:: Una favola a Manhattan, Alberto Ferreras, (Baldini & Castoldi, 2013) a cura di Micol Borzatta

13 aprile 2015 by

9788866208419Bella è una pubblicitaria, una ragazza come tante altre, ma a differenza delle altre ragazze la sua vita non è facile, perché Bella è grassa. A causa della sua mole ha iniziato a farsi chiamare solo B perché non sentendosi bella non le sembra giusto portare il suo nome, le sembra uno scherzo di cattivo gusto.
La sua carriera lavorativa non decolla perché la sua capa, per paura che la sua bravura la metta in oscurità, prende la scusa del peso per non promuoverla.
Bella è disperata, ma un giorno mentre fa la dichiarazione dei redditi conosce Madame, una signora russa che le cambierà per sempre la vita.
Quando ho visto questo libro mi sono lasciata incuriosire da una recensione che avevo letto che lo dichiarava “il libro giusto al momento giusto”, anche se continuavo a pensare che sarebbe stato l’ennesima copiatura di Il diavolo veste Prada o l’ennesima storia della Cenerentola del caso, ma man mano che procedevo nella lettura devo dire che ho dovuto ricredermi.
Una favola a Manhattan è veramente il libro giusto che arriva al momento giusto. Qualsiasi sia il momento in cui lo leggi, lui ha sempre da insegnarti come affrontare la vita.
In un epoca dove la bellezza a cui siamo obbligati è del tipo anoressico, trovare una protagonista cicciottella, con i suoi chili di troppo che riesce a stare bene con se stessa fino al punto di trovarsi bella dà veramente una spinta in più.
La grinta che trasmette, aiutata dalle descrizioni fantastiche e dalla trama mozzafiato che tiene il lettore attaccato alle sue pagine, porta a relazionarsi con se stessi e con la protagonista, seguendone i cambiamenti e cercando di imparare da essi per poterli mettere in pratica nella nostra vita reale.
Un ottimo romanzo dove l’autore vuole trasmettere a tutte le persone che non esistono persone belle o brutte, ma solo persone stupende con le loro caratteristiche particolari che li evidenziano e fanno sì che possiamo distinguerci gli uni dagli altri.

Alberto Ferreras nasce a Madrid ma cresce a Caracas in Venezuela. Artista, scrittore e regista ha creato My Audition per Aldomovar e trasmesso sulla rete televisiva HBO, e ha collaborato come traduttore per Madonna.
B as in Beauty (Una favola a Manhattan) è il suo primo romanzo e ha vinto il premio narrativa nelle International Latino Book Awards. Particolarità è che l’autore lo ha scritto prima in inglese e poi lo ha tradotto in spagnolo.

:: Il Nao di Brown, Glyn Dillon (Bao Publishing, 2013) a cura di Federica Guglietta

13 aprile 2015 by

1Ci sono libri che vanno letti e poi riletti. Una. Due. Cento. Mille volte. Succede anche a persone come me che raramente rileggono qualcosa più volte.

Era un giorno come tanti altri quello in cui mi capitò di riprendere per la seconda volta un volume che, meno di un anno fa, mi ha fatto scoprire il mondo delle storie a fumetti, quei romanzi illustrati, graphic novel così ben scritti, strutturati e colorati con dedizione da sembrare – no, ma che dico -, così da essere dei veri tesori da custodire gelosamente. Sul comodino, incisi nella mente e nel cuore.  Proprio quel giorno, quando ripresi quel volume dal ripiano della libreria, pensai per un secondo a come Nao dovesse vivere la sua quotidianità. Se solo esistesse in carne ed ossa.

Una ragazza come altre, almeno all’apparenza. Se la incrociassimo per strada, probabilmente, non la noteremmo nemmeno. Tuttavia, se prestassimo un briciolo di attenzione in più, se fossimo davvero disposti ad aprire la sua scatola cranica ed entrarci dentro, noteremmo che lei, giovane donna per metà inglese e per metà giapponese, oltre a quell’aria disincantata che si porta sempre dietro, ha un segreto. Più di uno.
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Nao, infatti, è affetta da OCD, in particolare da una forma di disturbo ossessivo compulsivo che, contrariamente a quanto solitamente accade, non ha per sintomi la fissazione per l’igiene e il conseguente lavarsi le mani duecento volte in un giorno, disporre cose secondo il giusto cromatismo o cose simili. Tutt’altro.  Nella sua testa si manifestano visioni violente che riescono a fondere realtà ed immaginario, rendendole la vita impossibile.

Si tratta quasi una outcast à la Dickens trapiantata negli anni duemila, una persona che non riesce a stare bene con gli altri, che non riesce ad andare oltre la formalità nei rapporti lavorativi e sentimentali, perché non sta bene con se stessa. Nao non esiste, non è una persona reale, non la si può concretamente identificare in qualcuno, questo è vero. Eppure, se esistesse, potrebbe essere mille persone diverse, stando alla velocità con cui frullano i pensieri nella sua mente. Oppure potrebbe essere le nostre paure, ossessioni, fantasmi, demoni che girano ad una velocità devastante.
3Nao resta solo la protagonista di un bel graphic novel di Glyn Dillon, edito in Italia fine 2013 da Bao Publishing. Un prezioso volume cartonato, dalla copertina candida con in rilievo raffigurato un ensō (円相), simbolo che, in giapponese, vuol dire cerchio ed è proprio il concetto di ciclicità ad essere onnipresente in tutto lo svolgersi della storia.
Vivida l’influenza nel tratto e nei colori ad acquerello (è il rosso a predominare) di maestri quali Moebius e di Hayao Miyazaki.

Per l’edizione italiana, è stata scelta come sovracoperta un’immagine raffigurante il mezzo busto di giovane donna che ha, al posto della testa, una lavatrice sempre in azione, come se fosse sempre intenta a centrifugare.
Non fa altro che colpevolizzarsi dicendo di essere cattiva. Il presente si mescola alle immagini nella sua testa e si  4intreccia con un meta fumetto, un’altra storia a fumetti che l’autore ha inserito nella trama principale per intervallare le montagne russe che concorrono a formare il flusso di pensieri ossessivi presenti nella mente della protagonista.

Un racconto e una vita destinate alla decadenza e al baratro più nero che, ad un certo punto, saranno risollevate dall’arrivo di un gigante buono, un riparatore di lavatrici che, per Nao, rappresenterà una certezza nel suo mondo di paure e che l’aiuterà a capire una cosa importantissima: non tutto è sempre o bianco o nero, ma che esiste anche una via di mezzo. Questo compromesso tra un eccesso e l’altro non è il grigio, aspettate, ma il marrone.

Gyl Dillon, inglese, classe 1971, è figlio e fratello minore di altri due disegnatori. Comincia la sua carriera nel fumetto, ma prosegue principalmente come storyboarder e concept designer per il cinema e la televisione. Vive a North West London con la moglie e figli. Il Nao di Brown è il suo ultimo lavoro.

:: Incontri con i docenti: Prof. Dr. Hussein Hamouda Mahmoud, ‎ direttore del Dipartimento di Italianistica alla Helwan University (Il Cairo)

12 aprile 2015 by

07596eeProseguendo la serie di incontri con i docenti, abbiamo il piacere oggi di avere con noi il professor Hussein Hamouda Mahmoud, direttore del Dipartimento di Italianistica alla Helwan University del Cairo. Discuteremo della crisi dell’ editoria e del numero sempre maggiore di giovani che preferiscono alla lettura dei libri altre attività, problema presente anche in Egitto. Ecco l’intervista.

