:: Il tuo cuore è una scopa, Luca Martini (Antonio Tombolini Editore, 2014) a cura di Micol Borzatta

19 luglio 2014 by

cuoreDinu è un ragazzo che, arrivato in Italia, si mette a fare il lavavetri perché non vuole pesare sulla società e vuole riuscire a mettere da parte dei soldi per realizzare le sue ambizioni.
Vanni è un muratore. Dopo vari problemi con la moglie Ottavia, si separano e per fare un favore a un amico si occupa della figlia Larissa.
Tutti i giorni andando e tornando dal lavoro Vanni vede Dinu al semaforo e gli lascia sempre qualche moneta, anche quando non ha tempo di farsi lavare il vetro.
Un giorno Vanni viene chiamato dal suo capo perché sono in ritardo sulla tabella di marcia del lavoro e rischiano di non rispettare la data di consegna. A Vanni viene in mente Dinu e gli chiede di andare a lavorare per lui, unendo così i loro destini.
Un romanzo di media lunghezza che riesce in sole 173 pagine a coinvolgere il lettore nei problemi della società.
L’autore riesce con un linguaggio molto semplice e uno stile leggero a raccontare aspetti problematici e negativi della società come il razzismo, il tradimento, il divorzio, la fine di un amore, la difficoltà di gestire sul lavoro un raccomandato che non ha voglia di lavorare.
Argomenti molto difficili da affrontare e che generalmente si ha la tendenza di nascondere o addirittura di non vederli proprio perché scomodi da un lato e rivelatori di menefreghismo e intolleranza dall’altro.
Leggendo questo romanzo il lettore si ritrova a pensare e a farsi un esame di coscienza valutando il proprio comportamento quando si ritrova nella quotidianità ad affrontare queste situazioni e si rende effettivamente conto di quante volte sono passate inosservate a causa della nostra assuefazione imposta dalla società.
Un romanzo intenso e ben scritto che dovrebbe essere letto da tutti e dai giovani specialmente, che prendendo consapevolezza di queste realtà magari potranno cambiarle.

Luca Martini è nato a Bologna nel 1971. Ha già pubblicato tre sillogi poetiche, di cui l’ultima nel 2006. Nel 2009 ha pubblicato La geometria degli inganni con cui è stato finalista al premio Piccola editoria di qualità nel 2009. Nel 2008 ha vinto il premio Loria con Un comunista che ha dato poi il titolo a un’antologia Un comunista e altri racconti.

:: Un’ intervista con Stefano Santachiara, a cura di Irma Loredana Galgano

18 luglio 2014 by

unnamedDopo I panni sporchi della sinistra (Chiarelettere, 2013), scritto a quattro mani con Ferruccio Pinotti,  Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta e corrispondente del Fatto Quotidiano, ha appena pubblicato, per il momento unicamente in ebook, Calcio, carogne e gattopardi, (Google Play e Amazon, 2014) un’indagine che scava su come il controllo sociale sia gestito dal potere attraverso il calcio. L’ha intervistato in esclusiva per noi Irma Loredana Galgano.

Ti sei premurato di scriverlo già nella prefazione che questo saggio non ha lo scopo di attaccare tout court il calcio, soprattutto nella parte relativa all’essere uno sport e come tale fondamentalmente educativo oltre che utile dal punto di vista fisico. Ma il calcio di cui si sente parlare quotidianamente non ha proprio nulla o quasi a che vedere con lo sport educativo e salutare.

Per preservare il calcio giocato non si può più ignorare l’uso e l’abuso che ne fa il potere: gli affari della Fifa e delle televisioni, dei grandi brand e dei campioni, i cui stipendi sono cresciuti più del 450% in 10 anni, sono uno schiaffo alla miseria e un danno alla collettività. Non solo per i tifosi consumatori e per lo Stato, che spende 45 milioni di euro in 12 mesi per garantire la sicurezza negli stadi e spalma per 23 anni i debiti col fisco dei club in rosso, sempre più spesso nelle mani delle banche. Ci sono profonde ragioni di immagine, consenso popolare e dunque di rapporti che il mondo del calcio garantisce in ambito finanziario, istituzionale, geopolitico. Cosa c’entra tutto questo con la magia della partita che si reinventa in eterno, quella dei campi di provincia dove si alimenta la forza inclusiva e la creatività poetica?

«Violenza degli ultras» e «Pervasività delle mafie». Eventi anche recenti hanno riportato in auge quella che è stata definita “trattativa stadio-mafia”. La «violenza degli ultras» ha una funzione sociale che per assurdo serve a mantenere l’ordine stabilito. Serve anche a consentire la «pervasività delle mafie»?

L’estrema destra è da tempo egemone nelle curve. Ha creato una struttura organizzata in cui la violenza preordinata è analoga ai raid a freddo dei black bloc infiltrati nelle manifestazioni di piazza. Il legame tra ultras e criminalità organizzata, come dimostrano le indagini della magistratura, non è infrequente. Il noto caso di Genny ‘a carogna’, capo ultrà napoletano e figlio di un boss del clan Misso che concede il permesso allo Stato di disputare la finale di Coppa Italia, dopo gli scontri che sono costati la vita a Ciro Esposito, è solo la punta di un iceberg. Lo studioso Antonio Nicaso, tra i maggiori esperti di mafie a livello mondiale, ha svelato in un’intervista esclusiva le trame occulte delle cosche che sono arrivate a controllare una trentina di società. Gli scopi sono quelli tradizionali, ossia la diversificazione del riciclaggio di denaro sporco, ma anche di legittimazione popolare tramite le strette di mano allo stadio e la visibilità televisiva. Gli scandali degli inchini ai boss durante le processioni di Oppido Mamertina e San Procopio ne sono l’ennesima conferma: le mafie, come ha spiegato Nicaso, acquisiscono il consenso non solo nell’economia, ma anche nella politica e negli ambienti religiosi. Per contrastare questa realtà inquietante sarebbero necessarie un’aggressione più efficace dei patrimoni mafiosi e un’opera di prevenzione culturale nei settori giovanili dove anche i genitori, con i baciamano ai boss, non sono esenti da colpe. Sul fronte delle società calcistiche servirebbero un monitoraggio più attento dei bilanci e delle transazioni estere, nonché punizioni severe delle pratiche corruttive dilaganti. La realtà ormai supera la fantasia: una cricca di slavi comprava decine di partite dei campionati di mezza Europa per alimentare dorate scommesse clandestine, un’agenzia di Singapore è riuscita a manipolare arbitraggi delle amichevoli prima del mondiale in Sudafrica, l’ex funzionario della Fifa Mohamed bin Hammam èaccusato di aver corrotto alcuni colleghi per pilotare l’assegnazione dei mondiali del 2022 al Qatar.

Nella tua opera definisci anche “maschilismo ambientale” quello del mondo del calcio…

Il sistema è oggettivamente omertoso, basti pensare all’omofobia e alla denuncia dell’allenatore Zeman, caduta nel vuoto, sull’uso del doping per “polli da allevamento”. Alle donne sono preclusi ruoli dirigenziali e tecnici di primo piano mentre il calcio femminile, su cui pesano pregiudizi sessisti, è ignorato da istituzioni e media. Eppure basterebbe seguire l’esempio di alcune nazioni come la Francia, che ha affiliato le squadre femminili ai club maschili, agevolandone la promozione. Comunque il calcio non è un’enclave regredita ma parte integrante di una società patriarcale ad alta ingerenza clericale nella quale, malgrado le donne ottengano risultati mediamente migliori nelle università e nel mondo del lavoro, non raggiungono i vertici di imprese e politica.

