:: Si chiamava Tomoji, Jiro Taniguchi, (Rizzoli Lizard 2015) a cura di Viviana Filippini

8 dicembre 2015 by
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In Si chiamava Tomoji, il disegnatore Jiro Taniguchi affronta un’epoca del Giappone (l’era Taisho che va dal 1912 al 1926) finita oggi un po’ nel dimenticatoio. In questo periodo rurale prendono forma le avventure di vita di due giovani ragazzi, i cui destini si intrecceranno per sempre. Da una parte, i disegni di Taniguchi ci mostrano Tomoji Uchida, una ragazzina di tredici anni sulla strada di casa dopo la scuola. Dall’altra parte, mentre lei cammina immersa nella natura, a casa Uchida c’è in visita Fumiaki Itô, un diciannovenne appassionato di fotografia che, poco dopo aver scattato qualche immagine, riprende il suo cammino. Sarà il verso di un falco a richiamare la loro attenzione e a far capire a noi lettori che le vite dei due ragazzi si uniranno presto. Tomoji continua a vivere la sua vita di adolescente, ma la spensieratezza verrà messa da parte presto a conseguenza di una serie di drammatici eventi che colpiranno lei e la sua famiglia. La ragazzina maturerà presto e si dividerà tra studio e lavoro, fino a quando Fumiaki Itô ricomparirà nella sua vita per restarci. Taniguchi utilizza il fumetto non solo per raccontare un’epoca storica, ma per narrarci gli amori, i dolori, i desideri e le preoccupazioni di una giovane donna che cresce in un Giappone antico, dove i ritmi della vita non son scanditi dall’orologio, ma dall’alternarsi delle stagioni. L’autore prende spunto da personaggi realmente vissuti -Tomoji Uchida e il marito Fumiaki Itô, fondatori di un’importante branca religiosa del buddismo- per fare un fumetto storico biografico ricco di sentimenti e di speranza per il futuro. Traduzione Vincenzo Filosa.

Jiro Taniguchi nasce a Tottori, Giappone, nel 1947. Nel corso della sua carriera vince numerosi premi, tra cui l’Osamu Tezuka Culture Award (1998), l’Alph’Art al Festival del fumetto di Angoulême e, nel 2010, il riconoscimento come “Maestro del fumetto” nell’ambito del Lucca Comics and Games. Tra i libri dell’autore pubblicati in italiano, Al tempo di papà, In una lontana città e, per Rizzoli Lizard, i due volumi de Gli anni dolci, La montagna magica, Uno zoo d’inverno, Un anno – Primavera, Furari – Sulle orme del vento e la serie La vetta degli Dei – tratta da un romanzo di Baku Yumemakura. Vive e lavora a Tokyo.

Source: prestito bibliotecario.

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:: Un’intervista con Rod Reynolds a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2015 by

cover68275-mediumQuest’estate ho avuto modo di leggere in inglese un libro di esordio molto interessante The Dark Inside, esattamente il genere che amo, noir vintage questa volta anni ’40. Un romanzo che spero davvero di vedere al più presto tradotto in italiano. Ora non so a che punto sono le trattative, se ci sono, ma se fossi un editore non me lo lascerei scappare. Qui di seguito potete leggere tradotta una mia intervista fatta all’autore. 

Ciao Rod. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuto sul mio blog. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Rod Reynolds?

Grazie per avermi invitato sul tuo blog! Ho trentacinque anni e vivo nel nord di Londra con mia moglie e le mie due figlie.  Sono un londinese doc e ho vissuto qui la maggior parte della mia vita, anche se ho viaggiato molto. Ho sempre avuto un grande amore per i libri e per gli Americana e, in particolare per i noir ambientati negli USA – quindi forse non è una sorpresa che il mio romanzo d’esordio, The Dark Inside, sia una storia molto radicata in quella tradizione.

Raccontaci qualcosa del tuo background e dei tuoi studi.

Mi sono laureato con una tesi in Storia e Storia Antica (molto tempo fa oramai!). E per quasi dieci anni ho lavorato a Londra nel settore pubblicitario, come media buyer. Mi sono cimentato con la scrittura per la prima volta dieci anni fa, ma non sono andato molto lontano. Ero più che altro un appassionato, però nel 2010 ho deciso di fare sul serio, seguendo un corso di formazione a distanza per studiare i fondamenti della scrittura dei romanzi, e ho scritto il mio primo romanzo (inedito) in poco più di due mesi. Mi è piaciuta molto l’esperienza e ho capito che era una cosa che volevo proseguire a fare, ma la vita vera ha ripreso il sopravvento per un paio di anni ancora. Poi, nel 2013, ho fatto un master presso la City University di Londra, con l’idea di scrivere una storia che avevo accarezzato e su cui avevo fatto ricerche da tempo- e che alla fine è diventata The Dark Inside.

Quando hai saputo che volevi fare lo scrittore? The Dark Inside ha ricevuto molti rifiuti dagli editori?

Ho sempre amato i libri, ma quando ero più giovane non pensavo di essere davvero uno scrittore, perché mi sembrava una cosa così fuori portata – come quando dici che vuoi diventare un calciatore o una rockstar. Con il tempo quando ho compiuto circa venticinque anni, però non ero soddisfatto della mia carriera, e mentre cercavo qualcosa di più appagante, ho scoperto il lavoro di James Ellroy, che è la mia più grande fonte di ispirazione. A quel punto ero così ingenuo da pensare che avrei potuto davvero provarci! La prima volta che mi ricordo di aver pensato che volevo davvero fare lo scrittore è stata quando ho letto The Cold Six Thousand (Sei pezzi da mille) – un libro che mi ha segnato profondamente e mi ha fatto pensare, ‘ Voglio farlo’ E, come ho detto sopra, appena ho provato davvero a scrivere un romanzo, ho capito che era la cosa giusta per me.
In termini di rifiuti, sono stato abbastanza fortunato con The Dark Inside dato che ho avuto un agente che ha trovato un editore molto rapidamente, e in realtà aveva diversi editori che avevano fatto offerte una volta che il libro aveva iniziato a circolare. Ma io sono stato dall’altra parte della barricata per troppo tempo – il mio primo romanzo è stato respinto da una quarantina di agenti e così si impara ad accettare che anche il rifiuto e la critica sono parte del gioco (anche se alcuni hanno detto cose molto incoraggianti sulla mia scrittura).

