:: Un’ intervista con Kate Manning a cura di Viviana Filippini

6 gennaio 2015 by

kate manningCome è nata l’idea di scrivere un romanzo con protagonista una donna, Annie “Axie” Muldoon, che fa la levatrice nella New York del XIX secolo?

Il mio primo appartamento dopo il college era un ” railroad flat ” in un edificio popolare del 19 ° secolo, nel Lower East Side di New York, con una vasca da bagno in cucina, e le finestre tagliate tra le camere per permettere la ventilazione, a causa delle condizioni di sovraffollamento degli immigrati che per primi ci hanno vissuto (a volte nove persone per stanza). Mi affascinavano le storie di povertà e immigrazione della città, e nella mia ricerca, ho scoperto che, tra il 1850 e il 1860, c’erano 30.000 bambini senzatetto nelle strade di New York. Ho cominciato a scrivere su una di loro, una bambina. Cercando di scrivere la storia di ciò che avrebbe potuto esserle accaduto, mi sono imbattuta in un movimento poco conosciuto l’Orphan Train grazie al quale 250.000 bambini orfani erano stati spediti dalle città in treno negli stati occidentali (Illinois, Ohio, Iowa). E, quasi per caso, mi sono imbattuta nella figura dimenticata di Ann Lohman, conosciuta anche come Mme. Restell. Per decenni comparve sulle prime pagine dei giornali come fonte di scandalo, anche se ormai la storia della sua vita è per la gran parte perduta. Comunque il poco che ho raccolto era assolutamente affascinante, e ho deciso di prendere in prestito gli elementi della vita della Lohman per il personaggio di Axie Muldoon.

Quanto è stato mantenuto della biografia di Ann Lohman (nota come Madame Restell), levatrice nella Grande Mela e quanto di romanzato è stato aggiunto al suo vissuto?

Ann Lohman era un’inglese, emigrata a New York all’età di 18 anni o giù di lì. Non si sa molto della sua vita precedente, o di come abbia iniziato ad esercitare la professione di ” medico donna.” Così, nel romanzo, tutto dell’infanzia di Axie, il suo viaggio sul treno degli orfani, il suo apprendistato dagli Evans, sono interamente inventati, come lo è il suo rapporto con il marito e i fratelli. Della vita reale della Lohman / signora Restell, sappiamo che era rimasta vedova con un bambino, poi si era sposata con un immigrato russo di nome Charles Lohman. Lui, come il Charlie nel libro, era un tipografo, affiliato con i “Freethinkers”, un gruppo di intellettuali che lavoravano per una maggiore parità tra uomini e donne. I Lohmans videro che la salute delle donne e dei bambini, era spesso a rischio quando le famiglie erano troppo numerose. Lo sappiamo perché Charles Lohman, come il Charlie nel romanzo – scrisse utilizzando un alias un libretto di informazioni sul controllo delle nascite intitolato ” The Married Women’s Medical Companion”. Sua moglie, come Axie, visitava i pazienti come “Signora Restell,” e vendeva medicinali che si riteneva causassero aborti spontanei. Se non li prendevano, lei eseguiva aborti fino al momento precedente ai “movimenti fetali”, dopo il quale provocare un aborto era per la legge un reato. Le leggi, tuttavia, erano di difficile applicazione. Lohman si occupò di bambini, aprì un ospedale per le donne in gravidanza, tenne lezioni in cui insegnava alle donne come allattare al seno e il controllo delle nascite, e si occupò di dare neonati in adozione. I Lohmans diventarono eccezionalmente ricchi, vendendo i loro farmaci, i dispositivi di controllo delle nascite, e i pamplet informativi. Avevano un enorme palazzo sulla Fifth Avenue. La signora fu oggetto di articoli che gridavano allo scandalo, ed fu arrestata più volte. Anthony Comstock era nella vita reale il “crociato contro il vizio” che arrestò la Lohman più volte. Tutti questi aspetti della vita della Lohman sono pure presenti in Axie Muldoon. Nel mio romanzo, ho usato i veri annunci pubblicitari che la Lohman mise sui giornali dell’epoca. Ho usato gli articoli reali e le lettere che sono state pubblicate sulla Lohman, ma ho cambiato alcuni particolari, e il suo nome, ovviamente. Ho usato qualche dialogo reale tratto da una trascrizione de ” The Wonderful Trial of Caroline Ann Lohman.” Una differenza importante è che Ann Lohman si è davvero suicidata la mattina del suo processo, il 1 ° aprile 1878. La cosa che ha scatenato la mia immaginazione è stata l’idea che molte persone credevano avesse simulato la sua morte, e che in realtà fosse fuggita a Londra o Parigi. Circolavano le voci che un giorno avrebbe rivelato i suoi segreti, rivelando la verità su uomini potenti le cui mogli, figlie, sorelle e amanti avevano beneficiato dei suoi servizi di ostetricia e aborto, per decenni. Pensavano che avrebbe raccontato tutto. E ho pensato: “Beh e cosa sarebbe successo se lo avesse fatto? Sarebbe buon materiale per un romanzo” Per me, la storia ha preso vita quando ho deciso di prendere per vere le voci, che fosse fuggita, e ho scritto le memorie fittizie di questa donna.

Da piccola Annie viene separata dalla sorella Dutch e dal fratello John, cosa lascerà in lei questo allontanamento?

Annie promise a sua madre che avrebbe trovato il fratello e la sorella, e che avrebbero vissuto tutti e tre insieme. Questa promessa è una grande forza motivante per Axie, e lei non se ne dimentica mai. Il filo conduttore della storia viene dal desiderio di Annie di trovare i suoi fratelli, e nasce dal suo profondo desiderio di amore e di sicurezza di una casa, e dalla domanda se sarà in grado di creare una famiglia per se stessa. E ‘un bisogno umano primario, e il desiderio, per me, è un ingrediente necessario nella narrativa.

La permanenza in casa dei coniugi Evans (entrambi medici) cosa rappresenta per Annie, solo il fatto che lavora per loro come domestica?

La famiglia Evans è un nuovo mondo per Axie. E ‘ordinato e sicuro. Il legame tra marito e moglie mostra alla ragazza uno straordinario modello di vita, che lei tende a voler duplicare. La signora Evans insegna ostetrica, ma Axie impara anche dai libri che trova nella biblioteca degli Evans. Axie ha la fortuna di arrivare nella loro casa solo all’età di tredici anni quando inizia a sbocciare la sua femminilità, e gli Evans sono un punto fermo, un’alternativa alla vita incerta che ha condotto da bambina.

La cosa che stupisce è che fin da ragazzina, Annie dimostra di essere coraggiosa, forte d’animo e intraprendete. Quanto questi suoi caratteri l’aiuteranno ad affrontare gli ostacoli della vita?

Mi sembra che le persone che soffrono grandi avversità imparano a sopravvivere in due modi completamente differenti: diventando timorosi e passivi, onde evitare ulteriori abusi, o, come nel caso di Axie, diventando duri, dei combattenti, con astuzia e coraggio. La sua fierezza, la sua lingua tagliente, e la sua intraprendenza sono meccanismi di sopravvivenza e anche meccanismi di difesa. E’ sospettosa quanto è compassionevole. Ha difficoltà a fidarsi delle persone, ma non è in grado di dire ‘no’ a qualcuno che le chiede aiuto, la cui disperazione lei capisce troppo bene.

Annie risolve i disturbi delle Gentildonne, ma non usa il suo nome, perché si fa pubblicità con il nome di Madame DeBeausacq. La scelta di uno pseudonimo è un semplice trovata pubblicitaria o, in realtà è dettata dal bisogno di tutelare se stessa e la propria famiglia?