Il calcio è diventato ormai una potentissima “arma di distrazione di massa” impiegata indistintamente da tutti i governanti e il “tifo” assume sempre più i connotati di una malattia peggiore di quella di cui è omonimo. Senza dover arrivare ai circoli più estremisti, anche per strada, davanti ai bar, innumerevoli sono gli scontri tra tifosi che si lasciano facilmente “distrarre” pensando che sia importante un attacco, un goal, un rigore… che sia determinante il risultato di una partita. Ma determinante per chi? Basterebbe fermarsi un attimo a riflettere per realizzare che nella vita delle persone, dei cittadini di ogni luogo non cambia proprio nulla e che se il calcio è veramente uno sport allora per “spirito sportivo” bisogna accettare col sorriso anche la sconfitta. Ma non è questo a muovere le redini…

In alcuni momenti storici cruciali il calcio è servito a legittimare feroci dittature, pensiamo ai mondiali della vergogna in Argentina del 1978 e due anni dopo al Mundialito, trasmesso da Canale 5 in Italia dall’Uruguay, un paese nelle mani di una giunta militare che ospitava Licio Gelli. Anche nelle democrazie occidentali il gioco più amato del mondo ha avuto un ruolo significativo. Sin dalla nascita del football, ai tempi della rivoluzione industriale inglese, il capitalismo ne promosse la diffusione per ridimensionare i conflitti sociali che si erano accesi nelle fabbriche, traslandoli in rivalità sportive e campanilistiche. Assieme ad autorevoli sociologi abbiamo ripercorso le origini, le ragioni e gli effetti di questo fenomeno di massa, unico nel suo genere perché coinvolge miliardi di persone in modo interclassista: dai manager della City ai minatori belgi, dagli impiegati di Tokyo alle favelas brasiliane. Si tratta di un esercito di elettori la cui coscienza e partecipazione democratica, in costante calo, è fondamentale.

In tempi recenti l’arma di distrazione di massa si è sviluppata mediante il combinato disposto tra la gaudente pubblicità, nella quale i campioni sono ricercati testimonial, i media generalisti capaci di inculcare modelli diseducativi, e il calcio parlato tra veline, sondaggi e polemiche artefatte. In questo ambito ci furono degli antesignani, naturalmente inascoltati: se Luigi Tenco e Pierpaolo Pasolini si occuparono in prevalenza degli aspetti strutturali del marketing e della disinformazione televisiva, Rino Gaetano cantava gli intrecci tra football, politica, potere economico e mediatico. Giorgio Gaber ne “La presa del potere” del 1972 prefigurava l’avvento dei tecnocrati mentre “la gente parlava di calcio nei bar”. Gli opinion maker di oggi, invece, estrapolano dall’immenso patrimonio di Gaber la strofa “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona” per appiattire la figura del segretario del Pci alla sola questione morale, occultandone la lotta contro l’ingiustizia sociale.

Terremoto in Irpinia del 1980 e Diego Armando Maradona. Si pensa di parlare di argomenti talmente distanti l’uno dall’altro che non si incontreranno mai, invece…

Alcuni eventi apparentemente sono privi di relazione se non vengono inseriti nel contesto storico attraverso i movimenti della società e le reazioni dei padroni del vapore. Il Napoli di Ferlaino a trazione democristiana, con l’acquisto di Maradona grazie all’intercessione del potente Vincenzo Scotti e alle banche, ha adempiuto a un compito di controllo sociale. Se la vittoria del Mundial in Spagna e l’apertura ai campioni stranieri cancellarono la cancrena emersa nel primo scandalo del calcioscommesse del 1980, l’euforia collettiva per le vittorie del Napoli ha contribuito al mantenimento dello status quo rispetto al pericolo dell’unico partito comunista d’occidente ancora forte malgrado l’isolamento internazionale, le Brigate rosse e l’infinita strategia della tensione. In altre parole le magie di Dieguito hanno fatto dimenticare la malagestione della ricostruzione dopo il terremoto e l’espansione della camorra, che trasse beneficio anche dai legami di Maradona col clan Giuliano di Forcella.

C’è un legame tra il calcio e chi detiene le redini del Paese?

Se osserviamo il calcio come una mappa vediamo che da Torino, vera capitale, detta legge l’onnipotente Juventus degli Agnelli, a Roma, dove vi era la longa manus di Andreotti e del banchiere Geronzi, a Milano il petroliere Moratti. Nel 1993 il presidente del Milan Silvio Berlusconi, reduce da trionfi calcistici italiani e internazionali, è stato individuato dai poteri forti come l’uomo di rottura per traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica che stava nascendo sotto i colpi delle stragi terroristico-mafiose e Mani Pulite. Il piduista Berlusconi ha sbarrato la strada alla coalizione dei Progressisti di Occhetto, una sinistra che non era ancora stata rieducata all’atlantismo, al liberismo, alle privatizzazioni di reti strategiche nazionali, alle tecnocrazie che hanno svuotato le sovranità economiche nazionali: l’involuzione etica e culturale arriverà con i governi Prodi e il Partito democratico. Matteo Renzi, epitaffio della sinistra, è sostenuto dagli stessi poteri forti che avevano supportato Berlusconi: i conservatori americani, la grande finanza, il Vaticano, con l’aggiunta degli stessi berlusconiani. Renzi è il premier più calcistico della storia: usa gerghi da bar dell’oratorio per raggiungere un ampio target elettorale, inoltre durante la sua ascesa si è fatto amico e ha sfruttato la popolarità di Cesare Prandelli. Il commissario tecnico della Nazionale, rassicurante e post democristiano, ha seguito l’esempio rinnovatore varando persino un codice etico, da lui stesso contravvenuto quando ha convocato in Brasile Chiellini nonostante fosse squalificato per una brutta gomitata durante Juve-Roma. Prandelli è intervenuto a “gamba tesa” in favore di Renzi più volte a cominciare dalla sua partecipazione alla Leopolda: in pochi hanno ricordato la valenza che hanno avuto i suoi endorsement alla vigilia delle ultime Europee e prima ancora durante le primarie del Pd. D’altronde i distratti giornali nostrani non si erano accorti neppure della presenza alla Leopolda di Micheal Leeden, noto stratega dei servizi segreti americani legato alla destra repubblicana. Prandelli è finito ad allenare in Turchia perché il carrozzone del calcio, nonostante tutto ancora imprevedibile nei risultati sul campo, alterna rapidamente gli attori funzionali al sistema. Renzi, invece, resta in modo pianificato nei minimi dettagli un uomo solo al comando, forte di una maggioranza parlamentare larghissima e dei media stesi a tappeto che ne rilanciano promesse e alibi.

:: L’uomo che non poteva morire, Timothy Findley, (Ed Beat, 2014) a cura di Viviana Filippini

