:: Pilgrim, Terry Hayes, (Rizzoli, 2013) a cura di Stefano Di Marino

29 luglio 2014 by
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Come sempre quando un libro viene strombazzato come un best seller sono un po’ diffidente. Un mio lettore poi (non ricordo su quale piattaforma) mi scriveva di averlo trovato noioso. Di fatto l’ho acquistato in originale, pagandolo la metà di quanto avrei dovuto sborsare per la traduzione. Mi ha fatto compagnia per una settimana e guardate che sono uno che legge intensamente. Leggo che l’autore ha lunga esperienza di sceneggiatura e ha anche lavorato con Miller per due episodi di Mad Max. Né inesperto, né giovanissimo quindi. Capisco che il lettore abituale dei romanzi action in circolazione, soprattutto nelle serie economiche, trovi improba l’impresa di beccarsi 800 pagine di storia minuziosamente raccontata. In effetti però il ritmo narrativo aggancia subito e non ti molla più anche se è difficile poter inserire il romanzo in un genere particolare. Trova spazio in questa sezione perchè alla fine è una spy story… ma anche un perfetto giallo d’indagine scientifico deduttiva e le due trame s’incrociano con cento altre. L’impressione è di un romanzo scritto alla vecchia maniera di Forsyth quando si aveva il piacere di costruire lunghi intrighi narrati con molti punti di vista ma soprattutto con un’attenzione quasi maniacale per il dettaglio, la trama spy. Un terrorista chiamato il Saraceno compie il suo percorso iniziatico nella guerra santa e da solo riesce a rigenerare una forma di virus del vaiolo inattaccabile dal vaccino. Una casualità mette le forze di sicurezza americane sull’avviso e viene richiamato in servizio un agente leggendario, straordinario detective oltretutto, che cerca di sparire dalla circolazione. La lotta è tra il terrorista e il riottoso agente che, per via di tutte le sue incarnazioni, viene definito il Pellegrino anche perchè nessuno o quasi deve sapere della minaccia che incombe sugli USA. Vi ricorda qualcosa? Certo, è la trama del Giorno dello sciacallo aggiornata ma il meccanismo narrativo è lo stesso. Sennonché il pellegrino è anche chiamato a investigare su un misterioso omicidio a Manhattan che lo porterà sino a Budrum in Turchia. Un omicidio eseguito a regola d’arte con i metodi descritti nel manuale del detective da lui firmato. Così si intrecciano non solo due filoni ma anche decine di indagini, ricordi avvenimenti apparentemente slegati ma che, alla fine trovano tutti un loro posto. Mi ha convinto, mi ha appassionato, mi ha insegnato molte cose e mi ha fatto riflettere che, forse, i romanzi scritti con questa tecnica non sono poi così superati come ho avuto modo di dire. Forse rileggerei vecchi Forsyth dava questa impressione perchè la storia era già nota, ma qui è differente. Di certo per un italiano anche concepire l’idea di proporre a un editore una trama del genere così complessa e articolata, priva di quegli elementi mainstream che sembrano d’obbligo (presenze femminili importanti ma non significative nella storia oltre un certo limite e certamente un po’ stereotipate) sarebbe impossibile. Però ve lo consiglio… per una lunga estate calda…

Terry Hayes è nato in Inghilterra nel 1952 ma è emigrato in Australia quendo era bambino. Ex giornalista e produttore radiofonico, ha scritto le sceneggiature di film come Mad Max II e  Ore 10: calma piatta. Vive in Svizzera con la moglie e i quattro figli. I Am Pilgrim è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro del recensore.

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:: Segnalazione di La collina del vento, Carmine Abate (Mondadori, 2012) a cura di Natalina S.

26 luglio 2014 by

indexL’incontro con una prosa capace di darti piacere, gioia, insegnamento, riflessione, conoscenza; in grado, anche e soprattutto, di scavare e ferire, farti soffrire, è raro, come l’amore, ma succede. A me è capitato poco più di anno fa’ quando, casualmente, durante un festival della letteratura, rimasi colpita dal titolo e dalla copertina dell’ultimo romanzo di Carmine Abate, Il bacio del pane. Inconsciamente sentivo che tra me e quel libro, che sapeva di buono, c’era un sottile legame. Dopo qualche mese un mio collega di lavoro, dopo avermi chiesto se conoscevo e apprezzavo l’autore, mi prestò La festa del ritorno, e a Natale, un mio caro amico, mi regalò La collina del vento. Quest’ultimo, che ho appena finito di leggere, volevo gustarlo come si fa con il cibo migliore, che conservi al lato del piatto e così sono trascorsi un po’ di mesi. La collina del vento, edito da Mondadori (come gli altri due citati), vincitore del premio Campiello 2012, a partire dalla prima guerra mondiale, restituisce voce alla storia di quattro generazioni di una famiglia del crotonese incastrandosi perfettamente con le vicende che hanno sfregiato l’Italia intera nello squarcio di tempo considerato. È un omaggio alla cultura di una terra spesso bistrattata dalla cattiva gestione e da chi non ha rispetto per il territorio e il lavoro onesto; a Paolo Orsi, archeologo trentino che, con la sua attività, ha saputo riportare alla luce storie sepolte; a Umberto Zanotti-Bianco, antifascista e ambientalista che insieme a Paolo Orsi fondò la “società della Magna Grecia”; all’antica città greca di Krimisa, distrutta e sepolta a causa di un terribile terremoto o durante la seconda guerra punica, e con esse tutte le città che respirano sotto terra; al dolore causato dalle guerre che continua nelle nostre generazioni; ai migranti che, dall’inizio del ‘900, hanno tracciato una strada che continua ancora adesso, come se la giostra del tempo riportasse allo stesso punto di partenza, non riuscendo ad afferrare il progresso; alla natura e alla sua bellezza; all’amore ed al valore della famiglia; alla nostra identità di cui solo l’uomo può e deve essere custode.

“Il custode è più importante di uno scavatore […] conserva la memoria di un luogo, protegge dalle grinfie dei furbi ciò che sta dentro e ciò sta fuori terra, ne difende la dignità.”