Leggi? Se sì, quali sono i tuoi autori preferiti?

Sì, ho sempre almeno un libro in lettura. Ci sono così tanti grandi autori che potrei citare; i miei preferiti in assoluto sono James Ellroy, David Peace, Raymond Chandler, Joseph Kanon, Don Winslow, Daniel Woodrell e James Lee Burke. Ma ho anche letto un sacco di debuttanti ultimamente, e ci sono alcuni nuovi scrittori fenomenali là fuori – Eva Dolan, Tom Bouman, Tim Baker, David Giovani, Helen Giltrow, Paul E. Hardisty, SJI Holliday per citarne solo alcuni. Davvero potrei andare avanti tutto il giorno.

Sei l’autore del romanzo d’esordio The Dark Inside , un romanzo liberamente ispirato a fatti realmente accaduti. Come sei venuto a conoscenza dei fatti relativi agli omicidi irrisolti definiti dalla stampa negli anni ’40 The Texarkana Moonlight Murders? Qual è stato il punto di partenza che ti ha portato a drammatizzarli in un romanzo?

Mi sono imbattuto nel caso per caso. Avevo guardato il film di David Fincher ‘Zodiac‘ sull’ assassino seriale denominato Killer dello Zodiaco a San Francisco negli anni ’60 e ’70, e durante le mie ricerche sul caso, ho visto un link per The Texarkana Moonlight Murders. Appena ho iniziato a leggere i fatti del caso, ho avuto la sensazione che volevo scrivere un romanzo su di essi. Gli omicidi erano così strani e brutali, e l’atmosfera a Texarkana era così claustrofobica e terrificante, che mi ha dato i brividi. Subito, ho capito che volevo usarla per raccontarli e la storia ha iniziato a formarsi, insieme con un senso di quel tipo di clima di terrore che volevo evocare.

Che tipo di ricerche hai fatto per riprodurre lo slang americano del profondo Sud anni ’40?

Ho sempre avuto un grande interesse per la cultura americana, libri e TV, così un sacco di cose provengono da questo. Ma ho anche letto e riletto libri dell’epoca, per cercare di riprodurre i modelli di discorso e il vocabolario, e ho guardato vecchi film per lo stesso motivo. Ho anche cercato di ascoltare i podcast e cose di questo genere, di texani o gente dell’ Arkansans, cercando di raccogliere alcuni degli idiomi locali che vengono utilizzati oggi, alcuni dei quali erano chiaramente abbastanza vecchi per essere stati in uso anche negli anni ’40. Poi nel 2013, mi sono recato a Texarkana, per cercare di ottenere di prima mano informazioni  sul dialetto e sul modo in cui la gente parla. Infine, la mia agente, Kate Burke, è stata fantastica nell’ aiutarmi ad affinare il testo, eliminando le cose che suonavano inautentiche o anacronistiche.

Quanto tempo ci hai messo a scrivere The Dark Inside?

Ho trascorso circa sei settimane in ricerche e pensando la storia, poi ho messo tutto da parte per due anni e mezzo e dopo sono tornato di nuovo a lavorci. Una volta che ho effettivamente iniziato a scrivere il libro, mi ci è voluto circa un anno per finire la prima bozza – sempre a causa dei miei impegni di lavoro e familiari.

Il capitolo di apertura presenta il protagonista, il giornalista Charlie Yates. Racconta ai lettori cosa succede.

Nel primo capitolo, Charlie Yates arriva a Texarkana, una piccola città sul lato opposto del paese dove vive e lavora a New York City. La vita di Charlie è fuori controllo, ha problemi con il suo lavoro, con il suo matrimonio e a causa del suo carattere. Come punizione, è un modo per emarginarlo, i suoi capi lo hanno mandato a Texarkana per occuparsi della storia di un killer che uccide coppiette, e per ora ci sono tre morti. Per Charlie ed i suoi capi, questa storia è priva di interesse, e Charlie è convinto di aver toccato il fondo assoluto con questo incarico. Ma sta per scoprire che è entrato nel bel mezzo di un incubo, e trovare l’assassino diventerà presto tutto per lui …
Potete leggere il primo capitolo qui.

Texarkana, è una piccola città rurale al confine tra Texas e Arkansas. Parlaci dell’ambientaizone del tuo libro

Texarkana è un posto molto interessante. E’ tecnicamente due città – Texarkana, Texas e Texarkana, Arkansas, ognuna con la propria forza di polizia, il sindaco, i giudici ecc. La linea di demarcazione passa proprio attraverso il centro della strada principale della città, State Line Avenue, in modo che ti trovi in uno stato diverso a seconda di quale lato della strada ti trovi. Ho trovato questa dualità interessante per diversi livelli, ed è stato un tema che ho cercato di inserire nella storia. Inoltre, nel 1946 Texarkana era un grande nodo ferroviario per i militari di ritorno dalla Seconda Guerra Mondiale, così la città era piena di soldati. Ho pensato che era uno scenario interessante per ambientarci un crimine, sia per le domande che si aprono circa l’identità del killer, e anche a causa del modo in cui la guerra ancora oscura tutto in quel punto – nel cuore dell’America, che non fu mai toccato direttamente dai combattimenti.

The Dark Inside sta ricevendo un’accoglienza molto positiva da parte dei blogger. Credi nel potere del passaparola? Stai ottenendo un feedback positivo anche da parte dei lettori e della stampa?

Sono stato molto fortunato finora, sì il libro è stato ben accolto. Credo assolutamente nel potere del passaparola, e con i social network – in particolare Twitter – si può effettivamente vederlo in azione. Certo, ci sono molte più probabilità di prendere un libro se è stato consigliato da qualcuno che conosci e della cui opinione ti fidi.
Speriamo che le recensioni positive continuino; sono certo ci saranno alcuni che non ameranno il libro, e va bene anche perché i libri sono soggettivi e tutti abbiamo i nostri gusti e le nostre opinioni, ma è particolarmente gratificante sentire feedback da persone che hanno apprezzato il mio lavoro, perché, alla fine , tutto quello che uno  scrittore spera è di raccontare una storia che alla gente piaccia.

