:: Un’ intervista con Giovanna Zucca a cura di Elena Romanello

6 giugno 2014 by

jane austenGiovanna Zucca è infemiera in ospedale, ma è anche una scrittrice, e ha pubblicato presso Fazi tre libri, Mani calde, Guarda c’è Platone in tv e Una carrozza per Winchester, omaggio a Jane Austen. Ecco cosa racconta l’autrice di questo libro e sul suo amore per una delle più popolari ed interessanti autrici di sempre.

Come è nata l’idea di Una carrozza per Winchester?

Due anni fa in un inserto domenicale di un quotidiano lessi che molto probabilmente la causa della morte di Jane Austen a soli 42 anni poteva attribuirsi al morbo di Addison, una malattia che colpisce le ghiandole surrenali oggi curabile. Io lavoro in ospedale da molti anni come infermiera di sala chirurgica e conosco la malattia. Mi venne la curiosita di saperne di più sul dottor Thomas Addison, colui che per primo descrisse la malattia del quale invece ignoravo tutto. Feci qualche ricerca e scoprii un personaggio da romanzo. Una personalità notevole, dedita agli satudi, un uomo che è considerato a buon diritto come il padre della moderna endocrinologia. Fui sorpresa di apprendere che Addison descrisse la malattia che porta il suo nome nel 1849, tutto sommato pochi anni dopo la morte di Jane Austen avvenuta nel 1817. Improvvisamente la fantasia si mise in movimento e pensai che sarebbe stato un incontro folgorante se due personalità come Addison e Austen si fossero trovate in contatto.E pensai che sarebbe stato affascinante immaginare il severo e poco avvezzo alle mondanità dott. Thomas Addison al capezzale dell’ironica e ribelle miss Austen.E immaginare un grande amore tra loro.

Come mai un libro così diverso dai due precedenti?

Mani calde è nato dagli anni di attività in sala operatoria della neurochirurgia. Guarda c’è Platone in tv è invece il prodotto dei miei studi di filosofia all’università Ca’ Foscari di Venezia. Una carrozza per Winchester è il mio modesto omaggio a una scrittrice che ritengo la più grande in assoluto. Questo per dire che scrivere storie è per me una passione. Non potrei inventare qualcosa che non sento intimamente, che non mi abita nel profondo. La mia attività professionale è ben distinta dallo scrivere, che interpreto come un respiro di libertà. Ed è proprio questa libertà a guidarmi nello scegliere storie così diverse.

Perché secondo te c’è ancora tutto questo interesse per il personaggio di Jane Austen e cosa piace a te in questa autrice?

L’interesse a 200 anni dalla morte è credo legato a due motivi. Il primo di ordine sociologico-storico. Nelle opere della Austen c’è una rigorosa esattezza nella descrizione dello stile di vita della società di campagna di fine 700. La Austen conscia che quel modello sociale stava avviandosi al declino (la rivoluzione industriale, lo spopolamento delle campagne, l’aristocrazia che perde il suo primato a favore di un una borghesia sempre più predominante) ci fornisce un chiaro esempio dello stile di vita che conduceva quel tipo di società. E lo fa con maestria e acutezza sublimi. Ella ci descrive eventi ordinari, come l’organizzazione di un pic nic o di un ballo senza ricorrere a vicende straordinarie per avvincere i lettori. E’ come se elevasse gli eventi del quotidiano al rango di vicende degne di essere trasposte in una narrazione. L’altro motivo più di carattere filosofico-letterario è legato al fatto che i personaggi che ella ci regala sono archetipi universali che trascendono il tempo e lo spazio. In fondo se noi togliamo alla signora Bertram il inguaggio lezioso o il parasole di pizzo chi può dire di non averne conosciuta una?

Oltre a Jane Austen, chi sono i tuoi maestri e maestre letterari?

Sono una grande lettrice. Insaziabile. Molti sono gli autori e le autrici ai quali guardo con ammirazione e stupore. Del passato come del presente. Su tutti Jane Austen spicca come la stella più fulgida.

Quali sono i tuoi prossimi progetti letterari?

Sto ultimando un romanzo molto divertente che ha qualche familiarità col genere giallo. Un giallo molto particolare però. C’è un delitto, c’è un movente. Ci sono due amiche. E c’è una poliziotta di Capodichino Napoli che deve vedersela con un insopportabile e perfido commissario capo… e il colpevole?

:: Un passo di troppo, Lee Child, (Longanesi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

4 giugno 2014 by

patropgrandeMaestro indiscusso dell’action thriller Lee Child, pseudonimo di James R. Grant, è un autore capace di imbastire trame, giocate quasi interamente sui dialoghi, che grazie al personaggio di Jack Reacher rimangono nell’immaginario comune. Così è anche questa volta con Un passo di troppo, (The Hard Way, 2006), decimo episodio della serie. Un buon thriller, scritto in terza persona, duro, veloce, pubblicato ormai qualche anno fa, (per la precisione nel 2006, in America per la Delacorte Press, ramo della Random House, e in Italia quest’anno per Longanesi e tradotto dall’ormai traduttrice storica di Child, Adria Tissoni), ma che non accusa il passare degli anni. Come il buon whiskey anzi il tempo lo migliora, e se anche l’ordine di pubblicazione in Italia non è stato cronologico, (ne ignoro i motivi, forse questioni di diritti) poco ne risente il lettore sempre felice di accompagnare Jack Reacher nei suoi vagabondaggi senza meta in giro per l’America.
Questa volta siamo a New York, Jack se ne sta per i fatti suoi a sorseggiare un caffè in un bicchierino di polistirolo in una di quelle tavole calde, immortalate da Edward Hopper (immagine tra l’altro ripresa dalla copertina americana). Fuori seduto ai tavolini in una piacevole notte estiva vede dall’altra parte della strada un uomo che si avvicina a una Mercedes e qualcosa scatta nella sua mente. Il suo spirito di osservazione registra un’anomalia, che sfuggirebbe a chiunque ma non a lui. E non si sbaglia. Il giorno seguente ritorna nello stesso bar e un uomo si avvicina al suo tavolo. Lavora per Edward Lane, proprietario di un’agenzia di contractor, e cerca testimoni.
L’uomo visto la sera prima da Reacher non era altro che un rapitore che andava a ritirare un riscatto. Infatti moglie e figliastra di Edward Lane sono apparentemente state rapite e la trattativa per il rilascio sembra andare per le lunghe. Sempre nuove richieste di soldi e la liberazione degli ostaggi sempre più lontana. Reacher è consapevole che i casi di rapimento quasi mai vanno a buon fine, ma quando Lane gli chiede aiuto, proponendogli di assumerlo e promettendogli un milione di dollari, accetta. Il suo senso del dovere e della giustizia supera l’antipatia che prova per l’uomo che senza dubbio nasconde qualcosa. E di cose poco chiare su Edward Lane Reacher ne scoprirà parecchie. Aiutato da un’ex agente del FBI, che dirigeva il caso del rapimento della moglie precedente di Lane, ora diventata investigatore privato, arriverà alla verità, in un finale alla Jack Reacher naturalmente.
Dunque è la storia di un rapimento, tipica di molti plot giocati sulla suspense, (la domanda che ci accompagnerà fino alla fine è: riuscirà il protagonista a salvare madre e figlia?) ma caratterizzata dallo stile inconfondibile di Child che alterna azione pura, alla Robert Crais per intenderci, (altro autore che, per chi piace il genere, è sempre una conferma), a un ottimo ritratto di luoghi e personaggi, anche i minori, su cui naturalmente spicca Jack Reacher di cui finalmente abbiamo un ritratto fisico: alto, massiccio, capelli corti biondi, occhi azzurri, aria un po’ sgualcita di chi ama fare a botte. Questa volta coinvolto, per caso, in un rapimento anomalo, se vogliamo.
Naturalmente il nostro eroe non se ne può stare con le mani in mano quando c’è una donna e una bambina in pericolo, e a suo modo farà di tutto per salvarle, anche se significa mettersi nei guai e avere a che fare con ex militari, rapitori, poliziotti, insomma gente pericolosa, armata fino ai denti e che conosce la violenza. Lee Child comunque non si smentisce e imbastisce un thriller adrenalinico, serrato, in cui lo scorrere del tempo accresce la tensione verso un finale spiazzante, (anche se naturalmente che un certo personaggio fosse un bastardo è un sospetto che viene già dalla sua prima apparizione). Quindi dimenticate la noia e i tempi morti, Lee Child in questo campo è il migliore. Unico punto debole, è che i suoi romanzi si leggono troppo in fretta e subito sono già finiti.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. www.leechild.com  Sito ufficiale (in inglese)

