:: Un lavoro vero, Alberto Madrigal, (Bao Publishing, 2014) a cura di Federica Guglietta

1 Maggio 2015 by

jPrimo Maggio, Festa del Lavoro Festa o dei Lavoratori che dir si voglia. Ricorrenza istituita a livello internazionale per ricordare i traguardi raggiunti economicamente e socialmente dai lavoratori e le lotte sindacali. Eppure parlare di lavoro, oggi, nel 2015, è forse più difficile che nel lontano (ma non troppo) 1995. Avrò tirato una data a caso, ma la differenza si sente, ammettiamolo.

Quel lavoro che non c’è, che nessuno trova (e forse che non tutti cercano, neanche altrove), quello che è distante anni luce dall’occupazione che avete sempre sognato. Vorreste fare tutt’altro, ma la società non ve lo permette. Non ce lo permette. Va bene allora, accettiamo la proposta meno peggio e tiriamo a campare. A volte non possiamo fare neanche quello.

L’ansia di non avere un posto fisso, la preoccupazione per lo scadere del contratto che, al 90% dei casi, non verrà rinnovato, i soldi che mancano, l’affitto da pagare, le bollette anche, ritrovarsi a trent’anni e più a fare la vita dello studente fuori sede, anche se non studi più da anni.

La maggior parte delle volte tutto si risolve nella proporzione posto fisso : lavoro vero = precariato : lavori creativi.

Non per Javi, però. Almeno non del tutto.

Chi è questo Javi?

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Un fumettista spagnolo che lascia il suo Paese (e un posto fisso) per trasferirsi a Berlino e mantenersi con quello più ama fare. Disegnare, ovvio. Parte senza dare ascolto ad amici e parenti che lo invitano a trovarsi un lavoro vero e si ritrova straniero in un posto che non conosce e di cui conosce ancor meno la lingua. Nonostante questi impedimenti, riesce a trovare una casa, si ambienta, gira in bici per una Berlino bellissima, sfumata, a tratti ovattata. Vive situazioni tragicomiche, trova un lavoro che, ancora una volta,  ma riesce anche a portare avanti il suo fumetto in modo da poter farlo leggere ad un editore in occasione del Festival di Angoulême. Tuttavia la storia non piace e, come temeva, il lavoro non va in porto.
nProtagonista del graphic novel Un lavoro vero dello spagnolo Alberto Madrigal (in Italia edito da Bao Publishing nel marzo 2014), Javi sente di aver solo bisogno di qualcuno che creda in lui, qualcuno disposto a dargli un’opportunità e non a chiudergli l’ennesimo portone in faccia. Javi vuole portare a termine la sua storia disegnata. Javi rappresenta la generazione di tutti i trentenni precari di oggi: disillusi, forse, ma non nel loro intimo. L’amore per quello che vorrebbero fare e che pensano di saper fare anche bene li spinge ad andare avanti , ma è tutto così difficile. Il mondo del lavoro è difficile da affrontare, così come i sogni sono difficili da realizzare.

“Il modo più semplice è sempre il più difficile.
Kiss ( Keep It Simple Stupid).

Tutto qui.

– Dovresti disegnare -, dice la voce.
Odio quella voce. Ed è la stessa che riempie una lunga lista di cose da fare. A questo punto, mi blocco. Mi arrabbio.
– Non gioco più -, dice un bambino dentro di me.
Troppi castelli di carte nella testa. Troppe Aspettative”

Proprio in questa condizione di totale instabilità, Javi trova la forza per raccontare la sua prima storia disegnata. Quella che state leggendo.

Una storia fluttuante, per niente statica, sebbene sia scandita da ritmi lenti, pacatissimi.

Gli stati d’animo del protagonista trapelano più da quelle immagini tenui ed acquarellate che dalle parole.

L’ambientazione riveste un ruolo centrale nell’economia della storia: è per le strade di Berlino che Javi vuole perdersi per ritrovare se stesso e lo scopo della sua vita. Per questo motivo, gli scorci paesaggistici ci sembrano più che reali, nonostante rimangano sempre sfumati e delicati,  e ci conducono all’interno della storia stessa come se si trattasse di un sogno, una commistione rarefatta di realtà e di aspirazioni, che poi sono anche quelle dello stesso Madrigal.

Si percepisce perfettamente che ci sia molto di autobiografico in questa storia a fumetti. Javi è Alberto, Alberto è Javi. Compiono lo stesso iter, vedono le stesse cose, vivono le stesse situazioni. Entrambi riescono a portare a termine il proprio lavoro, si realizzano. Questo “happy ending” non ci viene comunicato dalle parole dell’Alberto – Javi, ma viene dimostrato dal graphic novel che possiamo leggere e sfogliare, frutto della tenacia dell’autore – protagonista che non si è arreso.

Di questi tempi, storie come quella di questo giovane self – made man non possono che darci speranza.

Alberto Madrigal, spagnolo, vive a Berlino dal 2007. Un lavoro vero è la sua prima opera lunga, nata che ha lavorato come illustratore freelance, ed è edita in Italia da Bao Publishing all’interno della collana Le città viste dall’alto.