Entrambi. Gli americani, in particolare nel 19 ° secolo, credevano che la pubblicità di qualcosa di europeo, per definizione, fosse di qualità migliore di una cosa locale. E’ una forma di snobismo tutto americano, dire che un prodotto o un professionista, sia esso un tonico per capelli, una medicina, un dentista o un barbiere fosse francese, portoghese, svizzero, ecc Ma l’alias “madame DeBeausacq ” serviva anche a nascondere la sua vera identità. Se la polizia avesse fatto irruzione nei suoi uffici, poteva sempre dire che la signora era altrove, che non la conosceva, eccetera, e sua figlia sarebbe stata in qualche modo protetta da qualsiasi scandalo apparso sui giornali.

Una levatrice a New York è più un affresco sociale dell’America della seconda metà dell’Ottocento o può essere interpretato come un romanzo di formazione?

Forse noi possiamo leggerlo in entrambi i modi. Da giovane madre mi sono chiesta spesso in cosa la crescita dei figli e il parto differisse dalle nostre bisnonne, come esse li hanno considerati, come hanno fatto fronte ai vari problemi legati a queste tematiche. Ma la storia -e la narrativa ambientata nel passato- fino a poco tempo apparteneva agli uomini in battaglia, nel governo, nella scienza, e come avveniva, mi sono chiesta, la vita ordinaria? Dove erano le donne? Un romanziere si propone di rispondere a un sacco di domande, scrivendo una storia, e quelle erano alcune delle mie, e così ho scritto la storia di Axie Muldoon, cercando di analizzare la vita di una donna del suo tempo, e per molti versi parlando anche delle donne di oggi.

Le accuse mosse a Annie (Madame DeBeausacq) da uomini perbenisti sono segno di bigottismo, pregiudizio, paura o astio per essere stati battuti sul campo da una donna senza studi accademici?

Fino alla metà del 19 ° secolo a New York, – e ho il sospetto nella maggior parte del mondo-, la gravidanza, il travaglio e il parto sono stati campi prevalentemente femminili. Le ostetriche, o per lo meno una donna della famiglia, erano presenti al parto. Ma come le donne hanno guadagnato più autonomia, l’establishment medico maschile ha notato che la ostetricia era molto redditizia, così gli uomini cominciarono a cacciare le donne fuori dalla sala parto. Hanno accampato grandi giudizi morali e religiosi, sul peccato e sul male, sostenendo un doppio criterio, che puniva le donne, ma non gli uomini, che avevano figli non essendo sposate. È interessante notare che, quando i medici di sesso maschile hanno cominciato a spostare il parto fuori casa e in ospedale, i tassi di mortalità materna sono saliti alle stelle, perché i medici di sesso maschile non ne sapevano molto di travaglio e parto come invece le ostetriche donne. Non conoscevano le minime regole di igiene per prevenire le infezioni, e, per esempio, toccavano i bambini subito dopo la manipolazione dei cadaveri!

Dutch vive in modo contraddittorio il rapporto con la sorella Annie. Cosa la spaventa di più, il fatto che la sorella Annie aiuti altre donne a risolvere tutte le questioni relative alla gravidanza o il timore di veder associato il suo nome a quella di una levatrice che pratica anche aborti?

Povera Dutch. E’ una donna che ha sempre solo cercato di compiacere gli altri. La dolcezza è la sua particolare strategia di sopravvivenza, ma purtroppo per lei, le alternative disponibili per le donne nella sua situazione sono tutte avvolte nella vergogna, nella miseria, e nel pericolo. Alle donne è stato insegnato che l’infertilità è una colpa della donna, forse causata dal sovraccaricare la debole mente femminile leggendo libri. Si credeva comunemente che l’infedeltà del marito fosse colpa della moglie. Per una donna rimanere incinta fuori dal matrimonio era una vergogna, veniva ripudiata dalla sua famiglia. L’aborto, forse la forma più comune di controllo delle nascite nel 19 ° secolo (c’erano molte pubblicità di abortisti nei giornali di New York a metà del 1800) era di solito effettuato da sole e in segreto. Essere parenti di “madame”, un’abortista nota, era un destino vergognoso.

Quanto influivano i pregiudizi della società di ieri nei confronti delle donne intraprendenti e lavoratrici? E in quella di oggi?

Nel 19 ° secolo le donne non potevano votare, non potevano possedere proprietà, non riuscivano a controllare il proprio denaro, ed erano totalmente dipendenti dagli uomini per la loro posizione nella società. Dal mio punto di vista, tutti i pregiudizi contro le donne, allora come oggi, hanno a che fare con la maternità. In passato, gli uomini non avevano modo di sapere se un bambino era davvero il proprio figlio biologico, fatta eccezione controllando del tutto le donne. Oggi, la scienza ha dato alle donne i mezzi per controllare la fertilità, per scegliere e pianificare le dimensioni delle loro famiglie. Più di ogni altra cosa, il controllo delle nascite accessibile a tutti, sicuro, affidabile, e l’educazione sessuale hanno cambiato in meglio la condizione delle donne. Vediamo i progressi di questi sviluppi in tutto il mondo. Ma quei vecchi atteggiamenti vittoriani, circa il peccato e il male, la vergogna, la ‘debolezza’ delle donne e lo stato di “seconda classe”, ancora persistono. Ci dimentichiamo quanto siano recenti, in termini storici, questi cambiamenti, e sottovalutiamo quanto tragiche siano le reazioni che provocano. Sono molto contenta di vivere in un momento in cui ho potuto scegliere di avere i miei tre figli, quando ero pronta e in grado di garantire il loro benessere in una famiglia felice.

Se si dovesse fare mai un film, quale attrice potrebbe interpretare Annie? (Io avrei pensato a… Lisa Edelstein, Angie Armon – con lenti a contatto- Jennifer Connelly)

Beh, tutto quello che posso dire è che ci sono alcune trattative segrete per fare un film, o molto probabilmente una serie tv, con un’attrice meravigliosa, davvero sorprendente. Ma non sono libera di dire chi sia, al momento, posso solo dire che sono una sua grande ammiratrice, e che sembra davvero giusta per la parte: piccola, fiera, divertente, vulnerabile e coraggiosa. Rimanete sintonizzati!

:: Traduzione dall’italiano all’inglese a cura di Davide Mana.

:: Il declino dell’economista, György Dalos, (Keller, 2014) a cura di Viviana Filippini