Se Hollywood chiamasse, quali sarebbero le tue raccomandazioni per la parte di Charlie e Lizzie?

Hah – Non dovrei sfidare il destino in questo modo – e sono abbastanza sicuro che a Hollywood non interesserebbe il mio parere comunque! Se proprio mi obbligassero a una scelta, forse Johnny Depp per Charlie e Jessica Chastain per Lizzie.

Progetti per traduzioni? Hai contatti con editori italiani?

Al momento sto pubblicando solo in inglese, ma la mia agenzia ha fatto un grande lavoro per generare interesse negli editori di tutta Europa, quindi spero che il libro sia tradotto.

A che cosa stai lavorando in questo momento? Su un sequel?

Sì – sto per inviare il mio secondo libro al mio editor alla Faber. Si tratta di un sequel di The Dark Inside che vede Charlie costretto a tornare in Arkansas, nonostante i suoi presentimenti. Non appena arriva le cose vanno subito male, e Charlie scopre che è di nuovo coinvolto in un incubo di omicidi, tradimenti e corruzione. Mentre cerca di scappare, scopre che la verità potrebbe avere radici nel passato che pensava di aver sepolto …

:: Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy (Feltrinelli, 2015) a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2015 by
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Conobbi Mavis Gallant, letterariamente parlando, alcuni anni fa. Quasi per caso. Non era un nome molto conosciuto in Italia, o almeno io non sapevo quasi niente di quest’autrice canadese trasferitasi in Francia come Edith Wharton, un’altra autrice da me molto amata.
Leggendaria in patria, maestra del racconto breve con più di 100 racconti pubblicati sul New Yorker, quando anche pubblicarne uno fa di te un autore di tutto rispetto, Mavis Gallant era un nome che mi attirò per motivi bizzarri. Mi piaceva visivamente e mi piaceva il suono che si otteneva accostando Mavis a Gallant.
Ero in una libreria di Torino, poco distante da Piazza Castello e così presi un suo libro, di racconti naturalmente. E fu amore a prima vista. Passai un intero pomeriggio su al piazzale del Monte dei Cappuccini a leggere Varietà di esilio, e a pensare a come avrei fatto a intervistarla. Sarei andata fino a Parigi se fosse stato necessario.
Non ricordo se feci anche qualche reale tentativo di contatto, ma mi scoraggiò il fatto che fosse anziana e ormai malata. Non volevo distrurbarla. Tutto questo per dire che quando lessi che Livia Manera Sambuy aveva scritto un libro dove raccontava del suo incontro con Mavis Gallant, ho capito che quel libro non avrei dovuto perderlo.
Non scrivere di me non parla solo di Mavis Gallant, naturalmente, ci sono anche altri scrittori, ognuno a suo modo speciale, ma io lo scelsi per lei. E per un senso di rimpianto. Forse avrei dovuto davvero partire per Parigi, magari avrebbe trovato buffo che una blogger italiana facesse tanta strada per incontrarla, stregata dai suoi racconti.
Chissà, ora questo non potrà succedere più. Il 18 febbraio del 2014 l’ha reso irrimediabilmente impossibile. E non mi resta che vivere l’esperienza per interposta persona. Livia Manera Sambuy ha sicuramente fatto un buon lavoro, sicuramente migliore di quanto avrei potuto fare io,  non si è fatta sopraffare dalle varie personalità con cui è entrata in contatto e con eleganza e leggerezza le ha spinte oltre i paletti che probabilmente si erano poste, con una giornalista, con il mondo intero.
E così Philip Roth, Richard Ford, David Foster Wallace, James Purdy, Mavis oltre a Paula Fox, Judith Thurman, Joseph Mitchell ci passano accanto. Alcuni nomi hanno catturato la fama in modo forse eccessivo, il mito di David Foster Wallace ormai è grantico come il marmo di una cattedrale, altri sono nomi che magari non ci dicono assolutamente niente, e leggendo le parole di Livia Manera Sambuy sembra un vero peccato.
Non scrivere di me ha un pregio che forse sovrasta gli altri, che sto riscontrando anche leggendo I venerdì da Enrico’s di Don Carpenter, ti fa sentire parte di una comunità, ristretta forse, ma coesa. Una comunità dove tutti si conoscono, come una piccola città di provincia, quando si è invece sparsi per i quattro angoli del mondo, come se la letteratura avesse anche questo potere, avvicinare persone tanto diverse, che in fondo non devono neanche amarsi alla follia.
L’incontro più riuscito sicuramente quello con Philip Roth, il più triste con James Purdy, il più divertente con Richard Ford. Con David Foster Wallace si incontrarono in un Mcdonald’s sperduto in un autostrada tra Chicago e il nulla, lui non ne aveva nessuna voglia di essere lì e si chiedeva quanto importante fosse la Sambuy da far abbuonare al suo agente due favori che gli doveva pur di accettare quell’intervista, mentre lei gli spiega pazientemente che ad essere importante è il giornale per cui lavora.
Richard Ford racconta di quando sparò al libro di una scrittrice che aveva recensito in modo non tanto lusinghiero un suo libro e le mandò il libro con tanto di proiettile incastrato o della volta che sputò in faccia a un altro scrittore che sempre aveva recensito malevolmente un suo libro.
Philip Roth è più per l’autrice di uno scrittore incontrato per un’ intervista.
Paula Fox, la nonna naturale di Courtney Love, racconta di quando presentò un suo racconto a una rivista letteraria, il racconto non fu accettato, ma lei sposò chi aveva fatto la selezione.
E poi incidentalmente scorrono altri nomi, Carver, Karen Blixen, e dato che il mondo è piccolo John Banville (ancora mi deve un’ intervista) e molti altri. E in filigrana il lavoro di una giornalista culturale che intervista scrittori (DFW dice che al suo posto non lo farebbe mai), che li raggiunge in posti sperduti o al sicuro delle loro case e li invita a raccontare le loro vite, a parlare di libri, a svelarsi.  Non un elenco classico di interviste con domande e risposte. Qualcosa di più. Un bel libro per chi ama libri e scrittori.