:: La candidatura. Expo: la vera storia di un successo italiano, Gaetano Castellini Curiel, (Indiana, 2015)

30 aprile 2015 by

cover-LACANDIDATURA_AltaDunque ci siamo. Domani si inizia. Non tutto è pronto, non tutti i padiglioni saranno aperti, ma da domani Milano sarà agli occhi del mondo la città dell’Expo. Si parlerà di nutrizione, si prenderanno contatti, si stipuleranno affari, arriveranno soldi, altri si spenderanno, insomma un’ occasione di ripresa si presenta per l’Italia, e non ostante le polemiche, i disguidi organizzativi, le figuracce (alcune proprio evitabili), speriamo tutti che questa occasione non venga sprecata. Uno che ci crede, quasi in controtendenza, che sarà un successo, è Gaetano Castellini Curiel, autore di La candidatura. Expo: la vera storia di un successo italiano. Peccherà di ottimismo? Può permetterselo. Perché vincesse l’Italia, contro Smirne, ha speso due anni della sua vita tra aerei, alberghi, e strette di mano con capi di stato che nel breve volgere di qualche anno ora non ci sono più. Quando ha iniziato a svolgere questo fine gioco diplomatico, questa sottile partita a scacchi da un capo all’altro del mondo, non c’ era ancora la crisi economica di oggi, era quasi un altro mondo, ma già allora e forse più ancora adesso era consapevole dell’importanza che l’Expo diventasse un successo. E’ un occasione, che sicuramente non si presenterà più, in una congiuntura storica, geopolitica. economica, che anche essa non si presenterà più. Gufare appollaiati sul trespolo aspettandoci un epocale flop serve a poco, insomma sembra dirci Castellini, quasi contagiandoci con il suo entusiasmo. E di aneddoti il nostro ne ha parecchi da raccontare, e lo fa con una certa facilità e spigliatezza, come i vecchi narratori di memoir di viaggi, gente capace di affrontare ogni ostacolo nei posti più sperduti del pianeta, pieni di risorse, e inventiva. Gaetano Castellini Curiel è un tipo interessante, un avventuriero salgariano, un po’ vecchio stile, che passa da un vagone dell’Orient Express, alle stanze dei più rinomati alberghi di Parigi, o Shanghai. Insomma se non si fosse occupato di Expo, sarebbe stato lo stesso interessante da conoscere, e quindi cogliamo l’occasione di vedere con lui i retroscena di questa importante manifestazione che domani avrà inizio. Ricordo una poesia di Evgenij Evtušenko Il palazzo e non mi resta che augurare un po’ a tutti che la saggia Vasilissa passi per Milano, domani.

Gaetano Castellini Curiel (1969) si occupa di relazioni internazionali. Da settembre 2005 a giugno 2011 ha lavorato per il Gabinetto del sindaco del Comune di Milano, per conto del quale ha seguito la candidatura a Expo 2015. È stato nel consiglio della Fondazione Italia Russia e Alliance for Africa. Vive e lavora a Milano, dove la sua società collabora con alcune delle principali istituzioni pubbliche e private.

:: Segnalazione: Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi, letto da Daniele Fior, (audiolibro autoprodotto)

30 aprile 2015 by

unnamedLe avventure di Pinocchio, ovvero la storia di un bambino-burattino in un mondo di adulti: dove i fili che lo muovono sono spesso troppo corti per contenere la sua vitalità e il suo ingegno catastrofico. Pinocchio non è cattivo; ha semplicemente una curiosità sfrenata, irriverente, nel suo essere vivo e scalpitante. Capriccioso sì, e anche bugiardo, ma per la paura di esser sbagliato nel mondo in cui “è stato nato”. Ma è anche e soprattutto buono, sincero, altruista, premuroso, intrepido e giudizioso. Già. I più matti e confusi in questo travolgente romanzo, son spesso gli adulti: i giudici che sentenziano assurdità ingiuste, la volpe e il gatto che lo raggirano, il contadino che lo incatena e i carabinieri che travisano costantemente tutto, punendo il malcapitato di turno e via dicendo. Ci si chiede in fondo se sia Pinocchio a diventar bambino al termine delle sue peripezie, o se non sia invece il mondo circostante a riconoscerlo finalmente come tale; ad accorgersi che Pinocchio non è mai stato burattino.

Un audiolibro appassionato ed esilarante letto dall’attore Daniele Fior, che da tempo condivide parte della sua attività artistica col mondo dei bambini. Intermezzi musicali di Francesco Catalucci, illustrazione e progetto grafico di Manuele Fior.

Versione integrale.

Primo capitolo:

https://soundcloud.com/danielefior/le-avventure-di-pinocchio-capitolo-i

:: Un’ intervista con Homobruno, a cura di Diego Di Dio

30 aprile 2015 by

indexCiao Homobruno. Ho letto il tuo libro, “Basta poco”, e mi è piaciuto molto. Per questo ho deciso di farti qualche domanda. Iniziamo dal tuo pseudonimo: come mai Homobruno?

È un soprannome che mi hanno dato i miei amici: a volte sono molto istintivo.

Pubblichi sempre sotto pseudonimo o a volte usi il tuo nome vero?

No, solo pseudonimo. Credo nei nomi e nel loro valore. Ti ricordi Alinghi? Alinghi è il nome del canotto con cui Ernesto Bertarelli e sue sorella giocavano da piccoli al mare. Dopo quarant’anni hanno dato il nome alla barca che poi ha vinto la Coppa America. Spero di essere altrettanto fortunato.

Va bene, ora passiamo al tuo libro, “Basta poco” (Cavinato Editore, 2015). Dicci da cosa nasce l’idea di una storia così particolare.

Ci sono tante piccole cose che hanno contribuito a mettere su l’idea. Quella, forse, più importante è la strana circostanza che a volte, parlando con qualcuno, quando non riesce a dare spiegazione all’esito di quel colloquio, o di un rapporto uomo-donna, o di tante altre situazioni, allora queste vanno male. Invece noi sappiamo benissimo che ciò che serve affinché una situazione vada nel verso giusto, noi in fondo lo possediamo già. Basta poco.

E la struttura particolare del romanzo da cosa nasce? Si tratta, è vero, di un romanzo unitario, che però a tratti sembrerebbe dare l’idea di una raccolta di racconti…

Non credo dia l’idea di una raccolta di racconti. È un’unica storia vista da tre punti di vista differenti. Questi punti di vista a volte viaggiano paralleli, altre volte si intrecciano. La struttura serve a far luce su come le persone giudichino in maniera diversa quello che gli accade intorno.

