:: No Regrets, Coyote, John Dufresne (Enrico Damiani e Associati, 2014)

13 luglio 2014 by

no_regrets_coyote_512x652Spiacente il crimine non va in vacanza

Spaventa vedere la quantità di recensioni, dal New York Times al Kirkus Reviews, che accompagnano l’uscita in America di No Regrets, Coyote di John Dufresne, (edito in Italia da Enrico Damiani e Associati e tradotto da Lionel Brown), autore che non avevo mai sentito nominare è che scopro essere al suo quinto romanzo. Non che le abbia lette tutte queste recensioni, dopo un po’ ho lasciato correre, comunque mi son detta cosa avrà di così speciale questo professore di scrittura creativa della Florida Univerity accostato a Charles Willeford, John D. Mac Donald, Elmore Leonard e Carl Hiaasen? L’umorismo, la capacità di scrivere dialoghi sulfurei e fulminanti, la padronanza (insegna scrittura chi più di lui) nel tracciare ambienti, personaggi e trame? Non saprei, ma per scomodare mostri sacri dell’olimpo letterario americano come quelli citati, un po’ di sostanza dovrà pur esserci. Non c’è fumo senza arrosto, avrebbero detto i nostri nonni. Perciò mi sono seduta comoda e ho iniziato la lettura. No Regrets, Coyote è un crime umoristico (ma non per questo meno serio di molti altri crime), un lungo flusso di coscienza narrato in prima persona da Wylie “Coyote” Melville (ok, il primo che non pensa al cartone animato alzi la mano) terapeuta un po’ svitato che da pepe alla sua stanca esistenza (tra barboni accampati in giardino, pazienti, padre malato d’Alzheimer, sorella, ex moglie e ex fidanzate ci avrebbe già il suo bel da fare) prestando servizio come consulente forense “volontario” per il Dipartimento di Polizia della contea di Everglades. Un lungo flusso di coscienza, dicevo, che scorre per accostamenti, intuizioni, corrispondenze, (molte le note del traduttore a spiegare ciò che a un lettore italiano potrebbe sfuggire) verso un finale tipico di molto cinema americano. Un gigantesco Happy End sembra scintillare nel cielo con le sue luci glitterate da casinò del Nevada, (va bè qua siamo in Florida ma passatemi il paragone) non prima di averci servito nell’ordine un punteruolo da ghiaccio, un cane bomba, un gruppo di russi armati fino ai denti e molto arrabbiati e una simpatica signora con altrettanto simpatico cagnolino in braccio (a proposito si chiama Henry). Ah, poi c’è anche un viaggio in Alaska, ma questo viene prima e colora di nonsense una storia grottesca, paradossale, tragica, comica, assurda (eh sì, per alcuni versi anche assurda) che non disdegna colpi di scena e un pizzico di sano cinismo tutto americano. Devo essere sincera all’inizio questo flusso di coscienza un po’ mi ha disorientato, è stato come leggere un testo in discesa senza punteggiatura, poi entrata nel gioco, conosciute le regole, mi sono trovata più a mio agio. La componente gialla: bè vediamo c’è un tragico fatto di sangue all’inizio del racconto. Una famiglia composta da madre, padre e tre bambini (in pigiama intenti a scartare i regali di Natale) morti stecchiti, uccisi (apparentemente) dal padre e marito, alla fine suicidatosi sparandosi in bocca. Questa è la scena che la polizia si trova davanti con tanto di lettera confessione scritta a macchina dal suicida-omicida (dalla chiusa anomala sinceramente vostro). Chiamato a dire la sua Wylie “Coyote” Melville ci mette poco a capire che qualcosa non torna, che è una grande messinscena ad uso e consumo dei poliziotti e dell’opinione pubblica. E soprattutto si pone una grande domanda: chi è Pino? Lo scoprirete, fidatevi. Segnalo parecchi refusi, tra cui credo di aver intravisto pure una lettera greca.

John Dufresne, 30 gennaio 1948, Worcester, Massachusetts, è uno scrittore e sceneggiatore americano di origine franco canadese. Laureato al Worcester State College nel 1970 e alla University of Arkansas nel 1984, è docente di Scrittura Creativa del Dipartimento di Inglese presso la Florida International University. Nel 2012, ha vinto un John Simon Guggenheim Memorial Foundation Fellowship per il suo lavoro.

:: Segnalazione di Morte in prima classe, José María Guelbenzu (E/O, 2014) a cura di Natalina S.

12 luglio 2014 by

indexDopo aver conquistato l’attento pubblico di lettori spagnoli, Josè Maria Guelbenzu approda in Italia con Morte in prima classe, elegante giallo tradotto da Raul Schenardi e pubblicato da E/O.
Ci muoviamo nei territori del mystery classico all’inglese, la trama stessa del romanzo fa tornare alla memoria il seminale lavoro della regina del giallo Madame Agatha Christie, “Delitto sul Nilo”.
Rimane come sempre pregevole lo spirito da talent scout di E/O nel cercare di scavare nel ricco e fertile sottobosco nazionale ed internazionale, con occhio attento, non solamente all’efficacia di una storia, ma anche agli aspetti stilistici e formali.
In patria Guelbenzu è un autore molto apprezzato, soprattutto, nel raffinato lavoro di tratteggio psicologico dei personaggi e nella lucida visione della Spagna moderna, pennellata perfettamente nelle atmosfere e nella descrizione dei luoghi.

Una crociera sul Nilo sembra l’occasione ideale per rilassarsi.
Ed è questa l’intenzione della giudice spagnola Mariana de Marco nell’accettare l’invito dell’amica Julia. Fra i loro compagni di viaggio spicca la famiglia spagnola dei Montesquinza, una specie di clan guidato dall’anziana e autoritaria Carmen, con al seguito la figlia, l’ex marito su una sedia a rotelle e la segretaria. Ma un incidente durante la festa inaugurale interrompe il breve idillio con la bellezza del panorama e con l’atmosfera di ipocrita cordialità che regna sulla nave. Quando infatti viene proposta una gara di magliette bagnate, la scandalosa esibizione di Dolores, una giovane americana di buona famiglia, spinge Carmen a ritirarsi nella sua cabina. Da quel momento però la donna scompare senza lasciare traccia, e Mariana si ritrova coinvolta in un’indagine che si complica ulteriormente con la successiva sparizione di Dolores. Basandosi soltanto sulle proprie intuizioni e sugli abili interrogatori a cui sottopone i membri del clan, contro l’incredulità dell’amica Julia e l’ostilità della famiglia Montesquinza, Mariana scoprirà un’oscura trama di relazioni affaristiche e personali e risolverà brillantemente l’enigma.
Con Morte in prima classe sono sei i romanzi polizieschi di J.M. Guelbenzu che hanno per protagonista la giudice Mariana de Marco, donna affascinante, di grande personalità ed emotività,

José María Guelbenzu è nato a Madrid nel 1944. Dopo aver collaborato con diversi periodici e riviste letterarie, è stato il direttore editoriale di Taurus y Alfaguara fino al 1988, anno in cui ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla scrittura. È autore di numerosi romanzi, appartenenti soprattutto al genere poliziesco, vincitori di numerosi premi.