17 luglio 2014 by

uomo_che_non_potevaAvete presente Highlander di Rusell Mulchay e Orlando di Virginia Woolf? Il film e il libro appena citati mi sono venuti in mente leggendo L’uomo che non poteva morire di Timothy Findley, pubblicato per Beat edizioni. La cosa interessante di questa storia non è solo la vicenda del misterioso e allampanato Pilgrim, un individuo del quale non si sa nulla e il cui nome significa pellegrino. Di lui si conosce solo l’irrefrenabile serie di tenta suicidi e l’impossibilità di portare a termine questa missione personale. Non è che Pilgrim non ami la vita, ma è come se il suo bagaglio di esperienze vissute lo avesse spossato a tal punto da indurlo a desiderare come unica via di fuga e di pace la morte. Altro aspetto che colpisce del romanzo dello scrittore nato in Ontario è tutto quello che aleggia attorno a Pilgrim. L’uomo è ricoverato in una nota clinica di Zurigo –Birghözli- diretta dallo psichiatra antropologo Gustav Jung e questo permette allo scrittore canadese di costruire un impianto narrativo nel quale la fiction narrativa (la vita presente e passata del paziente) e la realtà (gli studi sulla psiche umana) si intrecciano con perfetto equilibrio, dando vita ad una storia davvero avvincente. Pilgrim, portato nella casa di cura dalla sua amata amica Lady Symbol Quartermaine, inizierà con Jung un serrato e duro confronto che un poco alla volta lo porterà a confessare la sua complessa storia umana. Allo stesso tempo Jung, riceverà in dono da Lady Quartermaine i diari di Pilgrim e grazie alla lettura degli stessi svolta da sua moglie Emma, il medico scoprirà che il suo paziente conosce molto bene la vita di alcuni personaggi del passato come Leonardo da Vinci, Monna Lisa, Henry James, Oscar Wilde. Jung rimane colpito dai contenuti dei quaderni del suo paziente, perché solo una persona che ha vissuto a diretto con quei grandi nomi della Storia può essere al corrente di certi dettagli. Da qui scatterà il bisogno ossessivo dello studioso di comprendere se Pilgrim è davvero immortale o solo una mente malata dall’immaginazione troppo fervida. L’uomo che non poteva morire è un avventuroso viaggio tra passato e presente, tra razionalità e immaginazione, tra verità e menzogna. Da un lato ci sono i tormenti di Pilgrim che voler porre fine a un vivere per lui diventato ormai troppo corposo e insostenibile. Dall’altro lato, la presenza di Jung come antagonista del personaggio principale porta chi legge questa storia a conoscere i tormenti, le ossessioni, i tradimenti, gli accesi conflitti lavorativi e personali che hanno caratterizzato la vita del noto psichiatra svizzero. L’uomo che non poteva morire ha un impianto narrativo solido e la storia scorre via veloce sulle ali della fiction letteraria, nella quale fantasia religione, scienza e filosofia si mescolano in un mix perfetto che trova forma nella figura di Pilgrim, sempre pronto a interrogarsi e a interrogare chi lo circonda sul senso della vita e della morte. Arrivati alla fine del libro si ha come una strana sensazione, si ripensa ai tanti déjà vu provati, tanto che il lettore potrebbe chiedersi – come ha fatto lo sottoscritta – se la morte è la fine della vita o l’inizio di una nuova esistenza. Traduzione Massimo Birattari.

Timothy Findley è nato nel 1930 nell’Ontario. Vincitore di numerosi premi letterari (il Governor General’s Award, l’Edgar Award, il Chalmers Award), ha scritto numerosi romanzi e tre raccolte di racconti, oltre a saggi e opere teatrali. Tra i suoi libri più noti: Le ultime parole famose (Neri Pozza 2003), L’uomo che non poteva morire (Neri Pozza, 2001), Dust to Dust,The Piano Man’s Daughter, Headhunter, Not Wanted on the Voyage, From Stone Orchard. Officer of the Order of Canada e Chevalier de l’Ordre des Arts e des Lettres, Findley è scomparso in Francia nel giugno del 2002.

:: Una Geografia Profonda – Scritti sulla Terra e l’Immaginazione, Barry Lopez (Galaad Edizioni, 2014 ) a cura di Davide Mana

16 luglio 2014 by

unageografiaprofonda-325x487Lo sviluppo di una crescente coscienza ambientale, a partire dalla metà degli anni ’70, ha portato – fra le altre cose – allo sviluppo ed all’ affermazione di uno stile di letteratura naturalistica che unisce il rigore scientifico ad una sensibilità che è solo possibile definire letteraria.
Si tratta di articoli e saggi che ci mostrano la Natura, ed al contempo parlano anche ad una parte di noi che non cerca l’informazione, ma il piacere estetico.
I brevi saggi raccolti nel volume Una Geografia Profonda sono un eccellente esempio di questo tipo di approccio alla divulgazione scientifica – e l’autore non manca di dedicare una ampia riflessione proprio a quella intersezione del paesaggio esterno, il paesaggio naturale, col paesaggio interiore, il personale paesaggio psicologico ed intellettuale di ciascuno di noi.
Al contempo, Lopez sottolinea l’importanza quotidiana di quegli elementi che – a seconda dei casi – siamo portati a considerare estranei (le terre selvagge, gli animali esotici) o banali e quotidiani (le strade della città, il vento, i posti che vediamo scorrere oltre il finestrino nei nostri viaggi).
Che si parli di lupi, di ghiottoni o di località sperdute sul territorio degli USA, Lopez coinvolge il letore ad un livello intimo, personale, riuscendo a trasmettere non solo una accurata descrizione dei fenomeni, ma anche come ci si senta, cosa si provi, ad essere al cospetto di tali fenomeni, e perché questo possa essere significativo.
Il messaggio comune a tutti questi articoli – che rappresentano un buon campione della produzione di uno dei più importanti saggisti in ambito naturalistico – è che non esiste separazione netta e ragionevole fra noi e il paesaggio, fra noi e la geografia.
Noi siamo la geografia.
Si tratta di una consapevolezza indispensabile per riuscire a comprendere le dinamiche del mondo naturale, e come esse influenzino le nostre azioni, e ne siano influenzate.
Il volume, arricchito da una bella introduzione di Franco Michieli e con materiale aggiuntivo del curatore Davide Sapienza, è vivamente consigliato. Traduzione e cura di Davide Sapienza.

Barry Lopez (1945, Port Chester, New York) narratore e saggista, considerato uno dei più grandi landscape writers americani, è autore di Lupi, Dalla Groenlandia al Congo: 12 racconti sulla natura, Lettere dal paradiso e altre storie, Resistance. Con Sogni artici ha vinto il National Book Award. Una geografia profonda è la sua prima antologia italiana.

:: Un’intervista con Matteo Strukul, autore de La giostra dei fiori spezzati

16 luglio 2014 by

giostraBenvenuto Matteo su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Allora è da pochi mesi uscito il tuo nuovo romanzo, La giostra dei fiori spezzati, un thriller storico questa volta, pubblicato da un importante editore come Mondadori, che ti sta dando molte soddisfazioni a livello di critica e di pubblico. Ce ne vuoi parlare?

Cara Giulietta, anzitutto grazie a te e a Liberi di Scrivere per il supporto che date sempre ai miei romanzi e al mio lavoro. Be’ direi che si tratta di un romanzo che prova a raccontare una storia gotica molto vicina alle atmosfere di From Hell di Alan Moore e Eddie Campbell ma anche a L’Alienista di Caleb Carr e La scala di Dioniso di Luca Di Fulvio, strepitoso autore romano che venero e che quest’anno ci farà l’onore di essere ospite al Festival Sugarpulp. Quindi i lettori troveranno in questo romanzo un serial killer che sconvolge la città di Padova alla fine dell’800, un trio di investigatori insofferenti alle regole, una favolosa zingara, Cesare Lombroso, Eleonora Duse e tutto il fascino dell’800 Italiano.

Le premesse sono affascinati: atmosfere dark, gotiche, un tardo ottocento a tinte fosche e misteriose. Come è nata l’idea di creare un romanzo storico così strutturato? Pensi di aver iniziato, o meglio dato nuova linfa ad un sottogenere del thriller storico di ambientazione italiana?

L’amore per questo tipo di storie nasce dalle letture, fin da ragazzo, di autori come Charles Dickens, Robert Louis Stevenson, Wilkie Collins. Solo che invece di uscirne un thriller Vittoriano, per forza di cose, ne è uscito un thriller storico, gotico e scapigliato, in questo senso Igino Ugo Tarchetti docet, se pensi a un romanzo come Fosca. D’altra parte, come dicevo, anche La scala di Dioniso di Luca di Fulvio è stato un riferimento assoluto. Però, certo, credo di aver aperto, o riaperto se vuoi, un sentiero letterario, se mi passi l’espressione. Un romanzo come La giostra dei fiori spezzati è certamente qualcosa di raro nel panorama editoriale italiano e a dire il vero ne sono felice perché credo che la fine dell’800 sia un periodo fantastico per ambientare delle storie come queste. Senza contare che, provando a raccontare il Veneto ho a disposizione tutta la grande eredità Autro-Ungherese, che è perfino nel mio cognome, cui poter attingere: su tutto e tutti Joseph Roth.

Padova come scenario: carrozze, caffè, teatri, osterie, bordelli. Una città che ami, la tua città. Come hai ricostruito la Padova ottocentesca?

