:: Olga di carta. Il viaggio straordinario di Elisabetta Gnone (Salani, 2015) a cura di Viviana Filippini

4 gennaio 2016 by
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Lo scorso anno ho viaggiato tra le storie di tanti libri, ma scegliendone uno su tutti, il migliore del 2015 senza dubbio è Olga di carta. Il viaggio straordinario, di Elisabetta Gnone, edito da Salani. Chi è la strana ragazzina? Olga Papel, questo il nome della bambina minuta come un ramoscello, ha una particolare dote che le permette di distinguersi dai tanti personaggi che la circondano. Lei è abile a raccontare storie e, queste vicende mirabolanti, Olga afferma di averle vissute davvero. Il problema sta nel fatto che qualcuno le crede, mentre altri son molto sospettosi, perché a loro sembra impossibile che una bambina, così esile e fragile, possa aver fatto quelle cose che racconta. Tra le tante storie, Olga ne narra una davvero speciale all’amico Bruco, nella quale una bambina fatta di carta che compie un avventuroso viaggio per raggiungere l’isola dove abita la maga Ausolia e chiederle di trasformarla in una bambina in carne ed ossa come tutti gli altri. Bruco ascolta rapito la voce di Olga, ma attorno a lui si riuniscono tutti i compaesani della piccola protagonista che, incuriositi, vogliono scoprire il destino della bambina di carta. La protagonista narratrice racconta quindi la vicenda di Olga e dei tanti personaggi, più o meno strambi, che lei incontrò nel suo avventuroso cammino: dalla bambina diventata di pietra, passando per il ragazzino della mongolfiera, fino agli acrobati che si staccavano le teste, appartenenti ad un bizzarro circo che accolse la bambina. In Olga di carta, La Gnone crea un vortice di situazioni fantastiche che stupiscono il lettore, adulto e bambino, per gli imprevedibili e inaspettati colpi di scena presenti fino alla fine quando, finalmente, l’eroina protagonista della vicenda raccontata da Olga arriva davanti alla maga. Il romanzo edito da Salani è appassionante, perché ha la capacità di stupire e, allo stesso tempo, di fare riflettere. Leggendolo scatta il richiamo ad altri importanti libri per ragazzi che hanno al centro il tema della crescita e del disagio che la diversità dagli altri può creare. Olga mi ha ricordato Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carrol (vedi il riferimento al bosco e agli strampalati personaggi che lo abitano) il collodiano Pinocchio e, anche il più recente, Gaspare Torrente di Una barca nel bosco, di Paola Mastrocola. Olga di carta è un perfetto romanzo di formazione e ogni avventura, narrata e vissuta dalla protagonista, può essere identificata con le prove (tipi che del Bildungsroman) che ogni ragazzino/na in fase di crescita deve affrontare per trovare il proprio posto e ruolo nel mondo. Olga arriva alla fine del suo viaggio tutta stropicciata e rappezzata, perché la carta che la compone si è più volte rovinata e più volte è stata da lei stessa rattoppata con carte diverse. Certo è che le avventure narrate in Olga di carta di Elisabetta Gnone, sono importanti per la piccola Olga, per i suoi amici e anche per noi lettori, perché ci aiutano a capire quanto sia importante essere unici.
A rendere ancora più coinvolgente la storia ci son le immagini fatte da Linda Toigo con la tecnica del paper cut. Immagini di carta che ci fanno sentire Olga ancora più vicina.

Elisabetta Gnone è nata a Genova e vive sulle colline del Monferrato. È stata direttore responsabile delle riviste femminili e prescolari della Walt Disney, per la quale nel 2001 ha creato la serie a fumetti W.I.T.C.H., destinata a un successo mondiale. Nel 2004 ha pubblicato il primo libro della fortunatissima saga di Fairy Oak, che ha conquistato il cuore di milioni di giovani lettori nel mondo. Negli ultimi anni Elisabetta si è dedicata alla scrittura del suo nuovo romanzo Olga di carta,una storia sull’importanza di raccontare le storie, che fra risate, commozione e tenerezza affronta i temi della fragilità, della vulnerabilità e dell’imperfezione che ci rendono umani.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Salani.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Liberidiscrivere Award sesta edizione – Le votazioni

1 gennaio 2016 by

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Eccoci giunti alla sesta edizione del Liberidiscrivere Award, premio che permette di  votare il migliore libro edito in Italia nel 2015, italiano o straniero, senza preclusione di generi o forme di pubblicazione [Sono solo esclusi editori a pagamento e a doppio binario].

La votazione è diretta, a insindacabile giudizio dei lettori di questo blog,  potete segnalare il vostro libro preferito, rigorosamente edito nel 2015, qui sotto nei commenti.

Verrà data anche menzione per il miglior traduttore, scelto considerando il libro straniero tradotto più votato.

C’ è tempo di votare fino alla mezzanotte di venerdì 15 gennaio.

Mi raccomando Vale un voto solo e lasciate un solo commento, mi aiutate così nella verifica dei conteggi.

Che altro, il regolamento è molto semplice, i voti verranno controllati dal nostro “notaio”. Dunque, buon divertimento!

I traduttori

Stefano Bortolussi

Marco Pensante

Martina Testa

I libri finora votati

I venerdí da Enrico´s, Don Carpenter, Frassinelli, trad. Stefano Bortolussi VOTI 1

