Malatesta pensò ai giornalisti. Lavoro extra per loro negli ultimi tempi. Una donna rapita. Un barbone bruciato vivo. Tre rom ammazzati a fucilate. Ferrara stava diventando più pericolosa di Ciudad Juárez. A parte la donna rapita, grazie al suo stato sociale, alle sue gambe e alle sue frequenti comparsate in TV, il barbone e i rom sarebbero stati presto dimenticati da tutti. Sarebbe rimasto solo qualche impavido imbrattacarte, di quelli a cui non venivano lasciate nemmeno le briciole delle notizie principali, che si sarebbe gettato sugli approfondimenti strappalacrime di quelle morti assurde. Poi ci sarebbero stati i reazionari, quelli che difendevano l’esasperazione tutta italica contro i morti di fame e gli zingari, e dall’altro lato della barricata i liberal e radical chic, che avrebbero accusato la politica repressiva di aver creato la piaga della disoccupazione e del propagarsi dei campi rom. La solita merda. Malatesta spense la sigaretta sul tappetino ai suoi piedi e guardò una donna, forse la madre, la moglie, la sorella, che piangeva un pianto inconsolabile. La gonna colorata, le calze di spugna rosa shocking, il foulard in testa.
Torna la Ferrara, provinciale e nello stesso tempo multietnica, dello sbirro anarchico Pietro Malatesta nel quinto capitolo della saga intitolato Italiani brutta gente, edizioni Koi Press. Sempre Lorenzo Mazzoni ai testi, e Andrea Amaducci a colorire di immagini un noir che sicuramente nel panorama italico spicca per originalità, irriverenza e graffiante ironia.
Con un pizzico di cattiveria in più, Mazzoni ci narra la storia di un bizzarro rapimento di una nota esponente politica, calcata su un modello facilmente riconoscibile, (ma qui sicuramente troveremo la formula classica in cui si assicura che ogni riferimento a personaggi reali è puramente casuale, e della realtà ha sicuramente il debito della trasfigurazione creativa), Samantha Ripamonti, grottesca caricatura, specchio di una classe politica che nel bene e nel male riflette il popolo che l’ha eletta. Gli italiani dunque, una volta brava gente, ora irrimediabilmente intossicati dalla crisi, dalla disoccupazione, dall’egoismo, dalla xenofobia, dal razzismo.
Samantha Ripamonti, rossa (anzi arancione) di capelli, brianzola doc trasferitasi a Ferrara al seguito di un compagno imprenditore, una volta ministro ora votata alla causa animalista, (arriva a richiedere la cittadinanza per i cani rigorosamente di razza, molto più meritevoli degli immigrati), protagonista scosciata dei salotti televisivi, viene infatti rapita da un gruppo di balordi della zona, capitanati da un ex parà reduce dalle missioni in Somalia, tendenzialmente incapaci, grotteschi quanto lei.
Compito di ritrovarla spetterà al nostro ispettore della Volante Malatesta, surreale rappresentante dell’ordine, insofferente alle gerarchie, sempre sul punto di essere sospeso o mandato a dirigere il traffico, come si soleva dire una volta. Malatesta se ne infischia della realpolitik, del compromesso, dell’ossequiente ubbidienza alla ragion di stato, e proprio per questo è sempre ad un passo dai guai e nello stesso tempo simpatico a chi legge.
Poi la richiesta di riscatto:
La telefonata era arrivata alle dieci e dodici minuti. Avevano chiamato all’ufficio dell’imprenditore. Aveva risposto la sua segretaria. Una voce maschile aveva detto semplicemente: “Abbiamo noi Samantha Ripamonti. Vogliamo tre milioni di euro. Vi diremo dove e quando. Nei prossimi giorni vi invieremo le prove che vi daranno garanzia che l’abbiamo noi. Sta bene”.
E’ l’inizio di un’indagine anarchica quanto Malatesta, coadiuvata da una squadra composta da una specie di Big Jim cinquantenne (con come suoneria del cellulare una frizzante versione di Faccetta nera) in compagnia di un giovane Primo Carnera e di un tenero e imberbe Jean-Claude Van Damm, incaricati, per decreto di chi detiene il potere, di coordinare e dirigere le indagini. Immaginatevi la gioia di Malatesta che già fantastica di tagliare le gomme della loro auto.
Con toni che vanno dalla farsa alla tragedia, (dare fuoco ad un barbone, o le aggressioni ai campi rom sono tragicamente argomenti di cronaca), Mazzoni ci narra uno spaccato di vita di provincia, e trasforma il noir in un impietoso ritratto sociale, pieno di rabbia autentica e di indignazione civile, di un’ Italia allo sbando in cui i confini tra bene e male non sono più così netti.