Carmine Abate è nato a Carfizzi (KR) il 24 ottobre 1954. Ha studiato in Italia e si è laureato presso l’Università di Bari. Successivamente ha vissuto in Germania e, da oltre dieci anni, vive nel Trentino, dove esercita la professione di insegnante. Il suo primo libro di poesie risale al 1977:Nel labirinto della vita, (Juvenilia, Roma). Come narratore esordisce in Germania con la raccolta di racconti Den Koffer und weg!, (Neuer Malik, Kiel 1984);Lo stesso anno pubblica Die Germanesi, una ricerca empirica socio-antropologica sull’emigrazione svolta con Meike Behrmann (Campus, Frankfurt-New York 1984; ed it., I Germanesi, Pellegrini, Cosenza 1986, ristampata in nuova ed. da Ilisso Rubbettino nel 2006). Dirige la collana “Biblioteca Emigrazione” (Pellegrini Ed.) per la quale ha curato In questa terra altrove (1987), un’antologia di testi letterari di emigrati italiani. Successivamente ha pubblicato una raccolta di racconti Il muro dei muri da giugno 2006 in nuova edizione (Oscar Mondadori, pp. 210, euro 8.40) e nel 1991 è uscito il suo primo romanzo Il ballo tondo, attualmente alla terza edizione (Piccola biblioteca Oscar Mondadori, 2005), pubblicato in prima edizione da Marietti (Genova) e in seconda edizione da Fazi (Roma, 2000).  Nel 1996 pubblica un libro di poesie Terre di andata (Argo). Nel 1999 esce il romanzo  La moto di Scanderbeg (Fazi, Roma 1999; ed. tascabile 2001, Oscar 2008). Nel 2002 esce il romanzo Tra due mari (Mondadori, 2002, Oscar 2005) vincitore di numerosi prestigiosi premi. Nel 2004 esce il romanzo La festa del ritorno (Mondadori, 2004)  vincitore del “Premio Napoli”, “Premio Selezione Campiello” e Premio Corrado Alvaro e di cui sono stati opzionati i diritti cinematografici. Nel 2006 pubblica il romanzo Il mosaico del tempo grande (Mondadori, 2006, Oscar 2007).  Nel 2008 scrive il romanzo Gli anni veloci (Mondadori, 2008), vincitore del Premio Tropea e attualmente alla terza edizione. Nel 2010 scrive il libro di racconti Vivere per addizione e altri viaggi (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori) e la raccolta di poesie e proesie Terre di andata (Il Maestrale). Il suo capolavoro, che vince il premio Campiello 2012, è il romanzo La collina del vento (Mondadori, 2012). Nell’ottobre 2012 esce, Le stagioni di Hora (Mondadori) che comprende tre romanzi  – “Il ballo tondo”, “La moto di Scanderbeg” e “Il mosaico del tempo grande”. La sua ultima opera è Il bacio del Pane (Mondadori, 2013). I suoi libri, vincitori di numerosi premi, sono tradotti in Germania, Francia, Olanda, Grecia, Portogallo, Albania, Kosovo, USA e in corso di traduzione in arabo.

:: October List, Jeffery Deaver, (Rizzoli, 2014)

26 luglio 2014 by

october listScrivere un libro al contrario, in cui il primo capitolo è l’ultimo e l’ultimo è il primo, questa è la scommessa di Jeffery Deaver, autore della saga di Lincoln Rhyme, che con October list (The October List, 2013), edito da Rizzoli e tradotto da Seba Pezzani e Fabrizio Siracusa, ci porta a Manhattan durante le fasi salienti di un misterioso rapimento. Tutto si svolge in un week end da domenica sera a ritroso fino a venerdì mattina, quando il piano viene deciso da un gruppo di insospettabili personaggi. Perché nulla è come sembra in questo romanzo, e criminali e vittime si confondono in un gioco di specchi che lascerà confusi, perché a volte un piano perfetto può rivelare sorprese anche se va a buon fine. Ma veniamo ai fatti, come direbbe Perry Mason. Il romanzo inizia (si fa per dire ricordiamoci che questo è il finale, amarissimo se ci pensiamo bene a lettura conclusa) con una donna Gabriela McKenzie chiusa in un appartamento che aspetta con un uomo, Sam, l’arrivo di Daniel Reardon e Andrew Faraday andati a consegnare a un rapitore un riscatto di 500 mila dollari e parte di una lista di nomi denominata October list. Ad essere stata rapita è la figlia di Gabriela, Sarah, una bambina di sei anni. Almeno così stanno apparentemente le cose, ma ricordatevi che Deaver sta giocando con voi, vi sta ingannando, eludendo le vostre difese, e quando un uomo arriva, rivelandosi essere il rapitore e punta un’ arma contro di loro il gioco si è concluso. Se scrivere un libro al contrario non deve essere facile, anche leggerlo non è uno scherzo, perché fatti, schegge di ragionamenti, intuizioni trovano la giusta collocazione se letti nel giusto ordine, e invece ci troviamo a leggerli prima quando ancora per noi non hanno alcun significato. Anche se vi ho avvertito di stare in guardia, dubito che non cascherete nelle trappole abilmente posizionate da Deaver, che penso abbia scritto il romanzo immaginandosi la faccia del lettore che si trova a cercare indizi, (per aiutarlo posiziona ad ogni inizio di capitolo alcune foto in bianco e nero) che lui abilmente elude, occultandoli con divertita ambiguità. La chiave di lettura, naturalmente si avrà solo nel capitolo finale, (il vero inizio della storia) ma non ci penso proprio a darvi altri aiuti, vi toccherà leggere il romanzo per sapere cosa è realmente successo. Ispirato a grandi film come Memento di Nolan e Pulp Fiction di Tarantino e persino a un musical Merrily we roll along di Stephen Sondheim, October list è a mio avviso un esperimento riuscito, ben congegnato, pieno di colpi di scena al contrario, con buoni personaggi ambigui quanto basta, che strizzano un occhio al cinema, non a caso Daniel Reardon assomiglia a un più giovane George Clooney, e come Gabriela ci vedrei benissimo Mia Wasikowska, o forse perché no Jessica Chastain. Credo che questa sia la recensione più criptica che ho scritto e spero di non avervi illuminato troppo, togliendovi il piacere della lettura. Io mi sono divertita, spero facciate altrettanto voi.

Jeffery Deaver è nato a Chicago nel 1950. I suoi romanzi, bestseller internazionali tradotti in 25 lingue, hanno venduto nel mondo oltre 20 milioni di copie con titoli come “Il collezionista di ossa”, da cui è stato tratto l’omonimo film con Denzel Washington. Tutti i suoi libri sono disponibili in BUR. Il sito dell’autore è http://www.jefferydeaver.com.

:: Chi bacia e chi viene baciato, Rosa Mogliasso, (Salani, 2014) a cura di Giulietta Iannone

25 luglio 2014 by

chi baciaPremesso che non è un noir, né un vero e proprio giallo, Chi bacia e chi viene baciato della torinese Rosa Mogliasso, quarto episodio delle avventure del commissario Barbara Gillo, una via di mezzo tra Grace Kelly e Franca Valeri, è un romanzo surreale in cui con umorismo e leggerezza si trattano sì crimini e omicidi, (questa volta avremo a che fare niente meno che con la mafia russa, per poi scoprire che i tatuaggi nelle carceri sovietiche si facevano con l’inchiostro ottenuto fondendo il cuoio delle scarpe mischiato all’urina del tatuatore o del tatuando) ma quello che più conta forse è il personaggio principale, con la sua vita sentimentale, la sua bellezza algida e la sua torinesità.
Un po’ se vogliamo trovare un genere preciso per questo romanzo potremo accostarlo ai romanzi della Gazzola, spumeggianti, ironici, più rosa appunto che gialli, anche se la Mogliasso utilizza a tratti un linguaggio forse più crudo e grezzo. E questo suo giocare con il linguaggio è senz’altro la caratteristica più interessante del romanzo. La Mogliasso alterna registri linguistici, utilizza schegge di dialetto, punta tutto sui dialoghi, realistici quel tanto che basta per dare maggiore verve e lo fa in modo simpatico e informale con il tipico understatement sabaudo. E Torino e la sua provincia (per la precisione il Monferrato) senza dubbio emergono sullo sfondo, importanti quasi come personaggi del romanzo. E questo è assai piacevole, soprattutto per chi Torino la conosce e ci vive.
Se siete appassionati di gialli e noir forse non fa per voi, ma se amate i romanzi umoristici, vi divertirete sicuramente. La Mogliasso ha una certa facilità nel legare assieme gag, freddure, motti di spirito, battute sarcastiche e lo fa con naturalezza e vivacità nella più che brillante tradizione dardiana.
Ma diamo un’occhiata alla trama, a dire il vero un po’ esile, e giusto capace di legare i vari personaggi coinvolti. Tutto ruota intorno ad un inspiegabile delitto. Una giornalista francese, Chantal Morini, in possesso di informazioni sulle attività della mafia russa in Italia, viene assassinata con un colpo in fronte in un bed end breakfast di via Plana, vicino alla centralissima Piazza Vittorio. (Ah, se la conosco via Plana, la frequentai spesso al tempo dell’Università). Nella camera d’albergo gli inquirenti trovano in uno spazzolino da denti una chiavetta USB con immagini di nudi di gente famosa, scattate (poi si scoprirà) da un fotoreporter italiano piuttosto cialtrone, tale Mario Teiera, all’occorrenza un paparazzo, sempre in compagnia di starlett in cerca di notorietà. Che legame c’è tra le foto e il delitto? Chi può aver ucciso la bella giornalista famosa per i suoi reportage coraggiosi e sempre occupata in cause umanitarie, considerata in patria poco meno che un’ eroina nazionale?
Chiamata ad indagare, Barbara Gillo, dovrà prima riprendersi dalla notizia che il suo braccio destro, Peruzzi, vuole dimettersi dalla polizia per aprire un’agenzia investigativa per sistemare la figlia disoccupata, per poi scoprire che…
Naturalmente Barbara Gillo arriverà alla verità, non prima di aver conosciuto un simpatico poliziotto a cavallo, atleta delle fiamme oro, disciplina salto ad ostacoli, e solo nelle ultime pagine del romanzo avremo concentrata la parte gialla del libro, ma come dicevo le ragioni per leggere questo libro sono altre.