6 gennaio 2015 by

Declino CoverIl protagonista de Il declino dell’economista di György Dalos mi ha ricordato molto la figura dell’inetto creata da Italo Svevo per il romanzo Una vita, cioè colui che tenta il riscatto sociale, ma la scoperta dell’impossibilità di cambiare il proprio status sociale, portano il personaggio all’autoisolamento e alla vita ai margini della società. Il libro di György Dalos, edito da Keller è un romanzo di riflessione sul fallimento di una vita umana. Protagonista è Gábor Kolozs, un uomo che da maturo tornerà ad abitare in casa con il padre Daniel, a Budapest, dove i due sopravviveranno grazie al misero vitalizio di Kolosz senior, un superstite al campo di concentramento di Mathausen. La vita dei due scorre tra alti e bassi poi, l’anziano muore e il figlio, prima di comunicare in modo definitivo il decesso del padre, decide di prendersi del tempo e di continuare la sua esistenza utilizzando l’entrata economica del vitalizio del defunto. Tutto va bene e per un po’ Gábor trascorre le sue monotone giornate in tutta tranquillità. La situazione si complica quando una troupe televisiva comincia a tempestare di chiamate il protagonista, con lo scopo di intervistare il signor Daniel, il più anziano ungherese sopravvissuto all’Olocausto. Il personaggio di Gábor Kolosz ad una prima lettura potrebbe sembrare un figlio cinico e sfruttatore che mente sulla morte del padre per continuare a riceverne la pensione. In realtà, la presenza di vari flashback sul passato della vita di Gábor sono molto utili a chi legge per capire cosa ha determinato lo stato di profonda disillusione e delusione dell’uomo. Nella giovinezza di Gábor sono presenti contrasti accesi con il padre; la frequentazione dell’Università di economia in Russia in netto conflitto con la sua passione per la letteratura di Puskin; l’impegno nella vita politica e le imprevedibili conseguenze che esso avrà; e ancora, il matrimonio con Marta e un po’ di benestare economico. Situazioni diverse tra loro, momenti di vita pubblica e privata nei quali il protagonista dimostra sempre di sentirsi fuori luogo e inadatto a vivere quelle situazioni. Gábor si sente un perdente e un frustrato, perché ogni cosa da lui fatta ha avuto un fine fallimentare: il matrimonio con Marta si esaurisce in poco tempo; i risultati sul in campo politico e al lavoro non portano a nulla di buon e Gábor si trova disoccupato. L’entusiasmo per la ricerca di un nuovo impiego, con l’intento di dare una svolta decisiva alla sua esistenza da single dura ben poco, e dopo le prime ricerche l’uomo si richiude a riccio su se stesso, tornando all’ovile a vivere con il padre Daniel. Il declino dell’economista di György Dalos mostra un uomo maturo, che nonostante l’età avanzata – nel senso che non è più un ragazzino, ma un cinquantenne fatto- sembra non essere in grado di trovare il suo posto giusto nel mondo. Gaber è disorientato, abbattuto, sconfitto e anche in quelle situazioni dove potrebbe prendere posizione e riscattarsi, subentra in lui una sorta di atavico timore di non farcela che lo spinge a ritirarsi dalla scena e a non compiere mai il passo decisivo verso il riscatto sociale. L’unica azione che Gábor fa con decisione, e non è nemmeno tanto nobile de la si osserva dal punto di vista morale, è quella di non dichiarare subito la morte del padre, ma ben presto una serie di eventi del destino lo porteranno a dove fare i conti con la propria coscienza e con tutto il “non fatto” della sua vita. Traduzione Franco Filice.

György Dalos è nato nel 1943 a Budapest. Perse il padre nel 1945 in un campo di lavoro dove era stato internato in quanto ebreo e ha trascorso l’infanzia con i nonni. Dal 1962 al 1967 ha studiato Storia a Mosca. Ritornato a Budapest ha vissuto tutti gli eventi significativi dell’Ungheria degli ultimi quarant’anni. Nel 1977 è tra i fondatori del movimento di opposizione al regime comunista ungherese. Nel 1988 e 1989 è co-editor del foglio clandestino di opposizione «Ostkreuz» della Germania Est. Dal 1995 al 1999 Dalos è a capo dell’Istituto per la Cultura ungherese a Berlino e da allora vive lì e lavora come editor freelance e redattore. Romanziere e saggista, ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui l’Adelbert von Chamisso, la Medaglia Presidenziale d’oro della Repubblica di Ungheria e nel 2010 il Leipzig Book Award for European Understanding.

:: Il dominatore, Alma Katsu, (Longanesi, 2014) a cura di Micol Borzatta

2 gennaio 2015 by

sabotagrandeSecondo volume della saga Immortal, ritroviamo nuovamente Lanny e Luke in fuga dopo che lui l’ha aiutata a scappare dall’ospedale di St. Andrew. La loro love story però dura poco. Lanny si sente in colpa per averlo allontanato dalle figlie e l’improvvisa ricomparsa di Adair le dà il coraggio di lasciarlo, l’unico modo che trova però è con un biglietto come a sua volta era stata lasciata da Jonathan.
Inizia così il suo viaggio per sfuggire ad Adair che la porterà prima in Marocco da Savva, poi a Barcellona da Alejandro e infine ad Aspen, in Colorado, da Tilde, dove scoprirà che chi si dichiarava amico invece stava solo fingendo.
Un romanzo molto interessante anche se molto più lento rispetto al primo, nonostante la Katsu mantenga uno stile di narrazione scorrevole.
La scelta della voce narrante è la stessa del primo libro, ovvero in prima persona per quanto riguarda tutte le parti relative a Lanny e in terza persona per tutto il resto.
La linea temporale anche stavolta non è lineare, c’è una grande presenza di flash back che aiutano a capire cosa ha passato Lanny in 200 anni di vita e a volte riprendono fatti raccontati nel primo romanzo, così da aiutare il lettore a ricordare gli avvenimenti più importanti, anche se tra una pubblicazione e l’altra è passato un po’ di tempo, circa un paio d’anni.
Il linguaggio è sempre semplice, adatto per raggiungere ogni target di lettore.
Anche le descrizioni sono ben fatte, sempre molto minuziose e ben approfondite come nel suo stile, ma contemporaneamente leggere e coinvolgenti come ci ha abituato dall’inizio della saga.
Un ottimo sequel che prepara il lettore all’attesa del prossimo capitolo per conoscere la conclusione delle vicende di Lanny, Adair e Luke. Traduzione di Michele Fiume.

Alma Katsu nasce in Alaska ma passa tutta la sua vita in Massachussetts. Profiler della CIA viene ispirata dal suo lavoro ad approfondire i lati più oscuri nascosti nell’animo umano. Il dominatore è il secondo libro dopo Immortal, uscito nel 2012 sempre presso Longanesi.

:: Liberidiscrivere Award quinta edizione

1 gennaio 2015 by

cropped-liberi-scrivere-testa.jpgCari lettori, eccoci giunti alla quinta edizione del Liberidiscrivere Award, premio che permette di  votare il migliore libro edito in Italia nel 2014, italiano o straniero, senza preclusione di generi.

Come l’anno scorso la votazione, a insindacabile giudizio dei lettori di questo blog,  avverrà senza mediazioni, con voto diretto.

In questo post potrete lasciare nei commenti il titolo del vostro libro prescelto, rigorosamente edito nel 2014, e resta intesa la possibilità di voto anche ai volumi da edicola, agli ebook, agli autoprodotti, ai libri di piccoli editori, anche fumetti e graphic novel. Verrà data anche menzione per il miglior traduttore, scelto considerando il libro straniero più votato.

C’ è tempo di votare fino alla mezzanotte di giovedì 15 gennaio, il giorno seguente ci saranno i conteggi definitivi, e sabato 17 gennaio avverrà la proclamazione del vincitore.

Dunque iniziate a votare! (Vale un voto solo!) E lasciate un solo commento, mi aiutate così nella verifica dei conteggi. [Sono esclusi editori a pagamento e a doppio binario].

NB: Vale un voto solo, i voti doppi, tripli, quadrupli verranno cancellati, grazie.

