E’ uscito a maggio, per Tunuè, casa editrice indipendente specializzata in graphic novel e saggistica pop, Stalin + Bianca, del giovane fossanese (classe 1988) Iacopo Barison, a inaugurare la loro prima collana di narrativa diretta dal critico e scrittore Vanni Santoni. Una collana che investe sui giovani, – giovani sono gli autori, giovani i protagonisti dei romanzi -, in un Italia che non legge, in un Italia dove i ‘giovani’ non leggono. Ci vuole coraggio, e un po’ di insensatezza, ma tant’è così è anche se non vi pare.
Stalin + Bianca è un tipico romanzo di formazione, e per buona parte un diario di un viaggio on the road, due generi con padri illustri, molta narrativa americana sembra nutrirsi dalle stesse radici, molti autori iconici si sono imbevuti di questo humus narrativo, ma anche senza andare al di là dell’oceano penso a Enrico Remmert e al suo italianissimo Strade bianche.
Protagonista del romanzo di Barison, è Stalin, un ragazzo diciottenne (compie gli anni proprio appena lo conosciamo), un disadattato direbbero alcuni, incapace di gestire la rabbia, in un mondo dove anche i bambini troppo attivi e turbolenti vengono curati con gli psicofarmaci. Gira in vespa per il suo quartiere, una grande periferia (degradata) potrebbe essere l’hinterland torinese (per motivi biografici) o quello milanese, o qualunque altra periferia di casermoni grigi coperti da graffiti, serrande chiuse corrose dalla ruggine e dalla crisi, abitata da pusher, ragazzi in overdose, senza sbocchi per il futuro, speranza (è questo lo scenario esistenziale di tanti giovani?).
Unici suoi amici un vecchio farabutto, Jean, come Jean Gabin, e una ragazza cieca, Bianca, alla quale è unito da un legame puramente spirituale, che niente ha a che vedere con il sesso ma molto con l’amore. La dolcissima Bianca è la sua ancora, il suo baricentro, la parte migliore della sua anima, come direbbero i poeti.
Poi il dramma, (catartico, pretesto per spezzare la triste normalità e dare inizio al viaggio, la maggior parte in treno) Stalin litiga violentemente (per una fetta di torta, in questi casi si osa dire per futili motivi) con il patrigno, ex raver, colpendolo con una bottiglia, e dopo credendo di averlo ucciso fugge, fugge con Bianca, e inizia un viaggio che lo cambierà (in meglio?), che lo porterà dall’adolescenza all’età adulta, forse, (il dubbio è lecito se per età adulta si intende il controllo delle pulsioni, e l’incanalamento in binari costituiti di civile convivenza), in un’Italia allo sbando, con metaforicamente in spalla la sua fida videocamera digitale, taccuino su cui registrare per immagini tracce del suo passaggio, (tentativo di affermare: io esisto) e il suo sogno di diventare regista.
Un romanzo senza trama, perché come nel cortometraggio che Stalin gira per un Festival, la vita decide la trama, i personaggi che si incontrano, le fatalità di incontri e conseguenze delle proprie azioni. Lo stile è particolare, un po’ naif, un po’ riflessivo, cadenzato da dialoghi efficaci e convincenti che sanno di vita vissuta, ai margini, fuori dalla borghese normalità.
Omaggio a François Truffaut, senza dubbio, (Antoine Doinel), e a tanto cinema di formazione, che sicuramente l’autore conosce per studi e attitudine, (è laureato al Dams Cinema di Torino), e del linguaggio cinematografico ripropone le inquadrature, i campi lunghi, i primi piani, gli sfumati, gli slow motion, in una contaminazioni di generi che trasfigurano l’arte e l’immaginario.
Sebbene giovane, Barison sperimenta e cerca una voce personale, un’ attitudine a utilizzare la narrativa come apparecchio per registrare la realtà. Forse non è il disagio che cerca di testimoniare, né la difficoltà di crescere, o trovare la propria strada in un paese travolto dalla crisi, dalla mancanza di sbocchi, di prospettive, o forse non solo questo, si sente chiara una voce di protesta, un rifiuto per ciò che il passato rappresenta. Non stupisce il finale, unico possibile, forse solo venato da una traccia di egoismo, o più che altro inevitabilità. Le lezioni della vita ci portano ad essere altro, e questa lezione Stalin la impara. Forse anche a caro prezzo.
Iacopo Barison (Fossano, 1988) pubblica un primo romanzo, 28 Grammi Dopo, all’età di vent’anni. Laureatosi al Dams Cinema di Torino, da una sua sceneggiatura Fabio Mollo dirigerà un corto nel 2014. Pubblica racconti su Internet e su riviste specializzate, scrive articoli su diversi siti, fra cui Sentieri Selvaggi e Scrittori Precari. Collabora con minima&moralia.
