:: Stalin + Bianca, Iacopo Barison, (Tunuè, 2014)

2 luglio 2014 by

stalinE’ uscito a maggio, per Tunuè, casa editrice indipendente specializzata in graphic novel e saggistica pop, Stalin + Bianca, del giovane fossanese (classe 1988) Iacopo Barison, a inaugurare la loro prima collana di narrativa diretta dal critico e scrittore Vanni Santoni. Una collana che investe sui giovani, – giovani sono gli autori, giovani i protagonisti dei romanzi -, in un Italia che non legge, in un Italia dove i ‘giovani’ non leggono. Ci vuole coraggio, e un po’ di insensatezza, ma tant’è così è anche se non vi pare.
Stalin + Bianca è un tipico romanzo di formazione, e per buona parte un diario di un viaggio on the road, due generi con padri illustri, molta narrativa americana sembra nutrirsi dalle stesse radici, molti autori iconici si sono imbevuti di questo humus narrativo, ma anche senza andare al di là dell’oceano penso a Enrico Remmert e al suo italianissimo Strade bianche.
Protagonista del romanzo di Barison, è Stalin, un ragazzo diciottenne (compie gli anni proprio appena lo conosciamo), un disadattato direbbero alcuni, incapace di gestire la rabbia, in un mondo dove anche i bambini troppo attivi e turbolenti vengono curati con gli psicofarmaci. Gira in vespa per il suo quartiere, una grande periferia (degradata) potrebbe essere l’hinterland torinese (per motivi biografici) o quello milanese, o qualunque altra periferia di casermoni grigi coperti da graffiti, serrande chiuse corrose dalla ruggine e dalla crisi, abitata da pusher, ragazzi in overdose, senza sbocchi per il futuro, speranza (è questo lo scenario esistenziale di tanti giovani?).
Unici suoi amici un vecchio farabutto, Jean, come Jean Gabin, e una ragazza cieca, Bianca, alla quale è unito da un legame puramente spirituale, che niente ha a che vedere con il sesso ma molto con l’amore. La dolcissima Bianca è la sua ancora, il suo baricentro, la parte migliore della sua anima, come direbbero i poeti.
Poi il dramma, (catartico, pretesto per spezzare la triste normalità e dare inizio al viaggio, la maggior parte in treno) Stalin litiga violentemente (per una fetta di torta, in questi casi si osa dire per futili motivi) con il patrigno, ex raver, colpendolo con una bottiglia, e dopo credendo di averlo ucciso fugge, fugge con Bianca, e inizia un viaggio che lo cambierà (in meglio?), che lo porterà dall’adolescenza all’età adulta, forse, (il dubbio è lecito se per età adulta si intende il controllo delle pulsioni, e l’incanalamento in binari costituiti di civile convivenza), in un’Italia allo sbando, con metaforicamente in spalla la sua fida videocamera digitale, taccuino su cui registrare per immagini tracce del suo passaggio, (tentativo di affermare: io esisto) e il suo sogno di diventare regista.
Un romanzo senza trama, perché come nel cortometraggio che Stalin gira per un Festival, la vita decide la trama, i personaggi che si incontrano, le fatalità di incontri e conseguenze delle proprie azioni. Lo stile è particolare, un po’ naif, un po’ riflessivo, cadenzato da dialoghi efficaci e convincenti che sanno di vita vissuta, ai margini, fuori dalla borghese normalità.
Omaggio a François Truffaut, senza dubbio, (Antoine Doinel), e a tanto cinema di formazione, che sicuramente l’autore conosce per studi e attitudine, (è laureato al Dams Cinema di Torino), e del linguaggio cinematografico ripropone le inquadrature, i campi lunghi, i primi piani, gli sfumati, gli slow motion, in una contaminazioni di generi che trasfigurano l’arte e l’immaginario.
Sebbene giovane, Barison sperimenta e cerca una voce personale, un’ attitudine a utilizzare la narrativa come apparecchio per registrare la realtà. Forse non è il disagio che cerca di testimoniare, né la difficoltà di crescere, o trovare la propria strada in un paese travolto dalla crisi, dalla mancanza di sbocchi, di prospettive, o forse non solo questo, si sente chiara una voce di protesta, un rifiuto per ciò che il passato rappresenta. Non stupisce il finale, unico possibile, forse solo venato da una traccia di egoismo, o più che altro inevitabilità. Le lezioni della vita ci portano ad essere altro, e questa lezione Stalin la impara. Forse anche a caro prezzo.

Iacopo Barison (Fossano, 1988) pubblica un primo romanzo, 28 Grammi Dopo, all’età di vent’anni. Laureatosi al Dams Cinema di Torino, da una sua sceneggiatura Fabio Mollo dirigerà un corto nel 2014. Pubblica racconti su Internet e su riviste specializzate, scrive articoli su diversi siti, fra cui Sentieri Selvaggi e Scrittori Precari. Collabora con minima&moralia.

:: Galveston, Nic Pizzolatto, (Mondadori, 2014) a cura di Stefano Di Marino

2 luglio 2014 by

galveston-210x300Gli Oscar ripropongono con giusto rilievo per l’attività di autore tv dell’autore, un romanzo passato quasi inosservato in Strade Blu. L’intuizione è giusta visto che Pizzolatto è autore unico di True Detective sul quale mi sono già soffermato a lungo. Ora, prima di tutto, non aspettatevi il romanzo di True Detective né qualcosa di troppo simile. Galveston però è un agile (260 pag.) concentrato di noir molto Thompson per capirci. Roy Kady, un Duraccio del Sud, scopre di avere una poco piacevole prospettiva di vita dopo una visita medica. Furioso non vuol neanche sapere cos’è. La rabbia perché il suo capo gli ha fregato Carmen, la bella ballerina che era sua compagna, lo pervade ma il lavoro è lavoro e accetta di strapazzare un tale sempre per il suddetto capo. Ma senza portare la pistola. Cosa che gli pare strana perché lui è un professionista e di violenze inutili non ne fa. Perciò si porta la ‘ berta’ ugualmente e fa bene perché lo aspettano sicari, botte e sparatorie. Se ne fugge ferito ma vittorioso con una prostituta ragazzina al seguito e un dossier scottante. L’affare s’ingarbuglia perché la ragazza ha anche una sorellina a cui badare. Comincia così quella che sembrerebbe una fuga on the road. Poi la storia si perde nei meandri delle paludi, in un ritratto ben scritto e riuscitissimo di una realtà degradata. Fa anche un salto di vent’anni e ci si domanda come Roy sia ancora vivo. Calma, c’è una spiegazione per tutto anche se arriva meno pirotecnica di quello che speravamo. Però una bella lezione sul noir, sui suoi codici, sui suoi ritmi e il suo male di vivere. Senza una parola fuori posto. True detective è un’altra cosa, ma vale la pena.