Adesso parlaci un po’ della tua esperienza con la Cavinato Editore.

Mi sono rivolto a un editor, e insieme abbiamo corretto il libro. Alla fine lui lo ha proposto a varie case editrici e la Cavinato International ha deciso di pubblicarlo.

Cosa consigli a un autore esordiente per approdare a una pubblicazione seria e professionale?

Serve un’idea.

Dici che basta l’idea?

Quella deve esserci, e non parlo di vecchi ricordi che sono in soffitta o di storie personali condite da situazioni piccanti. Poi, certo, bisogna saper scrivere, ma lì ci si può lavorare, mentre se non hai un’idea…

Quali libri legge Homobruno e quali sono i suoi punti di riferimento letterari?

In questo momento sto leggendo tutti i libri che ha scritto Norman Mailer. Sono andato in fissa, e devo ammettere che questa full immersion non mi sta deludendo. Il mio podio aggiornati di libri è il seguente: al terzo posto Una cosa da nulla di Mark Haddon; secondo posto, L’informazione di Martin Amis; infine, al primo posto metto Gli inconsolabili di Ishiguro Kazuo. In generale, mi piacciono Proust, Balzac, Coupland, P.K. Dick, Roth, Auster e tanti altri.

Va bene, Bruno. Grazie mille per la chiacchierata e in bocca al lupo per “Basta poco”.

Grazie a te.

:: Il mondo del trono di spade, Chiara Poli, (Sperling & Kupfer, 2015) a cura di Elena Romanello

30 aprile 2015 by

trLe serie televisive, soprattutto quelle statunitensi, hanno un vasto seguito di appassionati ormai anche nel nostro Paese da tempo, dove però non ha mai attecchito più di tanto una pubblicistica critica e narrativa in tema, a differenza per esempio anche solo della Francia.
Per questo motivo e non solo, risulta molto interessante l’uscita per Sperling & Kupfer de Il mondo del trono di spade, scritto da Chiara Poli, appassionata ed esperta di serie tv e già autrice tra le altre cose di un saggio su un altro celebre serial di genere fantastico, Buffy.
Il trono di spade, telefilm, anzi quasi sceneggiato ispirato alla saga fantasy di George R. Martin, ancora in corso di scrittura, rivive in una disanima delle prime quattro stagioni (la quinta è iniziata da poco su Sky), che vengono lette e rilette da vari punti di vista.
Chiara Poli racconta infatti somiglianze e differenze con i romanzi, ma anche i giochi di potere dei personaggi, le figure maschili e femminili, il codice d’onore e morale che governa tutto, le società descritte, la mitologia e la religione del mondo di Westeros, le influenze culturali e i richiami a classici e situazioni storiche, dalla guerra delle Due Rose a quella dei Trent’anni.
Un microcosmo complesso e affascinante, che emerge dalla visione della serie, certo, ma che Chiara Poli rende evidente ed interessante, raccontando il come e perché Il trono di spade o se si preferisce Game of thrones è diventato il fenomeno mondiale di fandom, un fandom interessante e multimediale, che l’ha seguito come telefilm, romanzo e fumetto, e che a questa serie ha ispirato eventi e raduni, anche qui in Italia, visto che la saga di Martin è ormai ospite fissa di fiere del fumetto e eventi sui libri e sul fantasy.
Il mondo del trono di spade è innanzitutto un libro scritto da una fan per gli altri fan, ovviamente per chi non si accontenta di una mera visione, ma vuole scoprire tutto il mondo dietro a quella che non è certo solo una serie tv, ma un’opera artistica che ha portato il fantasy, sia in letteratura che sul piccolo schermo, ad una dimensione adulta, più ancora che gli adattamenti di Tolkien e soci.
Ma il saggio di Chiara Poli può anche rivolgersi a chi vuole sapere qualcosa in più su una passione che coinvolge le persone più diverse, senza doversi subito sobbarcare tutti i romanzi di Martin (di cui i fan aspettano con impazienza gli ultimi due titoli annunciati e più volte rimandati, ma forse stavolta ci siamo) e la visione delle prime quattro, anzi quasi cinque stagioni. Del resto, una bussola per orientarsi a Westeros è ottima anche per chi conosce il suo mondo di lotte, intrighi, passione, violenze, aberrazioni e eroismi.
Tutto questo sperando in nuove pubblicazioni sul mondo delle serie tv, oltre che un’ovvia integrazione quando sapremo chi si è seduto sul trono di spade.

Chiara Poli è giornalista specializzata in cinema e serie tv, diplomata in Sceneggiatura presso la Civica Scuola di Cinema di Milano, collaboratrice di giornali specializzati come Tv Sorrisi e Canzoni, Telefilm Magazine, Satellite, docente in corsi sul linguaggio cinematografico e televisivo e responsabile del magazine on line delle reti Fox per diversi anni. Ha scritto diversi saggi sulle serie tv, romanzi comici e autobiografici, è animalista, vegetariana, cinofila e attivista per vari progetti benefici.

:: A qualcuno piace libro al TGLFF, a cura di Elena Romanello

29 aprile 2015 by

img_webDal 29 aprile al 4 maggio torna a Torino il festival del cinema a tematica omosessuale e transgender (TGLFF), giunto ormai alla trentesima edizione, e il cui programma completo è disponibile on line nel sito ufficiale www.tglff.it Accanto alle proiezioni, molte e su tanti temi, il festival si distingue per proporre anche quest’anno una rassegna di presentazioni di libri, A qualcuno piace libro, che viene proposta alle 18 di ogni giorno esclusa domenica 3 al Circolo dei lettori di via Bogino. Si inizia il 30 aprile con la presentazione di Il giorno più felice della mia vita, di Sebastiano Mauri, edito da Rizzoli, che parlerà del suo matrimonio mancato con il Presidene del Circolo dei lettori Luca Beatrice. Venerdì 1 maggio Francesca Vecchioni, figlia d’arte e attivista, proporrà il suo libro di testimonianze T’innamorerai senza pensare, edito da Mondadori, intervistata da Silvia Garbarino. Il 2 maggio sarà la volta di un’attivista, scrittrice e intellettuale di lunga data del panorama torinese, Margherita Giacobino, che presenta il suo ultimo romanzo, Ritratto di famiglia con bambina grassa, Mondadori, con l’aiuto di Consolata Lanza, esperta di letteratura e responsabile del blog Anaconda anorressica. Si chiude il 4 alle 17 invece con il pamphlet Il matrimonio omosessuale è contro natura. Falso!, Laterza edizioni, con l’autrice Nicla Vassallo che parlerà di questo con la sociologa Chiara Saraceno e il giornalista Pasquale Quaranta. Tutti gli incontri sono ad ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili.

