:: Malefica luna d’agosto, Cristina Guarducci, (Fazi, 2015) a cura di Viviana Filippini

20 aprile 2015 by

8Malefica luna d’agosto di Cristina Guarducci, uscito a Marzo per Fazi editore, è un libro misterioso, strano, che mi ha ricordato Italo Calvino, ma anche certi scritti di Alberto Savinio  (il fratello di Giorgio De Chirico) e di Iginio Ugo Tarchetti.  La sua trama dà come la sensazione di entrare in un mondo surreale nel quale i diversi personaggi presenti portano le loro attenzioni e azioni a focalizzarsi su situazioni di vita quotidiana. Al centro dell’intreccio narrativo creato dalla Guarducci, che con questo libro è alla terza pubblicazione con Fazi, c’è una famiglia nobile fiorentina ormai decaduta, alle prese con una eredità contesa in una immaginaria località della Maremma. La famiglia in questione è quella dei Guastaldi, i cui componenti hanno tutti una caratteristica animalesca derivante da una sorta di malefico incantesimo, o forse più un difetto ereditario dovuto alle unioni tra consanguinei, che porta a far nascere dei primogeniti muniti da caratteri animaleschi e, spesso, mostruosi. La moglie del conte Gherardo, a conoscenza di questa imperfezione e in barba al divieto imposto dal marito, metterà al mondo in gran segreto due gemelli – Ugonotto e Gaddo- che lei stessa, poco prima di morire, affiderà a due contadini dipendenti della famiglia. Ugonotto diventerà adulto e, a conferma della tara genetica, avrà un aspetto disgustoso, ma la sua presenza fisica lo renderà una figura di tutto rispetto che, con il suo solo apparire e muoversi, riuscirà a conquistare le persone e pure gli animali della terra maremmana. E non a caso Ugonotto si sposerà la bella e ricca Marisa. La coppia avrà tre figli, anche loro con caratteristiche fisiche e comportamentali fuori dalla normalità, che in realtà riflettono patologie e comportamenti presenti anche nella società odierna. La vita della famiglia Guastaldi verrà destabilizzata quando da loro arriverà, volando con le proprie ali, come un fulmine a ciel sereno, Gaddo, il gemello odiato da Ugonotto. Questo uomo–pipistrello ha un fascino ammaliante che metterà a dura prova l’animo di Marisa. Il mondo proposto della Guarducci a tratti può sembrare una favola e fuori dalla realtà, ma leggendo con attenzione le vicende dei Guastaldi e comprendendo a fondo i caratteri dei diversi personaggi presenti nella narrazione, ci si rende conto che questi esseri letterari non possono essere etichettati solo cattivi, da una parte, e buoni, dall’altra, perché le caratteristiche del dire e del fare di ognuno dei presenti, rende i loro caratteri un misto di bontà e cattiveria. La presenza di entrambi i valori in queste creature letterarie dagli aspetti animaleschi, li porta ad essere simili agli uomini della realtà, cioè a coloro che come noi lettori stanno fuori dall’intreccio narrativo, a dimostrazione del fatto di quanto una storia scritta possa trasformarsi in uno specchio del mondo nel quale viviamo. Malefica luna d’agosto di Cristina Guarducci è una favola universale per adulti, rimandante alla dimensione dell’inconscio, nel senso che è vero che tutto accade nell’arco di tre giornate del mese di agosto, ma l’impossibilità di dare una collocazione temporale precisa alla vicenda raccontata rende i suoi contenuti validi ieri, oggi e domani. L’atmosfera narrativa, nella quale anche la natura stessa che fa da sfondo sembra essere viva e partecipe alle vicende di protagonisti, è caratterizzata da tinte fosche e noir che incutono timore, ma non fanno paura. Esse pongono il lettore davanti al fatto e alla presa di coscienza che le paure e le preoccupazioni quotidiane della spiantata e originale famiglia dei Guastaldi, forse, sono le stessi di tutto il genere umano.

Cristina Guarducci è nata a Firenze e vive a Prato. Per oltre vent’anni, ha lavorato a Parigi come psicanalista junghiana. Il suo romanzo d’esordio, Mitologia di famiglia (Fazi, 2006), è stato molto apprezzato dalla critica per la sua originalità nel panorama narrativo attuale. Nel 2010 è uscito, sempre per Fazi, Nonchalance.

:: Alle fronde dei salici, Salvatore Quasimodo, (Tutte le poesie, Mondadori, 2003, Curatori: Gilberto Finzi) a cura di Laura M.

19 aprile 2015 by

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

3Alle fronde dei salici comparve per la prima volta nel 1946, a Milano, nella raccolta Con il piede straniero sopra il cuore, in “Quaderni di costume” di Giancarlo Vigorelli. Poi nel febbraio del 1947 fu pubblicata da Mondadori nella raccolta Giorno dopo giorno.
Scritta alla fine dell’inverno del 1944, in endecasillabi sciolti, Alle fronde dei salici è una sorta di manifesto poetico, che da un lato descrive gli orrori della guerra e dall’altro l’impotenza del poeta a far vivere la sua Musa, circondato da tanto orrore.
Nasce come un atto di indignazione alla domanda inespressa e sottintesa “perché i poeti hanno taciuto durante il conflitto?”, con il suo attacco E come potevamo noi cantare, in cui Quasimodo oltre a eleggersi portavoce di tutta una categoria di artisti, racchiusa in quel “noi“, sottolinea che la poesia è un atto di gioia, un modo di comunicare bellezza e meraviglia, simbolizzatta appunto dalla parola canto.
Di contro l’orrore della guerra, rappresentato dall’oppressione morale dello straniero che strazia il “cuore”, fonte originaria della poesia, e da immagini molto vivide di dolore e disperazione: i morti non sepolti abbandonati nelle piazze come monito, dove termini come “dura” e “ghiaccio” ne accrescono l’asprezza; il lamento e il pianto dei bambini, e qui c’è un primo richiamo all’ agnello sacrificale biblico, questa volta del Nuovo Testamento, il Cristo, ripreso nell’immagine di più forte impatto emotivo, (con l’uso dell’unica sinestesia urlo nero) della madre ai piedi del figlio crocifisso sul palo del telegrafo, simbolo di modernità e di comunicazione.
Il silenzio è l’unica voce che al poeta resta difronte alla guerra, un silenzio carico di pathos e significati, non un atto di codardia o di aridità, ma un silenzio se vogliamo “morale” fatto di sgomento e strazio, ma soprattutto una libera scelta fatta per voto, come appunto evidenzia nei versi finali con l’immagine anche qui biblica delle cetre appese ai salici, riferimento al salmo CXXXVII:

Sui fiumi di Babilonia,
là sedevamo piangendo
al ricordo di Sion.
Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.