Nic Pizzolatto è nato a New Orleans ed è cresciuto sulla Costa del Golfo, in Louisiana. Recentemente suoi racconti sono stati pubblicati da diverse prestigiose riviste letterarie americane, tra le quali “The Atlantic”, “The Oxford American”, “The Missouri Review” e “The Iowa Review”. Nel 2004 è stato selezionato tra i finalisti per il National Magazine Award. La sua raccolta di racconti Between Here and the Yellow Sea, pubblicata da Macadam/Cage nel 2006, è stata indicata da “Poets & Writer’s Magazine” come uno dei cinque migliori debutti dell’anno. Attualmente vive a Greencastle, Indiana, con moglie, figlia e cani.

:: Felice Pozzo, studiare e celebrare Emilio Salgari a cura di Elena Romanello

1 luglio 2014 by

il_corsaronero_salgariPiemontese, anzi vercellese, Felice Pozzo è lo studioso di riferimento per quello che riguarda Emilio Salgari, il maestro dell’avventura in Italia, amato da generazioni di lettori. A Salgari Felice Pozzo ha dedicato vari studi, come Nella giungla di carta, in cui si ricorda la collaborazione dell’autore veronese con alcuni giornali toscani, ll corsaro nero su uno dei personaggi icona di Salgari, Il laboratorio magico di Emilio Salgari, sul suo interesse per il teatro e l’illusionismo e Il fachiro di Atlantide che colloca Salgari nel campo più ampio della cultura popolare. Tutti punti di vista interessanti e da approfondire.

I tuoi saggi su Salgari degli ultimi anni trattano ognuno un argomento specifico: perché questa scelta e cosa hai scoperto scrivendoli?

In realtà il mio traguardo, come per tutti gli studiosi, è la conoscenza di tutto ciò che riguarda l’oggetto dei miei studi. Scelgo gli argomenti salgariani in base al fatto d’aver ottenuto o meno elementi in modo da poterli trattare esaurientemente, oppure in base alle richieste editoriali. In realtà, a richiesta, posso affrontare qualsiasi tema su Salgari e affrontandolo faccio scoperte supplementari, come sempre avviene se ci si concentra su un solo tema. Nel corso dei decenni, e so che non sta bene che lo dica io, ho effettuato un bel po’ di scoperte che sono diventate nozioni acquisite, tanto che ormai c’è chi ne scrive senza neppure conoscere la provenienza. Mi piace ricordare la scoperta di pseudonimi come “Il piccolo viaggiatore”, A. Peruzzi, E. Giordano e altri, che hanno consentito l’indubitabile attribuzione al Nostro di molti testi prima sconosciuti ed ora presenti nelle bibliografie. Moltissime scoperte riguardano la sua vita, le persone che ha conosciuto, le fonti che ha utilizzato e altro ancora.

Come è nata la tua passione per Salgari e perché scrivi di lui?

E’ nata da ragazzino, leggendo i suoi romanzi. Nel biennio 1961-62, poi, ha avuto inizio la ricerca sistematica. In quegli anni, per commemorare il cinquantennio della morte (1911) e il secolo dalla nascita (1862), uscirono su giornali e riviste un sacco di articoli che lo riguardavano, pieni di contraddizioni, di evidenti errori, di aneddoti incredibili. Così, incuriosito, cominciai la ricerca della verità e, si sa, una cosa tira l’altra.

Secondo te come mai comunque l’interesse per Salgari continua ad esserci, vedi anche i libri in tema di Ernesto Ferrero e le riedizioni?

Per Salgari, negli ultimi decenni, hanno contato molto le riscoperte televisive e gli anniversari. Gli ultimi sono caduti nel biennio 2011-2012, così che ho rivissuto dopo mezzo secolo gli anni citati nella risposta precedente, ma questa volta stando tra i protagonisti della divulgazione e in un clima del tutto diverso, perché sono pressoché scomparse inesattezze e ignoranze. Non a caso si è lavorato molto, nel frattempo. D’altronde Salgari è adesso, in massima parte, argomento per gli addetti ai lavori. Ai giovani non interessa più. Ma sarà sempre sulla scena perché è un sempreverde, un classico del genere avventuroso, come Jules Verne, Alexandre Dumas e compagnia bella.

Quali sono secondo te gli eredi di Salgari oggi tra gli scrittori d’avventura?

Francamente non ne vedo. Potrei fare qualche nome noto, anche di autori stranieri, ma Salgari resterà sempre inimitabile. Il fatto è che ha inventato il genere avventuroso in Italia in un periodo- fine Ottocento, primo Novecento- molto particolare. È diventato un preciso e importante fenomeno di costume nazionale, poi un fenomeno letterario. La sua storia è irripetibile.

Quali altri autori sono stati tuoi maestri, oltre a Salgari?

In generale, e rimanendo nell’ambito del nostro dire, svetta su tutti Edgar Allan Poe. È stato ed è ancora un maestro, anzi il maestro dei maestri. Ha inventato molti generi, ha influenzato letteratura e arti in tutto il mondo e ben pochi, soprattutto in passato, si sono sottratti al fascino delle sue pagine, poesie comprese.

I tuoi prossimi progetti?