:: Galli Bianchi e Gladioli Rossi Tradizione e leggenda nelle Triadi Cinesi, Davide Mana (8PiecePress, 2014)

11 luglio 2014 by

coverLe Triadi Cinesi appartengono senz’altro di diritto all’iconografia classica del misterioso Oriente, e forse nessun altro fenomeno criminale al mondo è mitizzato e circonfuso di leggende, che sanno appunto più del mito e del folcrore che della realtà, più di questo. E proprio questo tema emerge nel breve saggio Galli Bianchi e Gladioli Rossi Tradizione e leggenda nelle Triadi Cinesi di Davide Mana, testo nato da un lavoro molto più ampio e più tecnico svolto dall’autore e indirizzato a criminologi e investigatori. Certo questa è un’opera divulgativa, scritta con un linguaggio il meno pomposo e noioso possibile, tuttavia contiene alcuni punti, alcune intuizioni, che lo rendono interessante anche per i cosiddetti non addetti ai lavori. Innanzitutto le Triadi sono sette segrete, ciò che trapela è appunto parte del mito, ciò che questi adepti vogliono trasmettere all’esterno. E Mana, con un certo coraggio, spazza via ogni guizzo romantico. I membri delle Triadi sono criminali, molte volte assassini, impiegati nei traffici sordidi più lucrosi, dal racket alla prostituzione, dalla contraffazione di beni di lusso al traffico di persone tenute in stato di schiavitù. Quindi niente di romantico o esotico. Money is Money. Business Is Business. Tutta la parte mitologica può essere un incontrovertibile bluff. Un mito appunto nutrito da tanta cinematografia hongkonghese prodotta tra gli anni ’50 e ’90, dove appunto i produttori e gli attori stessi, Mana spiega il modo con cui venivano avvicinati, erano affiliati o più o meno strettamente legati alle Triadi. Un altro punto interessante consiste nel comprendere che dei 20.000 membri che compongono di norma questi nuclei mafiosi, la componente attiva è ben minore rispetto ai semplici fiancheggiatori o simpatizzanti, che sì contribuiscono con donazioni alla causa, ma possono continuare a svolgere la loro vita onestamente. Tolto il mito resta la violenza come arbitrio. E quando il Re è nudo è molto più vulnerabile. Certo Mana ne traccia lo sviluppo attraverso i secoli, dalla società dei Sopraccigli Rossi, alla Setta dei Turbanti Gialli, alla Società del Loto Bianco, e qui parliamo di storia, fino a trattare i fatti che sfumano nella leggenda, come la distruzione del Tempio di Shaolin, ma ciò che resta più vivido nel lettore è senz’altro l’aneddoto iniziale legato all’attrice e cantante Anita Mui, che spiega, come esempio concreto, come sono diventate le società segrete del ventesimo secolo. Con buona pace dei galletti bianchi sgozzati, dei mazzi di gladioli, e dei trentasei giuramenti rituali. Copertina & Lettering di Giordano Efrodini.

Davide Mana (Torino, 1967) è un paleontologo ed esperto in scienze ambientali. Da sempre si occupa di divulgazione scientifica e di studi interdisciplinari. Conduce una doppia vita, e di notte si trasforma in autore di narrativa di genere. Tra le sue pubblicazioni Avventurieri sul Crocevia del Mondo, Avventurieri alle Porte del Tempo e Avventurieri del Mondo Perduto. Il suo blog: Strategie evolutive.

:: L’ultimo giorno prima di domani, Eduard Márquez, (Keller editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

11 luglio 2014 by

l'ultimo giorno“A volte si muore. Quindi ci deve essere un giorno, quel giorno, prima di domani in cui si capisce che si deve continuare a vivere nonostante tutto quello che hai già vissuto”. Il nuovo romanzo dello spagnolo Eduard Màrquez è un vero e proprio puzzle, quindi se nel leggerlo dovesse sembrarvi caotico e incomprensibile, non spaventatevi, perché un po’ alla volta tutti i tasselli della vicenda troveranno il loro giusto posto nella storia di L’ultimo giorno prima di domani. Chi racconta è un narratore anonimo, sappiamo che è un uomo colpito da un grave dolore familiare che ha reso ancora più difficile il rapporto con la compagna di vita, madre di sua figlia. Proprio a causa di questo dramma il protagonista comincia un lungo cammino di recupero dei ricordi che porterà lui e il lettore in un arzigogolato pellegrinaggio avanti e indietro nel tempo della vita di chi racconta. Di lui conosciamo la ferrea educazione in ambiente religioso condita da morbose attenzioni e severe punizioni per presunti peccati commessi. Si passa poi all’adolescenza fatta di divertimento, sesso, droga, musica, voglia di eccedere e di infrangere le regole. Azioni che avranno per il protagonista e i suo amici conseguenze non sempre prevedibili. Una presenza abbastanza costante del vissuto del narratore è l’amico Roberto e poi tra i due a creare un rapporto tra l’amicizia e la competizione arriverà Francesca. Il trio sarà inseparabile fino a quando un tragico evento porterà i tre amici a recidere il sottile filo che li lega l’un l’altro, scatenando in qualcuno un rancoroso dolore che riemergerà solo nel presente. Il nuovo romanzo di Márquez non è solo la storia di un io che fa i conti con se stesso e con i propri errori. La riflessione sulla propria esistenza da parte del protagonista e la presa di coscienza di aver fallito, sono un tratto comune ai tutti i suoi coetanei. Loro sono una generazione che ha cercato di ribellarsi alle leggi dei padri con l’eccesso, ma questo non ha fatto altro che dare gioie ed euforie fasulle, che hanno lasciato i personaggi davanti alla nuda e cruda verità di non aver fatto molto di utile nella propria vita. Il protagonista avrebbe voluto diventare uno scrittore e invece lavora nella tipografia del padre, lasciando nel cassetto il suo unico libro mai pubblicato. Francesca, amica, amante, è l’esempio della fragilità umana che non riesce a sopportare gli imprevisti e le prove della vita. Roberto sparisce e ritorna da adulto nella vita del narratore, è un artista di strada e sembra ricomparso da nulla e per caso, ma lui, in realtà, ha un piano preciso da portare a termine. Il protagonista in ricordo dell’amicizia di un tempo accoglie in casa sua Roberto senza rendersi conto che questo sarà l’inizio della fine. L’ultimo giorno prima di domani è un romanzo breve, ma intenso, nel quale Márquez attraverso un linguaggio tra il narrativo e il poetico, dimostra come un uomo adulto arrivi ad un certo punto della propria esistenza e ripensi a tutto il proprio vissuto – in questo caso il processo è determinato dalla perdita di una delle persone più amate dall’io narrante- rendendosi conto non solo di aver mancato una serie di importanti traguardi, ma di essersi fidato troppo di chi credeva amico.
Traduzione dal catalano Beatrice Parisi.