Con quel di nuovo ripetersi di “nostre” a sottolineare la comunione di tutti i poeti e il loro non rinchiudersi in un isolato sentire, è infatti evidente l’abbandono del poeta dell’ermetismo verso un modo di far poesia se vogliamo di forte impatto etico e sociale, è del 1945 infatti la sua iscrizione al Partito Comunista Italiano, partito a cui aderirà solo per pochi anni, ma da allora sarà sempre vicino alle tematiche della sinistra.
Con l’avvicinarsi della Liberazione, forse questa poesia, meglio di lunghi discorsi, può racchiudere lo spirito e il senso di questa celebrazione.

Salvatore Quasimodo declama la poesia

:: Un’intervista con Prof. Luigi Bonanate

18 aprile 2015 by

luigiBenvenuto professore Bonanate su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. È docente di Relazioni internazionali presso la Scuola di Studi Superiori dell’Università degli Studi di Torino Ferdinando Rossi e la Struttura Universitaria Interdipartimentale in Scienze Strategiche. L’ho invitata a parlare con noi della crisi russo – ucraina, in un quadro internazionale piuttosto instabile, che vede l’Europa da un lato minacciata dal terrorismo islamico dell’ ‘ISIS di al-Baghdadi e dall’altro da una crisi si potrebbe definire interna in Ucraina. La storia dell’integrazione europea non è mai stata facile, ma si aspettava minacce di tale portata?

Alla luce dei fatti attuali, più che vedere l’integrazione europea sotto minaccia, direi che il processo integrativo si è fermato da tempo, in termini ideali e politico-culturali, cosicché sembra che l’accento si sia spostato sull’Unione Europea in quanto soggetto politico-istituzionale che non ha di vista, in realtà, pace, ordine e armonia, ma piuttosto interessi: non che l’UE sia insensibile, non è capace — e questa è tutta un’altra cosa. Abbiamo confuso, negli ultimi anni, l’accrescimento quantitativo dell’Unione con una sua crescita culturale e politica, ma quantità e qualità non vanno sempre (o forse quasi mai) insieme. Ci sono dei movimenti storici che hanno bisogno dei loro tempi: l’opinione pubblica europea sa pochissimo di quel che succede al di fuori dei suoi confini, così come gli statunitensi sanno pochissimo di ciò che succede fuori del loro sub-continente. E così il gioco rimane sempre nelle mani dei politici, che sono ovviamente pochissimi, e perseguono i loro obiettivi, che non sempre sono quelli migliori.

La deposizione del presidente filorusso Victor Janukovyč ha innescato una crisi piuttosto seria alle porte dell’Europa. Che quasi inevitabilmente ricorda la guerra civile nell’ex Jugoslavia. È una crisi che si progettava da tempo, per certi versi inevitabile, un colpo di stato come afferma Putin, o la situazione è come sfuggita di mano?

Nei fatti, la crisi ukraina è venuta, tanto per cambiare, dal petrolio (e/o dal gas) e quindi dal prezzo che il fornitore di questo bene prezioso pensa di poter spuntare. L’Ukraina era un cliente già da molto tempo sotto ricatto da parte della Russia che continuava a minacciare/ricattare l’Ukraina con la politica dei prezzi. Quando si ventilò l’ingresso dell’Ukraina nell’Ue, me ne preoccupai pensando che la Russia di Putin non l’avrebbe accettato: è dai tempi dello “scudo spaziale” che la Russia protesta per il modo in cui USA e Nato la circondano. Figurarsi se uno degli ultimi stati-cuscinetto scomparisse per esser sostituito da una rappresentanza del “nemico” occidentale… E non dimentichiamo, per di più, che le risorse energetiche sono l’unica risorsa che ha oggi la Russia: non industria, non agricoltura, non commercio: e quando il prezzo del petrolio scende come è successo nei mesi scorsi…

L’entrata dell’Ucraina nell’Unione Europea, nella Nato, sarebbe vista dalla Russia come una vera e propria aggressione, tesa a minare i suoi interessi geostrategici. Ma ha un senso far nascere le premesse di una nuova Guerra Fredda? E’ indispensabile l’Ucraina all’Europa?

L’Ukraina non è indispensabile all’Europa così come non lo è alla Russia. A voler fare le cose per bene, bisognerebbe andare a vedere la storia, i rapporti passati, gli incontri tra culture, lingue, eccetera. Ma ormai sarebbe inutile, perché dovremmo capire che tra paesi in pace le forme identitarie (che poi diventano nazionalistiche) diventano ferri vecchi che non servono più a nulla. La “conquista” è un’idea del tutto superata che dovremmo convincerci a dimenticare. Il nazionalismo — tanto russo quanto ukraino — “nuoce gravemente alla salute”!

L’ eurasiatismo di Dugin, l’integrazione eurasiatica, è il cuore della politica estera di Putin. Questa sorta di rinascita della “Guerra Fredda” non porterà la Russia ad allontanarsi sempre più dall’Europa verso est, verso la Cina? Che idea si è fatto di Putin come statista?

Direi piuttosto (rispondendo così anche alla domanda successiva) che il mio giudizio su Putin è pessimo e la sua politica estera mi pare preoccupante. Ma è il regime putiniano in se stesso che disapprovo: i russi oggi non vivono gran che meglio che prima dell’89; le diseguaglianze sociali si sono addirittura acuite; la libertà non è cresciuta che di pochissimo; la democrazia non esiste: gli oppositori politici di Putin finiscono normalmente in galera e qualcuno invece è stato anche assassinato.

Molti nazionalisti ucraini sono simpatizzanti o dichiaratamente neonazisti, di per sé quindi antidemocratici. E nello steso tempo vengono dichiarati come paladini dell’autonomia e della democrazia in funzione antirussa. Come giustifica l’ Occidente questa sorta di paradosso?

La situazione ukraina è tutt’altro che idilliaca; ma non per questo sono giustificati gli scontri armati, le violenze, le separazioni violente anti-russe (così come quelle russe anti-ukraine). I paesi europei hanno commesso molti errori (probabilmente molto più per ignoranza che per malizia) nell’esasperare le contraddizioni tra Ukraina e Russia: invece di cercare di sopirle le abbiamo attizzate. E ora tutti ne pagano il prezzo.

L’Ucraina si sta avviando verso un default economico. Se accadesse che peso avrebbe negli equilibri geopolitici? L’idea di un’Unione eurasiatica è auspicabile?