La vita di Salgari presenta ancora moltissimi coni d’ombra che le biografie uscite sinora non hanno affatto illuminato e chissà che non ne abbiano oscurato ulteriormente qualcuno. Anche le chiavi di lettura della sua opera sono tutt’altro che esaurite e anzi ne sorgono sempre di nuove. Insomma, c’è ancora molto da fare…

:: La misura della felicità, Gabrielle Zevin, (Nord, 2014) a cura di Viviana Filippini

1 luglio 2014 by

la misura della felicitàLa felicità può essere misurata? Non lo so. Credo che questo stato umano cambi da persona a persona. C’è chi si sente felice ad avere tra le mani il volante di un macchinone di milioni di euro, chi invece prova immensa felicità a rivedere una persona cara o guardando un tramonto colorato. La misura della felicità è il nuovo romanzo della scrittrice americana Gabrielle Zevin appena pubblicato da Nord editore in Italia e che presto sarà tradotto in 31 Paesi. La vicenda ha una doppia natura, perché da un lato il libro è un meta romanzo, cioè un libro che parla di libri, dimostrando quanto essi possano influire sulla vita delle persone. Dall’altro lato, la storia ci racconta quanto ciò che rende felici il genere umano possa scaturire dalle piccole azioni della vita quotidiana. La cosa che ho apprezzato di questo libro è la capacità dell’autrice di riuscire a rendere straordinaria la vita di ogni giorno vissuto dai personaggi. La trama è ambientata su un piccolo isolotto americano chiamato Alice Island, qui vive A.J. Fikry un burbero e scontroso librario rimasto vedovo. L’uomo è scorbutico e insofferente verso il suo lavoro, tanto che non ama nessun libro di quelli che ha negli scaffali della sua libreria. Purtroppo lo stesso atteggiamento il venditore di libri lo ha verso i clienti e pure verso gli agenti letterari che gli propongono le novità del mercato. Ne sa qualcosa la giovane Amelia Loman, rappresentante della casa editrice Knightley Press, che gli propone da leggere un memoir scritto da un anziano e viene liquidata da Fikry in un batter di ciglia. A cambiare la vita di A.J. non è tanto il furto della copia originale del Tamerlane di E.A. Poe, ma la scoperta di Maya nella sua libreria, una bimba di due anni abbandonata dalla madre. La donna sconosciuta affida in modo esplicito a Fikry la figlia. Motivo? Lei è troppo giovane, povera e non può occuparsi della piccola, però vuole che la figlia cresca in un ambiente ricco di cultura. A.J. all’inizio è riluttante, quasi infastidito direi, dal fatto di doversi occupare di quel frugoletto, ma un poco alla volta l’uomo si trasformerà adottando Maya e lasciando allibiti i suoi amici. Maya non è solo intelligente, lei ha una dirompente forza vitale che porterà Fikry a cambiare in modo radicale il suo atteggiamento nei confronti della vita, scoprendo che la felicità si nasconde nella cose più semplici: un abbraccio, un bagnetto ben fatto, una buona lettura e un felice scambio di opinioni letterarie con i clienti. Un po’ alla volta il protagonista imparerà a riamare il suo lavoro e a vivere con maggiore coraggio le sue emozioni. Sarà proprio grazie a questo nuovo modo di sentire la vita che A.J. si accorgerà di non esser sempre stato gentile con molte persone incontrate ad Alice Island e tra di loro c’è anche Amelia Loman. La misura della felicità è pura vita e un vero e proprio inno d’amore per i libri e per il lavoro del libraio, non a caso ogni capitolo è introdotto da un breve commento ad un libro che Fikry ha nei suoi scaffali e che vuole donare a Maya per una prossima lettura. Il romanzo della Zevine non ha per protagonista un uomo dai poteri magici o altro, Fikry è un essere umano comune, anzi un eroe quotidiano, che grazie all’amore per la figlia ritrova un atteggiamento propositivo nei confronti della vita. Amore per il prossimo e per i libri aiutano il protagonista e i lettori a capire che, come scrive Christian Mascheroni in un suo noto romanzo, non si deve avere paura dei libri ma bisogna conoscerli, respirarne il loro profumo e le emozioni che le pagine regalano quando si fanno sfogliare. Questo conferma l’importanza dell’insegna che compare sulla libreria di Fikry ad Alice Island: Nessun uomo è un’isola; ogni libro è un mondo. Traduzione Mara Dompè.

Gabrielle Zevin è nata a New York il 24 ottobre 1977, dove vive tuttora. Laureata in Lettere a Harvard, da diversi anni Gabrielle Zevin ha intrapreso con successo la carriera di scrittrice e autrice cinematografica. Nel 2007, per la sceneggiatura di Conversations with Other Women, il film con Aaron Eckhart e Helena Bonham Carter, è stata nominata agli Independent Spirit Awards, i prestigiosi premi per il cinema indipendente americano. Entrato nella classifica del «New York Times» grazie al passaparola dei lettori, La misura della felicità è in corso di traduzione in tutto il mondo ed è la conferma del talento di un’autrice unica.

:: Il mistero della cripta sepolta, Mark Pryor, (TimeCrime, 2014)

