:: Di impossibile non c’è niente, Andrea Vitali, (Salani 2015), a cura di Viviana Filippini

18 dicembre 2015 by
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Di impossibile non c’è niente di Andrea Vitali, edito da Salani, è un libro per bambini, ma anche per adulti che, grazie a questa divertente e curiosa storia, potranno recuperare quella spensieratezza fanciulla, troppo spesso dimenticata una volta diventati grandi. La vicenda, narrata dallo scrittore nato sul lago di Como, ha come sfondo una tranquilla, ma allo stesso tempo originale, casa di riposo per anziani, nota con il nome di Ospizio Vistalago. Qui si è ritirato Babbo Natale e, accanto a lui, ci sono i tanti altri amici e personaggi della tradizione: i Sette Nani, il Topolino dei Denti, la Cicogna che Porta i Bambini e la Befana. Perché sono in questo posto? Semplice. La vita delle persone si è trasformata a tal punto che, certe abitudini del passato sono cadute nel dimenticatoio per sempre. A smuovere Babbo Natale e i suoi compagni dall’armonioso, ma anche un po’ monotono, torpore della casa di riposo, è l’arrivo di una letterina. A scriverla il bambino Gelso, il quale chiede aiuto a Babbo Natale, perché lo stupendo boschetto davanti a casa sua rischia di essere abbattuto. Motivo? L’intento dei grandi è di eliminare il bosco fatto di alberi sui quali nascono fragoline meravigliose per costruirci case, altri palazzi e ancora case. Leggendo le parole del bambino Gelso, Babbo Natale sente rinascere in lui la voglia di agire e di fare il bene per il prossimo. Questa forza rinnovata, un poco alla volta, coinvolgerà anche tutti gli altri ospiti dell’ospizio, che metteranno da parte i loro acciacchi per aiutare il piccolo Gelso. Recuperando la vitalità di un tempo, Babbo Natale e i suoi amici, con le loro eroiche gesta, dimostreranno che bastano pochi, semplici gesti per rendere davvero felici i bambini. Andrea Vitali crea una favola per i piccoli lettori nella quale la magia e la fantasia faranno sognare i bambini, portandoli in un mondo nel quale tutto è possibile se lo si desidera con tenacia. Allo stesso tempo, l’intreccio narrativo creato dall’autore ha la potenza comunicativa tipica del romanzo per adulti, perché spinge il lettore (adulto o bambino che sia) a riflettere sul valore delle tradizioni e su quanto sia importante mantenerle vive, trasmettendole nel tempo. Di impossibile non c’è niente di Andrea Vitali è una storia di Natale dove ci si diverte e si ride in compagnia di Babbo Natale e dei suoi compagni ma, allo stesso tempo, il libro ci invita a non dimenticare quegli usi e costumi tramandati di generazione in generazione. Illustrazioni Fabiana Bocchi

Andrea Vitali da ragazzo voleva fare il giornalista, ma poi suo padre l’ha convinto e, dopo aver fatto lavoretti come andare a leggere i contatori dell’acqua, consegnare i certificati elettorali, lo scrutatore nei seggi elettorali e il contadino, ha finito per fare il medico. È nato a Bellano, sul Lago di Como, ed è proprio lì che, ispirato dal denso odore di spezie dell’acqua immobile e scura, ha cominciato a scrivere romanzi, e non si è più fermato. Ha scritto più di venti libri per adulti che hanno venduto oltre tre milioni di copie, ma è solo da qualche anno che ha cominciato a dedicarsi anche ai ragazzi, imparando a farsi amare da intere generazioni. Il successo però non gli ha dato alla testa e continua a vivere, sognare e scrivere nella sua Bellano, inebriato dall’aria del lago di cui profumano tutti i suoi romanzi. Il suo sito ufficiale è: www.andreavitali.info

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Salani.

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:: Sotto una buona stella, Richard Yates, (minimum fax, 2014) a cura di Giulietta Iannone

17 dicembre 2015 by
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Sotto una buona stella  (A Special Providence, 1965, 1969) è il mio primo Yates, il mio approccio con questo scrittore, che già di per sè dovrebbe far tremare le vene ai polsi a qualsiasi lettore abbia intenzione di approfondire la cosiddetta letteratura alta, poco commerciale, quasi per adepti. Forse è una scelta azzardata. Revolutionary Road, il suo libro più noto, sarebbe stata una scelta più canonica, e io mi sono rifiutata pure di vedere il film, almeno non prima di aver letto il libro. E questa occasione non si è mai presentata. Non l’ho mai cercata, è più corretto dire.
Sotto una buona stella è dunque una divinità minore nel pantheon yatesiano. Ma sempre di divinità si tratta. Critiche tiepide al suo apparire, poco calore dal pubblico (ricordiamo Yates è per adepti), un certo ripetersi di temi che sembrano totemici per questo autore, ripetuti senza vincoli di continuità, e espressi quasi in tono minore. Che dire Yates o lo si ama o lo si odia. E’ difficile dire ni, mi piaciucchia. E anche chi lo odia deve riconoscere che è uno scrittore notevole, forse solo i temi appunto che tratta possono scoraggiare o apparire indigesti.
La mia totale ignoranza sulle sue opere (è difficile non aver sentito parlare di Yates) mi impedisce di fare seri raffronti (anche solo nella mia testa) e mi spinge a usare la prefazione di Francesco Longo e i cenni biografici di Andreina Lombardi Bom (che è anche la sensibile traduttrice del testo) come due mappe astrali (restando in tema di stelle). L’ignoranza però non viene sempre per nuocere, anzi, in questo caso, mi permette uno sgurado scevro da scorie, preconcetti, o idiosincrasie.
Yates è un autore difficile, non perche sia particolarmente oscuro o contorto, (la sua scrittura è piuttosto limpida e lineare, classica se vogliamo), ma per i temi che affronta, altamente autobiografici (se non psicoanalitici). Il suo realismo, perchè di realismo si è parlato, non tende all’ autoassoluzione o alla catarsi. E’ spietato, essenziale, (alcuni ritengono abbia portato al minimalismo) e senza dubbio americano. Non disdegna le parti sgradevoli, spoglia i suoi personaggi e ce li presenta nella luce peggiore.
Non è un realismo moralista. Si tiene ben alla larga da giudizi di merito o condanne preventive. Forse è condannato e contaminato da una certa freddezza che rende difficile parteggiare per i suoi personaggi. Anche nel finale, che non anticipo, ma che dovrebebre essere il culmine della nostra empatia verso Alice Prentice (la madre) e quasi invece lo accogliamo come una sorta di liberazione.
Piacevoli però i corsi e ricorsi, e la struttura circolare. Inizia nel prologo con madre e figlio che vanno a cena (crocchette di pollo, faccio finta di ascoltarti, etc.) e si ripete quasi identica nell’epilogo con Alice e l'”amica” Natalie Crawford a parti invertite.
Sotto una buona stella è un romanzo senza eroe, dunque, e Robert Prentice (il figlio) se ne accorge suo malgrado (in guerra) di non averne la vocazione. Ma Alice Prentice al contrario è titanica nel suo fallimento, nelle sue aspirazioni tradite, nel suo coraggio sprecato, nel suo amore per il figlio. E’ un personaggio da tragedia greca a cui si perdona egoismo, grettezza, e superficialità, tanto il suo sogno e le sue illusioni sono alte e incontaminate.
La pochezza (di ambienti, destini, talento) che la circonda non la sfiora e non l’annienta. Ha una fiducia incondizionata nel futuro e nelle sue possibilità e quasi rimpiangiamo di non potere vedere la sua faccia e conoscere i suoi pensieri dopo l’ultima lettera, con vaglia accluso, del figlio. Ma se tanto ci da tanto, non accetterà come una sconfitta neanche quella ennesima beffa del destino. Se Yates è realista, Alice Prentice è l’irrealtà fatta donna, con buona pace del sogno americano.
Un gigante e soprattutto un maestro per generazioni di scrittori.