Rosa Mogliasso è nata a Susa e vive a Torino. Laureata in storia e critica del cinema, da alcuni anni si dedica al teatro d’ombra e alla scrittura. In un’intervista ha rivelato che per lei «a Torino c’è tutto, basta farci un po’ di rumore intorno e la magia della narrazione ha inizio». L’ambientazione delle sue pagine è Torino, «tra il Bar Elena di piazza Vittorio e il Circolo Amantes di via Principe Amedeo». L’assassino qualcosa lascia edito da Salani è il suo primo romanzo. A gennaio 2011 è uscito il secondo: L’amore si nutre di amore. Nel 2012 La felicità è un muscolo volontario.

:: La tentazione del rabbino Fix, Jacquot Grunewald, (Giuntina, 2014) a cura di Natalina S.

25 luglio 2014 by

La tentazione del rabbino Fix“Non restare in piedi, senza far niente, davanti al sangue del tuo prossimo” questo comanda la Torà e quest’ordine induce in “tentazione” il rabbino Théodor Fix a non rimanere indifferente dinnanzi alla morte dell’israeliano Avi Maimon, primario di otorinolaringoiatria nell’ospedale di Hadassa, sul monte Scopus.
Théodor Fix è capo religioso della comunità ebraica di Parigi, dove vive insieme alla moglie Elisabeth, certosina docente di letteratura francese. È marito e padre amorevole. Difatti appena riceve la chiamata dal figlio Louis, nel quale comunica che David, suo figlio, e Rivka, la bellissima moglie yemenita, sono stati feriti durante un attentato terroristico, Fix precipita a Gerusalemme, per stare al capezzale del suo nipotino.
Siamo all’epoca della seconda intifada, la rivolta palestinese esplosa in Gerusalemme nel duemila, e nella sua breve permanenza a Ghilo, Fix rimane tristemente colpito dalla violenza e dal sangue che colora questi luoghi al punto da assuefare al male e inaridire i cuori.

“Sulla terra che brucia il fuoco ha un’altra intensità rispetto alle immagini che trasmettono in televisione”.

Trova paradossale che i territori dei suoi antenati, quelli della Terra Santa, siano ora scenario di tanto abominio. Prima di partire apprende la notizia della morte del medico Maimon, sognatore della pace del mondo; riteneva che se questa era possibile in un letto d’ospedale lo sarebbe stata anche fuori. Per la stampa è il terrorismo ad uccidere Maimon ma qualcosa non convince Fix. E nei giorni prossimi al Rosh ha-Shanà, il capodanno ebraico che, oltre essere una festa, è il momento in cui si chiamati al Giudizio, affinché il buon Dio possa accordare l’inizio di un anno sereno, che Fix entra in intima riflessione con la sua coscienza. Il suono dello shofàr, il corno di montone, che accompagna la liturgia del capodanno, è l’allarme che lo spinge all’azione e, guidato dagli insegnamenti talmudici, s’improvvisa abile investigatore giungendo a sbrogliare la matassa che porterà la polizia francese ad un’altra verità.
“La tentazione del rabbino Fix” di Jacquot Grunewald, tradotto da Vanna Lucattini Volgemann, pubblicato per la prima volta in Francia, nel 2005, e solo qualche giorno fa in Italia, da Giuntina nella collana Diaspora, è un giallo del tutto originale in cui il protagonista, conosciuto già con Il fantasma del ghetto (pubblicato sempre da Giuntina) e di cui nel romanzo c’è un rimando, con il suo continuo richiamo ai testi sacri, induce i lettori ad interrogare la parte più profonda di sé per ricordare che “la terra rifiuta di coprire il sangue versato” . A Giuntina il grande merito di aver portato alla luce, non solo un autore dal tratto impeccabile ma, una storia equilibrata in ogni suo aspetto che, oggi più che mai, invita ad assumere consapevolezza che troppo sangue, ingiustamente e inutilmente, sporca la terra dinnanzi al quale l’uomo non può e non deve rimanere indifferente come la Torà insegna.

Jacquot Grunewald è nato nel 1934 a Strasburgo. Diplomato al Seminario rabbinico di Parigi, è uno studioso del Talmud, giornalista e scrittore. Nel 1985 è andato a vivere in Israele. È autore di diversi libri pubblicati in Francia. Di lui la Giuntina ha già pubblicato Il fantasma del Ghetto.

:: Il caso Tony Veitch, William McIlvanney, (Feltrinelli, 2014) a cura di Giulietta Iannone

24 luglio 2014 by
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Dall’alto di Ruchill Park Laidlaw guardò la città. Ne vedeva la maggior parte, eppure Glasgow continuava a eluderlo. Che cos’è questo? pensò.
Una città piccola e grande, rispose la sua mente. Una città con il viso controvento, indurito in una smorfia. Ma doveva essere per forza così difficile? A volte sembrava di sì. Il vento non aveva ma smesso di soffiare. Anche quando Glasgow era la seconda città dell’Impero britannico, il denaro non l’aveva mai ammorbidita, perché la ricchezza di pochi era diventata la povertà di molti. I molti erano sopravvissuti, malgrado le difficoltà e avevano reclamato lo spirito del luogo. Essendo sopravvissuti alla ricchezza, potevano sopravvivere a qualsiasi cosa. Ora che il denaro scarseggiava, loro notavano appena la differenza. Se ne avevi un po’, tutto quello che facevi era spenderlo. Il denaro è sempre stato scarso, dicevano. Diteci qualcosa che non sappiamo. Quella era Glasgow. Un luogo così gentile da mettere al tappeto la crudeltà. Eppure la crudeltà era ciò che continuava a ricevere dalle circostanze. Nessuna meraviglia che Laidlaw amasse quella città che danzava tra le macerie. Il giorno in cui Glasgow si fosse arresa, il mondo poteva anche finire.