Non so dire che cosa ci porterà il futuro prossimo; ma credo assolutamente che Putin – comunque vada la questione ukraina – continuerà la politica espansiva che ha in testa: ricostruire la grandezza territoriale dell’URSS. E quindi, la prossima “vittima” (che però mi sembra abbastanza disponibile a diventarlo senza protestare) è la Bielorussia. Speriamo che Putin non si attacchi mai alle Repubbliche baltiche, perché lì la musica sarebbe tutt’altra.

Concorda con Kissinger che l’auspicata “morte della storia” formulata da Francis Fukuyama, ovvero la nascita di un nuovo ordine mondiale improntato ai principi di una governance planetaria, democratica e partecipativa, non si sia realizzata?

La storia non è mai morta, anzi — subito dopo l’annuncio di Fukuyama — ha preso una velocità inusitata. E oggi continua ad andare tanto veloce che nessuna Cancelleria al mondo ci sa dire se le cose si stiano mettendo al meglio o al peggio. La mia personale sensazione — mi dispice dirlo — è comunque la seconda.

Nonostante la fragile tregua tra Russia e Ucraina, successiva agli accordi di Minsk-2, la situazione resta comunque incerta e aperta a ogni sviluppo. Nel 2016 terminerà l’amministrazione Obama, si affaccia l’incognita Hillary Clinton. Premesso che la Clinton fino al 2013 è stata segretario di Stato dell’amministrazione Obama, se vincesse le elezioni pensa che si manterrebbe nel solco della continuità con il precedente mandato o ci sono reali premesse per un mutamento della politica estera? Che prospettive per la risoluzione della crisi russo-ucraina?

La politica estera americana è molto meno incisiva di quanto pensiamo; l’opinione pubblica americana non si interessa che minimamente degli avvenimenti in Europa. Si preoccupa nel senso che i voti non si conquistano sul dibattito in politica estera, ma sui temi di politica interna.
Dubito fortemente che potrà fare qualche cosa di più il successore di Obama, sia se sarà Hillary, sia se dovesse diventarlo, – com’è tutt’altro che impossibile – Jeb Bush.

:: Sirene, Helga Di Giuseppe, Felice Senatore (Scienze e Lettere editore dell’Accademia dei Lincei, 2015) a cura di Elena Romanello

17 aprile 2015 by

sireneIl libro illustrato è un qualcosa presente nell’editoria italiana, sia come traduzione di titoli stranieri che come proposta di prodotti italiani, considerato spesso, e non sempre a ragione, riservato ad un pubblico molto giovane.
La casa editrice Scienze e lettere dell’Accademia Nazionale dei Lincei propone la collana Monstra, libri illustrati per bambini e non solo, in cui rilegge le creature fantastiche dei miti classici, a cominciare dalle Sirene.
Sirene che non sono quelle di Andersen con la coda di pesce, ma quelle della cultura greco-romana per metà uccello, di cui vengono raccontate le origini, il ruolo nei miti classici e nelle opere dell’epoca e come hanno influenzato quello che è venuto dopo di loro, per esempio come mai gli abitanti di Napoli si chiamano partenopei.
I miti sono un qualcosa che appartiene alla cultura, un ricordo di studi scolastici ma anche una scoperta o riscoperta piacevole, e in Sirene rivivono con uno stile moderno e brillante, adatto al mondo di oggi, senza perdere in credibilità e fantasia, e alla fine è piacevole rivivere le storie delle sirene classiche, temibili e malinconiche, minacciose e avvolte dall’aura del mito.
Il libro è aiutato anche dalle tavole illustrate, con immagini che prendono ispirazioni dalla pittura classica e dai mosaici antichi per inventare un nuovo e inedito stile, molto accattivante e colorato. Sirene è quindi un ottimo titolo per i più giovani, magari per stimolare o approfondire interesse per mondi antichi ma ancora capaci di essere vicini all’oggi, ma è anche da sfogliare se si è più grandi, per ritovare fantasia e archetipi. Del resto, miti e leggende sono alla base di generi contemporanei come il fantasy e tornare alle origini, senza prendere libroni e classici per accademici, è sempre interessante.
Scienze e Lettere sembra con questa proposta voler ribadire un ruolo di divulgazione culturale non solo per pochi eletti ma per tutti, senza essere banale, e non si può non essere interessati e incuriositi da questo. Ottima tra l’altro anche l’idea di valorizzare disegnatori e autori italiani, per creare qualcosa di originale che pesca dal passato per portarlo nel presente.

Helga Di Giuseppe è archeologa, esperta di cultura materiale di periodo repubblicano, imperiale e tardo-antico. I suoi interessi scientifici spaziano dall’archeologia della produzione ceramica e tessile, all’archeologia del sacro, alla storia dell’insediamento urbano e territoriale, nonché all’economia delle ville romane. Da anni, fortunatamente approdata nella ‘Terra delle Sirene’, ne segue le appassionanti e ‘incantevoli’ vicende e, presa dal «rovinoso incanto» che l’accomuna a Felice Senatore, è qui per restituire ancora una volta con fantasia e conoscenza.

Felice Senatore storico, è direttore della rivista Oebalus. Studi sulla Campania nell’Antichità. Si è occupato della storia e delle istituzioni delle popolazioni dell’Italia antica all’epoca della Roma repubblicana, ma da sempre il «rovinoso incanto» del Golfo di Napoli, da Pithekoussai a Capri, passando per Pompei e la Valle del Sarno, lo tiene prigioniero con i suoi miti e le sue storie.

Martina Vanda (Roma 1978) è autrice e illustratrice di picture books, designer e ceramista. I suoi libri illustrati sono pubblicati in Italia e all’estero da Lirabelle éditions (Francia), Fineo editorial (Spagna/Messico), Orietal Babies & Kids Co. (Cina), Tajamar (Chile); sono inoltre tradotti e distribuiti in vari paesi d’Europa e America. Dal 2012 dirige le autoproduzioni TunnellingP. Sirene è il primo libro illustrato che realizza per Scienze e Lettere. Suoi clienti sono anche Feltrinelli editore, Il Nuovo Rinascimento e La Vanguardia. Martina ha all’attivo premi e riconoscimenti internazionali tra cui la selezione alla Mostra Illustratori di Bologna (2012 e 2015), alla Biennale di Bratislava (2012), CJBook Award Korea (2010), Premio Qwerty (2010). Il suo libro illustrato “¡Estela Grita muy fuerte!” ha venduto oltre 100mila copie. Realizza.

