Chiara Sebastiani, docente all’Università di Bologna di Teoria della sfera pubblica e Politiche locali e urbane è una conoscitrice della situazione in Tunisia, Paese vicino all’Italia ma percepito come emblema di un’altra cultura e mondo, a cui ha dedicato il saggio Una città una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico, scritto alla vigilia delle ultime elezioni, importante per capire destini e evoluzioni di questa nazione divisa tra Oriente e Occidente.
Come le recenti elezioni possono cambiare la società tunisina?
In Tunisia si sono tenute quattro tornate elettorali in tre anni: la prima nell’ottobre 2011 (per l’Assemblea Nazionale Costituente), la seconda nell’ottobre 2014 (per l’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo cioè il parlamento), le ultime due tra novembre e dicembre (primo turno e ballottaggio delle presidenziali). Sono elezioni la cui regolarità è stata certificata da decine di organizzazioni indipendenti nazionali e internazionali, con tassi di partecipazione non eccelsi ma comunque sufficienti, avvenute senza gravi incidenti e che hanno sancito il pluripartitismo e l’alternanza. Esse hanno fatto sì che i Tunisini si familiarizzassero non solo con le procedure democratiche di scelta dei rappresentanti (competizione tra partiti, campagne elettorali, e libere elezioni) ma anche con quelle di formazione dell’opinione pubblica tramite il confronto di opinioni, il pubblico dibattito, l’accesso ad una pluralità di fonti di informazioni, la trasparenza delle istituzioni.
In questo apprendistato molto rapido un risultato importante delle recenti elezioni sarà probabilmente una società meno settorializzata in cui verranno a cadere un certo numero di esclusioni reciproche: ci si abituerà a vedere laici discutere con islamisti, marxisti con liberisti, financo vittime del vecchio regime con ex sostenitori di questo. Ci sarà anche un certo rimescolamento dal punto di vista delle classi sociali: la partecipazione politica è già e sarà ulteriormente un fattore di avvicinamento tra strati diversi e di promozione sociale di gruppi in precedenza marginalizzati, che si tratti dei ceti popolari o delle regioni dell’interno e del Sud. Questo processo sarà rafforzato dal fatto che attualmente si fronteggiano due grandi partiti di massa – Nidaa Tounès e Ennahdha – ambedue con ramificazioni nella società civile tramite associazioni culturali, sociali, civiche, gruppi di pressione, lobbies, vicini all’uno o all’altro.
Sul piano culturale si può infine sperare che la normalizzazione democratica e la rimozione delle barriere sociali favoriscano una rinascita della vita culturale che attualmente è in grave sofferenza. Si produce poco in tutti i campi, e ciò che si produce è raramente di alta qualità, mancano spazi e pratiche dedicati alla cultura. Né potrebbe essere altrimenti, dopo vent’anni di “regime” con le sue repressioni e imposizioni nel campo della cultura, e tre anni di transizione in cui la partita tra rivoluzione e contro-rivoluzione è stata ampiamente giocata anche sul terreno del conflitto ideologico.
Dopo queste elezioni – sia che l’esito istituzionale sia un “compromesso storico” tra islamisti e antislamisti, sia che si configuri in una articolazione fisiologica tra una maggioranza e una opposizione disposte comunque al riconoscimento reciproco – il terreno della cultura potrebbe conoscere una nuova effervescenza. Non bisogna dimenticare che fino ad oggi quanto di meglio sia stato prodotto in campo culturale in Tunisia – e c’è tanto beninteso – soffriva di due grossi limiti: era appannaggio di una piccola élite ed era ampiamente tributario di influenze ex coloniali tendenti a scivolare nel neo coloniale da parte della Francia. Si può prevedere una valorizzazione della cultura locale, anche a seguito dei processi di decentramento politico e di uno sviluppo economico su base regionale, insieme ad una apertura all’Occidente, soprattutto ad un “altro” Occidente, meno europeo, più anglo-americano (e anche ad un oriente più “estremo”).
Che tipo di associazionismo giovanile esiste in Tunisia? E quello femminile? Che evoluzione potranno avere?
Prima della rivoluzione l’associazionismo giovanile era un associazionismo di regime, al quale i giovani rispondevano facendo la resistenza passiva, cioè prendendo poco parte alla vita associativa. Dopo la rivoluzione vi è stata una vera e propria esplosione di associazioni grazie alla liberalizzazione delle procedure di autorizzazione Molte sono state formate da giovani. Alcune esistevano in precedenza ma non erano state legalizzate e la loro attività era sistematicamente oggetto di repressione: è il caso della Association Tunisienne des Diplomés Chomeurs (Associazione Tunisina dei Diplomati Disoccupati) che si battono per delle nuove politiche dell’impiego giovanile. Dopo la rivoluzione i giovani hanno creato numerose associazioni in particolare in campo sociale e umanitario, facendo emergere una forte esigenza di impegno sociale.