Glasgow, primi anni Ottanta. Un venerdì sera. Al Royal Infirmary, in Cathedral Street, è una serata tranquilla, se non fosse per un barbone alcolizzato ricoverato in fin di vita che vuole a tutti i costi parlare con Jack Laidlaw.
Fortuna, si fa per dire, vuole che un informatore di Eddie Devlin del “Glasgow Herald” colga i suoi rantoli e avvisi il giornalista, che per senso del dovere telefona a casa a Laidlaw. Ora se vi trovaste alla fine di un matrimonio alla deriva, seduti in soggiorno a chiacchierare con gli amici di vostra moglie fingendo di trovarli interessanti, non cogliereste qualsiasi occasione a braccia aperte per fuggire via? Così fa Laidlaw quando riceve la telefonata e si precipita al Royal Infirmary.
Qui trova Eck Adamson ormai morente, ma disperatamente intenzionato a fare capire di essere stato vittima di un avvelenamento, perché il vino che aveva bevuto non era vino. Quest’ultima frase almeno è l’unica che Laidlaw capisce chiaramente. E quando tra gli effetti di Adamson trova un biglietto con un indirizzo di Pollockshields, i nomi Lynsey Farren e Paddy Collins, le parole “The Crib” e il numero 9464946 in penna a sfera nera, è l’inizio per lui di un’ ossessione.
Eck Adamson come previsto muore avvelenato dal paraquat, un diserbante che qualcuno gli aveva aggiunto nel vino, e a chi vuoi che importi, a chi vuoi che importi scoprire l’assassino, quando per giunta solo Laidlaw crede che sia un delitto? Per lui ogni vita è degna di rispetto, e ogni morte merita un’ indagine.
Poi per giunta anche Paddy Collins, una figura di spicco della malavita di Glasgow, sta morendo in un altro ospedale, il Victoria, accoltellato da qualche sconosciuto, probabilmente per un regolamento di conti tra bande rivali. Ma che ci faceva il suo nome nel pezzo di carta appartenuto a Eck Adamson? Questo proprio non se lo sa spiegare, e così inizia a indagare, accompagnato da un Brian Harkness sempre più scettico, che vede il collega già in crisi coniugale, pure intenzionato a dare un calcio a quel che resta della sua carriera.
Le indagini lo portano sulle tracce di uno studente universitario, tale Tony Veitch, improvvisamente scomparso. Ma non è il solo a cercarlo, anche alcuni delinquenti, tra cui Mickey Ballater giunto appositamente da Birmingham per mettere su un affare che vedeva coinvolto pure Paddy Collins e una prostituta. Il cerchio si chiude, tutto torna. E Laidlaw come al solito, lottando contro tutti, avrà la sua verità. Perché dopo tutto c’è sempre una verità, basta a aver voglia di cercarla.
Il caso Tony Veitch (The Papers of Tony Veitch, 1983) di William McIlvanney, edito da Feltrinelli e tradotto da Alfredo Colitto, giunge in libreria dopo Come cerchi nell’acqua a continuare la trilogia di Laidlaw, che si concluderà con Strange Loyalties. Un noir bellissimo, in cui le luci sono puntate sulla Glasgow di trent’anni fa, su i suoi pub, controllati dalla malavita, le sue strade, i suoi parchi, i suoi palazzi.
Personaggi perfettamente caratterizzati con i loro odi, le loro fobie, pure i minori, quelli che appaiono per poche scene per poi scomparire tornare a rivivere solo nelle parole di altri personaggi.
Come lo stesso Tony Veitch che mai consoceremo, ma che colma di sé tutto il romanzo, diventando a tratti simpatico, poi commovente, poi dolorosamente colpevole solo per ingenuità e troppo idealismo.
Come Eck Adamson, della cui morte sembra dolersi solo Laidlaw, per poi scoprire che aveva anche una sorella.
Come Paddy Collins, l’accoltellato in stato “comico”.
Poi ci sono gli altri: la prostituta italiana che parla male inglese e si trova coinvolta in un “affare” in cui non vorrebbe partecipare, la lady innamorata dei bassifondi, che cerca nel pericolo quello che le manca nella sua vita da privilegiata, e i vari delinquenti di piccolo e grande cabotaggio come lo scassinatore Macey, informatore della polizia e sempre terrorizzato dalla paura di venire scoperto, Dave McMaster, Hook Hawkins, John Rhodes, Cam Colvin e naturalmente il malinconico e violento Mickey Ballater, a cui McIlvanney regalerà una degna uscita di scena.
Oh, sia chiaro recensire William McIlvanney è un po’ come scalare una vetrata insaponata a mani nude, ma pur sempre un privilegio. Adoro come scrive, perché McIlvanney scrive in modo meraviglioso, pur se ci metto un po’ a capire le sue trame. Perché lui arriva alle cose non per le vie più facili. Ti presenta personaggi quasi a tradimento, e ci metti un po’ a capire chi sono, cosa fanno, qual è il loro ruolo nell’economia del romanzo. Non ti permette di distrarti, ti colpisce subito sotto la cintura dandoti la sensazione di non essere tanto sveglio. E ben pochi scrittori possono permettersi questo pur continuando a farti pensare che quello che stai leggendo sia davvero bella roba. Ma McIlvanney è unico, oltre che il primo scozzese ad aver inventato il Tartan noir. Prima di lui nessuno, quindi può permettersi ciò che vuole, pure scrivere un noir sporcato di poesia.

William McIlvanney (Kilmarnock, 1936) è uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei. Figlio di un minatore, si è laureato all’Università di Glasgow e per quindici anni ha fatto l’insegnante d’inglese prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. È autore di romanzi, poesie, saggi e articoli giornalistici grazie ai quali ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Tra i suoi romanzi, The Big Man (Tranchida, 2003) ha avuto una trasposizione cinematografica con protagonista Liam Neeson e con le musiche di Ennio Morricone. Feltrinelli sta pubblicando i volumi della serie dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, premiati con il prestigioso Crime Writer’s Association Macallan Silver Dagger for Fiction: Come cerchi nell’acqua (2013; Ue, 2014) e Il caso Tony Veitch (2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Serafina dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

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:: Sei proprio una scema, Gaia Giordani, (Baldini & Castoldi 2014) a cura di Viviana Filippini