:: Un’ intervista con Loredana Limone a cura di Elena Romanello

4 giugno 2014 by

le_stelle_non_stanno_a_guardareLoredana Limone è tornata a Borgo Propizio con il secondo libro della serie, E le stelle non stanno a guardare, pubblicato sempre da Salani. Sentiamo cosa ha da raccontare in merito a questa nuova visita ad un luogo che per molti è più reale di uno reale.

Come è questo nuovo capitolo a Borgo Propizio? E perché ci sei tornata?

I personaggi avevano altro da raccontarmi. Io, con infinito piacere, li ho raggiunti nella piazza del Municipio e nelle viuzze borghigiane, e li ho ascoltati scrivendo… praticamente sotto loro dettatura.
Grazie alla nuova giunta, molto operosa, capeggiata dall’illuminato sindaco Felice Rondinella, in questo secondo romanzo il borgo si presenta diverso dal paesello semidisabitato, decadente e decaduto qual era: le case e il Castelluccio sono stati rimessi a nuovo ed esiste un museo medievale meta di turismo da ogni dove. E le stelle non stanno a guardare ruota intorno all’apertura della biblioteca civica voluta dall’assessore alla Cultura, tale professor Tranquillo Conforti (in barba al suo nome, è un nevrotico), evento per il quale si organizza addirittura un festival letterario perché non basta il mero taglio del nastro: a Borgo Propizio tutti pensano in grande, a cominciare dall’autrice!

Cosa hai percepito e recepito dai tuoi lettori sul tuo primo libro e quanto di questo è finito nel secondo libro?

Con il primo libro, il commento più frequente, che mi ha resa felicissima, è stato “l’ho letto con il sorriso sulle labbra”. In un periodo così difficile, credo che far sorridere sia un grande successo. Il secondo sta fortunatamente ricevendo giudizi di conferma da un’ampia platea di lettori, con l’aggiunta de “la scrittura è maturata”. Io non potrei desiderare nulla di più!

Ma secondo te perché Borgo Propizio è così amato e tu cosa ami di questo posto che non c’è?

Tutti noi – ne sono sicura – abbiamo un luogo dentro l’anima dove rifugiarci, che ci accoglie, ci consola, ci dà calore e colore. Questi due romanzi forse indicano la strada per raggiungere ognuno il proprio borgo propizio. Almeno, penso. Ciò che posso dirti è che, Alessandra Appiano in primis e poi diversi psicologi, lo hanno definito terapeutico. Per me, che ne amo ogni singola pietra, lo è stato scriverlo.

Il titolo di questo secondo capitolo è letterario classico: perché?

Confesso di non saper fare i titoli, e infatti i miei sono merito della mia agente di concerto con l’editore. Dopo che ebbero letto questo romanzo, l’osservazione fu: “certo, qui le stelle non stanno mica a guardare”; seguì: “e no”, “e già”. Ed ecco il titolo. A differenza delle stelle di Cronin, le quali guardano impotenti i poveri rimanere poveri, i minatori ridiscendere in miniera, i ricchi restare ricchi, i furbi farsi strada, le stelle di Borgo Propizio sono molto attive e influenzano gli accadimenti.

Ci saranno tue nuove intrusioni a Borgo Propizio?

Si tratta di una trilogia e io ho debitamente consegnato il successivo a chi di dovere. Ma credo che la pubblicazione dipenda anche dall’andamento del secondo. Dunque, il terzo romanzo e io siamo nelle mani dei lettori…

:: La moglie dell’aviatore, Melanie Benjamin, (Neri Pozza, 2014) a cura di Viviana Filippini

3 giugno 2014 by

la_moglie_dell_aviatoreTraduzione Maddalena Togliani

Charles Augustus Lindbergh è stato uno dei più importati aviatori americani del Novecento. Il suo nome è dentro a tutti i libri di storia, perché quest’uomo, figlio di immigrati svedesi, fu il primo a compiere la traversata aerea dell’Oceano Atlantico, da New York a Parigi il 20 maggio del 1927. L’unica compagnia di Lindbergh, durante questa impresa lunga 33 ore, fu il suo monoplano ribattezzato Spirt of Saint Louis. Questo è quello che conosciamo dell’aviatore, ma di recente la Neri Pozza editore ha pubblicato La moglie dell’aviatore, della scrittrice americana Melanie Benjamin, nel quel la vita del famoso pilota è narrata dal punto di vista della moglie Anne Morrow. La biografia romanzata comincia nel 1927 quando la giovane Anne, figlia dell’ambasciatore americano in Messico Dwight Morrow, incontra il taciturno e famoso pilota ad una festa che i genitori di lei hanno organizzato nella speranza che Lucky Lindy (così è soprannominato Lindbergh) si innamori di Elizabeth la sorella maggiore di Anne. I coniugi Morrow sbagliano il calcolo, perché Lindbergh non prova il minimo interesse per Elizabeth, lui è incuriosito e attratto da Anne, dai suoi capelli scuri e dal suo fisico prorompente. Tra i due ragazzi nascerà subito una forte complicità che un po’ alla volta si trasformerà in amore, completato dal matrimonio. Il romanzo è ricco di sentimento, ma anche delle mirabolanti avventure in volo vissute dalla coppia. Non a caso Lindbergh, dopo il matrimonio con Anne nel 1929, continuò a volare e con sé portò anche la moglie che non aveva il semplice ruolo di “bella figurina”, come diremmo oggi. Anne era il suo copilota durante le trasvolate e in ogni giorno della vita. La Benjamin evidenzia una profonda diversità caratteriale tra Anne, una donna e madre espansiva, protettiva nei confronti dei figli e delle persone amate e Charles, un uomo sì capace di amare, ma molto severo e militaresco nel suo modo di vivere il lavoro e la vita in famiglia. Questa schematica rigidità nel comportamento e nelle relazioni con gli altri renderanno a Lindbergh la vita complicata tanto che, da un lato, non riuscirà mai ad avere un vero rapporto con i quattro figli e, dall’altro, gli creerà problemi a livello sociale. Basta ricordare che nel 1932, dopo la drammatica morte del primogenito Charles A. Lindbergh III, rapito e assassinato nonostante il pagamento di un ingente riscatto, Anne prenderà una posizione precisa verso il marito, ribellandosi alla sua autorità e mettendo in chiaro la volontà di avere un vita tranquilla. Per facilitare questo, i Lindbergh decideranno di andare a vivere in Europa e durante questo soggiorno di quattro anni, dal 1935 al 1939, la vicinanza e la simpatia dell’aviatore per il Terzo Reich diventeranno oggetto di accese critiche nei suoi confronti da parte dell’opinione pubblica americana, fino a quando tutta la famiglia lascerà l’Inghilterra, dove aveva deciso di vivere, per tonare negli U.S.A. L’autrice fa raccontare tutto questo ad Anne che con il suo resoconto – nel quale si mescolano alla perfezione fatti reali ed elementi di invenzione letteraria – rende noi lettori partecipi della dimensione privata della sua vita, nella quale dagli anni Quaranta in poi si consolideranno sempre più i rapporti con i figli, ma diventeranno sempre più deboli quelli con il marito. Ciò che emerge da ogni pagina è l’estrema freddezza di Lindbergh che sembra vacillare, almeno in apparenza, solo alla fine del libro. Tale razionalità si oppone all’emotività di Anne che, nonostante dimostri una grande forza d’animo e coraggio, ha in sé un umiltà tale da riconoscere i propri errori e debolezze. Nel passato narrato da Anne, l’autrice innesta dei frammenti temporali del 1974, concentrati negli ultimi giorni di vita dell’aviatore. La cosa interessante di questi attimi è che ci fanno capire come l’amore iniziale tra la narratrice e Charles si trasformò nel tempo non solo per la voglia pace di Anne, ma per i troppi e frequenti viaggi di lavoro di Lindbergh. Trasferte che riveleranno verità inaspettate per Anne, tanto dolorse da spingerla a rivalutare tutta la vita a fianco di Lucky Lindy.