Buongiorno professor Hamouda, e grazie di aver accettato questa intervista. E’ direttore del dipartimento di Italianistica alla Helwan University. Ci parli del suo ciclo di studi, come si è avvicinato all’insegnamento?

Buongiorno a voi. Ho studiato italiano, lingua e letteratura, nella facoltà di Lingue, dell’ Università di Ain Shams, una delle maggiori del Cairo in Egitto, dove il Dipartimento d’italiano è stato inaugurato nel 1956. Ma la facoltà stessa era stata fondata già nell’ Ottocento, nell’epoca della Rinascita araba che vide la nascita della cultura araba moderna. Prima ho lavorato come traduttore, giornalista, poi, dal 1999 ho cominciato la mia carriera universitaria. Da giornalista avevo anche un lettore “ideale” a cui mi rivolgevo scrivendo gli articoli per il giornale, ma ad un certo punto ho avuto il desiderio di conoscere questo lettore, non più ideale, ma reale. I giovani interlocutori nelle aule universitarie mi sembrarono sin dal primo momento più vivi e concreti. In fine dei conti noi, tutti, insegniamo qualcosa a qualcuno nei diversi ruoli che assumiamo nella vita.

Mi innamorai della letteratura araba leggendo Le Mille e una notte. Come è nato il suo amore per la letteratura italiana?

Anche io mi innamorai della letteratura italiana leggendo le Mille e una notte italiane. Si tratta del Decameron di G. Boccaccio. Certo che erano solo dieci giornate ma sono state raccontate ben 100 novelle, mentre nelle Notti arabe sono narrate circa 250 novelle, ma alla fine si tratta di due raccolte di novelle che possono, teoricamente, durare infinitamente. Infatti la mia tesi di dottorato era una comparazione tra le Mille e una notte e il Decameron. Le posso descrivere, entrambe, come Umane Commedie, a differenza della Divina Commedia di Dante. Noi, popolazioni del bacino del Mediterraneo, siamo accomunate dalla stessa cultura.

Secondo i dati recenti forniti dalla Associazione Italiana Editori (AIE), che monitorano la quantità e la qualità di lettori in Italia, in quest’ultimo anno si sono persi 800.000 lettori. L’editoria Italiana è in crisi, le case editrici chiudono, le librerie anche storiche chiudono, mi diceva che è un problema sentito anche in Egitto.  

Le case editrici soffrono anche in Egitto, malgrado l’aumento numerico dei lettori, la crescita demografica e il basso prezzo dei libri. Ci sono 8 milioni i lettori in Egitto, in una popolazione di 90 milioni. I nuovi libri stampati sono diminuiti del 25% nel 2010. Di recente si è assistito a un nuovo fenomeno editoriale in Egitto, messo in luce nell’ultima edizione della Fiera internazionale del libro del Cairo, del gennaio 2015. Si tratta dell’editor/giovane/individuale. Hanno avuto grande successo i nuovi scrittori giovani che non sono legati a nessun editore, ma stampano i loro libri e li distribuiscono tramite una rete giovanile. Bisogna riconsiderare tutte le politiche e i dinamismi dell’editoria per poter rispondere alle nuove esigenze dei nuovi lettori.

Per la mia generazione i libri erano simbolo di libertà, di indipendenza critica, di confronto, di amore per mondi anche lontani e diversi dal nostro. Ci confrontavamo con la diversità e altre culture. Ci avventuriamo verso una società globalizzata sempre meno libera?

Sembra che ci siano novità nel contesto attuale rispetto al contesto in cui abbiamo avuto la nostra esperienza di vita. Si tratta della “rete” invece di librerie o biblioteche. I libri online e quelli elettronici sono in aumento. Il fatto, mi fa ricordare il discorso di Umberto Eco alla Fiera del libro di Torino nel 2009, quando parlava della memoria metallica invece di quella cartacea. Dal punto di vista quantitativo le informazioni delle nuove generazioni sono assai più abbondanti di quelle che potevamo avere al nostro tempo. Con l’immigrazione, la virtualità della cultura e i contatti mondiali sempre più ricchi assistiamo ora a una maggiore consapevolezza del mondo. I libri non perderanno il loro ruolo, anche se perderanno la forma tradizionale, grazie al progresso tecnologico. Gli autori di oggi dovranno trovare soluzioni innovative a questo problema. Malgrado questo bisogna adottare una nuova poetica. Una nuova educazione che riconosca l’altro e che sia più tollerante. La poetica della transculturazione. È compito anche dei formatori, dei docenti e professori, nelle scuole, non solo in Italia, ma in tutto il mondo: educare i giovani alla molteplicità dei mondi, tutti validi e riconoscibili.

Quali sono i principali nemici che allontanano i giovani dai libri?

La disperazione, la mancanza di libri che possano rispondere alle loro esigenze. Poi internet che diffonde una cultura mediocre, una sorta di fast food culturale. Internet crea una rete sociale efficace, ma è incapace di creare una comunità concreta, e quindi non riesce a sviluppare vere e proprie tendenze o filosofie. La rete viene dal vuoto e va nel vuoto.

La lettura dei libri offre in dono un grande regalo: il tempo. Il tempo per riflettere, assimilare i concetti, apprezzare la bellezza. Nell’era di internet, la velocità della circolazione delle informazioni è vertiginosa, si perde quasi il senso dell’analisi critica. Notizie, su notizie ci sovrastano in un brusio di fondo che sembra diventare più che fonte di conoscenza, fastidioso rumore. Come si fa ad opporsi a questo stato di cose?

Non mi sembra che sia da rifare tutto. Le informazioni sono importanti, come spunti per un sviluppo della coscienza. Ma attingere alle ricchezze del patrimonio umano è anche bello e formativo. Creare l’interesse, motivare, sensibilizzare i giovani è anche nostro compito. Noi siamo i responsabili delle nuove tecnologie che abbiamo creato senza sapere cosa farne di positivo, allora tocca a noi riorganizzare questo caos, forse tramite l’invenzione di nuove forme creative che possano attrarre o attirare l’attenzione dei giovani che sono, tecnologicamente parlando, più evoluti delle vecchie generazioni.

Perché gli stati, o meglio gli enti preposti all’educazione non sostengono progetti culturali di più ampio respiro? Non so in Egitto ma qui in Italia la scuola è un po’ il fanalino di coda, i docenti vivono quasi tutta la loro carriera lavorativa da precari, di corsa a tenere lezioni in posti lontani anche disagevoli, non avendo mai la certezza l’anno successivo di essere confermati. I giovani ricercatori universitari vanno all’estero. Sono sempre meno coloro che scelgono di lottare contro la burocrazia, l’ignoranza, la mancanza di fondi. Da docente, avendo un fondo da destinare a incrementare la lettura, cosa farebbe?

Gli Stati ora non sostengono nessuno. L’economia di mercato mette tutti in una situazione di precariato. Anche la cultura. La situazione è la stessa in tutto il mondo. Non ci sono più fondi, né in Europa né nel resto del mondo. I fondi vengono sprecati nel mondo politico e imprenditoriale. I fondi che ho per i libri sono diminuiti tanto da arrivare a solo 250 euro per anno con cui devo provvedere all’ acquisto di libri in un Dipartimento di italianistica che serve 300 studenti, 15 docenti e ricercatori.

Quali sono i libri che considera indispensabili, quelli fondanti, per un giovane egiziano che volesse avvicinarsi alla letteratura italiana?