Richard Yates (1926-1992) dopo una vita avara di successi e diversi anni di ingiustificato oblio, è stato recentemente scoperto come una delle voci più significative della letteratura americana del Novecento: la sua scrittura cristallina e spietata ha anticipato il realismo di Raymond Carver e Richard Ford, e oggi viene ammirata da narratori come Nick Hornby, Michael Chabon e Zadie Smith. Yates è autore di nove libri, fra cui la raccolta di racconti “Undici solitudini” e i romanzi “Easter Parade” e “Disturbo alla quiete pubblica”, tutti editi in Italia da Minimum Fax, che sta ripubblicando la sua opera Omnia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa minimun fax.

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:: I venerdì da Enrico’s, Don Carpenter (Frassinelli, 2015) a cura di Giulietta Iannone

16 dicembre 2015 by
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Don Carpenter non ebbe in vita il successo che si sarebbe meritato, questo è un dato di fatto. Triste. Sì, molto triste se pensiamo che ancor oggi lo si cita  sempre partendo dalle cause della sua morte, cosa che non farò, perchè per me era e resta un autore starordinario che merita di essere ricordato più per i suoi romanzi, per i suoi racconti, per le sue sceneggiature (il suo incontro con Hollywood gli ha permesso di scrivere pagine  memorabili e inconsuete  sulla vita di scrittori, agenti, editori della Mecca del cinema, che già da sole meritano il prezzo del viaggio) che per il resto. Lasciò incompiuto un romanzo, Fridays at Enrico’s e solo grazie a Jonathan Lethem, che l’ha editato (sfoltendo qualche ripetizioni e giusto aggiungendo qualche pagina) e finito, è stato pubblicato nel 2014 da Counterpoint Press.  In italia è arrivato grazie a Frassinelli, nella traduzione lucida e asciutta di Stefano Bertolussi.  Mai una parola banale, mai un periodo privo di ripercussioni sul resto del testo e sull’animo del lettore, e molto è sicuramente merito di Lethem. Aveva un diamante ed è riuscito a tagliarlo alla perfezione. Quindi se di Carpenter non potremo leggere più nulla, di Lethem siamo ancora in tempo, e forse è questo il vero  splendido regalo postumo, che ci ha fatto generosamente Carpenter, oltre al suo libro. I venerdì da Enrico’s parla di scrittori, di libri, di carriere, di matrimoni, della scintillante stagione del Beat Generation vissuta a San Francisco ma non dalle star del movimento: Kerouac, Ginsberg, Corso, Ferlinghetti, Mailer.  No, i nostri eroi sono altri, scrittori che vedono il loro maggior momento di gloria vendendo un racconto a Playboy, scrittori che ci mettono anni a scrivere il Romanzo capace di vedere cambiare le sorti della letteratura, per poi non pubblicarlo mai, venendo in extremis rincorsi da Hollywood per progetti che mai si realizzeranno, scrittori dotati di talento non ostante si mantengano facendo i ladri d’appartamento, e la cui tappa obbligata sia il carcere, scrittori che riescono ad amare i propri cari solo scrivendone su libri che scalano le classifiche.  Scrittori che Carpenter ha conosciuto, o che gli permettono di parlare di sè. Di quanto scrivere a volte sia più una maledizione che un dono, perchè uno scrittore ha bisogno di spazio, di silenzio, di estraniarsi e non essere interrotto, e questo quasi mai si concilia con le dinamiche familiari. Non ostante le ombre però la comunità degli scrittori sembra davvero un mondo a parte e Carpenter ce lo fa sentire così vicino e luminoso, un mondo di persone eccezionali pur nelle loro debolezze e fragilità.  I venerdì da Enrico’s  è questo e molto altro: è la neve che cade in Oregon, è girare il mondo in barca a vela, è un’adolescente alta e bellissima che guarda i suoi genitori non più insieme, è un bar dove bere un Lemon Hart, è un appartamento arredato in modo monacale, è una piscina in cui nuotare e prendere il sole nudi sotto il sole di Hollywood.  E’ difficile non innamorarsi di Charlie e Jaime, non parteggiare Stan Winger, quando impara a memoria il suo primo romanzo nella sua cella di isolamento, non rattristarsi per Dick Dubonet quando il padre naturale viene a riprendersi il figlio e Linda McNeill lo abbandona.  Che dire I venerdì da Enrico’s è un libro scintillante come i festoni a Natale, che si rilegge anche volentieri quando già si sa che finirà da Enrico’s a bere e sbronzarsi in solitudine. Perchè si è soli, sembra dire Carpenter, nonostante i figli, le storie d’amore che sembrano mai finire anche quando sono finite, i personaggi immaginari dei propri libri. E nonostante  questa nota di tristezza non si riesce a non sorridere e a complimentarsi con il destino che ti ha fatto incontrare un libro simile.

Don Carpenter nacque a Berkeley, California, nel 1931. Durante la Guerra di Corea si arruolò in aviazione. Al ritorno in patria si stabilì a San Francisco. Autore di dieci romanzi e numerosi racconti, fu molto apprezzato dalla critica e dai colleghi scrittori ma non ottenne mai successo di pubblico. Tra gli anni Sessanta e Ottanta si guadagnò da vivere scrivendo per Hollywood. Segnato da gravi problemi di salute, morì suicida nel 1995. I venerdì da Enrico’s è il suo ultimo romanzo, incompiuto e inedito fino al 2014, quando Jonathan Lethem ha deciso di portarlo a termine e pubblicarlo. La critica lo definisce già un classico moderno. Come Stoner di John Edwards Williams.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Lucia dell’ Ufficio Stampa Frassinelli.