Melanie Benjamin è nata nel 1962 a Indianapolis. Ha pubblicato racconti su «In Posse Review» e «The Adirondack Review» e numerosi romanzi. Il suo Alice I have been è stato inserito tra i migliori bestsellers del New Yotk Times. Attualmente vive a New York con la famiglia e lavora per la casa editrice americana Random House.

:: Un’ intervista con Sacha Naspini

3 giugno 2014 by

il-gran-diavoloBenvenuto Sacha, e grazie per aver accettato questa mia intervista in occasione dell’uscita del tuo nuovo romanzo, Il Gran Diavolo, un romanzo storico questa volta, edito da Rizzoli. Innanzitutto perché non un thriller storico? Sembra sia un genere molto richiesto dagli editori.

Ciao! L’idea (come avremo modo di vedere più avanti) era quella di tratteggiare i contorni di un personaggio particolare. Ma niente di didascalico: cercavo il romanzo, appunto. Con Giovanni de’ Medici ho trovato anche di più. Un’occasione. Per dare un nuovo senso al mio lavoro, soprattutto in termini di sperimentazione.

Come sei giunto all’idea di lasciare momentaneamente il noir, e dedicarti al romanzo storico?

La passione per la storia c’è da sempre, e permea, qua e là, quasi tutta la mia produzione (ne L’ingrato si tocca la Parigi della Belle Époque, per esempio, ne I sassi c’è la Primavera di Praga; poi penso a I Cariolanti, a Le nostre assenze, dove si trovano incursioni nella prima e seconda guerra mondiale. E così via). Ma un romanzo di vera ambientazione storica, non lo avevo mai affrontato. Mi attirava tantissimo l’idea.

Parlaci del tuo arrivo in casa Rizzoli. Come sono andate le cose?

La faccio breve. È la fine del 2012 o giù di lì. Un giorno ricevo una chiamata da Michele Rossi. Dice di aver letto le mie ultime cose, e mi propone un contratto al buio (con tutti i crismi del caso). Io accetto. La cosa stupenda è che entrambi non abbiamo assolutamente idea del libro che uscirà. Entra in campo Stefano Izzo, e ci mettiamo a guardare le bozze che ho in cantiere…

Come è nato il soggetto? Cosa ti ha attratto maggiormente di Giovanni de’ Medici, un ragazzaccio, sulle prime, sempre in mezzo ai guai, tra risse e donne. Bandito più volte.

Stefano, un giorno, mi parla di questo nuovo progetto Rizzoli: la collana de I signori della guerra. E finisce lì. Io sono in giro, per la promozione de Le nostre assenze. Dopo un incontro alla Feltrinelli di Firenze, mi ritrovo in fondo alla galleria degli Uffizi, dove c’è la nicchia di Giovanni delle Bande Nere. E ho una specie di lampo. Nella testa vedo il film di Olmi (che tratta i suoi ultimi giorni), i capitoli di qualche saggio… Ma di romanzi, pensando a lui, non ne ricordo. Tornato a casa, faccio un po’ di ricerche, e mi accorgo di avere ragione: biografie storiche, saggi veloci… Alzo il telefono e chiamo Stefano. Gli dico: «Senti, ricordi quella nuova collana di cui mi hai parlato? Forse ho trovato un personaggio che mi piacerebbe raccontare». Buttai giù un soggetto grezzissimo, e glielo mandai. Due pagine in croce. Stefano mi rispose poco dopo: “Hai carta bianca”.

Non una biografia romanzata, ma proprio un vero romanzo, con una sua atmosfera, un suo filo conduttore. Quali pensi siano le insidie che nasconde questo genere letterario? Gli aspetti più complessi, se non proprio ostici, che hai incontrato e forse non ti aspettavi.

Esatto: un romanzo. Io cercavo quello, ed ero convinto di averlo trovato. Scartabellavo, compravo tomi. Insomma, cercavo di allinearmi con la suggestione che sentivo crescere dentro. Avevo deciso di piazzarmi in terza persona. Volevo un portamento deciso ed evocativo – ma non troppo. E poi i dialoghi, il “taglio” da usare. Non vedevo l’ora di sperimentarlo nella parola in azione. Perché per me erano questi due gli aspetti più insidiosi: l’intenzione del narrato, e la voce dei personaggi. Un equilibrio sottile, che rischiava di rompersi con niente. Naturalmente, il tutto doveva rispettare la mia voce. Okay, era la storia di Giovanni de’ Medici. Ma soprattutto, doveva essere la storia di Giovanni de’ Medici raccontata a modo mio.

Parlaci di lui. È un personaggio sfuggente, e non privo di sfumature controverse. Era un soldato, un leader, capace di farsi amare dai suoi uomini, e spietato in battaglia; i Lanzichenecchi, soldati passati alla storia proprio per la propria ferocia, l’avevano soprannominato il Gran Diavolo. Era un sognatore secondo te, o un uomo concreto, ben integrato nel suo tempo?

Era Medici di nome, ma di sangue faceva Sforza, e di brutto. È una cosa che nel romanzo viene fuori, fin dalle prime pagine. Un figlio di Marte, a tutti gli effetti; e nato esattamente nel contesto storico congeniale alla sua indole. Considerando l’epoca, ha avuto una vita molto “rock”, per così dire (morte prematura compresa). Era un uomo di sangue, ma che seguiva princìpi cavallereschi. In certe occasioni, talmente saldo da sembrare ottuso. Comunque spietato. Il contesto storico lo rendeva feroce, ma lo sforzo era minimo, credo, perché la fibra naturale latrava in quella direzione (se ne ha una prova leggendo i suoi carteggi, per esempio, quelli scritti di suo pugno). E sognava, sì. Pur essendo allineato con la crudeltà del suo tempo, era costantemente spronato da una volontà di affermazione – lo dimostra lo strenuo tentativo di creare un proprio Stato, come la ricerca di un’identità, una conferma. Tutte questioni che ho cercato di toccare nel libro.

Che differenze vedi tra un Cesare Borgia e Giovanni delle Bande Nere?

Sono personaggi profondamente diversi. Se l’uno è un abile calcolatore disposto a ricorrere alle peggiori bassezze pur di raggiungere lo scettro del potere, l’altro si disinteressa totalmente dei giochi di palazzo, e vive all’insegna del furore e del coraggio (cieco, spesso), senza porre le sue amate Bande Nere dietro a niente e nessuno.