Livia Manera Sambuy è una giornalista letteraria che scrive sul “Corriere della Sera”. Ha realizzato due film documentari su Philip Roth. Ha vissuto tra Milano e New York, ora vive tra Parigi e la Toscana. Philip Roth. Una storia americana è stato pubblicato da Feltrinelli nella collana di dvd “Real Cinema” nel 2013. Ancora per Feltrinelli, Non scrivere di me (2015).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Info: disponibilità immediata solo un pezzo.

:: Le serenate del Ciclone, Romana Petri, (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

7 dicembre 2015 by
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Dopo aver raccontato storie di personaggi d’invenzione, stavolta Romana Petri si confronta con la reale vicenda di suo padre, Mario Petri, cantante lirico e attore caratterista in tanti film tra spaghetti wester e peplum nella Cinecittà del boom economico.
Un padre eccessivo, bellissimo, attaccabrighe, sbruffone, con delle intransigenze politiche e su alcune persone, e con non poche fragilità, soprattutto quando la carriera cominciò ad andare male e una vita da sogno e da divo diventò presto una dura lotta per la sopravvivenza: una vita che si è dipanata dal 1922 al 1985, e che l’autrice racconta con i toni dell’epica, restituendo il destino di un padre che lei ha comunque amato tantissimo e che ci ha messo decenni prima di ritrovare nelle pagine del libro.
Le serenate del ciclone (ciclone era il soprannome di Mario Petri) è diviso in due parti: nella prima si ricostruisce l’infanzia, adolescenza e giovinezza picaresche del protagonista, tra fascismo, lotta partigiana, scoperta di due passioni, il pugilato e il canto lirico, con toni romanzeschi. Nella seconda parte arriva la figlia, Romana, bambina che cresce in un ambiente ricco e pieno di stimoli, per poi assistere pian piano alla decadenza di un papà che lei non smette di amare, ricambiata, mentre restano esclusi da questo rapporto unico la mamma, che affronta nel corso degli anni vari problemi di salute, e il fratello minore, nato in un momento non più di auto sportive, villa, soldi, ma di ristrettezze.
Un libro che racconta vari decenni di storia italiana, dalla dittatura fascista alla guerra, e soprattutto del boom culturale del dopoguerra, con la Hollywood sul Tevere a Cinecittà in cui tanti attori, spesso imprestati da altre arti, come la musica lirica nel caso di Mario Petri, in quello che fu un momento magico e poi molto rimpianto dopo: senz’altro è interessante per chi ha vissuto quell’epoca, ma anche per chi, più giovane, non ha conosciuto questi momenti, e magari ha sentito solo alcuni nomi, come quello di Sergio Leone, grande amico di Mario Petri e a cui l’autrice dedica alcune delle pagine migliori e più curiose.
La storia di Mario Petri racconta un eroe per sua figlia, senza nascondere però i difetti di un padre a cui l’autrice dedica alla fine alcune frasi lapidarie e strazianti, mostrando l’incapacità di superare per sempre il lutto per la perdita degli affetti più stretti: ma il libro non è comunque patetico, è gustoso, divertente, eccessivo, boccacesco e chiunque sia vissuto in quegli anni, anche da giovanissimo, troverà qualcosa di suo, anche solo la citazione di un programma tv.
Non una storia universale dell’amore filiale e paterno, ma una vicenda personale, eccezionale e unica, universale e particolare: Le serenate del ciclone non vuole essere né esemplare né agiografico, ma raccontare una realtà, una famiglia, un momento, un lutto. E non è poco.

Romana Petri è nata a Roma e vive attualmente tra questa città e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. Traduttrice, editrice e critico letterario collabora con Tuttolibri La Stampa, il Venerdì di Repubblica, Corriere della Sera e Il Messaggero. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo.

Source: libro proposto al gruppo di lettura Neri Pozza.

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William McIlvanney, (25 Novembre 1936 – 5 Dicembre 2015)

5 dicembre 2015 by

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:: Liberi junior – Berlin I fuochi di Tegel, di Fabio Geda, Marco Magnone (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello

5 dicembre 2015 by
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Tempo di fantascienza distopica per gli autori italiani: dopo Lidia Ravera con Gli scaduti e Niccolò Ammaniti con Anna, è la volta della serie di Berlin, scritta a quattro mani da Fabio Geda, diventato famoso con storie realistiche, in testa Nel mare ci sono i coccodrilli, e Marco Magnone, grande amante di storie ambientate nelle città e di Berlino in particolare.
Berlin I fuochi di Tegel è il primo libro di una serie di fantascienza distopica, anzi di ucronia, Storia alternativa, rivolta ad un pubblico di adolescenti, ma in realtà interessante anche con qualche anno in più, come succede con la buona narrativa di genere fantastico e non solo.
In una Berlino degli anni Settanta ancora divisa dal muro, un’epidemia misteriosa ha ucciso tutti gli adulti, e nella città abitata solo da giovanissimi imperversano bande, non ci sono più regole e sopravvivere è l’unica cosa che conti. Un gruppo di ragazzi, in cui spiccano Theo, Christa e Jacob, i tre protagonisti della vicenda, lotta per la sua salvezza e deve confrontarsi con la banda peggiore di Berlino, che vive nell’aeroporto di Tegel, luogo dove tra l’altro sono state girate alcune scene dell’ultimo capitolo di Hunger Games.
L’idea di fondo non è forse nuovissima, ci sono echi di un classico come Il signore delle mosche di William Golding e del recente The young world di Chris Weitz, ma la trama è interessante, avvincente e presenta un sogno di molti quando si è giovanissimi, non dover più rendere conto agli adulti di quello che si fa, diventato un incubo in un mondo non spiegato del tutto (vedremo nei prossimi libri), con un buon ritmo cinematografico e una serie di colpi di scena che fanno entrare a buon titolo il libro in un filone che oggi come oggi sembra essere uno dei più importanti della narrativa fantastica.
Interessante la scelta di una città come Berlino, non le più glamour Londra o Parigi o New York, non posti italiani come Roma, Milano o Torino, ma un luogo di intolleranza passata, divisione per decenni e oggi capace di reinventarsi e di diventare simbolo di integrazione e accoglienza, oltre che di riflessione sugli errori passati:qui il momento scelto è gli anni Settanta, in un’epoca alternativa, e i ragazzi lasciati a loro stessi ricorderanno ai meno giovani i giovanissimi perduti e realistici di Noi i ragazzi dello zoo di Berlino.
Berlin I fuochi di Tegel coniuga comunque la vocazione d’evasione e d’intrattenimento con la proposta di tematiche serie, presenti in tanta narrativa fantastica, che non è certo mera fuga dalla realtà.