La buona legge di Maria Sole, Luigi Romolo Carrino, E/O VOTI 1

Guarda come si uccide, Ivo Tiberio Ginevra, I buoni cugini VOTI 10

Il fiume ti porta via, Giuliano Pasini, Mondadori VOTI 1

Olga di carta, Elisabetta Gnone, Salani VOTI 1

Quando le chitarre facevano l’amore, Lorenzo Mazzoni, Edizioni Spartaco VOTI 72

1980, David Peace, Il Saggiatore, trad. Marco Pensante VOTI 27

Più sporco della neve, Enrico Pandiani, Rizzoli VOTI 27

Carne viva, Merritt Tierce, edizioni SUR, trad. Martina Testa VOTI 5

Il silenzio del lottatore, Rossella Milone, minimum fax VOTI 1

Le belle Cece, Andrea Vitali, Garzanti VOTI 3

Panorama, Tommaso Pincio, NN Editore VOTI 1

:: SEI V, Paola Preziati Scaglione

30 dicembre 2015 by

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Un silenzio rarefatto, freddo, circondava ogni cosa nella baita.
Uno zaino aperto buttato sul pavimento di legno, pantaloni camicia e giacca consumati dal lavoro, i resti della cena sparpagliati tra tavolo e acquaio, tutto era avvolto da una leggera patina di brina che luccicava ai raggi del sole appena sorto.
Come facesse la luce a superare le settimane, forse gli anni, di polvere, unto e chissà cos’altro che appannavano i vetri per bene, Pietro se lo domandò, mentre si stiracchiava nel letto.
Sbadigliò, tossicchiò e si mise seduto, trovandosi a fissare le impronte che un topo aveva lasciato sul comodino, tra la polvere e le briciole di biscotti. Gli scappò un mezzo sorriso.
Strani coinquilini, i topi, era il caso di ammetterlo. Non riusciva mai né a vederli né tanto meno a prenderli, però sembrava ci tenessero a marcare tutto con tracce evidenti del loro passaggio, quasi a prendersi gioco di lui e della sua battaglia persa contro la loro infestazione della baita.
Sbadigliò un’altra volta, stropicciandosi a lungo gli occhi ancora pieni di sonno.
Forse era il caso di alzarsi. Il faggio malato al di là del grande prato lo stava aspettando perché gli desse una degna fine a colpi di ascia ben assestati, così come le vacche da mungere e la scrofa incinta da controllare.
Pietro fece una smorfia.
Che andassero tutti all’inferno, topi, faggi, vacche e scrofa.
Non aveva più il fisico nemmeno per quella vita solitaria che si era scelto per scappare dalle luci di una ribalta che non aveva mai desiderato. O no?
Interessante domanda. Davvero.

— Tenente, dannazione, no! Prima di fare qualsiasi cosa mi aspetti, sono stato chiaro? Niente colpi di testa, Dal Molin o le spacco la faccia a mani nude, mi sono spiegato?
— Ma Capitano, la soffiata parlava chiaro. Hanno la roba e…
— Dal Molin! Gli ordini li do io, punto e basta. Tenga il sedere appiccicato al sedile della sua macchina fino a che non vedrà la mia faccia contro il suo finestrino. Mi ha capito?
Pietro lanciò con rabbia il microfono della radio sul sedile libero alla sua sinistra, bestemmiando.
“Niente sirena, niente sirena” si ripeteva, mentre affrontava i corsi del centro di Sanremo a tutta velocità.
Il cretino che aveva deciso di chiamare così quelle specie di viuzze, troppo simili ai carruggi della sua Genova per meritarsi un tale appellativo altisonante, andava premiato con una salva di schiaffi di intensità pari all’incazzatura che il capitano Pietro Parodi sentiva mordergli lo stomaco.
Il tenente Oscar Dal Molin era un demente, un vero demente.
Il testosterone che gli riempiva gli attributi di germe inutile e gli butterava la faccia di acne, gli doveva essere passato pure al cervello, tutto in un colpo solo, mandandogli in vacca quei pochi neuroni presunto-intelligenti che aveva.
Di certo non aveva voluto capire il peso politico dei i tipi con cui avrebbe avuto a che fare. Mica i soliti spacciatori di secondo piano con cui si era confrontato quando era in servizio in Val Bormida. No, questa volta si sarebbe trattato dei capi in persona, camorristi campani che avevano appena rilevato il giro della prostituzione e della droga di tutto il litorale ligure, infilandosi pure nella gestione oscura del Casinò.
E per farlo, per non avere più problemi, non avevano lesinato proiettili e bombe a tutti coloro che pensavano fossero di impaccio, da colleghi malviventi a magistrati e membri delle forze dell’Ordine più scomodi.
Ecco perché si era liberato un posto nella Caserma di San Remo, perché un gran bravo tenente era stato ucciso sotto casa, mentre portava fuori il cane.
Il sapore del sangue invase la bocca di Pietro.
— Questa è gente che ammazza anche solo perché il rumore dei tuoi denti mentre mastichi gli ha dato fastidio! — esclamò arrabbiato nero, seguendo il filo dei propri pensieri a voce alta.
E poi, porca miseria, chi aveva valutato l’attendibilità della soffiata? Nessuno, a parte Dal Molin. Con la scusa che in quel momento era il più alto in grado in servizio, era partito in tromba, organizzando tutto e facendolo chiamare dalla centrale a operazione avviata. Ma perché, dannazione, perché gli avevano mandato un ragazzino tutto ormoni e Chuck Norris in sostituzione di un gioiello come era stata la buonanima di Petrazzelli?
— Capitano… — gracchiò la radio.
— Non adesso, Dal Molin! — gli urlò Pietro, senza attivare la risposta.
Guidare facendo lo slalom tra le altre macchine, cercando di evitare pure i passanti, i tombini e i cani a passeggio brado, era impresa da campione del mondo di rally, ci voleva assoluta concentrazione e una dose di fortuna quantomeno grande come lo stadio di Marassi.
— Capitano! — esclamò la radio, ancora una volta. La voce del tenente sembrava in preda a una eccitazione davvero incontenibile. — Il Cobra sta uscendo con tutta la sua cricca, non possiamo più aspettare!
— Dal Molin, stia in macchina, quelli non si faranno intimidire da un…
— Alt, Carabinieri! — la voce del tenente gli arrivò nitida dalla radio, ancora accesa, così come la raffica di colpi in risposta.
— Belin! — esclamò Pietro, pigiando ancora di più sull’acceleratore.
Arrivò che il conflitto a fuoco era nel pieno del delirio.
Una cacofonia fatta di urla da entrambe le fazioni, colpi di pistola e raffiche delle armi a ripetizione lo raggiunse anche prima dell’odore degli spari e della paura, bloccandogli lo stomaco in una contrazione dolorosa. In più, la pioggia aveva preso a cadere fitta, picchiando sonoramente contro vetri, carrozzerie metalliche, asfalto, giubbotti anti-proiettile e qualsiasi cosa avesse potuto produrre un rumore fastidioso. Insomma, era finito in un casino di proporzioni bibliche.
Se avesse avuto il tempo di pensarci, gli sarebbe parso di essere nel pieno di una sparatoria stile vecchi film di gangster americani, con i suoi uomini — i buoni — asserragliati dietro le macchine di servizio ad aspettare il momento giusto per scaricare i propri colpi e il boss con la sua banda — i cattivi — a cercare riparo dietro i cancelli in legno massiccio semi aperti della villa e le portiere di un vecchio Maggiolone verde della Volkswagen parcheggiato lì davanti.
Prese la radio e ringhiò la richiesta di supporto armato alla centrale, prima di buttarsi a sua volta fuori dalla macchina e strisciare verso i colleghi.
Fucilò Dal Molin con un’occhiata che voleva dire “provati a fiatare che ti sparo in fronte”. L’altro abbassò lo sguardo.
— I rinforzi stanno arrivando? — chiese il tenente, a mezza voce, respirando a singhiozzi, che se non avesse saputo leggere le labbra, Pietro manco si sarebbe accorto che gli aveva parlato.
“L’adrenalina di scorta non te la sei portata eh, deficiente che non sei altro?”, si domandò il capitano, rispondendogli solo con un cenno della testa.
— Quanti sono? — urlò nell’orecchio di Dal Molin.
— Penso una quindicina…
— Come penso?
— Ci hanno sorpresi con la loro reazione, non ho fatto in tempo a contare né a rendermi conto di dove fossero piazzati esattamente.
“Perfetto, l’imboscata l’hanno fatta loro a noi, altro che bellezza”, pensò Pietro, sconsolato.
— Che facciamo? — domandò ancora il tenente, a voce ancor più bassa.
— Vediamo di non farci ammazzare, punto. Di più, in queste condizioni, non possiamo proprio fare.
Poi si tirò su giusto per cercare qualcuno contro cui far fuoco, e sparò.

