:: Italiani brutta gente, Lorenzo Mazzoni (Koi Press, 2014)

24 giugno 2014 by

koi pressMalatesta pensò ai giornalisti. Lavoro extra per loro negli ultimi tempi. Una donna rapita. Un barbone bruciato vivo. Tre rom ammazzati a fucilate. Ferrara stava diventando più pericolosa di Ciudad Juárez. A parte la donna rapita, grazie al suo stato sociale, alle sue gambe e alle sue frequenti comparsate in TV, il barbone e i rom sarebbero stati presto dimenticati da tutti. Sarebbe rimasto solo qualche impavido imbrattacarte, di quelli a cui non venivano lasciate nemmeno le briciole delle notizie principali, che si sarebbe gettato sugli approfondimenti strappalacrime di quelle morti assurde. Poi ci sarebbero stati i reazionari, quelli che difendevano l’esasperazione tutta italica contro i morti di fame e gli zingari, e dall’altro lato della barricata i liberal e radical chic, che avrebbero accusato la politica repressiva di aver creato la piaga della disoccupazione e del propagarsi dei campi rom. La solita merda. Malatesta spense la sigaretta sul tappetino ai suoi piedi e guardò una donna, forse la madre, la moglie, la sorella, che piangeva un pianto inconsolabile. La gonna colorata, le calze di spugna rosa shocking, il foulard in testa.

Torna la Ferrara, provinciale e nello stesso tempo multietnica, dello sbirro anarchico Pietro Malatesta nel quinto capitolo della saga intitolato Italiani brutta gente, edizioni Koi Press. Sempre Lorenzo Mazzoni ai testi, e Andrea Amaducci a colorire di immagini un noir che sicuramente nel panorama italico spicca per originalità, irriverenza e graffiante ironia.
Con un pizzico di cattiveria in più, Mazzoni ci narra la storia di un bizzarro rapimento di una nota esponente politica, calcata su un modello facilmente riconoscibile, (ma qui sicuramente troveremo la formula classica in cui si assicura che ogni riferimento a personaggi reali è puramente casuale, e della realtà ha sicuramente il debito della trasfigurazione creativa), Samantha Ripamonti, grottesca caricatura, specchio di una classe politica che nel bene e nel male riflette il popolo che l’ha eletta. Gli italiani dunque, una volta brava gente, ora irrimediabilmente intossicati dalla crisi, dalla disoccupazione, dall’egoismo, dalla xenofobia, dal razzismo.
Samantha Ripamonti, rossa (anzi arancione) di capelli, brianzola doc trasferitasi a Ferrara al seguito di un compagno imprenditore, una volta ministro ora votata alla causa animalista, (arriva a richiedere la cittadinanza per i cani rigorosamente di razza, molto più meritevoli degli immigrati), protagonista scosciata dei salotti televisivi, viene infatti rapita da un gruppo di balordi della zona, capitanati da un ex parà reduce dalle missioni in Somalia, tendenzialmente incapaci, grotteschi quanto lei.
Compito di ritrovarla spetterà al nostro ispettore della Volante Malatesta, surreale rappresentante dell’ordine, insofferente alle gerarchie, sempre sul punto di essere sospeso o mandato a dirigere il traffico, come si soleva dire una volta. Malatesta se ne infischia della realpolitik, del compromesso, dell’ossequiente ubbidienza alla ragion di stato, e proprio per questo è sempre ad un passo dai guai e nello stesso tempo simpatico a chi legge.
Poi la richiesta di riscatto:

La telefonata era arrivata alle dieci e dodici minuti. Avevano chiamato all’ufficio dell’imprenditore. Aveva risposto la sua segretaria. Una voce maschile aveva detto semplicemente: “Abbiamo noi Samantha Ripamonti. Vogliamo tre milioni di euro. Vi diremo dove e quando. Nei prossimi giorni vi invieremo le prove che vi daranno garanzia che l’abbiamo noi. Sta bene”.

E’ l’inizio di un’indagine anarchica quanto Malatesta, coadiuvata da una squadra composta da una specie di Big Jim cinquantenne (con come suoneria del cellulare una frizzante versione di Faccetta nera) in compagnia di un giovane Primo Carnera e di un tenero e imberbe Jean-Claude Van Damm, incaricati, per decreto di chi detiene il potere, di coordinare e dirigere le indagini. Immaginatevi la gioia di Malatesta che già fantastica di tagliare le gomme della loro auto.
Con toni che vanno dalla farsa alla tragedia, (dare fuoco ad un barbone, o le aggressioni ai campi rom sono tragicamente argomenti di cronaca), Mazzoni ci narra uno spaccato di vita di provincia, e trasforma il noir in un impietoso ritratto sociale, pieno di rabbia autentica e di indignazione civile, di un’ Italia allo sbando in cui i confini tra bene e male non sono più così netti.
Un’Italia con ronde di vigilantes, politici che calcano l’onda del risentimento, valori umani calpestati e sovvertiti, ipocrisie più o meno palesi, burocratismo estremo e falcidiante, culto per il denaro, edonismo di bassa lega. Una lettura divertente e nello stesso tempo impegnata, un antidoto ai pregiudizi, alle ipocrisie, al ciarpame che ammorba e intossica il tanto osannato quieto vivere stigmatizzando vizi e difetti. E la rabbia di cui parlavo prima emerge feroce e ci accompagna per tutta lettura. Sarebbe meglio anche dopo.

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Narratore, saggista e reporter ha pubblicato numerosi romanzi, fra cui “Il requiem di Valle Secca” (Tracce, 2006; finalista al Premio Rhegium Julii), “Ost, il banchetto degli scarafaggi” (Edizioni Melquìades, 2007), “Le bestie/Kinshasa Serenade” (Momentum Edizioni, 2011), “Apologia di uomini inutili” (Edizioni La Gru, 2013; Premio Liberi di Scrivere Award). È il creatore dell’ispettore Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Momentum Edizioni/Koi Press) “Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico” (2011; Premio Liberi di Scrivere Award), “La Tremarella” (2012) e “Termodistruzione di un koala” (2013). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi su “Il manifesto”, “Il Reportage”, “East Journal”, “Il reporter”, “Culturalismi” e “Torno Giovedì”. Collabora con “Il Fatto Quotidiano”.