Eduard Márquez è nato nel 1960 a Barcellona. È autore di libri di poesia, narrativa e letteratura infantile. Tra le sue opere il romanzo Il silenzio degli alberi (Keller, 2011) che è stato tra i finalisti del Premio dei librai catalani ed è stato tradotto in varie lingue; e il romanzo “La decisione di Brandes”, sempre edito da Keller, che ha ottenuto il Premio Octavi Pellissa, il Premio della Critica catalana e il Premio Qwerty come miglior libro catalano dell’anno.

:: Un’intervista con Connie Furnari – Scrivere fantagotico in Italia a cura di Elena Romanello

10 luglio 2014 by

stryx-il-marchio-della-strega1Tra i nomi degli autori e autrici della nostra penisola che si affacciano al genere fantastico in tutte le sue accezioni, dal fantasy al gotico, spicca Connie Furnari, attiva molto anche sul Web, con racconti e gruppi letterari. Classe 1976, catanese, laureata in lettere con una tesi sul rapporto tra Freud e il racconto, ha vinto premi letterari con poesie e racconti ed è presente in varie antologie con i suoi lavori. Collabora inoltre con svariate riviste on line, e oltre a scrivere adora leggere, riempire la sua casa di libri, ascoltare musica mentre dipinge, disegnare fumetti in stile manga.
Ecco cosa racconta dei suoi libri, Strix e Angeli ribelli, e non solo.

Come sono nate le idee dei tuoi libri Stryx e Angeli ribelli?

Stryx è nato da “La lettera scarlatta” di Nathaniel Hawthrone. Mi sono chiesta cosa sarebbe accaduto se due vere streghe, vissute all’epoca dei puritani, fossero costrette a vivere nella nostra epoca. Sarah e Susan rappresentano due tipi diversi di donna, e il modo in cui le donne usano il loro “potere”: solo noi possiamo scegliere chi essere, se seguire il bene o il male. Per “Angeli Ribelli” invece mi son ispirata alle figure angeliche descritte da John Milton in “Paradiso Perduto”: la storia è un incrocio tra La bella e la bestia, Jack Lo squartatore e Dracula.

Da dove nasce il tuo interesse per il genere fantastico e cosa pensi di chi lo bolla come semplice moda?

Il fantastico è sempre stato il mio genere, mi annoia scrivere storie di tutti i giorni. Penso che un fantasy, scritto in modo appropriato, sia qualcosa di meraviglioso. Di solito si seguono i clichè e non si raggiunge mai un proprio stile, questo è lo sbaglio di molti autori.

Cosa pensi della situazione attuale del genere fantastico in Italia e non solo?

Si cade nel noioso perchè, come detto sopra, tutti percorrono strade già battute, nessuno rischia….

Quali sono i tuoi maestri letterari e simili e i tuoi modelli di ispirazione?

I miei modelli sono i grandi autori di classici tra gotico e horror dell’Ottocento come Edgar Allan Poe, Charles Dickens, Conan Doyle, Mary Shelley…

Prossimi progetti?

Per adesso sto completando il romanzo di Moonlight, è stata una decisione dettata perlopiù dai lettori, visto che è stato molto richiesto. Poi ritornerò sugli angeli, ma non dico altro per il momento…

Il sito ufficiale di Connie è http://conniefurnari.blogspot.it/

:: L’incredibile viaggio, Todd Downing, (Polillo, I Bassotti, 2014)

9 luglio 2014 by

viaggioForse il più famoso delitto in treno della storia della letteratura gialla appartiene a Dame Agatha Christie, che con il suo celeberrimo Assassinio sull’Orient Express ci narrò la storia di una vendetta consumata da insospettabili attori che sfrecciavano a bordo del leggendario treno tutto velluti e cristalli di Lalique. Un dramma con Poirot nelle vesti di rassegnato investigatore dell’unico caso che forse mai avrebbe voluto risolvere. Dubito che ci sia ancora qualcuno che non ne conosca la trama, e soprattutto il finale da antologia. Tra cinema, tv e persino videogiochi, la diffusione è stata davvero capillare, comunque nel caso che un giovane lettore leggesse questa recensione, (sì, per i più giovani la letteratura è un mondo ancora tutto da scoprire), non dirò altro, posso solo ricordare che il succitato romanzo fu pubblicato per la prima volta a puntate dal settimanale statunitense The Saturday Evening Post nell’estate del 1933.
Di qualche anno dopo è L’incredibile viaggio (Vultures in the Sky, 1935) di Todd Downing, il primo autore di successo di detective novel dell’Oklahoma. Romanzo edito in Italia da Polillo editore nella collana I Bassotti e tradotto da Giovanni Viganò che a buon diritto può rientrare nel genere delitto in treno. Altro scenario, non più la decadente Europa e il tragitto Istanbul Londra ma l’arido e selvaggio Messico, sole accecante, cactus e deserto. (Se vi capita leggetevi Il serpente piumato di Lawrence, ok, sono andata fuori tema, rimedio).
Protagonista Hugh Rennert, l’agente del Dipartimento del Tesoro americano (che compare in altri sei mystery di Downing oltre a questo), personaggio che fece la sua comparsa per la prima volta nel 1933 in Murder on Tour, credo inedito in Italia. Ma non ne sono sicurissima. Temendo ondate di scioperi selvaggi, perché si sa le ferrovie messicane negli anni ’30 erano esattamente molto simili all’ottocentesco selvaggio West, una coppia di americani in viaggio si separa: la lei resta a Laredo dalla sorella, il lui prosegue il viaggio in solitaria. Tutto perché la donna, così sostiene il marito, ha ascoltato una conversazione tra due sconosciuti a bordo del treno che l’ha spaventata. Uno minaccia l’altro con queste parole: Se non ubbidisce farò saltare il treno. Più andandosene frammenti di conversazione tra cui udibili poche parole come: “velette e polsini” e “edizione straordinaria”. (Anche se poi l’inserviente sostiene che nessuna donna è scesa a Laredo).
Si sa confidarsi con un amico, a volte anche solo con un conoscente, è la cosa migliore in questi casi e così l’uomo racconta questo episodio a Hugh Rennert, descritto come un uomo un po’ in la con gli anni, non bello, ma con lineamenti regolari e lo sguardo pensoso. Quando poco dopo ci scappa il morto, un messicano per giunta (che si rivelerà essere cittadino degli Stati Uniti, tale Eduardo Torner), sebbene il capotreno ipotizzi un infarto in attesa del medico che potrà esaminarlo solo la fermata dopo, per il nostro agente del Dipartimento del Tesoro è inequivocabilmente un delitto, e mettersi a fare domande e indagare è per lui naturale come per noi leggere un buon libro. Strani incidenti si susseguono finché nel bel mezzo del deserto… (Sognavo da una vita di interrompere così una frase sul più bello).
Allora che dire, mi sono divertita, e per un giallo così vintage è una bella soddisfazione. Lo stile è scorrevole, c’è grande attenzione ai dettagli che ricreano scene facilmente visibili con gli occhi della fantasia. Sì, lo spazio è ristretto quasi claustrofobico: corridoi, (per di più angusti) cabine, cuccette, vagoni ristoranti, vagoni fumatori. Fuori dal finestrino cactus, zanzare e deserto. Ma non ostante lo spoglio scenario, la curiosità man mano che si sfogliano le pagine cresce. Todd Downing il suo sporco lavoro di narratore lo sapeva fare, e anche il traduttore ci mette del suo. E noi lettori non possiamo chiedere di più. Volete un voto, e sia un bell’otto per questo discendente della tribù indiana dei Choctaw avventuratosi in una carriera di narratore dopo una lunga gavetta come recensore. Va bè poi lasciò tutto per dedicare il resto della vita allo studio e all’insegnamento della lingua parlata dalla tribù dei Choctaw. Ma questa è un’altra storia.