Il gorgogliare del caffè lo risvegliò dai ricordi in cui era affondato. Si grattò la pelata, sbadigliò per la millesima volta e si riempì una tazzina sbeccata, ingoiando tutto in un unico sorso, bollente.
Meglio vivere come un eremita nascosto tra i faggi della Riserva dell’Adelasia, a munger vacche a cui non era nemmeno simpatico, o meglio la vita di prima?
Guardò il proprio riflesso nello specchio sopra il lavatoio.
Le rughe raccontavano sia i quarantacinque anni della sua vita che le migliaia di dolori attraverso cui era passata.
Ce n’era una per la morte di sua mamma, quando ancora non aveva compiuto cinque anni, che gli correva tra le sopracciglia e che si arrossava ogniqualvolta la tensione gli montava sulle spalle.
Poi, una serie di rughette profonde gli disegnavano il contorno degli occhi per la fatica fatta a guadagnarsi i gradi di Capitano, grazie alle settimane di appostamenti sull’Aspromonte, da solo, patendo fame e freddo, in attesa che il boss di turno mettesse la testa fuori dalla masseria che si era scelto come ultimo rifugio da latitante.
Una ancora, sottile e lunga sotto il labbro, gli faceva sembrare il sorriso sbavato come quello dell’ultimo Joker di Batman; era comparsa subito dopo che Patrizia gli aveva comunicato per sms che ne aveva le scatole piene di non sapere mai se fosse vivo o morto.
Insieme ad altre mille, tatuavano la pelle del suo viso con la sua storia e, nonostante tutto, aveva imparato ad apprezzarle perché erano la testimonianza che era riuscito a superare tutti i dolori che ognuna di esse rappresentava.
A parte una.
Compariva quando voleva lei, e seguiva da vicino la ruga tra le sopracciglia, divergendone quel poco da disegnare sulla sua fronte una V rosso fuoco. Adesso era lì a fissarlo, non invitata ma riflessa sorniona nello specchio. Un marchio: V come vittoria. No, V come verità.

Tutto d’un tratto la baraonda di suoni cessò. Solo il rombo di una macchina che si allontanava accelerando a più non posso nascose il ticchettio nervoso della pioggia, che si era sfogata come la sparatoria.
Pietro rimase fermo, con la pistola stretta tra le mani, le braccia tese appoggiate sul cofano della macchina. Gli ci volle qualche secondo per realizzare che l’inferno era finito, e che era ancora vivo.
— Belin! — esclamò sollevato, voltandosi e lasciandosi cadere seduto sull’asfalto. In momenti come quelli sapeva che Dio esisteva davvero, e gli venne spontaneo ringraziarlo silenziosamente.
— Capitano, è finita? — domandò Dal Molin.
Pietro non gli badò.
— Bonacina, Erboli, Massaccesi, Di Luca! — urlò.
— Qui capitano!
— Sono qua!
— Presente!
— Eccomi! — gli risposero i quattro, due brigadieri e due carabinieri scelti, facendosi vedere.
— Che fortuna, tenente. Sembra che la sua squadra sia tutta intera. — disse, sarcastico, guardando Oscar Dal Molin di nuovo diritto negli occhi.
Il tenente abbozzò un mezzo sorriso che Pietro gli spense sulle labbra con l’ennesima occhiataccia.
— Vediamo come stanno i cattivi — gli mormorò, alzandosi e uscendo allo scoperto.
Piano, sempre tenendo la pistola pronta, si avvicinò al Maggiolone crivellato di colpi, gli girò intorno e le parole gli morirono tra le labbra.
Il cadavere dei boss dei boss, il Cobra Matteo Montemarano, giaceva a terra in una pozza di sangue e pioggia, con un buco nel centro preciso della fronte. Accanto a lui, suo cugino Luigi e il suo braccio destro Antonio Abbate erano riversi l’uno sull’altro, immobili.
Pietro toccò tutti e tre i corpi con un piede. Abbate gemette.
— Capitano? — disse Dal Molin, avvicinandosi.
— Chiami la centrale, tenente e dica che è tutto risolto, poi l’ambulanza e il medico legale di turno — gli ordinò, apparentemente calmo e controllato.
Ma non lo era per un nulla, dentro gli ribolliva tutto il possibile e l’immaginabile.
— Che botta di culo immensa! — esclamò il tenente, guardando il corpo senza vita di Montemarano.
— Già… — mormorò Pietro, appoggiandosi con tutto il proprio peso al Maggiolone e cominciando solo in quel momento a respirare di nuovo cosciente di farlo. — N’a vea botta de cû da no credde [I].
La fronte tra le sopracciglia prese a bruciargli come se qualcuno l’avesse marcato a fuoco vivo.

Strizzò gli occhi per cancellare quel ricordo dalla mente e si stropicciò la faccia con violenza, usando entrambe le mani.
Ma a chi diavolo voleva raccontarla?
La vita dopo quella sera gli era piaciuta, eccome.
Quando il confronto tra il proiettile che aveva ammazzato Montemarano e quelli sparati dalla sua pistola aveva dato esito positivo, era diventato un eroe nazionale. Riconoscimenti dall’Arma dei Carabinieri, dal Presidente della Repubblica, da vari comitati antimafia sparsi per tutto il territorio nazionale gli erano piovuti addosso manco fosse la stagione dei monsoni e le televisioni e i giornali avevano fatto a gara per accaparrarsi una sua intervista o una comparsata in programmi più o meno degni.
E lui, il Capitano Pietro Massimiliano Parodi non si era tirato indietro.
Aveva dispensato storie di vita vissuta dalla D’Urso e da Giletti, racconti di guerriglia urbana da Fazio — in un “one man show” che aveva eclissato quelli di Roberto Saviano — arrivando ad alimentare un confronto serrato e dai toni accesi con nientemeno che il Presidente del Consiglio in una puntata di Ballarò dall’ascolto record.
Poi quel suo aspetto vissuto, l’aria da uomo vero che le rughe contribuivano a regalargli, lo aveva fatto salire prepotentemente nella lista degli uomini più desiderati d’Italia, addirittura davanti a Raul Bova e al tronista di turno.
Una vita perfetta.
Pietro sì guardò di nuovo nello specchio.
Mi nu gh’a fasso ciù, a vedde a têu sorridente faccia grande comme o cù — canticchiò, cancellando il proprio riflesso con due ditate di dentifricio sullo specchio. — Anche se ti t’arröxenti pè un meize, ti restiè quello gran succido che t’ei. Ti me intendi se t’ou diggo anche in zeneize, la gh’è a porta, vanni a da via o cù! [II]
Come a fargli da coro, la brigata muggente si fece sentire con prepotenza. Rosina, Pinetta, Bianca e Mezzaluna erano là fuori che lo aspettavano impazienti, inutile rimandare.
Sospirò.
Poteva anche non lavarsi e non radersi, alle vacche andava bene pure ispido e puzzolente, bastava solo che strizzasse loro le tette per bene ogni santo giorno dell’anno.
E lui era bravo a strapazzare capezzoli turgidi.