:: L’angelo caduto, Daniel Silva (Giano, 2014) a cura di Elena Romanello

24 giugno 2014 by

l_angelo_caduto_1_2_Roma resta una delle città emblematiche del mondo e non c’è da stupirsi se continua ad ispirare i romanzieri, che dopo Dan Brown hanno scoperto o riscoperto anche il suo aspetto esoterico e misterioso legato alla presenza del Vaticano, ma anche altre tematiche, che spesso sono oggetto della cronaca sui giornali, come connivenze e traffici.
Daniel Silva ambienta qui un nuovo capitolo delle avventure dell’agente segreto Gabriel Allon, non più giovanissimo e a riposo nella Città eterna, dove si è dedicato all’arte, con una nuova moglie più giovane e il ricordo di lutti e missioni passate. Ma la morte misteriosa di una restauratrice che cade dalle impalcature proprio dentro San Pietro porterà Gabriel a scoprire un traffico di opere d’arte per finanziare legami tra mafia e terrorismo, che possono minacciare un’altra città simbolo per le religioni, Gerusalemme.
Una narrazione serrata e avvincente, per un libro tra thriller e fantapolitica, ambientato in un futuro molto prossimo o in universo quasi analogo al nostro ma parallelo, dove c’è un Papa Paolo VII, ma dove ci sono i mali del nostro mondo, criminalità organizzata e terrorismo integralista, che si intersecano con l’indagine di questo eroe che sperava di riposarsi dopo una vita, che rivive in flash back, di drammi e morti dovuti al suo lavoro e non solo. Chiaramente Daniel Silva precisa che si tratta di un’opera di finzione, ma qualcosa di reale si legge e respira, anche se si spera che nessuno cerchi mai di fare una delle cose descritte nelle pagine del libro e che Gabriel dovrà fare di tutto per sventare.
Daniel Silva però vuole innanzitutto raccontare un avvincente thriller fatto di indagini, inseguimenti, salvataggi all’ultimo momento, per cui tra le righe si riflette su certe questioni non certo inventate, ma per lo più ci si appassiona ad una vicenda ben congegnata, tra colpi di scena, che evita le esagerazioni di Dan Brown e delle storie di 007 e lascia comunque a tratti un po’ di inquietudine sul mondo di oggi, visto che non sarà una storia reale ma ha molti aspetti verosimili.
Questo non è il primo libro che Silva dedica a Gabriel Allon, ma è godibile anche a se stante, una vicenda conclusa con riferimenti alle storie precedenti che possono magari rovinare un po’ di sorpresa quando si recupereranno gli altri libri. Gabriel Allon, agente dei servizi segreti israeliani, è l’eroe creato da Gabriel Silva, protagonista di una dozzina di titoli, che hanno rilanciato il romanzo di spionaggio, grande protagonista degli anni Sessanta e poi passato in second’ordine rispetto ad altri.
Un libro da leggere per chi ama le storie intricate ma con un filo conduttore, ricche di colpi di scena fino all’ultimo, rilassanti ma non stupide, con un protagonista comunque non scontato e lontano da certi stereotipi dell’agente segreto, vecchi e non più adatti ad un mondo in cui non si contrappongono più i due blocchi della Guerra fredda, ma varie realtà contraddittorie. In attesa del prossimo capitolo su Gabriel Allon, che di sicuro non mancherà.

Daniel Silva è nato in Michigan nel 1960. Nel 1984 ha iniziato la carriera giornalistica lavorando per United Press International, per poi diventare produttore televisivo della CNN. Tutte le sue opere, The Kill Artist, The English Assassin, The Confessor, A Death in Vienna, Prince of Fire, The Messenger, The Secret Servant e, in ultimo, The Defector, sono entrate nelle classifiche dei libri piú venduti. Daniel Silva vive con la moglie e i due figli a Washington.

:: Complicazioni, Isaac Adamson (Piemme, 2014), a cura di Elena Romanello

23 giugno 2014 by

complicazioni-di-isaac-adamsonPiemme propone la prima traduzione in italiano di un autore già famoso negli Stati Uniti, Isaac Adamson, tant’è che un altro suo romanzo, ancora inedito da noi, Suckerpunch, è stato già opzionato dal cinema con Tobey Maguire protagonista.
Complicazioni di Isaac Adamson narra l’indagine che Lee Holloway, un uomo come tanti, fa a Praga sulla scomparsa del fratello Paul, che lui credeva morto nell’alluvione che aveva colpito la città mitteleuropea alcuni anni prima, ma che forse, come gli suggerisce la misteriosa Vera, che l’ha contattato tramite lettera e che poi troverà là, rimanendo coinvolto dalla sua personalità.
Alle ricerche di Lee, che scoprirà tra le altre cose che Paul forse era implicato nel furto di un preziosissimo orologio commissionato dall’imperatore Rodolfo II d’Asburgo nel Cinquecento, un orologio che celeberebbe dentro di sé il segreto della vita eterna, si affiancheranno altre sottotrame, tra cui un interrogatorio della polizia segreta ai danni di un personaggio misterioso, tra diversi piani di narrazione, non sempre risolti in maniera chiara dall’autore, che a tratti sembra pasticciare un po’ una storia comunque affascinante.
Un giallo o thriller deve per forza presentare un enigma o un mistero da svelare e una verità da cercare, ma Complicazioni, pur avendo dalla sua questi elementi, talvolta si smarrisce per strada tra troppe sottotrame, lanciando tanti ami ma riuscendo solo in parte nella sua pesca, accumulando indizi interessanti ma poi perdendoli, per arrivare ad una conclusione non scontata ma avendo perso forse troppa carica in corsa.
Un libro non privo di interesse, quindi, ma troppo caotico e confuso per buona parte della storia, con varie sottotrame che si intersecano, ma che più che delle complicazioni risultano poco omogenee tra di loro.
Detto questo, le atmosfere del libro sono molto efficaci ed interessanti, e protagonista del libro non è Lee con la sua ricerca della verità su Paul, o il furto dell’orologio, ma la città di Praga, tra le più misteriose ed affascinanti d’Europa e del mondo, capace di attirare buona parte dei suoi turisti proprio per questo suo aspetto oltre che per un patrimonio artistico assolutamente originale ed unico, simbolo eterno di incontro tra culture e incanti senza tempo.
Complicazioni è quindi un libro da leggere per chiunque ami Praga, ci sia stato e abbia nostalgia di questa città, o senta la sua magia senza averla mai visitata. Una città che l’autore senz’altro ama molto, e che infatti sa restituire come atmosfere, profumi, pericoli, capace di celare misteri secolari o dell’altro ieri. Sarebbe curioso leggere a questo punto e comunque anche i libri rimasti inediti dell’autore, dove è protagonista un’altra città, lontanissima da Praga come distanza e cultura, ma anch’essa a suo modo iconica, e cioè Tokyo. Traduzione di S. Bortolussi.

Isaac Adamson vive a Portland, nell’Oregon, con la moglie e i figli. Ama il calcio e suonare la chitarra. Dal suo romanzo d’esordio, Tokyo Suckerpunch, primo di una trilogia noir pubblicata da Harper Collins in America, verrà tratto un film per la Sony con Tobey Maguire. Complicazioni è il suo primo romanzo tradotto in Italia, ed è pubblicato in America da Soft Skull, casa editrice specializzata nel thriller e noir.

:: L’autunno dell’anno prima, Alessandra Zenarola, (Scrittura & Scritture, 2014)