:: La primavera dei barbari, Jonas Lüscher, (Keller editore, 2015) a cura di Viviana Filippini

27 aprile 2015 by

Primavera

Il resort turistico dal lusso estremo situato nell’ oasi di Shub in Tunisia è la scena del nuovo romanzo di Jonas Lüscher, La primavera dei barbari, pubblicato da Keller editore. Qui, in quello che sembra essere una sorta di rifugio pacifico lontano da ogni problema, si trovano personaggi che incarnano, con i loro caratteri, la più diversa umanità. Tra loro l’industriale Preising che in pochissimo tempo è diventato milionario grazie alla geniale – poi si vedrà se è proprio così- intraprendenza di Prodanovic, un suo dipendente di origine bosniaca. Accanto a lui lavorano, come bagnino, un noto ex campione di nuoto che odia l’acqua e un cuoco proveniente dalla Carinzia, conosciuto in tutto il mondo per la sua abilità ai fornelli. Tra i clienti ci sono una coppia di giovani broker inglesi che hanno deciso di celebrare il loro matrimonio in questo centro turistico così bello e prezioso da sembrare uscito da una fiaba de Le mille e una notte e al loro seguito c’è una bizzarra ciurma di invitati. Il clima di vita che caratterizza l’intera atmosfera del resort è consacrato al lusso, alle spese pazze e astronomiche compiute dai diversi personaggi presenti sulla scena, orami tutti pronti ed emozionati per il gran matrimonio. Poi, all’improvviso, l’aura di felicità si incrina nel momento in cui dalla Gran Bretagna arrivano le notizie, prima sporadiche, in seguito sempre più concrete e drammatiche, del grave crack economico che ha colpito il regno d’oltre Manica.  I personaggi “made in UK” prenderanno un poco alla volta coscienza di questo collasso e per loro sarà l’inizio di una completa trasformazione. Tanto per cominciare i gestori dell’albergo di lusso limiteranno al minimo necessario i servizi concessi agli ospiti anglosassoni, perché questi ultimi si ritroveranno non solo ad essere impossibilitati a pagare, ma scopriranno che l’accesso ai loro conti in banca sarà del tutto bloccato. L’unico per il quale non cambierà nulla è Preising, il ricco industriale, che non avendo nulla a che fare con la squattrinata massa di ospiti potrà godere ancor dei suoi privilegi. L’uomo sarà colpito da una profonda amarezza perché assisterà, come noi lettori, alla totale perdita di razionalità della coppia di broker e dei loro amici. Il gruppo, nel momento in cui si troverà privato di ogni ricchezza e certezza, darà il via ad una escalation di brutali azioni che dimostreranno come in ogni cuore umano si annidi una bestia nera pronta ad uscire all’improvviso. Ci saranno tradimenti, gesti di violenza e brutale vandalismo contro qualsiasi cosa e persona, atti di sfruttamento minorile, fino al limite estremo, quando il gruppo di amici, che ormai hanno perso la ragione, arriverà a compiere omicidi senza senso. Lo svizzero Jonas Lüscher con La primavera dei barbari crea un romanzo piacevole, dal ritmo incalzante, che però allo stesso tempo si pone come una pungente satira nei confronti della società dei nostri tempi, dove i protagonisti vivono nell’ordine e nel rispetto di ciò che li circonda fino a quando hanno la consapevolezza di una stabilità economica. Nel momento in cui l’economia e la finanza nella quale sono radicati vacillerà in modo catastrofico, il gruppo non avrà più appigli e sicurezze e tirerà fuori quell’istinto primordiale e primitivo che mi ha ricordato il germe oscuro presente nei diversi personaggi letterari di Cuore di tenebra di Joseph Conrad. La primavera dei barbari Jonas Lüscher analizza un mondo contemporaneo non molto diverso dal nostro, nel quale il dissesto economico è una conseguenza  – più o meno consapevole- dell’agire non sempre giusto ed adeguato del genere umano. Traduzione di Roberta Gado.

Jonas Lüscher è nato in Svizzera nel 1976. Dopo essersi formato come insegnante di scuola primaria a Berna, ha lavorato per anni nell’industria cinematografica tedesca e studiato Filosofia a Monaco di Baviera. La primavera dei barbari è il suo primo romanzo.

:: Roma vista controvento, Fulvio Abbate (Bompiani, 2015) a cura di Federica Guglietta

26 aprile 2015 by

wLa Roma di Pasolini non esiste più.

Quella Roma piena di borgate e fermenti culturali, in un tempo in cui l’occhio dell’artista riusciva a cogliere in modo realistico e per nulla edulcorato la vita della gente comune. Una Roma in bianco e nero, ma piena di colore e vitalità. Un cuore pulsante contornato di idee, opinioni politiche, opinioni. Certo, qualcuno dai piani alti si è mosso. Qualcuno che aveva mezzi per mettere a tacere tutto.