— Cos’è questa ruga? Sembra che tu abbia una v rossa marchiata in mezzo alla fronte! — trillò Eleonora, ricadendo da sopra di lui tra le lenzuola di seta, sfatte.
— V come Visitors! — ridacchiò Pietro, spostandosi verso il ventre della ragazza. — Ti ricordi chi erano, vero?
Gli occhi verde bottiglia di lei si spalancarono, maliziosi.
— No, non sono vecchia come te! — disse, con una vocina che era tutto uno sberleffo.
Pietro le aprì le ginocchia, spingendosi tra le sue cosce.
— I Visitors erano degli alieni a forma di rettile con la lingua lunga lunga lunga — rispose, altrettanto allusivo, guardandola di traverso.
— Ah sì? E a cosa gli serviva questa lingua tanto lunga? — mormorò Eleonora, mordicchiandosi un labbro.
Pietro sorrise, facendo l’occhiolino.
Stava per darle una dimostrazione pratica di quello che entrambi avevano in mente, quando il cellulare squillò, odioso.
— Non rispondere — civettò la ragazza, allargando ancor di più le cosce.
— Potrebbe essere importante… — rispose Pietro, alzandosi.
Mancare la chiamata di un giornalista famoso o del produttore televisivo di turno non era stupido, solo poco redditizio. E Pietro aveva imparato che i soldi sì non fanno la felicità, ma aiutano di molto ad avvicinarla.
— Pronto — rispose, senza nemmeno controllare da chi arrivasse la chiamata.
— Allora, quando mi paghi?
La voce di Oscar Dal Molin lo colse di sorpresa. Istintivamente portò la mano alla bocca.
— Ti ho detto di non chiamarmi, t’æ abelinôu [III]? Mi faccio vivo io! — mormorò, a denti stretti, chiudendosi in bagno.
— Chi è? — gli urlò dietro Eleonora, con disappunto.
— Dammi cinque minuti, cara! — le gridò in risposta.
— Pagami o racconto a tutti quello che è successo davvero quella sera — ringhiò Dal Molin.
— Ok, ok. Lo faccio, te l’ho già detto, ma poi non mi rompi più, d’accordo?
— Certo, super carabiniere dei miei stivali.
Pietro sbuffò, mettendosi a sedere sulla water. Il respiro del tenente, al cellulare, era più nervoso del suo.
— Oscar, ragiona — provò a rabbonirlo. — Comunque quell’appostamento era una cazzata disumana, te ne rendi conto? Non è il caso che tu ne parl…
— Sì, capitano, ma era la mia cazzata disumana, non la tua botta di culo, dannazione! — lo interruppe l’altro, rabbioso.
A Pietro sembrava di essere nel peggiore degli incubi, ricattato da un deficiente ingestibile.
— Cosa? Vuoi che tutti sappiano che hai agito senza l’ok del tuo supervisore? Per rovinarti la carriera? — provò a rispondergli.
— Se non mi paghi, sì. Piuttosto che far passare te come l’eroe della situazione, mi accollo le mie responsabilità e lascio l’Arma. Ma che tu viva di gloria riflessa mi fa incazzare come poche altre cose!
Pietro sentì la rabbia montargli dentro.
— Gloria riflessa? Ma di che stronzata parli, idiota — sibilò, trattenendo a stento le urla. — Il proiettile che ha ammazzato Montemarano era il mio, porca miseria, non il tuo! E se non ci fossi stato io, quella sera, col cavolo che ne venivate fuori vivi, tanto per essere chiari!
— Sì, dopo, a sparatoria quasi finita. Ma tu dov’eri, prode capitano, mentre noi pigliavamo freddo ad aspettare il boss e i suoi? — gli urlò l’altro, nell’orecchio. — A puttane, ecco dove eri!
Pietro sbiancò come la prima volta che aveva sentito Dal Molin dirgli che sapeva tutto.
— Ok, ok. Va bene — farfugliò, dimenticando il resto della frase.
— Cretino, sono un carabiniere — gli rispose Oscar, gelido. E ribadì la tiritera con cui lo ricattava da un po’:
— Credi che abbia davvero fatto molta fatica a rintracciare le due che hai chiavato quella notte? Micaela Galmoz e Serena Cavallotti, ti dicono ancora niente questi nomi? — Dal Molin scoppiò in una sonora risata. — O se ti dico i loro nomi di battaglia, Moira e Jessica di Triora, te le ricordi meglio? Guarda che hanno intenzione di venire a batter cassa pure loro, ti avverto collega. Vedi di pagarmi in fretta, mona — disse, prima di interrompere la comunicazione.
— Dai! Voglio che mi lecchi tutta! — urlò Eleonora dalla camera da letto.
Pietro trasalì e il cellulare gli cadde dalle mani, nel water.
— Merda — sospirò sconsolato. E chi aveva più voglia di far sesso?

Da quanto tempo non faceva l’amore? Con le tette enormi della Rosina tra le mani, un pensiero come quello non poté che farlo ridere.
A volte si domandava pure se, messo nella situazione giusta, si sarebbe ricordato come fare.
— È come andare in bicicletta — gli diceva suo cugino Paolo quando ne parlavano da ragazzini, nascosti in cameretta con il catalogo del Postal Market aperto sulle pagine di biancheria intima osé. — Fatto una volta, lo sai fare per sempre.
Peccato non gli avesse detto che al primo tentativo si correva il rischio imbarazzante di finir tutto nelle mutande, magari mentre lei — com’è che si chiamava? Mirella? Stella? non se lo ricordava più — si stava solo slacciando il reggiseno.
Che figuraccia che era stata. Il suo ego di maschio italico ne era rimasto così suggestionato che, da quella défaillance, aveva sempre voluto avere la situazione sotto controllo. Forse era per quello che le manette gli piacevano più per gli utilizzi che ne aveva fatto in camera da letto che in servizio.
Insieme a un bel seno sodo come quelle della Rosina, nessun ricordo brutto gli avrebbe colonizzato la mente, di questo era dannatamente certo. In fondo aveva sempre usato le donne come scaccia pensieri, perché non farlo anche questa volta?
Già, ma con chi?
La Teresa della Cascina Miera era un donnone sulla quarantina che lo guardava come fanno le femmine in caccia, quando vogliono far capire a un uomo che ci stanno. Le avrebbe portato il latte appena munto per la cucina del Rifugio e le avrebbe fatto l’occhiolino. Poi avrebbe lasciato tutto nelle mani del destino. Un’altra volta.