24 luglio 2014 by

indexNon fatevi tradire dalla copertina rosa e dal titolo, perché Sei proprio una scema di Gaia Giordani, non è un ChicK Lit – quel genere letterario nato in Inghilterra e in America verso la metà degli anni Novanta, rivolto ad un pubblico prettamente femminile- come si potrebbe pensare. Il primo romanzo della trentenne Gaia Giordani, edito da Baldini e Castoldi, è un noir tutto al femminile. La protagonista è il ritratto di molte ragazze di oggi: trent’anni, un lavoro precario in una grande città, una casa microscopica con l’affitto da pagare e un amante che di soprannome e di fatto è lo Stronzo. Nonostante il lui presente nel libro si comporti come una carogna facendosi sentire dalla protagonista solo nel momento del bisogno, lei ha ancora qualcosa da dirgli e decide di andarlo a cercare nel suo loft. Quello che trova è sì lo Stronzo, ma l’aitante giovanotto ha perso tutto il charme, perché qualcuno lo ha assassinato in modo brutale. Oltre ad una misteriosa donna che la protagonista intravede fuggire su un enorme macchinone, compare in scena Elsa, una sorta di prostituita che la protagonista non sa se considerare come alleato o come la principale sospettata. In realtà, le due giovani oltre e conoscersi, cercheranno in poco tempo di capire cosa fare dello Stronzo prima che cominci la putrefazione e che arrivi la polizia. Il libro è un perfetto mix di situazioni comico-grottesche che si susseguono in un ritmo serrato dall’inizio alla fine. L’autrice è alle prese con un omicidio, ma la scrittura fresca e scorrevole riesce a sdrammatizzare le situazioni più cupe e a render meno tetra l’avventura vissuta dalla protagonista. L’io narrante di Sei proprio una scema cerca di comprendere la dinamica che ha scatenato la morte dello Stronzo e allo stesso tempo la protagonista – per certi aspetti l’ alter ego della Giordani- rivede in modo completo quella che è stata la propria vita sentimentale, caratterizzata troppo spesso da un rapporto non sempre facile con gli uomini. Non a caso l’altro sesso esce un po’ acciaccato da questo libro. I maschi che la narratrice ha incontrato,in particolare lo Stronzo, sono delle vere canaglie, sempre troppo concertati su loro stessi e interessati solo ed esclusivamente al proprio mondo. La narratrice ed Elsa si confrontano, scoprendo che entrambe non hanno avuto la vita semplice e che il loro rapporto con i partner è stato caotico e pieno di insidiosi ostacoli. A dire il vero chi racconta nutre parecchi sospetti su Elsa. Lei è così giovane, con l’occhio da pesce lesso che la fa sembrare pure un po’ tonta, come se venisse da un altro pianeta, ma pagina dopo pagina, l’agire e il dire dell’improvvisata famme fatale spiazzeranno non solo la protagonista, ma anche il lettore. Poi, nel libro capita di imbattersi nell’infanzia traumatica della voce principale della storia, vittima di violenze da parte del patrigno, con un madre che sapeva e che non ha mai fatto nulla per fermare questo male. Leggendo quel ricordo, che è un flashback, senti tutto il dolore e rancore verso chi le ha dato la vita e non ha fatto abbastanza per proteggerla da un crudele e insensato tormento. Il frangente è una reminiscenza come tanti altri che si innestano sul presente dove impera, sempre pure da morto lo Stronzo, però fa comprendere a chi legge quanto la finzione letteraria si faccia specchio della vita di ogni giorno, nelle sue gioie e nei dolori. Sei proprio una scema è un giallo torbido che mi ha ricordato a tratti il film Diabolique con Sharon Stone e Isabelle Adjani, ma allo stesso tempo lo definirei una black comedy, nella quale il perfetto gioco tra gli equivoci crea suspense e allo stesso tempo si pone come una netta riflessione sulla generazione dei trentenni di oggi, spesso cinicamente sbeffeggiati dalla vita di ogni giorno che, non solo frantuma i loro sogni, ma non li avverte quanto a volte scherzare fino all’eccesso possa avere conseguenze del tutto imprevedibili.

Gaia Giordani è nata a Verona nel 1981, abita a Torino e lavora a Milano nella redazione di «Cosmopolitan». Copywriter e consulente di comunicazione, frequenta l’editoria digitale in veste di web content manager. Il suo alter ego da blogger era Copiascolla.

:: Macerie, Claudio Piras Moreno (VandA ePublishing, 2014) a cura di Serena Bertogliatti

23 luglio 2014 by

macerie1Macerie è la storia di un crollo. Crolla una montagna, crolla con lei il piccolo paese sardo – Antro – che è vissuto grazie a lei, e che da lei viene sepolto.
Macerie è anche una storia di ricordi dissepolti. A portarli in superficie è Antòni, chiamato per l’appunto il “dissepolto” nel corso della narrazione, che emerge miracolosamente dalle macerie dopo sette giorni, vivo ma apparentemente privo di memoria. Questa riemergerà lentamente, mano a mano che Antòni esce dalla convalescenza, in forma di racconti di vite altrui: quelle degli abitanti di Antro, sembrerebbe, ma con piccole o grandi incongruenze. È veramente di loro che parla, o i suoi sono i delirii di un malato che mescola informazioni udite ai fantasmi partoriti da una mente instabile?
Claudio Piras Moreno gestisce abilmente questa indeterminatezza, accompagnando il lettore nelle varie fasi che compongono un giallo: i sospetti, le prime ipotesi, le piste fasulle, ben dosando gli indizi, con il risultato che il lettore vacilla e viene invogliato a leggere per sbrogliare la matassa.
Macerie è una mescolanza non del tutto amalgamata di pregi e difetti.
Come detto, Piras ha la capacità un po’ sadica del giallista abile a centellinare la soluzione della trama: sa instillare curiosità ed è capace di soddisfarla un po’ alla volta, né troppo né troppo poco, lavorando su un intreccio ben congegnato e di cui ha buona padronanza. Di contro, nel finale (che non svelerò), al posto di questo narratore-burattinaio, ne appare uno che più che narrare i fatti, lasciando che il lettore colga tramite essi la grande allegoria messa in atto in Macerie, li spiega, scadendo un po’ nel didascalico e facendo decadere la “poesia” del romanzo – strategia non necessaria, dato che il romanzo già parlerebbe da solo.
Piras ha dalla sua un’ottima padronanza della lingua italiana, smentita solo qui e lì da una discordanza di tempi verbali, dovuta probabilmente alla scelta di alternare – e ciò viene fatto abilmente – tempi verbali presenti e passati. Per questo romanzo un po’ nostalgico, l’autore ha optato per un italiano colto e dal gusto un po’ anticato – con i pro e i contro di tale scelta. Se da una parte ciò gli permette di tratteggiare poeticamente alcune descrizioni, rendendo ogni squarcio di natura descritta una storia a sé e non mero vezzo estetico, dall’altra troviamo dei personaggi che parlano con un registro e una forbitezza che non dovrebbero saper padroneggiare. Uno dei punti di forza del romanzo è proprio nella caratterizzazione di questi paesani mediamente incolti, o – per meglio dire – la cui cultura proviene dalla vita vissuta, personaggi che però parlano come abili conoscitori della lingua. Che ciò sia voluto o meno, il gusto che rimane in bocca è quello d’aver letto un romanzo ottocentesco il cui autore, per un’allora diffusa forma di ingenuità, proietta su tutte le classi sociali il proprio modo di esprimersi.
La descrizione della natura, come accennato, è uno dei punti di forza di Piras. Tra le sue mani, essa riprende la tridimensionalità che le sarebbe dovuta, anziché rimanere – come spesso accade – sullo sfondo, simile a un immobile paesaggio dipinto. La sua natura vive, agisce, comunica. Leggendolo, ci si rende conto di quante cose essa potrebbe dirci, se sapessimo ascoltarla. Lo fa lui per noi, riportandoci i suoi umori e i suoi segreti, similmente a come Antòni riporta i ricordi dei (supposti) abitanti di Antro. Oltre a narrarla, la commenta, usandola come spunto per lasciare al lettore delle piccole, candide o atroci, riflessioni.
Di contro, ho trovato in Piras un autore che non si trova a proprio agio quando si tratta di narrare interazioni tra personaggi e scene d’“azione”. La prosa si fa secca come un ramo spoglio, non guadagnandone però in forza espressiva, appesantita da alcune applicazioni del tell che risultano ridondanti o pedanti. In alcune scene, che dovrebbero essere più veloci e d’impatto, il ritmo è mal gestito. Alcuni dialoghi risultano meccanici. L’impressione generale è quella di un autore che si trova a proprio agio nei lenti ma possenti ritmi della natura quanto si trova a disagio nel dover rendere quelli della vita quotidiana contemporanea – condizione che viene tra l’altro espressa all’interno del romanzo, che esalta la vita delle vecchie comunità a sfavore della frenesia delle metropoli contemporanee.
Una delle grandi riflessioni del romanzo verte per l’appunto intorno al destino delle piccole comunità, tuttora esistenti in Italia, che vanno via via spopolandosi mano a mano che lo stile di vita industriale e post-industriale si afferma. In merito, Piras prende una ben precisa posizione, commentando gli eventi come farebbe un vate ottocentesco: usandoli come pretesto per criticare e suggerire. Alla base della sua argomentazione c’è il ruolo fondamentale della memoria, che nella sua visione si tramanda di generazione in generazione tramite la cultura – una cultura che, in questo contesto, sembra corrispondere alla saggezza popolare. Tale memoria può sopravvivere quindi solo se la comunità portatrice sopravvive, resistendo alle forze disgreganti tipiche della modernità. Perché egli dà tanta importanza alla memoria? Perché senza memoria, come dimostra con il protagonista Pietro che quasi nulla ricorda della sua natia Antro, non si ha identità – tesi ben conosciuta a chi si occupi di identità. Il passaggio che Piras sembra suggerire, e che lo riconfermerebbe come nostalgico, è che l’identità individuale non esiste se non in seno a un’identità collettiva, popolare, che dovrebbe formarsi nel rispetto della natura, e non a suo detrimento.
In conclusione, in Macerie troviamo una riattuazione del già conosciuto “buon selvaggio”, condizione auspicata da Piras, che lo “aggiorna” dotandolo di un’innata capacità di vivere in modo sostenibile. Difatti, pare ammonire l’autore, le spinte disgregatrici e sfruttatrici proprie della modernità per come da lui tratteggiata non possono che portare a un crollo: della montagna che ha permesso ad Antro di sopravvivere fino a oggi e quindi alla morte dei suoi abitanti – sia essa una morte fisica o una morte della propria identità.