In quanto alle donne, la storica Association Tunisienne des Femmes Démocrates (ATFD) esisteva già prima della rivoluzione ma era soggetta ad una soffocante censura preventiva che ne limitava la possibilità di azione. Resta a tutt’oggi la più importante associazioni di donne, accanto all’Association Tunisienne Femmes pour la Recherche et le Développement (AFTURD) anch’essa di vecchia data. Queste associazioni tuttavia attraggono poco le giovani o le donne dei ceti popolari che rimangono oggetto e non protagoniste delle attività e delle rivendicazioni portate avanti.
Peraltro giovani e donne sono spesso impegnati in associazioni non specificamente giovanili o femminili. Vi è la rete tradizionale delle associazioni di beneficenza vicina al partito islamista Ennahdha e vi sono le associazioni che hanno per mission il monitoraggio delle istituzioni e delle procedure democratiche (come TOUENSA). Da queste provengono i volontari che sono stati attivamente impegnati nel monitoraggio delle procedure elettorali ai seggi (gli “osservatori elettorali” locali).
La Tunisia è uno dei Paesi scelti da tanti occidentali anziani, anche italiani, per vivere una terza età dorata. Cosa ne pensa di questo fenomeno sociale e come lo vede nella società tunisina?
Il trasferirsi all’estero nella terza età è fenomeno recente in Italia rispetto ad altri paesi: troviamo infatti nutrite colonie di “expats” inglesi in Grecia o di francesi in Marocco. Il termine inglese “expat” designa una emigrazione di lusso, o perché alle dipendenze di organismi internazionali o multinazionali, o perché scelta da chi ha buone disponibilità economiche. Nel caso degli Italiani si tratta piuttosto di una nuova forma di emigrazione pura e semplice: scelgono di trasferirsi in Tunisia molte persone la cui pensione non consente loro di vivere decorosamente in Italia. Beneficiano così non solo del cambio favorevole e di un costo della vita più basso ma anche di una legge che consente la detassazione delle pensioni italiane versate in Tunisia. Non si tratta però in generale di una vita “dorata” (chi può permettersela non emigra: va dove vuole e per quanto tempo vuole). La Tunisia è pur sempre un paese del “sud del mondo” dove mancano tutta una serie di beni, servizi e confort ai quali siamo abituati in Europa: la qualità delle abitazioni, delle reti idriche ed elettriche, del riscaldamento, dei trasporti pubblici, dell’offerta culturale, ecc. Chi sceglie questa forma di emigrazione ha quasi sempre, accanto alle motivazioni economiche, una qualche forma di motivazione affettiva: origini o legami familiari, dimestichezza e amore per il paese. Non sempre le relazioni sono facili ma in Tunisia gli stranieri sono bene accolti, le persone anziane godono di un rispetto che in Europa ci sogniamo, e il paese ha una vitalità e un clima che sono ottimi antidoti alle depressioni della terza età.
Si tratta di un fenomeno socialmente importante perché è un indicatore tra i tanti della crisi dell’Europa, incapace di trattenere i suoi giovani e di offrire una vecchiaia dignitosa e serena ai suoi anziani. Credo inoltre che questo crescente afflusso dia anche da pensare ai Tunisini: qui le solidarietà familiari sono ancora forti e l’arrivo di anziani soli pare rivelare qualche crepa nella mitizzata società europea. Il fenomeno peraltro non potrà che portare ad un ulteriore avvicinamento tra Italiani e Tunisini che hanno legami storici secolari. E porterà anche a rimettere in questione quella invisibile barriera che taglia in due il Mediterraneo, effetto collaterale disastroso dell’integrazione europea.
Che differenze e somiglianze ci sono tra la Tunisia e il Marocco, l’altro grande Paese maghrebino?