Fabio Geda si è occupato per anni di disagio minorile, esperienza che ha spesso riversato nei suoi libri. Nel mare ci sono i coccodrilli, il suo terzo romanzo, ha venduto quattrocentomila copie, è stato tradotto in ventotto paesi, è letto nelle scuole un po’ ovunque e ne sono stati tratti diversi spettacoli teatrali. Ha sempre desiderato scrivere una saga per ragazzi. Ora l’ha fatto.

Marco Magnone è nato nel 1981 ad Asti, dov’è vissuto fino a quando si è trasferito a Torino per l’università. Berlino l’ha scoperta grazie all’Erasmus ed è stato amore a prima vista. Tornato in Italia ha iniziato a lavorare nell’editoria e a scrivere occupandosi soprattutto di narrazioni urbane. Un pezzo del suo cuore però è rimasto sotto la torre di Alexanderplatz.

Source: libro omaggio dell’editore.

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:: Shirley, Charlotte Brontë (Fazi, 2015) a cura di Elena Romanello

2 dicembre 2015 by
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Fazi editore continua la sua riproposta di classici ottocenteschi inglesi con un libro meno noto di Charlotte Brontë, Shirley, suo secondo romanzo dopo Jane Eyre, assente dalle librerie dagli anni Novanta, quando ci furono un paio di edizioni per gli Oscar Mondadori e per la Newton Compton.
Si tratta di una storia abbastanza diversa da quella di Jane Eyre, romanzo di formazione con elementi gotici: qui l’autrice abbraccia infatti un registro più sociale, ambientando la vicenda nello Yorkshire dell’inizio Ottocento, in piene guerre napoleoniche, e incentrando il tutto su Shirley, giovane ereditiera, che si trasferisce nel villaggio in cui c’è parte della sua ricchezza, tra terreni, casa, quote in un’azienda, un po’ come succederà ad un’altra famosa eroina inglese, la Bathsebea di Via dalla pazza folla di Thomas Hardy. Qui diventa amica di Caroline, orfana e piena di debiti, innamorata di Robert Moore, imprenditore in difficoltà e desideroso di riscattare il buon nome della sua famiglia. Robert non può permettersi, per motivi economici, di seguire il cuore e scegliere Caroline, mentre sarà attratto dai soldi di Shirley, che però preferirà qualcun altro, tra altri gentiluomini che si contenderanno i suoi favori, attratti comunque dalla sua insolita situazione che la rende la parte forte all’interno di una possibile coppia.
Shirley è un romanzo in cui tornano gli interessi femministi dell’autrice, visto che ancora una volta traccia due ritratti di donne anticonvenzionali, due amiche agli antipodi ma capaci di sostenersi a vicenda. Anche l’intreccio sentimentale non è melenso, ma realistico e soprattutto insolito, riproponendo di nuovo la ricerca di un sentimento moderno e maturo e non dettato dalle convenzioni sociali.
Quello che colpisce poi più di tutto è il contesto storico e sociale, che ricostrruisce un’epoca fondamentale come eventi esterni e interni della Gran Bretagna, alla base della costruzione poi di una società che durò per tutto l’Ottocento.
Per questo motivo Shirley è un classico da riscoprire, con forti elementi di modernità e di interesse, oltre che essere il libro a cui molte donne e ragazze, da allora in poi, dovettero il loro nome, ancora oggi abbastanza diffuso in ambito anglosassone.

Charlotte Brontë (1816-1855) è una delle maggiori personalità della letteratura inglese dell’Ottocento. Sorella delle scrittrici Anne ed Emily Brontë, compì studi irregolari e si dedicò quindi all’insegnamento. I suoi romanzi, dal celebre Jane Eyre al più tardo Villette, ottennero un clamoroso successo che dura tuttora.

Source: prestito bibliotecario delle Civiche torinesi.

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:: La casa di Parigi di Elizabeth Bowen (Sonzogno, 2015) a cura di Elena Romanello

2 dicembre 2015 by
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All’indomani della Grande Guerra, in una Parigi profondamente segnata dal conflitto, arriva Henrietta, undici anni, con la sua scimmietta di pezza, e viene accolta dalla signorina Fisher, un’amica di famiglia che la ospita per un’intera giornata nel suo appartamento chic in pieno centro in attesa di ripartire per il Sud della Francia. In casa Fisher Henrietta incontra Leopold, di pochi anni più giovane di lei, e con lui si apre una breve complicità e curiosità, anche perché entrambi sentono di essere soli al mondo, in mezzo ad adulti troppo toccati dalla recente guerra e da loro problemi personali, come la passione proibita tra la mamma di Leopold e il suo padre naturale, che rende impossibile una vita normale per il piccolo che è destinato ad un’esistenza solitaria fin dall’infanzia.
Pubblicato nel 1935, La casa di Parigi non è privo di punti di interesse, come la descrizione della società subito dopo la Grande Guerra, con qualche eco di Henry James e Edith Wharton nell’incontro scontro tra mondo anglosassone (irlandese in questo caso) e quello del resto del mondo. Nella parte parigina forse Muriel Barbery ha tratto qualche ispirazione per le atmosfere del suo L’eleganza del riccio, ma alla fine il libro trasmette una sensazione di incompiuto, di due storie parallele che non si incontrano mai e che non riescono ad essere davvero convincenti, perché incomplete. Henrietta e Leopold con il loro breve incontro non sono approfonditi, restano due bambini sullo sfondo di un affresco diverso, quasi fuori posto ma senza l’empatia che tanta letteratura ha dedicato a infanzia e adolescenza. La storia del passato in Irlanda è fine a se stessa, poteva essere piccante all’epoca (e poi ancora), ma non è coinvolgente come altre analoghe, e il libro, per la prima volta pubblicato nel nostro Paese in edizione integrale, pur essendo ben scritto e con tematiche interessanti, non ingrana, sospeso tra due vicende che non riescono ad essere coinvolgenti, soprattutto se si sono lette altre storie. Tra Parigi e l’Irlanda risulta comunque più viva Parigi, sarà che ultimamente la capitale francese è grande protagonista di nostalgie, simboli, rabbia, amore dopo gli attentati del 13 novembre scorso. Ma è più un riflesso psicologico attuale che un vero legame con il libro.