18 giugno 2014 by

Autunno_anno_primaAutrice interessante l’ udinese Alessandra Zenarola e non lo dico con leggerezza. A volte le parole perdono significato per il troppo uso, diceva un mio professore di filosofia, e questa volta sarebbe un peccato. L’autunno dell’anno prima, edito Scrittura & Scritture nella collana Voci è il primo libro che leggo della Zenarola, che ha già pubblicato due romanzi e una raccolta di brevi novelle, quindi non è strettamente quello che si dice un’ esordiente, ma stranamente non ne avevo mai sentito parlare. E anche questo è un vero peccato.
La prima cosa che colpisce di questo autrice è lo stile luminoso, raffinato, poetico, ancora più difficile da conquistare quando si parla di quotidiano, di vita contemporanea, o di rapporti familiari, amicali o sentimentali. E già solo per questo merita di essere letta, non solo dai lettori “lettori” ma anche da coloro che si avvicinano alla scrittura. Credo che questo testo sia una grande lezione di stile, uno degli stili più personali che mi sia capitato di leggere in questi ultimi tempi, che anche se è un errore imitarlo, (ogni autore dovrebbe raggiungere uno stile personale) trasmette un profondo amore per la parola, per le sue sfumature, per la capacità di dare valore semantico anche alle frasi più apparentemente banali o di contorno. C’è un autrice che amo molto che me la ricorda (proprio per l’intensità delle sue frasi, e la sana “fatica” che impiego nel leggerla) non la cito per pudore, lasciando a voi lettori di fare i vostri accostamenti. Comunque se avrete modo di leggere questo libro sono certa che capirete cosa intendo.
Innanzitutto è una scrittura al femminile, umorale, delicata e nello stesso tempo capace di trasmettere forza, la forza del personaggio, figlia, moglie, madre, amante capace di districarsi tra lavoro e impegni familiari, la cura degli anziani è forse uno dei più delicati, un misto di sentimenti e razionalità, di coraggio e di fragilità.
La protagonista ha un rapporto difficile col cibo. La sua inappetenza, non definita come vera e propria anoressia, (anche se originata sicuramente dai suoi rapporti conflittuali con i genitori, padre assente, madre invadente, e poi con il marito fedifrago) appare continuamente a sottolineare un disagio esistenziale quasi fastidioso, quasi patologico. Domiziana, nome bellissimo, non mangia quasi perché rifiuta la vita, mette una barriera tra sé e l’invadenza della realtà, dei ricordi, degli altri, finché si innamora di Darko, un bosniaco che vive a Grado, l’isola bella, solo con il suo cane, un uomo ruvido, affascinante, misterioso, solitario, anch’egli probabilmente ferito dalla vita (si accenna in un detto non detto a esperienze di guerra).
E naturalmente questo amore avrà un doppio potere, quello di avvicinarla alla sorella, Andrea, (fonte del forse unico e reale colpo di scena) la cui (vana) ricerca l’ha portata proprio sulla laguna di Grado in inverno, permettendole un addio, e di (ri)avvicinarla alla “vita” in un finale (lieto) carico di speranza e di fiducia nel futuro e, perché no, di un rigurgito di indipendenza conquistata.

Alessandra Zenarola vive a Udine. Oltre a scrivere frequenta le osterie del centro storico, fotografa la pioggia, tenta di leggere Proust e Céline perché si sente in colpa per non esserci mai riuscita. Spazzola il suo gatto. Ogni tanto perde o recupera peso. Dimentica gli ombrelli al supermercato. Ha pubblicato due romanzi, Il cow boy vanigliato (2003) e Un cuore di latta (2010), e una raccolta di brevi novelle, Smagliature (2008).

:: Questa volta tocca a te, M.J. Arlidge, (Corbaccio, 2014)

17 giugno 2014 by

download (1)Eeny, meeny, miny, moe
Catch a baby by the toe
If it squeals let it go,
Eeny, meeny, miny, moe.

Da questa filastrocca infantile inglese prende il titolo originale Questa volta tocca a te (Eeny Meeny, 2014), romanzo di esordio di M.J. Arlidge, edito in Italia da Corbaccio (in Inghilterra da Penguin Books), e tradotto da Giovanni Arduino, il traduttore di Stephen King. Un thriller a tinte forti, con sfumature horror, (non mancheranno sangue, escrementi, frustate, torture psicologiche) primo della serie che vede protagonista l’ispettrice Helen Grace della polizia di Southampton. A settembre uscirà in Inghilterra il secondo volume dal titolo Pop Goes the Weasel e credo subito dopo anche da noi data l’accoglienza piuttosto positiva che ha suscitato.
Questa volta tocca a te diciamolo subito è un romanzo piuttosto disturbante, per alcuni versi anche eccessivo, con molte vittime, indirizzato ad un pubblico adulto non c’è bisogno di sottolinearlo credo. Chi ha letto 50/50 killer di Steve Mosby, romanzo che a suo tempo abbandonai, ci vedrà delle somiglianze, innanzitutto con la tortura psicologica messa in atto dal serial killer al centro della vicenda. Un serial killer che non uccide direttamente nessuno, per lo meno nel presente, e anzi affida l’omicidio vero e proprio alle sue vittime.
Lo schema è sempre lo stesso, ripetuto all’infinito: due persone vengono narcotizzate e rapite. Possono essere due fidanzati, madre e figlia, colleghi di lavoro, due prostitute. Si risvegliano in un luogo chiuso che può essere un container o una cantina, o le mura di casa propria, senza acqua, senza cibo. Urlare è inutile. Nessuno li sentirà, e li verrà a salvare. Unica via d’uscita una pistola, con un unico colpo e un cellulare che comunica che si salverà colui che ucciderà l’altro. Al serial killer non interessa chi uccide chi, perché entrambe le vittime, sia chi muore che chi vive, pagheranno un prezzo altissimo, in una vendetta incrociata diretta ai danni proprio dell’ispettrice Helen Grace che ha un legame con tutte le vittime.
Una trama complessa, spezzata in capitoli brevi, di poche pagine, con vertiginosi cambi di scena. Questo è lo schema utilizzato dall’autore per tenere alta la tensione di questo thriller piuttosto anomalo e avvolto da un’ atmosfera morbosa, anche se M.J. Arlidge non supera mai certi limiti rendendo la lettura tollerabile. Interessante il personaggio di Helen Grace, vittima di traumi infantili e di un passato piuttosto ingombrante che tenta di esorcizzare con sedute di bdsm. Ottimo il cast di comprimari, tra cui i membri della squadra investigativa, uno di questi vivrà una parentesi sentimentale con la protagonista. Le scene della prigionia e degli omicidi sono piuttosto realistiche e sgradevoli. Dunque se amate l’horror più del thriller, avrete pane per i vostro denti.

M.J. Arlidge lavora in televisione da quindici anni e si è specializzato nella produzione di serie di alto livello. Ha iniziato alla BBC e ha poi trascorso sette anni alla Ecosse Films. In seguito ha creato una sua società di produzione specializzata in crime serial. Il suo primo romanzo, «Questa volta tocca a te», è diventato un caso editoriale internazionale in tutto il mondo. Attualmente sta lavorando a un adattamento di Addio alle armi di Hemingway per la BBC/FX.

:: Un’ intervista con Stefano Di Marino

15 giugno 2014 by

dimarinoinfernoLDS Ciao Stefano, e ben tornato su Liberi di Scrivere nelle vesti di intervistato. Hai in uscita ben due romanzi: Tutti all’inferno edito da Novecento e Mosaico a tessere di sangue edito da Cordero edizione. Probabilmente in cantiere un nuovo Professionista per la collana Segretissimo di Mondadori, e una traduzione, quella del secondo volume della serie di Wayward Pines di Blake Crouch. Forse qualche racconto per riviste. Insomma sei impegnatissimo tra lavoro alla tastiera e presentazioni in giro per l’Italia, e trovi il tempo di recensire anche qualche romanzo per le nostre pagine. Vorrei farti proprio una domanda sul lavoro di recensore. Quanto incide la tecnica e quanto la passione per i libri in una buona recensione?

SDM Ciao e lieto di essere di nuovo con voi. Prima di tutto recensisco solo opere che mi piacciono. Non mi piace parlare male di lavori di colleghi e poi nella recensione predomina il desiderio di condividere una cosa che mi è piaciuta, magari sottolineando qualche lato non proprio perfetto ma fornendo al lettore l’indicazione per trascorrere qualche ora piacevole. Detto questo la recensione cerca di cogliere il meglio del romanzo, l’atmosfera con un breve accenno alla trama giusto per capire di cosa si parla ma senza spoilerare. Deve essere una guida, un consiglio tra amici. Spesso, almeno nel mio caso, mediato dalla conoscenza che ho con l’autore e la sua opera.