Claudio Piras Moreno nasce nel 1976 a Lanusei, Sardegna. Laureato in Scienze Politiche, è attivo in ambito teatrale. Scrittore e poeta, ha pubblicato tre romanzi: Il crepuscolo dei gargoyle, Il signore dei sogni e Macerie.

:: I lupi, Ray Banks (Baldini & Castoldi 2014)

22 luglio 2014 by

baldini_-_i_lupiPer i fedeli lettori di Liberi di scrivere lo scozzese Ray Banks non è un nome nuovo, abbiamo anche già avuto il piacere di intervistarlo circa due anni fa, (qui trovate la storica intervista). Esordì in Italia con Nato di sabato, (Del Vecchio editore, 2007), poi pubblicò I lupi (Wolf Tickets, 2012) edito a suo tempo da Revolver, collana pulp noir di BD, anche se non erano i suoi primi romanzi. Il vecchio Ray aveva già pubblicato nel suo paese alcuni romanzi, tra cui The Big Blind (2004) e Sucker Punch (2007) (pubblicato in origine col titolo di Donkey Punch). I Lupi era il suo settimo romanzo. Poi ne ha scritti altri, l’ ultimo Angels of the North (2014). Oltre a due collezioni di racconti e alcuni racconti lunghi e una nutrita quantità di non- fiction, tra cui un’ imperdibile intervista a Christa Faust Christa Faust Interview. Per chi se lo fosse perso segnalo che Baldini & Castaldi per inaugurare la sua nuova collana Piombo 82, (a cui Seguirà I re Neri di Tim Willocks, hard boiled apprezzato da James Ellroy), ha scelto proprio questo romanzo, I lupi. Dunque non avete più scuse. Nuova copertina ma stesso traduttore, Marco Dittrich Piva. Ripropongo la vecchia recensione.

Li trovai proprio in fondo. No, non O’Brian, era un coglione, ma aveva abbastanza buon gusto da non mangiare nel suo stesso ristorante. C’era un gruppetto di vecchi che puzzavano di soldi. Yuppie senza vita. Due uomini con l’aria di chi insegnava roba del tutto inutile con le loro mogli bruttissime, donne di cultura con indosso un poncho. Ora, chiamatemi un purista ma non penso che nessuno possa permettersi di indossare un poncho. A meno di non essere messicani. O Clint Eastwood.

I lupi (Wolf Tickets, 2012) dello scozzese Ray Banks, nome che per la prima volta avevo sentito fare da Tony Black, mi è capitato tra le mani, inaspettato, qualche giorno fa e mi ha subito messo di buon umore leggere la dichiarazione di Allan Guthrie che ho trovato in quarta di copertina: “Leggere Ray Banks è come stare in prima fila a un incontro di boxe fra Jim Thompson e Charles Bukowski raccontato da Chuck Palahmiuk. Banks è il campione britannico dei pesi massimi del noir”. Opinione che sembra confermata da The Guardian che definisce Ray Banks “uno dei migliori autori noir del Regno Unito”.
I lupi insomma appartiene di diritto alla nutrita schiera dei Tartan Noir e farà la gioia degli appassionati per il suo carattere anticonvenzionale e l’uso disinvolto dello slang, che il traduttore ha fatto di tutto per rendere comprensibile ai lettori italiani. A partire dal titolo originale Wolf Tickets che, come dice la nota in apertura tratta da un’ intervista a Tom Waits su Playboy Magazine, si rifà o al gergo dei neri di Baltimora o a quello ferroviario dell’inizio del secolo. Sull’Urban Dictionary ho trovato questa definizione: “The phrase “wolf ticket” is the result of a misunderstood African-American slang expression for the practice of verbal intimidation, “sellin’ woof tickets,” that was incorrectly transposed by whites.”
La trama è molto semplice: due amici, Jimmy Cobb inglese di Newcastle e Sean Farrell irlandese di Galway, ex militari, balordi e un po’ delinquentelli, si trovano ad avere a che fare con un delinquente vero, e pure un po’ psicopatico, Frank O’ Brian appena uscito di galera e deciso a consumare la sua vendetta. Il romanzo inizia infatti con il doloroso risveglio di Farrell e la scoperta che la sua donna Nora, ex di Frank O’Brian, gli ha rubato coca, una giacca di pelle di inestimabile valore sentimentale e ventimila sterline, abbandonandolo con un biglietto dove gli intima di non seguirla.
Farrell non ci pensa nemmeno, lascia Galway e si reca a Newcastle dal suo vecchio amico Cobb, deciso a ritrovare la sua donna. Sarà l’inizio di una storia in cui l’amicizia tra Cobb e Farrell sarà messa a dura prova, Cobb si troverà ad essere torturato e quasi ucciso da O’Brian che vuole a tutti i costi i soldi che crede Farrell abbia nascosto, la polizia sospetterà Farrell per un assassinio che non ha commesso, e naturalmente la vendetta avrà un ruolo di primo piano perché Cristo, gli irlandesi. A inventare la parola vendetta saranno stati anche gli italiani, ma gli irlandesi erano quelli che sapevano davvero come portarne una a termine.
Ritmo e azione sono gli ingredienti fondamentali di questo noir a tinte forti, non privo di una certa dose di ironia e scanzonato umorismo. Non mancano neanche le sorprese e i colpi di scena che Banks sa dosare con perfetto rispetto dei tempi. La scrittura è fluida e veloce, decisamente capace di catturare l’attenzione del lettore. I capitoli sono brevi e alternano il punto di vista di Cobb e Farrell creando una sorta di montaggio alternato che spezza la linearità dell’azione in tempo reale. Il linguaggio è un po’ crudo, ma rende in modo realistico la parlata di personaggi appartenenti al sottobosco del crimine inglese e irlandese.
Che dire di più, io mi sono divertita leggendolo, spero farete altrettanto voi.