Parlaci adesso del tuo co-protagonista Niccolò Durante, il Serparo Marsicano. Si basa su un personaggio storico realmente esistito o è frutto solo della tua fantasia?

Qui c’è il mio romanzo vero. Per molti, è lui il protagonista del libro, ed era proprio questa l’intenzione primordiale: accendere una vista potente su un personaggio di mia invenzione (seppure ispirato da un documento di cui non saprei dire la veridicità). Mi piaceva l’idea di mettere queste due vite a confronto. Il Gran Diavolo si apre con l’infanzia di questi due ragazzi. Estrazioni sociali agli antipodi, e motivazioni diverse per affrontare il mondo. Niccolò Durante (che dopo l’arruolamento nelle Bande diverrà il Serparo Marsicano), oltre a combattere la guerra per la vita, ne vive una più intima, nell’anima. Mi sono divertito tantissimo nel creare questo guerriero negromante, custode di antiche conoscenze. È un personaggio che resta nel cuore dei lettori, e le sue avventure tra le Bande Nere aprono una telecamera sulla vita dei mercenari. La storia segue comunque un solco preciso: le vicende di Giovanni de’ Medici. Chi legge, in un certo qual modo si arruola tra i combattenti di ventura.

Come hai ricostruito i dialoghi tra soldati, da che modello sei partito?

Come dicevo prima, quella è roba mia. Nessun modello, nessuna ispirazione (cosciente). Forse, uno degli obiettivi del romanzo storico è quello di “avvicinare” ai nostri sensi interiori le atmosfere, le suggestioni di epoche ormai andate. Dare voce a quei personaggi è un momento delicatissimo della scrittura: un’intonazione sbagliata, può far cadere il libro di mano. Io avevo la mia idea, in proposito. C’era da riportare la voce di personaggi delle alte sfere del comando (ufficiali, Papi, nobiletti), e quella un po’ “di strada” dei pirati di terra che formavano le Bande. Alla fine, ho solo lasciato che risuonassero sulla pagina per come le sentivo dentro (le avvertivo giuste: né troppo vicine né impaniate in quell’ampollosità arcaica che volevo a tutti i costi evitare). Dovevano essere credibili. Insomma, che rendessero bene “il film”, per capirci.

A proposito di film: davvero nessuna proposta per un adattamento cinematografico?

Questa è una domanda cui non posso rispondere. Per scaramanzia, soprattutto. Quindi, un po’ ho risposto.

Scenario del romanzo, l’Italia rinascimentale di inizio ‘500. Come ti sei documentato? Su che testi, vedendo quali film, documentari?

Prima di tutto, ho recuperato una serie di tomi sul personaggio. Poi ho fatto un tuffo vero e proprio nel 1500, tra saggi e romanzi che spizzicavo qua e là. E i film, certo. Ho già citato Olmi, per esempio. Poi, mi sono imbattuto nel Giovanni dalle Bande Nere di Cesare Marchi (non a caso lo ringrazio, a fine libro). Una biografia storica di cui mi sono innamorato; che ho usato quasi come “guida”.

Il Rinascimento fu un periodo ambiguo, da un lato guerre ferocissime, malattie, tradimenti, congiure; dall’altra l’esplodere dell’arte, della filosofia con al centro l’uomo e le sue sconfinate possibilità. Cosa ti affascina di più di quel periodo?

Be’, un po’ tutto. È un momento storico pieno di contraddizioni, è vero. Ma alla fine, fu un movimento spontaneo. La percezione lucida di un’epoca avviene sempre a posteriori. Quel che puoi tentare di fare con un romanzo, è cercare di accendere certe pulsazioni. Inoltre, c’è da dire che sono toscano, e probabilmente questo fatto ha contribuito. Ho vissuto a Firenze. Voglio dire: se non sei refrattario a certi magnetismi, un po’ ti entra nelle ossa. Intendo quella risonanza, quel fascino. Durante la stesura del romanzo, mi sono trovato spesso a scrivere “con cognizione”. Non solo dal punto di vista delle informazioni.

Il libro è dedicato a Luigi Bernardi. Cosa direbbe del tuo successo se fosse ancora tra noi?

Tocchi un tasto particolare. Da quando Luigi se n’è andato, non ho mai scritto una sola parola su di lui. Sono mesi che mi riprometto di buttare fuori della roba, per provare a dare un nome a tutto questo silenzio che mi ha lasciato addosso. Ancora non ci riesco, ma ci riuscirò. Glielo devo. Me lo devo. Mi piacerebbe non dire di più.

E tra i ringraziamenti figura pure Gordiano Lupi. Lui invece che ne pensa?

È stato il mio primissimo editore, otto anni fa. E a tutt’oggi curo la redazione delle Edizioni Il Foglio (che, come sapete, Gordiano ha fondato e ancora dirige). Ma ormai, è soprattutto un amico. Quando gli dissi che stavo per scrivere un romanzo storico, fece tanto d’occhi. Un po’ perché è un genere che di solito non legge; un po’ perché, pur provandoci, non riusciva a immaginare come io potessi muovermi dal punto di vista narrativo. Per sapere cosa pensa Gordiano Lupi de Il Gran Diavolo, vi rimando al pezzo che ha scritto per Leggere Tutti di questo mese (giugno): http://wp.me/ppUgZ-Aj

L’intervista è finita. Nel ringraziarti ancora della disponibilità, mi piacerebbe sapere se hai altri progetti in cantiere.

Il prossimo romanzo arriva a Natale. Si tratta di Ciò che Dio unisce, lo pubblica Piano B – un editore giovane e con le idee chiare, con cui ho già fatto un racconto lungo (Marito mio, in “Toscani maledetti”, curato da Raoul Bruni). Quindi sarà la volta di una saga per ragazzi, ma è ancora troppo presto per parlarne. Per il momento, mi sto concentrando sul nuovo romanzo. È narrativa pura (con un titolo bellissimo). Inoltre, affianco un regista nella stesura di una serie tv; è un soggetto fotonico, con cui stiamo cominciando a fare sul serio. E c’è un altro storico in vista, di ispirazione gotica… Per il resto, proseguo con il lavoro di redazione. E continuano i laboratori di scrittura. Senza considerare che il tour de Il Gran Diavolo andrà avanti per tutta l’estate. Alcune date: il 5 giugno al Liceo Classico Galilei di Pisa (incontro aperto al pubblico); l’8 giugno c’è la Disfatta di Calcinaia (PI); il 12 giugno al Bahia Mia di Follonica (GR); il 26 giugno alla Notte Bianca di San Gimignano (SI); il 6 luglio a Viterbo, per Caffeina 2014… Tutte le presentazioni saranno comunque riportate di volta in volta qui: www.sachanaspini.eu

:: La rivalsa delle scimmie, Aldous Huxley, (Gargoyle, 2014) a cura di Davide Mana

3 giugno 2014 by

larivalsadellescimmiewebEd era vostro nonno, oppure vostra nonna, ad essere una scimmia?”