Traduttori:

Marzena Borejczuk

Giulia Boringhieri

Roberto Boi

Mirko Zilahi de’ Gyurgyokai

Graduatoria:

Il Puzzle di Dio, Laura Costantini e Loredana Falcone, Goware VOTI 290

Cacciatori di Fantasmi, Fabio Monteduro, Runa Editrice VOTI 186

Il messaggero dell’alba, Francesca Battistella, Scrittura & Scritture Editore VOTI 107

In fondo al tuo cuore, Maurizio de Giovanni, Einaudi VOTI  65

Tacchi e Taccheggi, Desy Icardi , Golem edizioni VOTI 47

12 posti dove non volevo andare, Clara Cerri, Lettere Animate VOTI 19

I romagnoli ammazzano al mercoledì, Davide Bacchilega, Las Vegas edizioni. VOTI 9

Corte nera, R.Papa, T. Cacciaglia, P.Carlomagno e P.D’Amato, Runa editrice VOTI 4

Roderick Duddle, Michele Mari, Einaudi VOTI 2

Febbre bianca, Jacek Hugo-Bader,  Keller VOTI 1

L’appuntamento, Piergiorgio Pulixi, E/O VOTI 1

Una commedia italiana, Piersandro Pallavicini, Feltrinelli VOTI 1

Tutto quel blu, Cristiana Astori, Mondadori Editore VOTI 1

Longbourn House, Jo Baker, Einaudi VOTI 1

Romanzo aziendale di F.Perillo, Vertigo VOTI 1

Momo a Le Halles, P. Hayat, Neri Pozza VOTI 1

La mammana, Antonella Ossorio, Einaudi VOTI 1

De Bello Traffico, Lucio Rufolo, Homoscrivens Edizioni VOTI 1

Stronzology, Amleto De Silva,  LiberAria Editrice, VOTI 1

Il cardellino, Donna Tartt, Rizzoli VOTI 1

:: Dimentica il mio nome, Zerocalcare, (Bao Publishing, 2014) a cura di Viviana Filippini

30 dicembre 2014 by

dimenticasidebarEsiste il romanzo di formazione a fumetti? Certo! Dimentica il mio nome di Zerocalcare rientra appieno in questo genere letterario. La storia narrata dal giovane fumettista di Arezzo ha tutti gli elementi per esser definito un esempio di Bildungsroman a vignette, nel quale il protagonista affronta un tortuoso cammino che gli permetterà di diventare uomo (lui stesso lo dice nell’albo, quando si rende conto di aver raggiunto il livello massimo della sua impresa, come se la sua vita fosse un videogame). Tema della graphic-novel autobiografica, ambientata nel noto quartiere di Rebibbia, e ben consolidato anche nella tradizione della letteratura e del cinema, è la ricerca delle proprie radici. Alla morte della nonna materna, Calcare cerca di ricostruire la sua storia familiare per aver chiaro il proprio passato e scoprire qualcosa in più di quel poco che sa della nonna, della madre, del nonno mai conosciuto e delle zie e zii scomparsi in modo più o meno misterioso. Accanto a questa ricerca necessaria al giovane trentenne per capire chi è e per trovare il suo posto, più o meno definitivo, nel mondo, si innesta l’ elemento narrativo del fantastico (ed è qui che compare la famosa volpe rossa) che irrompe nella realtà rendendola più avventurosa e misteriosa, ma non irreale. Dimentica il mio nome è il quinto albo a disegni di Zerocalcare, ed è il libro nel quale entrano personaggi che appartengono al vero universo di vita dell’autore/protagonista, come la mamma e la nonna, coprotagoniste dell’enigma che Calcare cerca di risolvere. Dimentica il mio nome è un libro interessante nel quale l’autore scava a fondo nel proprio vissuto personale, mettendo a nudo non solo parte della vita della sua famiglia, ma anche rendendo note alcune sue ossessioni, preoccupazioni e timori sul futuro, tipiche di un giovane uomo in fase di crescita (Zerocalcare, alias Michele Rech è nato nel 1983) con riflessioni a ruota libera che ricordano il classico “flusso di coscienza”. Allo stesso tempo, il fumettista toscano sciorina una serie di meditazioni e richiami a oggetti (vedi il Pisolone, una sorta di sacco a pelo a forma di orsacchiotto, era un must per i ragazzini degli anni Ottanta come le erano le Nike Air max) a modi di dire e di fare, a telefilm, a personaggi (Chuck il castoro, David gnomo,il nonno di Heidi, Twin Peaks, il re Leonida del film 300, la mamma di Bambi e Freddy Krueger) e mode ben noti a chi è nato e cresciuto tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Zeroclcare/Rech non si fa mancare nulla e inserisce anche riferimenti alla storia recente d’Italia vissuta da lui e dal suo alter ego fumettistico (il G8 di Genova) in prima persona. In Dimentica il mio nome ad aiutare Calcare non ci sono solo i ricordi della nonna e la madre chioccia ma, come vuole la sua produzione, a sostenere il magrolino disegnatore nella sua quotidiana impresa eroica c’è sempre lui, l’armadillo alter-ego del protagonista, che compare per dargli “man forte” nei momenti più difficili e nei quali il protagonista sembra non avere la più pallida idea di cosa fare. Dimentica il mio nome è una bella storia di formazione a fumetti, intrigante e catartica per Zerocalcare – e anche per il lettore-, perché in essa, più che nei precedenti albi, l’autore si confronta con le proprie paure nel tentativo – dire azzeccato- di spogliarsi di esse e compiere quella crescita, umana e professionale, che lo farà sentire più uomo e meno bambino.

Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech è un fumettista italiano nato ad Arezzo nel 1983, cresciuto tra la Francia e l’Italia (Roma). Oltre ad un numero sterminato di autoproduzioni nel circuito dei centri sociali, ha collaborato anche con il quotidiano «Liberazione»,il settimanale «Carta», i mensili «XL» di «Repubblica» (spazio italian undergrund) e «Canemucco» e la divisione online della DC comics, Zuda.com. Tra le altre collaborazioni c’è il settimanale Internazionale, l’annuale antologia del fumetto indipendente «Sherwood Comix», la «Smemoranda», la rivista «Mamma!».Alla fine del 2011 ha dato alle stampe il suo primo libro, La profezia dell’armadillo, autoprodotto si, ma da Makkox. A Ottobre 2012 è uscito il secondo, Un polpo alla gola, edito da Bao Publishing. Oltre che su http://www.zerocalcare.it, lo si trova ogni mese sull’edizione cartacea di «Wired».

:: In una sera di pioggia, Mary Fitt (Polillo, 2014) a cura di Giulietta Iannone

30 dicembre 2014 by

ba135.qxdNella più pura tradizione del giallo classico si collocano i mystery di Mary Fitt, nome de plume di Kathleen Freeman, insigne grecista inglese conosciuta anche per le sue opere di saggistica. Negli anni ’30 debuttò nella narrativa gialla con Murder Mars The Tour, e nel 1938 ideò il personaggio dell’ispettore Mollett (aiutato nelle indagini dal vecchio amico il dottor Fitzbrown), personaggi che compaiono anche in In una sera di pioggia (Death and The Pleasant Voices, 1946), ora edito in edizione integrale dalla Polillo, nella collana i Bassotti e tradotto da Leslie Calise.
Mystery ricco di fascino, decisamente old british, racchiude anche componenti gotiche che piaceranno sicuramente ai cultori del genere. Sul solco della tradizione, ma nello stesso tempo ricca di componenti innovative per il periodo, la scrittura di Mary Fitt in un certo senso può apparire moderna, e sicuramente questo rende piacevole la lettura.
Jake Seaborne, giovanotto di belle speranze, studente di medicina in vacanza, durante una gita in aperta campagna viene colto da un violento temporale. Con l’auto in panne non può far altro che avventurarsi per stradine e sentieri sterrati e si imbatte così in un grande cancello sorretto da due pilastri coperti di muschio con in cima statue di animali (per la precisione tre scimmie).
Un viale porta a una grande villa grigia, dall’apparenza disabitata, e il nostro non può far altro che percorrerlo, sentendosi quasi atteso. E’ così è, ma non attendono lui.
Ad aprirgli il classico domestico inglese, che l’accompagna in un vasto soggiorno pieno di gente ostile e infelice. Presto il malinteso verrà risolto. L’ospite atteso è un tale Hugo Ullstone, nuovo proprietario della magione, figlio maggiore ed erede del vecchio ed eccentrico patriarca James Ullstone. In gioventù aveva sposato una donna indiana, e tenuto il suo figlio mezzosangue, lontano dall’Inghilterra, sebbene non si fosse mai del tutto disinteressato di lui.
La sua comparsa in attesa, scompiglia le vite dei suoi due fratelli minori Ursula e Jim, di colpo non più eredi assoluti come si erano sempre creduti, e anche gli altri membri della famiglia considerano la sua presenza una fonte di disturbo, l’esito sconsiderato di un uomo che negli ultimi tempi della malattia, (morirà per un tumore al cervello) non era tanto lucido.
Chiarito che Jake Seaborne non è Hugo, il giovane vorrebbe andarsene, (avverte che in quel covo di vipere, alberga un pericolo incombente), ma il neurochirurgo Frederick Lawton lo convince a restare e fare le sue veci, dato che deve tornare a Londra.
Il giorno dopo finalmente Hugo arriva. Ma le sorprese non sono finite e naturalmente ci scappa il delitto. Così entra in scena finalmente il sovrintendente Mollett e l’indagine prende inizio.
L’inizio come nella più pura tradizione gotica ci porta tra tuoni e fulmini in una grande casa apparentemente disabitata in aperta campagna. Protagonista della vicenda, un giovane novello Teseo, a cui l’autrice permette di uscire dal labirinto. Tra inganni, avidità, e sprazzi di vera e propria pazzia, nessuno è quasi mai quello che sembra, e questi cambi repentini di prospettiva, sono senz’altro la parte più moderna del testo. Buona lettura!