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:: Nonostante tutto, Francesca Vignali Albergotti, (Fazi 2015) a cura di Viviana Filippini

14 dicembre 2015 by
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Nonostante tutto è il titolo del romanzo d’esordio di Francesca Vignali Albergotti, pubblicato da Fazi editore. La storia ha una trama che paragonerei ad un gustoso e sfizioso minestrone, perché quello che l’autrice mette sulla carta, non è una vicenda dove il protagonista è uno solo. Quello della scrittrice, originaria di Verona, è un romanzo corale. Dodici sono i personaggi che caratterizzano la dozzina di storie presenti in questo libro e, tutti, sono lo stereotipo, o forse sarebbe meglio dire, la “macchietta” dei tanti comportamenti che caratterizzano la nostra specie umana. Le diverse creature letterarie sembrano essere le une indipendenti dalle altre, invece, la Albergotti costruisce un impianto narrativo nel quale tutti i suoi personaggi, apparentemente slegati tra loro, diventano protagonisti di un’unica storia, nella quale sottili fili, quasi invisibili, informano noi lettori dei legami esistenti tra i vari attori narrativi. Tanto per farvi un esempio, il romanzo si apre con Susy, una donna di mezza età che si mantiene in forma e al passo con i tempi. Accanto a lei, il nuovo marito Carlo, un tipo che dimostra di essere infallibile con il gentil sesso. Quest’ultimo ha un figlio, Leonardo, depresso e abbattuto, pronto a guarire grazie all’aiuto di Paola, una psicologa professionista, innamorata persa del paziente omosessuale. Paola è sposata, ha due figli (Camilla e Gianmaria) che, all’apparenza, non dimostrano problemi e un marito, Edoardo, perfetto ingegnere. Potrei fermarmi qui, ma è giusto che vi faccia conoscere anche gli altri protagonisti. Così, Edoardo, non abbastanza soddisfatto della propria vita coniugale, ha un amante, Rebecca, ex fidanzata di Andrea, che si è già pentito di averla lasciata per Irina. La straniera Irina pensa con nostalgia a Peppe, un ricco imprenditore, pure lui sposato con Gloria. Più ci si addentra nella storia, più l’autrice porta chi legge dentro a vite che, dietro una superficie di luccicante perfezione, dimostrano una fragilità estrema e incombente. Si viene a sapere come certe donne di mezza età pensino più al botulino, che al marito (fardello) malato di demenza senile. Ci son adolescenti infelici di se stessi e del proprio fisico, pronti a tutto pur di raggiungere il peso perfetto. Vicino a loro, futuri padri pronti ad amare il proprio pargolo, ma pentiti di essersi innamorati di una donna che è pura forma e zero sostanza. E che dire dei furbetti che si sono arricchiti con giochetti loschi, senza rendersi conto che, come ricorda un noto detto popolare: “le bugie hanno le gambe corte”? Questo romanzo di vita si inoltra nella profondità dell’animo umano e ci spiazza mostrandoci le paure, le ossessioni, la voglia di riscatto da una vita non felice e la fragilità caratteriale che contrassegna tutti i diversi personaggi. I protagonisti sono “tipi” umani minati dalla solitudine, dall’incapacità di essere sinceri con se stessi e con il mondo che li circonda. Ognuno di loro è come bloccato e incapace, non si sa per colpa di chi o cosa, a comunicare e ad esternare il proprio malessere. In Nonostante tutto, le creature della Albergotti sono lontane tra loro e sono individui così strambi da sembrare quasi surreali, ma se provassimo a metterli in relazione alla nostra vita reale, ci renderemmo contro che, forse, nonostante tutto, tanto diversi da noi non sono.

Francesca Vignali Albergotti, nata a Verona, ha vissuto a Bologna e negli Stati Uniti prima di trasferirsi ad Arezzo, dove vive in una grande dimora-albergo risalente al 1100, dopo aver sposato un uomo che è anche un marchese. Amante della musica, legge molto e dorme poco, cucina e scrive ossessivamente.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Fazi.

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:: Benzine, Gino Pitaro (Ensemble, 2015) a cura di Valeria Gatti

13 dicembre 2015 by
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“ … c’è una teoria che dice che anche i più piccoli avvenimenti possano insegnarci qualcosa … magari ciò che ci riesce nella vita, anche le cose più piccole, hanno un senso nella nostra esistenza, se le sappiamo leggere senza superstizioni …”

Nel lontano 1929, pochi anni prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, a Sacile, ridente cittadina friulana incorniciata dalle acque del Livenza e divenuta Città decorata al Valor Militare per la Guerra di Liberazione per la sua fervida attività partigiana durante il conflitto bellico, Pier Paolo Pasolini non superò la prova di italiano necessaria per accedere al ginnasio. Chissà cosa pensò il giovane Pasolini vedendo in rosso, probabilmente, il suo nome nella tabella esposta sul vetro della scuola. Forse si sentì inadeguato al ruolo che egli voleva ricoprire, forse provò rabbia e dentro di lui nacque un sentimento di profonda ingiustizia verso chi non riconosceva il suo talento. Sicuramente non si fece abbattere da quell’ostacolo perché si presentò per l’esame una seconda volta e lo superò. Il resto divenne storia e lui e le sue opere, amate e odiate, osannate e condannate, formarono parte della nostra cultura.
E, il Pasolini della periferia di Roma, lui che si accontentava della sua passione, che sospettava dei neonati borghesi del dopoguerra, gli stessi perbenisti che puntavano il dito su lui e sulle sue opere, per molti aspetti, si incarna delicatamente in Luigi, il protagonista del nuovo romanzo di Gino Pitaro “Benzine” pubblicato dalla Edizione Ensemble.
Luigi è un ragazzo come tanti. Uno di quelli che non può contare sul conto in banca dei genitori per ottenere il dottorato. Uno di quelli si butta nella giungla dei precari con l’innocenza di un bambino. Uno che non si spaventa di fronte alla dura ed estenuante vita del pendolare che non sa quando partirà né tantomeno se e quando arriverà a destinazione. Uno che non smette di sognare e che, nonostante tutto, ha la capacità di accettare il suo non perfetto presente col sorriso.
Lo sfondo narrativo è quello della periferia romana moderna con i suoi palazzi fatiscenti in cui vige il divieto assoluto alla debolezza, nella quale anche il degrado diventa una solida abitudine, il tutto condito da una spiccata ironia che si respira nelle avventure del protagonista, nei brevi dialoghi e nei lunghi confronti che Luigi ha con gli amici che crede intimi e fidati, negli scambi di messaggi di circostanza tra lui e gli sconosciuti invisibili che appaiono sulla sua strada.
Un romanzo scritto da una penna calda, ironica, leggera e precisa che oltre ad aprirci le porte della Roma di periferia con i suoi tanti contrasti attraverso la voce di Luigi, offre numerosi spunti per osservare meglio la nostra società.
Un viaggio lungo attraverso il mondo dell’istruzione, nel quale è sempre più complesso dimostrare le proprie capacità:

… senta, tra noi assistenti se ci conosciamo ci vogliamo mangiare vivi, se non ci conosciamo ci ignoriamo … stiamo preparando un concorso, seguire voi che avete già il fiato sul collo su di noi e che anzi ci sopravanzate è un peso … non so se mi spiego …”

Una ricca e a tratti divertente analisi della vita lavorativa, precaria e logorante:

“ … la parola che apre le porte del primo articolo della Costituzione è CALL CENTER… una volta ho saputo di uno che offriva chiarimenti in merito alla Costituzione. Il top credo sia rispondere per venti centesimi a chiamata (lordi) a una persona che ti chieda delucidazioni riguardo all’articolo primo …”

E sotto la crosta delle vicende quotidiane, si celano altri importanti messaggi, diretti e sempre attuali, come quello dell’integrazione culturale e razziale : “… non sappiamo se la nostra bandiera sia verde, bianca e rossa o blu, gialla e rossa …”, dell’amicizia che tradisce i sentimenti “ … cosa sappiamo in effetti della vita degli altri? …” dell’amore che nasce inaspettatamente “ … a proposito, adesso facciamo coppia …”.
La scelta stilistica di affidare il compito della narrazione al protagonista rende “Benzine” una sorta di diario speciale nel quale le riflessioni vengono trattate con impegno e semplicità e nel quale ogni pagina nasconde una semplice e grande verità.

Gino Pitaro nasce a Vibo Valentia il 7 luglio 1970. Nel suo percorso svolgevarie attività, tra cui quella di redattore e articolista freelance e di documentarista indipendente. Nel 2011 esce il suo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), che ottiene buoni riscontri di critica e diviene una delle opere underground più lette nel 2012. Babelfish, racconti dall’Era dell’Acquario è il secondo libro, con il quale vince il Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata III ediz. (sez. narrativa edita), il premio speciale antologia al Concorso Letterario Caterina Martinelli II ediz., il premio giuria al Concorso Letterario Città di Parole III ediz. – patrocinato dalla Città di Firenze, dall’AICS (sezione cultura) e dall’Associazione Artecinema Rive Gauche -, il riconoscimento Libri di Morfeo, 4° posto (Città di Siracusa). Babelfish inoltre è stato segnalato al concorso Percorsi Letterari dalle Cinque Terre al Golfo dei Poeti I ediz. Benzine è il nuovo romanzo.

Source: omaggio dell’autore.

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:: Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi, Carlo Sperduti (Gorilla Sapiens Edizioni, 2013) a cura di Federica Guglietta

12 dicembre 2015 by
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Chi mi legge da tempo su Liberi di Scrivere avrà notato che nelle mie letture tendo a prediligere le raccolte di racconti. A dire il vero, quasi tutto il 2015 è stato per me l’anno delle raccolte di racconti. Non solo, certo, ma in larga parte. Ecco, allora altro giro, altra raccolta, altra recensione.
Prima di parlarvi di “Un terribile intanchesimo e altri rattonchi”, però, vorrei fare una cosa che, di solito, non mi era mai capitata: presentarvi prima la casa editrice che lo ha pubblicato, Gorilla Sapiens Edizioni – piccola casa editrice indipendente romana che seguo da un anno e più tramite social e che ho avuto modo di apprezzare durante l’ultima edizione di Più Libri Più Liberi a Roma, evento a cui ho partecipato per il nostro blog collettivo, come già accennato qui, e che merita un articolo a parte, quindi direi che sì, sia proprio arrivato quel momento, provvederò. Gorilla Sapiens pubblica per lo più narrativa e tantissimi scrittori interessanti, innovativi e imprevedibili.
Pare sia proprio il caso di Carlo Sperduti che con la sua raccolta “Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi” ci offre 125 pagine da leggere in quelle giornate proprio no, in cui tutto sembra andare storto, quel maledetto giorno in cui persino il cane del portiere del condominio in cui vivete da trent’anni pare avercela con voi, sì, proprio quella mattina in cui l’unica cosa buona da fare sarebbe rinfilare la testa sotto quattro cuscini e dormire fino al giorno dopo. Ecco che, in emergenze come queste, subentra il libro di Sperduti o Loris D. Crepatu o Dr. Luce Spiratu o Ciro Del Raptus o Normanno Calvadòs.
Insomma, chiamatelo come più vi aggrada, ma aprite il suo libricino ed immergetevi nella lettura. Il vostro umore, sicuramente, ne gioverà. O ne uscirete più arrabbiati di prima e allora avrete tutto il sacrosanto diritto di prendervela prima con la sottoscritta e poi con l’autore, anche se difficilmente potremmo provvedere ai vostri danni morali, vi conviene fidarvi a scatola chiusa del consiglio di questa recensione.
Protagonisti dei racconti le più improbabili anime che potrebbero trovarsi su questa terra: una “Giorgia a caso” con una personalità davvero “a caso”, per esempio. Una cena a quattro “Nonostante Eleonora”, perché proprio quel “nonostante” sta a voi scoprirlo. Il mistero irrisolvibile di un “nano seduto”. La storia di un “turuttuttù nairananài” ossessivo compulsivo ripetuto nella testa di una donna e poi del suo dottore, e tante altre storie.
Un libro da leggere assolutamente per migliorarsi la giornata con sferzante ironia, pastiche letterari e paradossi inaspettati.

Carlo Sperduti, classe 1984, vive e scrive a Roma, dove si occupa di eventi e laboratori letterari. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da CaratteriMobili e Zero91.
Per Intermezzi Editore ha pubblicato “Caterina fu gettata” nel 2011, “Valentina controvento” nel 2013 e “Ti mettono in una scatola” nel 2014.
“Un terribile intachesimo e altri rattonchi” (dicembre 2013) è il suo primo libro edito da Gorilla Sapiens Edizioni. Sempre per Gorilla Sapiens pubblica “Lo Sturangoscia” (2015), romanzo scritto a quattro mani insieme a Davide Pedrosin.
Uscirà prossimamente il suo “Episodi di vita e di morte dell’uomo che faceva le cose al contrario”.
Il suo blog è: http://carlosperduti.wordpress.com

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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:: Lo Strano Manoscritto Ritrovato in un Cilindro di Rame, James De Mille (Marcos Y Marcos, 2015) a cura di Davide Mana