Oggi che rimane? Niente? Qualcosa, forse. La Roma dei nostri giorni è diversa. La Roma dei nostri giorni ha in sé un dualismo difficile da raccontare. Anche la Città Eterna di Pier Paolo Pasolini ce l’aveva, questa duplicità, divergenza, questo contrapporsi tra immobilità e brulicare.

Ci è riuscito Fulvio Abbate col suo nuovo libro Roma vista controvento, edito da Bompiani e presentato da Carlo Verdone, curatore della prefazione, e Barbara Palombelli lo scorso 21 aprile presso la libreria Fandango in via dei Prefetti.

Una Roma vista – appunto –  controvento, da una direzione opposta a quella ordinaria, con un altro punto di vista. Più che una guida, come sembrerebbe dalla scritta a caratteri cubitali che campeggia in copertina, un viaggio.

Un viaggio inaspettato, anticonformista, che lascia spazio a tutti e nessuno con l’occhio critico e il cuore ferito di chi Roma la ama e non la sopporta, di chi ne nota bellezza e degrado, benessere e degrado. Volendo essere più precisi: il benessere oligarchico, il disagio dilagante. Questo viaggio spazia dai quartieri alti, rappresentazione architettonica del potere, locus amoenus solo politici, prelati e gente che conta, per chi conosce chi e si guarda le spalle a vicenda, per scandali, inadempienze, raccomandazioni e chi più ne ha più ne metta, ai salotti culturali che ormai vedono la cultura solo come mercificazione ed ostentazione ed arriva ai quartieri dimenticati, quelli dove vive la gente comune. Ed è proprio la gente comune ad essere il cuore pulsante di una Roma che, altrimenti, sarebbe solo scheletro delle glorie passate, dalla maestosità dell’Impero agli anni in cui Roma Capitale non significava corruzione, ma arte e set di film che hanno fatto Storia.  Abbate strizza un occhio alla normalità e mette in evidenza pregi e difetti, riso e pianto, amore e odio.

Tappe parlanti di questo viaggio – analisi minuziosissima sono: il cannone del Gianicolo, il nastro trasportatore bagagli dell’aeroporto “Leonardo da Vinci”, i sanpietrini, i negozi di arredi liturgici e indumenti  religiosi, la storica casa di Alberto Sordi sull’Appia Antica, il baccalà, i luoghi di Pasolini, via Margutta, i cinegiornali dell’Istituto Luce, il balcone di Palazzo Venezia, il ristorante “Cencio La Parolaccia”, il Cimitero Acattolico al Testaccio, i souvenir al Vaticano, la pizza bianca con la mortazza e le pizzerie al taglio, Venditti – De Gregori – Baglioni,  la Garbatella e tanto altro.

Mastodontico anche nella forma, ma anche nella sostanza, questo viaggio – analisi – libro indagine di 697 pagine vi conquisterà dal primo capitolo. Strappandovi sorrisi, seppur, la maggior parte delle volte, amari e spingendosi, sicuramente, alla riflessione.

Fulvio Abbate, classe 1956, è nato a Palermo e vive a Roma. Scrittore, ha pubblicato i romanzi Zero maggio a Palermo (Theoria, 1990 – Baldini & Castoldi, 2003), Oggi è un secolo (Theoria, 1992), Dopo l’estate (Bompiani, 1995), La peste bis (Bompiani, 1997), Teledurruti (Baldini & Castoldi, 2002), Il ministro anarchico (Baldini Castoldi Dalai, 2004), Quando è la rivoluzione (Baldini Castoldi Dalai, 2008), Intanto anche dicembre è passato, (Baldini & Castoldi, 2013), Roma vista controvento (Bompiani, 2015), il suo ultimo lavoro. Opinionista, ha scritto dal 1992 al 2008 su l’Unità, collaborando inoltre con Reporter, Rinascita, La Stampa, Tuttolibri, Il Mattino, Il Messaggero, Il Riformista, Sette, Il Foglio, La Lettura, Gli Altri, Il Fatto Quotidiano. Attualmente scrive per Il Garantista. Nel 1998 nasce Teledurruti – una televisione monolocale, ospitata prima da un’emittente romana e poi diventata un canale su YouTube. Nell’agosto del 2012 ha fondato Situazionismo e libertà, partecipando alle primarie del centrosinistra con lo slogan Aboliamo il lavoro, per poi passare ad un messaggio libertario più esplicito e paradossale: Abbasso la realtà. Tra i suoi mille altri scritti troviamo un bellissimo Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi (Dalai editore, 2011), seguito da Pasolini raccontato a tutti (Baldini & Castoldi, 2014). Nominato Commandeur Exquis de L’Ordre de la Grande Gidouille a Parigi nel 2012, ha ricevuto il 41° Premio Satira Politica di Forte dei Marmi per l’informazione sul web nel settembre 2013.
(www.teledurruti.it)

:: Ovunque tu sarai, Fioly Bocca, (Giunti, 2015)

24 aprile 2015 by

ovuGli occhi al finestrino, lascio fare al panorama. Ma questa malinconia balorda non ne vuole sapere, mi sta addosso più del caldo e delle mosche noiose. Come faccio sempre in questi casi, ritorno con la mente là, al mio posto speciale, la mia panca al limite del bosco. Mi sforzo di mettere a fuoco le montagne, il verde brillante dei prati e quello più scuro del ciliegio, e mia madre che viene verso di me con un paio di guanti e un mezzo sorriso che mi asciuga le lacrime.

Una sosta imprevista mi distrae: qualcuno sentiva il bisogno di un caffè, così ci fermiamo nel piazzale davanti all’ingresso di un piccolo bar senza troppe pretese. Mentre il gruppo si dirige all’entrata, la mia attenzione viene rapita dalla vista
della valle che si apre sul fianco della spianata. Dal ciglio del burrone si gode la vista dei monti bruni e aridi che delimitano il deserto, così diversi da quelli della mia terra, ma così affascinanti.
E cosa vedo pochi passi più in là? Una panca, poche assi di legno arrangiate che dominano la valle di fronte. Mi siedo e quasi non mi stupisco quando noto, appoggiati accanto a me, un paio di guanti. Guanti leggeri, di quelli che le donne marocchine usano per coltivare la terra.