Elizabeth Bowen (1899-1973), nata a Dublino, scrisse diversi libri e trascorse gran parte della sua vita a Londra, dove entrò a far parte del circolo Bloomsbury divenendo amica di Virginia Woolf.

Source: libro omaggio dell’editore.

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:: L’imperatore della Cina di Joachim Bouvet (Guanda, 2015) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2015 by
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Per quanto possa sembrare bizzarro la storia dell’evangelizzazione cinese, una storia antichissima che se vogliamo può essere fatta risalire alla diffusione del nestorianesimo in Asia (il vescovo siriano Nestorio visse tra il 381 e il 451 d. C.) o forse anche prima se consideriamo l’operato estemporaneo di qualche  sconosciuto mercante itinerante, è più simile a un grandioso libro di avventura che a un polveroso trattato da eruditi. La Cina era una sfida, un impero antichissimo e straordinariamente moderno, con una civiltà evoluta e senza pari nella lontana antichità. Gli euorpei che per primi raggiunsero il Celeste impero si trovarono di fronte un mondo civilizzato ed evoluto, per alcuni versi superiore a quello da cui provenivano, e molti lo dovettero ammettere seppur con riluttanza se volevano conservare una certa onestà intellettuale.  Arrivare in Cina era già di per sé una grande avventura, un viaggio lunghissimo e pieno di pericoli al cui termine c’erano le grandi ricchezze, non solo materiali (ma anche quelle non erano da sottovalutare), di una civiltà orgogliosa e consapevole delle sue qualità e della sua forza.  La Compagnia di Gesù fu l’ordine che, tra tutti quelli che si avvicendarono nella sconsiderata missione di convertire la Cina, subì maggiormente il fascino intellettuale, politico, ed etico di questo popolo, arrivando a scelte a dir poco coraggiose che ne causarono quasi la fine. L’ordine fu soppresso e dissolto da papa Clemente XIV nel 1773, e fu ripristinato solo nel 1814 da papa Pio VII. E fu il Portogallo a iniziare questa marcia verso la soppressione dell’Ordine, memore del suo tentativo, che non gli fu mai perdonato, di rompere il monopolio che la corona portoghese aveva sulle navi in partenza per la Cina sin dalla fine del XV secolo. La Questione dei Riti non fu una diatriba di minore importanza e certamente venne utilizzata strumentalmente per danneggiare proprio coloro che conoscendole approfonditamente stimavano come pratiche civili la venerazione degli antenati e non come atti idolatri di un popolo barbaro, incivile e ignorante. Joachim Bouvet autore di L’Imperatore della Cina (Portrait historique de l’empereur del la Chine, 1697), edito da Guanda, fu un missionario gesuita e se vogliamo la sua opera si ricollega ai più ampi tentativi fatti dagli aderenti al suo ordine di difendere un mondo e una civiltà di fronte all’Occidente, nella consapevolezza che, per favorire un incontro di civilità così diverse, servisse per prima cosa una certa obiettività e imparzialità. Questa edizione tradotta dalla prima versione dell’originale francese, stampata a Parigi nel 1697, e comprendente tutte le parti che furono successivamente censurate nelle edizioni seguenti, è dedicata e rivolta al Re Sole Luigi XIV investito del ruolo di difensore della fede e della cristianità e vuole essere uno strumento per estirpare i semi del dubbio e delle false idee che si erano diffuse in Occidente anche a causa di alcuni filosofi illuministi che consideravano dispotico il governo del Regno di Mezzo. Bouvet a un passo dalla conversione dell’imperatore Kang Xi, (conversione che mai avvenne) voleva presentare a Luigi XIV un suo omologo, di pari dignità e abilità politica, un interlocutore privilegiato con il quale avrebbe potutto instaurare un diaologo proficuo e soprattutto duraturo. Il valore di questo documento storico è indubbio e illuminati dalla introduzione di Michela Catto, che ha anche tradotto il volume, si può collocare storicamente e contestualizzare l’intera opera, di per sé anche di veloce letttura. Comprendo che forse questo documento non avrà il valore che ha avuto per me, avendone sentito parlare durante i miei studi e le mie ricerche ma non avendolo mai potuto avere sottomano, tuttavia sono certa che anche a un lettore diciamo non specialistico, anche come mera testimonianza, può destare curiosità e interesse.

Joachim Bouvet fu un missionario gesuita, nato a Le Mans, in Francia verso il 1656 e morto a Pechino, in Cina, nel 1730. Fu uno dei primi gesuiti scelti da Luigi XIV per la missione in Cina, insieme ad altri quattro confratelli. Essi furono accolti favorevolmente dal famoso imperatore Khang-hi o Kangxi, che volle Padre Bouvet come istruttore di matematica, astronomia e filosofia. Dalla sua posizione privilegiata padre Bouvet collaborò alla realizzazione di mappe delle varie province cinesi. Forte della sua esperienza, la raccontò in alcuni libri, tra cui questo, pubblicato in Francia nel 1697, in cui definì Khang-hi il «Luigi XIV della Cina». Lo scopo principale delle sue opere era alimentare l’interesse di Luigi XIV per la Cina. I suoi libri riscossero l’interesse degli intellettuali francesi dell’epoca, tra cui Leibniz e Voltaire.