— Scendi dalla macchina e prosegui a piedi fino al bivio per la Chiesetta di San Giovanni.
La voce di Oscar Dal Molin gli menava ordini al cellulare da quando Pietro era uscito dalla Torino-Savona al casello di Altare e l’uomo sperò che quello fosse l’ultimo. Non gli piaceva il tono arrogante e al contempo canzonatorio del collega, né ricevere istruzioni alla non particolareggiate.
Accanto a lui, sul sedile, era appoggiata la borsa con i soldi. Ci aveva rimesso un ulteriore bel po’ di quattrini — finiti direttamente nelle tasche del direttore della sua banca — ma il prelievo sarebbe stato camuffato in una ventina di altre operazioni, in modo che nessuno potesse collegare il numero di serie di quelle banconote a lui. Magari la sua era stata un’eccessiva ricerca di precauzioni, ma, in quei lunghi anni di servizio aveva imparato a non contare mai troppo sulla fortuna. Era meglio mettere sempre il sedere al caldo, anche se per farlo si doveva pagare qualche migliaio di euro in più del preventivato.
Pietro sbuffò, prese la borsa, accese una torcia e uscì dalla macchina, incamminandosi per una salita buia e decisamente stronca-gambe.
Mezz’ora al massimo e tutto sarebbe finito. Il disgraziato gli aveva fatto girare mezza Liguria, spedendolo fino in Val Bormida in una frazione del comune di Carcare che sembrava disabitata.
— Ma quanto ci stai mettendo? — ringhiò Dal Molin al cellulare.
— Il tempo necessario. Ché, hai fretta?
— Fai meno lo spiritoso e datti una mossa. Quando sei al bivio, prendi la stradina sulla destra.
Pietro seguì le indicazioni, arrivando fino a un essiccatoio diroccato.
− Spegni la torcia − gli gridò Oscar, uscendo da dietro le rovine con la pistola in una mano e un’altra torcia nell’altra.
− Ma che cazz… Abbassa quella pistola, idiota! − balbettò Pietro, mezzo accecato dalla luce.
− E tu metti giù la sacca con i soldi.
− Ve bene, va bene, ma non fare stronzate – gli rispose, abbassando lo sguardo e alzando nel medesimo istante le mani verso l’alto.
Sentì i passi del tenente avvicinarsi.
Un brivido freddo gli corse veloce lungo la schiena mentre una vocina in testa gli fece presente, se mai non se ne fosse ancora accorto, che si era cacciato in un gran bel casino.
− Adesso la pianterai di rompere, vero? − domandò a Oscar, titubante.
− Certo, certo. Sono un carabiniere, per sempre fedele, no?
− No, dai, non fare il cretino. Stiamo bene così o no? − chiese ancora, sentendo la canna fredda della pistola di Dal Molin premergli alla base del collo.
Il fiato gli si gelò nei polmoni.
− Hai paura, capitano, eh? Fa male sentirsi presi per le palle, vero? Anche la Micaela e la Serena tremavano nello stesso modo, quando le ho accoppate. Un bel centro nella fronte di tutte e due. Ti ricorda qualcosa, super caramba dei miei stivali?
− O… Oscar… − balbettò Pietro, − non ti conviene ammazzarmi. Non puoi giustificarti in alcun modo…
− E a chi servono le giustificazioni? La pistola che ho in mano è un’arma che scotta, la scheda telefonica che ho usato pure. I nostri cari colleghi dell’Arma penseranno a un regolamento di conti della Camorra. D’altronde lo sa il mondo intero che ne hai ucciso uno degli uomini di spicco… Ah, per la cronaca, pure il tuo direttore di banca è uno di loro, quindi il tuo conto è stato rimpinguato dell’esatta cifra che c’è in quella borsa e le operazioni che avevi preventivato con lui non risultano mai essere state fatte − sghignazzò Oscar, spostandogli la canna della pistola contro una guancia.
La vocina in testa gridò trionfante un “te l’avevo detto!” che era tutto un programma. Si sentì le gambe diventare molli.
− Idiota. Con chi diavolo ti sei messo per cercare di fregarmi? − ringhiò, provando a ritrovare il controllo, mentre i jeans gli si inzuppavano di urina bollente.
− Abbate. Anche a lui non stai per nulla simpatico, eh?
Pietro scosse la testa.
− Pure lui è uno che non dimentica, sai? − continuò Oscar. − Essere sopravvissuto alla sparatoria in cui il suo capo è morto lo ha resto quel tanto incazzato verso chi l’ha fatto finire in una cella di due metri per tre molto prima di quanto avesse preventivato. E quel qualcuno sei tu, capitano Pietro Massimiliano Parodi. Vederti alla televisione e su tutti quei giornali gli ha fatto venire l’ulcera.
− Così sei andato da lui per vendicarti?
− Certo! E stai tranquillo, nemmeno il nostro colloquio risulta essere mai avvenuto. Sai, quando gli ho detto che sei arrivato alla villa a sparatoria iniziata perché eri a troie e che hai sparato un unico, fortunatissimo colpo, quasi gli è venuto un infarto dalla rabbia.
Gli occhi di Pietro si riempirono di lacrime.
− Per quattro soldi che ho guadagnato? Oscar, te li do tutti, per Dio, tutti fino all’ultimo fottutissimo centesimo, ma abbassa quella pistola, dai, abbassala! − piagnucolò, cadendo in ginocchio.
− Avresti dovuto pensarci prima, capitano − rispose Oscar, freddo, premendo il grilletto con tutta la rabbia che aveva in corpo.
Ma la pistola restò muta.
− Che cazz… − esclamò Dal Molin, attonito.
La vocetta strepitò “adesso o mai più” nella testa di un altrettanto sbalordito Pietro, che, rialzandosi, colpì il collega con una ginocchiata ben assestata sugli attrbuti.
Oscar gemette, perdendo la presa sulla pistola e chinandosi su se stesso.
Pietro non si lasciò scappare l’occasione per stordirlo con un colpo a due mani alla base del collo.
Dal Molin si accasciò a terra, sbattendo con violenza la fronte e restando immobile tra le foglie di castagno.
“Che culo, che culo, che culo!” urlò la vocina, ancora una volta. Pietro si sedette accanto al collega, cercando di respirare. Dio come se l’era vista brutta. E non aveva manco un paio di manette per bloccare i polsi di quell’idiota patentato. Va se per vendicarsi di un torto che vedeva solo lui doveva essersi alleato con la Camorra!
Ti t’æ abelinôu, Oscar, ti t’æ abelinôu [V]— mormorò, asciugandosi le lacrime dagli occhi e prendendo la pistola.