Gli Oscar ripropongono con giusto rilievo per l’attività di autore tv dell’autore, un romanzo passato quasi inosservato in Strade Blu. L’intuizione è giusta visto che Pizzolatto è autore unico di True Detective sul quale mi sono già soffermato a lungo. Ora, prima di tutto, non aspettatevi il romanzo di True Detective né qualcosa di troppo simile. Galveston però è un agile (260 pag.) concentrato di noir molto Thompson per capirci. Roy Kady, un Duraccio del Sud, scopre di avere una poco piacevole prospettiva di vita dopo una visita medica. Furioso non vuol neanche sapere cos’è. La rabbia perché il suo capo gli ha fregato Carmen, la bella ballerina che era sua compagna, lo pervade ma il lavoro è lavoro e accetta di strapazzare un tale sempre per il suddetto capo. Ma senza portare la pistola. Cosa che gli pare strana perché lui è un professionista e di violenze inutili non ne fa. Perciò si porta la ‘ berta’ ugualmente e fa bene perché lo aspettano sicari, botte e sparatorie. Se ne fugge ferito ma vittorioso con una prostituta ragazzina al seguito e un dossier scottante. L’affare s’ingarbuglia perché la ragazza ha anche una sorellina a cui badare. Comincia così quella che sembrerebbe una fuga on the road. Poi la storia si perde nei meandri delle paludi, in un ritratto ben scritto e riuscitissimo di una realtà degradata. Fa anche un salto di vent’anni e ci si domanda come Roy sia ancora vivo. Calma, c’è una spiegazione per tutto anche se arriva meno pirotecnica di quello che speravamo. Però una bella lezione sul noir, sui suoi codici, sui suoi ritmi e il suo male di vivere. Senza una parola fuori posto. True detective è un’altra cosa, ma vale la pena.
Piemontese, anzi vercellese, Felice Pozzo è lo studioso di riferimento per quello che riguarda Emilio Salgari, il maestro dell’avventura in Italia, amato da generazioni di lettori. A Salgari Felice Pozzo ha dedicato vari studi, come Nella giungla di carta, in cui si ricorda la collaborazione dell’autore veronese con alcuni giornali toscani, ll corsaro nero su uno dei personaggi icona di Salgari, Il laboratorio magico di Emilio Salgari, sul suo interesse per il teatro e l’illusionismo e Il fachiro di Atlantide che colloca Salgari nel campo più ampio della cultura popolare. Tutti punti di vista interessanti e da approfondire.
La felicità può essere misurata? Non lo so. Credo che questo stato umano cambi da persona a persona. C’è chi si sente felice ad avere tra le mani il volante di un macchinone di milioni di euro, chi invece prova immensa felicità a rivedere una persona cara o guardando un tramonto colorato. La misura della felicità è il nuovo romanzo della scrittrice americana Gabrielle Zevin appena pubblicato da Nord editore in Italia e che presto sarà tradotto in 31 Paesi. La vicenda ha una doppia natura, perché da un lato il libro è un meta romanzo, cioè un libro che parla di libri, dimostrando quanto essi possano influire sulla vita delle persone. Dall’altro lato, la storia ci racconta quanto ciò che rende felici il genere umano possa scaturire dalle piccole azioni della vita quotidiana. La cosa che ho apprezzato di questo libro è la capacità dell’autrice di riuscire a rendere straordinaria la vita di ogni giorno vissuto dai personaggi. La trama è ambientata su un piccolo isolotto americano chiamato Alice Island, qui vive A.J. Fikry un burbero e scontroso librario rimasto vedovo. L’uomo è scorbutico e insofferente verso il suo lavoro, tanto che non ama nessun libro di quelli che ha negli scaffali della sua libreria. Purtroppo lo stesso atteggiamento il venditore di libri lo ha verso i clienti e pure verso gli agenti letterari che gli propongono le novità del mercato. Ne sa qualcosa la giovane Amelia Loman, rappresentante della casa editrice Knightley Press, che gli propone da leggere un memoir scritto da un anziano e viene liquidata da Fikry in un batter di ciglia. A cambiare la vita di A.J. non è tanto il furto della copia originale del Tamerlane di E.A. Poe, ma la scoperta di Maya nella sua libreria, una bimba di due anni abbandonata dalla madre. La donna sconosciuta affida in modo esplicito a Fikry la figlia. Motivo? Lei è troppo giovane, povera e non può occuparsi della piccola, però vuole che la figlia cresca in un ambiente ricco di cultura. A.J. all’inizio è riluttante, quasi infastidito direi, dal fatto di doversi occupare di quel frugoletto, ma un poco alla volta l’uomo si trasformerà adottando Maya e lasciando allibiti i suoi amici. Maya non è solo intelligente, lei ha una dirompente forza vitale che porterà Fikry a cambiare in modo radicale il suo