Tanti. Le tre corone della letteratura e padri della lingua italiana: Dante, Petrarca e Boccaccio. Ariosto. Tasso. Alfieri. Goldoni. Manzoni. I veristi. Pirandello. I neorealisti. I moderni. Gli italo-egiziani Marinetti, Ungaretti e Pea. Leopardi e Carducci. Il teatro italiano fino a Dario Fo e oltre. Vittorini, Pavese, Calvino, Buzzati. Moravia. Tabucchi, Eco e Baricco. Saviano e Camilleri. Sciascia e Consolo.

Per favorire l’analisi comparativa tra letteratura araba e italiana, che soluzioni auspicherebbe?

Per favorire il confronto tra le letterature mediterranee bisogna dare una maggior spinta alla traduzione tra le diverse lingue, che sono il ponte essenziale per la comunicazione letteraria. Le soluzioni dovrebbero, poi, avvalersi delle teorie della ricezione, dell’ ermeneutica, dell’  imagologia, e della transculturazione. Queste tendenze di interpretazione e di critica letteraria ci aiuteranno a vedere in modo più chiaro le nostri radici comuni. Bisogna affermare, comunque, che ci accumunano tante cose, più di quelle che ci separano. Le teorie, gli studi e le poetiche del grande comparatista italiano, di fama mondiale, Armando Gnisci sono sicuramente utilissime a questo riguardo.

Imparare una lingua diversa da quella materna, anche in età adulta, è una sfida affascinante. Penso ai tanti giovani che attraversano il Mediterraneo per approdare in Europa. La letteratura delle migrazioni è una delle più ricche e profonde letterature contemporanee. Inviterebbe questi giovani a scrivere, raccontando le loro esperienze?

Scrivere la propria esperienza è un atto di generosità. Significa che mi doni una parte di te, della tua vita. Invito tutti, giovani e non, a scrivere, a comunicare agli altri le proprie vite cosa che arricchisce anche le nostre vite. La letteratura della migrazione è, invece, essenziale per dare una nuova linfa alle letterature invecchiate. Per la seconda generazione degli immigranti il problema della lingua non rappresenta nessun ostacolo, dato che i giovani saranno formati nella società di destinazione. La prima generazione, invece, impara la lingua facilmente, perché è una lingua di vita, che si usa nel quotidiano. Poi si scrive in un italiano compromesso, o si scrive a quattro mani, ma arriverà il momento in cui scatterà automaticamente il modulo linguistico che trasforma la lingua acquisita in quella cognitiva, cioè in una lingua meticcia o creola, un miscuglio di due lingue madri o quasi.

Sono cristiana, ma ho avuto modo di leggere il Corano, anzi lo rileggo spesso, e mi trasmette sempre un grande senso di pace. Ripensando a fenomeni come il terrorismo islamico che sembrano dare ai popoli di fede musulmana, almeno in Occidente, un’ aura negativa, non pensa che una maggiore diffusione dei libri diminuirebbe anche il grado di aggressività e violenza diffusa?

Il terrorismo non è un fenomeno islamico, ma universale, legato più alla politica che alla religione. La religione viene abusata o strumentalizzata nei conflitti politici. Separare la religione e la politica è un compito dell’ Occidente, accusato di sostenere tanti movimenti fanatici nel mondo islamico, che inseminano il terrore con le armi occidentali. L’Occidente deve promuovere una cultura di pace e di tolleranza, non solo nei propri paesi, ma in tutto il mondo. Il libro, certamente, è molto utile a combattere tutte le forme di fanatismo e estremismo, che nascono dall’ignoranza. Il libro è contro il terrorismo perché è contro l’ignoranza. Perché illumina d’immenso.

Il progresso tecnologico, più che un ostacolo può essere un alleato. Oltre ai libri cartacei, stanno diffondendosi i libri digitali, aperti a numerosi contenuti interattivi. Immagini, suoni, link possono rendere la lettura dell’Odissea altrettanto appassionante che un video gioco (se non di più). Cosa ne pensa? Preferisce il libro tradizionale, o è favorevole anche agli ebook? Gli studenti con meno possibilità economiche come possono accostarsi a questi mezzi tecnologici?

Temo che nel prossimo futuro non sarà una questione di preferenza, ma di obbligo. Da ora bisogna investire di più nella creazione di nuove biblioteche virtuali e elettroniche sostenute dagli stati e disponibili, specialmente per le classi più povere. Bisogna riconoscere il diritto alla cultura come un fondamentale diritto umano garantito ai bambini, ai diversamente abili, ai poveri, senza nessuna forma di discriminazione.

Per concludere, cosa si auspica per il futuro?

Più cultura e più felicità; meno politica, meno consumismo, meno abuso, meno violenza, meno armi, meno disagio per tutta la terra.

:: Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, Eugenio Di Rienzo (Rubbettino, 2015) a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2015 by

conflitto russo-ucrainoDi questo nuovo «Grande Gioco», l’ Ucraina è certamente la pedina più considerevole. Lo è per la ricchezza delle sue risorse minerarie (carbone, minerali di ferro, petrolio, enormi riserve non ancora sfruttate di gas metano e petrolio derivati dalla frantumazione del suolo, shale gas e shale oil) e agricole (soprattutto cereali). Risorse che avevano destato l’interesse di Pechino, dichiaratosi disposto nel settembre 2013 a siglare un accordo per l’acquisizione dello sfruttamento di tre milioni di ettari delle fertilissime «terre nere» ucraine e ora poco propenso a schierarsi nel fronte antirusso.
Lo è per il passaggio nel suo territorio di circa quarantamila chilometri di gasdotti che la collegano alla Russia e all’area del Mar Caspio (Turkmenistan, Kazakistan, Azerbaigian e Uzbekistan).
Lo è per la cruciale rilevanza della sua posizione geopolitica da cui dipende strettamente la sicurezza nazionale russa poiché lo spazio ucraino, insieme alla Bielorussia, costituisce l’intercapedine strategica che separa a occidente la Russia dal sempre più minaccioso schieramento dei Paesi NATO.