1 luglio 2014 by

TimeCrime_IlMisteroDellaCriptaSepoltaDopo il bellissimo Il libraio di Parigi, (romanzo d’esordio che vi consiglio di recuperare se ve lo foste perso), Mark Pryor torna, sempre con Time Crime, con la seconda indagine di Hugo Marston, capo della sicurezza dell’ambasciata americana nella capitale francese. Cambia il traduttore, passiamo da Tommaso Tocci a Federico Lopiparo, e forse un po’ di smalto si perde, ma non ostante tutto Il mistero della cripta sepolta (The Crypt Thief, 2013) è una storia godibile fatta di inseguimenti, sparatorie, misteri e un tocco di americano patriottismo, alla Tom Clancy per intenderci.
Se ne Il libraio di Parigi si scavava nel passato sulle tracce di cacciatori di nazisti nella Francia del dopoguerra, ne Il mistero della cripta sepolta tutto torna ai giorni nostri, con sullo sfondo una delle minacce più ricorrenti di questi anni, ovvero il terrorismo islamico. Minaccia che porta in campo Tom Green, amico di Marston e agente della CIA. Ma andiamo con ordine perché la storia è più complessa di quanto sembri.
Tutto ha inizio con la morte del figlio di un senatore degli Stati Uniti, ucciso in compagnia di una ragazza pachistana con legami non si sa quanto stretti con Mohamed al Zakiri, presunto estremista islamico giunto a Parigi non si sa bene per far cosa. I due vengono freddati da alcuni colpi pistola, una notte di luna, nel cimitero di Père-Lachaise, davanti alla tomba di Jim Morrison. Ad ucciderli, lo Sacarabeo, un killer che lascia al suo passaggio piccoli scarabei di vetro.
Per il senatore, Norris Holmes, è sicuramente al Zakiri, e grazie alla sua influenza infatti arriva la cavalleria: CIA, antiterrorismo, comunicati stampa di caccia all’uomo, estromissione dalle indagini dei pur solerti poliziotti francesi. Per Marston invece il terrorismo non centra per niente, anzi il killer imprendibile, che attraverso cunicoli sotterranei (le antiche catacombe sotto Parigi) si muove come un fantasma da un cimitero all’altro, ha un piano ben preciso ben diverso dal dominio del mondo. A lui interessano le ossa di alcune ballerine del Mouline Rouge, tra cui Jane Avril, che faceva furore ai tempi di ToulouseLautrec. Perché? Si chiede Marston. Che se ne fa delle loro ossa? E perché per perseguire questa sua ossessione, uccide senza pietà chiunque si trovi sul suo cammino? (Sparando anche contro di lui e ferendo gravemente Tom).
Penso che un’idea della storia ve la siete fatta, dunque tutto il romanzo è una doppia caccia all’uomo in una Parigi estiva, vista da un americano che infondo la ama. Strade, caffè, ristoranti, luoghi turistici e quartieri più degradati, tutto scorre come scenario tra le pagine, caratterizzate da scrittura sincopata e suspense. La bella Claudia, giornalista intraprendente, darà una mano a trovare nuove piste (e sul finale farà qualcosa di o oltremodo stupido o dannatamente coraggioso); Tom dovrà vedersela con il suo attaccamento al bere per fugare i suoi fantasmi personali; Garcia, il poliziotto francese amico di Marston, darà anche lui una mano e chi non centra niente finirà per rimetterci le penne.
Un po’ di ironia, un personaggio eroe infondo simpatico in aggiunta. Una storia da seguire insomma. Forse solo il titolo può trarre in inganno. No, non è un thriller esoterico, alla Dan Brown per intenderci. Niente monaci assassini, libri maledetti, congiure di sette segrete, anche se la follia del serial killer può essere condotta in un certo qual modo a qualcosa di trascendente (già lo scarabeo dovrebbe condurvi nella giusta direzione). In America è già uscito il terzo episodio, The Blood Promise, prossimamente nelle nostre librerie. Buona lettura.

Mark Pryor, nato e cresciuto nell’Hertfordshire, ha esordito come reporter in Inghilterra, e oggi lavora ad Austin, Texas, come pubblico ministero presso la procura distrettuale della contea di Travis. Fondatore di D. A. Confidential – uno dei maggiori blog sul crimine negli USA – ha conquistato pubblico e critica con il suo romanzo d’esordio, Il libraio di Parigi, (Timecrime, 2013). Il mistero della cripta sepolta è il secondo romanzo che vede protagonista Hugo Marston e sarà seguito da The Blood Promise.

:: A.R.C.A. Il risveglio di Pito, Matteo Marchisio, e James Alvaro Arata, (KM33, YOUCANPRINT, 2013) a cura di Micol Borzatta

29 giugno 2014 by

arca_risveglio_coverUna leggenda narra che all’alba dei tempi esistevano due principi: Bromios, la forza bruta e prepotente, e Pito, la forza del controllo e della riflessione. Come tutti i fratelli un giorno iniziano a combattersi, dando vita all’universo.
Proprio all’interno di questo universo si svolge la grande battaglia tra le forze dell’Intesa Siderale contro i Mokter, popolo di viaggiatori che, dopo aver visto revocato il loro diritto a viaggiare quando hanno consentito di sottostare all’Intesa Siderale, decidono di ribellarsi e combatterli fino alla distruzione totale per tornare liberi.
Un ottimo libro per chi ama il genere fantascientifico, scritto con un linguaggio semplice e lineare, ma rimane un po’ lento per chi invece si avvicina per la prima volta o non proprio fan del genere che si appresta a leggere questo romanzo.
Sicuramente è stata una sfida per gli autori, vista l’epoca in cui vede di moda storie fantasy e horror con maghi, vampiri e licantropi.
In molti punti però si notano refusi ed errori che non stati controllati prima della pubblicazione e moltissimi riferimenti ai libri di Asimov e al film Star Wars, vedi ad esempio la descrizione delle navicelle.
Un’altra problematica che rende difficile la lettura è la descrizione delle battaglie. Gli autori si concentrano troppo su queste parti del libro descrivendole fin troppo minuziosamente, tralasciando di approfondire molti altri punti che vengono solo accennati e non trasmettono al lettore le informazioni necessarie per seguire la storia. Lo stesso vale per molti protagonisti che vengono descritti poco, quando una descrizione maggiore aiuterebbe il lettore a creare un legame con loro trovandoli più veri e tridimensionali.
Nel complesso non è male come libro, ma sicuramente ha bisogno di essere sistemato.

Matteo Marchisio classe 1990 di Montà d’Alba (CN) e James Alvaro Arata di Terzo classe 1988 (AL) sono due studenti, entrambi piemontesi, appassionati di letteratura, videogame e tecnologia. Un’estate di tre anni fa, quasi per scherzo, hanno provato a immaginare la storia, nella loro galassia lontana lontana. Così nacquero gli ARCA, con i loro piloti, le loro missioni e i loro nemici giurati. Il risveglio di Pito è il primo romanzo della serie ARCA, uscito nel dicembre 2013 e  autopubblicato con la piattaforma YOUCANPRINT. Lo stile strizza l’occhio alla letteratura anglosassone, utilizzando un registro tecnico ma efficace, stacchi rapidi e situazioni molto concitare mostrate da più punti di vista. L’uscita del romanzo successivo ARCA- i figli di Tlaloc curato da M.Marchisio è prevista per luglio 2014.