Tanto lavoro tradizionale di ricerca, due anni, e molti studi, legati alla mia formazione, tornati utili: da un lato quindi monografie, giornali d’epoca, saggi; dall’altro lo studio del diritto e della procedura penale e la grande passione per la criminologia. Comunque, la Biblioteca Civica di Padova è stato un pozzo infinito di informazioni.

Hai scelto un genere il romanzo storico, che si presta a contaminazioni e infatti sono presenti derive horror, se non proprio splatter. La descrizione dei delitti è molto realistica, piena di particolari anche disturbanti. Quali romanzi ti hanno ispirato, quali altri autori?

Guarda, quelli già citati, ma non posso dimenticare i miei amati Joe R. Lansdale il quale, bontà sua, mi ha perfino regalato un blurb per la cover, avendo molto amato The Ballad of Mila il mio primo romanzo da poco uscito sul mercato americano, e poi Dan Simmons, Victor Gischler, Tim Willocks, ma anche Ernst Theodore Amadeus Hoffman, Bram Stoker, Mary Shelley, Joseph Sheridan Le Fanu e poi altri due giganti della letteratura come Derek Raymond e il suo romanzo più disturbante I was Dora Suarez oltre a David Peace e al suo Red Riding Quartet.

Omaggi e citazioni sono innumerevoli. Ti sei divertito a costellare il romanzo di rimandi, allusioni, in pieno spirito postmodernista. Un divertimento anche per il lettore scoprirli? Il finale per esempio si ricollega ad un celebre finale di un noirista francese, senza fare spoiler, è un omaggio anche questo?

Onestamente ora che ci penso hai perfettamente ragione, ho capito a chi alludi, gran romanziere davvero, guarda mi sono divertito a infilare citazioni da Caleb Carr e ovviamente Arthur Conan Doyle, e Alan Moore, anche se per il finale non avevo pensato a quell’autore francese di cui dicevamo. Poi, devo anche dire, c’è tantissimo la situazione del Veneto di fine ‘800 e una marea di trovate originali. Credo però che il lettore si divertirà a riconoscere omaggi e riferimenti, da un certo punto di vista per quanto mi riguarda sono un valore aggiunto al libro, se sono ben fatti, come spero e credo siano in questo caso.

La figura del serial killer nasce da un’analisi contemporanea dell’omicidio seriale, diciamo è una classificazione piuttosto recente. Esistevano serial killer già nell’Ottocento? Come erano classificati dalla polizia? Penso a Jack Lo Squartatore forse il più efferato e famoso di tutti, ma nel romanzo ne citi anche di italiani.

Cito naturalmente Vincenzo Verzeni, lo strangolatore di donne studiato da Cesare Lombroso o, ancora, Antonio Boggia. La definizione di serial killer non esisteva, certo. Diciamo che i pionieri della psichiatria, gli alienisti appunto, definivano questi omicidi come rituali o caratterizzati da ripetitività nelle modalità della condotta tenuta dagli assassini. Comunque gli assassini seriali, i predatori, esistevano già ben prima dell’800, su tutti ricordo almeno il caso emblematico e tragico della contessa ungherese Erszébeth Bathory.

Protagonisti sono il giornalista Giorgio Fanton e l’alienista Alexander Weisz, una strana coppia di investigatori, sorta di Sherlock Holmes e Dottor Watson. In che misura Arthur Conan Doyle ti ha influenzato?

Lo ha certamente fatto, giacché è un autore imprescindibile, specie per questo tipo di atmosfere e per la costruzione di alcuni meccanismi narrativi. Devo peraltro dire che la mia è però una narrazione a tre e non a due, anche Roberto Pastrello, l’ispettore di pubblica sicurezza, ha un suo ruolo ben preciso nella storia e inoltre non definirei il mio romanzo esattamente un giallo o un mistery ma appunto un romanzo storico gotico quindi poi le analogie con Doyle ci sono ma fino a un certo punto, in un certo senso sono stato influenzato anche dal cinema di Guy Ritchie e dall’interpretazione che il regista inglese ha provato a dare alle storie e ai personaggi di Doyle, di fatto reinventando quel mondo narrativo. Pensa ad esempio alle sequenze action nei combattimenti, in quel caso ad esempio film come quelli di Ritchie sono stati fondamentali. Alla fine però credo ci sia anche molto di mio in questa storia, nel senso che poi molti lettori mi hanno detto che pur nella totale differenza hanno ritrovate certe impennate che avevano scoperto nei romanzi dedicati al ciclo di Mila Zago.

Il personaggio della zingara Erendira, poi mi ha ricordato Madame Simza, portata sullo schermo nel 2011 da Noomi Rapace in Sherlock Holmes – Gioco di ombre (Sherlock Holmes: A Game of Shadows). Da dove nasce l’ispirazione per questo personaggio, che nel finale riserverà un inatteso colpo di scena?

Il riferimento ci sta tutto. Ma c’è dentro anche Moll Flanders di Daniel Defoe, per dire, o alcune cose de Il petalo bianco e il cremisi di Michel Faber. Penso che, semplicemente, alla fine un personaggio femminile forte nei miei romanzi dev’esserci sempre. Dico “deve” perché in origine Erendira non doveva avere il ruolo che poi “si è presa”, ma è proprio questo il punto: quando accade qualcosa del genere vuol dire che la storia gira a mille. Volevo scrivere così tanto un romanzo come La giostra dei fiori spezzati e l’idea che poi sia uscito per la Omnibus di Mondadori e che sia giunto alla seconda edizione in tre mesi dimostra che c’era voglia di leggere una storia come questa, insomma esiste un pubblico per questo tipo di libri e la cosa ovviamente mi fa un grande piacere.

E ora parliamo dell’Angelo Sterminatore, definito così dalla stampa, l’assassino che getta Padova nel terrore e si accanisce su giovani prostitute, alcune poverissime altre d’alto bordo. Sei risalito alle motivazioni quasi psicanalitiche dei suoi gesti efferati, quasi ricostruendo un profilo comportamentale moderno. Anche in questo il personaggio di Alexander Weisz era un precorritore dei tempi?

Alexander Weisz è un pioniere certo, un alienista capace di credere nella teoria del contesto, ma anche lui, per certi aspetti, è “figlio” di una serie di personalità scientifiche che in quel periodo stavano sviluppando importanti convinzioni, su tutti direi almeno gli alienisti della Scuola Tedesca che cito ampiamente nel romanzo. Quindi Gustav Aschaffenburg, Franz von Liszt, Abraham Baer.

La miseria costringeva molte donne alla prostituzione, nel romanzo descrivi questa piaga anche da un punto di vista sociologico e politico. Come ti sei orientato per descrivere il loro ruolo nell’Italia di provincia del periodo?

Ancora una volta direi proprio attraverso i giornali del tempo che ho consultato ampiamente e una serie di monografie dedicate al Veneto di fine ‘800 e alla Grande Emigrazione.

L’identità dell’assassino verrà svelata, in modo quasi inatteso, in una corsa contro il tempo, e Weisz non sarà il solo a fare luce su questo mistero. Diciamo che sarà una sorta di doppio di Weisz, una sua proiezione in negativo. Il tema del doppio compare spesso in questo romanzo. Perché questa scelta?

The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde e The Master of Ballantrae sono due capolavori di Robert Louis Stevenson: il doppio mi ha sempre affascinato moltissimo. E lo stesso potrei dire per Die Räuber di Friedrich Schiller, naturale per me lavorare su questa dimensione.

Progetti di traduzione per l’estero?

Al momento all’estero stanno approdando i romanzi di Mila, come sai in ben 15 Paesi. Non dubito che anche per La giostra dei fiori spezzati arriveranno le traduzioni, diciamo che ci terrei molto a vederlo approdare in Germania, secondo me è il romanzo perfetto per il mercato tedesco.

E cinematografici? Quali attori vedresti bene nelle parti dei protagonisti?

Guarda non saprei. Diciamo che mi piacerebbe ci fossero degli attori veneti e italiani coinvolti. Perché questo è forse il mio romanzo più veneto in assoluto.