I fatti (recenti): dopo manifestazioni di piazza, iniziate in Ucraina la notte del 21 novembre 2013, (dopo la sospensione da parte del Governo Ucraino di un accordo denominato DCFTA tra l’Ucraina e l’Unione europea) il presidente Viktor Janukovyč, filorusso ma democraticamente eletto, tra la notte di venerdì 20 e sabato 21 febbraio 2014 fugge e lascia l’Ucraina rifugiandosi in Russia[1].  Deposto Janukovyč la notte del 22-23 febbraio 2014 viene in seguito istituito il governo del nuovo Primo Ministro ad interim, presieduto da uno dei leader delle proteste, Arseniy Yatsenyuk. Il governo locale della Crimea, la cui popolazione e a maggioranza di etnia russa, a seguito di questi fatti ritenuti illegittimi, rifiuta di riconoscere il nuovo governo. L’11 marzo Crimea e Sebastopoli si dichiarano unilateralmente indipendenti, con 78 voti favorevoli su 100 al Parlamento della Crimea. Il 15 maggio viene proclamato un referendum, il cui esito (che raggiunge quasi il 97% dei consensi), è a favore del ricongiungimento della Repubblica autonoma di Crimea con la Russia come soggetto federale della Federazione Russa. (Dal 25 maggio 2014 il Presidente dell’Ucraina è Petro Oleksijovyč Porošenko). E’ l’inizio di una sorta di guerra civile tra governativi e separatisti filorussi a cui gli accordi di Minsk-2 pongono il cessate il fuoco, valido dal 15 febbraio 2015, che tra alti e bassi regge fino a oggi.
Ecco in sintesi cosa è successo negli ultimi (confusi) mesi, tutto all’interno di un quadro geopolitico di grande instabilità, che sembra porre da un lato l’Unione Europea, (appoggiata dagli USA) e dall’altra la Federazione Russa. Tra i due l’Ucraina come oggetto del contendere. Assistendo ai telegiornali, leggendo i quotidiani, approfondendo notizie su Internet, il quadro che si delinea non è molto più chiaro.
Ma chi sono i cattivi, gli aggressori? Chi si sta difendendo? Cosa sta davvero accadendo e quali saranno le reali ripercussioni su di noi? (A molti di tutto ciò importa sapere se il prossimo inverno avremo ancora gas sufficiente, e non è una osservazione unicamente utilitaristica, ma sottolinea l’interconnessione tra Europa e Russia, e quanto questi legami siano non solo strategicamente rilevanti, ma anche vitali).
Per rispondere a queste domande, e per accrescere la nostra coscienza critica, vi consiglio la lettura de Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, del professore di Storia moderna alla “Sapienza” di Roma Eugenio Di Rienzo, edito da Rubbettino editore.
Un testo essenziale e se vogliamo anche breve, non più di un’ ottantina di pagine reali, alle quali si aggiungono note e apparato bibliografico. Un testo specialistico, scritto da un osservatore autorevole, ma non unicamente per addetti ai lavori, anzi il linguaggio chiaro e schematico lo rende allo stesso tempo anche un ottimo testo divulgativo.
Io dal canto mio non farò una recensione specialistica, rimando questo ad altre sedi, ciò che invece mi preme fare è un’analisi, la più chiara e semplice possibile, perché la politologia non è unicamente una scienza astratta, ma anzi ci tocca molto da vicino ed è bene assumere i giusti anticorpi per non essere manipolati o condizionati, quando in ballo ci sono bene o male anche i nostri interessi specifici.
Una guerra, (per di più nel cuore slavo dell’Europa orientale), le sanzioni, con i conseguenti danni economici con ripercussioni ramificate, l’ incertezza geopolitica che si ripercuote negativamente non solo sulle regioni e i paesi coinvolti, bene o male sono problemi di tutti, che incidono anche pesantemente sulla nostra vita quotidiana, in un mondo sempre più globalizzato e correlato.
In un quadro di crisi finanziaria e economica piuttosto diffusa, la rottura di rapporti commerciali significa debolezza per alcune aziende, (che prima esportavano quantità ingenti di beni e prodotti in Russia), le succitate limitazioni alle forniture di gas di cui l’Europa è debitrice (circa il 15% del gas consumato in Europa passa per l’Ucraina[2]) circa 40.000 chilometri di gasdotti la collegano alla Russia e alla zona del Mar Caspio e che soddisfano il 25-31% dei bisogni energetici dell’UE (e il 43% dell’Italia), la carenza di beni e servizi, anche solo l’insicurezza nei trasporti, insomma non solo teoriche problematiche astratte. E’ bene quindi capire a cosa andiamo incontro, con le nostre scelte e anche solo con le nostre (disinformate) opinioni.
Di Rienzo ha il pregio di non abbracciare una tesi a discapito di un’ altra, solo perché è la più diffusa (dai mass media) o conveniente, ma anzi si interroga, ponendo uno accanto all’altro i fatti, coadiuvato dalle riflessioni di importanti esperti di politica e economia, tra gli altri il pensiero di Henry Kissinger (non certo un sinistrorso) trova largo spazio a dimostrazione che la sua analisi non può essere tacciata di antiamericanismo o antioccidentalismo tout court. Anzi le conclusioni a cui perviene Di Rienzo sono relativamente condivise anche negli USA, e diffuse da riviste di settore.
Innanzitutto, scavando a fondo, per capire le origini, più o meno manifeste di questo conflitto, Di Rienzo sottolinea come origine di tutto sia individuabile nel tentativo degli Stati Uniti di spingere l’Ucraina nella NATO violando gli stessi accordi, (già ampiamente violati) di rinunciare formalmente a qualsiasi forma di espansione dell’Alleanza Atlantica verso est. Questa sorta di peccato originale ha prodotto a cascata tutta una serie di ripercussioni (negative) che inficiano anche oggi i pur sinceri e onesti sforzi intrapresi per la negoziazione di una pace duratura. Da guerra di aggressione quindi in giusta prospettiva può essere declassata a guerra di difesa? Difesa di interessi strategici, economici, politici da parte russa, opposti a quelli occidentali, in un tentativo, di quest’ultimi, quasi grottesco di ricreazione di una sorta di guerra fredda, anacronistica e inopportuna.
Si evincono poi altri punti nodali come la debolezza dell’Unione Europea in politica estera, (ancora troppo influenzata dagli interessi e dalle decisioni USA), fatto che di per sé può essere giudicato poco influente, quando invece mette a rischio gli equilibri generali in modo esponenziale, (pensiamo solo al fatto che Putin era pronto ad usare l’atomica durante la crisi in Crimea) e l’azione di movimenti nazionalisti di estrema destra tra le file governative ucraine, in funzione antirussa, (e qui pensiamo ai bizantinismi dell’Occidente, tesi a giustificarli in funzione democratica).
Insomma il quadro è complesso, ma meno oscuro. Rimando quindi alla vostra lettura del testo, e ai vari approfondimenti, suggeriti dalla abbondante bibliografia. Sarete, dopo, se non altro più consapevoli, e questo è già di per sé molto.

Intervista al professor Di Rienzo: qui

[1] http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/02/23/ucraina-fuga-in-elicottero-di-yanukovich-che-lascia-kiev/267182/

[2] http://www.unita.it/ambiente/russia-taglia-gas-all-ucraina-br-e-ora-trema-anche-l-europa-1.575257

:: Il giardino dei tarocchi. Un’avventura tra i giganti colorati di Capalbio (Gr), Fabrizio Felici Ridolfi, (Scienze e Lettere, 2014) a cura di Viviana Filippini