:: Un’ intervista con Anna Castelli, scrittrice, cosplayer e non solo, a cura di Elena Romanello

17 aprile 2015 by

Anna2Per chi frequenta il mondo di manga, cosplay, steampunk e simili, il nome di Anna Castelli torna periodicamente come quello di una personalità eclettica, cosplayer e scrittrice, organizzatrice di eventi e studiosa del Giappone, oltre che intrinsecamente veneziana fino al midollo. Liberi di scrivere ha incontrato Anna per parlare con lei delle sue molteplici e interessanti attività.

Ti sei laureata in lingue orientali con una tesi sul teatro kabuki e ti occupi, scrivendo anche libri in tema, di una delle espressioni moderne più amate della cultura giapponesi, il cosplay. Come nasce il tuo amore per il Giappone, Paese oggi di gran moda, e come hai messo insieme il passato e il presente di questo mondo?

Il mio amore per il Giappone nasce nell’estate del 1995 leggendo Tsugumi di Banana Yoshimoto. Al tempo dovevo decidere che tipo di università intraprendere e il romanzo mi fulminò per l’atmosfera che lo permeava. Decisi che dovevo saperne di più su quella cultura così differente dalla nostra, imperniata sul mono no aware, quel senso di tristezza meditativa causato dalla consapevolezza dell’impermanenza delle cose. Così ho deciso di iscrivermi a Lingue Orientali, ho studiato giapponese e sono diventata storica d’arte orientale.

Venezia è la tua città, che celebri in romanzi e racconti: cosa vuol dire per te essere nata e cresciuta in questo posto unico al mondo e cosa secondo te continua a farla amare così tanto?

Venezia ha una caratteristica peculiare: è una foresta di legni rovesciati. Le fondamenta delle maestose costruzioni di pietra che resistono da secoli sono migliaia di tronchi portati dalle montagne circostanti, fossilizzatisi nel fango. Poi c’è una quantità enorme di trachite euganea, la pietra di cui sono fatti i masegni che vengono calpestati ogni giorno da secoli; inoltre ci sono marmi e pietre lavorate finemente per creare capolavori circondati dall’acqua dei canali. Tutti elementi naturali che il sangue e la fatica di generazioni hanno plasmato per resistere ai secoli. Venezia racconta l’energia dell’essere umano creativo, non distruttivo: chiunque abbia la volontà di aprire la mente per ascoltare può sentire forte e chiaro questo concetto come in pochi altri luoghi al mondo.

Lo steampunk è un’altra delle tue passioni: cosa vuol dire per te e cosa pensi di come questa cultura è vissuta in Italia?

Mi piace lo steampunk perché deriva da una corrente letteraria che teorizza lo sviluppo della tecnologia a partire dal vapore invece che dall’elettricità, un concetto affascinante per una scrittrice quale io sono. Inoltre il fatto di poter vedere nella realtà i personaggi che si trovano nei libri è una cosa che mi regala sempre un sorriso di meraviglia. C’è anche da dire che gli abiti steampunk sono affascinanti perché partono da una base ottocentesca e vengono integrati con materiali “pesanti” come rame e ottone (o simulazioni di questi materiali). In Italia è una subcultura che sta prendendo piede ogni anno di più, a mio parere perché si circonda di un’aura elitaria e misteriosa, quando in realtà si tratta di persone molto amichevoli che hanno una gran passione per l’artigianato. Lo dico perché li conosco e partecipo ai loro raduni.

I romanzi che hai scritto, oltre che essere ambientati a Venezia, sono storie d’amore, più o meno paranormali: perché questa scelta e cosa pensi dello stato della narrativa rosa nel nostro Paese?

Per rispondere a questa domanda ho dovuto riflettere sulla mia vita. Ho scoperto che alla fine la scelta deriva sempre dall’amore per il Giappone: chi non conosce Miyazaki? Si resta sempre affascinati dal realismo magico delle sue storie, dai suoi incredibili personaggi (maghi, streghe, animali antropomorfi) che vivono in mezzo a noi interagendo con una società che li accetta come un qualcosa di quotidiano e comune. Anche i miei personaggi sono così: in Di acqua e di pietra un essere dall’aspetto bizzarro viene accettato dalla Serenissima, in cui si rifugia per trovare pace, mentre in Di Venezia. D’amore. Di magia è del tutto normale che una coppia si ritrovi a Venezia dopo trecento anni per risolvere finalmente una maledizione. Anche sotto pseudonimo il mio ultimo lavoro è orientato verso il realismo magico: una situazione surreale di disagio e un incantesimo finito male narrati in questa Venezia contemporanea fatta di antiche e decadenti nobiltà racchiuse nei palazzi. Per quanto riguarda la situazione della narrativa rosa nel nostro Paese, devo dire che recentemente mi sono unita a EWWA (European Women Writing Association – http://ewwa.org/ ), un’associazione senza fini di lucro volta a creare una rete di solidarietà professionale e creativa tra coloro che sono impegnate nell’editoria in Europa. Ho scoperto così che esistono cinque milioni di lettrici di “rosa”, che in questo termine racchiude un variegato panorama creativo: storico, contemporaneo, paranormale, erotico, spy… Un enorme bacino d’utenza che attende solo di essere stupito con nuove storie.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Attualmente ho programmati degli eventi per la promozione di tre libri: Di Venezia. D’amore. Di magia come romanzo rosa fantasy, Guida Cosplay – Vivere Venezia come guida turistica dedicata ai cosplayers (ma non solo) e parteciperò a uno spettacolo di teatro-danza tratto dal racconto Di acqua e di pietra, per cui devo preparare un duello all’arma bianca. Nel frattempo sto curando l’ultima revisione di due manoscritti che usciranno sotto pseudonimo nei prossimi mesi; devo dire che questi ultimi progetti mi danno molta soddisfazione perché intersecano la loro esistenza con quella di altri professionisti della scrittura e della fotografia, e io ADORO mettere in correlazione varie realtà artistiche, lo trovo un impulso culturale aggiuntivo sia per chi crea sia per chi legge!

Il sito ufficiale di Anna Castelli è www.annacastelli.com

:: Golan Haji il 5 maggio ore 18,30 a Mondo D’Autore – Teramo

16 aprile 2015 by

gfLa quinta edizione di Mondo d’autore si svolgerà da aprile a giugno a SantOmero, piccolo comune in provincia di Teramo, in Abruzzo, presso la Biblioteca Comuncale “G.D’Annunzio”, con l’obbiettivo di far luce sui movimenti di protesta divampati nel Mediterraneo e conosciuti con il termine, ricco di promesse, di Primavere arabe tra modernizzazione post coloniale e democrazia.