Cosa stai leggendo al momento?

Le Sultane di Marilù Oliva, splendido romanzo e La ragazza meccanica di Paolo Bacigalupi, capolavoro della fantascienza.

E ora parliamo di Mila, tornerà con la sua terza avventura?

La sto scrivendo in questi giorni a Berlino. Certo che tornerà, quello nuovo sarà un romanzo pieno di – udite udite – sentimenti, credo sarà il romanzo più melanconico di Mila ma anche più legato all’affetto se non proprio all’amore e a un certo romanticismo eroico. Insomma, Mila dovrà difendere un bambino… non so se mi spiego. Voglio dare sempre qualcosa di nuovo ai lettori di Mila, lei stessa riesce a scoprirsi come donna solo un po’ alla volta. Sarà una grande storia., piena di tristezza ma anche con punte di speranza e bordata di humour nero. Insomma, il pulp è un mio grande amore, ma credo che questa volta ci sarà spazio anche per un po’ di introspezione. Dopo di che sparatorie, massacri e pestaggi a go go è chiaro.

Altri progetti per il futuro?

Guarda, stiamo a vedere, entrambi i romanzi di Mila sono stati opzionati per il cinema, e le vendite di Weisz vanno fortissimo quindi non mi sento di escludere…

:: In fondo al tuo cuore – Inferno per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni, (Einaudi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

16 luglio 2014 by

in fondo al tuo cuoreChiù luntano me stai, chiù vicino te sento;
chissà a chistu mumento tu che piense, che ffaie…
Tu m’he miso int’e vvene ‘nu veleno ch’è ddoce,
non me pesa ‘sta croce che trascino pe’ te…

Napoli, estate del 1932. Si avvicina la festa della Madonna del Carmine. Una delle feste a cui i napoletani sono più devoti, una festa che intesserà di ghirlande e decorazioni i balconi, farà ordinare ex voto dagli orafi più rinomati, in attesa dei fuochi, che esploderanno nel cielo nero della notte come fiori di luce in onore di una donna dalla pelle scura e del suo bambino. Fervono i preparativi e intanto mentre il caldo insopportabile dei primi giorni di luglio arroventa l’aria e gli animi, e la brezza che arriva dal mare può fare ben poco, perché ci sono giorni in cui il caldo è più feroce, quasi maligno, l’aria sembra un soffio proveniente dall’inferno, una morte improvvisa funesta il clima di attesa che anticipa la festa.
Un medico, un professore di specchiata fama, conosciuto come il migliore ginecologo della città, cade dalla finestra del suo studio, al Policlinico. Cade e muore senza quasi un lamento, quasi sorridendo. I suoi ultimi pensieri sono per una donna, l’ultima dolcezza che gli ha concesso la vita. E il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, come sempre li cattura e li fa suoi. Lui ha il dono o meglio la maledizione (che lo fa credere pazzo) di sentire l’ultimo pensiero dei morti di morte violenta. Lui chiamato a scoprire se trattasi di suicidio, di un incidente o peggio di un omicidio, sente fare il nome dal morto di Sisinella.
Così inizia In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni. Settimo romanzo della serie ricciardiana e ultimo episodio della trilogia delle festività, dopo la quadrilogia delle stagioni. Da anticipazioni fatte alla presentazione di Mantova, la serie non si chiude con il ciclo delle festività, Natale, Pasqua e Madonna del Carmine, ma continua con una nuova trilogia con un nuovo filo conduttore, per cui di storie con protagonista Luigi Alfredo Ricciardi ne leggeremo ancora. [Ringrazio per la precisazione Natalina S.]
Il personaggio di Luigi Ricciardi, ma a dire il vero l’intero affresco corale, umanamente tratteggiato con sensibilità e poesia dall’autore, che fa rivivere la Napoli di allora, hanno qualcosa di speciale, di unico direi nel panorama letterario di questi anni. La voce limpida dell’autore emerge ormai sempre più sicura, ed è un piacere riconoscerla nelle pagine di questo libro che ormai del giallo classico ha solo la struttura esteriore, l’impalcatura, fatta di un delitto, di un indagine e della scoperta di cause e moventi dell’assassino. Ma il motivo per cui leggo questo libro non è sapere chi ha buttato di sotto il preclaro professor Tullio Iovine del Castello, personaggio non privo di ombre, anzi specchio di tutti quegli arrampicatori capaci delle peggiori scorrettezze per affermarsi nella professione e nella vita, molto simile per certi versi al vicequestore Garzo.
La scoperta dell’assassino dicevo, è un pretesto, una ragione apparente, capace comunque di dare compattezza e vivacità alla trama, la vera ragione, almeno per me, è la bellezza che emerge dalle pagine che parlano di Napoli, della sua umanità e della sua disperazione, della sua ricchezza e della sua miseria, dei suoi scugnizzi in strada appesi ai sostegni dei tram, degli ambulanti che attirano clienti con le loro cantilene, dei ferri del mestiere, descritti con dovizia di particolari, di un orafo.
E poi sì, ci sono i personaggi, tutti imperfetti, tutti con fragilità e debolezze che ce li rendono vivi e per cui proviamo un solidale moto di affetto. Non solo i personaggi principali, ma anche i secondari, tutti caratterizzati da pochi cenni capaci di farceli sentire vivi, dalla prostituta redenta Sisinella, a Manfred, ufficiale tedesco che prova simpatie per Hitler, da Fefè il gagà, al ragazzino che porta a Maione il messaggio che qualcuno lo aspetta in un caffè. Dalle due vecchie comari dei bassi ai portinai, alla caposala del Policlinico, alla moglie ormai vedova che si chiede se dovrà imparare a guidare per portare il figlio in vacanza. E poi il guappo Peppino il Lupo, l’orafo Nicola Coviello, frate Bartolomeo, che si credeva di conoscere così bene l’animo umano e non si era accorto che un uomo stava per suicidarsi.
Ogni personaggio descritto non per l’aspetto esteriore ma per i sentimenti che prova. Perché sono i sentimenti la materia con cui sono fatti i romanzi di de Giovanni, pur restando noir. Sentimenti reali, velati da un’ autenticità e una delicatezza che li depriva del sentimentalismo da sceneggiata napoletana. Genere che ho sempre odiato.
Sono stata rimproverata di raccontare troppo della trama dei romanzi di de Giovanni. Questa volta non lo farò, mi limiterò a dire che è un romanzo bellissimo, e merita di essere letto. Per un recensore dire ciò può sembrare una grande banalità. Ma lo dico sinceramente.

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Selezione Bancarella 2013) e In fondo al tuo cuore. Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea; nel 2013 esce, sempre per Einaudi Stile Libero, il secondo romanzo della serie, Buio, e nel 2014 Giochi criminali (con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli). Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.

:: Un’ intervista con Roberto Riccardi a cura di Natalina S.

15 luglio 2014 by

venga pure la fineOggi diamo il benvenuto su LIBERIDISCRIVERE a Roberto Riccardi, scrittore e giornalista italiano nonché colonnello dell’arma dei carabinieri e, con gioia, mi permetto di aggiungere: uomo di straordinaria umanità e simpatia, dal momento che, in più occasioni, ho avuto modo di cogliere le sue qualità.
Roberto, sei pronto? Sono molto curiosa.

Pronti alla lotta!