È impegnativo, chiamarsi Huxley, e scrivere di scimmie.
Il 30 giugno 1860, il vescovo Samuel Wilberforce (noto ai suoi ammiratori come “Soapy Sam” – “Sam il viscido”) chiese a Thomas Huxley (noto ai suoi ammiratori come “il Mastino di Darwin”) se si considerasse un discendente di scimmie da parte di padre o di madre.
Si era in quel di Oxford, durante un dibattito sulle teorie di Charles Darwin.
Secondo i testimoni, Huxley mormorò “Ecco, Dio ha posto quest’uomo nelle mie mani affinché io possa farne ciò che voglio“, e poi rispose che non ne aveva idea di quale ramo della sua famiglia fosse scimmiesco, ma si sarebbe vergognato di più ad avere fra i propri antenati una persona che usasse le proprie doti per offuscare la verità.
Ottantotto anni dopo, il nipote di Thomas Huxley, Aldous Huxley, pubblicò una storia intitolata Ape and Essence, sulla quale l’ombra di quel confronto oxfordiano grava inequivocabilmente.
Distopico e pessimista, il libro – che ora viene tradotto e presentato al pubblico italiano da Gargoyle col titolo di La Rivalsa delle Scimmie – si apre il giorno dell’omicidio di Gandhi (il 30 gennaio 1948) e utilizza un espediente narrativo classico – quello del manoscritto ritrovato – per trasportare il lettore in un mondo post-apocalittico.
Una sceneggiatura mai realizzata e fortunosamente riscoperta descrive un mondo da incubo: le scimmie hanno cancellato la civiltà umana, scatenando una guerra termonucleare e biochimica.
Sopravvive la Nuova Zelanda, e da qui, un secolo dopo la caduta, una spedizione di scienziati si dovrà confrontare con ciò che adesso è il genere umano – un’orida dittatura religiosa che pratica una forma radicale di eugenetica, e che adora il demonio.
Nella scena culminante della sceneggiatura ritrovata, uno degli scienziati si confronta con il “vicario” a capo della comunità – in un duello intellettuale che ricorda da vicino quello fra Huxley e Wilberforce.
A fare da contrappunto alla narrativa principale, una serie di scene slegate mostrano diversi aspetti della civiltà delle scimmie, in una ferocissima satira della civiltà umana del ventesimo secolo.
La Rivalsa delle Scimmie è una storia feroce, ed in ultima analisi estremamente spiacevole – non c’è redenzione per l’umanità in questa storia, ed è palese che secondo Huxley è stato l’elemento scimmiesco, animale ed irragionevole a prevalere nell’evoluzione umana, tanto che la società dei babbuini descritta nel romanzo è alla fine indistinguibile dalla nostra.
Rispetto ai due lavori più vicini tematicamente nel canone fantascientifico, ne La Rivincita delle Scimmie manca l’elemento avventuroso che solleva il pessimismo de Il Pianeta delle Scimmie di Pierre Boulle, manca il positivismo che rende Genus Homo di Lyon Sprague De Camp una lettura divertente.
Opera considerata a lungo “minore” nella produzione di Huxley, La Rivincita delle Scimmie è un titolo indispensabile nella definizione della narrativa distopica, e merita una lettura – per quanto possa gettare il lettore in un lieve stato depressivo.

Aldous Huxley (1894-1963) è uno degli scrittori e intellettuali inglesi più im­portanti della sua generazione. Tra le opere più significative ricordiamo: Giallo Cromo, Punto contro pun­­to, Il mondo nuovo, Il tempo si deve ferma­re, Le porte della percezione e L’isola. Grande viaggiatore, soggiornerà in va­ri paesi, tra cui anche l’Italia, terra natale della sua seconda moglie. Dopo una lunga malattia, muore il 22 no­­vem­bre 1963, giorno dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy.

:: Rosso caldo, Patrizia Rinaldi (EO, 2014) a cura di Natalina S.

2 giugno 2014 by

rosso-caldo-di-patrizia-rinaldi-L-DtTZ3UFinalmente a casa. Ho atteso questo ritorno da un po’. Dopo le uscite di Blanca e Tre, numero imperfetto, Patrizia Rinaldi, scrittrice dal tratto indiscutibilmente raffinato e personale, ritorna ad impastare le mani nel sangue. Rosso Caldo, pubblicato come gli altri da E/O, continua la serie che vede la sovrintendente di polizia, Blanca Occhiuzzi, e gli inarrestabili compagni di viaggio, l’ispettore Arcangelo Liguori, il commissario Vincenzo Martusciello e l’agente scelto Peppino Carità, impegnati in due nuove indagini. In una primavera annunciata dal profumo di glicine e malvarosa ma bagnata dalla pioggia di un cielo imbrogliato, il commissariato di Pozzuoli è chiamato a scavare nell’animo, irrequieto e macabro, del seicentesco Palazzo de Pignatta. Una struttura che, oltre conservare la facciata non preoccupandosi del degrado interno, impettita come i signorotti dell’età, si erge in posizione di supremazia sulla piazza del popolino, ed insieme alla chiesa, agghindata di fregi barocchi, ricordano a tutti dispute ataviche dall’odore stantio. Ed è proprio l’odore una componente essenziale del romanzo che insieme ai rumori, ai sapori e alla ruvidezza, di cose e parole, conducono Blanca nella risoluzione dei casi. Ci si completa nella mancanza, come succede in amore, spinti a cercare la persona che contenga i granelli giusti, quelli che s’incastrano negli interstizi più fini, per dare solidità e robustezza al sentimento. Blanca manca nella vista. È ipovedente dall’età di tredici anni e da allora tiene calda una promessa che preme e fa scorrere il sangue, rosso e caldo, delle sue vene. Perché solo le passioni possono muovere le azioni, belle o brutte che siano. Cambiano solo le conseguenze. I sentimenti puliti riflettono e rinfrangono raggi che illuminano e riscaldano; quelli guasti penetrano e marciscono all’umidità dell’ombra ed è, solo, l’odore a riportarli alla luce. Con un’abilità straordinaria, l’autrice conduce noi lettori a bere l’amaro calice facendoci assaporare, poco alla volta, la parte meno buona e, talvolta, il fiele che ognuno di noi si porta dentro. Sono gli stessi personaggi a raccontarsi, a sfogare fragilità e pulsioni, impugnando, di tanto in tanto, la narrazione in prima persona come a richiamare una maggiore intimità con il lettore, scivolando in una confidenza che ci rende partecipi di una pena che è simile a quella di noi tutti, eterni mortali. Ci avvicina al suo sentire, Blanca, Patrizia. Un sentire che è donna, madre, figlia, sorella, amica, indagatrice, nel senso più nobile del termine. Un sentire che muta pur rimanendo identico a se stesso nell’attraversare uno spazio e un tempo. Come se il tempo fosse qualcosa di tangibile e si potesse attraversare. E forse lo è, tramite l’animo dei personaggi che da Blanca a Rosso Caldo passando per Tre, numero imperfetto, muta pur rimanendo lo stesso come una giostra che ritorna al punto di partenza portando con sé paure e risatelle della sfida contro la pesantezza o leggerezza del vento. Le sfide della vita. Molti lettori e scrittori hanno definito le opere di Patrizia Rinaldi: romanzi di genere assolutamente fuori dal genere. Ed effettivamente, i suoi, sono gialli in cui il colore serve a tingere le emozioni che lei stessa è in grado di descrivere in mille altri modi, attraverso l’uso di tutti gli elementi percettivi. Il giallo è lo strumento che le permette di indagare e penetrare tra le fessure del tempo, per giungere al punto in cui è avvenuta la rottura degli equilibri a dispetto di una scrittura straordinariamente equilibrata, in cui metafore, similitudini, allegorie trovano giusta collocazione senza mai urtare o stridere. Una scrittura che non è invasiva ma semplicemente morbida come una carezza che sfiora la passione che oltrepassa il confine e si colora di rosso, un rosso caldo.