Tra gli incontri segnalo il 28 aprile alle ore 18,30 L’ombra del Califfato sull’area mediterranea, a cui partecipano Lucio Caracciolo, direttore di Limes, Khaled Fouad Allam dell’Università di Trieste, Amedeo Ricucci, inviato del TG1, Marco Ansaldo, vaticanista e inviato di Repubblica, Lorenzo Cremonesi, inviato del “Il Corriere della Sera”, coordina Mauro Tedeschini direttore de Il Centro.

Il 5 maggio sempre alle 18, 30, invece si terrà I protagonisti del risveglio arabo: giovani, donne, social network, con Franco Carini, storico, Domenico Quirico, inviato de La Stampa e autore del bellissimo libro Il Grande Califfato, Francesca Caferri, giornalista di Repubblica, Fabio Bucciarelli, fotogiornalista, Leila El Loussi dell’Università di Firenze, coordina lo storico Costantino Di Sante, e l’intermezzo poetico sarà affidato all’autore curdo siriano Golan Haji che leggerà in arabo alcuni dei testi tratti dalla raccolta  “L’autunno qui è magico e intenso”, pubblicata lo scorso anno dall’editrice il Sirente (collana Altriarabi). Raccolta che comprende poesie scritte da Haji negli ultimi tre anni, proposte al lettore italiano con il testo arabo originale a fronte.

Il 6 giugno invece si terrà Quale futuro dei popoli e delle società in una civiltà sfregiata, con  il filosofo Salvatore Natoli, l’iniviata di Rai News 24 Lucia Goracci, il presidente UNICEF Italia Giacomo Guerrera, Paolo Brusacso e Andrea Staid dell’Università di Genova, coordina il giornalista RAI Antimo Amore.

Golan Haji è nato nel 1977 a Amouda, una piccola città curda nel nord est della Siria. Ha studiato medicina all’Università di Damasco. Ha una presenza letteraria importante che include numerose raccolte di poesia, con la prima Na’ada fi azzolemat (Chiamò nelle tenebre) (2004) si è aggiudicato il premio Mohammed al-Maghut. La seconda raccolta apparsa nel 2008 in occasione di “Damasco città della cultura” s’intitola Thammata man yaraka wahshen (C’è qualcuno che ha visto in te un mostro). La terza raccolta bayti al-bared al-ba’id (La mia casa è fredda e lontana) è pubblicato presso la casa editrice Dar-al Gamal a Beirut 2012, Adulterers, Forlaget. Korridors, Copenhaghen 2011. Traduttore di classici inglesi tra cui Lo strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde in arabo, ma anche frammenti racconti e poesie di italiani attraverso la lingua inglese quali Pavese, Saba, Ginzburg, Levi, Calvino, Montale.

:: Fumetti e non solo A TORINO COMICS 2015 a cura di Elena Romanello

16 aprile 2015 by

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Dal 17 al 19 aprile torna Torino Comics, nei padiglioni 1 e 2 del Lingotto, per celebrare sotto la Mole la cultura legata al fumetto, al cinema, alla narrativa di genere, ai filoni del fantastico, ai giochi di ruolo, al cosplay, una cultura ormai passata da fenomeno di nicchia a passione condivisa e che unisce più generazioni.

Un appuntamento che nei suoi ventun anni di vita è cresciuto, acquistando importanza e diventando un punto di riferimento: a Torino Comics ci sono i fumetti, ma non solo, e accanto ai fumetti, che ormai vengono considerati narrativa disegnata, trovano spazio tanti altri filoni.

A Torino Comics si possono trovare fumetti, gadget, accessori per il cosplay, oggettistica, cibo, dvd, artigianato fatto dai fan e anche libri, perché ormai il fandom è molto vario e composito e si trova davvero qualcosa per tutti i gusti e qualsiasi interesse uno abbia.

Il programma completo della manifestazione, che comprende workshop di fumetto e illustrazione, sfilate cosplay, incontri con autori e disegnatori, un festival di cinema horror, dimostrazioni di giochi di ruolo e rievocazioni storiche tra le altre cose è disponibile nel sito http://www.torinocomics.com/.

Ma ecco qualche informazione su dove trovare libri e graphic novel all’interno della mostra.

Quest’anno Torino Comics, su modello di altre fiere del settore, sarà organizzata ad aree tematiche: nella Books&Books trovano spazio le case editrici con le novità, di fumetti, graphic novel e anche qualche libro, oltre l’immancabile libreria interna dove si trovano le ultime uscite e non solo di narrativa di genere. Nella sezione Japangate ci saranno anche manga e libri sul Giappone e la sua cultura, mentre Torino Games ospiterà negli stand manuali di giochi di ruolo e narrativa fantastica. Se si cercano cose non recentissime, da vecchi Urania ai libri usciti negli anni Settanta e Ottanta su serial come Goldrake e Candy Candy, senz’altro merita un giro il Comics Bazar, con espositori anche non dell’area torinese. Nella parte Underground city spazio alle autoproduzioni e all’editoria indipendente, di fumetti e libri, mentre in Dragon’s Lair si parlerà di fantasy, con libri e celebrazione dei medesimi, da Harry Potter a Il trono di spade, in attesa che lo zio George si decida a scrivere gli ultimi due titoli della saga.

Tra l’altro, i cosplayer hanno libertà di scelta nel loro personaggio, tra manga, comics, videogames, cinema, telefilm e anche libri, tenendo conto della plurimedialità di molte figure iconiche, e negli anni si sono visti i protagonisti dei romanzi di Tolkien, dell’universo di Harry Potter, Alice nel paese delle meraviglie e anche figure come Phèdre, eroina della saga di Terre d’Ange di Jacqueline Carey.

Per cui occhi aperti a Torino Comics e niente pregiudizi: i tesori e le passioni si trovano spesso anche nei posti più impensati.