:: Segnalazione: Gli ebook Originals di Piemme per l’estate

27 giugno 2014 by

cortesi_250X_Arriva l’estate e Piemme ha in programma l’uscita, (dal 1 luglio, per due settimane al prezzo lancio di 1,99 Euro), di una nuova collana esclusivamente di ebook, denominata Originals. In tutto 6 romanzi inediti di autori italiani, quattro gialli, in tutte le sue sfumature dal noir al thriller, e due storie al femminile. 6 nomi forse nuovi del panorama editoriale ma di sicuro interesse a partire da Aldo Costa autore di Non è vero, un thriller d’ambientazione alpina. A seguire Gianluca Veltri, con L’odore dell’asfalto, questa volta un noir di ambientazione milanese con protagonista l’ispettore Crespo. Sempre un thriller, ma questa volta con sfumature esoteriche, è il romanzo invece della coppia di esordienti composta da Fabrizio D’Astore e Nanni De Lorenzi, autori di L’ottagono di Federico. E per finire sempre nel filone giallo, questa volta storico, Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries, del forlivese Paolo Cortesi, un tuffo nella Parigi del 1912, con protagonista l’autore della Recherche improvvisatosi detective. Per quanto riguarda le storie al femminile Piemme ci propone due scrittori Luca Centi e Sarah Rabolini, rispettivamente autori di Il presagio della rosa nera, una storia d’amore con un tocco di magia, e Per un’estate, un romanzo d’esordio sulla scoperta dell’amore e dell’amicizia tra giovanissmi. Dunque non c’è che l’imbarazzo della scelta. Io ho già adocchiato Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries, e se tutto va bene dovrebbe seguire a breve, su queste pagine, l’intervista al suo autore. Enjoy.

:: Le luci bianche di Parigi, Theresa Revay, (Beat edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

27 giugno 2014 by

le-luci-bianche-di-parigi-La Storia della prima metà del Novecento è stata caratterizzata da due conflitti mondiali e una rivoluzione che ha abbattuto un regime che durava da secoli come quello degli zar: Le luci bianche di Parigi (traduzione non letterale dell’originale La louve blanche), permette di fare un ripasso di quelle pagine fondamentali, raccontando la storia della contessina russa Ksenija, che fugge dal suo Paese in preda ai bolscevichi dopo l’omicidio del padre, fino a giungere a Parigi dove si fa un nome nella moda, e del fotografo tedesco Max, suo grande amore contrastato per tutta la vita, idealista costretto ad assistere all’ascesa della dittatura nel suo Paese e alla distruzione di valori che riteneva consolidati.
Il libro procede per alcuni grossi blocchi narrativi, in cui si rivivono i grandi eventi di quegli anni, la Rivoluzione d’ottobre, il crollo di Wall Street, l’avvento di Hitler, la Notte dei cristalli, la Shoah, la seconda guerra mondiale, la Resistenza, mentre si trascinano le esistenze di Ksenija e Max, divisi dalla Storia e dalle guerre, ma che non dimenticano mai i loro sentimenti, tra mille addi e ricongiungimenti.
Un libro avvincente e interessante, anche se a tratti le parti sembrano un po’ slegate e occorre conoscere comunque bene i fatti di quel periodo per orientarsi: ma per gli amanti di romanzo storico Le luci bianche di Parigi è senz’altro un titolo da non perdere, capace di catapultare nei drammi ma anche nel fascino di epoche che in molti sentono come remote ormai ma i cui eventi non vanno certo dimenticati. Un libro scritto con un linguaggio da film, pronto ad essere trasposto sullo schermo senza grandi aggiustamenti, vivo nelle immagini e nei luoghi in cui si incontrano i destini di tutti i personaggi della storia, saga familiare, storia d’amore, epopea di idee e vicende.
Le ambientazioni non saranno nuovissime, ma vengono trattate dall’autrice con molta originalità, raccontando pagine poco note come la diaspora dei russi in fuga dai bolscevichi in tutta Europa con la loro vita da immigrati in città lontane, tanto simile a tragedie analoghe che ci sono ancora oggi, l’odio verso gli imprenditori ebrei in Germania all’inizio degli anni Trenta, il lavoro delle donne anche qualificato in Europa tra le due guerre, lo scatenarsi di animi e ideologie della guerra civile spagnola, il collaborazionismo con i nazisti di tanti francesi. Tanto materiale, tutto interessante, e la storia d’amore narrata non è melensa, non è scontata, è molto moderna, non è una scusa per descrivere pagine e pagine di ginnastica da letto ed è coinvolgente e commovente, anche se qualcosa alla fine rimane in sospeso.
Theresa Revay è considerata oggi in Francia la migliore autrice locale di romanzi storici, genere in pratica inventato oltralpe e sempre verde, anche se cambiano le epoche che vanno per la maggiore, anche se il cosiddetto secolo breve rimane sempre in alto alle preferenze.
Le luci bianche di Parigi è un libro avvincente, non scontato, originale e da consigliare ai romantici con il cervello e a chi ama la Storia, e le storie degli individui che si sono mescolate con essa, non sempre uscendone vivi ma lasciando comunque il segno. Traduzione di R. Boi.

Theresa Révay è nata a Parigi. Ha lavorato come traduttrice dal tedesco e dall’inglese. Il suo romanzo d’esordio, Valentine ou le Temps des adieux, ha ricevuto un’ottima accoglienza da parte di critica e pubblico, e con La soffiatrice di vetro è stata finalista al Prix des Deux-Magots del 2006. Tradotta in numerosi paesi, Révay è ormai riconosciuta come una delle migliori scrittrici di romanzi storici.

:: Un’intervista con Blake Crouch a cura di Giulietta Iannone

26 giugno 2014 by

I-misteri-di-Wayward-PinesBenvenuto Blake e grazie di aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Prima di iniziare a parlare del tuo libro, raccontami qualcosa di te. Chi è Blake Crouch? Punti di forza e di debolezza.