Patrizia Rinaldi: vive e lavora a Napoli, dove è nata nel 1960. È autrice di diversi gialli, tra cui ricordiamo Il commissario Gargiulo (Stampa alternativa 1995), Napoli-Pozzuoli. Uscita 14 (Flaccovio editore 2007), Ninetta Ridolfi e gli oggetti affettuosi (Mondadori 2008, primo premio al concorso Profondo giallo 2007). È anche autrice di libri per ragazzi, tra cui Rock sentimentale (El 2011) e Mare Giallo (Sinnos 2012), e di numerosi racconti e novelle apparsi in diverse antologie. Nel 2012 le edizioni E/O hanno pubblicato Tre, numero imperfetto, il noir più votato dalla giuria popolare del premio Scerbanenco 2012, romanzo che è stato poi tradotto anche in inglese e in tedesco, e nel 2013 Blanca.

:: L’assassino scrive di notte, Elizabeth Daly (Polillo, collana I Bassotti, 2014) a cura di Giulietta Iannone

2 giugno 2014 by

assassinoL’assassino scrive di notte (Nothing Can Rescue Me, 1943), edito da Polillo nella collana I Bassotti e tradotto da Marisa Castino Bado, è un mystery classico, di un’autrice, Elizabeth Daly, vincitrice del premio Edgar per l’insieme della sua produzione (ben 16 gialli dedicati al personaggio di Henry Gamadge, bibliofilo con l’hobby del delitto) e con un’estimatrice d’eccezione, niente meno che Dame Agatha Christie, che la considerava la sua autrice americana preferita.
Con credenziali simili un po’ di curiosità è lecita, sebbene il suo nome non sia tra i più conosciuti, almeno in Italia. Per farsene un’idea la Daly esordì nel 1940 con Unexpected night edito in Italia nei classici del Giallo Mondadori con il titolo Notte d’angoscia n 812-1998, in cui per la prima volta apparve il personaggio di Henry Gamadge, giovane e coltissimo appassionato di libri antichi, detective dilettante alle prese con casi bizzarri che vedono protagonisti personaggi del bel mondo, ricchi e annoiati.
L’assassino scrive di notte ci porta a Underhill, vecchia villa di campagna poco lontana da New York, dove è ambientata la vicenda che coinvolge la proprietaria Florence Hutter Mason e lo stretto circolo di amici e conoscenti suoi ospiti. Qualcuno, sicuramente uno dei suoi ospiti, o dei suoi dipendenti, non escludendo tra i sospettati pure il giovane e sfaccendato marito, inserisce nella notte all’interno del dattiloscritto che sta scrivendo, (un romanzo d’amore), frasi minacciose che ben presto si scopre sono citazioni di autori famosi: Poe, George Herbert, John Ford e Christopher Marlowe.
Spaventata si rivolge al nipote Sylvanus Hutter, il quale contatta al suo club il vecchio amico Henry Gamadge invitandolo a Underhill per qualche giorno, per svolgere l’indagine e scoprire chi è il misterioso burlone, sempre che di una burla si tratti. Gamadge accetta, e subito capisce che lo scherzo non è così innocuo come sembra, e ben presto i suoi sospetti vengono confermati: Sylvanus viene trovato morto nel suo studio. La sua morte, svincolando il patrimonio, lascia Florence erede di un ingente patrimonio, mettendola ancora più in pericolo.
Ormai è chiaro che c’è un assassino in azione, una assassino spietato e deciso ad ottenere quello che vuole, che forse si nasconde tra i beneficiari dei sempre nuovi testamenti di Florence. Gamadge si ingegna, interroga i probabili sospetti, aiutando la polizia che brancola nel buio, ma non fa in tempo a scoprire qualcosa che l’assassino colpisce ancora, questa volta con il cianuro.
Tra testamenti, moventi riconducibili al denaro, (ma sarà solo il denaro il vero motore di questa storia assai intricata?), litigi, accuse, Gamadge si districa con la sua solita eleganza e nella conclusione classica per ogni mystery con tutti riuniti in una stanza a pendere dalle labbra dell’investigatore, scopriremo chi è l’assassino e tutti i retroscena del suo diabolico piano in cui anche la pazzia ci ha messo lo zampino.
Con stile scorrevole e una certa semplicità espressiva la Daly tesse una storia di faide familiari e intrighi, complessa e piena di vicoli ciechi, che si stempera in un finale piuttosto tradizionale. Punti forti del romanzo la simpatia di Gamadge, e lo spaccato sociale di un mondo in piena Seconda Guerra Mondiale, un mondo di ricchi naturalmente con appartamenti in città e ville in campagna, legati e lasciti, a volte vittime di matrimoni di interesse e quasi sempre di noiose conversazioni con cocktail in mano. Un mondo vano, inutile, in cui qualcosa stride ma mai abbastanza. Sempre avvolto da una nuvola rosa di leggerezza e superficialità. La Daly evidentemente parla di un mondo che consce bene e lo fa con una certa benevolenza, senza picchi di critica sociale, caratteristica che in un certo senso la accomuna alla stessa Christie, specie per l’attenzione alle strutture sociali dell’alta borghesia inglese di quest’ultima, accettate e mai messe in discussione.
Pur tuttavia la lettura è piacevole, scorre senza intoppi, divisa in capitoli preceduti da titoli ironici e esplicativi. Che il delitto non paga, è il tipico messaggio sotteso alla trama, che il denaro, a volte la vendetta, sono i moventi più comuni che spingono ad uccidere, persone anche apparentemente innocue e inoffensive, e un altro messaggio tipico di questi romanzi, in cui la figura positiva dell’investigatore si erge contro il crimine senza zone d’ombra tipiche del noir. Lieto fine naturalmente incluso, ristabilitatore di quell’ordine che il delitto incrina, anche se funestato da un senso di inevitabile tragedia che l’eroe protagonista non riesce ad evitare. Dunque sì affidabile, ma non infallibile. Buona lettura.

Elizabeth Daly (1879-1967) nacque a New York da una delle famiglie più in vista dell’alta borghesia americana dell’epoca. Dopo la laurea alla Columbia University, a partire dal 1904 insegnò per alcuni anni al Bryn Mawr College, che già aveva frequentato da studentessa. Il suo interesse principale fu il teatro, per il quale lavorò come autrice, produttrice e regista di compagnie amatoriali. Da sempre accanita lettrice di detective stories — uno dei suoi autori preferiti fu Wilkie Collins — intorno al 1930 cominciò a cimentarsi, inizialmente senza successo, nella stesura di gialli. Solo nel 1940, quando aveva già compiuto sessant’anni, diede alle stampe il suo primo romanzo, Unexpected Night (Notte d’angoscia), al quale fecero seguito altre quindici opere. Il personaggio principale, presente in tutte le sue storie, è Henry Gamadge, un raffinato bibliofilo con l’hobby delle investigazioni. Nel 1960, a poco meno di dieci anni dalla sua ultima fatica letteraria (The Book of the Crime, 1951), l’associazione dei Mystery Writers of America le assegnò il premio Edgar per l’insieme della sua produzione. Tra i grandi estimatori della Daly va ricordata Agatha Christie.