:: Animerama Storia del cinema d’animazione, Maria Roberta Novielli (Marsilio, 2015) a cura di Elena Romanello

16 aprile 2015 by

animeramaIdolatrati da più di una generazione ed emblema di un immaginario che si manifesta oggi in fiere ed eventi in tema sparsi anche qui in Italia, i cartoni animati giapponesi sono passati nella saggistica da una fase di demolizione ad una di esaltazione eccessiva e spesso acritica. I tempi, però, sono maturi per una trattazione più ampia e interessante, fuori dai pregiudizi ma anche dal fandom.
Animerama di Maria Roberta Novielli, acuta studiosa del Giappone e della sua cultura, è incentrato sulle produzioni animate per il grande schermo, anche se non manca qualche riferimento ad alcune serie note, e a differenza di altre storie dell’animazione non fa partire tutto con La leggenda del serpente bianco, film del 1958 premiato a Venezia, ma dalle sperimentazioni del precinema e dei cortometraggi di propaganda bellica, per arriva alla contemporaneità, parlando non solo dei grossi nomi popolari, da Otomo a Miyazaki, ma anche del cinema indipendente, svelando per esempio i segreti dei film a pupazzi animati, da noi assolutamente sconosciuti.
Una storia interessante e agile, ricca di nomi e titoli, che ricostruisce in parallelo all’animazione le vicende storiche e sociali del Giappone, Paese interessante e anomalo visto che fu l’unica nazione asiatica a non conoscere il colonialismo occidentale e a rapportarsi con Europa e Stati Uniti in maniera diversa.
Le vicende della Seconda guerra mondiale furono tragiche e influenzarono anche la cultura popolare, manga ed anime in testa, un’influenza che è durata fino ad oggi, mentre lo sviluppo del dopoguerra e i problemi sociali degli ultimi vent’anni hanno portato nuovi sviluppi, titoli e tematiche, spesso coraggiose e disturbanti, non ultime quelle che riguardano gli aspetti più inquietanti degli otaku, come l’isolamento volontario, quello che li porta ad essere hikikomori.
Animerama è un titolo per studiosi dell’animazione giapponese, sia per gli appassionati che vogliono andare oltre al fandom scoprendo nuovi titoli e affrontando un discorso non solo di semplice fascinazione, sia per chi vuole sapere qualcosa in più su un mondo su cui per troppo tempo si è ragionato per contrapposizione ideologica senza fare un discorso più equilibrato. Un libro per appassionati curiosi o per curiosi tout court, che racconta ancora una volta come il Giappone ha visto comunque nel cinema d’animazione un mezzo espressivo per raccontare storie di ogni genere e non solo per un pubblico infantile, e anche un modo per sperimentare tecniche e contenuti. Un cinema giunto qui in Italia in maniera discontinua, spesso direttamente in tv o per il mercato dell’home video, e che in molti casi resta sconosciuto se non dimenticato. Un motivo in più per approfondire.

Maria Roberta Novielli, specializzata in Cinema presso la Nihon University di Tokyo, insegna discipline legate al cinema e alla letteratura giapponese, oltre che ai processi multimediali asiatici, presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È curatrice del sito AsiaMedia e organizza e dirige il Ca’ Foscari Short Film Festival. Ha collaborato a varie attività cinematografiche presso festival internazionali (Venezia, Tokyo, Locarno, tra gli altri), dove in molti casi ha organizzato rassegne filmiche. Tra le sue pubblicazioni principali, le monografie Storia del cinema giapponese (Marsilio 2001), Metamorfosi. Schegge di violenza nel nuovo cinema giapponese (Epika 2010) e Lo schermo scritto (Cafoscarina 2012).

:: Il dio della bicicletta, Marco Ballestracci (Instar Libri, 2014) a cura di Alessandro Morbidelli

15 aprile 2015 by

cop dio della biclettaForse dovrei lasciar decantare con i tempi giusti la sensazione che mi accompagna dalla fine della lettura de “Il dio della bicicletta” di Marco Ballestracci, uscito l’anno scorso per Instar Libri, ma letto da me solo qualche giorno fa. Le analisi migliori hanno bisogno di tempo e di sedimentazione dei pensieri. Eppure non mi importa. Anzi, mi sento di scattare in avanti, in fuga. Quelli più bravi di me, quelli che sanno scrivere di sport e sanno riconoscere chi di sport sa scrivere, potranno riprendermi e dirmi: “Ma dove volevi andare?”. Io, al momento, non riesco a fare a meno di sentirmi dire, da una voce lontana “Coza t’hoi dit? Va’ giù, Fausto. Va’ giù!“, anche se non mi chiamo Coppi, anche se non c’è nessuno, dietro di me che bestemmia contro una foratura.
Così parto. Con un certo anticipo. Pedalo. Certo, già altri sono arrivati al traguardo.
Ma chi se ne frega.
Perché io sono uno di quelli che arrivano sempre con qualche minuto di ritardo. A parte rare volte, di sicuro quando vado al cinema, ché non voglio perdermi nemmeno un minuto di pubblicità, mi capita di correre. Per recuperare tempo. Per fare in modo che il ritardo non sia troppo. E ho una macchina a metano. Quindi, quando mi immetto per la Statale, con l’occhio fisso all’orologio, tutto vorrei, tranne incontrare loro, in gruppetti più o meno folti: i ciclisti.
Ecco, io sono il Nemico, quello che venerava volentieri un dio a forma di spazzaneve anche d’estate, quello che annuiva soddisfatto per la vittoria della civiltà ogni volta che incontrava, sempre per caso, in tv, una competizione ciclistica in velodromo, quello che sorrise di gusto quando la Fiat se ne uscì con la pubblicità della nuova Palio, quella in cui un ciclista si appoggiava per due volte al cofano dell’auto ferma al semaforo: alla terza l’autista ingranava la retromarcia togliendo il punto d’appoggio all’altro, proprio mentre la mano cercava il sostegno. Sì, io ridevo.
Quindi il fatto che oggi proprio io mi trovi a scrivere di questo libricino dedicato alla bicicletta e al dio che a volte muove i pedali, soffia i venti e via i destini, in qualche modo, dovrebbe avere un valore in sé diverso. Anche per tutti quelli che, come me, ridevano alla pubblicità della Palio.
Capiamoci: questo non è un manuale che insegna ad andare d’accordo con i ciclisti. No, è qualcosa d’altro, di cui voglio scrivere. E lo faccio per due motivi. Il primo è che se non me ne avessero parlato, non avrei mai comprato questo libro. L’avrei relegato, sbagliando, a semplice opera di cronaca sportiva. Quindi, se è vero che i caproni seguono il belare più alto, magari qualcuno mi verrà dietro. Il secondo è che qui c’è letteratura. Nascosta nella forma del racconto che è un po’ resoconto, un po’ pagina di diario, mai cronachistico. Qui ci si siede e si inizia ad ascoltare un uomo che regala storie. E che lo fa portandoci lontano, nei luoghi adatti agli eroi, quelli che Roland Barthes chiama “Dio del Male al quale bisogna sacrificare“, quelli dove muoiono corridori come Tom Simpson e dove vanno a morire quelli come Pierre Kraemer. Fa così, Ballestracci, ti dà l’impressione di uno che ti offre da bere mentre parla. Ti accompagna a un raduno dove vecchi corridori recitano Dante a memoria, ti tiene col fiato sospeso quando a prendere la parola è Alfredo Martini, senti la vertigine della discesa di Gastone Nencini e sì, insieme a Roger Riviere ci vai a finire pure tu, oltre il limite, giù per la scarpata di venti metri. Poi ti rialzi e vai avanti. Perché tu che leggi sei immortale, come gli eroi, quelli che in qualche modo vengono evocati da queste figure in sella che combattono contro se stessi, ma anche contro il Destino. Eccola, l’epica della sfortuna che rivive con Imerio Massignan (a cui Ballestraci ha già dedicato “Imerio” sempre per Instar Libri) le vicende del condottiero tessalo Protesilao. Eccoli Charly Gaul-Achille e Bartali-Aiace Telamonio e, come scrive Buzzati, Ettore, sconfitto dagli dei. Eccolo, il più grande di tutti per controllo della sfida, rapporto con i compagni e gusto dell’impresa, Fausto Coppi, l’Agamennone del ciclismo.
Marco Ballestracci sente la presenza di qualcosa che va oltre, che si appiccica ai pedali, ma anche agli occhi di chi colleziona biciclette, di chi vince il Tour De France da outsider e per questo non viene festeggiato, di chi mette in moto una squadra di muratori per facilitare una tappa di montagna. È questo il dio della bicicletta di cui parla. Attraversa, con la sua scrittura, la Storia. Perché gli uomini che passano lasciano sempre ai lati della strada altri uomini e le strade solcano città, sfiorano paesi, attraversano montagne, segnano epoche.
Chiaro esempio di quella disomogeneità narrativa che, come scriveva Angelo Marchese, avrebbe messo in crisi la concezione della narratologia come metodo, sono racconti costruiti in maniera tale da non lasciare punti deboli, ponti termici tra i dentro la vicenda e il fuori.
Non ho mai assistito allo spettacolo che lo stesso Ballestracci ha allestito partendo da questo piccolo bagaglio di narrazioni. Visitando il suo blog personale marcoballestracci.blogspot.it si può incontrare un calendario ricco di appuntamenti. Un tour, da vero bluesman. Mi piacerebbe, un giorno, vederne uno. Sempre che non si faccia troppo tardi, sempre che la mia auto a metano mi ci porti in tempo. Sempre che per strada non incontri un ciclista. A quel punto mi chiederei, senza ombra di dubbio, se per lui il dio della bicicletta non abbia in mente qualcosa di particolare.