7 aprile 2015 by

giardinodeitarocchi

Fiammetta compie gli anni e non ha la più pallida idea di quale sarà il regalo per lei. Poi, il nonno prende la bambina e il fratellino Aldo per portarli in un posto misterioso poco conosciuto e poco visitato. Il trio, in viaggio sulla strada, scorge all’orizzonte strane figure che compongono il Giardino dei Tarocchi, un luogo fantastico pieno di forme e di colori nei pressi di Capalbio, un piccolo borgo antico in provincia di Grosseto. Qui, Fiammetta e Aldo cominceranno un’esplorazione, tra realtà e fantasia, durante la quale, grazie alla guida di Niki de Saint Phalle, la pittrice e scultrice creatrice della struttura, impareranno a conoscere la storia di uno spazio e delle sculture che lo animano. Il giardino dei tarocchi di Ridolfi è il secondo volume della collana Terre Incantate della casa editrice Scienze e Lettere, dedicata ai bambini che hanno un’età compresa tra i 6 e i 12 anni e ha lo scopo di far scoprire ai piccoli lettori, e direi anche agli adulti, tanti luoghi poco noti, ma presenti in Italia (nelle grandi città e nei piccoli e sperduti centri delle nostre province) dove, storia, arte, tradizioni e folclore locale si mescolano. In questo volume, arricchito dalle colorate tavole di Emanuele Carosi, la piccola protagonista e il fratellino, grazie alla compagnia di Niki, impareranno la storia dei tarocchi, ma anche come la creatrice di questo fantastico luogo, dove è possibile passeggiare per trovare pace allontanandosi dal caos quotidiano, abbia preso ispirazione, per la creazione del suo progetto, dal Parco Guell di Barcellona, realizzato da Antoni Gaudì. Il Giardino dei Tarocchi, protagonista del libro di Ridolfi è nato nel 1998 e ospita ventidue enormi statue in calcestruzzo, interamente rivestite da tasselli colorati in ceramica, in vetri di Murano e in specchi riproducenti gli Arcani Maggiori del mazzo dei Tarocchi. Il parco è per coloro che lo visitano un luogo nel quale ritrovare l’armonia e la pace con se stessi e con il mondo. Vero è anche il fatto che Niki de Saint Phalle non abbia mai amato molto pubblicizzare la sua creazione per tutelarla dall’invasione del turismo di massa, ma adesso che conosciamo l’esistenza di questo giardino, una bella gita sulla scia di quella della piccola Fiammetta e di Aldo, la consiglio tutti.

Fabrizio Felici Ridolfi è docente di egittologia presso istituti di formazione universitaria per adulti e grande appassionato del Giardino dei Tarocchi e del suo ricco simbolismo. Autore di numerosi articoli sulla civiltà egizia, ha pubblicato per la collana Ankh di Scienze e Lettere, da lui diretta, i volumi Vita Quotidiana nell’Antico Egitto, I Luoghi dello Spirito, Miti e Dei dell’Antico Egitto e Rallegrati, o Egitto – Le origini del Cristianesimo nella terra dei Faraoni.

Emanuele Carosi è grafico pubblicitario e illustratore. Da sempre coltiva la passione per il disegno. Collabora con la casa editrice Scienze e Lettere per l’illustrazione e la progettazione grafica delle collane dedicate ai più giovani Terre incantate e Monstra, dove riversa tutto l’entusiasmo e la fantasia della sua giovane età. I suoi disegni sono realizzati e colorati a mano e, successivamente, ripresi al computer.

:: La casa di tutte le guerre, Simonetta Tassinari, (Corbaccio 2015) a cura di Valeria G.

7 aprile 2015 by

un“Lisa aveva un’espressione sdegnosa e imbronciata, e ricordo perfettamente che stava raffigurando un albero. Aveva già tracciato il tronco, colorandolo di marrone intenso, ed era alle prese con i rami. Sembrava prenderci un gran gusto, e quell’albero mi parve meraviglioso. Nessuno di mia conoscenza era capace di disegnare così bene. Mi fermai con una fantastica frenata esattamente di fronte a lei, per impressionarla.”

Il coraggio è l’unica magia che vale la pena di possedere” ha detto Erica Jong.
Ogni essere umano ha provato almeno una volta nella vita una paura folle, paralizzante, una di quelle emozioni che possono azzerare ogni pensiero razionale. Eppure, proprio dalla paura nasce la virtù magica a cui si riferisce la Jong. Anzi, si può asserire che è obbligatorio avere paura per poter entrare nel mondo dei coraggiosi.
E, il coraggio, quello vero e puro, è stato abilmente nascosto tra le righe dell’ultimo lavoro della scrittrice Simonetta Tassinari intitolato “La casa di tutte le guerre”, edito da Corbaccio.
La protagonista è una bambina di dieci anni e mezzo che raggiunge la nonna di origini inglese nella grande casa di Rocca nel cuore della Romagna per le vacanze estive. Qui, Silvia Frassineti, la nostra piccola eroina, si trova a vivere l’estate che cambierà per sempre il corso della sua vita. La curiosità tipica di una bambina di quell’età la porta a voler conoscere “la Lisa” una bambina poco più grande di lei che vive una vita solitaria, povera di affetti e priva di mezzi a causa dell’indigenza di suo padre. Lisa ha perso la mamma ed è una bambina difficile da cui tutti, adulti e bambini, preferiscono stare alla larga. Ma per Silvia è diverso. Lei appena la vede sente che tra di loro c’è un legame che deve essere risvegliato, lotta per quell’amicizia come, forse, non ha mai lottato in vita sua. La strana amicizia delle due fanciulle gira intorno ad una grande storia d’amore, una di quelle che sono talmente uniche e profonde che hanno la capacità di unire e dividere, di creare intorno a sé bene e male, fiducia e vendetta. Una di quelle che solo i coraggiosi possono vivere perché da quel sentimento non si torna indietro, costi quello che costi.
La casa di tutte le guerre” è un romanzo gradevole e ironico che attraverso la voce della sua piccola protagonista ci racconta la saga misteriosa di una famiglia borghese durante gli anni sessanta ( anche se non mancano riferimenti storici del periodo a cavallo della seconda guerra mondiale). La scelta di affidare la narrazione in prima persona ad una fanciulla rende la storia particolarmente divertente e leggera e in una recente intervista, proprio in vista della presentazione del suo romanzo, la Tassinari ha confermato di aver studiato e scelto questo tipo di narrazione per rendere la storia il più fluida possibile, per aprire un punto di vista fiducioso verso il futuro, e per presentare con la giusta spensieratezza una storia d’amore difficile e dolorosa.
La Tassinari, inoltre, sempre durante la stessa intervista, ha rivelato che per certi aspetti il romanzo si può definire autobiografico: il paese è lo stesso dove lei a trascorso le vacanze durante le estati degli anni sessanta, a casa della nonna. Nessuno ci dice se la sua vera nonna assomigli nei modi e nell’aspetto all’elegante Mary Frances, che con il suo ruolo dominante detiene le fila di tutto il romanzo, ma, vista l’importanza che lei ha voluto dare a tale personaggio, è facile supporre che ella sia stata fonte di autentica ispirazione nella stesura de “La casa di tutte le guerre”.
Un romanzo che profuma di sole e di giornate lente, di voglia di crescere e di responsabilità, di amicizia e devozione, di amore, di dolore e riscatto verso quel destino che tanto ha dato e tanto ha tolto.

Simonetta Tassinari è nata a Cattolica ed è cresciuta tra la costa romagnola e Rocca San Casciano, sull’Appennino. Vive da molti anni a Campobasso, in Molise, dove insegna Storia e Filosofia in un liceo scientifico. Prima di scrivere La casa di tutte le guerre ha attraversato diversi generi, dalla sceneggiatura radiofonica alla saggistica storico-filosofica, dal romanzo storico al brillante, pubblicando, tra gli altri, per Giunti ed Einaudi scuola. Ha vinto il premio Il Pungitopo e il Premio di narrativa italiana inedita, e ha collaborato con giornali e riviste. Vive in campagna con la famiglia, tre gatti e un cane.