atteggiamento nei confronti della vita, scoprendo che la felicità si nasconde nella cose più semplici: un abbraccio, un bagnetto ben fatto, una buona lettura e un felice scambio di opinioni letterarie con i clienti. Un po’ alla volta il protagonista imparerà a riamare il suo lavoro e a vivere con maggiore coraggio le sue emozioni. Sarà proprio grazie a questo nuovo modo di sentire la vita che A.J. si accorgerà di non esser sempre stato gentile con molte persone incontrate ad Alice Island e tra di loro c’è anche Amelia Loman. La misura della felicità è pura vita e un vero e proprio inno d’amore per i libri e per il lavoro del libraio, non a caso ogni capitolo è introdotto da un breve commento ad un libro che Fikry ha nei suoi scaffali e che vuole donare a Maya per una prossima lettura. Il romanzo della Zevine non ha per protagonista un uomo dai poteri magici o altro, Fikry è un essere umano comune, anzi un eroe quotidiano, che grazie all’amore per la figlia ritrova un atteggiamento propositivo nei confronti della vita. Amore per il prossimo e per i libri aiutano il protagonista e i lettori a capire che, come scrive Christian Mascheroni in un suo noto romanzo, non si deve avere paura dei libri ma bisogna conoscerli, respirarne il loro profumo e le emozioni che le pagine regalano quando si fanno sfogliare. Questo conferma l’importanza dell’insegna che compare sulla libreria di Fikry ad Alice Island: Nessun uomo è un’isola; ogni libro è un mondo. Traduzione Mara Dompè.
Dopo il bellissimo Il libraio di Parigi, (romanzo d’esordio che vi consiglio di recuperare se ve lo foste perso), Mark Pryor torna, sempre con Time Crime, con la seconda indagine di Hugo Marston, capo della sicurezza dell’ambasciata americana nella capitale francese. Cambia il traduttore, passiamo da Tommaso Tocci a Federico Lopiparo, e forse un po’ di smalto si perde, ma non ostante tutto Il mistero della cripta sepolta (The Crypt Thief, 2013) è una storia godibile fatta di inseguimenti, sparatorie, misteri e un tocco di americano patriottismo, alla Tom Clancy per intenderci.
Una leggenda narra che all’alba dei tempi esistevano due principi: Bromios, la forza bruta e prepotente, e Pito, la forza del controllo e della riflessione. Come tutti i fratelli un giorno iniziano a combattersi, dando vita all’universo.
Arriva l’estate e Piemme ha in programma l’uscita, (dal 1 luglio, per due settimane al prezzo lancio di 1,99 Euro), di una nuova collana esclusivamente di ebook, denominata Originals. In tutto 6 romanzi inediti di autori italiani, quattro gialli, in tutte le sue sfumature dal noir al thriller, e due storie al femminile. 6 nomi forse nuovi del panorama editoriale ma di sicuro interesse a partire da Aldo Costa autore di Non è vero, un thriller d’ambientazione alpina. A seguire Gianluca Veltri, con L’odore dell’asfalto, questa volta un noir di ambientazione milanese con protagonista l’ispettore Crespo. Sempre un thriller, ma questa volta con sfumature esoteriche, è il romanzo invece della coppia di esordienti composta da Fabrizio D’Astore e Nanni De Lorenzi, autori di L’ottagono di Federico. E per finire sempre nel filone giallo, questa volta storico, Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries, del forlivese Paolo Cortesi, un tuffo nella Parigi del 1912, con protagonista l’autore della Recherche improvvisatosi detective. Per quanto riguarda le storie al femminile Piemme ci propone due scrittori Luca Centi e Sarah Rabolini, rispettivamente autori di Il presagio della rosa nera, una storia d’amore con un tocco di magia, e Per un’estate, un romanzo d’esordio sulla scoperta dell’amore e dell’amicizia tra giovanissmi. Dunque non c’è che l’imbarazzo della scelta. Io ho già adocchiato Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries, e se tutto va bene dovrebbe seguire a breve, su queste pagine, l’intervista al suo autore. Enjoy.
La Storia della prima metà del Novecento è stata caratterizzata da due conflitti mondiali e una rivoluzione che ha abbattuto un regime che durava da secoli come quello degli zar: Le luci bianche di Parigi (traduzione non letterale dell’originale La louve blanche), permette di fare un ripasso di quelle pagine fondamentali, raccontando la storia della contessina russa Ksenija, che fugge dal suo Paese in preda ai bolscevichi dopo l’omicidio del padre, fino a giungere a Parigi dove si fa un nome nella moda, e del fotografo tedesco Max, suo grande amore contrastato per tutta la vita, idealista costretto ad assistere all’ascesa della dittatura nel suo Paese e alla distruzione di valori che riteneva consolidati.
