libro, che sapeva di buono, c’era un sottile legame. Dopo qualche mese un mio collega di lavoro, dopo avermi chiesto se conoscevo e apprezzavo l’autore, mi prestò La festa del ritorno, e a Natale, un mio caro amico, mi regalò La collina del vento. Quest’ultimo, che ho appena finito di leggere, volevo gustarlo come si fa con il cibo migliore, che conservi al lato del piatto e così sono trascorsi un po’ di mesi. La collina del vento, edito da Mondadori (come gli altri due citati), vincitore del premio Campiello 2012, a partire dalla prima guerra mondiale, restituisce voce alla storia di quattro generazioni di una famiglia del crotonese incastrandosi perfettamente con le vicende che hanno sfregiato l’Italia intera nello squarcio di tempo considerato. È un omaggio alla cultura di una terra spesso bistrattata dalla cattiva gestione e da chi non ha rispetto per il territorio e il lavoro onesto; a Paolo Orsi, archeologo trentino che, con la sua attività, ha saputo riportare alla luce storie sepolte; a Umberto Zanotti-Bianco, antifascista e ambientalista che insieme a Paolo Orsi fondò la “società della Magna Grecia”; all’antica città greca di Krimisa, distrutta e sepolta a causa di un terribile terremoto o durante la seconda guerra punica, e con esse tutte le città che respirano sotto terra; al dolore causato dalle guerre che continua nelle nostre generazioni; ai migranti che, dall’inizio del ‘900, hanno tracciato una strada che continua ancora adesso, come se la giostra del tempo riportasse allo stesso punto di partenza, non riuscendo ad afferrare il progresso; alla natura e alla sua bellezza; all’amore ed al valore della famiglia; alla nostra identità di cui solo l’uomo può e deve essere custode.

“Il custode è più importante di uno scavatore […] conserva la memoria di un luogo, protegge dalle grinfie dei furbi ciò che sta dentro e ciò sta fuori terra, ne difende la dignità.”

Carmine Abate è nato a Carfizzi (KR) il 24 ottobre 1954. Ha studiato in Italia e si è laureato presso l’Università di Bari. Successivamente ha vissuto in Germania e, da oltre dieci anni, vive nel Trentino, dove esercita la professione di insegnante. Il suo primo libro di poesie risale al 1977:Nel labirinto della vita, (Juvenilia, Roma). Come narratore esordisce in Germania con la raccolta di racconti Den Koffer und weg!, (Neuer Malik, Kiel 1984);Lo stesso anno pubblica Die Germanesi, una ricerca empirica socio-antropologica sull’emigrazione svolta con Meike Behrmann (Campus, Frankfurt-New York 1984; ed it., I Germanesi, Pellegrini, Cosenza 1986, ristampata in nuova ed. da Ilisso Rubbettino nel 2006). Dirige la collana “Biblioteca Emigrazione” (Pellegrini Ed.) per la quale ha curato In questa terra altrove (1987), un’antologia di testi letterari di emigrati italiani. Successivamente ha pubblicato una raccolta di racconti Il muro dei muri da giugno 2006 in nuova edizione (Oscar Mondadori, pp. 210, euro 8.40) e nel 1991 è uscito il suo primo romanzo Il ballo tondo, attualmente alla terza edizione (Piccola biblioteca Oscar Mondadori, 2005), pubblicato in prima edizione da Marietti (Genova) e in seconda edizione da Fazi (Roma, 2000).  Nel 1996 pubblica un libro di poesie Terre di andata (Argo). Nel 1999 esce il romanzo  La moto di Scanderbeg (Fazi, Roma 1999; ed. tascabile 2001, Oscar 2008). Nel 2002 esce il romanzo Tra due mari (Mondadori, 2002, Oscar 2005) vincitore di numerosi prestigiosi premi. Nel 2004 esce il romanzo La festa del ritorno (Mondadori, 2004)  vincitore del “Premio Napoli”, “Premio Selezione Campiello” e Premio Corrado Alvaro e di cui sono stati opzionati i diritti cinematografici. Nel 2006 pubblica il romanzo Il mosaico del tempo grande (Mondadori, 2006, Oscar 2007).  Nel 2008 scrive il romanzo Gli anni veloci (Mondadori, 2008), vincitore del Premio Tropea e attualmente alla terza edizione. Nel 2010 scrive il libro di racconti Vivere per addizione e altri viaggi (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori) e la raccolta di poesie e proesie Terre di andata (Il Maestrale). Il suo capolavoro, che vince il premio Campiello 2012, è il romanzo La collina del vento (Mondadori, 2012). Nell’ottobre 2012 esce, Le stagioni di Hora (Mondadori) che comprende tre romanzi  – “Il ballo tondo”, “La moto di Scanderbeg” e “Il mosaico del tempo grande”. La sua ultima opera è Il bacio del Pane (Mondadori, 2013). I suoi libri, vincitori di numerosi premi, sono tradotti in Germania, Francia, Olanda, Grecia, Portogallo, Albania, Kosovo, USA e in corso di traduzione in arabo.