Non conosco il Marocco: posso dire come lo vedono i Tunisini e come lo vedono gli stranieri “expats”. I Tunisini ti dicono che in confronto al loro paese il Marocco è una società feudale, con una popolazione abituata alla sottomissione (tanto più che il re è anche comandante dei credenti e discendente del califfo), dove ci sono più donne velate, dominano i costumi tradizionali, e viene ammessa, sia pure con molte limitazioni, la poligamia. Viene da chiedersi come mai il paese sia prediletto in particolare dai francesi (turisti ed espatriati stabili) i quali hanno snobbato la Tunisia dall’indomani della rivoluzione e della fuga di Ben Ali e continuano a farlo tutt’oggi. Uno dei motivi probabilmente è che il Marocco è dotato di infrastrutture per un turismo o espatrio di lusso con case, alberghi, locali di grande bellezza e atti a soddisfare le inclinazioni orientaliste degli stranieri La Tunisia è meno esotica, è repubblicana, ha assimilato molto di più dall’Europa. Il turismo tunisino non è un turismo di lusso ma un turismo di massa.
La Tunisia nel 2011 disponeva di una popolazione con un buon livello di istruzione, di un grande sindacato, della struttura, ancorché illegale, di un partito di massa, nonché di importanti reti di comunicazione grazie alla digitalizzazione estesa del paese.
Se la Tunsia ha fatto la sua rivoluzione in modo straordinariamente pacifico in confronto al contesto regionale, in Marocco si è messa a tacere la rivoluzione embrionale in modo anch’esso molto soft. I due paesi possono essere visti come i due poli opposti del grande movimento di sollevamento arabo: in Tunisia ha portato ad una vera rivoluzione, in Marocco è stata fatta prontamente rientrare con una riforma costituzionale in larga parte di facciata. Ambedue hanno tuttavia in comune il fatto di aver evitato il bagno di sangue egiziano e la guerra civile di Libia e Siria.
L’isola dei libri perduti di Annalisa Strada, edito da Einaudi, è un libro per ragazzi, ma allo stesso tempo la sua storia dimostra –ai bambini e agli adulti- che non si deve avere paura dei libri, anzi si deve continuare ad amarli, perché leggendoli, di generazione in generazione, si manterranno vive le loro storie e i loro valori. La trama del libro della Strada prende il via a Thia, un’isola sperduta nel mare, dove gli abitanti vivono seguendo, nel massimo rispetto, le leggi di vita imposte dal governo centrale. Più che un luogo di felicità, Thia sembra essere una sorta di fortezza-prigione circondata da acque e sabbie mobili che la separano dal resto del mondo. La vita sull’isolotto scorre in modo ripetitivo, sempre uguale a se stessa, divisa tra monotone attività e divieti imposti da chi è il potere. Tra di essi c’è quello della lettura, tanto è vero che di libri sull’isola non se ne vedono e non se ne leggono. Tutta questa uniforme tranquillità, comincia a star stretta ad Amalia, a Nazario, alla ribelle (e ne ha tutte le ragioni, vista la vita familiare da incubo) Flora e al sempre titubante Corrado. I quattro compari decidono quindi di tentare la fuga, per scappare da una vita vuota di emozioni, che non mostra loro nessuna prospettiva allettante per il futuro. I ragazzi hanno una vecchia mappa che studiano per trovare la migliore via per evadere e durante la preparazione del piano di fuga conoscono l’anziana Agape, una simpatica nonnina, che assieme ad alcuni e fedeli aiutanti ha salvato dal macero i libri messi al bando dal governo. L’isola dei libri perduti di Annalisa coinvolge quattro ragazzi alla ricerca della propria identità. A tratti la trama potrebbe sembrare vaga e mancante di qualcosa, ma proprio questa sensazione di incertezza è quella che affligge i protagonisti, costretti a vivere in un mondo nel quale non vedono e non trovano speranze per il futuro. Proprio per questa ragione i ragazzi vogliono rompere gli schemi imposti da altri, per assaggiare la vera libertà e costruirsi una vita con le proprie mani, perché anche i loro genitori sembrano non capirli. Il libro mi ha richiamato alla memoria Fahrenheit 451, solo che qui i protagonisti non sono i pompieri e i piromani incendiari presenti nel libro di Bradbury, in L’isola dei libri perduti di Annalisa Strada ci sono adolescenti che hanno bisogno di maggiori certezze, uscendo da una dimensione d’instabilità esistenziale che sta impedendo loro di conoscere il mondo attraverso il vivere e la lettura. Dai 12 anni in su.
Benvenuto Adriano su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Sei il direttore editoriale di una nuova casa editrice digitale, Acheron Books, che si prefigge di pubblicare narrativa fantastica (fantasy, fantascienza, horror) in lingua inglese, ma scritta da autori Italiani. Come è nato il progetto?
Il genere fantastico, di cui più volte qualcuno celebra periodicamente il funerale, riesce sempre a risorgere con nuove storie e tematiche, e da un po’ di anni sta aumentando anche il numero di italiani che si dedicano ad esso, con storie che molto spesso non sono la copia di omologhi anglosassoni ma riescono ad aggiungere molto di nuovo.