La tua produzione letteraria ti vede impegnato su due fronti:
1)Il sentito interesse per la condizione degli ebrei durante gli anni della seconda guerra mondiale, di cui, con encomiabile maestria, hai fornito fortissima testimonianza, attraverso la voce di Alberto Sed in Sono stato un numero. Alberto Sed racconta (Giuntina, 2009) e La foto sulla spiaggia (Giuntina, 2012), collaborando, inoltre, con Giulia Spizzichino, al lavoro sull’eccidio delle fosse ardeatine La farfalla impazzita (Giuntina, 2013);
2)La scia di opere di narrativa noir che ti ha visto autore di: Undercover. Niente è come sembra e Venga pure la fine (entrambi pubblicati da E/o, collezione Sabot/age, rispettivamente nel 2012 e nel 2013), in cui, ibridando fiction ad esperienze vissute, attraverso le indagini del tenente Rocco Liguori e il colonnello Milan Dragojevic, ci hai restituito due spaccati di storia sulle realtà del traffico illegale di droga e i conflitti bosniaci alla fine del ventesimo secolo. Come se non bastasse sei, anche, padre di due romanzi usciti nella storica collana da edicola dei gialli Mondadori: Legame di sangue e I condannati; diqualche racconto per antologie varie e direttore della rivista Il Carabiniere.
Alla luce della, fervida e apprezzatissima, produzione (consacrata anche da tantissimi premi letterari), ti chiedo: qual è stato il lavoro (se ce n’è uno) che, dentro di te, ha mosso corde particolari, restituendoti, alla fine della stesura, un uomo diverso, “migliore”, rispetto al Riccardi che eri prima di scriverlo? E in cosa pensi t’abbia cambiato?

Non so se la scrittura abbia migliorato l’uomo che sono, il lavoro su se stessi è un processo continuo che è funzione di tante esperienze diverse. Da ragazzo come tutti m’illudevo di cambiare il mondo. Oggi riuscire a cambiare qualcosa nel mio intimo mi sembra già un obiettivo azzardato.

Prima dell’uscita del tuo romanzo d’esordio, Sono stato un numero. Alberto Sed racconta, avevi mai pensato di scrivere?

Ho iniziato a giocare con la penna (il computer non c’era…) alle elementari, scrivere era lo sfogo più naturale e piacevole per la mia fantasia, che era già fervida. A quel tempo sognavo proprio di diventare uno scrittore, ma alla maniera dei bambini, senza un progetto concreto. Poi nella vita ho fatto altro e ci ho messo una pietra sopra, a rimuoverla ci ha pensato la storia di Alberto Sed, che è diventata il mio primo libro. E’ venuta letteralmente a cercarmi, succede così.

Qual è stato il riconoscimento più significativo nella tua vita di scrittore?

I premi letterari, bontà di chi me li ha concessi, cominciano a essere tanti. E tante sono le belle attestazioni dei lettori, che mi raccontano di riconoscersi nei miei personaggi, nelle riflessioni, è sorprendente ma perché questo accada basta a volte una sola riga. Il riconoscimento più alto in assoluto, però, è il biglietto che Alberto Sed mi ha consegnato dopo la stesura della sua biografia. Lo porto con me da quando l’ho ricevuto, mi dice che grazie a me è finalmente uscito da Auschwitz. Quando lo ha scritto erano passati sessantacinque anni dal tempo della sua prigionia, non è meraviglioso?

Un bravo scrittore dicono debba essere, prima di tutto, un bravo lettore. Tu lo sei? Se si, qual è il romanzo più significativo nella tua vita di lettore?

Se un bravo scrittore si misura dai libri che ha letto, sono a cavallo! Leggo continuamente, più o meno da sempre, vorrei avere ventiquattr’ore in più ogni giorno solo per farlo. Un romanzo che ha avuto un’importanza particolare nella mia vita è Il giorno della civetta, che mi ha fatto innamorare del capitano Bellodi e ha così contribuito alla mia scelta di diventare ufficiale dei carabinieri. Per colpa di Bellodi ho chiesto quale prima sede Palermo! Ci sono rimasto sei anni, un’esperienza straordinaria.

Rubo alla tua scrittura una frase che, dal giorno in cui l’ho letta, conservo nel mio diario di vita: “le storie più belle non sono di carta, le scrive il cuore”: come nascono, in genere, le tue storie?

Il momento dell’ideazione, per quanto riguarda la genesi di un romanzo, è senz’altro uno dei più belli. Al tempo stesso è qualcosa di misterioso, perché nello spunto per una trama gli elementi e le tracce della vita di un autore affiorano in modo inconsapevole. Certamente ciò che scrivo trae forza dalle emozioni più intense provate in prima persona, la cosa più difficile è riuscire a trasferirle in chi legge. Forse è ciò che in assoluto fa la differenza: arrivare al cuore dei lettori.

Spesso vai in giro a parlare ai ragazzi nelle scuole d’Italia. Qual è il messaggio che, più, ti piace lanciare agli adolescenti? E perché?

Adoro parlare ai ragazzi, hanno occhi nuovi e menti non ancora sporcate dalla vita. Non sopporto quando si parla di loro in termini negativi, considerandoli vuoti, apatici. Loro sono spugne, assorbono tutto ciò che vedono e dipende da noi adulti riuscire a trasmettere qualcosa. Vado nelle scuole soprattutto per i libri che trattano la Shoah. In quelle occasioni, piuttosto che lanciare messaggi sul dovere della Memoria difficili da far passare, cerco di parlare in modo che possano immedesimarsi. Per esempio, quando presento gli ex deportati, non parlo mai dei signori ultraottantenni che vedono nelle interviste televisive mandate in onda nel Giorno della Memoria, ma dei ragazzi che erano quando qualcuno li mise su un treno piombato diretto all’inferno.    

Sei un uomo poliedrico con un mondo di esperienze sulle spalle, cosa desidereresti fare che ancora non hai fatto?

Un miliardo di cose. Aprire un agriturismo in Toscana, un caffè letterario a Parigi, allestire un musical a Broadway, visitare la Nuova Zelanda. Ma mi accontento di sopravvivere, come tutti, e vado dove mi porta la mia strada.

C’è qualcosa che ti fa paura? Se sì, cosa?

Ho tutte le paure che accompagnano la condizione umana, la prima è quella della morte. Hai un bel dire che non bisogna temerla, perché quando ci siamo lei non c’è e viceversa. Il pensiero di scomparire nel nulla non è piacevole.

Cosa ti fa sorridere? E cosa rabbrividire?

Per fortuna rido spesso, amo scherzare e colgo con facilità il lato divertente della vita. Anche rabbrividire, purtroppo, è per me un esercizio quotidiano. Basta aprire il giornale e leggere dei tanti orrori che ancora oggi si consumano nel mondo.  

Per i lettori che ti attendono: cosa bolle, ora, in pentola?

La pentola di un autore è costantemente sul fuoco. La macchina della produzione letteraria funziona così: quando in libreria c’è il cosiddetto nuovo romanzo, in realtà come minimo ne hai già consegnato un altro all’editore e stai lavorando al successivo. Altrimenti si segna il passo, ed è una prospettiva inaccettabile. Quasi quanto la morte.