:: October List, Jeffery Deaver, (Rizzoli, 2014)

26 luglio 2014 by

october listScrivere un libro al contrario, in cui il primo capitolo è l’ultimo e l’ultimo è il primo, questa è la scommessa di Jeffery Deaver, autore della saga di Lincoln Rhyme, che con October list (The October List, 2013), edito da Rizzoli e tradotto da Seba Pezzani e Fabrizio Siracusa, ci porta a Manhattan durante le fasi salienti di un misterioso rapimento. Tutto si svolge in un week end da domenica sera a ritroso fino a venerdì mattina, quando il piano viene deciso da un gruppo di insospettabili personaggi. Perché nulla è come sembra in questo romanzo, e criminali e vittime si confondono in un gioco di specchi che lascerà confusi, perché a volte un piano perfetto può rivelare sorprese anche se va a buon fine. Ma veniamo ai fatti, come direbbe Perry Mason. Il romanzo inizia (si fa per dire ricordiamoci che questo è il finale, amarissimo se ci pensiamo bene a lettura conclusa) con una donna Gabriela McKenzie chiusa in un appartamento che aspetta con un uomo, Sam, l’arrivo di Daniel Reardon e Andrew Faraday andati a consegnare a un rapitore un riscatto di 500 mila dollari e parte di una lista di nomi denominata October list. Ad essere stata rapita è la figlia di Gabriela, Sarah, una bambina di sei anni. Almeno così stanno apparentemente le cose, ma ricordatevi che Deaver sta giocando con voi, vi sta ingannando, eludendo le vostre difese, e quando un uomo arriva, rivelandosi essere il rapitore e punta un’ arma contro di loro il gioco si è concluso. Se scrivere un libro al contrario non deve essere facile, anche leggerlo non è uno scherzo, perché fatti, schegge di ragionamenti, intuizioni trovano la giusta collocazione se letti nel giusto ordine, e invece ci troviamo a leggerli prima quando ancora per noi non hanno alcun significato. Anche se vi ho avvertito di stare in guardia, dubito che non cascherete nelle trappole abilmente posizionate da Deaver, che penso abbia scritto il romanzo immaginandosi la faccia del lettore che si trova a cercare indizi, (per aiutarlo posiziona ad ogni inizio di capitolo alcune foto in bianco e nero) che lui abilmente elude, occultandoli con divertita ambiguità. La chiave di lettura, naturalmente si avrà solo nel capitolo finale, (il vero inizio della storia) ma non ci penso proprio a darvi altri aiuti, vi toccherà leggere il romanzo per sapere cosa è realmente successo. Ispirato a grandi film come Memento di Nolan e Pulp Fiction di Tarantino e persino a un musical Merrily we roll along di Stephen Sondheim, October list è a mio avviso un esperimento riuscito, ben congegnato, pieno di colpi di scena al contrario, con buoni personaggi ambigui quanto basta, che strizzano un occhio al cinema, non a caso Daniel Reardon assomiglia a un più giovane George Clooney, e come Gabriela ci vedrei benissimo Mia Wasikowska, o forse perché no Jessica Chastain. Credo che questa sia la recensione più criptica che ho scritto e spero di non avervi illuminato troppo, togliendovi il piacere della lettura. Io mi sono divertita, spero facciate altrettanto voi.