Pietro accarezzò il manto morbido e caldo della Rosina, rialzandosi dallo sgabello e prendendo il secchio con il latte appena munto. Ne rovesciò il contenuto in una contenitore in alluminio e lo chiuse.
— Missione latte, fase due — mormorò, sollevandolo.
L’aria fuori dalla stalla era frizzante e carica dei profumi della primavera appena arrivata. La jeep lo aspettava, parcheggiata davanti alla baita. Mise il contenitore nel bagagliaio, accanto agli altri cinque già pieni, poi sbuffò, grattandosi ancora una volta la pelata sudata.
Quanto era rimasto seduto accanto al cadavere di Dal Molin? Gli era sembrata un’eternità. Non si ricordava nemmeno quando si era accorto che il collega non era svenuto ma morto e neanche di aver chiamato il 112.
Però doveva averlo fatto perché il faccione del maresciallo della Stazione di Cairo Montenotte era uno dei pochi dettagli nitidi di quel resto sbiadito di notte. Così come la borsa con i soldi messa nel bagagliaio della macchina di Dal Molin.
Per giustificare le sue impronte aveva raccontato che il tenente l’aveva costretto a contarli mentre gli puntava la pistola alla testa, ma il maresciallo non aveva voluto sentire altre spiegazioni. Gli aveva messo una coperta sulle spalle e l’aveva accompagnato sull’ambulanza fino al San Paolo, a Savona, tenendogli la mano per tutto il tempo.
Era finito di nuovo sui giornali. Non è notizia di tutti i giorni scampare a un agguato della Camorra, ancor più quando ti viene teso da un collega carabiniere corrotto.
Solo che questa volta non aveva voluto partecipare a nessuna trasmissione televisiva, nessuno speciale sull’eroe che aveva sconfitto il clan Montemarano per ben due volte.
I medici gli avevano diagnosticato una situazione di stress post traumatico, ma lui sapeva bene cosa gli rodeva dentro. Gli bastava specchiarsi, per averlo davanti agli occhi, in bella vista in mezzo alle sopracciglia
Un crampo improvviso allo stomaco gli fece quasi rimettere la colazione.
Doveva trovare un modo per non pensare più a quella storiaccia.
Credeva di esserci riuscito quando aveva accettato di andare sotto protezione, cambiando identità, connotati facciali — i soldi, alla fine, erano serviti davvero a qualcosa — e nascondendosi a tutto e tutti in quella baita isolata nella Riserva dell’Adelasia, a munger vacche, abbattere faggi malati e lottare contro i topi.
Ma no, la fronte non aveva smesso di bruciargli nemmeno lì.
Prima aveva pensato che quella V fosse sinonimo di vittoria, adesso sapeva che era V come vigliacco, verace vizioso vecchio vigliacco vivo e vegeto. Sei V.
— Devo farmele tatuare da qualche parte — mormorò, saltando sulla jeep e mettendo in moto.

Ringraziamenti.
Ringrazio sentitamente Andrea Bonazzi per la squisita consulenza sui modi di dire in dialetto genovese, mi ha salvato da un bel impiccio!

[I]              Una vera botta di culo, da non credere.
[II]             Io non ce la faccio più a vedere la tua sorridente faccia grande come un culo. Anche se tu ti lavi per un mese, resterai quel gran sudicio che sei. Mi capisci se te lo dico anche in genovese, là c’è la porta, vai a dar via il culo. — da “Rumenta”, dei Buio Pesto — http://www.buiopesto.it/
[III]            Ti sei rincoglionito?
[IV]             Cretino in veneziano.
[V]              Sei un coglione Oscar, sei un coglione

Paola Preziati Scaglione, classe ’68, è tecnico di laboratorio biomedico e lavora per alcuni anni presso alcuni laboratori di ricerca. Successivamente entra a far parte di un team universitario per la creazione di corsi di aggiornamento professionale per docenti della secondaria di secondo grado. Attualmente si occupa a tempo pieno di tutoring scolastico in area scientifica per gli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado. Ad ottobre 2007 si presenta per la prima volta sul forum di Edizioni XII, grazie al quale entra in contatto con la redazione, svolgendo prima incarichi di aggiornamento della sezione news del portale poi di lettrice e selezionatrice, fino alla chiusura della casa editrice stessa.
Collabora in qualità di gestore della sezione Serial Killer con il sito LaTela Nera fino al 2010 e svolge alcuni lavori di web design per il gestore del sito stesso. Come scrittrice, collabora con il portale di fantascienza WebTrek Italia, pubblicando online alcuni racconti e partecipando al progetto benefico Wakati Ujao – Futuro Africano, antologia i cui proventi vengono destinati ad AMREF Italia. Viene selezionata per l’antologia N.A.S.F. 4 Rosa-Noir con il racconto “Anche noi due” e pubblicata da Delos nel numero monografico 116 di Delos Science Fiction – dedicato alle scrittrici di fantascienza italiane – con il racconto “Il Sorriso di Alo”. Altri suoi scritti sono pubblicati da quotidiani nazionali e ancora online.  Come grafico, collabora con Il Mondo Digitale, realizzando la copertina delle antologie Mistero – di cui cura anche le immagini descrittive interne di ogni singolo racconto – e Fratelli di Razza, nonché le copertine di Inchiostro di Reporter del giornalista Diego Cimara e di Schegge di Futuro di Nicola Roserba. Disegna anche la copertina dell’ebook La regina di cuori, sempre di Nicola Roserba.  Come web-designer collabora per un breve periodo con Cluster Informatica, realizzando piccoli siti web pubblicitari per i clienti della società.

 

:: Un’intervista con Silvia Ziche, la “mamma” di Lucrezia a cura di Giulietta Iannone

29 dicembre 2015 by

22Ciao Silvia è un vero piacere avere la “mamma” di Lucrezia sul nostro blog. Prima di parlare del tuo lavoro di disegnatrice di fumetti, mi piacerebbe sapere qualcosa di te. Dove sei nata? Che studi hai fatto? Che infanzia hai avuto?

Piacere mio! Sono nata a Thiene, in provincia di Vicenza, nel millennio scorso. Ho fatto studi artistici, ma non specifici per il lavoro che poi avrei intrapreso. Prima una scuola d’arte, indirizzo ceramica. Poi un corso di grafica editoriale.
Ho avuto un’infanzia… antica. Sono cresciuta in provincia, in anni in cui il traffico non era ancora un problema insormontabile, si guardava poca televisione, i computer e gli smartphone non c’erano, e i genitori erano più fiduciosi e fatalisti nei confronti del mondo. Quindi noi bambini eravamo molto più indipendenti. Ci dovevamo organizzare il tempo, inventare i giochi, affrontare la noia. Credo che la mia fantasia, che ora è parte fondamentale del mio lavoro, arrivi da quelle giornate lontane.
Lucrezia la vedo più come una sorella fastidiosa, con un carattere orribile, che vive con me. Spesso, quando mi trovo in situazioni complicate, mando avanti lei, e vedo che cosa combina. Poi lo racconto.