Ray Banks è nato a Kirkcaldy, Scozia, e vive a Newcastle. Autore di dieci romanzi, due novelle e decine di racconti, è tradotto in quattro lingue. Ha lavorato come vetraio, croupier e cantante ai matrimoni prima di raggiungere il successo come autore. Nel 2012 ha vinto lo Spinetingler Award.

:: Piera Degli Esposti legge Asparagi e immortalità dell’anima e altri racconti, Achille Campanile (Emons:audiolibri, 2014)

21 luglio 2014 by

asparagimlayoutDa Asparagi e immortalità dell’anima a Le seppie coi piselli: Piera Degli Esposti legge Achille Campanile e ci regala  in audiolibro un piccolo, superbo gioiello d’ironia e bravura, nato la sera del 24 febbraio a Roma, nel salotto letterario di Raffaella Battaglini.Una registrazione live frutto di un’esperienza di “teatro d’appartamento”, che ci restituisce alcuni dei più esilaranti racconti di Campanile. In bilico tra tragedia e leggerezza, farsa e filosofia, i racconti, a volte assolutamente surreali, manifestano sempre un’intelligenza luminosa e una caustica comicità che Piera Degli Esposti trasforma per noi in puro piacere.

L’audiolibro contiene:
Asparagi e immortalità dell’anima, La cuoca di Molière e quella di Kant, Le seppie coi piselli, Il bacio, Come visitare lo studio del pittore, La vita di Numa Pompilio e L’incendio di Palazzo Folena.

Una delle più grandi attrici del teatro italiano, Piera Degli Esposti ha lavorato con i migliori registi di teatro e di cinema e ha interpretato numerose serie televisive. Premio David di Donatello per L’ora di religione di Marco Bellocchio e per Il Divo di Paolo Sorrentino. Per Emons ha letto La lunga vita di Marianna Ucrìa di Dacia Maraini.

Achille Campanile (1899-1977), scrittore, giornalista, umorista tra i maggiori della nostra letteratura. Precursore del teatro dell’assurdo, ha scritto romanzi e commedie in cui un umorismo paradossale e corrosivo spinge fino al ridicolo luoghi comuni e banalità delle situazioni quotidiane.

:: Un’ intervista con Elisa Ruotolo, a cura di Viviana Filippini

21 luglio 2014 by

indexIl suo romanzo Ovunque, proteggici è stato selezionato per il Premio Strega e ora Elisa Ruotolo racconta qui a Liberi di scrivere la genesi di questo romanzo di famiglia edito da nottetempo.

Ciao Elisa Cosa ti ha ispirato la trama narrativa e il titolo di Ovunque, proteggici?

R: La trama è nata piano, durante il tempo della scrittura. All’inizio avevo solo in mente il protagonista che, ancora bambino, prende una decisione intorno alla quale ruoterà la sua intera esistenza: quella di diventare orfano per avere finalmente una esistenza normale. Nel tempo è nata però anche l’esigenza di dare radici a Lorenzo, portando alla luce il suo passato e ancor prima quello della famiglia Girosa. Per quanto riguarda il titolo, credo di averlo avuto in mente da subito: conteneva quell’idea di protezione di cui i miei personaggi avevano bisogno. Mi piaceva però anche il proposito di includere in questo accudimento persino il lettore: immaginavo che lavorando di stile e di trama, filando e tessendo senza trascurare nulla, lo avrei protetto dal resto, dalle preoccupazioni del quotidiano portandolo via con me, a perderci nelle stanze di Villa Girosa.

Protagonista della narrazione è la famiglia Girosa e il misterioso segreto che uno di loro, Lorenzo, nasconde. Come mai ha scelto di trattare il tema degli intrighi di famiglia?

R: Se è vero che ogni scrittore ha le sue “ossessioni narrative”, io credo di preferire il contesto famigliare, un luogo che però non descrivo mai come nido, o spazio di serenità. La famiglia è per me zona di grandi contrasti, in cui spesso la serenità scema per fare posto ad altro. Potrebbe sembrate una dimensione abusata, invece questo microcosmo mi pare infinito, perché infiniti sono i modi di essere padre, madre o figlio.

Lorenzo, la voce narrante, è un uomo adulto che per la maggior parte della vita ha mentito, nascondendo a tutti una verità dolorosa, ma per lui necessaria. Perché da cinquantenne decide di raccontare come sono andati davvero i fatti?

R: Fino all’età di cinquant’anni Lorenzo decide di dimenticare, ma a un certo punto alcune lettere anonime lo obbligano a tornare indietro. Il suo mettere in fila i fatti quando sembra ormai troppo tardi, nasce forse dal bisogno di trovare una giustificazione e un senso: dire chi era realmente suo padre Blacmàn potrebbe servire a scagionare il suo delitto. Ma da Dostoevskij in giù sappiamo che al delitto segue sempre il castigo e che il perdono è una dura e conquista.

Nel libro i flashback del protagonista sono molto importanti, perché fanno rivivere il passato. Questo ricordare ha funzione terapeutica per Lorenzo?

R: Credo di sì, perché ricordando si crea una sorta di riconciliazione col passato. Ritornare indietro per Lorenzo significa soprattutto guardare quel tempo di ribellione e di delitto con occhi nuovi, arrivare a scoprire d’aver avuto per anni un setaccio maligno che lasciava scivolare via il buono per conservare solo la crusca del peggio.

Leggendo il tuo libro il modo di fare e di esprimersi dei personaggi mi ha ricordato molto Gente in Aspromonte di Alvaro, Cristo si è fermato ad Eboli di Levi, ma anche Accabadora della Murgia. Quanto è importante mettere dentro alle storie scritte quello che è legato alla cultura popolare e al linguaggio parlato?

R: Quando scrivo non ho altra volontà che quella di raccontare. Il mio linguaggio in verità viene fuori con una naturalezza quasi priva di controllo e contiene ciò che sono, la mia identità. L’inserimento di ciò che ci appartiene linguisticamente credo sia tanto necessario quanto inevitabile per essere autentici e onesti. Sono poi lieta che il mio romanzo ti abbia fatto ricordare tre libri che io ho amato molto.

Uno dei temi trattati nel romanzo è quello della famiglia e dei legami che ci sono tra le persone che la compongono. Secondo te la vera famiglia è solo quella data dai legami di sangue o anche quella che si crea attraverso i nuovi incontri della vita?

R: Il romanzo decostruisce il tradizionale concetto di famiglia, quella derivata dai legami di sangue. Man mano che l’intreccio si dipana e i nodi affiorano si comprende che anche la presunta inamovibilità di legami giudicati indissolubili, eterni può essere invece forzata e fatta saltare. Che non nasciamo padri o figli, ma lo diventiamo a un certo punto, quando scegliamo di esserlo. E in questa scelta spesso il sangue non conta.

Lorenzo ci parla della madre Francesca e del padre Blacmàn, due persone dal carattere completamente diverso. Cosa rappresentano per lui questi poli opposti?

R: Rappresentano l’instabilità, la anormalità contro cui Lorenzo si trova a lottare da solo fin da bambino. Francesca, la madre, pur essendo più accogliente è comunque una donna sentimentalmente compromessa, desiderosa di una vita diversa cercata più volte attraverso una fuga che non include suo figlio; Blacmàn è il padre girovago, l’uomo senza misura, un impasto di crudeltà e miseria, latore di vergogna e di quel desiderio d’orfanezza che da sempre seduce Lorenzo.

Blacmàn, o uomo nero, non è il ritratto della santità, ma quanto di questo soprannome troviamo davvero nel suo essere e fare?