LDS Dopo Un giorno a Milano, in cui appare un tuo racconto dedicato al Professionista e Il palazzo delle cinque porte, un giallo con sfumature fantastiche e horror, hai pubblicato Tutti all’inferno, primo romanzo di una nuova serie di noir metropolitani ambientati a Milano. Gangland sullo sfondo, la tua Gangland già scenario di molte storie del Professionista, una città, Milano segnata dalla crisi, dall’immigrazione, che se ha portato tanti stranieri tra loro sono arrivati anche tanti criminali, facenti parte di mafie più o meno organizzate, dal degrado. Una città di cui registri i cambiamenti, le mutazioni sociali e etniche, l’incredibile vitalità che ancora la contraddistingue. Che tipo di scenario è Milano per un romanzo noir? Come hai scelto di rappresentarla?

SDM Tutti all’inferno fa comunque parte delle storie di Gangland che è poi il nome che ho dato alla mia città nelle storie del Professionista. La città delle bande, di chi i soldi ce li ha e di chi vorrebbe averli. Dai tempi del mio primo romanzo Per il sangue versato (1990) la situazione è mutata molto e Milano è diventato un set realistico che non bisogna neanche forzare troppo per raccontare storie avvincenti che si possano mettere sullo stesso piano dei modelli stranieri, americani, inglesi, francesi e scandinavi. Ha una sua multietnicità e questo ha portato a una diversificazione della geografia criminale che, dal punto di vista narrativo, è un fattore positivo per chi racconta. Le situazioni e le realtà magari non note a tutti sono molte. Io credo che sia sempre necessario introdurre il lettore in un ambiente che non consoce e rivelarglielo attraverso la storia. Questo senza emettere giudizi o voler insegnare qualcosa o peggio avere pretese sociologiche, è una fotografia, è fiction. Deve avvincere principalmente. Se poi ci aiuta a ragionare, ancora meglio.

LDS Tutti all’inferno è forse il tuo romanzo più scerbanenchiano, abbiamo un ex pugile, una poliziotta agguerrita, un grisbi a cui tutti danno la caccia in un ginepraio di vendette, omicidi, e alleanze più o meno improbabili. Un uomo sta uscendo di galera, e scatena una vera e propria caccia all’uomo, a chi aveva tradito durante una rapina in gioielleria. Una trama classica insomma, una storia criminale che ci porta con la mente anche a tanti noir francesi in bianco e nero. Quanto il tuo immaginario cinematografico ha influito nella stesura di questo romanzo?

SDM Sicuramente. Ho volutamente tirato un po’ il freno sulla spettacolarità dell’azione (che pure c’è) per dare un ritratto della città, del suo milieu. Anche questo è un classico, la mala vecchia contro quella nuova. Anche se siamo negli anni 2000 e certe cose vanno aggiornate. Io sono molto legato alla visione di Scerbanenco di Milano sia quella dei racconti (Il Centodelitti, Milano calibro 9) che i romanzi di Duca Lamberti che erano molto crudi, ma anche romantici a modo loro. Ovviamente era un’epoca differente e di questo bisogna tenerne conto. Poi nel tratteggiare la mia Milano criminale ho avuto in mente tutto il noir criminale francese da Melville a Josè Giovanni sino a Marchall e a Frederick Shoendoffer. Insomma a quelle serie tipo Braquo o Flics, che presentano la realtà criminale francese che conosco piuttosto bene e che mi è servita come base per la mia raffigurazione, che però è quella di una città italiana, la mia città. Quella che respiro ogni notte.

LDS Il Professionista resta un cardine nella tua produzione narrativa, quanto si differenzia da lui il personaggio di Pietro Mai? Quanto gli somiglia?

SDM Chance Renard è appunto un professionista del mondo clandestino. Non è una bella persona. Ha fatto due turni nella Legione, vent’anni da free lance, ha lasciato sul campo parecchie parti del suo corpo. È, fondamentalmente un violento. Con un suo codice. Pietro ha lo stesso carattere duro ma viene da una esperienza di vita meno cruda. Ha una ferita interiore, dei sentimenti, è forse più realistico. Diciamo che lo spirito si assomiglia ma Pietro nasce per essere un personaggio più ‘reale’.

LDS Un bel personaggio femminile quello di Liana Sestini, una donna cresciuta sulla strada, decisa, forte, insofferente delle gerarchie, figlia di un poliziotto morto in servizio. A che modello di donna ti sei ispirato per costruire questo personaggio?

SDM Amo moltissimo Liana che è diversa dagli altri personaggi femminili, anche dalla Bimba. All’inizio è ancora inesperta, ha bisogno della figura di Pietro. È un po’ ossessionata dal fatto che la sua carriera si ferma al grado di ispettore perché non ha fatto l’università, è con ragione ma un po’ ossessivamente assillata dalle angherie dei superiori. All’inizio quando parla del caso che le è stato affidato a Pietro, lui pensa che si tratti di una delle abituali lagnanze, poi viene fuori l’Antico e le cose si fanno serie. Liana poi è testarda, è lei che spara. E ha anche questa passione parzialmente inespressa per Pietro che è il refrain romantico, e nuovo, della serie.

LDS Mosaico a tessere di sangue per la collana Crimen diretta da Daniele Cambiaso per l’editore genovese Cordero è invece un classico giallo all’italiana, un Italian Giallo, credo sia il termine giusto, sulle tracce di un assassino, un vero e proprio serial killer. Anche qui tanto cinema come ispirazione, thriller italiani anni ’70 per lo più, (Dario Argento, Mario Bava, Umberto Lenzi). Perché secondo te la cinematografia italiana non inizia una nuova stagione di thriller ambientati negli anni 2000, con sullo sfondo la crisi, l’immigrazione, il mutare della struttura sociale e della percezione del crimine?

SDM Purtroppo perché il cinema italiano è morto. Non c’è molto da dire. I soldi si trovano solo per fare commedie senza senso né umorismo o film che seppur premiati, restano dei castelli di carte nella mente di chi li gira e si crede un autore. Il cinema come intrattenimento, il cinema come industria non c’è più. Ci sono a volte dei casi che riprendono una certa tradizione, cito Tulpa e Cha cha cha che sono anche bellini ma vengono mal distribuiti e mi sembra che non siano né sostenuti né recepiti come apripista per un nuovo cinema popolare italiano. E in tv peggio ancora…

LDS Parlaci di Mosaico a tessere di sangue, come è nato questo romanzo, a cosa o a chi ti sei ispirato?

SDM Era da molti anni che volevo scrivere un Italian Giallo attuale ambientato in un albergo sul mare a fine stagione. L’idea mi è venuta quest’anno durante Giallo Latino durante il quale eravamo sistemati in una location perfetta, l’ultimo albergo tra il mare e il parco del Circeo. Il set era già pronto, bastava trovare la storia…

LDS Tra le uscite di questi giorni dedicate all’action c’è qualche romanzo che ti ha particolarmente colpito, che consiglieresti?

SDM Se parliamo di Action direi sicuramente Agguato ai Nibelunghi di Roni Dunevich che è un autore israeliano pubblicato da Mondadori. Veramente un grandissimo thriller spy, originale oltre tutto.

LDS Grazie della tua disponibilità, Stefano, nel salutarti mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti per il futuro.