Quando è iniziata la tua collaborazione con Disney Italia? Come donna hai trovato particolari difficoltà ad affermarti, o il talento è l’unico discrimine?

In un lavoro come il mio l’unico discrimine è il talento, non può essere altrimenti. Non possono esserci raccomandazioni o favoritismi, i lettori li punirebbero. Soprattutto adesso che possono commentare, sul web tutto quanto in tempo reale.
Sono arrivata alla redazione di “Topolino” a fine anni ottanta. Ho dovuto fare un bel po’ di gavetta, imparare bene il lavoro, prima che mi affidassero una vera sceneggiatura da disegnare. La mia prima storia è uscita nella primavera del ’91.

Parlaci dei tuoi lavori extra-Disney. Hai trovato maestri che ti hanno particolarmente aiutata durante la tua carriera con consigli, suggerimenti, veri e propri insegnamenti?

Ho trovato parecchie persone che mi hanno aiutata con consigli e insegnamenti. Quello che mi ha indicato la strada è stato Giorgio Cavazzano, un grandissimo disegnatore. Mi ha spiegato i primi rudimenti del lavoro, mi ha sostenuta e consigliato di scrivermi le storie. Per la mia carriera professionale, lui è stato assolutamente fondamentale. Sia per il lavoro Disney che per quello non disneyano. Anche se poi quello ha seguito una sua strada parallela a quello per “Topolino”, a partire da “Linus”, passando per varie riviste, fino ad arrivare a “Donna Moderna”. E a vari libri.

E ora parliamo di Lucrezia, personaggio che adoro e in cui mi riconosco, come credo molte donne single ormai non più giovanissime. Dal 2006 su “Donna Moderna” appaiono le sue strisce. Come è nato il personaggio? A chi ti sei ispirata? Ti senti vicina alla fumettista francese Claire Bretecher autrice di Agrippina?

Lucrezia è nata nel 2004, per un libro che si intitolava “Amore mio”. Volevo raccontare i cortocircuiti delle relazioni umane che passiamo spesso sotto la voce “amore”, ma che amore non sono: i piccoli ricatti affettivi, la pretesa che sia un’altra persona a renderci felici e a risolverci la vita. Per raccontarli mi serviva quindi un personaggio. Doveva essere una donna, perché mi è più facile assumerre un punto di vista femminile, e non doveva essere perfetta, perché l’autocritica è l’unica posizione che ti permette di estendere le critiche ad altri. Ho provato a fare degli schizzi, per delineare un personaggio. Ed è arrivata subito lei, Lucrezia, pronta a farmi da alter ego per gli anni a venire.
Le allora direttrici di “Donna Moderna” hanno visto il libro, e mi hanno chiesto di provare a fare la vignetta settimanale. Non è stato facile, all’inizio, ma poi la collaborazione ha funzionato.
Claire Bretecher è uno dei miei miti. Ho letto tutte le sue cose, è stata l’autrice che mi ha fatto capire che con i fumetti si potevano raccontare anche la società e le relazioni tra le persone. E’ stata fondamentale per aiutarmi a trovare la mia voce e il mio punto di vista. Prima di Agrippine c’erano I frustrati: sono stati loro che mi hanno illuminata.

Progetti per il futuro?

Sì, parecchi, ma ancora poco definiti. Nell’anno appena concluso ho lavorato tantissimo. Ora sto cercando di riposarmi per poi raccogliere le idee e passare ai prossimi progetti. Al momento però sono ancora così vaghi e labili, che non riuscirei a descriverli. E poi son un pochino scaramantica, per cui fino a che un’idea non è solida e strutturata, preferisco non raccontarla. 🙂

:: Il matrimonio di mio fratello, Enrico Brizzi (Mondadori, 2015) a cura di Massimo Ricciuti

29 dicembre 2015 by
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Il matrimonio di mio fratello è una saga familiare, quella dei Lombardi, lunga quarant’anni. Protagonisti sono i due fratelli Max e Teo, cui fanno da contorno i genitori e Sofia, la sorella più piccola. Mentre è di ritorno a Bologna da una trasferta di lavoro al Sud, Teo viene avvertito della sparizione del fratello. Pur controvoglia, decide di recarsi presso lo sperduto paesino delle Dolomiti in cui Max vive. Approfittando del lungo viaggio Teo rievoca in prima persona la storia della sua famiglia a partire dalla fine degli anni ‘70. A ciò si affiancano le vicende dell’Italia, dalla prosperità degli anni ’80 a Tangentopoli, dalle stragi di mafia alla discesa in campo di Berlusconi per poi arrivare, in mezzo a tanti stravolgimenti politici e sociali, ai giorni nostri. Ciò che resta centrale nelle 500 pagine del romanzo è, però, la storia dei Lombardi, famiglia del ceto medio-alto bolognese, in cui entrambi i genitori lavorano e possono permettersi più di qualche sfizio. Nel racconto emergono nette le differenze fra il 42enne Max e il 39enne Teo. Il primo si ribella presto ai genitori e, terminate le scuole, decide di seguire la sua grande passione, l’alpinismo. Inoltre si sposa con Giulia dalla quale ha due figli. Teo, invece, almeno in apparenza più pacato, si laurea e va a lavorare presso la Vortex, la ditta di motociclette di cui il padre è dirigente. Max fallisce la scalata di uno dei monti più alti del mondo, il Nanga Parbat, con conseguenze drammatiche che lo segneranno per sempre. La sua vita lavorativa e personale va in pezzi e, nonostante i tentativi d’aiuto del fratello, si chiude in se stesso fino a sparire in un luogo difficile da raggiungere. Dal canto proprio Teo porta avanti un’esistenza da scapolo incallito, passando da una donna all’altra senza alcuna intenzione di mettere su famiglia. La terzogenita Sofia resta un po’ sullo sfondo, anche se talvolta è proprio lei, con le sue sagge parole, a risolvere intricate situazioni. Come ha dichiarato lo stesso Brizzi, il romanzo è incentrato sul rapporto dei personaggi con i momenti chiave della vita, in particolare il matrimonio e il legame con i figli. Siamo lontani, in tutto e per tutto, dal Brizzi di Jack Frusciante e non potrebbe essere altrimenti. L’autore è cresciuto e maturato, il linguaggio utilizzato è privo dello slang giovanilistico che contraddistingueva il suo esordio narrativo. Qui ci sono due quarantenni alle prese con le difficoltà che riserva l’esistenza e che ciascuno affronta in maniera diversa. Consci che alla fine il loro rapporto resisterà sempre e comunque, così come quello con i genitori e la sorella. Se dovessi individuare una “pecca” nel romanzo, la indicherei nella prolissità di alcune descrizioni che rallentano un po’ il ritmo. Nel complesso, però, la lettura resta piacevole e mi sento comunque di consigliarla.