:: La collana “Lettere D’amore” in edicola con il Corriere della Sera

14 luglio 2014 by

nerudaPensate sia facile parlare d’amore?
Bene non lo è, tanto meno scriverne. Lo sanno bene tutti coloro che hanno affidato almeno una volta nella vita i loro più intimi pensieri, le più intime sfumature del loro animo ad una lettera indirizzata all’amata o all’amato. Direte voi oggi non si sua più, l’era di internet, dei social network, dei telefonini ha tolto un po’ di poesia e un po’ di romanticismo anche alle comunicazioni d’amore. Non più l’attesa, le camminate nella neve per cercare una buca delle lettere, la paura che la missiva fosse intercettata.
Ma nell’Ottocento e nel Novecento le lettere d’amore erano ancora il canale privilegiato di comunicazione tra mariti e mogli, fidanzati, amanti. Ci sono lettere d’amore bellissime, penso solo a quelle dei miei nonni che si scambiarono negli anni Venti, e leggerle pur violando in un certo senso un po’ l’intimità di chi le ha scritte, è un’esperienza che arricchisce, ci fa conoscere meglio persone così diverse da noi, magari famose, che la storia ha immortalato per il proprio genio, il proprio coraggio, la propria passione politica.
Conoscere Neruda innamorato, o Einstein, o Kafka o Frida Kalho o molti altri grandi del passato è ciò che avremo il privilegio di fare grazie alla nuova collana di libri “Lettere d’amore”, in edicola con il Corriere della Sera a partire da martedì 15 luglio, ogni volume al costo lancio di € 6,90 + il costo del quotidiano. In tutto venti volumi, che ogni martedì ci daranno appuntamento in edicola, ma per chi volesse o l’intera collezione a un prezzo scontato o acquistare i volumi direttamente nello Store on line a questo link potrà vedere anche l’intero piano dell’opera: http://goo.gl/0VbfT3
Lettere d’amore ad Albertina Rosa di Pablo Neruda, il 15 luglio inaugurerà l’iniziativa. Un amore giovanile del grande poeta cileno, che risale al 1921 quando Pablo e Albertina si trasferirono a Santiago del Cile per frequentare i corsi dell’Università. Un segreto svelato dalla stessa Albertina Rosa Azócar Soto che ha aiutato a fare luce sulle origini delle più celebri poesie d’amore di Neruda.
Seguirà “Da qualche parte nel profondo” di Rainer Maria Rilke e Lou Andreas Salomé epistolario sofferto e tormentato tra il poeta e drammaturgo austriaco e Lou Andreas Salomé, scrittrice e saggista tedesca di origine russa amica di Nietzsche. Terza uscita “Quel viaggio chiamato amore, lettere 1916-18” di Sibilla Aleramo e Dino Campana, volume che vi consiglio di non perdere perché forse di tutta questa collezione è quello a me più caro.

:: No Regrets, Coyote, John Dufresne (Enrico Damiani e Associati, 2014)

13 luglio 2014 by

no_regrets_coyote_512x652Spiacente il crimine non va in vacanza

Spaventa vedere la quantità di recensioni, dal New York Times al Kirkus Reviews, che accompagnano l’uscita in America di No Regrets, Coyote di John Dufresne, (edito in Italia da Enrico Damiani e Associati e tradotto da Lionel Brown), autore che non avevo mai sentito nominare è che scopro essere al suo quinto romanzo. Non che le abbia lette tutte queste recensioni, dopo un po’ ho lasciato correre, comunque mi son detta cosa avrà di così speciale questo professore di scrittura creativa della Florida Univerity accostato a Charles Willeford, John D. Mac Donald, Elmore Leonard e Carl Hiaasen? L’umorismo, la capacità di scrivere dialoghi sulfurei e fulminanti, la padronanza (insegna scrittura chi più di lui) nel tracciare ambienti, personaggi e trame? Non saprei, ma per scomodare mostri sacri dell’olimpo letterario americano come quelli citati, un po’ di sostanza dovrà pur esserci. Non c’è fumo senza arrosto, avrebbero detto i nostri nonni. Perciò mi sono seduta comoda e ho iniziato la lettura. No Regrets, Coyote è un crime umoristico (ma non per questo meno serio di molti altri crime), un lungo flusso di coscienza narrato in prima persona da Wylie “Coyote” Melville (ok, il primo che non pensa al cartone animato alzi la mano) terapeuta un po’ svitato che da pepe alla sua stanca esistenza (tra barboni accampati in giardino, pazienti, padre malato d’Alzheimer, sorella, ex moglie e ex fidanzate ci avrebbe già il suo bel da fare) prestando servizio come consulente forense “volontario” per il Dipartimento di Polizia della contea di Everglades. Un lungo flusso di coscienza, dicevo, che scorre per accostamenti, intuizioni, corrispondenze, (molte le note del traduttore a spiegare ciò che a un lettore italiano potrebbe sfuggire) verso un finale tipico di molto cinema americano. Un gigantesco Happy End sembra scintillare nel cielo con le sue luci glitterate da casinò del Nevada, (va bè qua siamo in Florida ma passatemi il paragone) non prima di averci servito nell’ordine un punteruolo da ghiaccio, un cane bomba, un gruppo di russi armati fino ai denti e molto arrabbiati e una simpatica signora con altrettanto simpatico cagnolino in braccio (a proposito si chiama Henry). Ah, poi c’è anche un viaggio in Alaska, ma questo viene prima e colora di nonsense una storia grottesca, paradossale, tragica, comica, assurda (eh sì, per alcuni versi anche assurda) che non disdegna colpi di scena e un pizzico di sano cinismo tutto americano. Devo essere sincera all’inizio questo flusso di coscienza un po’ mi ha disorientato, è stato come leggere un testo in discesa senza punteggiatura, poi entrata nel gioco, conosciute le regole, mi sono trovata più a mio agio. La componente gialla: bè vediamo c’è un tragico fatto di sangue all’inizio del racconto. Una famiglia composta da madre, padre e tre bambini (in pigiama intenti a scartare i regali di Natale) morti stecchiti, uccisi (apparentemente) dal padre e marito, alla fine suicidatosi sparandosi in bocca. Questa è la scena che la polizia si trova davanti con tanto di lettera confessione scritta a macchina dal suicida-omicida (dalla chiusa anomala sinceramente vostro). Chiamato a dire la sua Wylie “Coyote” Melville ci mette poco a capire che qualcosa non torna, che è una grande messinscena ad uso e consumo dei poliziotti e dell’opinione pubblica. E soprattutto si pone una grande domanda: chi è Pino? Lo scoprirete, fidatevi. Segnalo parecchi refusi, tra cui credo di aver intravisto pure una lettera greca.

John Dufresne, 30 gennaio 1948, Worcester, Massachusetts, è uno scrittore e sceneggiatore americano di origine franco canadese. Laureato al Worcester State College nel 1970 e alla University of Arkansas nel 1984, è docente di Scrittura Creativa del Dipartimento di Inglese presso la Florida International University. Nel 2012, ha vinto un John Simon Guggenheim Memorial Foundation Fellowship per il suo lavoro.

:: Segnalazione di Morte in prima classe, José María Guelbenzu (E/O, 2014) a cura di Natalina S.

12 luglio 2014 by

indexDopo aver conquistato l’attento pubblico di lettori spagnoli, Josè Maria Guelbenzu approda in Italia con Morte in prima classe, elegante giallo tradotto da Raul Schenardi e pubblicato da E/O.
Ci muoviamo nei territori del mystery classico all’inglese, la trama stessa del romanzo fa tornare alla memoria il seminale lavoro della regina del giallo Madame Agatha Christie, “Delitto sul Nilo”.
Rimane come sempre pregevole lo spirito da talent scout di E/O nel cercare di scavare nel ricco e fertile sottobosco nazionale ed internazionale, con occhio attento, non solamente all’efficacia di una storia, ma anche agli aspetti stilistici e formali.
In patria Guelbenzu è un autore molto apprezzato, soprattutto, nel raffinato lavoro di tratteggio psicologico dei personaggi e nella lucida visione della Spagna moderna, pennellata perfettamente nelle atmosfere e nella descrizione dei luoghi.

Una crociera sul Nilo sembra l’occasione ideale per rilassarsi.
Ed è questa l’intenzione della giudice spagnola Mariana de Marco nell’accettare l’invito dell’amica Julia. Fra i loro compagni di viaggio spicca la famiglia spagnola dei Montesquinza, una specie di clan guidato dall’anziana e autoritaria Carmen, con al seguito la figlia, l’ex marito su una sedia a rotelle e la segretaria. Ma un incidente durante la festa inaugurale interrompe il breve idillio con la bellezza del panorama e con l’atmosfera di ipocrita cordialità che regna sulla nave. Quando infatti viene proposta una gara di magliette bagnate, la scandalosa esibizione di Dolores, una giovane americana di buona famiglia, spinge Carmen a ritirarsi nella sua cabina. Da quel momento però la donna scompare senza lasciare traccia, e Mariana si ritrova coinvolta in un’indagine che si complica ulteriormente con la successiva sparizione di Dolores. Basandosi soltanto sulle proprie intuizioni e sugli abili interrogatori a cui sottopone i membri del clan, contro l’incredulità dell’amica Julia e l’ostilità della famiglia Montesquinza, Mariana scoprirà un’oscura trama di relazioni affaristiche e personali e risolverà brillantemente l’enigma.
Con Morte in prima classe sono sei i romanzi polizieschi di J.M. Guelbenzu che hanno per protagonista la giudice Mariana de Marco, donna affascinante, di grande personalità ed emotività,

José María Guelbenzu è nato a Madrid nel 1944. Dopo aver collaborato con diversi periodici e riviste letterarie, è stato il direttore editoriale di Taurus y Alfaguara fino al 1988, anno in cui ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla scrittura. È autore di numerosi romanzi, appartenenti soprattutto al genere poliziesco, vincitori di numerosi premi.