R: A ben riflettere, a parte il nome e qualche situazione di violenza gratuita, frutto di una vita pregressa fatta di spigoli e tagliole, Blacmàn non è il vero cattivo della vicenda. Non lo è perché è capace di sacrificio, di vicinanza, e perché arriva a perdonare anche l’imperdonabile.

Lorenzo, proprio come il padre Blacmàn, mente per buona parte della vita, ma tra le due menzogne di padre e figlio – senza svelarle- quale è quella più grave?

R: Sì, Lorenzo e Blacmàn sono due bugiardi, in questo si assomigliano, e anche le loro vite sono facilmente sovrapponibili, essendo entrambi dei padri mancati. Tuttavia la menzogna di Lorenzo, legata alla ricerca di un benessere che dipende dall’annientamento di una vita, credo sia priva di redenzione.

Altro tema che spesso ritorna è quello della diversità (mi riferisco all’unico amico di Lorenzo che non parla quasi mai, alla sorella di quest’ultimo e alla figlia dello stesso protagonista) e della presa di distanza che c’è verso chi ha menomazioni o problemi fisici. Quanto incide il pregiudizio sulla vita delle persone nel tuo libro, ma anche nella vita di ogni giorno?

R: Le diversità che racconto io le giudico sempre come punti di forza: chi è taciturno dimostrerà presto il suo ingegno; chi ha una gamba lenta andrà avanti più veloce di altri; chi ha un occhio pigro e sembra non vedere al di là di un solo giorno, saprà prendere a scherzo il dolore e forgiarsi una vita inattesa. Penso che scrivere significhi lasciare da parte ogni giudizio e pregiudizio: permettere che nella propria fucina narrativa entri solo l’umana comprensione.

Lorenzo ci racconta tutto, ed è come se si confessasse con noi. Questo liberarsi da un tormento continuo lo aiuterà a recuperare il rapporto con la figlia che da tempo si è allontanata da lui?

R: Assolutamente sì, e se non potrà recuperare il tempo perduto, potrà cercare di impedire l’accumulo dell’errore e del disamore. Quasi che il perdono di Ester, la figlia, possa valere quanto quello di Blacmàn.

Cosa legge e cosa consiglia Elisa Ruotolo ai nostri amici di Liberi di scrivere?

R: Un libro che di recente ho amato molto è l’ultimo, stupefacente romanzo di Michele Mari: Roderick Duddle. Una storia potente e affascinante, un continuo germogliare di vicende raccontate con un godimento che si trasferisce senza soluzione di continuità dallo scrittore al lettore.

Sei già al lavoro per un nuovo libro?

R: No e credo che ci vorrà del tempo prima di tornare a farlo: devo sempre mettere tra un libro e l’ altro un buon pezzo di vita e moltissime letture. Stevenson aveva ragione quando sosteneva diceva che “l’atto di rinviare dovrebbe precedere quello dello scrivere”.

:: Un’ intervista con Arianna M. Romano a cura di Elena Romanello

19 luglio 2014 by

misterodinataleArianna M. Romano, bresciana, è autrice, illustratrice, autrice di graphic novel e fotografa. Una personalità eclettica, divisa tra realtà e sogno, come dimostra il suo romanzo Mistero di Natale edito da Tabula Fati, una storia illustrata tra atmosfere gotiche e realtà, che riempie di suspense e alla fine lascia con un groppo in gola.

Quando hai iniziato a scrivere?

Sono un’instancabile esploratrice di nuvole e ho sempre avvertito il bisogno di sfogare la creatività, sia nella scrittura che nella musica, nel teatro, nel disegno e nella pittura. I miei primi esperimenti “pasticciati” di scrittura risalgono alla scuola elementare, quando riportavo le mie fantasie di bambina su vecchie agende, che ancora conservo. La mia immaginazione è chiassosa e iperattiva: amo sognare mondi e personaggi, viaggiando tra le mie storie e quelle raccontate da altri. Scrivere è prima di tutto un modo per rielaborare gli stati d’animo e un’occasione per riflettere su me stessa e sull’esistenza. Vivo con la scrittura lo stesso rapporto che descrive Calvino: “L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla”.
Tramite la narrazione si ha inoltre la possibilità di offrire il proprio personale punto di vista, nella speranza di riuscire a far scaturire nel lettore una riflessione, un’emozione o anche solo un sorriso. Poter toccare altre persone tramite un prodotto artistico è un’idea che mi affascina e mi emoziona. Ovviamente questo richiede tecnica e grande disciplina, e spero di poter migliorare costantemente sia lo stile che la qualità del mio lavoro.

Come è nata l’idea di questo libro?

Raccolgo spunti da tutto ciò che mi colpisce. Ogni persona, situazione, luogo o evento con cui entro in contatto nella mia quotidianità è per me fonte di sviluppo del pensiero e ispirazione.

Questo libro è nato dalla riflessione su un doloroso fenomeno che colpisce l’essenza stessa dell’individuo, portandolo alla perdita di se stesso. Il testo si presenta come un giallo, ma è soprattutto una considerazione amara su ciò che resta quando i ricordi diventano ombre, fantasmi di esistenze cadute nell’oblio. Per rendere al meglio il “delitto” di cui parlo, ho voluto ricreare le tipiche atmosfere da Crime Fiction.

Nel libro mescoli problemi reali e fantasia. Come mai?

Un racconto fantastico ha il potere di affascinare e incuriosire il lettore tramite l’utilizzo di elementi surreali e la presentazione di mondi alternativi, dove le leggi della realtà conosciuta vengono alterate o infrante. Attraverso l’introduzione di variabili curiose e inattese, la nostra ordinaria interpretazione del reale viene scossa, e siamo spinti a considerare nuovi punti di vista e diverse prospettive. Credo sia un modo molto affascinante di comunicare, per riflettere sui grandi problemi e interrogativi dell’uomo, nonché per mantenere la mente aperta e capace di rimettersi in discussione. Chiaramente l’incantesimo riesce quando all’invenzione fantastica viene dato un profilo realistico.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Da lettrice onnivora e curiosa, tento di imparare qualcosa da ogni grande scrittore che incontro. Ho sentito lo smarrimento esistenziale dei personaggi pirandelliani e l’angoscia di Kafka, ho esplorato i miti e le leggende dei popoli, mi hanno scosso i racconti di Poe e Bradbury, mi sono emozionata con i grandi romanzi dell’Ottocento, sono stata stregata dalla raffinatezza di Pessoa e Saramago, ho un quadro in soffitta che invecchia al posto mio, mi hanno rapita le trame sorprendenti di Gogol’ e Murakami, ho sognato con i grandi classici per l’infanzia, mentre Douglas Adams mi ha dato la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto…
Vivo molte vite grazie ai libri, ma direi che l’incontro più importante, quello che ha segnato l’inizio del mio percorso come autrice, è stato quello con Dino Buzzati, primo amore letterario, che mi ha conquistata con l’intensità dei suoi racconti brevi e la sua maestria nel mescolare il fantastico al reale, tessendo trame misteriose, profonde e paradossali.

Quali saranno i tuoi prossimi progetti?

Ho concluso un romanzo per ragazzi, che ha da poco trovato casa e verrà pubblicato all’inizio del 2015. Sto inoltre lavorando ad un paio di albi illustrati per l’infanzia e ad altri racconti lunghi come “Mistero di Natale”. Le idee sono tante, il tempo sempre drammaticamente scarso!
Per rimanere aggiornati sul mio lavoro, vi invito a seguire il mio sito web (www.ariannaromano.com ) e la mia pagina Facebook.