Benvenuto Blake e grazie di aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Prima di iniziare a parlare del tuo libro, raccontami qualcosa di te. Chi è Blake Crouch? Punti di forza e di debolezza.
Il Medio Evo, chiamato così in maniera dispregiativa dopo il Rinascimento, è durato per oltre un millennio in Europa, portando con sé importanti cambiamenti e vicende personali affascinanti, oltre che una cultura capace di elevate espressioni artistiche e culturali che sono rimaste fino ad oggi, influenzando anche l’immaginario.
Torna Gabriel Allon l’agente segreto del Mossad appassionato di restauro e di opere antiche nato dalla penna di Daniel Silva e questa volta protagonista di La ragazza inglese, pubblicato da Giano editore. La trama prende il via su una spiaggia della Corsica quando una bella ragazza in vacanza sparisce all’improvviso. Chi ha rapito Madeline Hart? Chi ha fatto sparire questa giovane grintosa prossima ad entrare nel governo britannico? Nessuno riesce a capirlo, ma qualche dubbio sulla sua scomparsa comincia a venire a galla quando si scopre che la donna è l’amante di Jonathan Lancaster, Primo Ministro britannico. Nell’uomo si scatena il panico totale, perché dando il via ad indagini ufficiali, lui teme che la loro relazione segreta possa essere scoperta, e per tale ragione Lancaster fa di testa sua e assolda Allon per ritrovare l’ amante. Il detective accetta l’incarico partendo per la nuova missione che da subito presenta ostacoli e limiti d’azione imposti dai rapitori, i quali minacciano di ammazzare l’ostaggio se non sarà pagato un riscatto. Il tempo stringe e un po’ alla volta Allon capisce che dietro il rapimento della ragazza non ci sono solo ragioni politiche, ma veri e proprio intrighi internazionali. Nel nuovo thriller di Silva la suspense si mescola alla perfezione ai raggiri politici ed economici che dalla Corsica porteranno Allon e il suo aiutante Robert Keller nel Regno Unito e in Russia. Ciò che colpisce in questa vicenda creata dallo scrittore americano non è solo la sua bravura nell’aver dato vita ad un puzzle di eventi che si incastrano alla perfezione portando il lettore a voler saper come la storia si risolva, quello che intriga è anche la capacità dell’autore e di dare una psicologia e dei sentimenti a tutti i personaggi principali presenti nella trama, buoni o cattivi che siano. Leggendo La ragazza inglese si scopre che Gabriel Allon a tratti potrebbe apparire una gelida spia pronta a tutto per compiere la missione affidata, ma in realtà oltre ad essere un uomo molto colto, ha anche vissuto un doloroso dramma familiare che ha cambiato per sempre la sua esistenza. La stessa Chiara, esperta di arte e moglie del protagonista, ha un passato di dolore che la lega in modo profondo a Gabriel. Robert Keller, in precedenza nemico di Allon e in questa avventura suo fidato alleato, ha avuto un vita complessa fatta di imprese militari che lo hanno segnato per sempre. E che dire di Madeline Hart, così bella e intrigante, ha avuto un’infanzia cupa e di sofferenza che emergerà un po’ alla volta nella narrazione, facendoci capire che non sempre le persone sono quello che fan credere d’essere. La storia è ben scritta da Daniel Silva e l’azzeccata traduzione porta le pagine a scorrere via veloci in un turbine di eventi e colpi di scena inaspettati che lasciano in che legge stupore inaspettato. In tutto questa vicenda non mancano una buona dose di spionaggio, di riferimenti all’arte, ai sentimenti, alla cultura e alle tradizioni folcloristiche della Corsica che doneranno ai protagonisti impreviste speranze per il futuro. La ragazza inglese è una spy story avvincente dal potere ipnotico che incanta dalla prima all’ultima pagina confermando la maestria di Daniel Silva nel creare impianti narrativi coinvolgenti per la presenza di misteriose scomparse e omicidi da risolvere che allo stesso tempo forniscono nozioni di storia dell’arte, di politica, di economia e di storia del genere umano. Traduzione Raffaella Vitangeli.
Giallo classico per Jean- Luc Bannalec, pseudonimo dell’editore, critico letterario e traduttore tedesco Jörg Bong, già autore di Natura morta in riva al mare, sempre edito da Piemme. Con Lunedì nero per il commissario Dupin (Bretonische Brandung, 2013), tradotto da Giulia Cervo ed edito in Germania da 
