Jeffery Deaver è nato a Chicago nel 1950. I suoi romanzi, bestseller internazionali tradotti in 25 lingue, hanno venduto nel mondo oltre 20 milioni di copie con titoli come “Il collezionista di ossa”, da cui è stato tratto l’omonimo film con Denzel Washington. Tutti i suoi libri sono disponibili in BUR. Il sito dell’autore è http://www.jefferydeaver.com.

:: Chi bacia e chi viene baciato, Rosa Mogliasso, (Salani, 2014) a cura di Giulietta Iannone

25 luglio 2014 by

chi baciaPremesso che non è un noir, né un vero e proprio giallo, Chi bacia e chi viene baciato della torinese Rosa Mogliasso, quarto episodio delle avventure del commissario Barbara Gillo, una via di mezzo tra Grace Kelly e Franca Valeri, è un romanzo surreale in cui con umorismo e leggerezza si trattano sì crimini e omicidi, (questa volta avremo a che fare niente meno che con la mafia russa, per poi scoprire che i tatuaggi nelle carceri sovietiche si facevano con l’inchiostro ottenuto fondendo il cuoio delle scarpe mischiato all’urina del tatuatore o del tatuando) ma quello che più conta forse è il personaggio principale, con la sua vita sentimentale, la sua bellezza algida e la sua torinesità.
Un po’ se vogliamo trovare un genere preciso per questo romanzo potremo accostarlo ai romanzi della Gazzola, spumeggianti, ironici, più rosa appunto che gialli, anche se la Mogliasso utilizza a tratti un linguaggio forse più crudo e grezzo. E questo suo giocare con il linguaggio è senz’altro la caratteristica più interessante del romanzo. La Mogliasso alterna registri linguistici, utilizza schegge di dialetto, punta tutto sui dialoghi, realistici quel tanto che basta per dare maggiore verve e lo fa in modo simpatico e informale con il tipico understatement sabaudo. E Torino e la sua provincia (per la precisione il Monferrato) senza dubbio emergono sullo sfondo, importanti quasi come personaggi del romanzo. E questo è assai piacevole, soprattutto per chi Torino la conosce e ci vive.
Se siete appassionati di gialli e noir forse non fa per voi, ma se amate i romanzi umoristici, vi divertirete sicuramente. La Mogliasso ha una certa facilità nel legare assieme gag, freddure, motti di spirito, battute sarcastiche e lo fa con naturalezza e vivacità nella più che brillante tradizione dardiana.
Ma diamo un’occhiata alla trama, a dire il vero un po’ esile, e giusto capace di legare i vari personaggi coinvolti. Tutto ruota intorno ad un inspiegabile delitto. Una giornalista francese, Chantal Morini, in possesso di informazioni sulle attività della mafia russa in Italia, viene assassinata con un colpo in fronte in un bed end breakfast di via Plana, vicino alla centralissima Piazza Vittorio. (Ah, se la conosco via Plana, la frequentai spesso al tempo dell’Università). Nella camera d’albergo gli inquirenti trovano in uno spazzolino da denti una chiavetta USB con immagini di nudi di gente famosa, scattate (poi si scoprirà) da un fotoreporter italiano piuttosto cialtrone, tale Mario Teiera, all’occorrenza un paparazzo, sempre in compagnia di starlett in cerca di notorietà. Che legame c’è tra le foto e il delitto? Chi può aver ucciso la bella giornalista famosa per i suoi reportage coraggiosi e sempre occupata in cause umanitarie, considerata in patria poco meno che un’ eroina nazionale?
Chiamata ad indagare, Barbara Gillo, dovrà prima riprendersi dalla notizia che il suo braccio destro, Peruzzi, vuole dimettersi dalla polizia per aprire un’agenzia investigativa per sistemare la figlia disoccupata, per poi scoprire che…
Naturalmente Barbara Gillo arriverà alla verità, non prima di aver conosciuto un simpatico poliziotto a cavallo, atleta delle fiamme oro, disciplina salto ad ostacoli, e solo nelle ultime pagine del romanzo avremo concentrata la parte gialla del libro, ma come dicevo le ragioni per leggere questo libro sono altre.