Michela Catto, si è perfezionata alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha lavorato a Trento (Fondazione Bruno Kessler), Università di Padova, Torino (Fondazione Luigi Firpo), Firenze (SUM), e Parigi (EHESS- Marie Curie Fellow). Il suo principale oggetto di studio è la Compagnia di Gesù, la sua spiritualità e la sua attività missionaria. Attualmente è impegnata in alcuni progetti riguardanti la Compagnia di Gesù in Cina.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Paola dell’Ufficio Stampa Guanda.

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:: Radio Imagination, Seikō Itō, (Neri Pozza 2015) a cura di Viviana Filippini

1 dicembre 2015 by
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Dj Ark è il protagonista di Radio Imagination, il romanzo di Seikō Itō, pubblicato da Neri Pozza. Lo speaker parla dalla sua strana emittente radiofonica che ha sede su una pianta di cryptomeria, molto simile ad una conifera. Da questo albero l’uomo improvvisa la sua trasmissione, sempre e solo in diretta, alternando parole, buona musica e i tanti messaggi che gli arrivano dagli ascoltatori, sottoforma di mail o di telefonate. Dj Ark in realtà si chiama Akutagawa Fuyusuke, è completamente solo sul suo albero, ma questo stato al protagonista non fa paura anzi, sembra essere il motore ideale che gli dà la carica per diffondere la sua voce tra la gente. Il romanzo di Seikō Itō è curioso e allo stesso tempo affascinante, perché grazie ad una scrittura fluida, Dj Ark condivide con chi legge e, nella narrazione con chi lo ascolta, quella che è la sua vita. Non a caso, si scopre che la vicenda è ambientato poco dopo il tremendo terremoto avvenuto nel Tōhoku, che scatenò lo tsunami e il terribile incidente alla centrale di Fukushima.  Veniamo a conoscenza del fatto che il protagonista ammette di essere stato un musicista rock di scarso successo, un manager musicale e che ha sempre avuto rapporti un po’ contrastati con il padre e il fratello. Inoltre, Dj Ark è alla ricerca disperata di notizie della sua dolcissima e comprensiva moglie Misato e del figlio Sōsuke, andato a vivere lontano da loro. La speranza dell’uomo è che moglie e figlio sentendolo alla radio, decidano di mettersi in contatto con lui. Leggendo le parole di Dj Ark, capiamo che lo speaker sta vivendo una situazione strana, ed è come se lui si trovasse nel momento di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Forse Dj Ark si sta sognando il tutto, o forse, è morto e quello che ci parla non è il suo copro, ma il suo spirito che vaga nel Giappone colpito dal terremoto, alla ricerca dei familiari con i quali non è riuscito a parlare prima del disastro. Dj Ark continua nella sua impresa grazie alla forza dell’immaginazione, perché essa, oltre a permettergli di trasmettere, lo aiuta ad affrontare il dramma del quale la vita lo ha reso protagonista. In Radio Imagination oltre al simpatico e logorroico personaggio principale, ci sono anche le storie dei soccorritori che dopo lo tsunami si aggirano nella zone colpite del terremoto per portare aiuto a chi ne ha bisogno e che captano, anche se lontana, la voce di  Dj Ark. Il libro di Seikō Itō è un romanzo sulla vita e su come a volte non sia facile accettare e comprendere quello che il destino ci riserva. Radio Imagination è un libro curioso e interessante che spinge il lettore a riflettere sul senso del vivere e a quanto esso possa essere precario. Seikō Itō riesce a creare un perfetto equilibrio narrativo, all’interno del quale i personaggi vivono nella modernità, ma allo stesso tempo con quello che dicono, fanno e pensano, dimostrano di avere un profondo legame e ampia conoscenza delle tradizioni ancestrali giapponesi, dove gli insegnamenti di buddhismo e shintoismo si fondono alla perfezione, rendendo Radio Imagination una vicenda umana e spirituale. Traduzione Gianluca Coci.

Seiko Ito è nato a Tokyo nel 1961. Il suo primo romanzo No−raifu kingu divenne nel 1989 un noto film diretto da Ichikawa Jun. Ha pubblicato raccolte di racconti, saggi e numerosi romanzi. Il primo romanzo tradotto in Italia, Radio Imagination, è edito da Neri Pozza nel 2015 e in Giappone è stato pubblicato nel 2103 in occasione del secondo anniversario del disastro di Fukushima.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Neri Pozza.

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:: Florence Gordon, Brian Morton (Sonzogno, 2015) a cura di Elena Romanello

1 dicembre 2015 by
flo

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Florence Gordon è un’anziana scrittrice ebrea newyorkese, militante femminista e ora desiderosa di starsene per i fatti suoi, se non fosse che il New York Times la tira di nuovo fuori recensendo un suo vecchio libro e nominandola patrimonio nazionale. Florence dovrà districarsi tra impegni familiari e sociali, incontri, frequentazioni con il figlio Daniel, così diverso da lei visto che ha scelto di fare il poliziotto, la nuora Janine, psicologa in piena crisi di mezz’età, la nipote Emily che vede nella nonna un modello da seguire. Una cosa non facile, ma resa possibile dall’umorismo corrosivo di Florence nell’affrontare questa nuova fase della sua vita.
Woody Allen, La versione di Barney, il mito letterario e cinematografico di New York, sempre e comunque una città iconica: sono tante le cose che le pagine di questo libro rievocano alla mente, ambientate in un mondo letterario e culturale non pedante, divertente, caustico, ma comunque Brian Morton ha una sua originalità e una sua visione per restituire questa eroina rissosa e politicamente scorretta, anziana che vuole vivere la sua età senza essere senile e di peso a nessuno, ma nemmeno coinvolta in questioni più grandi di lei, spassosa, pungente, commovente.
Alla fine Florence Gordon racconta di alcuni mesi, forse gli ultimi nella vita di una donna eccezionale, testimone di una stagione irripetibile, che ha dovuto fare i conti con gli anni che passano, con gli amici che se ne vanno o stanno peggio di lei (le pagine sull’amica militante come lei ormai ridotta alla demenza senile sono tra le più toccanti del libro oltre che tra le più realistiche), con i corsi e ricorsi della vita che la riportano alla ribalta.
Certo, a prima vista può sembrare ed è una storia molto americana, celebrazione di una generazione che negli States ha vissuto momenti tra i migliori della Storia del Paese, tra liberazione sessuale, contestazione, possibilità di accedere a livelli di studio e di lavoro elevati, carriere prestigiose, ma alla fine Florence Gordon parla di vita, vecchiaia, trascorrere del tempo, legami familiari, amicizia, tutti temi universali, in maniera da far sbellicare dalle risate ma dal lasciare alla fine con un groppo in gola.
Il personaggio di Florence comunque non si dimentica, ma anche gli altri suoi comprimari sono interessanti e compongono un affresco interessante, una commedia umana in cui riconoscersi e che intrattiene e fa pensare.