SDM Prima di tutto a luglio esce una nuova avventura del PROFESSIONISTA intitolata Colpo su Colpo nella quale ritroveremo anche una vecchia conoscenza, L’Inglese, l’arcinemico costruito sulla figura di James Bond. È un bel traguardo un nuovo Professionista estivo perché significa che il pubblico continua a supportare il personaggio. Dopo di che sto lavorando a un altro romanzo con Bas Salieri che però non sarà un seguito diretto de Il palazzo dalle cinque porte, ma un’indagine a sé, sempre però con gli stessi elementi. E infine sto curando una edizione in cartaceo di Obscura legio che ha avuto un buon successo in ebook e che ho recuperato come diritti quindi posso ampliarla e pubblicarla come mi pare. Un saluto a tutti voi.

:: Segnalazione di Gengis Kahn Il figlio del Cielo, Franco Forte (Mondadori, 2014)

13 giugno 2014 by

unnamedIn questo afoso inizio d’estate segnalo l’uscita di Gengis Kahn Il figlio del Cielo di Franco Forte, edito per Mondadori nella collana Oscar Bestseller. Un volume corposo, 670 pagine, riedizione di un’ opera ad ampio respiro, una vera e propria biografia romanzata, dedicata al grande condottiero mongolo, uscita alcuni anni fa in due volumi. (C’è anche una versione televisiva per Mediaset di cui Forte scrisse la sceneggiatura). Per i più curiosi riporto la sinossi del romanzo:

“Tu sei Khan, adesso, Gran Signore dei Mongoli. E noi ti chiameremo Gengis, il Guerriero Perfetto”.
Così venne definito l’uomo che è stato il più grande condottiero che la storia umana ricordi, un imperatore intelligente e tenace, un guerriero furbo e imbattibile, un sovrano illuminato, un conquistatore di terre il cui dominio andava al di là di ogni più vasta ambizione umana.
Gengis Khan, nato cento anni prima di Marco Polo, in quello che i cinesi definiscono l’anno del Cavallo, ha saputo estendere il suo dominio sui popoli e sui territori del continente asiatico, dal Mar della Cina al Mar Nero e al Mediterraneo, dalla Siberia all’Himalaia. Tutta l’Asia cadde sotto il dominio di Gengis Khan e dei suoi successori. Un impero più vasto di quello dell’antica Roma, di Napoleone e di Alessandro Magno messi insieme, che si arrestò alle porte dell’occidente solo perché Gengis Khan non voleva contaminare il suo regno con la mollezza della civiltà europea, e che condizionò in modo preponderante la storia e la cultura della Cina, del Tibet, della Persia, della Russia e dell’Europa, diffondendo ovunque, dopo gli anni del terrore, quella onesta e tollerante propensione alla pace e al buon regno che passò alla storia come Pax Mongola.
Il nome di questo formidabile condottiero è noto a tutti, ma ben pochi conoscono le sue gesta e lo stile di vita del popolo dei mongoli, che regnarono su tutto il continente asiatico senza mai rinunciare alla loro tradizione nomade e tollerando tutte le forme di religione, ma imponendo le leggi di Gengis Khan ai popoli asserviti e tenendo in scacco l’occidente per oltre duecento anni.
La storia della vita di quest’uomo e l’epopea della sua maturazione e delle imprese di conquista alla guida del suo popolo sono un misto di storia e leggenda che si contendono tutto il fascino di uno dei periodi più devastanti, e al contempo più edificanti, della storia umana.
Mai nessuno ha vissuto al pari di Gengis Khan, e la cronaca delle sue avventure è la più affascinante e spettacolare delle storie che possano essere raccontate. L’epopea di un uomo, del suo popolo e del più vasto impero che mente umana ricordi.

Franco Forte è giornalista professionista, scrittore, sceneggiatore e consulente editoriale.
Direttore Editoriale delle collane da Edicola Mondadori (I Gialli Mondadori, Segretissimo, Urania), ha  pubblicato dodici romanzi, tra cui l’ultimo è “Il segno dell’untore” (Mondadori), diversi saggi e un manuale di scrittura per gli autori esordienti.
E’ stato fra gli autori di alcune importanti serie televisive, come “Distretto di Polizia”, “RIS: Delitti imperfetti” e “Intelligence” e ha scritto la sceneggiatura del film TV “Giulio Cesare”, trasmesso da Canale 5, e dello sceneggiato su Gengis Khan, andato in onda su Rete 4 e su Discovery Channel.
Come giornalista è stato direttore di importanti testate, ha una rubrica settimanale di opinione sul quotidiano “Il Cittadino” ed è direttore responsabile delle riviste “Writers Magazine Italia”, “Robot” e “Delos Network”, il network di siti di Delos Books, che comprendono: Fantascienza.com, FantasyMagazine.com, ThrillerMagazine.com, HorrorMagazine.com.
Ha svolto anche una intensa attività come traduttore, occupandosi di autori come Donald Westlake, Walter Jon Williams, Frederick Pohl, Harry Harrison e altri.

:: Scompartimento N° 6, Rosa Liksom (Iperborea, 2014) a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2014 by

scompartimento 6Si allontana l’Unione Sovietica, una terra stanca, sporca, e il treno s’immerge nella natura, avanza pulsando attraverso un paese sabbioso, deserto. Tutto è in movimento: la neve, l’acqua, l’aria, gli alberi, le nubi, il vento, le città, i villaggi, gli uomini, i pensieri.
La ragazza si chiedeva come facesse ad amare quel paese bizzarro, il suo popolo umile, anarchico, ubbidiente, ribelle, indifferente a tutto, inventivo, sofferente, fatalista, fiero, saccente, astioso, triste, allegro, disperato, soddisfatto, rassegnato, affettuoso, perseverante, e che si accontenta di poco. Possibile che amasse entrambi, Mitka e Irina? Un ragazzo e sua madre.

Un viaggio, un lunghissimo viaggio aspetta i nostri protagonisti, un uomo e una ragazza, (metalmeccanico e operaio edile lui, Vadim, studentessa lei) partiti dalla stazione di Mosca e diretti a Ulan Bator, in Mongolia. Un viaggio che ha il sapore dell’intimità violata, della costrizione a dividere, tra sconosciuti, uno spazio ristretto, quasi claustrofobico, uno scompartimento sul treno della Trasiberiana. I compagni di viaggio non si scelgono, ti capitano, così deve pensare la ragazza, forse rassegnata con un misto di accettazione e orientale fatalismo, mentre lui mangia sottaceti, beve vodka, suda, straparla cercando si sedurla con approcci sessuali quantomeno grotteschi.

Tirò fuori di tasca un coltello col manico nero, tolse la sicura e premette il pulsante. Si sentì un clic metallico e la lama uscì con uno scatto secco. L’uomo posò delicatamente il coltello sul tavolo e prese dalla borsa un grosso pezzo di formaggio Rossijski, un’ intera pagnotta di segale, una bottiglia di kefir e un vasetto di panna acida. Per finire, sfilò dalla tasca laterale della borsa un sacchetto di cetrioli che perdeva salamoia, e cominciò a rimpinzarsi di pane con una mano e di cetrioli con l’altra.