Mary Fitt (1897-1959), pseudonimo dell’insigne grecista inglese Kathleen Freeman, nacque a Yardley e compì gli studi presso l’University College of South Wales, dove fu docente di greco dal 1919 al 1946. Esordì nella narrativa gialla nel 1936 con Murder Mars the Tour e due anni dopo creò il suo personaggio per eccellenza, l’ispettore Mallet, poi sovrintendente, che fece la sua prima apparizione in Expected Death e l’ultima in Mizmaze (1959), comparendo in tutto in diciotto dei ventisette mystery dell’autrice. Soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, alternò la pubblicazione di gialli a quella di saggi sul mondo greco classico rivolti, come dichiarò spesso, alla gente comune e firmati col suo vero nome. La sua produzione comprende anche innumerevoli articoli per riviste accademiche, diversi romanzi non di genere poliziesco, due dei quali firmati con lo pseudonimo di Stuart Mary Wick, uno studio su Jane Austen, una serie di libri per bambini e svariati racconti gialli. Con l’ammissione nel prestigioso Detection Club di Londra, avvenuta nel 1950, Mary Fitt entrò nel numero dei grandi giallisti inglesi. Fra i suoi mystery migliori si segnalano The Three Hunting Horns (1937, I tre corni da caccia – I bassotti n. 99), Death and Mary Dazill (1941), Death and the Pleasant Voices (1946, In una sera di pioggia – I bassotti n. 135), Death on Heron’s Mere (1941) e Sweet Poison (1956).

:: La strada per Itaca, Ben Pastor, (Sellerio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

25 dicembre 2014 by

4717-3La strada per Itaca, (The Road to Ithaca, 2014), edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il nono romanzo dedicato da Ben Pastor al personaggio di Martin Bora, capitano della Wehrmacht, prestato all’Abwehr, il servizio di controspionaggio tedesco.
Ambientato tra la fine di maggio e gli inizi di giugno del 1941, il romanzo si pone cronologicamente tra Lumen e Il cielo di stagno facendo luce sulla “vacanza” cretese che Bora si prese poco prima dell’invasione nazista dell’ Unione Sovietica, che sciolse di fatto il patto Ribbentrop-Molotov e diede il via all’ Unternehmen Barbarossa. (Operazione suicida con il senno di poi, ma già la storia aveva dato le sue lezioni, pensiamo solo a Napoleone).
Bora si trova a Mosca al seguito della delegazione diplomatica tedesca, quando riceve da Berija in persona il compito di recarsi a Creta, appena conquistata dai tedeschi, e sottratta agli inglesi, per procurarsi alcune casse di Dafni e Mandilaria, due pregiati vini cretesi da sfoggiare nei ricevimenti da ambasciata, anche se la richiesta più che altro poteva suonare come un memento, che il capo dell’NKVD poteva tutto, disponendo a piacimento della vita delle persone fossero anche state ufficiali tedeschi trasformati in suoi servitori.
Bora accetta l’incarico (non che abbia scelta) con una certa irritazione, ma quando si trova sotto l’accecante sole di Creta scopre suo malgrado che un altro incarico l’attende. Una strage di civili avvenuta in una villa poco lontano da Iraklion, sulla costa settentrionale di Creta, sembra avere ripercussioni quantomeno inquietanti. La vittima principale era un cittadino svizzero, (per cui l’incidente diplomatico con un paese neutrale non è una prospettiva tanto remota), per giunta membro dell’associazione Ahnenerbe di Himmler. Presunti colpevoli, un gruppo di paracadutisti tedeschi, che alcune foto, reperite in modo avventuroso, collocano sul luogo della strage al momento in cui fu perpetrata. Chiamato in causa, l’Ufficio Crimini di Guerra, onde evitare l’intervento della Croce Rossa Internazionale, e pure la curiosità di Himmler, incarica Bora di indagare sul caso, e possibilmente discolpare i paracadutisti coinvolti.
Aiutato dal commissario di polizia greco Vairon Kostaridis, personaggio solo apparentemente buffo, che riserverà parecchie sorprese, e da una recalcitrante archeologa americana, Frances L. Allen, “costretta” ad accompagnarlo all’interno delle isola sulle tracce di un testimone della strage, Bora dipanerà un’intricatissima matassa, illuminato da una singola parola, “prestigio”, causa di un suo litigio quando aveva solo dodici anni, che in realtà fa emergere nella sua coscienza (oltre all’intuizione risolutiva per la soluzione del caso) i germi di un’inquietudine che maturerà negli anni successivi. La coscienza del divario tra la sua Germania, alla quale si sente fedele e lealmente ne persegue gli interessi, e la Germania nazista, in mano a uomini nuovi come “Waldo” Preger, il ragazzino con cui si era accapigliato e che ora ritrova come capitano dei paracadutisti.
La strada per Itaca, si pone quindi come un romanzo di passaggio, dalle forti valenze psicologiche, capace di far luce sull’animo complesso e tormentato di Bora, novello Ulisse, (è l’omonimo romanzo di Joyce che si porta dietro tra i suoi pochi effetti personali assieme all’immancabile diario), sulla via di casa. Forse l’eccessiva complessità, rende la lettura meno scorrevole di altre letture, ma la bellezza della scrittura della Pastor, mai banale, mai scontata, dalle forti valenze letterarie, rende il testo ricco di fascino. La ricostruzione storica come sempre è accurata, e ricca di aneddoti e apparizioni (pensiamo solo allo scrittore americano Erskine Caldwell) e ci riporta al periodo della Seconda Guerra Mondiale, ancora controverso, ancora poco approfondito.
La Pastor sceglie di parlarci della storia, (l’aspetto investigativo è solo una sfumatura della narrazione, forse nemmeno quella più rilevante) dal punto di vista di un perdente, un ufficiale tedesco della Germania nazista (sebbene definirlo lui stesso nazista è sicuramente impreciso), e i rischi di questa scelta sono numerosi. Consideriamo solo l’apparente scarso coinvolgimento emotivo del personaggio per una strage di civili, difficile da considerare positivo per una sensibilità moderna. O l’accettare l’inganno (anche crudele) ai danni dell’archeologa americana, come naturale e giustificabile. (L’astuzia di Ulisse).
Ciò non toglie che un personaggio più noir di così è difficile immaginarlo e forse proprio questo rende la lettura una sfida. La mentalità, la concezione del suo stato sociale, i suoi ideali, la sua educazione, sono ricostruiti in modo degno di ammirazione, anche quando si contrappongono ai corrispettivi moderni. Martin Bora è un uomo del suo tempo, con limiti ed eroismi, e questa umanizzazione del personaggio è sicuramente la parte più riuscita del romanzo e dell’intera serie.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