Questa recensione è un po’ particolare, lo capirete continuando a leggere, e dimostrerà in un certo senso come i libri influenzano la vita, proprio la nostra quella di tutti i giorni. La mia, la tua, quella di tutti. A volte cosa leggiamo nei libri può suggerirci di fare qualcosa capace di cambiare e perché no migliorare la vita di tanti, e questo ammettiamolo è una delle cose più belle che ti può regalare un libro, in questo caso Ovunque tu sarai di Fioly Bocca.
Cosa ha di speciale questo libro? Forse niente, direte voi, è una storia minima, una storia d’amore, raccontata con penna lieve, e forse un po’ di poesia, ma non si discosta dai tanti romanzi sentimentali che potrete leggere, alle storie al femminile, come si usava dire una volta.
Tutte le volte che ho a che fare con la letteratura sentimentale o al femminile che dir si voglia, penso invariabilmente a Giorgio Scerbanenco e rifletto che non è il genere di per se zeppo di clichè, monotono, o ripetitivo, ma tutto dipende dall’autore che lo pratica. Scerbanenco oltre a inventare il noir all’italiana scrisse romanzi sentimentali e lo fece dignitosamente, forse Mio adorato nessuno, resta, almeno per me, il suo più bello, ma il punto è che se uno scrittore ha qualcosa da trasmettere non importa il genere che affronta, ciò che scrive ha invariabilmente qualcosa di speciale, capace di trasmettere bellezza.
Ma parliamo del libro: Ovunque tu sarai narra la storia di Anita e del suo inatteso incontro sul treno TorinoMilano con Arun, giovane scrittore di favole di origini italo-cambogiane.
Di Anita cosa sappiamo? Che è originaria delle Dolomiti, e ora vive a Torino, con Alice. Lavora in una casa editrice, per lo più correggendo bozze, poco apprezzata dal suo principale, sottopagata e senza prospettive di fare cosa realmente vuole. Ha un fidanzato Tancredi, un fotoreporter in carriera, con cui fa progetti di un futuro insieme anche se il loro rapporto ormai è logorato e l’indifferenza di lui e il suo preferire il lavoro a farla sentire amata, l’ha quasi spento del tutto.
Questa è la realtà ma nelle email che scrive alla sua madre morente, tutto viene trasfigurato in una corona di bugie dette a chi ami e vuoi tranquillizzare e convincere che sei felice. Il lavoro diventa una brillante carriera, Tancredi il migliore dei fidanzati, attento e disponibile, la sua vita una vita piena e soddisfacente.
Di Arun cosa sappiamo? Che i suoi genitori sono morti in Cambogia, durante gli anni del genocidio, e forse questa sua condizione di orfano gli ha dato una sensibilità speciale, la capacità di leggere dentro le persone e scrivere bellissime favole per bambini.
Nascerà un amore tra loro? Ci saranno ostacoli, fraintendimenti, verità non dette? Ogni storia d’amore è unica e speciale e così è la storia tra Anita e Arun. Raccontata con delicatezza e poesia, grazie ad un uso calibrato delle parole, quasi scelte una per una, dopo vari tentativi. Poi ci sono anche i luoghi a dare spessore alla storia: le montagne delle Dolomiti, i Murazzi e il Balon di Torino, la luce accecante di Marrakech, la neve di Copenhagen.
Tra le pagine di questo libro, ho trovato il mio tesoro. A un certo punto si parla di un progetto di Arun, scrivere un libro di favole il cui ricavato devolvere per i piccoli migranti, e ho pensato perchè non farlo davvero? Perchè non scrivere un ebook di favole e il ricavato darlo per migliorare le vite dei più piccoli che in questi anni stanno attraversando il Mediterraneo per venire in Europa. Tra chi mi legge c’è qualcuno che vuole aiutarmi, scrivendo una favola per questo progetto, o disegnando tavole colorate? Potremo decidere insieme come e dove pubblicarlo e a quale associazione devolvere il ricavato. Vi aspetto numerosi, potete scrivermi qui nei commenti o alla mia mail.

Aggiornamento:

Già numerose le adesioni come semplici supporter o proprio mettendosi in gioco scrivendo una favola, non solo scrittori ma anche se semplici lettori di questo blog. Abbiamo aperto un gruppo su Fb per parlare di tutti i dettagli: qui Chi non è su Fb sarà aggiornato via mai. Grazie a tutti.

Nuovo aggiornamento:

Il 22 dicembre 2016 è finalmente uscito “Favole Migranti”, acquistabile su Amazon al costo di 2,99 Euro. Tutti gli autori devolvono l’ intero ricavato ad associazioni che si occupano dei giovani migranti. Grazie a tutti.

Fioly Bocca ha 38 anni, laureata in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Torino, si è specializzata con un corso in redazione editoriale. Vive tra le colline del Basso Monferrato ed è mamma di due bambini, di 2 e 3 anni. Tra le esperienze professionali più importanti: ha collaborato in qualità di redattrice con la casa editrice Einaudi, con settimanali locali e ha svolto uno stage presso il quotidiano “La Stampa”. Da febbraio 2004 lavora al CSI-Piemonte di Torino, nell’ambito della comunicazione on line. È autrice di un capitolo del romanzo “Spauracchi” (AAVV, Bacchilega Editore, 2005) e di un racconto per bambini incluso nel volume “Le storie di Ugo e Tea” (AAVV, Noi per voi per il Meyer Onlus, 2012). Da due anni cura il blog: www.bbodo.it.