Sono, naturalmente, uno scrittore. Punti di forza: la suspense, i personaggi, la creazione di atmosfera, le grandi idee. Ma la mia forza nel pensare grandi idee può anche essere la mia debolezza. Per iniziare un nuovo progetto ho sempre bisogno di una grande idea, e come sai le grandi idee non vengono tutti i giorni, per cui ritardo spesso di iniziare i miei libri.

Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto nel Sud degli Stati Uniti, ho studiato letteratura e scrittura creativa all’università e mi sono trasferito a Ovest dopo la laurea.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Scrivo da sempre, da quanto posso ricordare. Credo che tutto sia iniziato quando ero bambino, e inventavo per i miei fratelli minori (spaventose) favole prima di dormire. Al liceo ho scritto un sacco di poesia di pessima qualità, alcuni brevi racconti, e una volta all’università ho iniziato a perseguire attivamente il mio sogno.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Pines è il mio primo romanzo a essere tradotto in italiano, ma non è il mio primo romanzo in assoluto. In realtà è il mio 10° libro. Gli altri sono stati pubblicati in America dal 2004, anno in cui è uscito il mio primo romanzo, Desert Places. Sì, la mia strada verso la pubblicazione è stata costellata di rifiuti, un sacco di crepacuore, ma poi ho finalmente avuto la fortuna di attirare l’attenzione di qualcuno.

Pines è stato appena pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer con il titolo I misteri di Wayward Pines e tradotto da Stefano Di Marino. Ho avuto la fortuna di recensirlo e mi è davvero piaciuto.  Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Sono stato ispirato da un piccolo paese di montagna in Colorado chiamato Ouray, dove la mia famiglia ed io spesso trascorriamo le vacanze. Mentre stavo camminando per le tranquille strade di Ouray una notte ho sentito uno squillo del telefono e allora ho pensato: Che cosa succederebbe se un uomo solo possedesse l’intera città? Che cosa succederebbe se, per quanto mi sforzassi, non riuscissi a lasciarla? Che cosa succederebbe se l’intera città cercasse di uccidermi, o di farmi impazzire?

Il capitolo di apertura presenta il protagonista. Potresti dire ai lettori cosa succede?

Ethan Burke si sveglia nella strana città di Wayward Pines, Idaho, e in un primo momento non riesce a ricordare dove si trova, perché è lì, o chi sia. Vaga in giro per la città, cercando di mettere insieme i suoi ricordi, e alla fine del primo capitolo si rende conto che è stato coinvolto in un brutto incidente stradale. Si ricorda che è un agente dei servizi segreti, e che è a Wayward Pines in missione per trovare la sua ex-partner.

Parlaci dei personaggi principali del libro.

Il protagonista/eroe è Ethan Burke, un agente dei servizi segreti che viene inviato a Wayward Pines in cerca della sua collega scomparsa (con la quale ha avuto una recente relazione). Questa partner scomparsa è Kate Hewson, e lei è bella, intelligente, e sta cercando accettare la realtà, che lei è stata intrappolata in questa città per 12 anni. Naturalmente, c’è l’ infermiera Pam, uno dei miei personaggi preferiti. Ci appare subito come una psicopatica nelle prime pagine di Pines, ma andando avanti ci rendiamo conto che è molto di più di una semplice infermiera. Infine, c’è David Pilcher, il grande uomo dietro Wayward Pines. Ha visto quello che stava arrivando, ha costruita la città, e l’ha popolata con i residenti. Egli è il “Dio” di Wayward Pines.

Non vorrei entrare troppo nella trama, o spoilerare il finale. Eppure, mi piacerebbe sapere come hai costruito la trama.

Sapevo di voler scrivere la storia di un uomo intrappolato in una città che non poteva lasciare. Avevo in mente gran parte della storia, ogni cosa sulle esperienze di Ethan a Wayward Pines, ma non sapevo dove tutto ciò avrebbe portato. Allora ho fatto un patto con me stesso che non avrei iniziato il libro fino a quando non avessi saputo quale sarebbe stato il finale, la grande rivelazione. Ho pensato che il pubblico meritasse una storia che contenesse una grande rivelazione. Non mi ricordo il momento esatto in cui ho capito che cosa Wayward Pines era in realtà, ma mi ricordo la sensazione che provai e fu qualcosa di molto speciale.

C’è una tua scena preferita in Pines?

Senza dubbio, la scena in cui Ethan è inseguito da tutta la città. Questa è stata la prima scena che ho avuto in mente quando ho avuto l’idea per il libro ed è stato il motivo per cui ho deciso di scriverlo.

Pines è un thriller, con un pizzico di fantascienza e di horror. E’ anche una parabola ecologista? Un memento per una società che viaggia verso la distruzione?

Mi piace la tua frase “parabola ecologista.” E’ certamente anche questo. Volevo che il libro portasse un messaggio circa l’atteggiamento sconsiderato dell’ umanità verso la terra, che è la sua casa, ma senza sembrare troppo predicatorio.

Wayward Pines è un’ imminente serie televisiva americana, basata sul tuo romanzo Pines e diretta da M. Night Shyamalan. Hai già visto l’episodio pilota? Puoi parlarci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico?

Sì, l’ho visto! Ed è davvero incredibile. Non vedo l’ora che anche il pubblico possa vederlo. Per il resto è un tale rompicapo. Io credo che il mio stile sia cinematografico, sì. E probabilmente è dovuto al fatto che quando sto scrivendo un romanzo vedo sempre le scene e i personaggi piuttosto vividamente, come in un film o in uno show televisivo che sta scorrendo nella mia testa. E cerco solo di trasportare questa visione dalla mia testa nella pagina.

Verrai in Italia per promuovere i tuoi libri?

No, attualmente non c’è nessun progetto, ma mi piacerebbe visitare l’Italia. Non sono mai stato nel vostro bel paese.

Grazie per la tua disponibilità. Mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti notizie su Wayward, il secondo episodio e The Last Town, la terza e ultima parte.