:: Mediorientarsi: La signora melograno, Goli Taraghi, (Ed. Calabuig, 2014) a cura di Matilde Zubani

25 dicembre 2014 by

Cover_SignoraMelograno1-253x300Con questa raccolta di sette racconti dal sapore autobiografico (La signora melograno, Ed. Calabuig, traduzione dal persiano di Anna Vanzan), Goli Taraghi ci guida in un viaggio sul filo della memoria, tra Parigi e Tehran, raccontandoci storie di esilio, lontananza, straniamento: piccole vicende quotidiane, mai banali, storie di vite “sospese” tra presente e passato.
Il mio racconto preferito (che poi è anche quello più famoso) è senz’altro La signora melograno, che dà il nome all’intera raccolta. Il setting è quello dell’aeroporto, metafora di quel limbo tra il paese vecchio e il nuovo, dove l’autrice incontra l’anziana signora Anar (letteralmente “melograno”) che ha lasciato per la prima volta il suo villaggio di campagna per raggiungere gli amati figli, emigrati ormai da anni in Svezia. Quello di Anar è un vero e proprio “viaggio della speranza”: paure, aspettative e illusioni si mescolano alle difficoltà materiali e fisiche di un’arzilla vecchietta semianalfabeta che si scontra con una modernità ostile quanto incomprensibile.
Molto interessante, seppur dal retrogusto più amaro, anche il racconto intitolato Madame Lupo, ambientato a Parigi dove l’io narrante (anche in questo caso femminile) e i figli trovano scampo dai bombardamenti dell’aviazione irachena su Teheran. C’è qui una riflessione sull’ansia e la frustrazione dell’emigrante che si trova a fare i conti con il suo orgoglio ferito dall’emarginazione in cui è costretto a vivere, dal sospetto con cui viene guardato. Quell’orgoglio “che ci è stato installato 2500 anni fa e ci fa guardare dall’alto, con distacco, gli accadimenti della civiltà e ogni cambiamento, protetti dalla convinzione che noi, eredi di Ciro e Dario, anche nei momenti di decadenza e rovina, siamo comunque superiori a tutti gli altri”.
Cresciuta a Tehran in una famiglia agiata e colta, Goli Taraghi lascia l’Iran nel 1978, quando la Rivoluzione Islamica irrompe nella sua vita costringendola a cercare rifugio all’estero. In questo spazio, geografico-temporale, si muovono i suoi personaggi: uomini e donne apparentemente stanchi e malinconici, ma mai sconfitti. Dalle pagine trapelano i complicati rapporti della scrittrice con il suo paese d’origine e con quello che l’ha accolta, impazienza e tenerezza si alternano sottolineando di volta in volta l’amarezza e l’ironia.
Lo stile è scorrevole, il ritmo culla piacevolmente il lettore, merito forse anche della traduzione che Anna Vanzan, iranista e islamologa, ha fatto direttamente dal persiano (cosa rara!). Da questi racconti emerge un’eterna testimonianza di vitalità dal valore universale, che sopravvive agli eventi più imprevedibili e drammatici, mentre il viaggio non è più solo tra Oriente ed Occidente, ma è dentro ognuno di noi.
Consigliato a chi si sente “geograficamente in sospeso” e a chiunque sia curioso di scoprire di più sulla diaspora iraniana attraverso osservazioni accorte e sensibili.

Diaspora iraniana – La rivoluzione iraniana del 1979, che porta alla caduta dello Shah e al rientro dell’Ayatollah Khomeini dall’esilio a Parigi, coincide con l’esodo di circa cinque milioni di iraniani. I primi a lasciare il paese sono coloro che erano stati i più vicini allo Shah – comandanti delle forze armate e personale amministrativo – che si considerano minacciati dal nuovo regime. La situazione precipita quando l’Iraq dichiara guerra all’Iran: in molti fuggono per salvarsi dai bombardamenti e dalla miseria. A partire dalla rivoluzione khomeinista, è comunque soprattutto la repressione politica e sociale ad alimentare l’emigrazione: leggi che limitano la libertà individuale (diritti delle donne, censura, diritti politici) spingono un numero crescente di iraniani, tra cui diversi intellettuali, a lasciare il paese. Secondo i dati del Fondo monetario internazionale, tra i paesi in via di sviluppo, l’Iran è quello in cui l’emorragia di risorse intellettuali è più forte. Oggi sono gli Stati Uniti ad ospitare il maggior numero di iraniani al di fuori dell’Iran: tra il 1980 e il 1990 la percentuale è aumentata del 75% e si stima che oggi siano circa 5-600.000. L’area metropolitana con maggiore concentrazione di immigrati iraniani è la città di Los Angeles che per questo motivo viene soprannominata “Tehrangeles”.

:: La letteratura Tamil a Napoli, Alessio Arena, (Neri Pozza, 2014) a cura di Viviana Filippini

24 dicembre 2014 by

Arena e CoverLa Napoli sotterranea e la popolazione che la anima sono i protagonisti di La letteratura Tamil a Napoli, il romanzo di Alessio Arena edito da Neri Pozza. Per la precisione chi vive nel ventre di Napoli sono i membri della comunità Tamil, arrivati in Italia dallo Sri Lanka, dopo l’uccisione, da parte delle forze governative, di Velupillai Prabhakaran la loro guida nella lotta tra tamil e singalesi. Arrivati nel capoluogo partenopeo nei primi anni Novanta, in venti anni la comunità Tamil ha formato nel sottosuolo la società segreta chiamata “Accademia dei sotterranei”. Questo gruppo è attivo nella riproduzione di opere letterarie napo-tamil e di tutti quei testi che vennero bruciati nella biblioteca di Jafna, durante gli scontri tra Tamil e Singalesi. Il giovane Bibberò, -che ha origini Tamil, ma si è perfettamente integrato nella cultura napoletana- è colui che guida il lettore dentro ai meandri di questo mondo nascosto nel quale si produce cultura e dove i veri personaggi progettano di farsi saltare in aria per far conoscere al mondo la tragica causa di Tamil Eelam. Il mondo narrato da Alessio Arena sembra una dimensione visionaria, fuori dalla realtà, poi però più ci si addentra nel mondo narrativo, più ci si accorge che tutti i personaggi in lotta per la causa Tamil agiscono in difesa e in funzione della salvaguardia della loro cultura originaria. Le voci narranti in Letteratura Tamil a Napoli sono due, ma in verità i protagonisti della storia di Alessio Arena sono molti di più, perché sono un’intera comunità di una minoranza etnica che non solo vive a Napoli, ma che con la città si è quasi perfettamente fusa. La mescolanza tra mondi e culture diverse non è solo data da unioni e relazioni interpersonali. A sancire questi legami si presentano per esempio i volantini attaccati ai muri dove il napoletano si mescola alla lingua Tamil, o ancora, seguendo i diversi personaggi tra le viuzze di Napoli ci si accorge di come le tipiche immagini religiose cristiane si siano fuse con quelle della religione indù per dare vita a madonne con proboscidi e code di elefante, patroni nati dalla fusione di Buddha e San Gennaro. Ogni capitolo è introdotto da una delle diverse reincarnazioni di Visnu alle quali i personaggi della storia sento di appartenere nel momento narrativo in cui agiscono, e ognuna di essa rappresenta i miti e i temi legati alla divinità che assumono il valore dell’universalità e per tale ragione riguardano tutti gli uomini. Letteratura Tamil a Napoli di Alessio Arena è un vero e proprio romanzo corale nel quale i personaggi si muovono tra il profondo attaccamento alle proprie radici culturali e la voglia di confrontarsi e fondersi con una cultura nuova (quella napoletana), per certi aspetti diversa, ma per molti altri (in particolare la sofferenza e la voglia di riscatto) uguale.