11 dicembre 2015 by
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Strano destino, quello di James De Mille.
Docente universitario di Letteratura Classica e prolificissimo narratore popolare, il canadese De Mille (1833-1880) ottenne fama e successo dopo la propria morte, quando il suo Lo Strano Manoscritto Ritrovato in un Cilindro di Rame venne pubblicato a puntate su Harper’s Weekly e successivamente in volume, nel 1888.
Strano destino, si diceva, perché il romanzo – per ovvi motivi scritto prima del 1880 – venne pubblicato dopo il successo planetario de Le Miniere di Re Salomone (1885) e Lei (1886), di Henry Rider-Haggard – e furono in molti a segnalare come il romanzo di De Mille fosse “palesemente ispirato” ai lavori dell’autore inglese.
Maltrattato dalla storia e a lungo patrimonio di una piccola comunità  di appassionati di letteratura d’avventura, ora il romanzo di De Mille viene pubblicato in italiano da Marcos y Marcos, nella traduzione di Pietro Polidori.
Nel febbraio del 1850, i passeggeri dello yacht Falcon, in preda alla bonaccia fra le Canarie e Madeira ritrovano un cilindro di rame alla deriva. All’interno, lo strano manoscritto di Adam More, marinaio inglese naufragato poco dopo essere salpata dalla Tasmania.
More narra del suo arrivo in una misteriosa isola tropicale annidata fra i ghiacci antartici. Accolto dalla civiltà  che popola questi luoghi, More deve confrontarsi con un mondo popolato di mostri preistorici. Il popolo che abita queste terre si definisce Kosekin, capovolto, nel quale la luce viene sfuggita in favore delle tenebre, e la ricchezza viene considerata un malanno da punire a termini di legge. La morte viene venerata come una divinità, e nulla è più catastrofico dell’amore corrisposto, e quando More incontra Almah, anch’essa una straniera arrivata dal mondo esterno, la vicenda si complica alquanto.
Il “Cilindro di Rame” di De Mille si inserisce in un filone – quello dei mondi e delle civiltà  perdute – che fu molto popolare fra la fine del Diciottesimo e la prima metà  del Ventesimo secolo. Oltre al già  citato Rider Haggard, possiamo ricordare E. A. Poe, Edward Bulwer-Lytton, e soprattutto Arthur Conan Doyle e Edgar Rice Burroughs, come rappresentanti del genere.
De Mille fa chiaramente riferimento a Poe fin dal titolo (il suo “manoscritto” riecheggia quello “trovato in una bottiglia” dell’autore americano), e si ispira al Gordon Pym di Poe nel delineare le avventure di Adam More.
Il continente misterioso in acque antartiche inesplorate e popolato di creature preistoriche ricorda l’isola di Caprona de La Terra Dimenticata dal Tempo (1918) di Edgrar Rice Burroughs – e indubbiamente il padre di Tarzan conosceva ed apprezzava De Mille.
Ciò che distingue il lavoro di De Mille dai principali lavori del genere è tuttavia l’impianto palesemente satirico, quasi “swiftiano” della sua storia. Meno interessato rispetto ai suoi colleghi all’avventura per il gusto dell’avventura e all’esplorazione dei grandi misteri del passato, De Mille vuole sbertucciare i valori fasulli e l’ipocrisia dei suoi contemporanei. Ciò rende il suo romanzo al comtempo più attuale e più datato rispetto alla produzione media del “lost world romance”. Attuale, perché l’ipocrisia e i valori fasulli sono sempre attuali, nonostante sia passato più di un secolo. Datato, perché questo tipo di satira feroce ma manierata si legge oggi con un certo senso di nostalgia.
Lo Strano Manoscritto Ritrovato in un Cilindro di Rame si legge con piacere, dall’inizio “classico” fino al finale che è tutto fuorchè classico (e lasciamo ai lettori il piacere di scoprirlo). Si tratta di un testo fondamentale della letteratura fantastica, ed è stato dimenticato troppo a lungo.

James De Mille. Nato a Saint John nel 1833, James De Mille era figlio di un ricco mercante. Navigò per il mondo in lungo e in largo sui velieri del padre, attraversò l’Europa a piedi e si fermò in Italia molto a lungo. Si divertiva a imparare le lingue (pare sia arrivato a parlarne dodici) e a osservare luoghi, persone e usanze. Tornato in Nord America, si lanciò avventurosamente nel commercio di libri, dimostrandosi ben presto più tagliato per la scrittura e l’insegnamento della storia. Si dilettava con ogni forma d’arte, illustrava Omero per i suoi quattro figli, e chi lo accompagnava nelle lunghe battute di pesca era avvertito: a bordo si parlava solo latino “per non profanare i misteri della pesca”. Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame è uno dei suoi romanzi più celebrati, incredibilmente inedito in Italia fino a ora; recentissimo il suo fortunato rilancio in Inghilterra.

Pietro Polidori, vive in Namibia, dove possiede un’azienda che produce un olio cosmetico molto ricercato. Lavorano senza impatto alcuno sull’ambiente e a stretto contatto con le comunità rurali che gli forniscono le materie prime. Incidentalmente, è consigliere di ambasciata dell’Ordine di Malta presso la Repubblica di Namibia, ancorché dimissionario: l’Ambasciata gestisce una scuola/asilo/orfanotrofio che si prende cura pressoché totale di 170 bambini circa.
In tutte le attività è supportato da sua moglie e dai suoi due figli, tutti e tre attualmente in Italia dal momento che il secondogenito ha ancora pochi mesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Roberta dell’Ufficio Stampa Marcos Y Marcos.

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:: L’opossum nell’armadio di Lorenzo Spurio (Poetikanten, 2015), a cura di Serena Bertogliatti

11 dicembre 2015 by
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Chiusi il libro e con calma lo riposi nel mio zaino. Io non avevo nessuna fretta. Una donna dall’altra parte del corridoio mi guardava perplessa, pensando, forse, di organizzare una colletta umanitaria per pagare il mio biglietto. Prima di abbandonare l’autobus, mi avvicinai al viso del controllore e gli ruttai in faccia. La maleducazione che mi aveva trasmesso con i suoi modi per nulla professionali aveva, infatti, originato in me una tensione nervosa sotto forma di spasmi anomali allo stomaco. Non mi voltai a guardare la sua espressione. L’autista chiuse le porte dell’autobus e se ne andò. E così, non arrivai mai a Huesca.