Marco Ballestracci nasce in Svizzera, ma vive e lavora in Veneto. Con Instar Libri ha pubblicato “L’ombra del Cannibale“, “La Storia Balorda” (Premio Selezione Bancarella Sport 2012) e “Imerio“. Ha scritto anche un libro di racconti sul calcio: “A pedate. 11 eroi e 11 leggendarie partite di calcio” (Mattioli 1885). È cantante e armonicista blues.

:: Partnership Premio Narratori della Sera

14 aprile 2015 by

unnamedAllora è semplice, ci hanno chiesto di essere uno dei diversi media partner della Terza edizione del Premio letterario “Narratori della Sera”, organizzato dalla casa editrice Edizioni della Sera di Stefano Giovinazzo. Vedrete il nostro logo nella pagina fan ed è la prima volta che aderiamo ad un’ iniziativa del genere.

Di premi in Italia ce ne sono molti, la cui serietà a volte ci scoraggia dal partecipare pensando che sia solo una caccia alla tassa di iscrizione, quando il vincitore, che di norma dovrebbe vincere la pubblicazione e/o somme in denaro, o è già stato scelto prima di iniziare o addirittura riceve richieste di pubblicazioni a pagamento.

Conoscendo Stefano da molti anni, prima di fare l’editore era (lo è ancora) un giornalista ed un esperto in comunicazione e dirigeva il quotidiano Il Recensore.com, so che fa le cose seriamente per cui vi segnalo in tutta tranquillità questo concorso.

Ecco il nuovo bando:(qui) Scadenza 30 settembre 2015.

Se comunque prima volete chiedere informazioni ecco i recapiti:
premi@edizionidellasera.com – 320.4126622

La premiazione della passata edizione: (qui)

:: La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon, Alessandra Selmi, (Baldini&Castoldi, 2015) a cura di Viviana Filippini

14 aprile 2015 by

Laterza1Aiace Pardon, protagonista di La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon di Alessandra Selmi, edito da Baldini&Castoldi, è un placido senzatetto che bazzica nei pressi della Stazione Centrale di Milano. Fin qui nulla di strano. L’uomo, come molti altri clochard, riceve qualche spicciolo che gli permette di sopravvivere davvero con poco. Poi, per Aiace qualcosa cambia, perché ogni giorno c’è un misterioso donatore che comincia a dargli prima 5, poi 10, 20, 50  e pure un bigliettone da 100 euro. Pardon, chiamato così per la sua abitudine di scusarsi sempre e con chiunque, avendo problemi di vista non riesce a vedere bene il filantropo che ogni giorno gli da’ sempre di più, ma è colpito da un particolare: il suo benefattore indossa sempre- in barba alla pioggia, al gelo o alla neve- delle eleganti, costose e sempre pulite scarpe. Ad un certo punto Aiace scompare nel nulla e la sua amica di sempre, pure lei una senzatetto, è convinta che sia l’uomo dalla scarpe lustre l’assassino del mite Pardon. La donna, che all’intero commissariato vien scambiata per un fagotto parlante fatto di stracci, denuncia l’accaduto. Tra tutti i membri delle forze dell’ordine c’è solo un giovane poliziotto, Alex Lotoro che, incuriosito dalla clochard e dalla sua incredibile intelligenza, comincia a parlarle e a frequentare con lei, i luoghi dove il povero Aiace trascorreva le sue giornate.  La strana coppia scaverà sempre più a fondo nella vita di Pardon, trovando non solo il suo cadavere, ma scoprendo anche la sua vera identità e quel sottile filo che lo lega al suo assassino. La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon è il primo romanzo di Alessandra Selmi, giovane editor lombarda che, in questo giallo ambientato in una Milano uggiosa, rende protagonista una parte del mondo dei senza fissa dimora presenti nella città della Madonnina, facendo conoscere a chi legge le situazioni che hanno condotto i clochard alle loro attuali condizioni di vita; facendoci scoprire anche quello che fanno e i luoghi che frequentano per sopravvivere. Davvero sfiziosa e interessante è poi l’alleanza tra Alex Lotoro e la barbona che lo affianca nella ricerca dell’assassino. Lui è sì poliziotto, ma nei confronti della donna sembra essere una sorta di “scolaretto alle prime armi”, perché la sua aiutante, piccola, goffa e su di età, assomiglia ad una enciclopedia fatta persona. Ad ogni incontro la clochard si presenta a Lotoro con un nome diverso, recuperato dalla letteratura o dalla storia, e lo istruisce su alcuni piccoli, ma importanti dettagli (le scarpe del presunto assassino sono lustre e non lucide; la vittima è stata strozzata  e non strangolata), che permetteranno loro di trovare il colpevole.  Lei, pungente, ironica e a tratti sarcastica, fornisce nozioni di ogni tipo al giovane poliziotto a volto imbranato, tanto che lui stesso ad un certo punto la apostrofa come  «quella palla da bowling che ha mangiato un dizionario» e la ricompensa con dolci sfiziosi per la complicità fornita nell’indagine. La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon è davvero un poliziesco avvincente, ricco di suspense e di imprevedibili colpi di scena. La Selmi però non si limita a raccontarci la rocambolesca trafila necessaria alla risoluzione del caso, perché lei ci mostra l’umanità, la solidarietà, l’amicizia e lo scambio di saperi che ci possono essere tra persone appartenenti a due mondi diversi. Basta solo andare oltre le apparenze, superare i pregiudizi e tutto diventa possibile.