:: Galli Bianchi e Gladioli Rossi Tradizione e leggenda nelle Triadi Cinesi, Davide Mana (8PiecePress, 2014)

11 luglio 2014 by

coverLe Triadi Cinesi appartengono senz’altro di diritto all’iconografia classica del misterioso Oriente, e forse nessun altro fenomeno criminale al mondo è mitizzato e circonfuso di leggende, che sanno appunto più del mito e del folcrore che della realtà, più di questo. E proprio questo tema emerge nel breve saggio Galli Bianchi e Gladioli Rossi Tradizione e leggenda nelle Triadi Cinesi di Davide Mana, testo nato da un lavoro molto più ampio e più tecnico svolto dall’autore e indirizzato a criminologi e investigatori. Certo questa è un’opera divulgativa, scritta con un linguaggio il meno pomposo e noioso possibile, tuttavia contiene alcuni punti, alcune intuizioni, che lo rendono interessante anche per i cosiddetti non addetti ai lavori. Innanzitutto le Triadi sono sette segrete, ciò che trapela è appunto parte del mito, ciò che questi adepti vogliono trasmettere all’esterno. E Mana, con un certo coraggio, spazza via ogni guizzo romantico. I membri delle Triadi sono criminali, molte volte assassini, impiegati nei traffici sordidi più lucrosi, dal racket alla prostituzione, dalla contraffazione di beni di lusso al traffico di persone tenute in stato di schiavitù. Quindi niente di romantico o esotico. Money is Money. Business Is Business. Tutta la parte mitologica può essere un incontrovertibile bluff. Un mito appunto nutrito da tanta cinematografia hongkonghese prodotta tra gli anni ’50 e ’90, dove appunto i produttori e gli attori stessi, Mana spiega il modo con cui venivano avvicinati, erano affiliati o più o meno strettamente legati alle Triadi. Un altro punto interessante consiste nel comprendere che dei 20.000 membri che compongono di norma questi nuclei mafiosi, la componente attiva è ben minore rispetto ai semplici fiancheggiatori o simpatizzanti, che sì contribuiscono con donazioni alla causa, ma possono continuare a svolgere la loro vita onestamente. Tolto il mito resta la violenza come arbitrio. E quando il Re è nudo è molto più vulnerabile. Certo Mana ne traccia lo sviluppo attraverso i secoli, dalla società dei Sopraccigli Rossi, alla Setta dei Turbanti Gialli, alla Società del Loto Bianco, e qui parliamo di storia, fino a trattare i fatti che sfumano nella leggenda, come la distruzione del Tempio di Shaolin, ma ciò che resta più vivido nel lettore è senz’altro l’aneddoto iniziale legato all’attrice e cantante Anita Mui, che spiega, come esempio concreto, come sono diventate le società segrete del ventesimo secolo. Con buona pace dei galletti bianchi sgozzati, dei mazzi di gladioli, e dei trentasei giuramenti rituali. Copertina & Lettering di Giordano Efrodini.

Davide Mana (Torino, 1967) è un paleontologo ed esperto in scienze ambientali. Da sempre si occupa di divulgazione scientifica e di studi interdisciplinari. Conduce una doppia vita, e di notte si trasforma in autore di narrativa di genere. Tra le sue pubblicazioni Avventurieri sul Crocevia del Mondo, Avventurieri alle Porte del Tempo e Avventurieri del Mondo Perduto. Il suo blog: Strategie evolutive.

:: L’ultimo giorno prima di domani, Eduard Márquez, (Keller editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

11 luglio 2014 by

l'ultimo giorno“A volte si muore. Quindi ci deve essere un giorno, quel giorno, prima di domani in cui si capisce che si deve continuare a vivere nonostante tutto quello che hai già vissuto”. Il nuovo romanzo dello spagnolo Eduard Màrquez è un vero e proprio puzzle, quindi se nel leggerlo dovesse sembrarvi caotico e incomprensibile, non spaventatevi, perché un po’ alla volta tutti i tasselli della vicenda troveranno il loro giusto posto nella storia di L’ultimo giorno prima di domani. Chi racconta è un narratore anonimo, sappiamo che è un uomo colpito da un grave dolore familiare che ha reso ancora più difficile il rapporto con la compagna di vita, madre di sua figlia. Proprio a causa di questo dramma il protagonista comincia un lungo cammino di recupero dei ricordi che porterà lui e il lettore in un arzigogolato pellegrinaggio avanti e indietro nel tempo della vita di chi racconta. Di lui conosciamo la ferrea educazione in ambiente religioso condita da morbose attenzioni e severe punizioni per presunti peccati commessi. Si passa poi all’adolescenza fatta di divertimento, sesso, droga, musica, voglia di eccedere e di infrangere le regole. Azioni che avranno per il protagonista e i suo amici conseguenze non sempre prevedibili. Una presenza abbastanza costante del vissuto del narratore è l’amico Roberto e poi tra i due a creare un rapporto tra l’amicizia e la competizione arriverà Francesca. Il trio sarà inseparabile fino a quando un tragico evento porterà i tre amici a recidere il sottile filo che li lega l’un l’altro, scatenando in qualcuno un rancoroso dolore che riemergerà solo nel presente. Il nuovo romanzo di Márquez non è solo la storia di un io che fa i conti con se stesso e con i propri errori. La riflessione sulla propria esistenza da parte del protagonista e la presa di coscienza di aver fallito, sono un tratto comune ai tutti i suoi coetanei. Loro sono una generazione che ha cercato di ribellarsi alle leggi dei padri con l’eccesso, ma questo non ha fatto altro che dare gioie ed euforie fasulle, che hanno lasciato i personaggi davanti alla nuda e cruda verità di non aver fatto molto di utile nella propria vita. Il protagonista avrebbe voluto diventare uno scrittore e invece lavora nella tipografia del padre, lasciando nel cassetto il suo unico libro mai pubblicato. Francesca, amica, amante, è l’esempio della fragilità umana che non riesce a sopportare gli imprevisti e le prove della vita. Roberto sparisce e ritorna da adulto nella vita del narratore, è un artista di strada e sembra ricomparso da nulla e per caso, ma lui, in realtà, ha un piano preciso da portare a termine. Il protagonista in ricordo dell’amicizia di un tempo accoglie in casa sua Roberto senza rendersi conto che questo sarà l’inizio della fine. L’ultimo giorno prima di domani è un romanzo breve, ma intenso, nel quale Márquez attraverso un linguaggio tra il narrativo e il poetico, dimostra come un uomo adulto arrivi ad un certo punto della propria esistenza e ripensi a tutto il proprio vissuto – in questo caso il processo è determinato dalla perdita di una delle persone più amate dall’io narrante- rendendosi conto non solo di aver mancato una serie di importanti traguardi, ma di essersi fidato troppo di chi credeva amico.
Traduzione dal catalano Beatrice Parisi.

Eduard Márquez è nato nel 1960 a Barcellona. È autore di libri di poesia, narrativa e letteratura infantile. Tra le sue opere il romanzo Il silenzio degli alberi (Keller, 2011) che è stato tra i finalisti del Premio dei librai catalani ed è stato tradotto in varie lingue; e il romanzo “La decisione di Brandes”, sempre edito da Keller, che ha ottenuto il Premio Octavi Pellissa, il Premio della Critica catalana e il Premio Qwerty come miglior libro catalano dell’anno.