:: Ritratto di un matrimonio, Robin Black, (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

7 aprile 2015 by

ritratto-matrimonioPer fortuna questo titolo, più vicino all’originale Drawing life, disegnare la vita, ha sostituito quello provvisorio, che sapeva davvero troppo di soap opera, e cioè Matrimonio d’amore con tradimento, perché questo romanzo ha profondità di commedia umana, anche se non è tutto omogeneo e convincente.
Owen e Augusta detta Gus sono una coppia di creativi di mezz’età, lui scrittore lei pittrice d’avanguardia, senza figli per problemi di sterilità di lui, che decidono di trasferirsi da Philadelphia in campagna dopo un tradimento di Gus con il padre di una delle sue allieve, a cui rimane legata come una figlia.
In una fattoria così lontana dai loro ambienti di vita, Owen e Gus sembrano riavvicinarsi, fin quando nelle loro vite non arriva Alison, insegnante di scienze e disegnatrice naturalistica, sfuggita ad un marito violento e madre di una bellissima ragazza, Nora. Queste due nuove presenze avranno effetti devastanti su questa coppia che si è amata tanto e che comunque non è rimasta insieme per abitudine, o non solo per questo, creandosi un suo mondo destinato ad andare in frantumi e non come si potrebbe pensare.
Ritratto di un matrimonio è un romanzo in cui convergono tanti elementi, dalla commedia di costume al thriller, passando per la storia d’amore e il ritratto sociale. Di nuovo, la Neri Pozza sembra confermare una tendenza che la porta a scegliere storie con protagoniste persone impegnate in qualche modo nell’ambito creativo, anche se qui resta tutto sullo sfondo, ed è più un’interazione tra persone.
Il tema dell’invecchiare insieme, cosa che in questi tempi sembra fuori moda, ma anche del rapporto con le generazioni più anziane (il padre di Gus è affetto da demenza senile), le crisi matrimoniali, il cercare gratificazioni e nuovi inizi, ma anche la piaga delle violenze familiari trovano tutti spazio nelle pagine di un romanzo che scorre bene ma che non passa inosservato, raccontando una storia di oggi in cui ci si può anche ritrovare, magari senza arrivare agli estremi della conclusione del libro.
Ritratto di un matrimonio è un libro di atmosfere e di ambienti, questa campagna che sembra tanto idilliaca ma non lo è, di rapporti umani che degenerano (Allison è un personaggio che diventa via via più irritante), una storia a stelle e strisce ma in fondo non poi così lontana da certe note anche europee, per riflettere alla fine sulle tante sfaccettature della vita, sul dolore nascosto dietro alle gioie e sulle difficoltà di amare. Non un capolavoro, ma comunque un libro interessante, soprattutto per chi è come età vicino a Owen e Gus, e conosce le croci e le delizie di aver superato i quarant’anni.

Robin Black ha scritto una raccolta di racconti If I loved you, I would tell you this (finalista al Frank O’Connor Short Story Award). Ritratto di un matrimonio è il suo primo romanzo. I suoi articoli, racconti e saggi sono apparsi in numerose riviste, tra cui O: The Oprah Magazine, The New York Times Magazine e The Southern Review. Vive a Filadelfia, con la famiglia.

:: Mediorientarsi: Sette Luoghi, Youssef Ziedan (Ed. Neri Pozza, 2015) a cura di Matilde Zubani

6 aprile 2015 by

sette_luoghi_02Questo è il terzo libro di Youssef Ziedan che l’editrice Neri Pozza propone ai lettori italiani. Pubblicato nel 2013 in Egitto col titolo originale di Mihal, viene poi tradotto direttamente dall’arabo da D. Mascitelli e L. Declich.

“Sette luoghi” è un romanzo che potremmo idealmente dividere in due parti. La prima parte è ambientata nello scenario splendido dell’Egitto classico, tra Assuan, Luxor e Alessandria. E’ in questi luoghi che il protagonista trascorre la giovinezza. Si tratta di un ragazzo di origini arabe, con padre sudanese e madre egiziana, studente di scienze sociali all’università, che trascorre le estati lavorando come guida turistica. L’autore ci delizia con idilliache descrizioni di meraviglie archeologiche e naturali che scorrono sotto gli occhi del ragazzo, le cui giornate sono scandite dai sogni più romantici e dalla recitazione di orazioni e versetti coranici, regalando al lettore occidentale un ritratto mistico del bravo musulmano. Unica stranezza in questo quadretto altrimenti perfetto, è la comparsa, sullo sfondo, di uno shaikh saudita il cui nome suonerà a molti familiare: Osama bin Laden.
Questo personaggio anticipa il tenore della seconda parte, in cui la storia del singolo si intreccia, in mondo quasi surreale, con la Storia. Il nostro giovane viene mandato dalla famiglia a lavorare negli Emirati Arabi. Da qui si sposterà in Uzbekistan, dove le sue vicissitudini personali lo portano a conoscere la complicata storia dell’Afghanistan di Ahmad Shah Mas’ud e del Mulla Muhammad Omar. La distruzione dei Buddha di Bamiyan, l’attacco alle Torri Gemelle; fatti tragici si susseguono come un fiume impetuoso e incontrollabile, conducendo il protagonista ad accettare un lavoro come reporter di guerra per Al-Jazeera: la sua prima destinazione sarà l’Afghanistan e la sua ultima sarà, incredibilmente, Guantanamo.
In genere non mi piace, quando recensisco un libro, soffermarmi troppo sulla trama svelandone l’impalcatura, ma questa volta non ho potuto evitarlo. Il romanzo scorre veloce, la lingua utilizzata è semplice, chiara e incalzante, ma la direzione della narrazione è sfuggente, piuttosto contraddittoria, al punto da risultare inverosimile. Forse l’autore ha voluto farci toccare con mano l’imprevedibilità della vita e l’impossibilità di sfuggire o contrastare gli eventi scritti dal destino; per fare questo però non ha rinunciato a nulla: romanticismo e lirismo uniti alla politica e a controversi scenari di attualità riservano qualche caduta di stile nella parte finale.

Youssef Ziedan (1958) è uno studioso egiziano specializzato in studi arabi e islamistica. Attualmente dirige il Centro dei manoscritti e il Museo affiliato alla Biblioteca d’Alessandria. E’ professore universitario di filosofia islamica e ha curato numerose pubblicazioni accademiche note a livello internazionale. Neri Pozza ha pubblicato i romanzi Azazel (2010) e Nabateo lo scriba (2011).

:: Se ti chiami Mohamed, Jérôme Ruillier, (Il Sirente, 2015)

3 aprile 2015 by

96front-cover Sono tanti i Mohamed d’Europa (termine di massima usato, non necessariamente in modo dispregiativo, per il maschile simile a Fatma con la stessa funzione per definire la donna araba) che vivono a Parigi, Berlino, Londra, e in una miriade di altri paesini, anche sperduti, nei quattro angoli dell’Europa. Le loro storie, per lo meno le storie delle loro famiglie di origine, per molti versi si somigliano, per altre sono uniche.

In questo graphic novel Se ti chiami Mohamed (Les Mohamed, Sarbacane, 2011), edito in Italia con il patrocinio di Amnesty International Italia da Il Sirente, nella collana Altriarabi migrante diretta da Chiarastella Campanelli, l’autore Jerome Ruillier, basandosi sul reportage giornalistico (tre documentari di 52’ realizzati nel 1997) Mémoires d’immigrés[1], della francese di origine algerine Yamina Benguigui, (Trois ans d’enquête, six mois de tournage et neuf de montage furent nécessaires à Yamina Benguigui pour réaliser Mémoires d’immigrés. L’héritage maghrébin , un documentaire en trois volets « Les pères », « Les mères », « Les enfants » – associant témoignages, images d’archives (CNDP, Pathé, INA) et images personnelles[2].) raccogliendo le testimonianze di padri, madri, figli ci narra in immagini (a tratti buffe) le storie dell’immigrazione maghrebina in Francia dagli anni Cinquanta a oggi, con ironia, rispetto, disincanto e una patina di amarezza, che non degenera mai, si insinua nel lettore aiutandolo a comprendere, a provare empatia per i protagonisti di questa storia d’Europa, per molti versi poco conosciuta.