Ingombrante, dagli appetiti pantagruelici, carnale, detentore di una fisicità fastidiosa, (ci vedrei bene un Depardieu se facessero una trasposizione cinematografica) il russo si scontra con la giovane finlandese, (lui logorroico, lei taciturna) mentre il paesaggio fuori dal finestrino muta e ci presenta gli sconfinati paesaggi della vecchia Unione Sovietica degli anni ‘80, vertiginosamente in bilico tra assoluta bellezza e degradazione, e proprio per questo affascinanti e ricchi di quel pathos, che rendono la Russia un paese assolutamente irresistibile per una finlandese (anche l’autrice lo è) e per il lettore.
Tra richiami letterari (numerosissimi, a partire dal titolo checoviano) e uno stile limpido e ipnotico Rosa Liksom ci regala un romanzo luminoso e al contempo complesso, strutturato su una serie di canti e controcanti, scardinando certezze, giocando con la nostalgia. Comunque Scompartimento n. 6 (Hytti nro 6, 2011) edito da Iperborea e tradotto da Delfina Sessa (autrice anche della postfazione) e scritto con una sorta di ostinata immedesimazione da una Rosa Liksom in gran spolvero, è e resta un libro duro, quasi feroce. Non aspettatevi un’ elegia, infarcita di retorica e aulica agiografia, (di solito la nostalgia trasfigura il passato snaturandolo, e l’autrice non cade in questa trappola), anzi, l’estremo realismo che caratterizza il romanzo in alcuni punti può risultare persino molesto, pur tuttavia si accompagna ad una sorta di ruvida poesia, capace di commuovere con ostinata tenerezza, la tenerezza di lei quando pensa all’antico (e sfortunato) amore moscovita.
La dissoluzione dell’elefantiaco impero sovietico è imminente e Vadim percepisce questa crisi incarnandola, con rabbia, con speranza. Quale futuro attende la Russia? sembra domandarsi intrecciando i destini di questo paese con il suo percorso personale, con la guerra in Afghanistan, quasi un rantolo di colonialismo in salsa socialista, o meglio una sua (forse inevitabile) degenerazione.
Ma lo spirito russo, quasi avvolto da una sua epicità, sembra accomunare popoli ed etnie, di un paese che va dall’Europa all’Asia, e che tanto magnetismo esercita sui popoli nordici a cui appartiene l’autrice anch’essa studentessa a Mosca negli anni ’80, anch’essa passeggera di quel treno il cui viaggio è descritto in questo libro. Molto di sé quindi trasfonde nel personaggio della ragazza, molta della sua esperienza, delle sue sensazioni, del suo stupore. (Anche se questa è la “sua” Unione Sovietica come argomenta la Sessa). E questo sapore autentico traspare nelle pagine e ci accompagna nel viaggio, nel tempo e nello spazio, svolto da noi lettori senza muoverci da casa nostra. Se volete leggere un’intervista all’autrice abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con lei, qui trovate il link.

Rosa Liksom, nata a Ylävaara nel 1958, è una delle più famose scrittrici e artiste finlandesi, tradotta in 17 paesi. Apprezzata fin dagli esordi da critica e pubblico, ha debuttato nel 1985 con una raccolta di racconti ottenendo il premio J.H. Erkko. Dopo gli studi di antropologia a Helsinki e a Copenaghen, si è dedicata alle scienze sociali all’Università di Mosca, e da quel momento il mondo russo è entrato a far parte dei suoi romanzi, come Stazione spaziale Gagarin (1987) e Go Mosca Go (1988). Con Scompartimento n.6  ha vinto il Premio Finlandia 2011, il più prestigioso riconoscimento letterario finlandese, ed è candidata al Premio del Consiglio Nordico 2013 e al Prix Médicis 2013.

:: Nei suoi occhi verdi, Arnošt Lustig, (Keller, 2014) a cura di Viviana Filippini

13 giugno 2014 by

imagesTraduzione dal ceco Letizia Kostner

Tanti sono i libri che parlano dell’Olocausto per farne memoria. A loro si deve aggiungere Nei suoi occhi verdi del cecoslovacco Arnošt Lustig e ha per protagonista Hanka, una ragazzina ebrea di 15 anni. Hanka viene deportata ad Auschwitz – Birkenau con i genitori e il fratello Ramon, ma il destino li divide subito e per lei comincerà una vera e propria lotta alla sopravvivenza. Hanka si farà chiamare Bambola, dirà di avere 18 anni e di essere ariana. I suoi capelli sono ramati, gli occhi verdi e sul ventre ha una parola indelebile: Feldhure (puttana da campo). Per 21 giorni lei lavorerà bordello N.r. 232 situato sul fronte bellico orientale, con la paura costante di essere scoperta. La vicenda narrata da Lustig è l’esempio della cruda, dolorosa ma sensibile sincerità dello scrittore nel raccontare i drammatici fatti che accaddero durante la guerra. L’autore, anche lui un sopravvissuto alla deportazione, si addentra nella vicenda di Hanka/Bambola non solo per narrarci quello che questa giovane dovette subire, ma per dimostrare quanto siano diverse e contorte le menti umane. Il libro si muove tra il bordello Nr. 232, nato dalle ceneri del progetto del Lebernsborn, e i tempi post bellici dove il narratore, la Bambola e l’amico Adler cercano di ricostruirsi una vita. Nei suoi occhi verdi è un vero e proprio viaggio nell’inferno della guerra e nell’uomo, dove Hanka/Bambola ascolta molto e risponde lo stretto necessario. A parlare, come dei fiumi in piena, sono i diversi personaggi che intrecciano la loro esistenza con quella di questa giovane. L’Hauptmann Hentschel si confessa parlandole della guerra, della famiglia, della sua infanzia con un padre violento e del senso della vita e della morte. Ad un certo punto la narrazione ci catapulta nella casa di un rabbino, Gedeon Schapiro, dove Hanka trova rifugio dopo essere fuggita dal bordello. Qui l’uomo la accudisce dandole cibo e inizia un dialogo, che a dire il vero assomiglia più ad un monologo, nel quale il rabbino non si capacita della del fatto che l’uomo sia in grado di compiere del male verso i propri simili. Il suo interrogarsi sul perché di questo male è una tortura ed è come se ci fosse in lui un bisogno di trovare una spiegazione ad esso, per liberarsi da un tormentoso senso di colpa che non gli da’ tregua. Atroce, brutale e cinica è invece la mente di Sarazin, un altro ufficiale tedesco “cliente” della Bambola. Per lui odiare e uccidere sono lecite azioni. Questo individuo, dire umano mi risulta difficile, ad un certo punto dichiara il suo ripudio verso gli ebrei facendo capire che il contatto fisico con loro è inammissibile e inaccettabile. L’adolescente Hanka ascolta tutti e nessuno, tranne una persona, sembra davvero disponibile ad ascoltare lei così fragile nel corpo, ma forte nello spirito. Nei suoi occhi verdi di Lustig è un libro intenso dove il sentimentalismo non ha spazio, però le sue pagine raccontano con incisività la miseria della guerra e il male che gli uomini riescono a compiere verso i propri simili. Dal grigiore costante emergono gli occhi verdi di Hanka, essi sono lo specchio della sua anima e ci parlano, nonostante non dicano parole udibili, facendoci capire la sofferenza della protagonista, l’importanza del non dimenticare e la speranza costante nella vita.