Todd Downing (1902-1974), discendente per parte di madre dalla tribù indiana dei Choctaw, nacque ad Atoka, nell’attuale Oklahoma. All’inizio della sua carriera insegnò presso la University of Oklahoma, dove aveva studiato, collaborò con la rivista Books Abroad e lavorò come guida turistica in Messico, attività che gli ispirò la trama del suo primo giallo, Murder on Tour (1933). Nel libro introdusse il suo personaggio per eccellenza, l’agente del Dipartimento del tesoro americano Hugh Rennert. A questo fecero seguito otto romanzi tra i quali meritano di essere ricordati The Cat Screams (1934, La pensione di Madame Fournier), Vultures in the Sky (L’incredibile viaggio), Night Over Mexico (1938) e Death Under the Moonflower (1939) nel quale il protagonista non è più Rennert, bensì lo sceriffo Peter Bounty. Tra il 1933 e il 1938 Downing tenne numerose conferenze sulla letteratura poliziesca e sulla materia scrisse anche un saggio, Murder Is a Rather Serious Business, che uscì nel 1945. Non ancora quarantenne, dopo la pubblicazione di The Lazy Lawrence Murders (1941) decise di abbandonare l’attività di scrittore e tornò nella natia Atoka, dove dedicò il resto della vita allo studio e all’insegnamento della lingua parlata dalla tribù dei Choctaw.

:: Morte all’Acropoli – Le indagini di Apollofane, Andrea Maggi (Garzanti, 2014) a cura di Giulietta Iannone

8 luglio 2014 by

indexPer gli amanti della Grecia classica, cultori del bello scrivere, cadenzato da digressioni colte, periodi ampi e ariosi, termini greci che pian piano diventano familiari, abituali, parte della nostra cultura e del nostro patrimonio di conoscenze, Garzanti ha appena pubblicato, dopo le fatiche del torneo Ioscrittore, Morte all’Acropoli Le indagini di Apollofane del pordenonese Andrea Maggi.
Un thriller storico, di impianto classico per stile e linguaggio, ambientato nell’Atene del IV secolo avanti Cristo, non l’Atene dell’Età dell’Oro di Pericle, ma l’Atene sulla via della decadenza, del tramonto della polis, della sconfitta militare, della crisi politica, della corruzione capace di minare le fondamenta della più antica democrazia della storia. Un periodo storico insomma di crisi e conflitto, che ben si presta ad aggiungere un tocco di drammaticità in più a una storia appunto che parla di furti, omicidi, innocenti ingiustamente accusati, padri che per salvare il buon nome della famiglia coprono i reati dei figli scapestrati mettendo a repentaglio il destino di Atene.
Laureato in Lettere a Trieste con una tesi sul poeta Giacomo Noventa, Andrea Maggi, (è insegnante, ha come vocazione trasmettere sapere ed educare), deve aver pensato, cosa c’è di meglio del genere giallo, per dare sfogo a una passione quella della storia antica, e trasmettere questo amore ai giovani o a coloro che appunto si avvicinano alla lettura sempre titubanti, preoccupati di annoiarsi. E in questo libro tempo per annoiarsi non ce n’è, tutti gli strumenti classici che rendono piacevole la suspense sono usati con competenza e divertita ironia: c’è l’indagine, seguita dal brillante Apollofane, un mercante che per una promessa si trova a diventare investigatore e improvvisarsi logografo, un omicidio di un addestratore di galli, un processo tenuto alla presenza dell’Arconte Re, la scomparsa dell’oro custodito nel Tesoro dell’Acropoli, una bellissima e indipendente filosofa di nome Filossene, una madre che a tutti i costi vuole trovare al figlio una moglie onesta e parsimoniosa, uno schiavo fedele al suo padrone ed esperto nella lotta, e un asino Mida, proprio come l’antico re che trasformava in oro tutto quello che toccava, che si trasforma in un più che efficiente… cane da guardia.
La ricostruzione storica è più che fedele, capace di far rivivere l’atmosfera del tempo, la folla dei mercati, dell’Agorà, il chiasso assordante delle bische tra le urla di incitamento degli scommettitori, e i guaiti dei cani da combattimento, le raffinatezze dei simposi, i templi con i loro sacrifici in cambio delle predizioni degli dei. In più appunto c’è la componente gialla con l’indagine vera è propria, la ricerca di indizi, l’interrogazione dei testimoni, le intuizioni, la scoperta dell’assassino, e del piano che il delitto nascondeva. Buona lettura.

Andrea Maggi è un giovane professore di lettere appassionato di storia. Morte all’Acropoli è il suo primo romanzo.

:: Un’intervista con Paolo Cortesi, autore de Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries a cura di Giulietta Iannone

7 luglio 2014 by

cortesi_250X_Benvenuto, Paolo, su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Raccontaci qualcosa di te, parlaci dei tuoi studi, del tuo background, del tuo esordio come scrittore.