:: L’ombra dolce, Hoai Huong Nguyen, (Guanda, 2014) a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2014 by

ombraBreve romanzo d’esordio, poco più di 150 pagine, di Hoai Huong Nguyen, scrittrice e poetessa francese di origini vietnamite, L’ombra dolce (L’ombre douce, 2013), tradotto da Marcella Uberti-Bona e pubblicato in Italia da Guanda (in Francia da Les Éditions Viviane Hamy), ci porta nell’Indocina dei primi anni ’50, durante la prima guerra tra l’esercito coloniale francese e l’esercito popolare indipendentista di matrice comunista, capeggiato da Ho Chi Minh, pressappoco quando fu ambientato Un americano tranquillo di Graham Greene, romanzo che mi è venuta voglia di rileggere e recensire.
Vincitore di una sfilza di premi tra cui il Prix Marguerite Audoux 2013, il Prix Première-RTBF 2013, il Prix du Salon du Livre de Genève 2013, il Prix Lire Élire – Bibliothèques pour tous Nord Flandre 2013, il Prix littéraire Asie de l’Adelf e il Prix du premier roman de Sablet 2013, L’ombra dolce, pur sullo sfondo di un conflitto bellico tra i più sanguinosi, ma quale guerra non lo è, ci narra la delicata storia d’amore tra una giovane ragazza vietnamita Mai, e un soldato francese Yann, separati da differenze etniche ed economiche, ma nello stesso tempo uniti da quello che Goethe ebbe modo di definire affinità elettive.
I due giovani si incontrano ad Hanoï nell’ospedale militare di Lanessan, dove Yann si trova ricoverato e la bella Mai lavora come infermiera. Tutto dicevo sembra dividerli: la guerra, appena guarito Yann sarà rimandato al fronte, le famiglie, il padre di Mai ha destinato la figlia in moglie a un ricco uomo di affari di origini cinesi, e non accetterà certo di buon grado questa intemperanza della figlia più giovane, l’educazione, la razza. Ma l’amore naturalmente supera tutti gli ostacoli o almeno ha l’illusione di farlo.
Con grande delicatezza e con uno stile poetico molto peculiare, Hoai Huong Nguyen dunque ci parla di amore, di guerra, e di quanto il destino non preveda sempre un lieto fine anche alle storie che lo meriterebbero. La dolcezza del titolo sembra la qualità principale che arricchisce le pagine e dona a questo amore, narrato con profonda sottigliezza psicologica, la sua sottile carica eversiva e ribelle. L’amore dei due giovani infatti si eleva tra il frastuono delle armi come un canto di pace, un canto in cui la bellezza della natura (anche sotto le violente intemperie) fa da contraltare alla drammaticità di eventi e ripercussioni.
Se l’amore di Yann e Mai è destinato a un futuro lo scopriremo nelle ultime pagine di struggente malinconia e fascino di questo romanzo, pagine capaci di evocare nel lettore una partecipata empatia per le sorti dei protagonisti. Ma dopo tutto l’amore è una fragile forza, molto spesso destinata a soccombere, non prima però di aver cambiato nel profondo ciò che si credeva inevitabile. E questo è già di per sé un miracolo e l’autrice ha senz’altro il merito di trovare le parole giuste per descriverlo.

Hoai Huong Nguyen è nata in Francia da genitori vietnamiti. Il suo nome significa “Ricorda il paese” in riferimento allo sradicamento della sua famiglia. Di lingua madre vietnamita, ha studiato francese a scuola. Detiene un dottorato di ricerca in Lingue moderne su L’eau dans la poésie de Paul Claudel et celle de poètes chinois et japonais e ha già pubblicato due raccolte di poesie Parfums e Déserts. Attualmente insegna Comunicazione presso un IUT. L’ombra dolce è il suo primo romanzo.

:: Canti d’abisso, a cura di Alessandro Morbidelli, (Origami editore, 2014) a cura di Gaia Lanfranchi

31 Maggio 2014 by

cantidabisso_copertina_web

Non sempre il formato antologia riesce a soddisfare pienamente il lettore appassionato di un genere specifico. Spesso e volentieri, infatti, bastano un paio di racconti non all’altezza per lasciare l’amaro in bocca e così rimangono impressi più i demeriti che i meriti. Non è certamente il caso di Canti d’Abisso a cura di Alessandro Morbidelli, data alle stampe da Origami Editore, nuova realtà editoriale dedicata al mondo del fantastico. L’antologia è una raccolta di 23 racconti che spaziano dall’horror alla fantascienza claustrofobica, dal dramma psicologico al viaggio nei meandri dell’incubo, il tutto in un’ambientazione ben precisa, il mare, appunto, e con un elemento comune a tutti i racconti: un canto che è un lamento e insieme un grido cupo e profondo, proveniente dal mare. Quello che sorprende di questa antologia è l’alta qualità dei racconti, tutti molto diversi tra loro, ma dal notevole spessore letterario oltre che narrativo. Sono infatti scritti tutti molto bene e il piacere è quindi doppio: a storie solide si affiancano stili coerenti e mai scontati, adatti soprattutto a immergere, è il caso di dirlo, il lettore in queste tetre atmosfere. Dei racconti ne citerò solo alcuni, confermando che tutti sono di altissimo livello. L’antologia si apre con L’anomalia di Danilo Arona, un autore che non ha bisogno di presentazioni e che in questo caso torna a visitare i luoghi tanto cari ai suoi racconti come Montebuio, ormai luogo di culto per i lettori dell’horror italiano. Una storia breve rispetto alle altre, cupa e dal finale a sorpresa. La casa delle sirene di Nicola Lombardi è un morboso gioiello di narrativa horror. Una protagonista che ricorda i personaggi femminili del miglior Dario Argento e una vicenda che viene svelata con la lentezza di una lama che recide gli arti. Si prosegue con il curatore dell’opera che inserisce anche un suo racconto: nella prefazione quasi si scusa per averlo messo, ma noi gliene siamo grati perché in un unico racconto, Loro non possono cantare, Alessandro Morbidelli parla d’amore, di morte, di Venezia e delle figure carnevalesche delle marionette popolari, senza dimenticare la feroce critica al problema delle grandi navi e a quello della svendita della città alle multinazionali del turismo. Per stile, questo racconto è un brano jazz: forse il migliore dell’antologia. Antonio Piras con Una rotta per Asintote e Pelagio D’Afro con Nuota Maged omaggiano H. P. Lovecraft con uno stile fedele al grande e oscuro autore di Providence. Se Piras fa l’occhiolino alla produzione onirica del maestro, D’Afro si sposta sulle sponde del Mediterraneo toccando l’annoso problema delle traversate migratorie sui barconi della speranza. Parte come incubo horror e finisce come piccola perla di fantascienza: Alexia Bianchini con Avrei dimenticato regala ai lettori un viaggio da togliere il respiro, sullo stile di Olatunde Osunsanmi, l’autore de Il quarto tipo, così come senza respiro rimane di fronte all’abominio il sub protagonista di Quando il mare urla di Simonetta Santamaria. In Canti d’Abisso non manca niente: dal racconto di ispirazione gotica a quello introspettivo (Titanomachia di Serena Bertogliatti è al tempo stesso claustrofobico e lynchiano, una perla) fino a riusciti omaggi ai blockbuster fantascientifici cinematografici e ludici (Come ratti d’acciaio inossidabile di Gabriele Falcioni e Nella Zona Grigia di Alessandro Cartoni, dove non possiamo non sentire l’influenza di titoli come Alien, Pacific Rim, Gears of War e Fallout letti il primo in chiave ironica e il secondo sotto la lente di una problematicità etica e sociale), più riusciti omaggi al racconto storico avventuroso di William Hope Hodgson (Madre acqua di Lavinia Petti e L’ultimo viaggio del comandante Delgado Diaz di Angelo Marenzana). Chiude l’antologia un fulminante affresco di divinità e di citazioni a firma di Carlo Vanin, I funerali di nonno Kuma: se in un primo momento ci si può chiedere cosa c’entri questo racconto con gli altri, la scelta del curatore appare ovvia quando ci imbattiamo nella cornucopia di personaggi magici che rappresentano insieme mitologia e leggenda, superstizione e religione. Può Canti d’Abisso misurare la qualità della narrativa fantastica in Italia? Sicuramente sì. Il voto è alto.