L’opossum nell’armadio di Lorenzo Spurio (Poetikanten Edizioni, 2015) è un bestiario di disagi contemporanei, soprattutto ma non solo italiani. La lente d’ingrandimento punta là dove la sfera sociale e quella intima sfregano l’una sull’altra senza riuscire a incastrarsi, come due coinquilini riluttanti in una nicchia claustrofobica, e il risultato non può essere che uno: una bruciante abrasione su ambo le superfici.
La domanda sembra essere: come reagisce l’opossum – “uno dei mammiferi più soggetto ai predatori”, ci ricorda Spurio – quando il mondo lo assedia?
L’antologia, che dell’opossum fa una metafora per l’essere umano, offre ventuno possibili scenari, ventuno racconti brevi tramite cui osservare quanto e come ci si dibatta più o meno goffamente quando la realtà – sia quella interiore o quella esteriore – ci tiene sotto scacco.
Il prototipo umano osservato da Spurio è, essendo figlio della società che lo forma (e deforma), in buona parte italiano. Ne L’opossum nell’armadio troviamo il padre di famiglia che non regge alla batosta morale della crisi economica; il fuorisede mammone che ama-odia il cordone ombelicale che lo nutre; l’impiegato che un sistema kafkiano scaglia verso mansioni per cui non è competente, ma per cui s’improvvisa; la ragazza rea di aver esposto il proprio corpo in una di quelle microsocietà di perenne provincia in cui il maschilismo si fa feudatario. Ma ci sono anche temi che della penisola hanno solo la spezia con cui la narrazione li ha insaporiti: la morte di cari e la troppo pesante eredità lasciata o l’incolmabile vuoto delle eredità non lasciate; i sensi di colpa che non emergono ma dall’abisso chiudono porte; le piccole-grandi cose con cui ci si consola dall’amarezza di certe vite. E via discorrendo.
La prospettiva da cui Spurio decide di narrare questi frammenti di disagio è ambigua. I suoi narratori – a volte in prima, a volte in terza persona – non sono asettici antropologi che si limitano a registrare le azioni e le affermazioni dei tartassati protagonisti e delle tartassate protagoniste. Al contrario, la narrazione è spesso interna ai personaggi. Ciò nonostante, non ci sono né un’immedesimazione patita – che stravolgerebbe la percezione di questi sofferenti esseri umani, e con essa la prosa – né l’occhio clinico-tecnico dello psicoanalista che fa dell’accuratezza il proprio strumento e che renderebbe ogni racconto un’anamnesi. Né antropologo, né em-patizzante, né psicoanalista… Che cosa, allora?
Non sono riuscita a capire questa (non)scelta di prospettiva dell’autore, trovandomi – al termine di alcuni racconti – a fronteggiare la domanda:
E quindi?
Perché, per quanto tutti assieme i racconti vadano a comporre un interessante bestiario, alcuni di essi, presi singolarmente, non mi hanno lasciato molto. O, meglio, non ho capito che cosa l’autore mi stesse servendo sul vassoio, tra i tanti ingredienti. Non una novità (le casistiche presentate da Spurio sono per la maggior parte già note), non un’introspezione che mi permettesse di nutrirmi di quei dettagli che a un’occhiata esterna non sono concessi, non una prospettiva che ribaltasse la canonica interpretazione di alcuni accadimenti.
Ci sono, qui e lì, interpretazioni, analisi (che, nel caso della narrazione in prima persona, divengono autoanalisi) dei sommovimenti psicologici che sembrano voler essere perno della raccolta, ma tali analisi sono distaccate (pur essendo immedesimate) e a tratti didascaliche, come nello stralcio riportato a inizio recensione (“La maleducazione che mi aveva trasmesso con i suoi modi per nulla professionali aveva, infatti, originato in me una tensione nervosa sotto forma di spasmi anomali allo stomaco”).
Questa immedesimazione distaccata, qui e lì corollata da diagnosi non tecniche, sembra essere il filo conduttore de L’opossum nell’armadio. Se è voluta, non riesco a capirne l’intento, il potenziale, l’irriproducibilità. Non riesco a capire se sia una scelta e, se lo è, che cosa abbia scelto che io non riesco a vedere.
Tranne, forse, con qualche eccezione.
È il caso del racconto “L’ultimo compleanno”, il cui finale ha una strana, deliziosa perché amara, ironia, che giova non poco del tono distaccato, quasi noncurante, con cui l’evoluzione della condizione socio-economica del protagonista mammone viene narrata. Da un nido a un altro. Da un cordone ombelicale a un altro. Come se nulla fosse. Con nonchalance, appunto.
È il caso, opposto, del racconto “Una casa fredda”. La compostezza glaciale della prosa rende perfettamente il carattere di Mariano, uno di quegli zii un po’ burberi che diventano in fretta i preferiti dei nipoti. In questo frangente la mancanza di connotazione emotiva della narrazione sembra un riflesso dell’incapacità di esprimersi dell’uomo – perché, se Mariano sapesse far parlare i propri sentimenti, il finale di questo racconto non sarebbe così raggelante. Ma neanche così bello.
C’è, infine, la spinosa questione dei congiuntivi fuori luogo. Non si tratta di congiuntivi mancanti laddove dovrebbero presenziare (il classico “Penso che è tardi”, ad esempio), ma del contrario. L’antologia mostra infatti esempi del cosiddetto “ipercorrettismo”: il congiuntivo viene usato laddove sarebbe corretto il più semplice indicativo (“Lei mi guardò sorridendo come se ciò che avessi detto fosse una grande sciocchezza…”; “La cucina le piaceva anche se non fosse la tipa che comprasse libri di ricette…”; “Sapevo che si trattasse degli stessi mocciosi, ma dall’altezza in cui mi trovavo, loro non mi riconobbero”). Tale caratteristica stride con una prosa che, come detto, non si fa modellare dal modo di parlare dei protagonisti, ma si presenta invece stabilmente nella forma di un italiano sintatticamente complesso, con scelte lessicali proprie dello scritto più che del parlato. L’impressione generale che rimane è quella di un italiano (mal) controllato, in un’antologia che avrebbe beneficiato di un intervento di proofreading ed editing più attento e profondo.

Lorenzo Spurio (Jesi, 1985) è scrittore di saggistica e narrativa, fondatore della rivista di letteratura Euterpe, presidente del premio “L’arte in versi” e Presidente di Giuria del premio “Città di Fermo”.

Source: omaggio dell’autore.