Alessio Arena, nato a Napoli nel 1984, è scrittore e cantautore. Ha vinto la XXIV edizione di Musicultura, Festival della canzone popolare e d’autore, e il premio A.F.I. al miglio progetto discografico. All’inizio del 2014 ha pubblicato il primo album plurilingue Bestiari(o) familiar(e), inciso tra Napoli e Barcellona. Scrive testi per il teatro e ah pubblicato due romanzi L’infanzia della cose (premio Giuseppe Giusti Opera Prima) e Il mio cuore è un mandarino acerbo.

:: Nero, Angela Di Bartolo, (Runa editrice, 2014) a cura di Elena Romanello

23 dicembre 2014 by

neroLa letteratura per ragazzi è uno dei settori più stimolanti e interessanti, con alcune sorprese e non solo mode da seguire e nuovi nomi che si affacciano con proposte. Come la Runa editrice di Villafranca Padovana, che inaugura la collana in tema Apprendisti lettori con Nero di Angela di Bartolo, illustrato da Gianmaria Bozzolan.
Nero è un gatto del colore del suo nome, ed è una specie di star nella Città eterna, visto che ogni giorno, da tre anni, prende il trenino da Centocelle al centro di Roma e dopo un po’ torna a casa. Un giorno Nero sparisce e il suo proprietario offre una ricompensa di mille euro a chi glielo riporta, suscitando l’interesse di due compagni di scuola, due ragazzini di borgata, Matteo e Ahmed che si mettono alla sua ricerca, attirati da quello che potrebbero fare con quei soldi.
I due, che all’inizio non si sopportano granché, cominciano un’avventura tra le strade di Roma, sulle tracce del gatto ma anche del passato della città, tra rovine e incontri a sorpresa, scoprendo la verità dietro al ruolo di Nero e del suo padrone di casa, e imparando a conoscersi e ad essere amici, superando la diffidenza reciproca.
Si dice che almeno le storie per i più piccoli devono essere educative, ma questo non vuol dire che devono essere retoriche e ridondanti. Angela di Bartolo, appassionata di archeologia, erudisce innanzitutto i più giovani e non solo loro sulla storia e le bellezze di Roma, ma tra le righe racconta anche di integrazione e di lotta al razzismo, facendo vedere come due giovanissimi, nati in Paesi diversi, possono alla fine scoprire di avere molte più cose in comune. Un tema quanto mai attuale oggi, e i pregiudizi vengono superati essendo coinvolti in un progetto insieme, che porterà nuovi sogni e aspirazioni a questi due amici per caso e forse per sempre.
Nero è una storia per ragazzi con echi delle vecchie storie per ragazzi, quelle che ricordano bene chi era ragazzino negli anni Settanta e Ottanta, con avventure in giro per la città e non chiusi davanti al pc, ed è per questo che può piacere anche a chi non è più piccolissimo e può essere una storia che unisce più generazioni, i bambini di ieri che giravano per le città e quelli di oggi che sono soli davanti ad uno schermo.
Il gatto Nero è il grande protagonista, il personaggio che crea tutti questi cambiamenti, e che simboleggia l’amore per gli animali disinteressato e che alla fine risulta vincente, e questo senza anticipare i colpi di scena finali della storia e la fine di quest’avventura.
Nero è un libro interessante e nuovo, una favola che a tratti profuma d’antico ma parla dell’oggi, una storia per gattofili e per chi cerca la sua strada o ricorda quando la cercava, una manciata di pagine che si leggono con piacere. Un buon inizio per la collana Apprendisti lettori, che vuole creare nuovi amanti della carta stampata.

Angela Di Bartolo è nata a Bologna dove vive tuttora. Laureata in Scienze Politiche, lavora presso il suo Comune come Assistente Sociale. Le sue passioni, oltre alla letteratura, sono il giardinaggio, la storia e l’archeologia.
Negli ultimi anni ha partecipato con successo a concorsi per racconti di genere fantastico, fra i quali il Premio Sentiero dei Draghi con Ottobre (poi pubblicato nell’antologia Il Ritorno, ed. Lulu, 2008), il Trofeo RiLL con Ponti (uscito in Cronache da Mondi Incantati, ed. Nexus, 2009), SFIDA con Relitti (in Riflessi di Mondi Incantati, ed. Giochi Uniti, 2010), Nostos (ne Il Carnevale dell’Uomo Cervo e altri racconti, ed. Wild Boar, 2012) e La conquista (in Perchè nulla vada perduto e altri racconti, 2013). Il racconto Proxima è stata pubblicato da Ciesse Edizioni nell’antologia Favole della Mezzanotte, 2011, a cura di Stefano Pastor. Ha pubblicato nel 2014 con Runa Editrice Per altri sentieri, antologia di racconti fantastici.

:: Un’intervista con Piergiorgio Pulixi a cura di Giulietta Iannone

22 dicembre 2014 by

appuntamentoBentornato Piergiorgio su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista, dopo l’ultima concessaci nel luglio del 2012. Un po’ le cose sono cambiate da allora. Vivi a Londra mi pare? Come ti trovi all’estero?

Ciao Giulia, è un piacere essere di nuovo qui. Mi trovo molto bene. Hai sempre la sensazione di essere al centro del mondo, e la città pulsa di energia giorno e notte. E sicuramente un luogo speciale per me.

E’ uscito da poco un tuo breve romanzo per EO, L’appuntamento. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

L’idea è nata da diverse scintille. Una sicuramente è stata l’aver visto una sera che sono andato a cena fuori una donna sola al tavolo di un ristorante: dalle sue espressioni, dai suoi sguardi, dai suoi tic nervosi, era chiaro che stesse aspettando qualcuno. Io ho iniziato a mangiare, primo, secondo… ma lei era sempre sola, e il suo appuntamento non arrivava. Dolce, caffè, ammazzacaffè… e lei sempre sola. Alla fine, quando me ne sono andato, lei stava ancora aspettando. “Chi?” mi chiesi, “e perché non ti arrendi all’idea che ti ha dato buca?” da lì la mia mente ha iniziato a lavorare alla storia… perché effettivamente forse non stava aspettando ma era costretta ad aspettare.

In questo libro tratti temi di stretta attualità: l’usura, la sicurezza informatica, la violazione della privacy. Che riflessioni pensi farà un tuo ipotetico lettore una volta chiuso il libro? C’è qualche messaggio che hai voluto trasmettere?

Penso di sì. Io volevo soltanto far riflettere il lettore sul fatto che ormai gran parte delle nostre vite è sul web, e tutti noi abbiamo ormai un’identità reale e un’identità virtuale, e abbiamo consapevolezza di quali siano i limiti di entrambi. Però in qualche modo quando stiamo davanti al pc questi limiti si sfumano fino a confonderci, non per noi, ma per chi ci osserva… Mi spiego meglio: lo schermo che abbiamo davanti è come se fosse un vetro come quelli a specchio nelle stanze per interrogatori della polizia: tu vedi riflesso te stesso, ma in realtà dall’altra parte c’è qualcuno che ti guarda, ti osserva, e ti giudica. Internet è un po’ così: quando noi postiamo su FB, mitragliamo tweet, etc, dall’altra parte c’è qualcuno che ci giudica sulla base della nostra “identità virtuale” che percepisce come una summa tra quella reale e quella che invece reale non è. Ciò è sicuramente affascinante, ma anche molto pericoloso.