Alessandra Selmi è nata a Monza nel 1977. Collabora come editor con diverse case editrici milanesi. Dalla sua esperienza è nato il libro E così vuoi lavorare nell’editoria. I dolori di un giovane editor (Editrice Bibliografica, 2014). La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon è il suo primo romanzo.

:: Un’ intervista con Alice Ranucci, a cura di Elena Romanello

14 aprile 2015 by

diLa giovanissima Alice Ranucci è autrice del commosso e disincantato romanzo In silenzio nel tuo cuore, ritratto di un’adolescenza al femminile a Roma tra drammi, aspirazioni, sogni, scoperte. Le abbiamo chiesto qualcosa in più su se stessa, abbastanza diversa ma non del tutto dalla sua protagonista Claudia.

Come è nata l’idea del tuo romanzo?

Due anni fa ho cominciato a lavorare a un progetto di volontariato che si chiama Civico Zero. E’ un progetto di ‘Save the Children’, che tutela minori non accompagnati immigrati in Italia. Ho cominciato facendo interviste e riprese del posto, ma in realtà è stato come aprire uno squarcio su un altro mondo. Mi sono affacciata, all’inizio solo con la testa, forse un po’ spaventata, poi mi sono proprio tuffata in questo progetto, affezionandomi ai ragazzi, conoscendo le loro storie. Ciò che mi ha ispirato però, non è stato solo Civico, è stato il rientro a scuola, nel mio di mondo, il contrasto stridente. La critica costante a tutto quello che stava fuori da quel mondo, primi fra tutti quelli che venivano classificati generalmente come “immigrati”, ma con la consapevolezza che quelli che si permettevano di parlare non sapevano, non conoscevano. E allora questo romanzo è nato anche per fargli vedere, sentire. È nato come un parallelo tra due mondi che ho tentato di incrociare.

A leggere le tue note biografiche, sembra proprio che tra te e Claudia ci sia ben poco in comune. Cosa ti tende simile a lei e cosa ti rende diversa?

Claudia per me è stata una compagna, un’amica. Ma forse ancora di più è stato un filtro. All’inizio è estremamente diversa da me: forse ne ho fatto l’incarnazione dei valori che criticavo. E’ stata per me come uno sfogo, così è nata, dalla rabbia. La sua rabbia mi apparteneva. Poi, pian piano, è cresciuta insieme a me, e mentre la sua vita veniva sconvolta da traumi terribili, io mi affezionavo sempre di più a lei. Quindi un po’ mi assomiglia, è inevitabile. Molti dei suoi giudizi, delle sue opinioni e delle osservazioni sul mondo che la circonda, sono miei.

Quali sono i principali problemi, pregi e difetti dei giovani di oggi?

Penso che definire i “giovani” come un’unica categoria sia fondamentalmente sbagliato. È come dire, “quali sono i problemi degli adulti?”. Beh penso che ogni individuo abbia i propri problemi, i propri pregi e difetti. Ci sono tantissimi adolescenti con voglia di fare, intelligenti, colti, interessati. Con passioni e prospettive, con valori e motivazioni. Ma raramente se ne parla. Vengono sempre soppiantati nei discorsi dai giovani svogliati, delinquenti, violenti, con valori sbagliati. Esistono entrambi. Ma penso che di difetti naturali non ce ne siano, perché nessuno nasce sbagliato, e anche i comportamenti più estremi hanno spesso dietro delle motivazioni. Devono solo essere comprese. L’assenza di una famiglia, l’omologazione, certamente giocano un ruolo. La verità è che la nostra è un età molto difficile, perché tutto ci sembra infinitamente grande, e perché ci troviamo a prendere decisioni che influenzeranno totalmente il nostro futuro, le persone che saremo, a volte senza essere preparati a farlo.

Come vivi il tuo rapporto con la tua città, Roma, capitale d’Italia e simbolo di tante cose?

Roma è una città molto grande, bellissima, e non si finisce mai di scoprire cose meravigliose. Qualche volta mi capita di desiderare di vivere in una città più piccola, amo molto Firenze, ma per me Roma è casa. Credo che lo rimarrà per sempre, anche se l’anno prossimo andrò a studiare a Londra e poi chissà dove mi porteranno i miei studi.

Tu fai volontariato e questo traspare nel libro. Come pensi che ti abbia cambiata?

Mi ha cambiata moltissimo. E’ lo sguardo, la prospettiva quella che è cambiata. Come dicevo prima, conoscere un mondo tanto lontano dal mio mi ha dato anche l’opportunità di capire meglio me stessa, e quanto sono fortunata. Quante cose della mia vita ero abituata a dare per scontate, a confronto con ragazzi che, a dispetto di tutto, comunque sono riusciti a mantenere il sorriso.

I tuoi prossimi progetti?

Adesso sto preparando l’IB, l’esame di maturità inglese, e spero vada bene perché vorrei studiare Psicologia e Neuroscienze a Londra. Però ho già in testa l’idea del prossimo romanzo, ho buttato giù una scaletta e qualche pagina. Di una cosa sono certa: ovunque andrò, non smetterò mai di scrivere…