Già pubblicato un paio d’anni fa come Madame Mallory e il piccolo chef indiano è uscito di nuovo con un nuovo titolo sull’onda del film di Lasse Hallstrom: Amore, cucina e curry di Richard C. Morais racconta di nuovo il rapporto tra culture e cibo, partendo da una storia vera, con i nomi cambiati ma sempre reale.
Come è nata l’idea di scrivere un romanzo con protagonista una donna, Annie “Axie” Muldoon, che fa la levatrice nella New York del XIX secolo?
Il protagonista de Il declino dell’economista di György Dalos mi ha ricordato molto la figura dell’inetto creata da Italo Svevo per il romanzo Una vita, cioè colui che tenta il riscatto sociale, ma la scoperta dell’impossibilità di cambiare il proprio status sociale, portano il personaggio all’autoisolamento e alla vita ai margini della società. Il libro di György Dalos, edito da Keller è un romanzo di riflessione sul fallimento di una vita umana. Protagonista è Gábor Kolozs, un uomo che da maturo tornerà ad abitare in casa con il padre Daniel, a Budapest, dove i due sopravviveranno grazie al misero vitalizio di Kolosz senior, un superstite al campo di concentramento di Mathausen. La vita dei due scorre tra alti e bassi poi, l’anziano muore e il figlio, prima di comunicare in modo definitivo il decesso del padre, decide di prendersi del tempo e di continuare la sua esistenza utilizzando l’entrata economica del vitalizio del defunto. Tutto va bene e per un po’ Gábor trascorre le sue monotone giornate in tutta tranquillità. La situazione si complica quando una troupe televisiva comincia a tempestare di chiamate il protagonista, con lo scopo di intervistare il signor Daniel, il più anziano ungherese sopravvissuto all’Olocausto. Il personaggio di Gábor Kolosz ad una prima lettura potrebbe sembrare un figlio cinico e sfruttatore che mente sulla morte del padre per continuare a riceverne la pensione. In realtà, la presenza di vari flashback sul passato della vita di Gábor sono molto utili a chi legge per capire cosa ha determinato lo stato di profonda disillusione e delusione dell’uomo. Nella giovinezza di Gábor sono presenti contrasti accesi con il padre; la frequentazione dell’Università di economia in Russia in netto conflitto con la sua passione per la letteratura di Puskin; l’impegno nella vita politica e le imprevedibili conseguenze che esso avrà; e ancora, il matrimonio con Marta e un po’ di benestare economico. Situazioni diverse tra loro, momenti di vita pubblica e privata nei quali il protagonista dimostra sempre di sentirsi fuori luogo e inadatto a vivere quelle situazioni. Gábor si sente un perdente e un frustrato, perché ogni cosa da lui fatta ha avuto un fine fallimentare: il matrimonio con Marta si esaurisce in poco tempo; i risultati sul in campo politico e al lavoro non portano a nulla di buon e Gábor si trova disoccupato. L’entusiasmo per la ricerca di un nuovo impiego, con l’intento di dare una svolta decisiva alla sua esistenza da single dura ben poco, e dopo le prime ricerche l’uomo si richiude a riccio su se stesso, tornando all’ovile a vivere con il padre Daniel. Il declino dell’economista di György Dalos mostra un uomo maturo, che nonostante l’età avanzata – nel senso che non è più un ragazzino, ma un cinquantenne fatto- sembra non essere in grado di trovare il suo posto giusto nel mondo. Gaber è disorientato, abbattuto, sconfitto e anche in quelle situazioni dove potrebbe prendere posizione e riscattarsi, subentra in lui una sorta di atavico timore di non farcela che lo spinge a ritirarsi dalla scena e a non compiere mai il passo decisivo verso il riscatto sociale. L’unica azione che Gábor fa con decisione, e non è nemmeno tanto nobile de la si osserva dal punto di vista morale, è quella di non dichiarare subito la morte del padre, ma ben presto una serie di eventi del destino lo porteranno a dove fare i conti con la propria coscienza e con tutto il “non fatto” della sua vita. Traduzione Franco Filice.
Secondo volume della saga Immortal, ritroviamo nuovamente Lanny e Luke in fuga dopo che lui l’ha aiutata a scappare dall’ospedale di St. Andrew. La loro love story però dura poco. Lanny si sente in colpa per averlo allontanato dalle figlie e l’improvvisa ricomparsa di Adair le dà il coraggio di lasciarlo, l’unico modo che trova però è con un biglietto come a sua volta era stata lasciata da Jonathan.