– Liceo classico, laurea in filosofia, alcuni anni come insegnante: tutto molto normale. Nelle mie note biografiche non posso scrivere nulla di intrigante, come quelli che dopo aver fatto tutt’altro (cercatori di diamanti, cantanti, calciatori, fachiri, eremiti, pittori ecc. ecc.) regalano al mondo i loro capolavori letterari. Resto ammirato da chi può scrivere “vive tra New York e Londra” (e mi chiedo: ma questo vive in mezzo all’Oceano?). La sola cosa un po’ fuori dal consueto che posso dire è che ho scritto il mio primo “romanzo” (!?) a otto anni. Lo feci leggere al mio maestro. Me lo restituì corretto, tutto coperto di segni rossi: ci restai di pietra.
Il primo romanzo (questo vero, senza virgolette) è stato “Il fuoco, la carne”, Premio Todaro Faranda 2003. Poi è arrivato “Il patto” (Nexus), e poi ancora “La velocità dei corpi” (Piemme).
Ho pubblicato molti saggi di storia. La mia biografia “Cagliostro” (Newton Compton) ha vinto il Premio Castiglioncello nel 2005.
Per i pochi benemeriti che volessero sapere qualcosa di me e dei miei libri, non mi resta che segnalare il mio sito http://www.paolo-cortesi.com

E’ appena uscito per Piemme, in una collana esclusivamente di ebook chiamata Originals, il romanzo breve Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries. Un giallo storico ambientato nella Parigi del 1912, con protagonista l’autore della Recherche improvvisatosi detective, più che altro per necessità. Come è nata l’idea di scrivere questo racconto? Quale è stato il punto di partenza nel processo narrativo?

– Era una domenica pomeriggio di molti mesi fa. Ero in auto con Michela, la mia compagna, e stavo pensando con lei, ad alta voce, su quale poteva essere la trama di un giallo originale. Pensai che l’ingrediente più indispensabile per un giallo davvero insolito doveva essere il protagonista, del tutto imprevedibile. Volevo scrivere un giallo in cui realtà e fantasia fossero strettamente mescolati. Volevo un personaggio storico, reale, al centro della vicenda. Chi poteva essere l’antidetective per eccellenza? Insomma: quale figura era la meno probabile, e dunque la più suggestiva, come investigatore? Marcel Proust mi balzò in mente come se mi fosse stato suggerito da qualcuno. L’idea del romanzo mi venne in mente proprio mentre ci trovavamo davanti al cimitero di Cesenatico, dove riposano Marino Moretti, uno dei più grandi poeti del Novecento, e Dante Arfelli, uno dei più grandi romanzieri italiani del secondo dopoguerra: per scherzo, ed anche per civetteria, dico che la trama me l’hanno trasmessa loro telepaticamente…

Come ti sei documentato per ricostruire la Parigi del 1912, quali libri hai letto, quali film, fotografie, documentari hai visionato?

– Conosco veramente bene Parigi, è la città che conosco meglio dopo quella in cui vivo. Ho letto molti libri sulla storia di quella straordinaria città, ed in particolare sono state utilissime le guide turistiche dell’epoca. Le fotografie di inizio secolo (il secolo scorso) di Atget sono state fondamentali per poter possedere l’atmosfera, il sapore di Parigi nel 1912.
E davvero utili sono stati i film muti girati da Louis Feuillade fra il 1913 ed il 1914, che hanno per protagonista Fantomas.
Sono stato quanto più fedele possibile alla realtà storica. Un esempio: in un punto del romanzo, si parla di una ditta di taxi e noleggio auto, la Comoy et Perrin: bene, quella ditta esisteva davvero: ne ho ricavato il nome dal Baedeker di Parigi del 1911.

Perché tra tutti i personaggi storici hai scelto proprio Proust? Che legame ti unisce a questo scrittore?

– Proust lo si ama o lo si subisce: in ogni modo, non può lasciare indifferente uno scrittore. Non è il mio autore preferito (leggendo la tua recensione ho capito che te ne sei accorta), ma è sicuramente una presenza letteraria con cui si devono fare i conti. Certe sue pagine miracolosamente raffinate, istoriate, vertiginosamente impeccabili, fitte di intarsi e di volute come vetrate di chiese gotiche fanno dimenticare pesantezze e puntigli in cui l’uomo zittisce l’artista.
Mi piaceva avere Proust nel mio romanzo e farlo muovere come credevo che fosse nella vita: generosissimo e sospettoso, mite e inflessibile, acuto e smarrito, fragile e tenace: insomma, uno scrigno di contraddizioni ma con una luce interiore, con un dono meraviglioso che si può chiamare solo Arte (e nota che la A maiuscola qui non è senza significato).

La storia inizia con un invito che riceve Proust da parte di un gruppo di amici altolocati, nobili, militari d’alto grado, borghesi facoltosi, attribuitosi il titolo goliardico di gaudenti – che hanno organizzato, tutto nella massima segretezza, un festino particolare, eccentrico direbbe uno dei personaggi. Proust arriva tardi all’appuntamento e il giorno dopo scopre…

-Scopre che i suoi quattro amici gaudenti sono stati trovati cadaveri all’alba, da un netturbino; ciascuno con la gola tagliata da orecchio a orecchio, i polsi legati, allineati su un prato del giardino delle Tuileries. E Proust comprende, presto, che la quinta vittima sarebbe dovuta essere lui.

Per sottolineare il clima omofobo che vige anche dell’alta società della Belle Époque, utilizzi termini dispregiativi come “invertiti” e “pederasti”. Come ti sei documentato per ricostruire la situazione degli omosessuali in questo periodo?

-Esiste un bel saggio che si intitola “Proust in love” di William Carter (edito da Castelvecchi); lì ci sono molte notizie sul mondo omosessuale in cui viveva e si muoveva Proust.
Tengo a precisare che io descrivo una situazione sociale, non la giudico. E se comunque dovessi farlo, darei tutto il mio sostegno a persone che furono perseguitate per i deliri moralistici di una società classista che ammetteva ogni “perversione” nei ricchi e puniva nei poveri, come colpa atroce, le stesse scelte sessuali.

Hai scelto di cambiare i nomi dei domestici di Proust, che nella tua storia si chiamano Octave e Jeanne. Octave è un anarchico, un difensore della lotta proletaria. Ti sei ispirato al vero servitore di Proust o è una tua invenzione?