Alessandro Morbidelli, classe 1978, architetto, designer, giornalista per il magazine Why Marche, esordisce nel 2010 con il noir “Ogni cosa al posto giusto” (Robin Edizioni). Sempre nello stesso anno cura l’antologia “Onda d’Abisso” (Orecchio di Van Gogh). Pubblica vari racconti su diverse antologie, accanto a nomi quali Carlo Lucarelli e Valerio Evangelisti e giochi di ruolo come “Project Octopia” (Wildboar Ediz.). Collabora al progetto Roma Noir per la Sapienza di Roma ed è membro della Carboneria Letteraria. Da maggio 2014 scrive per Sdiario, il blog di Barbara Garlaschelli.

:: Il bambino che parlava la lingua dei cani, Joanna Gruda, (EO Edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

29 Maggio 2014 by

bambinoSe c’è un argomento che va sempre, e verrebbe da dire per fortuna, è quello relativo ai fatti accaduti durante la Seconda guerra mondiale, con in particolare le vicende di sopravvivenza o annientamento del popolo ebraico. Un filone meritorio e interessante, dove però non è certo facile scrivere qualcosa di originale, ed è per questo che si distingue tra gli altri libri Il bambino che parlava la lingua dei cani, dell’esordiente in letteratura Joanna Gruda, canadese di origini polacche, che racconta l’infanzia di suo padre, ebreo e figlio di militanti di sinistra, tra Francia e Polonia.
Con toni che ricordano cosa raccontava sullo schermo dei bambini François Truffaut, l’autrice ci parla di Julek, figlio di attivisti comunisti polacchi, la cui nascita viene decisa dal comitato stesso, che cresce in Francia tra zii e comunità, gioca, vede la realtà dal suo punto di vista, si inventa la fama di parlare con i cani, vive sulla sua pelle rivolgimenti politici e la guerra, vivendo un momento unico e tragico della Storia del secolo breve, senza perdere per un attimo la voglia di sognare di un bambino e il suo punto di vista sul mondo degli adulti, lucido, disincatato e pieno di umorismo.
Scegliendo di raccontare non le grandi Storie degli adulti, ma la storia comunque non piccola e molto originale di un bambino, l’autrice fa rivivere la stagione di prima e durante la guerra in una prospettiva originale e interessante, senza pietismi e retorica, raccontando anche di quanto poteva essere difficile, triste ma anche splendido essere bambini in quell’epoca, perché Julek, questo piccolo uomo impertinente e simpatico, non si sente vittima né perseguitato, malgrado i pericoli e le limitazioni a cui è sottoposto, e vive la sua infanzia con senso della libertà e voglia di scoprire questo mondo che i suoi genitori vogliono cambiare e che non è il mondo migliore comunque in cui vivere.
Julek è un personaggio che conquista, uno dei tanti piccoli e piccole che dovettero magari crescere prima ma non per questo si sentirono defraudati di qualcosa, capaci anche a distanza di anni di ricordare con rimpianti i tempi tumultuosi della guerra, tra fughe, scuole, giri tra amici, scoperte. E dopo varie storie, reali ma tragiche, di bambini e bambine vittime della guerra, fa piacere leggere anche di chi è sopravvissuto alla guerra, in maniera rocambolesca, tra l’altro tenendo conto che la vicenda narrata è vera, e oggi Julek vive nel Quebec francese, dopo una vita che non ha cessato di essere avventurosa dopo la guerra, ed è capace di affabulare ancora con la sua storia, che ha affascinato sua nipote e non solo.
Il bambino che parlava la lingua dei cani è senz’altro un libro da consigliare ai più giovani, per dar loro una prospettiva diversa su un periodo storico su cui comunque ci sarà sempre da dire, ma è bello da leggere anche per chi è più grande, per ritrovare quello spirito di avventura e magia degli anni della preadolescenza, che poi sparisce di solito nella vita di ciascuno.

Joanna Gruda, è la figlia del protagonista di questo romanzo. Nata in Polonia, è arrivata all’età di due anni, in barca, a Trois-Rivière. Dopo aver studiato teatro e lavorato alcuni anni come attrice, è diventata traduttrice e redattrice. Il bambino che parlava la lingua dei cani è il suo primo romanzo, pubblicato in Canada con Les Éditions du Boréal.

:: Un anno dopo, Scott Lasser, (Einaudi, 2011) a cura di Valeria G.

29 Maggio 2014 by

978880619937GRADeve dirglielo. Quarant’anni sono troppi per tenersi un segreto, anche se alcuni potrebbero farlo. Di solito Sam non prova l’urgenza di dire la verità a tutti i costi. Che strana cosa la natura umana, sempre combattuta tra impulsi contraddittori, mentire o vuotare il sacco. Si domanda se per Cat sia davvero un male non sapere la verità. Non avrebbe modo di rintracciare il padre perduto, che è davvero perduto per sempre? Ma davvero lo si potrebbe chiamare un padre? È stato Sam a crescere la bambina, a occuparsi di lei, a darle un fratello, a condurre questo lungo esperimento di amore paterno. Ha scoperto, come tutti i genitori adottivi dovrebbero fare, che l’amore per i figli non fa differenze, che il sangue non conta. Quando un bambino è tuo, è tuo e basta, e non c’è nient’altro da fare?

Traduzione di Carla Palmieri

Molto si è scritto dopo l’11 settembre, e molto ancora si scriverà.
E’ obbligo morale ricordare e fare in modo che nessuno dimentichi la profonda ferita inflitta all’umanità durante i gravissimi fatti accaduti quel giorno, tuttavia, è un dovere altrettanto importante, non creare alcuna speculazione sul dolore causato a tutti gli innocenti vittime di tale gratuita violenza.
“Un anno dopo” scritto da Scott Lasser e pubblicato da Einaudi, ambientato nell’America post-attentati, affronta il tema dell’impotenza e del dolore che quel giorno funesto ha causato a tante persone. Il lettore viene coinvolto nelle misteriose vicende della famiglia Miller composta da: Kyle, quarantenne single impegnato a far soldi nella Grande Mela che perde la vita durante gli attentati al World Trade Center; Cat sua sorella, un matrimonio fallito, un figlio da crescere in solitudine, e un lavoro precario; Sam il padre dei ragazzi, vedovo di Ann, malato da tempo, reduce di guerra, si concede gli ultimi anni della sua vita in una località balneare californiana dove incontra una donna speciale.
Il romanzo narra di un viaggio, fisico e interiore: Sam, sente vicina la fine dei suoi giorni, tanto che chiede alla figlia di raggiungerlo in California per commemorare la morte di Kyle; nell’occasione, inoltre, ha intenzione di rivelarle un ingombrante segreto legato alla sua nascita.
Anche Cat ha dei segreti: poco prima di morire, Kyle le confessò di avere un figlio, e ora lei lo sta cercando disperatamente. Inoltre, teme di essersi innamorata.
Una storia ricca di sentimenti nella quale l’amore spinge i protagonisti al limite delle loro forze e nella quale il male e il bene percorrono lo stesso binario.
L’ autore, poi, intreccia abilmente, oltre che alle vicende dei protagonisti, temi di grande spessore quali: l’adozione, l’abbandono, la perdita, le guerre, la nascita e la morte.
La forma apparente di un semplice romanzo di circa duecentocinquanta pagine nasconde al suo interno riferimenti storici recenti e non, e numerose piccole verità che invitano a profonde riflessioni.
La struttura della scrittura è perfetta sotto l’aspetto della narrazione tra passato e presente, non vi sono passaggi difficili da interpretare, anzi, lo scrittore affidandosi alla semplicità delle parole e dei dialoghi, crea un romanzo fluido che affascina e cattura l’attenzione del lettore.

Scott Lasser ha scritto tre romanzi: Un anno dopo, Battle Creek e All I Could Get. I suoi saggi sono apparsi in varie riviste. Vive in Colorado con la sua famiglia.