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:: Il silenzio del lottatore, Rossella Milone (minimum fax, 2015), a cura di Federica Guglietta

10 dicembre 2015 by
max

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Penso che una delle cose più difficili al mondo sia parlare d’amore e affini senza cadere nel patetismo. Per questo motivo, non leggo mai storie, racconti, favolette che abbiano come centro assoluto quest’argomento, di solito preferisco starne lontana. Non perché sia la persona meno immaginaria che potreste incontrare, tutt’altro. Adoro le raccolte di racconti, ma ho bisogno di realismo. Paradossalmente, preferisco un libro che faccia male per quanto è forte, vero e crudo a tanti altri. Un pugno allo stomaco ben assestato che ti fa pensare che, in effetti, la vita è proprio così.
Ho preso Il silenzio del lottatore a scatola chiusa. Di sera, in una libreria adiacente al cinema, poco più di mese fa. Ci ho messo un po’ ad iniziarlo, ho impiegato pochissimo a finirlo. Dal primo momento, la Milone ha scardinato tutte le mie convinzioni e le mie reticenze. Non storie d’amore, ma storie sull’amore. In tutte le sue forme, a trecentosessanta gradi.
Quell’amore sconosciuto che fa crescere, che consola, che rassicura, che abbandona, che ferisce, che uccide. Quell’amore malcelato, taciuto, gridato, sbattuto, sensuale, represso, abitudinario, sorprendente, malinconico, desiderato, passato e futuro, allontanato, pregato, pianto. Quell’amore che graffia, scalpita e strepita, quell’amore che a volte non è più amore, quell’amore che ancora non lo è del tutto.
In questa raccolta di racconti nulla è lasciato al caso: con una precisione quasi chirurgica, l’autrice penetra nella vita delle protagoniste, mettendo in luce le loro fragilità e le loro contraddizioni. La narrazione è lenta, le descrizioni vivide e accurate. Ogni personaggio ha un qualcosa che lo caratterizza, che riesce a descriverlo senza che ci sia bisogno di aprire bocca. Una peculiarità che è la sua, ma che può essere estesa come categoria generale. Eppure, in quel momento, quelle persone, quelle donne, quelle amanti rappresentano un unicum difficilmente replicabile, allo scopo di far capire e comprendere a fondo a noi che leggiamo quanto l’amore ci sconvolga nel nostro intimo. E ci riesce. Sempre con quel pugno ben assestato, ma ci riesce.
Pagina dopo pagina, si riesce ad entrare nella storia per osservarla più da vicino, avvertendo le sensazioni delle preadolescente che scopre amore e attrazione grazie ai ricordi un po’ sbiaditi di un’anziana signora; della ragazza che, per sentirsi desiderata, finirà per allontanarsi dalla sua più cara amica in un misto di invidia, frustrazione, paura e dolore; di chi si illude di aver trovato l’uomo della propria vita; di chi cerca di raccogliere i cocci dopo l’ennesima delusione sentimentale… e ancora di chi, superata una certa età, deve trovare la forza di lasciarsi alle spalle i propri sbagli e l’orgoglio per tentare di salvare il proprio matrimonio in situazioni che possono sembrare irreali.
In silenzio. Perché è questo il modo migliore di lottare e farsi male, di continuare ad amore e trovare, così, la forza per ricominciare.

Rossella Milone, classe 1979, è nata a Napoli e vive a Roma. Ha pubblicato diverse raccolte di racconti: “Prendetevi cura della bambine” (Avagliano, 2007), con cui ha ricevuto una menzione al Premio Calvino, e “La memoria dei vivi” (Einaudi, 2008). Esce per Laterza il suo “Nella pancia, sulla schiena, tra le mani” (2011) e per Einaudi “Poche parole, moltissime cose” (2013). Scrive per diverse testate giornalistiche ed è coordinatrice di “Cattedrale”, osservatorio sul racconto. Il suo sito è rossellamilone.it

Source: acquisto personale.

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Info: disponibilità immediata solo un pezzo.

:: Le solitudini dell’anima, Maurizio de Giovanni (CentoAutori, 2015)

9 dicembre 2015 by
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Ve lo sareste mai aspettato che Maurizio de Giovanni, autore della saga del Commissario Ricciardi e dell’Ispettore  Lojacono, nonché uno degli autori italiani più venduti e amati anche all’estero avesse una vena horror di tutto rispetto? Diciamo che qualche sospetto l’ avrete pure avuto leggendo le vivide descrizioni delle anime morte che appaiono come una maledizione al commissario Ricciardi ogni volta che attraversa a piedi la Napoli degli anni ’30 recandosi o in Commissariato o sul luogo di qualche macabro delitto. Per alcuni de Giovanni è troppo sentimentale, melanconico, quasi melodrammatico, quando invece nasconde un’ anima gotica davvero interessante, che andrebbe coltivata. Me ne sono accorta in modo inequivocabile leggendo i racconti contenuti nella raccolta Le solitudini dell’anima, edito da Edizioni CentoAutori. Il primo racconto è un inedito di Ricciardi, gli altri invece sono storie contemporanee. Senza spoilerare troppo troverete cannibali, confessori assassini,  anime dannate, vecchi che riflettono sul potere e sui suoi lati demoniaci. Ci sono anche racconti divertenti, ironici, leggeri per così dire ma in altri l’orrore ha dita sottili e si insinua nelle pagine come un ragnatela di fili di seta.  Il sovrannaturale, sebbene presente, non è mai del tutto consolante, o rassicurante, c’è sempre uno spiraglio ma non è ben chiaro dove porti. Il gusto per il macabro però non è quasi mai puro splatter, anche se qualche timido passo è stato fatto in questa direzione ma più con lo scopo penso di creare inquietudine nel lettore che vera e propria paura. Anche se la paura della follia in Ricciardi, per esempio, è molto reale, concreta, forse maggiore della paura generata dalle mere allucinazioni orrorifiche quanto si voglia. I fantasmi ricciardiani hanno connotazioni spaventose e grottesche, pur se prevale una certa compassione specialmente quando i personaggi sono bambini. Nella prefazione Paola Egiziano, sua moglie con cui divide la vita da ormai molti anni e cura le prefazioni dei suoi libri per CentoAutori, riporta un episodio bizzarro in cui una giornalsita l'”accusa” di essere lei l’autrice dei libri di de Giovanni, e per quel poco che lo conosco è più che evidente che ciò sia impossibile. La vera curiosità è invece vedere se de Giovanni si cimenterà davvero in un romanzo o una raccolta di racconti puramente horror, dove non solo siano presenti suggestioni di tal genere. Questa sì che sarebbe una sfida interessante. E sono certa farebbe davvero paura.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha pubblicato con crescente successo la saga del commissario Ricciardi, ambientata nella Napoli del fascismo e composta dai romanzi Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi (2007), La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi (2008), Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi (2009), Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi (2010), Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi (2011), Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi (2012), In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi (2014) e Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi (2015), tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero. Nel 2012 è uscito per Mondadori il romanzo Il metodo del coccodrillo, a cui hanno fatto seguito i romanzi I Bastardi di Pizzofalcone, Buio per i Bastardi di Pizzofalcone e Gelo per i Bastardi di Pizzofalcone, tutti editi da Einaudi Stile Libero. Nel 2015 è uscito il romanzo Il resto della settimana, edito da Rizzoli, dedicato alla vera passione dello scrittore: il tifo per il Napoli. Per Edizioni Cento Autori sono uscite le antologie L’omicidio Carosino. Le prime indagini del commissario Ricciardi (2012), Le mani insanguinate (2014) e Una lunga notte (2015), con Alessandra D’Antonio.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Salvatore dell’Ufficio Stampa CentoAutori.