– I veri domestici di Proust, cioè quelli più lungamente al suo servizio, erano Celeste e Odilon. Celeste scrisse, o meglio dettò, un libro di memorie, o meglio di venerazione della memoria del suo amatissimo Monsieur Proust. La mia Jeanne si ispira a lei: votata a Marcel che considera un eterno malato bisognoso di cure amorevoli. Octave, invece, l’ho immaginato anarchico, esasperato dalle ingiustizie sociali, in contrasto con la moglie. In effetti, nella Parigi dei primi del Novecento, gli anarchici non erano pochi, nonostante la repressione capillare e durissima (proprio nel 1912 verrà ucciso dalla polizia Jules Bonnot, il capo della banda di rapinatori anarchici; ma loro si definivano “recuperatori”). Octave, arrabbiato e deluso, è un personaggio che -a mio parere- movimenta la storia e che dà alla ricostruzione un dettaglio veritiero in più.

Non anticipo certo il colpo di scena finale, ma rassicuro i lettori che sebbene per buona parte del racconto non si sa bene dove si andrà a parare, poi tutto torna e tutto si spiega. E’ davvero un intrigo che metterà a dura prova i lettori che di solito scoprono sempre chi è l’assassino. Come hai avuto l’ispirazione per questo finale?

-Come ti dicevo prima, la trama si è sviluppata anello dopo anello, a partire dall’idea di base: Proust coinvolto in una storiaccia di morti ammazzati amici suoi che, come lui, si concedevano -con mille precauzioni perché personaggi di spicco- si concedevano piaceri “proibiti”.
Direi quindi che la trama, nel suo intreccio, ha seguito il corso verosimile degli eventi a partire da un episodio tragico e misterioso. Volevo che il lettore non avesse alcuna idea delle vere cause di ciò che accadeva; volevo che il lettore si sentisse come colui che entra in un cinema a film iniziato: vede immagini, ascolta dialoghi ma tutto pare non avere collegamento con il resto. Il coup de theatre finale è quello che più mi ha divertito: l’apparizione in scena di un personaggio storico famosissimo (scommetto che non ci sarà un solo lettore che non ne abbia sentito il nome almeno una volta) che risolve l’intrico, ma non da osservatore esterno, bensì da protagonista, certo in un ruolo che nessuno sospetterebbe. E che ovviamente non svelerò neppure sotto tortura.

Grazie Paolo della disponibilità nel salutarti mi piacerebbe sapere se sono previste altre avventure del tuo Marcel Proust detective?

-Sai che pensavo proprio ad un thriller in cui tornano Marcel, Octave, Jeanne, Reynaldo? I presupposti per continuare ci sono tutti. E se il pubblico mi dà fiducia, sarei felicissimo di raccontare ancora una avventura gialla di Proust…

Gentili lettori, l’autore si presta a rispondere ai vostri commenti o alle vostre eventuali domande. Se avete delle curiosità potete scriverle nei commenti a questo post.

:: Affari di famiglia, Francesco Muzzopappa, (Fazi editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

6 luglio 2014 by

indexEra tempo che non mi capitava di leggere una storia così divertente e allo stesso tempo intelligente. Una vicenda capace di far ridere il lettore dalla prima all’ultima pagina facendolo pensare a cosa conta davvero nella vita. Affari di famiglia di Francesco Muzzopappa è un romanzo davvero spassoso che si legge tutto d’un fiato sotto l’ombrellone, in poltrona, in viaggio o dove vi pare, se vi sentite un po’ giù di morale questo libro vi farà tornare il sorriso e potrebbe anche essere un bel film commedia. La storia ambientata a Torino ha per protagonista una contessa non solo sull’orlo di una crisi di nervi, ma giunta al limite delle proprie possibilità economiche. Maria Vittoria dal Pozzo Della Cisterna – già il nome è tutto un programma- è una degli ultimi discendenti di una importate famiglia della nobiltà torinese, ma a quanto pare non sembra passarsela troppo bene. Lei, abituata a deliziare il proprio palato con delle delicate frolle di pasticceria e vini da capogiro, deve – con un dolore estremo all’animo- optare per mediocri biscotti prodotti a livello industriale accompagnati da gelati del discount. La contessa non naviga più nel lusso di un tempo, perché la crisi economica l’ha costretta – strano ma vero- a vendere molte proprietà, a farsi pignorare mobili e gioielli e a eliminare buona parte del personale domestico. La donna ha sepolto da tempo il marito e a darle sostegno, sempre con riverenza e massima educazione, è Orlando il maggiordomo con la passione per i versi di William Blake. In realtà, la Contessa dal Pozzo della Cisterna ha un figlio, tal Emanuele, ma è talmente stolto e ottuso che al posto di aiutare la madre, non fa altro che sperperare le ultime ricchezze in divertimenti e in regali al silicone (le poppe) alle sue fidanzate. L’anziana signora non ha la più pallida idea di come rimpinguare le proprie casse ormai quasi vuote poi, complice una rapina nella quale si troverà coinvolta, aiuterà l’astuta contessa ad escogitare un piano per riconquistare le ricchezze di un tempo. La trama di Affari di famiglia è avvincente e conferma la capacità di Muzzoppapa di costruire personaggi diversi tra loro per carattere ed estrazione sociale riuscendo, da abile scrittore, a farli convivere dentro ad uno stesso spazio narrativo. La simpatica contessa Maria Vittoria dal Pozzo Della Cisterna è fredda, schizzinosa, in parole povere è la tipica persona con la puzza sotto il naso, inorridita dal fatto di doversi abbassare all’utilizzo e consumo di prodotti di massa. Accanto a lei troviamo i suoi grotteschi complici, il Rapinatore Educato e il ragazzino dal linguaggio truculento ben lontano dal bon ton. Il primo si è messo a far rapine dopo aver perso il lavoro e per passione costruisce modellini in legno di antichi velieri che non sono proprio uno splendore. Il secondo vive con la nonna, i genitori non lo hanno mai sostenuto e lui si è fatto da sé, vivendo a diretto contatto con la strada. Tra una gag comica e l’altra, questi due scapestrati giovanotti convivranno per un breve periodo di tempo con la contessa e proprio questo contatto farà uscire in modo inaspettato il meglio di loro. Da non scordare è il figlio della nobildonna, Emanuele, l’esempio tipico del giovane viziato che ha avuto tutto dalla vita e che spende e spande soldi comprando cose che rappresentano l’inutilità assoluta. Lui è un trentenne vuoto di valori, ma Muzzopappa gli darà la possibilità di una rinascita e la sua trasformazione lascerà a bocca aperta non solo la contessa, ma i lettori stessi. Con Affari di famiglia Muzzopappa costruisce un romanzo dal linguaggio fresco, frizzante nel quale le situazioni comiche si susseguono a ruota libera con una scrittura umoristica che ricorda alcuni autori anglosassoni come P.G. Wodehouse, Alan Bennett, Patrick Dennis, David Sedaris, Tom Sharpe. In Affari di famiglia si ride e allo stesso tempo quello che accade a tutta la squattrinata ciurma di personaggi è la dimostrazione che un riscatto umano, o se volte chiamarla una seconda possibilità concessa, può davvero trasformare le persone.