105 Le storie narrate con leggerezza e, concedetemelo, poesia, sono storie di dolore, di sradicamento, di solitudine, di ingiustizia, di esclusione, di razzismo, ma nello stesso tempo di speranza, di amore, di integrazione, di ricerca d’identità, di vincoli familiari mantenuti non ostante la lontananza, di fiducia nel futuro ed è bello farne parte anche solo da lettore, da osservatore esterno. Anche noi italiani abbiamo nelle nostre famiglie storie di migrazioni, in Belgio, Germania, America, e simili esperienze ci accomunano molto più che dividerci, richiamando le stesse emozioni, le stesse vicessituidini le stesse ingiuste privazioni in cerca di riscatto. Leggendo questo graphic novel si prova porprio questo, un senso di comunione e di conoscenza dell’altro che ce lo fa apparire meno oscuro, minaccioso o anche solo altro. Mohamed-WWB-R-12 E così veniamo a sapere dell’orgoglio di Ahmed per la conquista, nel 1996, della medaglia d’oro olimpica di judo ad Atlanta nella caregoria 78 chili del figlio (Attento devi fare meglio degli altri perchè in caso di parità non passerai tu); degli scarafaggi sulla scatola di zucchero negli alloggi per celibi della Sonacotra; della riconoscenza di Zorah e Radia per la famiglia ebrea che sulla nave che le portava in Francia non le ha fatte morire di fame dandogli del pollo, del merkoda e un po’ di laktes, o del piccolo Mounsi che di Parigi sognava le luci della Tour Eiffel, e di colpo si trova in una baraccopoli. Mi ritrovo nella bidonville di rue de la Folie a Nanterre! Scopro un campo abbandonato circondato di reti, un’accozzaglia di baracche fatte di tegole, assi, casse, tetti tenuti assieme con gli pneumatici. E ovunque fango denso, vischioso, nauseabondo, in cui le scarpe restano incollate, ratti che corrono dappertutto, talmente affamasti che mi dicono si mangiano anche i gatti, bambini che giocano nell’ammasso di spazatura della discarica pubblica, proprio accanto alla bidonville.

Non sono sempre storie a lieto fine: si parla di aids, di droga, di carcere, di donne che non ostante i corsi di alfabetizzazione non impareranno mai a leggere e a scrivere, di donne picchiate dai padri, o dai mariti, di donne a cui è vietato leggere, ma stranamente non è mai la tristezza a prevalere, anzi una sorta di allegria sommessa e senza illusioni, ma proiettata verso il futuro, che sia il ritorno al proprio paese, o l’integrazione nel paese d’adozione. Un libro per conoscere in modo immediato e divertente la storia di tanti ragazzi d’ Europa, dai nomi esotici che ormai fanno parte a tutti gli effetti del colorato e multientico mondo che ci circonda. Da leggere nelle scuole, ma non solo, anche da regalare ai propri figli.

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Jérome Ruillier, nato nel 1966 in Madagascar, ha compiuto gli studi presso l’Institut d’Arts Décoratifs di Strasburgo. Ha scritto e illustrato molti libri per ragazzi. Pubblicato nel 2011 Les Mohamed è il suo secondo fumetto dopo Le coeur-enclume (2009), entrambi pubblicati da Sabarcane. Con Les Mohamed, Ruillier ha ottenuto nel 2012 il dBD Award per il miglior fumetto reportage.

[1] Memoirs de immigres http://www.yaminabenguigui.fr/dossiers/les-documentaires.html [2] Mémoires d’immigrés. L’héritage maghrébin de Yamina Benguigui. De l’ethos biographique aux hors sujets de la reception Béatrice FLEURY Université de Nancy https://uottawa.scholarsportal.info/ojs/index.php/revue-analyses/article/view/696/597

:: Il richiamo di Alma, Vanna Vinci (Bao Publishing, 2014) dal romanzo di Stelio Mattioni (Adelphi, 1980) a cura di Federica Guglietta

2 aprile 2015 by

1Non sono mai stata a Trieste. O forse sì. Conosco solo un frammento di quella città, un frammento sicuramente piccolo, fatto di vignette che formano un insieme di strisce rese quasi impalpabili dall’acquerello, dai tratti nitidi e descrizioni minuziose di strade, monumenti, luoghi. Eppure non ci sono mai stata, davvero. Eppure è successo che pochi giorni fa mi è stato regalato un volumetto dal packaging molto curato, immaginato in orizzontale, all’italiana.

Di cosa sto parlando?

2Ad ottobre 2014 Bao Publishing ha pubblicato una graphic novel capace di colpire emotivamente già dall’illustrazione di copertina, trasmettendo un senso di leggerezza che si estende al di là della visuale dello spettatore che guarda questa figura nitida, chiara, quasi fosse una donna – angelo dello tanto cantata dal Dolce Stil Novo e da Dante. Una donna che è purezza, ma anche presenza ignota, inafferrabile, evanescente. Di spalle, sta in piedi su una balaustra bianca come il suo vestito ed apre le braccia al vento, in punta di piedi. Lo spettatore è un ragazzo anonimo, capitato di lì per caso. La guarda assorto, quasi fosse una visione, come se si sentisse attratto da quella ragazza che non conosce. Lei è Alma, donna – ragazzina dalle mille facce che si sottrae all’ inseguimento di quel ragazzo che vorrebbe tanto conoscerla, ma non riesce mai nel suo intento. Alma diventerà un’ossessione, il suo primo pensiero al mattino così come è l’ultimo prima di dormire e sarà lui stesso a farsi narratore di questa storia, molti anni dopo.

Si tratta di uno splendido lavoro a fumetti nato dalla delicatissima mano di Vanna Vinci ed ispirato dall’omonimo romanzo dell’autore triestino, Stelio Mattioni, Il richiamo di Alma (Adelphi, 1980).
Alma, questa donna che è più una figura, una presenza – assenza, una sorpresa emette un vero e proprio richiamo, che attira a sé mille e mille volte il ragazzo – narratore ed anche il lettore, in un clima che si fa denso di incertezza e, allo stesso tempo, voglia di conoscere l’ignoto e se stessi, fino in fondo. Una realtà che diventa sogno, un sogno che si fa realtà, tant’è che il nostro ragazzo, uno come tanti, con una vita ordinaria, indietro con esami all’universitaria, una famiglia come tante altre spesso indifferente, comincerà ad isolarsi e a pensare solo ad una cosa, o meglio ad una persona, mettendo in discussione la sua vita e il labile confine che si è creato nella sua mente, il confine tra mondo reale e mondo onirico.

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Per Vanna Vinci, il personaggio di Alma, protagonista del romanzo di Stelio Mattioni, è la sorella gemella della sua Aida al confine (Kappa Edizioni, 2003), non per caso sempre ambientato a Trieste.
La trasposizione a fumetti di questo romanzo ci presenta una Trieste descritta con meticolosità e tratti acquarellati, in cui Vanna Vinci si dimostra capace di trasportarci in una storia che mantiene perfettamente la stessa trama di Mattioni, accelerandone il ritmo narrativo e prediligendo l’illustrazione di paesaggi sconfinati ed evocativi.
Forse avrei dovuto premettere di essere neofita per quanto riguarda il mondo di fumetti e graphic novel, ma la lettura di questo vero e proprio romanzo disegnato mi ha catturato fin dalla prima pagina, sorprendendomi per delicatezza ed intensità.