Arnošt Lustig, nasce a Praga il 21 dicembre 1926, è uno scrittore e accademico, ceco ebreo internato a Theresienstadt nel 1942, poi a Auschwitz dove morì suo padre e infine a Buchenwald.
Riuscì a salvarsi scappando nel 1945 dal treno che lo stava trasportando a Dachau, approfittando di un bombardamento ai binari fatto dagli “Alleati”; fuggito, ritornò subito in Patria per prendere parte alla resistenza contro i Nazisti invasori. Terminata la Guerra, studiò Giornalismo presso l’Università Carolina, la più prestigiosa del Paese, poi fu assunto dall’emittente radiofonica locale Radio Praha, incarico che però lasciò quasi subito per recarsi nel nascente Stato d’Israele a combattere per l’indipendenza nelle file dell’Haganah. Tornò poi nuovamente nella Cecoslovacchia nei difficili anni settanta (il 1968 è infatti l’anno della tristemente nota Primavera di Praga); lasciò quindi per la seconda volta volontariamente il Paese per recarsi in Israele prima, poi in Iugoslavia – altra zona politicamente instabile – e infine, nel 1970, negli Stati Uniti, accettando un posto da professore all’American University di Washington DC.
Con l’inizio del crollo del Comunismo in Europa, nel 1989 si recò per l’ennesima volta in Patria, alternando tuttavia il proprio tempo tra Praga e Washington. Nel 1993 dalla scissione della Cecoslovacchia nacquero Repubblica Ceca e Slovacchia, a Lustig venne dato il passaporto ceco. Nel 2003 ha lasciato il suo posto all’American University per tornare definitivamente in Patria, dove il Presidente Václav Havel lo ha onorato come esponente di spicco della cultura nazionale in occasione del suo ottantesimo compleanno, nel 2006. Nel 2008 è stato insignito del Premio Franz Kafka, assegnato precedentemente al connazionale Ivan Klíma, sicuramente il premio letterario più illustre sinora conferitogli.

:: Hieronymus. Una vita immaginata, Claudia Salvatori (Mezzotints Ebooks, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

11 giugno 2014 by

indexGià nella prefazione Alan A. Altieri mette in guardia il lettore su ciò che gli aspetta se decide di continuare nella sua ostinazione del voler leggere Hieronymus di Claudia Salvatori. Egli stesso definisce il libro «un vero e proprio confronto diretto con i meandri della mente, della coscienza, dell’etica e dell’immaginario di un genio incommensurabile».
Jeroen Anthosiszoon van Aken non è solo un pittore bravo e un ragazzo prima e un uomo poi buono, è una spugna che assorbe tutto il bene e tutto il male che sente, vede, osserva, subisce, provoca… lo assimila come cibo e lo lascia andar via attraverso i colori che intingono le tele. Una pittura strana per la sua epoca, dominata dai committenti del bello apparire, ma particolare forse per qualsiasi periodo. Hieronymus non vede solo quello che la società vuole mostrargli, va oltre senza timore di raccontarlo e questo lo trasforma, agli occhi di tutti, in un folle. Una follia sana a volte malata che lo porta a incontrare altrettante persone sane, malate di ingiustizia come lui.
«Sta sbagliando e lo sa, ma la voglia di sbagliare è irresistibile».
Le esperienze che Jeroen compie per diventare l’insignis pictor che tutti ricorderanno o anche per scoprire fino in fondo se stesso e il mondo che lo circonda sono contraddittorie, devastanti, turbolenti, affascinanti e minacciose al contempo, come il bosco che circonda la sua città e che sembra celare, custodire e svelare tutti i segreti del territorio e dei suoi abitanti.
«Gli accade sempre più spesso di dipingere non quello che vede ma quello che vedrà».
In un miscuglio inscindibile di sacro e profano, lecito e illecito, virtù e vizi con sapienza descrittiva e narrativa la Salvatori accompagna il lettore attraverso tutti gli strati della narrazione che vanno dal reale all’immaginario. Hieronymus. Una vita immaginata rappresenta un lungo viaggio nella mente di Jeroen, di Aleyd, di suo fratello, del farmacista… come anche nei meandri più nascosti, oscuri e osceni di ‘s-Hertogendosch che simbolicamente può rappresentare qualunque società di qualsiasi epoca.

Claudia Salvatori: (Genova, 27 luglio 1954) è una scrittrice e sceneggiatrice italiana. È una scrittrice di romanzi che spaziano dal thriller al giallo al noir. I suoi titoli sono stati pubblicati da collane specializzate come Il Giallo Mondadori o Segretissimo (Arnoldo Mondadori Editore).
È anche sceneggiatrice di fumetti come Nick Raider e Julia (Sergio Bonelli Editore). Dal 1979 al 1985 partecipa alle testate fumettistiche di Lanciostory, Skorpio e L’Intrepido. Dal1985 al 2000 collabora alla Disney Italia, per la quale scrive oltre 60 storie.
Nel 1985 il suo romanzo Più tardi da Amelia vince il Premio Tedeschi. Nel 2001 con il romanzo Sublime anima di donna viene insignita del Premio Scerbanenco e nel 2005 con il romanzo La donna senza testa è finalista al Premio Italo Calvino.
Nel 1987 il quotidiano Il lavoro pubblica a puntate il romanzo L’assassino nudo.
Nel 2001 la regista Maria Martinelli adatta per il cinema il suo romanzo Schiavo e padrona, che diventa il film Amorestremo, con protagonista il pornodivo Rocco Siffredi.
Collabora con le riviste Donna moderna, Confidenze, Max, Gulliver, Amica e Gioia. (Fonte Wikipedia)

:: La bella addormentata, Ross Macdonald, (Polillo, collana I Mastini, 2014) a cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2014 by

rossProbabilmente senza Dashiell Hammett e Raymond Chandler, di Ross Macdonald ne avremmo sentito parlare di più. Sebbene tutti e tre siano indiscussi maestri dell’hardboiled, la fama di quest’ultimo non si può dire che non sia stata oscurata dai precedenti. A torto o a ragione, i critici sono discordi nello stabilirlo, pur ammettendo i debiti indubbi che Macdonald deve ai due più anziani capostipiti del genere.
Da lettrice, pur confessando la mia assoluta venerazione per Raymond Chandler, autore che, a forza di rileggerlo, ha inesorabilmente cambiato il mio stile di scrittura, devo ammettere che pur conoscendolo meno, per cui è ancora fonte per me di novità e stupore, Ross Macdonald e la sua nerissima assolata California sono parte del mio immaginario, e parte considerevole pure. Dei tre forse è Dashiell Hammett quello che ho colpevolmente trascurato, sebbene conservi gelosamente parecchi dei suoi libri da Piombo e sangue, Il bacio della violenza e Il falcone maltese. Raymond Chandler ha dalla sua uno stile letterario strepitoso, da ultimo romantico, sebbene tratti nei suoi libri di crimini e delitti. Ross Macdonald invece dei tre è il più attento alle dinamiche sociali, oltre che il più giovane, (morì nel luglio del 1983, all’età di 67 anni, mentre Hammett e Chandler nacquero a fine ottocento) per cui per interessi e sensibilità è quello che mi è più vicino.
Marito di Margaret Millar, (leggete se vi capita Quando chiama una sconosciuta, originalmente pubblicato nel 1955, sempre edito da Polillo nella collana i Mastini), Ross Macdonald è un autore che merita attenzione e merita di essere letto, per lo meno più di quanto oggi si faccia. Per cui ringraziamo la Polillo, che ha dedicato il suo 18° Mastino a La bella addormentata (Sleeping Beauty, 1973), tradotto da Giovanni Viganò, penultimo romanzo dedicato al ciclo di Lew Archer. (L’ultimo sarà The Blue Hammer, Lew Archer e il brivido blu, edito originalmente nel 1976.)
La trama non si discosta dai canoni classici del hardboiled, né brilla per eccessiva originalità, ma sarebbe un errore farsi scoraggiare, è la qualità della scrittura dell’autore a fare la differenza e a rendere questo libro uno dei capolavori del genere. La famiglia è un tema cardine della narrativa di questo autore, legami tra padri e figli, mogli e mariti (e amanti), intrighi, macchinazioni, tradimenti, insomma tutto l’arsenale che entra in gioco quando il denaro ci si mette di mezzo, trascinando i personaggi in un vortice (e per l’appunto Il vortice, (The Drowning Pool) è un titolo della serie) di menzogne e vendette, che lasciano quasi sempre ben poco scampo. La critica sociale ha un ruolo fondamentale nei suoi romanzi, unita a un disincantato sguardo su vizi e (poche) virtù di una generazione per lo più allo sbando, per lo più incapace di trovare un proprio baricentro, morale soprattutto.
Lew Archer (a differenza di un Philip Marlowe, apparentemente cinico “fustigatore” ma in realtà personaggio “interno”) è soprattutto un osservatore, seppur non privo di debolezze, una voce fuori dal coro, un testimone, ecco il termine giusto, di questa disgregazione e degenerazione della società americana. Consideriamo anche solo la differenza tra un carismatico Humphrey Bogart (gentiluomo vecchio stile, con una rigida seppur personalissima moralità) e uno scanzonato e dissacrante Paul Newman, (capace di telefonare in piena notte alla moglie, mettendo in scena uno dei suoi soliti scherzi) attori che portarono rispettivamente i due personaggi di detective privati sullo schermo.
In La bella addormentata abbiamo un padre facoltoso, una figlia ribelle e un presunto rapimento. Il padre crede di comprare tutto con i soldi, i segreti di famiglia si moltiplicano, spuntano delitti commessi anni prima e intanto il lettore si trova catapultato in un’ epoca apparentemente luminosa e sfolgorante, in cui il marcio è nascosto nelle pieghe delle ombre. E Lew Archer, eroe fondamentalmente onesto e incorrotto, scava e indaga, non lasciando che il fango (o la marea nera di petrolio, del simbolico incipit) lo sommerga, restando più un uomo che un personaggio letterario, proprio come era nelle intenzioni dell’ autore. Da riscoprire, non ve ne pentirete.