Wayward continua la storia iniziata in Pines. E ‘stato pubblicato lo scorso autunno negli Stati Uniti e sarà presto disponibile in Italia. The Last Town, è l’ultimo libro della Wayward Pines Trilogy uscirà negli Stati Uniti, tra tre settimane, e speriamo esca in Italia il prossimo anno. Tutti e tre i libri avranno spazio nello show in tv.

:: L’ombra sulla corona, Patricia Bracewell, (Sonzogno, 2014) a cura di Elena Romanello

26 giugno 2014 by

emma di normandiaIl Medio Evo, chiamato così in maniera dispregiativa dopo il Rinascimento, è durato per oltre un millennio in Europa, portando con sé importanti cambiamenti e vicende personali affascinanti, oltre che una cultura capace di elevate espressioni artistiche e culturali che sono rimaste fino ad oggi, influenzando anche l’immaginario.
La californiana Patricia Bracewell, docente di Storia e scrittrice, ha deciso di raccontare come romanzo e non come biografia la vicenda umana di Emma di Normandia, regina d’Inghilterra per quarant’anni dall’inizio dell’anno Mille, figura oggi poco nota rispetto ad altri ma in realtà emblematica di un momento fondamentale della Storia britannica, tra invasioni straniere e consolidamento di uno Stato sovrano che mise le fondamenta di come si sviluppò il popolo inglese.
Emma compare nelle pagine del libro quando va in sposa quindicenne al vecchio re Etelredo d’Inghilterra, per consolidare i legami dinastici tra due terre divise dalla Manica, e si trova catapultata in una corte dove non è benvoluta dai figliastri che vedono in lei e nei suoi possibili figli una minaccia al loro potere e dove il suo stesso sposo non ha gran rispetto per lei.
Un personaggio poco noto, quindi, che si trova a dover essere una pedina in un gioco più grande di lei, in un’Europa divisa ma dove compaiono i primi Stati sotto il dominio di re, al centro di una vicenda interessante, poco nota anche perché legata a documenti consultati solo da storici e studiosi. Patricia Bracewell dimostra quindi le sue radici di storica, raccontando una vicenda di intrighi, complotti, infelicità, realmente avvenuta, dal punto di vista di una donna, privilegiata certo rispetto alle popolane, ma sempre tenuta in una condizione subalterna, dalla quale comunque la giovane regina seppe sollevarsi, diventando nel corso della sua vita un personaggio importante, tanto da ispirare celebrazioni da parte dei contemporanei.
Interessante comunque ricordare l’apporto delle donne alla Storia, tutt’altro che di secondo piano, senza il bisogno di ricorrere a figure inventate di avventuriere e simili, interessanti e simpatiche ma forse poco realistiche: Emma è realmente esistita, e Patricia Bracewell la sa rendere in maniera efficace, non rinunciando al romanzesco ma rendendola profondamente reale, in questo mondo lontano, non facile, ostile, in preda alle invasioni di popoli come i Vichinghi, ma molto interessante.
Il libro, molto dettagliato ma scorrevole, racconta quindi solo un pezzo della vita di Emma, i primi anni di matrimonio con Etelredo, fino alla nascita del sospirato erede maschio, che sarà Edoardo il Confessore, celebre re britannico. Seguiranno altri due libri, il prossimo, con il titolo inglese di The price of blood, è annunciato per l’inizio del 2015, per continuare a raccontare la storia di questa regina, persa nelle nebbie del tempo ma ancora molto interessante oggi.
La vera Emma di Normandia regnò non solo sull’Inghilterra fino alla morte nel 1052, e fu la bisnonna di Guglielmo il Conquistatore, il re di Normandia che diventò re d’Inghilterra nel 1066 con la battaglia di Hastings, e dire che il matrimonio di Emma era stato deciso, decenni prima per evitare questo. Ma anche se sono fatti noti sarà comunque bello scoprirli con i prossimi capitoli di questa storia. Traduzione di A. Di Luzio.

Patricia Bracewell è nata in California, dove ha insegnato letteratura prima di dedicarsi alla carriera di scrittrice. Attratta dalla storia inglese, si è imbattuta nella figura, poco studiata, di una delle grandi regine d’Inghilterra, Emma di Normandia, che per quattro decenni ha governato il destino di uno dei più potenti regni d’Europa. Questo è il primo volume di una trilogia dedicata a Emma.

:: La ragazza inglese, Daniel Silva, (Giano editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