La prima parte è decisamente spiazzante. Un uomo e una donna ad un tavolo di un ristorante, intenti a combattere una piccola guerra fatta di umiliazioni, e offese. Mi sono sentita a disagio anche solo leggendo quelle pagine. Da pochi giorni si è svolta la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, in che misura secondo te le violenze psicologiche sono diffuse nel tessuto sociale? Sono altrettanto devastanti quanto le violenze fisiche?

Secondo me sì. Viene data a questo tipo di violenza un’attenzione minore, nonostante – a mio parere – sia un tipo di violenza molto più diffusa, soprattutto in ambiente lavorativo. Tutti noi siamo bombardati soprattutto a livello mediatico da un tipo di violenza molto materiale, morti, omicidi, torture, etc. Molta di questa violenza appariscente e splatter va addebitata a noi romanzieri, agli sceneggiatori e ai creatori di videogiochi, e in qualche modo ormai siamo tutti assuefatti al sangue, alle botte, e così via (nonostante non ci si dovrebbe mai abituare alla violenza, di qualsiasi genere sia); la violenza psicologica, quella fatta di umiliazioni, spersonalizzazione, processi di de umanizzazione, è dilagata in seguito alla crisi economica che ha avuto grosse ricadute anche a livello sociale e personale, ma soprattutto, ripeto, a livello lavorativo, dove chi è in una posizione privilegiata può abusare del potere economico/contrattuale che possiede, rifacendosi su chi invece non ha alcun tipo di potere contrattuale. Questo è un incubo degno di un horror.

La manipolazione dei dati, dei flussi di informazioni che ogni giorno immettiamo nel web, sembra il passo successivo alla semplice violazione della privacy. Ciò che descrivi nel tuo libro, sebbene portato alle estreme conseguenze, non è comunque uno scenario tanto fantastico. Su che basi hai costruito tutto questo? Hai parlato con veri hacker? Con tecnici informatici che lo fanno realmente?

Sì, entrambe le figure. A un certo punto mi sono reso conto che le cose di cui stavo scrivendo, sebbene basate su ricerche e piccole inchieste, mi sembravano fantascienza; a quel punto ho avuto la necessità di sentire il parere di persone che ne sapessero più di me e che potessero confermarmi o meno alcuni passaggi. Diciamo che mi hanno detto che ci sono andato leggero, e basta pensare al virus Regin, o allo scandalo SonyGate, o alla falla nella tecnologia SS7 che permette di intercettare qualsiasi cellulare in qualsiasi parte del mondo, per capire che avevano perfettamente ragione.

Giochi la trama su un concatenarsi di colpi di scena e cambi di punti di vista. Nessuno dei personaggi è quello che appare in un primo momento. Come mai questa scelta?

È una delle regole del noir che prendo come bussola. “Nel noir nulla è mai come sembra” l’ha detto Jim Thompson, uno dei miei autori preferiti. Per me è diventato un principio cardine delle mie storie.

Il potere sembra il tema conduttore del romanzo, il controllo che si può esercitare in un mondo sempre più virtuale e fragile. Il protagonista, lo possiamo definire un malato di controllo? Quando si sente vittima lui stesso, si scatena, e scatena tutta la sua violenza in modo estremo. Ma non ha fatto i conti con la sua vittima. Anche lui in fondo è una vittima?

Fondamentalmente tutti noi siamo vittime. Vittime di noi stessi, in primis. Vittime della società, della cultura vigente, delle scelte di chi ci ha preceduto. Paghiamo le conseguenze di una realtà a cui apparentemente non possiamo ribellarci, e questo crea conflitto e crisi che non è solo economica ma anche identitaria. Nello specifico l’uomo del romanzo è vittima della noia: è una persona ricca, ricchissima, potente, influente, ha una posizione privilegiata rispetto al 99% delle persone comuni, ha davvero tutto, eppure è annoiato. Allora per combattere questa stasi di brividi, elabora tutta una serie di perversioni che hanno a che fare con le vite degli altri. Giocando con le vite degli altri si sente vivo. Questa è la sua condanna, o meglio, è la condanna della donna che è costretta a “godere” della sua compagnia quella notte. Sul “paso doble” tra vittima e carnefice… lasciamo un po’ di suspense.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità mi piacerebbe sapere se hai in uscita un nuovo libro e se stai scrivendo al momento.

Uscirà per le Edizioni E/O ad Aprile 2015 un nuovo romanzo di genere thriller intitolato “Il Canto degli innocenti” che inaugurerà una nuova serie, e nell’autunno del prossimo anno torneranno Mazzeo e le sue pantere con il terzo romanzo della saga. In primavera e d’estate inoltre sarò ospite di due antologie di racconti con un altro dei miei personaggi seriali, il commissario Carla Rame… Grazie a te per la tua gentilezza e disponibilità. A presto.

:: Una levatrice a New York, Kate Manning, (BEAT, 2014) a cura di Elena Romanello

22 dicembre 2014 by

kate manningNella New York dove giungono gli echi della Guerra civile americana (1861-1865) e della conquista dell’Ovest vive nei bassifondi la piccola Annie, di origini irlandese, una delle tante quasi orfane con famiglie allo sbando. Ma un destino diverso è in agguato per lei: dopo varie peripezie, Annie va a servizio a casa del dottore e dottoressa Evans, specializzati in medicina per le donne, e impara il mestiere di ostetrica, che eserciterà arricchendosi ma scontrandosi anche con pregiudizi e limitazioni di leggi che, ancora più di oggi, erano fatte dagli uomini contro le donne.
Una levatrice a New York inizia con toni dickensiani da romanzo d’appendice ottocentesco, ricorrendo all’espediente caro anche al nostro Manzoni del ritrovamento di un manoscritto inedito con tanto di autocensure di parolacce riportate direttamente, e poi evolve in una ricostruzione appassionante e cruda della professione medica rapportata alle donne nell’Ottocento, dove fino ad un certo punto contraccezione e aborto erano tollerate a patto che non se ne parlasse troppo e dove il ruolo della donna come medico era disprezzato da parte dei dottori uomini, che intrapresero una vera e propria crociata contro ostetriche e levatrici estromettendole dalla professione.
Annie, ispirata al personaggio reale della levatrice Ann Lohmann, con qualche aggiunta romanzesca che rende il tutto più pepato, è un personaggio interessante, che mescola le eroine dei romanzi d’appendice dell’Ottocento con moderne istanze femministe e discorsi che, al di là della contestualizzazione di un’epoca restituita con cura, sono sempre attuali e interessanti. Antesignana di dottoresse come Margaret Sanger, che portò il dibattito sulla salute della donna e sui suoi diritti riproduttivi ad un livello ufficiale di battaglia, Annie aiuta sia le donne che vogliono essere madri che quelle che si trovano in difficoltà, scontrandosi con povertà, una cosa che lei conosce bene, ignoranza, violenze, incoscienza, sopraffazione, fino ad arrivare ad un processo che può distruggerla e ad un colpo di scena che cambierà la sua vita.
Un romanzo con l’anima ottocentesca ma con un fondo di impegno sociale, un libro da leggere come evasione ma anche come pamphlet contro chi vorrebbe ancora oggi riportare indietro l’orologio della Storia, una storia femminista e militante che svela retroscena e vite della Grande Mela quando era un universo per lo più di disperati da diverse parti del mondo, in cui chi stava peggio erano proprio le donne e i bambini. Da leggere se si hanno a cuore i diritti e se si cerca una storia che racconta di lotte e libertà senza retorica, partendo dalla realtà.

Kate Manning ha scritto e prodotto diversi documentari, con cui ha vinto due Emmy Awards e un Edward R. Murrow Award. Collabora con il New York Times, il Los Angeles Times Book Review, Glamour, ed altre riviste e quotidiani. Una levatrice a New York è il suo secondo romanzo.