Ross Macdonald (1915-1983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, assunse uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target (Bersaglio mobile), introdusse il detective Lew Archer che, tranne in due casi, comparirà in tutto il resto della sua produzione e sarà impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Il personaggio conquistò enorme fama grazie a romanzi come The Drowning Pool (1950, Il vortice), The Galton Case (1959, Il ragazzo senza storia — I Mastini n. 13), il cui film è in lavorazione da Warner Bros., The Chill (1964, Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar (1964, Il passato si sconta sempre — I Mastini n. 4) e The Blue Hammer (1976, Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo. Pur richiamandosi alla lezione di Chandler e Hammett, i due grandi maestri dell’hardboiled, Macdonald è considerato superiore a entrambi da una parte della critica per aver dato al romanzo poliziesco, come scrisse lui stesso, “una serietà e una complessità di stile e di trama che in passato non aveva”.

:: Tutti all’inferno, Stefano Di Marino, (Novecento media, 2014) a cura di Giulietta Iannone

7 giugno 2014 by

dimarinoinfernoSullo sfondo di una Milano noir, gelida, grigia, brumosa, di un autunno che sembra già inverno, Stefano Di Marino tira le fila di un noir metropolitano, (genere che se vogliamo è capace di trarre da questo autore il suo meglio), dal titolo significativo Tutti all’inferno, edito nella collana Calibro 9 di Novecento media.
Tra le mille ambientazioni dei suoi racconti e romanzi, Milano è lo scenario che Di Marino conosce meglio. E’ la sua città, e come un animale notturno ne conosce i mille angoli, le sue insegne al neon, i cambiamenti che in questi anni ha subito, l’atmosfera che si respira nei quartieri più popolari, nelle palestre di arti marziali, nelle sale massaggi cinesi, nelle officine, nei bar e locali frequentati da tutto quel sottobosco ai margini della legalità, fatto di prostitute, papponi, spacciatori, scippatori, piccoli truffatori, ricettatori, giocatori d’azzardo.
Una Milano molto diversa dall’immagine glamour e patinata della Milano da bere degli anni ’80 e ’90, che ancora resiste forse nelle settimane della moda, con i suoi riti, gli aperitivi, le feste. E Di Marino sa sporcare questo immaginario con la realtà, come pochi altri autori sanno fare, aggiungendoci forse un pizzico di violenza in più rispetto ad altre sue storie.
La mala milanese di una volta, la ligera, il lato oscuro degli anni dopo il boom, quella che vive nei canti popolari (molti in dialetto) portati al successo da Ornella Vanoni o Nanni Svampa, è un topos letterario che di cantori ne ha avuti molti da Scerbanenco, il più conosciuto, ad altri meno noti come Bruno Brancher, (ma da riscoprire) e se vogliamo Di Marino prende il testimone proprio da questi autori e ci narra come è mutata, come la criminalità organizzata, (per lo più straniera) l’ha modificata corrodendo alla radice molto del romanticismo che una volta l’ammantava.
Ora mafiosi dell’est, cinesi, turchi, africani, arabi, hanno dato alla criminalità un volto più cattivo, cinico, spietato, e proprio questo volto Di Marino ci narra, con il suo stile asciutto, e ruvido, nato dalla visione di tanto cinema noir francese, dalla lettura di tanta letteratura di genere, non solo la più commerciale. Come sempre, consapevolmente o meno, ne nasce una affresco sociale, attento ai cambiamenti, alla crisi economica sempre più devastante (il rito dell’aperitivo, trasformato in una patinata mensa per poveri che con pochi euro permette di sfamarsi, quando una volta era un rito sociale), alle guerre tra antico e nuovo, venato di amaro disincanto, ma carico di quell’amore fou che rifugge dalla lucidità a tutti i costi per parlarci di sogni e aspirazioni di emarginati, sconfitti, disperati.
Dunque una nuova serie con nuovi personaggi, un pizzico di cattiveria in più, e nuovi scenari da indagare. Un legame tra i personaggi principali che forse diventerà una storia d’amore, ma ancora tratteggiato, niente di definito. Un grisbi da recuperare che scatena una spirale di vendetta e di violenza. Guardie e ladri che si inseguono. E sullo sfondo come dicevo all’inizio Milano. La Milano di oggi, con i suoi palazzi tirati su per Expo 2015, le strade piene di traffico, tutte luci nella notte, i commissariati di polizia con le loro beghe interne.
Dialoghi realistici e convincenti impreziosiscono uno stile apparentemente (e volutamente) spoglio e disadorno, ma funzionale all’azione, sincopata, veloce, dura (fatta di pestaggi, aggressioni, vere e proprie esecuzioni, sparatorie, rapine) come in ogni nero italiano che si rispetti. Capitoli brevi, repentini cambi di scena, ripropongono uno schema narrativo classico, capace di tenere alta l’attenzione del lettore, fino al finale in cui bene o male tutti arrivano alla resa dei conti. Buona lettura.

Stefano Di Marino (Milano 1961), scrittore, traduttore, sceneggiatore di fumetti. È autore di polizieschi, gialli, thriller e fantasy – che firma sia col suo nome, sia con quello di Steve De Marino, sia ricorrendo a vari pseudonimi –, nonché di saggi sulle arti marziali di cui è grande appassionato. Tra i suoi romanzi, Il Cavaliere del Vento, Quarto Reich, Ora Zero, la trilogia di Montecristo, Pietrafredda.