26 giugno 2014 by

la_ragazza_inglese_02_2_Torna Gabriel Allon l’agente segreto del Mossad appassionato di restauro e di opere antiche nato dalla penna di Daniel Silva e questa volta protagonista di La ragazza inglese, pubblicato da Giano editore. La trama prende il via su una spiaggia della Corsica quando una bella ragazza in vacanza sparisce all’improvviso. Chi ha rapito Madeline Hart? Chi ha fatto sparire questa giovane grintosa prossima ad entrare nel governo britannico? Nessuno riesce a capirlo, ma qualche dubbio sulla sua scomparsa comincia a venire a galla quando si scopre che la donna è l’amante di Jonathan Lancaster, Primo Ministro britannico. Nell’uomo si scatena il panico totale, perché dando il via ad indagini ufficiali, lui teme che la loro relazione segreta possa essere scoperta, e per tale ragione Lancaster fa di testa sua e assolda Allon per ritrovare l’ amante. Il detective accetta l’incarico partendo per la nuova missione che da subito presenta ostacoli e limiti d’azione imposti dai rapitori, i quali minacciano di ammazzare l’ostaggio se non sarà pagato un riscatto. Il tempo stringe e un po’ alla volta Allon capisce che dietro il rapimento della ragazza non ci sono solo ragioni politiche, ma veri e proprio intrighi internazionali. Nel nuovo thriller di Silva la suspense si mescola alla perfezione ai raggiri politici ed economici che dalla Corsica porteranno Allon e il suo aiutante Robert Keller nel Regno Unito e in Russia. Ciò che colpisce in questa vicenda creata dallo scrittore americano non è solo la sua bravura nell’aver dato vita ad un puzzle di eventi che si incastrano alla perfezione portando il lettore a voler saper come la storia si risolva, quello che intriga è anche la capacità dell’autore e di dare una psicologia e dei sentimenti a tutti i personaggi principali presenti nella trama, buoni o cattivi che siano. Leggendo La ragazza inglese si scopre che Gabriel Allon a tratti potrebbe apparire una gelida spia pronta a tutto per compiere la missione affidata, ma in realtà oltre ad essere un uomo molto colto, ha anche vissuto un doloroso dramma familiare che ha cambiato per sempre la sua esistenza. La stessa Chiara, esperta di arte e moglie del protagonista, ha un passato di dolore che la lega in modo profondo a Gabriel. Robert Keller, in precedenza nemico di Allon e in questa avventura suo fidato alleato, ha avuto un vita complessa fatta di imprese militari che lo hanno segnato per sempre. E che dire di Madeline Hart, così bella e intrigante, ha avuto un’infanzia cupa e di sofferenza che emergerà un po’ alla volta nella narrazione, facendoci capire che non sempre le persone sono quello che fan credere d’essere. La storia è ben scritta da Daniel Silva e l’azzeccata traduzione porta le pagine a scorrere via veloci in un turbine di eventi e colpi di scena inaspettati che lasciano in che legge stupore inaspettato. In tutto questa vicenda non mancano una buona dose di spionaggio, di riferimenti all’arte, ai sentimenti, alla cultura e alle tradizioni folcloristiche della Corsica che doneranno ai protagonisti impreviste speranze per il futuro. La ragazza inglese è una spy story avvincente dal potere ipnotico che incanta dalla prima all’ultima pagina confermando la maestria di Daniel Silva nel creare impianti narrativi coinvolgenti per la presenza di misteriose scomparse e omicidi da risolvere che allo stesso tempo forniscono nozioni di storia dell’arte, di politica, di economia e di storia del genere umano. Traduzione Raffaella Vitangeli.

Daniel Silva è nato in Michigan nel 1960. Nel 1984 ha iniziato la carriera giornalistica lavorando per United Press International, per poi diventare produttore televisivo della CNN. Tutte le sue opere, The Kill Artist, The Englesh Assassin, The Confessor, A Death in Vienna, Prince of Fire, The Messenger, The Secret Servant e, The Defector, sono entrate nelle classifiche dei libri più venduti. Daniel Silva vive con moglie e i due figli a Washington.

:: Lunedì nero per il commissario Dupin, Jean-Luc Bannalec (Piemme, 2014) a cura di Giulietta Iannone

25 giugno 2014 by

Bannalec_250X_Giallo classico per Jean- Luc Bannalec, pseudonimo dell’editore, critico letterario e traduttore tedesco Jörg Bong, già autore di Natura morta in riva al mare, sempre edito da Piemme. Con Lunedì nero per il commissario Dupin (Bretonische Brandung, 2013), tradotto da Giulia Cervo ed edito in Germania da Kiepenheuer & Witsch GmbH, dunque ci presenta un nuovo caso per Georges Dupin, commissario della polizia di Concarneau, sullo scenario di una Bretagna incontaminata, descritta con vivide pennellate di colore locale. In Germania è già uscito il terzo episodio Bretonisches Gold – Kommissar Dupins dritter Fall a sancire un successo decisamente notevole, per una serie di romanzi che omaggiano la tradizione del poliziesco francese classico alla Simenon per intenderci, con tutti i distinguo del caso ovviamente. Ambientato nel piccolo arcipelago delle isole Glénan (senza s, non è un errore è più che altro una licenza grammaticale), nel nord dell’Atlantico, poco lontano dalle coste della Bretagna, Lunedì nero per il commissario Dupin è un’ indagine classica che parte dal ritrovamento di tre cadaveri, presumibilmente annegati, scoperti sulla spiaggia bianchissima di una delle tante isole. La tempesta del giorno precedente lascerebbe pensare ad un incidente ma il commissario Dupin, incaricato delle indagini ha qualche dubbio. Per prima cosa bisogna risalire all’identità dei morti, indagando tra coloro di cui è segnalata la scomparsa, poi capire che legami potessero avere tra loro e soprattutto chi poteva volerli morti. Non sarà facile ma il burbero ispettore, amante della buona cucina, con una segretaria al corrente di tutti pettegolezzi in circolazione e con una passione per la proprietaria dei Quatre Vents ce la metterà tutta per poi trovarsi con una versione ufficiale e la verità. Parigino, con una madre ingombrante, innamorato di una dottoressa del reparto di chirurgia dell’ospedale Georges Pompidou, con cui ha una relazione complicata, straniero in una regione ligia alle tradizioni e al senso di appartenenza (una terra di pirati infondo, sempre a caccia di tesori) il commissario Dupin ricalca in breve il modello dell’ investigatore di tanta letteratura poliziesca francese, rivisitata da un tedesco romantico e sensibile con forti legami in Bretagna. Tratto distintivo dell’autore, l’attenzione per i dettagli e l’amore per la natura, descritta con dovizia di particolari in lunghe divagazioni dal sapore nostalgico (letto il romanzo saprete cos’è una marea sigiziale). Poi certo c’è l’indagine, fulcro dell’intreccio, condotta in modo classico, tra un astice cotto a puntino, un entrecôte con pommes sautèes e vino rosso e uno dei mille caffè di chi è sempre in debito di caffeina. Una scrittura placida, sorniona, a tratti divertente ci accompagna per tutta la narrazione dando verve a un romanzo che intrattiene, senza eccessiva esibizione di sangue e violenza. Una lettura estiva insomma, adatta ai lunghi pomeriggi di quiete e di riposo.  Strepitosa la copertina.

Jean-Luc Bannalec è lo pseudonimo di uno scrittore tedesco che ha ottenuto un clamoroso successo di pubblico e critica in Germania con il giallo Natura morta in riva al mare, seguito da Lunedì nero per il commissario Dupin, che ha conosciuto altrettanta fortuna. Vive tra la Germania e la Bretagna.