Cari lettori, eccoci giunti alla quinta edizione del Liberidiscrivere Award, premio che permette di votare il migliore libro edito in Italia nel 2014, italiano o straniero, senza preclusione di generi.
Esiste il romanzo di formazione a fumetti? Certo! Dimentica il mio nome di Zerocalcare rientra appieno in questo genere letterario. La storia narrata dal giovane fumettista di Arezzo ha tutti gli elementi per esser definito un esempio di Bildungsroman a vignette, nel quale il protagonista affronta un tortuoso cammino che gli permetterà di diventare uomo (lui stesso lo dice nell’albo, quando si rende conto di aver raggiunto il livello massimo della sua impresa, come se la sua vita fosse un videogame). Tema della graphic-novel autobiografica, ambientata nel noto quartiere di Rebibbia, e ben consolidato anche nella tradizione della letteratura e del cinema, è la ricerca delle proprie radici. Alla morte della nonna materna, Calcare cerca di ricostruire la sua storia familiare per aver chiaro il proprio passato e scoprire qualcosa in più di quel poco che sa della nonna, della madre, del nonno mai conosciuto e delle zie e zii scomparsi in modo più o meno misterioso. Accanto a questa ricerca necessaria al giovane trentenne per capire chi è e per trovare il suo posto, più o meno definitivo, nel mondo, si innesta l’ elemento narrativo del fantastico (ed è qui che compare la famosa volpe rossa) che irrompe nella realtà rendendola più avventurosa e misteriosa, ma non irreale. Dimentica il mio nome è il quinto albo a disegni di Zerocalcare, ed è il libro nel quale entrano personaggi che appartengono al vero universo di vita dell’autore/protagonista, come la mamma e la nonna, coprotagoniste dell’enigma che Calcare cerca di risolvere. Dimentica il mio nome è un libro interessante nel quale l’autore scava a fondo nel proprio vissuto personale, mettendo a nudo non solo parte della vita della sua famiglia, ma anche rendendo note alcune sue ossessioni, preoccupazioni e timori sul futuro, tipiche di un giovane uomo in fase di crescita (Zerocalcare, alias Michele Rech è nato nel 1983) con riflessioni a ruota libera che ricordano il classico “flusso di coscienza”. Allo stesso tempo, il fumettista toscano sciorina una serie di meditazioni e richiami a oggetti (vedi il Pisolone, una sorta di sacco a pelo a forma di orsacchiotto, era un must per i ragazzini degli anni Ottanta come le erano le Nike Air max) a modi di dire e di fare, a telefilm, a personaggi (Chuck il castoro, David gnomo,il nonno di Heidi, Twin Peaks, il re Leonida del film 300, la mamma di Bambi e Freddy Krueger) e mode ben noti a chi è nato e cresciuto tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Zeroclcare/Rech non si fa mancare nulla e inserisce anche riferimenti alla storia recente d’Italia vissuta da lui e dal suo alter ego fumettistico (il G8 di Genova) in prima persona. In Dimentica il mio nome ad aiutare Calcare non ci sono solo i ricordi della nonna e la madre chioccia ma, come vuole la sua produzione, a sostenere il magrolino disegnatore nella sua quotidiana impresa eroica c’è sempre lui, l’armadillo alter-ego del protagonista, che compare per dargli “man forte” nei momenti più difficili e nei quali il protagonista sembra non avere la più pallida idea di cosa fare. Dimentica il mio nome è una bella storia di formazione a fumetti, intrigante e catartica per Zerocalcare – e anche per il lettore-, perché in essa, più che nei precedenti albi, l’autore si confronta con le proprie paure nel tentativo – dire azzeccato- di spogliarsi di esse e compiere quella crescita, umana e professionale, che lo farà sentire più uomo e meno bambino.
Nella più pura tradizione del giallo classico si collocano i mystery di Mary Fitt, nome de plume di Kathleen Freeman, insigne grecista inglese conosciuta anche per le sue opere di saggistica. Negli anni ’30 debuttò nella narrativa gialla con Murder Mars The Tour, e nel 1938 ideò il personaggio dell’ispettore Mollett (aiutato nelle indagini dal vecchio amico il dottor Fitzbrown), personaggi che compaiono anche in In una sera di pioggia (Death and The Pleasant Voices, 1946), ora edito in edizione integrale dalla Polillo, nella collana i Bassotti e tradotto da Leslie Calise.
