:: Wes Anderson – genitori, figli e altri animali, Ilaria Feole (Bietti Edizioni, Collana Bietti Heterotopia, 2014) a cura di Federica Guglietta

23 aprile 2015 by

51Se vi parlassi di simmetria, cura maniacale di oggetti e dettagli, colori accesi (rosso e giallo, tra i preferiti), microcosmi in cui vivono personaggi che, in realtà, sono uomini – bambini mai cresciuti del tutto quale nome vi verrebbe sicuramente in mente?

Dite la verità, di questi tempi pensereste ad un solo ed unico nome.

Quello di Wes Anderson, regista texano probabilmente noto al grande pubblico per il suo Grand Budapest Hotel (2014), film vincitore quest’anno di ben quattro premi Oscar.

I suoi film possono piacere o no, ovvio, e c’è da dire che, negli ultimi anni, il suo modo di fare cinema è stato proclamato di matrice indie e/o hipster dai più. Grande popolarità e gusti personali (o di nicchia) a parte, Anderson ha alle spalle vent’anni di riprese, di un amore – ossessione per la simmetria, vent’anni di storie in apparenza tanto semplici e godibili alla vista quanto intricate nei rivolgimenti psicologici dei personaggi.

Lo sa bene Ilaria Feole, giovane autrice del saggio Wes Anderson – genitori, figli e altri animali, pubblicato nel giugno 2014 dalla casa editrice Bietti all’interno della collana di saggistica Bietti Heterotopia, dedicata appunto al mondo del cinema e della critica cinematografica.

Prefazione di tutto rispetto quella di Peter Bogdanovich che fa entra nel merito del calore umano che traspare dalle storie di Wes, un calore umano connotato in chiave ironica che, scavando nel profondo, non nasconde uno sguardo serio sul mondo che ci circonda.

Informazione a mio avviso importantissima: questo saggio costituisce la prima monografia in italiano sul lavoro del regista di Houston, artista che ama tanto vivere una parte dell’anno in Francia e l’altra in America, in modo da sentirsi straniero in ogni dove. “La sua vera patria, forse, è uno dei mondi inventati che ha edificato per i suoi personaggi”, ci dice l’autrice già dal primo capitolo di questo fantastico volumetto, molto scorrevole a leggersi, ma dettagliatissimo nei contenuti.

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Per chi non avesse mai visto film di Wes Anderson, questo saggio si rivela un’utilissima guida, una trascrizione su carta di tutto il percorso registico ed esistenziale del regista. Chi già lo ama, beh, lo amerà senz’altro di più.

Punti fermi nelle trame – non trame dei film andersoniani sono i genitori, i figli e svariate specie di animali. Genitori non sempre presenti (come Royal Tenenbaum e Steve Zissou), figli geni incompresi (si pensi a Max Fisher e ai tre fratelli Tenenbaum, Chas, Margot e Richie), animali sempre presenti sulla scena (tutti i personaggi di Fantastic Mr. Fox, primo film d’animazione di Anderson, ispirato al romanzo di Roald Dahl dal titolo Furbo, il signor Volpe e lo squalo – giaguaro in The Life Aquatic with Steve Zissou). Mi sono azzardata a definirle trame – non trame perché, come ha ammesso lo stesso regista durante la conferenza stampa al Festival Internazionale del Film di Berlino ’14, “Non ho un dono per quel tipo di cose. Ogni film che ho fatto è nato dall’accumulo di informazioni circa i personaggi: chi sono e come è il loro mondo. Solo successivamente immagino cosa potrebbe succedere”.

Le storie raccontate da Wes sono metastorie: partono sempre da qualche spunto: un libro, una rappresentazione teatrale, uno sfondo paesaggistico altamente simmetrico, una lettera.

In quasi tutti i suoi lavori sono gli attori sceglie per impersonare al meglio le caratteristiche di determinati personaggi, come dire, i suoi attori feticcio, a divenire una garanzia del suo stile fiabesco e colorato eppure così attuale: Bill Murray, Anjelica Houston, Owen Wilson e Jason Schwartzman, capaci di interpretare ruoli psicologici di grande rilevanza e profondità con altrettanta leggerezza e caratterizzazione del personaggio di cui rivestono i panni.

Sono quasi certa che non avreste mai immaginato cosa sto per dirvi e vi confesso che neanch’io ci avrei mai pensato, se non avessi letto questo saggio, ma… sì, quello che sto per rivelarvi è verissimo: gran parte delle storie immaginate, raccontate e girate da Wes Anderson contengono moltissimi elementi autobiografici.

Volete qualche esempio? Etheline, ovvero Mrs. Tenenbaum è un’archeologa, proprio come la madre di Wes; i fratelli Tenenbaum sono tre, proprio come nella famiglia di Wes (lui è il secondogenito) e di Owen Wilson, compagno di studi, amico, attore feticcio e co-produttore del regista che ha due fratelli, Luke ed Andrew (anche loro presenti in più di qualche film) e proprio come i fratelli Whitman in The Darjeeling Limited

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E ancora dovete sapere che lo stesso Wes ha frequentato una scuola privata identica a quella di Rushmore. Ce ne sarebbero di altre similitudini e leitmotiv da individuare, ma per non banalizzare quello che è l’immenso ed intricatissimo mondo raccontato in diverse forme e luoghi geografici anche molto lontani tra di loro vi invito a recuperare gran parte della filmografia andersoniana, nel caso ce ne fosse bisogno, e poi consiglio caldamente di leggere il saggio Wes Anderson – genitori, figli e altri animali perché ne vale davvero la pena.

Ilaria Feole, critico cinematografico per il settimanale “Film Tv” e la testata online “Gli Spietati”, collabora con i mensili “Duellanti” e “Nocturno”.