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:: Silver. L’ultimo segreto: La trilogia dei sogni [vol. 3], Kerstin Gier (Corbaccio, 2015) a cura di Micol Borzatta

9 dicembre 2015 by
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Ed eccoci arrivati agli eventi finali. Henry e Liv sono riusciti a fare molta pratica nei corridoi dei sogni, specialmente dopo quello accaduto a Mia, la sorellina di Liv, ma purtroppo sono ancora deboli rispetto ad Arthur. Non si sa esattamente come faccia ma ha la capacità di programmare le persone nei loro sogni a fare qualsiasi cosa lui voglia senza che la povera vittima abbia il minimo ricordo, esattamente come aveva fatto con Mia quando credevano che fosse solo un attacco di sonnabulismo.
Oltre ad Arthur un altro pericolo si aggira per i corridoi dei sogni: Anabel. Uscita dalla casa di cura ha deciso di smettere con i medicinali che le avevano prescritto per la sua schizofrenia e ora sta continuando a minacciare Liv ed Henry del ritorno del Demone delle Tenebre.
In concomitanza con tutto questo altri strani eventi stanno accadendo, l’apparizione di strane piume nere e un’oscurità misteriosa che invade i corridoi dei sogni.
L’unica bella notizia è che Jasper è tornato dalla Francia, il gruppo è al completo, ma Jasper non vuole saperne più niente di viaggi nei sogni e demoni.
Liv, Henry e Grayson sono rimasti da soli a combattere con le forze oscure, fino a ora hanno vinto tutte le battaglie, ma vinceranno anche questa?
Con L’ultimo segreto si conclude la trilogia della saga Silver. Una saga avvincente che saputo coinvolgere i suoi lettori fin da subito, nonostante si siano riscontrati alcuni spunti presi da dei telefilm, ad esempio la figura di Secrecy assomiglia alla blogger di Gossip Girl e la presentazione della famiglia di Ernest ricorda molto Cruel Intentions, ma nonostante questo si nota subito una trama molto ben sviluppata e coinvolgente.
Peccato che questo coinvolgimento e il brio della narrazione lo andiamo a perdere durante la lettura del secondo romanzo e per una buona metà del terzo a causa di un rallentamento della storia. L’autrice infatti per trasmettere nel modo più concreto possibile al lettore lo stallo in cui si trovano i protagonisti cade nella noia, racconta eventi che sembrano essere tutti uguali, ogni tanto dà qualche spunto facendo accadere un piccolo colpo di scena o rivelando un’informazione utile e nuova ma le lascia cadere subito nel nulla lasciando così il lettore ad arrancare nella lettura fino a metà del terzo romanzo, ovvero di L’ultimo segreto appunto, dove con un grandissimo colpo di scena si vede la narrazione salire nuovamente a vertici mai visti con eventi travolgenti che rapiscono il lettore assorbendolo fino alla fine del romanzo, dove si dimentica delle parti lente, delle pagine arrancate e vorrebbe solo continuare a leggere la storia dei suoi beniamini per seguirne le vite, invece di doverli a malincuore salutare per sempre dopo l’ultima pagina.
Bisogna riconoscere alla Gier che ha saputo descrivere gli ambienti dei sogni e il procedimento dei sogni lucidi con grande maestria sapendo trasportare il lettore ogni volta in mondi nuovi e invogliandolo a provare lui stesso a mettere in pratica gli insegnamenti di Liv per poter a sua volta vivere avventure grandiose.
Un romanzo che oltre a parlare di sogni sa far sognare grandi e piccini.

Kerstin Gier nasce a Bergisch Gladbach nel 1966.
Dopo aver studiato musicologia germanica e anglistica è passata alla pedagogia della comunicazione e alla psicologia, fino a laurearsi in Educazione e diventare insegnante.
Nel 1995 ha iniziato a scrivere romanzi femminili.
Nel 1996 ha scritto Männer und andere Katastrophen da cui hanno tratto un film con Heike Makatsch.
Nel 2005 ha ricevuto il Premio Delia internazionale per Ein unmoralisches Sonderangebot come miglior libro della letteratura romantica in lingua tedesca.
Anche della sua Trilogia delle gemme è stata realizzata una serie di film: Ruby Red uscito in Germania nel 2013 e Ruby Red II uscito nel 2014.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Un’ intervista con Carola Blasi, a cura di Elena Romanello

8 dicembre 2015 by

caroCarola Blasi ha scritto il libro Alla ricerca della felicità, non un diario autobiografico, ma la storia di un cervello in fuga italiano a Barcellona, divisa tra lavoro, amiche, sogni, amore per gli animali. La abbiamo incontrata per parlare del suo libro ma anche di quello che c’è dietro.

Come è nata l’idea della storia che racconti?

Qualche anno fa viaggiavo molto per lavoro e tra treni, aeroporti e notti solitarie in hotel avevo più tempo libero di quello che mi sarebbe piaciuto…così cominciai, quasi per scherzo, a mettere nero su bianco (esagerando un po’, diciamoci la verità) tutto ciò che non mi piaceva del mio lavoro e i vari dubbi che mi frullavano per la testa. Prima quasi di rendermene conto mi ritrovai con pagine e pagine scritte…a quel punto decisi di creare dei veri e propri personaggi, tracciare una storia e trasformare le mie lamentele in un vero e proprio libro 🙂

Il tuo libro si svolge quasi tutto a Barcellona: che rapporto hai con questa città?

Vivo a Barcellona! Proprio come la protagonista del libro ho vissuto quasi tutta la vita a Torino e a 24 anni mi sono trasferita in Spagna, in una delle città che amo di più al mondo.

Uno degli argomenti del tuo libro è l’animalismo: tu ti dichiari animalista e se sì cosa fai in tal senso e come sei arrivata a fare questo percorso?

Lavoro in una ONG di protezione animale, quindi possiamo dire che dedico tutte le mie energie a questa causa. Sia io che il mio compagno inoltre siamo vegani e nelle nostre scelte quotidiane cerchiamo di essere il più coerenti possibili con la nostra decisione di rispettare tutti gli essere viventi.

Uno dei temi del libro è la possibilità, malgrado la crisi, di porsi degli obiettivi da realizzare: tu cosa consiglieresti ad un ragazzo o ragazza in tal senso?

Per quanto sia difficile (so che lo è!), gli/le direi di cercare di dimenticarsi un pochino della crisi e continuare a lottare per realizzare i suoi sogni, perché tutti abbiamo il diritto di averne! E se questo significa lavorare il doppio o rinunciare a parte del suo tempo libero…il sacrificio varrà sicuramente la pena!

Prossimi progetti?

Fare la mamma a tempo pieno fino a fine gennaio e poi ritornare al lavoro più carica di prima 🙂