Rosa Mogliasso è nata a Susa e vive a Torino. Laureata in storia e critica del cinema, da alcuni anni si dedica al teatro d’ombra e alla scrittura. In un’intervista ha rivelato che per lei «a Torino c’è tutto, basta farci un po’ di rumore intorno e la magia della narrazione ha inizio». L’ambientazione delle sue pagine è Torino, «tra il Bar Elena di piazza Vittorio e il Circolo Amantes di via Principe Amedeo». L’assassino qualcosa lascia edito da Salani è il suo primo romanzo. A gennaio 2011 è uscito il secondo: L’amore si nutre di amore. Nel 2012 La felicità è un muscolo volontario.

:: La tentazione del rabbino Fix, Jacquot Grunewald, (Giuntina, 2014) a cura di Natalina S.

25 luglio 2014 by

La tentazione del rabbino Fix“Non restare in piedi, senza far niente, davanti al sangue del tuo prossimo” questo comanda la Torà e quest’ordine induce in “tentazione” il rabbino Théodor Fix a non rimanere indifferente dinnanzi alla morte dell’israeliano Avi Maimon, primario di otorinolaringoiatria nell’ospedale di Hadassa, sul monte Scopus.
Théodor Fix è capo religioso della comunità ebraica di Parigi, dove vive insieme alla moglie Elisabeth, certosina docente di letteratura francese. È marito e padre amorevole. Difatti appena riceve la chiamata dal figlio Louis, nel quale comunica che David, suo figlio, e Rivka, la bellissima moglie yemenita, sono stati feriti durante un attentato terroristico, Fix precipita a Gerusalemme, per stare al capezzale del suo nipotino.
Siamo all’epoca della seconda intifada, la rivolta palestinese esplosa in Gerusalemme nel duemila, e nella sua breve permanenza a Ghilo, Fix rimane tristemente colpito dalla violenza e dal sangue che colora questi luoghi al punto da assuefare al male e inaridire i cuori.

“Sulla terra che brucia il fuoco ha un’altra intensità rispetto alle immagini che trasmettono in televisione”.

Trova paradossale che i territori dei suoi antenati, quelli della Terra Santa, siano ora scenario di tanto abominio. Prima di partire apprende la notizia della morte del medico Maimon, sognatore della pace del mondo; riteneva che se questa era possibile in un letto d’ospedale lo sarebbe stata anche fuori. Per la stampa è il terrorismo ad uccidere Maimon ma qualcosa non convince Fix. E nei giorni prossimi al Rosh ha-Shanà, il capodanno ebraico che, oltre essere una festa, è il momento in cui si chiamati al Giudizio, affinché il buon Dio possa accordare l’inizio di un anno sereno, che Fix entra in intima riflessione con la sua coscienza. Il suono dello shofàr, il corno di montone, che accompagna la liturgia del capodanno, è l’allarme che lo spinge all’azione e, guidato dagli insegnamenti talmudici, s’improvvisa abile investigatore giungendo a sbrogliare la matassa che porterà la polizia francese ad un’altra verità.
“La tentazione del rabbino Fix” di Jacquot Grunewald, tradotto da Vanna Lucattini Volgemann, pubblicato per la prima volta in Francia, nel 2005, e solo qualche giorno fa in Italia, da Giuntina nella collana Diaspora, è un giallo del tutto originale in cui il protagonista, conosciuto già con Il fantasma del ghetto (pubblicato sempre da Giuntina) e di cui nel romanzo c’è un rimando, con il suo continuo richiamo ai testi sacri, induce i lettori ad interrogare la parte più profonda di sé per ricordare che “la terra rifiuta di coprire il sangue versato” . A Giuntina il grande merito di aver portato alla luce, non solo un autore dal tratto impeccabile ma, una storia equilibrata in ogni suo aspetto che, oggi più che mai, invita ad assumere consapevolezza che troppo sangue, ingiustamente e inutilmente, sporca la terra dinnanzi al quale l’uomo non può e non deve rimanere indifferente come la Torà insegna.

Jacquot Grunewald è nato nel 1934 a Strasburgo. Diplomato al Seminario rabbinico di Parigi, è uno studioso del Talmud, giornalista e scrittore. Nel 1985 è andato a vivere in Israele. È autore di diversi libri pubblicati in Francia. Di lui la Giuntina ha già pubblicato Il fantasma del Ghetto.