Brian Morton, classe 1955, insegna alla New York University. È autore di cinque romanzi molto apprezzati dal pubblico e dalla critica americana (il suo Starting Out in the Evening, del 1998, è stato finalista al PEN/Faulkner Award). Florence Gordon è il suo primo libro tradotto in Italia.

Source: omaggio dell’editore al recensore.

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:: La passeggera, Daniela Frascati (Scrittura & Scritture, 2015) a cura di Valeria Gatti

30 novembre 2015 by
Passeggera

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… ma tu mi hai lasciata da sola nella dimensione avvelenata di Aquilina. Io ne ho paura e, al tempo stesso, provo pena. Il mondo mostruoso che l’accompagna è incarnato nel dolore. Lei calamita il male e ne diventa contenitore. Quel male sono le ombre che la custodiscono e l’accarezzano quando è sola. Le stesse che mi perseguitano nel sonno e mi si avventano addosso quando non me l’aspetto. Che abitano, ormai, ogni spazio di questa nave maledetta …

Nel 1997 nelle sale cinematografiche italiane approdò un film destinato a divenire un cult, uno di quelle storie che difficilmente si possono scordare. Gli americani, che in fatto di trasposizioni cinematografiche la sanno lunga, scelsero un evento catastrofico, un fatto tragico realmente accaduto e, aiutati dagli effetti speciali, crearono una scenografica maestosa e unica. Per non farsi mancare proprio niente, affidarono la storia d’amore che tiene le fila di tutto il film a due giovani bellissimi: Leonardo Di Caprio e Kate Winslet, le cui emozionati vicende vennero accompagnate da una colonna sonora d’eccezione. Gli ingredienti dosati in giuste parti fecero del “Titanic” un vero e proprio colossal. Gli spettatori vennero invitati nelle sale luminose e nei corridoi stretti del transatlantico più bello del mondo, il più perfetto, il più elegante, il più sicuro di tutti i mari. E noi, come davanti a una dolce torta prima di una medicina amara, sperammo di dimenticare il triste epilogo del vero “Titanic”.
Anche “La Passeggera”, ultimo lavoro di Daniela Frascati, pubblicato dall’eclettica “Scrittura & Scritture” è ambientato interamente a bordo di un transatlantico, chiamato “Il Paradiso”, salpato dall’Europa e diretto in America. Siamo nel 1914, a qualche anno della tragedia del “Titanic”, e anche in questo caso sulla nave ci sono più classi per accogliere i passeggeri. Qui abbiamo la prima, quella di lusso, nella quale viaggiano ricchi aristocratici in cerca di nuovi stimolanti affari nel Nuovo Mondo, la seconda, composta da famiglie di borghesi, e la terza, l’ultima, in tutti i sensi. Ed è proprio qui, in questa terra di dimenticati, tra coloro che altro patrimonio non hanno se non una valigia piena sogni, che si nasconde Aquilina. Una bimba che, a causa del suo aspetto misterioso e lugubre, viene da subito accusata di essere mandante di cattivi presagi. A causa sua la nave si trova imbrattata di piume di uccelli neri come la pece che sembrano volteggiare senza alcun ritegno tra i passeggeri. Nella terza classe, inoltre, viene ritrovato cadavere un uomo della seconda e, a pochi giorni dalla partenza, nasce una strana epidemia mortale che si espande rapida e inesorabile. Questa terribile malattia diventa ragione di vita per il medico di bordo, il Dottor Ferrer che mai prima di quella traversata si è trovato a dover affrontare tanta impotenza di fronte alla scia di morte che il terribile virus miete. A lui si affianca il personale di bordo, Novilia la cameriera alla quale viene affidata Aquilina, Lorena, l’infermiera che non teme di ammalarsi, e naturalmente, il capitano della nave, Ippolito Zocalo che ha fatto de “Il Paradiso” la sua casa e, che per mantenere il decoro e il pregio che ha raggiunto, è disposto a mettere a tacere qualsiasi moralità, qualsiasi forma di misericordia e comprensione. Poi c’è Marie Verdier, borghese bella e misteriosa che è consapevole del fascino che esercita sugli uomini e che fa perdere la testa al capitano.
Un narratore calmo e distaccato da voce a tutti i principali personaggi ai quali è affidato il delicato ruolo di vivere la disperazione che aleggia come un vento malefico in ogni settore della nave. Descrizioni efficaci e perfette mettono in luce gli ambienti, le ombre e le paure dei personaggi evidenziando come l’emisfero del male porti ciascuno di loro verso una personale difesa da esso. Al male, come sempre accade, è affiancato il bene, la solidarietà, l’amicizia e il dovere verso il prossimo.
Un romanzo ricco di significati profondi che si celano dietro le vicende estreme e straordinarie dei personaggi e che termina con un finale forte e pregno di emozione.

Daniela Frascati, toscana di nascita, vive a Roma. È impegnata da anni nelle politiche della differenza di genere e nel sociale, anche come organizzatrice di eventi culturali. Collabora con vari giornali territoriali e ha ideato e condotto per Radio Città Futura una trasmissione dal titolo “Il Pane e le Rose”. Tra il 2005 e il 2012 ha pubblicato alcuni racconti in diverse antologie, accanto a nomi di calibro tra cui Camilleri, Carlotto, De Luca, Macchiavelli, Guccini, Morozzi, Marcialis. È del 2011, invece, il suo romanzo Nuda vita.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Vincenza dell’Ufficio Stampa Scrittura & Scritture.

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