Francesco Muzzopappa, nato a Bari nel 1976, approda alla pubblicità per puro caso, superando una selezione in cui arriva primo su 650. Trasferitosi a Milano, nel giro di pochi anni diventa uno tra i più conosciuti e apprezzati copywriter italiani. Per la categoria in cui eccelle, le pubblicità radiofoniche, ha vinto numerosi riconoscimenti tra Cannes, Londra e New York nonché una serie di premi bizzarri (compresi un buono da 10.000 euro per mangiare gratis al ristorante, una fornitura completa di mobili per la casa e un assegno speciale per viaggiare in tutto il mondo). Molto schivo, sin dall’adolescenza ha studiato da autodidatta le tecniche della narrativa umoristica, spolpando letteralmente i testi di Swift, Sterne,Wodehouse e molti altri. Allievo della scuola di scrittura di Raul Montanari, ha pubblicato alcuni racconti su riviste e antologie. Una posizione scomoda del 2013 uscito con Fazi è il suo primo romanzo.

:: Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries, Paolo Cortesi (Piemme, Originals, 2014) a cura di Giulietta Iannone

5 luglio 2014 by

cortesi_250X_Molti scrittori, tra cui numerosi autori di gialli, hanno eletto a protagonista delle loro narrazioni personaggi storici realmente esistiti, da Aristotele a Platone, da Dante a Machiavelli, improvvisamente diventati detective per accontentare i gusti dei lettori che amano sia i romanzi storici, che appunto i gialli più deduttivi. Paolo Cortesi ha scelto Marcel Proust e per l’occasione ci porta nella Parigi del 1912, ricreata con dovizia di particolari e un raffinato gusto per l’intrigo e il coupe de theatre, che sul finale metterà in gioco un altro personaggio storico, arrivato provvidenzialmente sulla scena.
Che gli scrittori siano ottimi osservatori, e perciò ottimi investigatori, è un’intuizione che ci accompagna per tutta la lettura di questo breve romanzo, (niente più che 150 pagine, a caratteri grandi) e piacevolmente getta una luce, trasfigurata dalla fantasia, su uno scrittore che partendo da una madeleine, un delizioso dolce a forma di conchiglia, ha ricreato un mondo, che altrimenti sarebbe andato perduto, facendo rivivere l’ alta società della Belle Époque.
L’omosessualità di Proust non è un mistero, come non è un mistero il clima omofobo che gravava, almeno apparentemente, su quella società. L’omosessualità era un segreto da custodire, l’amore omosessuale un piacere proibito, che portava con sé solo vergogna e disonore. E da questo clima persecutorio nasce lo spunto per raccontare la storia narrata in Marcel Proust e l’assassinio delle Tuileries.
Un piacevolissimo divertissement, narrato con leggerezza e brio. Marcel Proust ne esce un po’ malconcio, ma indubbiamente l’autore lo descrive come un uomo buono, generoso, certo con le sue fisime, i suoi vezzi, la sua eccessiva gelosia che trasformerà un amore in un’ amicizia, ma capace di dare 500 franchi a una vedova di un taxista sola con due figli piccoli. Oltre a Proust altri due personaggi prendono la scena: i due domestici Jeane e Octave. Lei fedele, gentile, quasi materna; lui anarchico non redento, convertitosi alla lotta sociale contro i ricchi e socialmente dominanti, ma capaci di correre in soccorso del ‘padrone’, quando aveva spergiurato che mai l’avrebbe fatto se l’avesse visto con un coltello alla gola.
Della trama dico poco, il racconto è così breve che vi rovinerei il piacere della lettura, ma posso dirvi che la curiosità che mi ha spinto a leggerlo è stata ampiamente ricompensata.

Scrittore e saggista, Paolo Cortesi è nato a Forlì, dove vive e lavora. Ha pubblicato diversi saggi di storia della cultura occidentale (il più recente è Medioevo sconosciuto, Nexus) ed è autore del programma televisivo Testimoni, trasmesso da Rai Storia. Il suo romanzo d’esordio, Il fuoco, la carne (Perdisa), ha vinto il Premio Todaro-Faranda nel 2003, mentre con la biografia Cagliostro (Newton Compton) si è aggiudicato il Premio Castiglioncello 2005. Ha pubblicato i romanzi Il patto (Nexus) e La velocità dei corpi (Piemme), che hanno ottenuto un buon successo di critica e di pubblico. Il suo sito è http://www.paolo-cortesi.com

:: Albergo Italia di Carlo Lucarelli (Einaudi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