Vanna Vinci, cagliaritana, lavora come illustratrice per ragazzi, fumettista ed insegnante. A partire dai primi anni novanta lavora nel mondo del fumetto ha pubblicando le sue storie per Bao Publishing, Dargaud, Rizzoli Lizard, Hachette, Planeta, Kappa Edizioni, Kodansha. I suoi libri sono stati pubblicati in Italia, Francia, Spagna. Nel 1999 vince lo Yellow Kid come miglior disegnatore di fumetti e nel 2005 il Gran Guinigi. Nel 2001, il suo libro L’età selvaggia (Kappa Edizioni) vince il premio Romics come miglior opera di scuola europea. La bambina filosofica è forse il suo soggetto più conosciuto ed amato. Vive e lavora tra Milano e Bologna.

Stelio Mattioni è considerato uno dei protagonisti della cultura triestina del secondo dopoguerra, scomparso nel 1997. Nel 1956 pubblica, per l’editore Schwarz di Milano, una raccolta di poesie, La città perduta, e inizia a frequentare il mondo letterario della sua città, avvicinandosi anche ad Umberto Saba. Tuttavia, non troppo soddisfatto delle proprie opere poetiche, pur suscitando l’interesse degli intellettuali del suo ambiente, decide di imboccare la strada della narrativa.   Degno esponente della letteratura mitteleuropea e “di confine”, caratterizzata da un’introspezione psicologica degna di Svevo.

:: La meretrice di Costanza, Iny Lorentz (BEAT edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

1 aprile 2015 by

inyIl romanzo storico è, insieme al giallo, un genere evergreen, dove semmai l’unica cosa che cambia è l’epoca specifica. Il Medio Evo continua ad essere una delle epoche più amate, con la tendenza anche, molto interessante, a raccontare vicende meno note e aspetti più oscuri, e sempre più le storie non di principi e cardinali ma della povera gente, o della classe comunque lavoratrice che costruì e mandò avanti la società verso il futuro.
La meretrice di Costanza, titolo crudo che rispecchia in parte i toni di un romanzo più picaresco che piccante, racconta le peripezie di Marie, figlia di un ricco mercante della città tedesca, fondamentale tra Tre e Quattrocento nelle lotte tra Papato e Impero, che alla vigilia del matrimonio con un nobile si trova accusata di prostituzione e scacciata dalla città dopo un calvario di violenze e umiliazioni.
Costretta a campare facendo davvero la prostituta sulle strade della Germania con la compagnia di alcune colleghe, Marie non perde di vista la vendetta, scoprendo man mano cosa e chi c’è dietro alla sua caduta e disgrazia, nella migliore tradizione del feuilleton storico.
Un libro che si rivolge a chi ama il romanzo storico, raccontando un’epoca meno nota ma fondamentale, da cui germinarono i semi che avrebbero portato poi alla Riforma protestante, raccontando il tutto dal punto di vista degli umili, o meglio delle umili, le prostitute, emarginate e reiette ma alla fine irrinunciabili ed emblema di sottomissione e violenza sulle donne.
La storia è raccontata tra colpi di scena, con un inizio degno del marchese di Sade, con tanto di innocente perseguitata, e una conclusione forse non molto realistica ma che completa una vicenda di riscatto e vendetta che avvince, appassiona, indigna e alla fine soddisfa.
In un affresco che ricostruisce splendori, miserie, violenze, crudeltà, qualche eroismo e che ricorda le sofferenze di chi è povero e emarginato, chi alla fine non emerge poi granché è Marie, bellissima, vittima innocente, ma alla fine stranamente sullo sfondo rispetto ad altri personaggi, a cominciare dalle altre donne che incontra sulla strada, a cominciare da Hiltrud, outsider capace di entrare nel cuore di chi legge con poche battute.
Detto questo, il libro resta scorrevole, appassionante, pruriginoso il giusto, storia di un’umanità vinta da sempre che ogni tanto, almeno nella finzione, trova la sua strada per la felicità.
Da segnalare che da La meretrice di Costanza, titolo originale Die Wanderhure, è stata tratta una miniserie televisiva vista anche da noi con il titolo La cortigiana, che forse non sarebbe male riproporre. E che aveva avuto già un’edizione per Sperling & Kupfer, con il titolo di Salvata dall’amore, alcuni anni fa, ed è il primo di una saga di sei romanzi, su Marie e la sua discendenza, ancora inediti in italiano.

Iny Lorentz è lo pseudonimo con cui firmano i loro romanzi Iny Klocke ed Elmar Wohlrath, una coppia di marito e moglie. La meretrice di Costanza è il loro primo romanzo e ha dato origine a una serie di grande successo in Germania con milioni di copie vendute. Dai libri è stata tratta una trasposizione televisiva che ha realizzato 9.800.000 telespettatori.

:: Book Pride, la prima fiera nazionale dell’editoria indipendente, 27-29 marzo 2015: un bilancio in positivo

30 marzo 2015 by

Book pride

‘La persona superiore tratta le difficoltà come priorità. Il successo arriva solo dopo’ dice un antico detto attribuito a Confucio, e sembra che il successo abbia davvero sorriso all’iniziativa dedicata ai libri svoltasi dal 27 al 29 marzo a Milano, ai Frigoriferi Milanesi, promossa dall’ Odei – Osservatorio degli editori indipendenti e con il supporto organizzativo e amministrativo di Doc(k)s – Strategie di indipendenza culturale.
Gli esiti del Book Pride, la prima fiera nazionale dell’editoria indipendente sembrano davvero incoraggianti in questo clima di ripresa che stenta ancora a dare segnali inequivocabili. Ma vediamo i numeri: 124 marchi editoriali rappresentati, 66 incontri in tre giorni,  grande coinvolgimento sui social network, 20.000 presenze e circa 20.000 libri venduti soprattutto, vera boccata di ossigeno per chi da anni lamenta una situazione di vero disagio. Insomma meglio di così non poteva andare, superando di molto le prudenti aspettative.
Numerosissimi i dibattiti, le presentazioni che hanno animato la Fiera, per la maggior parte registrando il tutto esaurito. L’entusiasmo è palpabile tra gli addetti ai lavori, che dopo mille tentativi sono riusciti a concretizzare un progetto che si preannuncia di lungo respiro. Tra i motivi del successo sembra che abbia giocato favorevolmente il contatto diretto tra lettori ed editori, quasi sempre presenti personalmente nei vari stand, creando davvero un uno spirito di partecipazione e cooperazione soprattutto con gli operatori culturali indipendenti.
Gli editori indipendenti costituiscono il 30 % del fatturato nazionale, che molto probabilmente tenderà a crescere in futuro. Dice Gino Iacobelli, Iacobelli editore, presidente Odei – Osservatorio degli editori indipendenti: “Una fiera che Milano si meritava, un grande momento d’incontro e di condivisione di idee, una vera fiera dell’editoria naturalmente indipendente ma anche una fiera dei lettori indipendenti, che hanno scelto di venirci a trovare in migliaia mostrando apprezzamento per il nostro lavoro. Un grande grazie a Docks, la cooperativa indipendente senza la quale tutto questo non sarebbe stato possibile. Ci vediamo al Book Pride 2016, ma Book Pride è anche oggi, domani, sempre!” Dunque appuntamento al prossimo anno.