Wes Anderson, classe 1969, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense. Inimitabile ed inconfondibile per stile e per impostazione registica, negli ultimi vent’anni ha diretto, sceneggiato e co-prodotto diversi film, suggello definitivo e climax crescente delle sue capacità artistiche. Le sue storie sono veri e propri mondi a parte dove non esistono veri e propri cattivi e la realtà ci appare filtrata da simmetria, disposizione degli oggetti e colori sgargianti. Filmografia: Un colpo da dilettanti – Bottle Rocket , 1996 (cortometraggio); Rushmore, 1998; I Tenenbaum – The Royal Tenenbaums 2001; Le avventure acquatiche di Steve Zissou – The Life Aquatic with Steve Zissou, 2004; Il treno per il Darjeeling – The Darjeeling Limited, 2007; Fantastic Mr. Fox, 2009 (film d’animazione); Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore, Moonrise Kingdom 2012; Grand Budapest Hotel – The Grand Budapest Hotel 2014.

:: Torino che legge, Festa di Primavera, a cura di Elena Romanello

22 aprile 2015 by

tochelegge_locandina948Dal 20 al 25 aprile si festeggia la settimana della Lettura, e Torino aderisce con varie iniziative, in luoghi come le Biblioteche civiche, le biblioteche, la sede storica dell’Università, il Musli, Museo del libro per l’infanzia, con un pomeriggio dedicato a Emilio Salgari, e le case del quartiere, a cominciare dalla Cascina Roccafranca in via Rubino.
Il clou di tutto sarà giovedì 23 aprile, in piazza Palazzo di Città, con l’edizione primaverile di Portici di carta, in occasione della Giornata mondiale del diritto d’autore, in onore di Sant Jordi. Il tutto è organizzato con la Generalitat de Catalunya, che vedrà coinvolti i librai della città, con ognuno un libro proposto in tema con le sue specializzazioni, e altri soggetti che collaborano all’iniziativa Torino che legge.
Le persone che acquisteranno o prenderanno in prestito dalla biblioteca un libro nella giornata del 23 avranno in omaggio una rosa, secondo la tradizione catalana: nel corso della giornata verranno premiato a Palazzo Civico i lettori forti delle Biblioteche torinesi, quelli che prendono in prestito più libri e che dimostrano più affezione al servizio.
La settimana della Lettura continuerà il 24 aprile, quando si discuterà presso il Rettorato dell’Università degli studi di Torino su Libri e lettori. Presente e futuro della lettura in Italia, con la presentazione del rapporto Istat sulla lettura del nostro Paese, con molte ombre ma anche qualche luce. Nel corso del pomeriggio, visita libera ai locali storici della biblioteca Arturo Graf, prima sede della Biblioteca nazionale universitaria e alle 18 conferenza dedicata alla Letteratura per ragazzi.
Il 25 aprile, settantesimo anniversario della Liberazione, maratona tutto il giorno al Circolo dei lettori di via Bogino con musica e letture in tema, mentre in città rimarranno aperte varie librerie per la festa finale, Pane, libri e libertà.
Tutti gli eventi sono ad ingresso gratuito, il programma completo è sotto www.torinochelegge.it

:: I misteri del Sacro Bosco di Bomarzo. Un’insolita guida al parco, Valentina Evangelista, Emanuele Carosi, (Scienze e Lettere, 2015)

21 aprile 2015 by

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Primo volume della collana Terre Incantate, della casa editrice Scienze e Lettere, I misteri del sacro bosco di Bomarzo di Valentina Evangelista è un delizioso libro per ragazzi che unisce parole e illustrazioni per raccontarci le meraviglie di uno dei luoghi italiani più ricchi di fascino e di mistero, il Sacro Bosco di Bomarzo (www.sacrobosco.it), in provincia di Viterbo.
Ideato dal principe Pierfrancesco Orsini, in memoria della moglie Giulia Farnese, morta in giovane età, e commissionato nel 1552 ai maggiori artisti e architetti dell’epoca, quali Raffaello da Montelupo, Simone Meschino, Vignola e Pirro Logorio, come leggiamo nell’introduzione, il bosco ricco di iscrizioni misteriose, statue, fontane, terrazze, diventa, in questo libro, un luogo magico dove due bambini intraprendenti, Aldo e Fiammetta, combattono la loro personalissima guerra contro le forze del male, aiutati da simpatici amici come Proteo, il mostro marino una volta ragazzo, le Ore, la fata Melusina, mitica figura leggendaria del Medioevo, draghi, sfingi, giganti, personaggi mitologici con cui i bambini imparano a fare conoscenza oltre ad apprendere parole nuove e difficili come cantaro o carapace. Un piccolo dizionario al fondo ne spiega il significato.
Sarà un quadro di Salvator Dalì, trovato nella soffitta del nonno dai ragazzi, a fungere da porta tra i mondi dando inizio a questa simpatica avventura piena di emozioni e mistero. La fantasia si sa è l’ingrediente migliore del gioco, e i piccoli lettori, dai 6 ai 12 anni non potranno che apprezzare grazie anche alle simpatiche e colorate illustrazioni di Emanuele Carosi.
Ma non solo i bambini, anche gli adulti che magari vorranno leggerglielo. Insomma un bellissimo dono per avvicinare i più piccoli alla lettura.
Introduzione di Daniela Scocciolini. F.to 21×18, Copertina cartonata, Ill. a colori, pp. 108

Valentina Evangelista è laureata in Scienze Politiche, ha collaborato con diverse organizzazioni che si occupano di accoglienza, ascolto e gestione del disagio sociale e ha preso parte a progetti dedicati a rifugiati, richiedenti asilo e senza fissa dimora.

Emanuele Carosi è grafico pubblicitario e illustratore. Da sempre coltiva la passione per il disegno. Collabora con la casa editrice Scienze e Lettere per l’illustrazione e la progettazione grafica delle collane dedicate ai più giovani Terre incantate e Monstra, dove riversa tutto l’entusiasmo e la fantasia della sua giovane età. I suoi disegni sono realizzati e colorati a mano e, successivamente, ripresi al computer.