Un’Italia con ronde di vigilantes, politici che calcano l’onda del risentimento, valori umani calpestati e sovvertiti, ipocrisie più o meno palesi, burocratismo estremo e falcidiante, culto per il denaro, edonismo di bassa lega. Una lettura divertente e nello stesso tempo impegnata, un antidoto ai pregiudizi, alle ipocrisie, al ciarpame che ammorba e intossica il tanto osannato quieto vivere stigmatizzando vizi e difetti. E la rabbia di cui parlavo prima emerge feroce e ci accompagna per tutta lettura. Sarebbe meglio anche dopo.
Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Narratore, saggista e reporter ha pubblicato numerosi romanzi, fra cui “Il requiem di Valle Secca” (Tracce, 2006; finalista al Premio Rhegium Julii), “Ost, il banchetto degli scarafaggi” (Edizioni Melquìades, 2007), “Le bestie/Kinshasa Serenade” (Momentum Edizioni, 2011), “Apologia di uomini inutili” (Edizioni La Gru, 2013; Premio Liberi di Scrivere Award). È il creatore dell’ispettore Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Momentum Edizioni/Koi Press) “Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico” (2011; Premio Liberi di Scrivere Award), “La Tremarella” (2012) e “Termodistruzione di un koala” (2013). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi su “Il manifesto”, “Il Reportage”, “East Journal”, “Il reporter”, “Culturalismi” e “Torno Giovedì”. Collabora con “Il Fatto Quotidiano”.
Roma resta una delle città emblematiche del mondo e non c’è da stupirsi se continua ad ispirare i romanzieri, che dopo Dan Brown hanno scoperto o riscoperto anche il suo aspetto esoterico e misterioso legato alla presenza del Vaticano, ma anche altre tematiche, che spesso sono oggetto della cronaca sui giornali, come connivenze e traffici.
Piemme propone la prima traduzione in italiano di un autore già famoso negli Stati Uniti, Isaac Adamson, tant’è che un altro suo romanzo, ancora inedito da noi, Suckerpunch, è stato già opzionato dal cinema con Tobey Maguire protagonista.
Autrice interessante l’ udinese Alessandra Zenarola e non lo dico con leggerezza. A volte le parole perdono significato per il troppo uso, diceva un mio professore di filosofia, e questa volta sarebbe un peccato. L’autunno dell’anno prima, edito Scrittura & Scritture nella collana Voci è il primo libro che leggo della Zenarola, che ha già pubblicato due romanzi e una raccolta di brevi novelle, quindi non è strettamente quello che si dice un’ esordiente, ma stranamente non ne avevo mai sentito parlare. E anche questo è un vero peccato.
Eeny, meeny, miny, moe
LDS Ciao Stefano, e ben tornato su Liberi di Scrivere nelle vesti di intervistato. Hai in uscita ben due romanzi: Tutti all’inferno edito da Novecento e Mosaico a tessere di sangue edito da Cordero edizione. Probabilmente in cantiere un nuovo Professionista per la collana Segretissimo di Mondadori, e una traduzione, quella del secondo volume della serie di
In questo afoso inizio d’estate segnalo l’uscita di Gengis Kahn Il figlio del Cielo di Franco Forte, edito per Mondadori nella collana Oscar Bestseller. Un volume corposo, 670 pagine, riedizione di un’ opera ad ampio respiro, una vera e propria biografia romanzata, dedicata al grande condottiero mongolo, uscita alcuni anni fa in due volumi. (C’è anche una versione televisiva per Mediaset di cui Forte scrisse la sceneggiatura). Per i più curiosi riporto la sinossi del romanzo:
Si allontana l’Unione Sovietica, una terra stanca, sporca, e il treno s’immerge nella natura, avanza pulsando attraverso un paese sabbioso, deserto. Tutto è in movimento: la neve, l’acqua, l’aria, gli alberi, le nubi, il vento, le città, i villaggi, gli uomini, i pensieri.
Traduzione dal ceco Letizia Kostner
Già nella prefazione Alan A. Altieri mette in guardia il lettore su ciò che gli aspetta se decide di continuare nella sua ostinazione del voler leggere Hieronymus di Claudia Salvatori. Egli stesso definisce il libro «un vero e proprio confronto diretto con i meandri della mente, della coscienza, dell’etica e dell’immaginario di un genio incommensurabile».
Probabilmente senza Dashiell Hammett e Raymond Chandler, di Ross Macdonald ne avremmo sentito parlare di più. Sebbene tutti e tre siano indiscussi maestri dell’hardboiled, la fama di quest’ultimo non si può dire che non sia stata oscurata dai precedenti. A torto o a ragione, i critici sono discordi nello stabilirlo, pur ammettendo i debiti indubbi che Macdonald deve ai due più anziani capostipiti del genere.
