4 luglio 2014 by
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A sei anni da L’ottava vibrazione, romanzo sperimentale metà storico e metà noir sulla disfatta di Adua, Carlo Lucarelli torna in libreria, sempre per Einaudi, con un nuovo romanzo del cosiddetto ciclo coloniale dal titolo Albergo Italia. Un agile volumetto, su per giù 120 pagine, più un racconto lungo che un vero romanzo, pubblicato in collaborazione con L’Ente editoriale dell’Arma dei Carabinieri in occasione del Bicenetenario dei Carabinieri. Un’opera su commissione, forse, sta di fatto che conferma, se ce ne fosse bisogno, l’abilità narrativa di questo autore che più che altro conoscevo per apparizioni televisive, articoli giornalistici e sceneggiati tratti dai suoi libri (De Luca e Coliandro).
Sull’originalità della trama avrei qualche riserva, troppi punti in comune con l’opera di un altro scrittore italiano specializzato in noir coloniali, ma non ho prove per affermare che Lucarelli sia stato influenzato da questo autore, solo un senso di dejavu. Poi L’Ottava vibrazione, in cui appare per la prima volta il personaggio di Colaprico, apparve in tempi non sospetti, nel 2008, quando anche l’altro autore iniziava i primi passi. Coincidenze? Forse più che altro frutto del junghiano immaginario collettivo.
Dunque siamo ad Asmara, nuova capitale della colonia d’Eritrea, Africa Orientale, nell’ultimo anno dell’Ottocento. La disfatta di Adua è ancora nell’aria come memento di una fallimentare impresa coloniale, che sembra così inadatta all’ indolente popolo italico. Ma anche l’ostinazione non manca e cosa c’è di meglio che erigere un nuovo albergo, il più grande, il più moderno, il più elegante – e ancora l’unico – della nuova Asmara, per testimoniare la grandezza, e i sogni di gloria di un popolo che bada al sodo, agli affari, agli investimenti che la madrepatria avrebbe fatto in colonia. E dove c’è ricchezza, c’è corruzione, e molto spesso delitti.
E proprio il giorno dell’inaugurazione dell’Albergo Italia, battezzato da una violenta grandinata, viene rinvenuto il corpo nudo e appeso per il collo alla ventola del soffitto, di Farandola Antonio, di anni 46, residente a Torino, professione tipografo. Un apparente suicidio a funestare l’allegria della festa, con ospite di eccezione pure sua eccellenza il governatore in giro per le colonie prima del suo ritorno in Italia, non ci bastava la grandine. Ma un suicidio non è. Ci mette poco lo zaptiè Ogbà, carabiniere indigeno al fianco del capitano dei Regi Carabinieri Colaprico, incaricato delle indagini, a capirlo. Manco la punta dei piedi del morto ci arriva allo sgabello, particolare che non sfugge pure al militare italiano, forse solo un attimo dopo.
E’ così che inizia Albergo Italia, anzi sarebbe necessario fare un passo indietro. Nel prologo un fatto, un furto di una cassaforte, dal contenuto misterioso, sembra essere l’inizio di tutto, ma a pensarci bene bisognerebbe andare ancora più indietro, a un grande scandalo, forse il maggiore dell’Italia postunitaria, che vide coinvolti Giolitti e il suo predecessore Crispi. In un gioco di scatole cinesi Lucarelli trova modo di parlare dell’Italia di ieri e di oggi, l’Italia del malaffare, degli scandali sepolti, dei crimini per cui nessuno paga.
Un ritratto insomma non tanto edificante di un’ Italia, (trova modo pure di fare accenni alla maffia, e all’uccisione sul treno che porta a Palermo del marchese Notabartalo, presidente del Banco di Sicilia), di arraffoni, traffichini, faccendieri, servizi segreti (quanto deviati non si sa), e avventurieri, anche donne a caccia di un ricco marito come il personaggio di Margherita di cui Colaprico si scoprirà innamorato. (Sì, per colpa della solitudine, impantanato in quella colonia dal clima insopportabile, così lontano da casa sua).
Particolarmente riuscito il personaggio del buluk-basci Ogbà, ”lo Sherlok Holmes abissino”, con la sua testa calva e la sua rassegnata accettazione della presenza italiana come un male necessario. Lui contadino, costretto ad abbandonare la sua terra arida e avara e per dare da mangiare alla famiglia costretto ad arruolarsi. Lui più acuto e scaltro dei suoi superiori, anche se legato da un legame di fraterna amicizia con il capitano Colaprico. Lui che non sa scrivere o leggere ma imparerà sui libri di Sir Arthur Conan Doyle. Troppo breve forse per non accennare solo e costruire tracce per nuovi romanzi con questi personaggi. La lettura è stata piacevole quindi, da lettrice, me lo auguro.

Carlo Lucarelli (Parma 1960) ha pubblicato per Einaudi Stile Libero Almost blue (1997), Il giorno del lupo (1998 e 2008), L’isola dell’Angelo Caduto (2001), Mistero in blu (1999 e 2008), Guernica (2000), Lupo mannaro (2001), Falange armata (2002), Un giorno dopo l’altro (2000 e 2008), Il lato sinistro del cuore (2003), Misteri d’Italia (2002), Nuovi misteri d’Italia (2004), La mattanza (2004) e Piazza Fontana (2007), con allegati i Dvd del ciclo televisivo Blu notte, G8. Cronaca di una battaglia, con un Dvd sui fatti di Genova, La faccia nascosta della luna. Storie di delitti e misteri tra musica, cinema e dintorni (2009), il romanzo epico L’ottava vibrazione e Storie di bande criminali, di mafie e di persone oneste (2008), I veleni del crimine. Storie di mafia, malapolitica e scheletri negli armadi che intossicano l’Italia (2010). Insieme a Eraldo Baldini e Giampiero Rigosi ha scritto Medical Thriller (2002). Suoi racconti sono inseriti nelle antologie Crimini (2005), Crimini italiani (2008) e Sei fuori posto (2010). Nel 2009 è uscito il graphic novel Protocollo (con Marco Bolognesi). Nel 2011 ha pubblicato, insieme a Andrea Camilleri e Giancarlo De Cataldo, Giudici. Nel 2013 ha pubblicato, sempre per Einaudi Stile Libero, Il sogno di volare e il volume L’ispettore Grazia Negro (che riunisce i tre romanzi Lupo mannaro, Almost Blue e Un giorno dopo l’altro); nel 2014 Giochi criminali (con Maurizio de Giovanni, Diego De Silva e Giancarlo De Cataldo) e Albergo Italia. L’opera di Lucarelli è tradotta in piú lingue ed è oggetto di versioni cinematografiche e televisive, tra cui la serie L’ispettore Coliandro e il ciclo dedicato al commissario De Luca. Conduce da alcuni anni in Tv Blu notte. Il suo primo film, L’isola dell’Angelo Caduto, è stato presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2012.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Rebecca dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’anello d’oro, Cristina Bruno (La Ponga Edizioni, 2013) a cura di Irma Loredana Galgano

3 luglio 2014 by

anello brunoL’anello d’oro (2013, La Ponga Edizioni) è il romanzo d’esordio di Cristina Bruno che lavora nel campo della multimedialità.
In effetti nel libro si ritrovano tutte le conoscenze dell’autrice su programmi, apparecchiature elettroniche e sistemi matematici, soprattutto crittografici.
Un libro ben riuscito quello della Bruno che oscilla tra lo spionaggio internazionale e la pirateria informatica, il tutto condito dalla nascita di un grande amore sullo sfondo di una Russia nuova, cangiante come i tempi, i governi, le ideologie che si sono susseguite creando l’illusione di radicali “perestroike” quando nella realtà poi il fondo del barile è rimasto immutato e ben ancorato a un ordine preciso, da cui dipendono gli equilibri del Paese e quelli internazionali, il medesimo che cercano di far vacillare Peter e Ksenija, lo stesso che governa il mondo da… praticamente da sempre.
L’autrice accompagna il lettore nel criptico mondo dell’informatica e al contempo gli mostra le bellezze e le contraddizioni dell’ex-impero sovietico, le quali, messe al confronto con quelle della potenza d’oltreoceano, rivelano quanto in realtà alla fin fine tutto si può ricondurre ai medesimi errori, frutto delle medesime ambizioni, sbagliate anche quelle, figlie della sete insaziabile di potere.
L’anello d’oro si rivela una lettura piacevole, suspense e intrigo sono ben dosati, riescono a creare da subito interesse e a far mantenere al lettore la giusta attenzione.

Cristina Bruno vive e lavora a Venezia come consulente informatica. Autrice di saggi interattivi su CD-Rom editi da Giunti Multimedia, per molti anni ha scritto articoli su riviste italiane di computer. “L’anello d’oro” è il suo romanzo di esordio.