Enrico Brizzi è nato a Bologna nel 1974 e ha esordito a vent’anni con il romanzo Jack Frusciante è uscito dal gruppo, al quale hanno fatto seguito Bastogne (1996), Tre ragazzi immaginari (1998) ed Elogio di Oscar Firmian e del suo impeccabile stile (1999). Dalla passione per i viaggi a piedi ‘ che l’ha portato a percorrere la Via Francigena fra Canterbury e Roma e l’antico itinerario dalla Città eterna a Gerusalemme ‘ Brizzi ha tratto ispirazione per Nessuno lo saprà (2005) e Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro (2007). Gli Psicoatleti (2011) è invece frutto di un cammino di oltre 2100 chilometri fra Alto Adige e Sicilia in occasione dei 150 anni dell’Unità nazionale. Compongono la trilogia dell'”Epopea fantastorica italiana” i romanzi L’inattesa piega degli eventi (2008), La nostra guerra (2009) e Lorenzo Pellegrini e le donne (2012). Tra i suoi ultimi titoli L’arte di stare al mondo (2013), In piedi sui pedali (2014) e il libro scritto con l’asso del ciclismo Vincenzo Nibali Di furore e lealtà (2014).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’ Ufficio Stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La scomparsa di De Paoli. Un caso di Petri e Miceli, Gianni Simoni, (Tea 2015) a cura di Viviana Filippini

29 dicembre 2015 by
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Nono appuntamento per Petri e Miceli con un nuovo caso di morte misteriosa da risolvere, in La scomparsa di De Paoli. Un caso di Petri e Miceli, scritto dall’ex magistrato Gianni Simoni. Il libro, edito da Tea, è ambientato a Brescia e l’incipit conquista da subito il lettore portandolo ad assistere al ritrovamento di un cadavere, abbandonato in un fosso, lungo una delle stradi provinciali sulle quali si muove il traffico in entrata e in uscita dalla città. Da subito la polizia riscontra evidenti problemi nell’attuare il riconoscimento del corpo a causa dell’avanzato stato di decomposizione. A determinare gli imprevisti il lavorio dell’acqua, delle intemperie e dei vari animaletti che si aggirano nelle campagne. L’ex giudice Petri vorrebbe restare fuori dall’indagine per lasciare campo libero a Grazia Bruni, il nuovo commissario, ma non può rimanere estraneo al caso, quando si scopre chi è la vittima. Il corpo senza vita appartiene al medico Emilio De Paoli, amico e medico di Petri, scomparso da casa da qualche giorno. Il caso sconvolge molto la città, e Petri stesso che, dopo un iniziale senso di spaesamento, si getta a capofitto nell’indagine. Il suo intento è preciso: scoprire chi e perché ha determinato la morte del medico molto conosciuto e rispettato da tutti. Ancora una volta Gianni Simoni riesce a orchestrare una trama avvincente nella quale, accanto all’indagine (nella quale ad un certo punto ci si rende conto che forse certe verità è meglio non emergano) presenta ai lettori un vero e proprio viaggio, o meglio, un’ indagine psicologica nelle menti dei diversi personaggi protagonisti. In questo modo chi legge può conoscere alcune delle creature letterarie nate dalla penna di Simoni. Petri è un giudice che agisce sempre con coraggio, ha ben chiaro cosa fare e come muoversi sulla scena del delitto per ottenere le informazioni di cui ha bisogno. Vicino a lui troviamo Grazia Bruni che, fin dal suo arrivo, si dimostra una donna forte, decisa, tutta d’un pezzo, anche lei con l’obiettivo ben preciso di trovare la verità. Accanto a loro ci sono gli aiutanti di sempre come l’esperto Maccari, l’abile Esposito, la coppia inseparabile di Grasso e Tondelli, il procuratore Martinelli e il e nuovo vice ispettore Armiento. In realtà, dentro alla narrazione, Simoni dà maggiore spazio anche a personaggi che potrebbero sembrare semplici figure secondarie, ma in realtà, nel corso nella storia, con le loro azioni e parole, dimostreranno di avere una precisa personalità. Tra di loro è interessante Anna, la moglie di Petri, perché lei e il marito sono la dimostrazione che esistono ancora persone che, dopo tanti anni di matrimonio, si amano come fosse il primo giorno. Curiosa è la figura di Eleonora, all’apparenza la tipica segretaria svampita, la quale dimostrerà di avere una personalità tenace e forte. E che dire di Roberta, la domestica del medico De Paoli. Leggendo la sua vicenda capiremo quanto sia stato importante per lei l’incontro con il dottore. La trama narrativa è molto cupa, ma l’ironia usata da Simoni riesce a rendere meno gravosa e opprimente la cappa di tenebre presente nell’intreccio. Il nuovo libro di Gianni Simoni è un giallo avvincente, caratterizzato da un linguaggio scorrevole, nel quale non c’è solo la ricerca del colpevole, perché in La scomparsa di De Paoli. Un caso di Petri e Miceli, l’autore spinge i vari personaggi, e un po’ anche a noi lettori, a riflettere sul rapporto con gli altri e al fatto che non sempre la realtà è quello che sembra.

Gianni Simoni, ex magistrato, ha condotto quale giudice istruttore indagini in materia di criminalità organizzata, di eversione nera e di terrorismo. Con Garzanti ha pubblicato Il caffè di Sindona, in collaborazione con Giuliano Turone. Nelle edizioni TEA son pubblicati I casi di Petri e Miceli e Le indagini del commissario Lucchesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa TEA.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Panorama, Tommaso Pincio (NN Editore, 2015) a cura di Federica Guglietta

28 dicembre 2015 by
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I libri che ho in lettura o che ho intenzione di iniziare durante questi ultimi giorni di 2015 presumo, per forza di cose e per mole, saranno gli stessi che mi accompagneranno per la prima fetta di nuovo anno. Si tratta di pubblicazioni che, ognuno a suo modo, meritano assolutamente di essere spizzate, sfogliate, iniziate, sottolineate, interiorizzate per essere terminate in un giorno o riprese al bisogno.
Sto parlando di diversi libri, tutti romanzi, ad esclusione di uno, e tutti nati dal complesso anno che ci stiamo lasciando alle spalle: Panorama, Tommaso Pincio (NN Editore), Dalle rovine, Luciano Funetta (Tunué), Il paradiso degli animali, D. J. Poissant (NN Editore), I miei piccoli dispiaceri, Miriam Toews (Marcos y Marcos) e Gli anni, Annie Ernaux (L’orma editore).
Tutti e cinque conosciuti in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria che, anche quest’anno, si è svolta a Roma a cavallo tra la prima e la seconda settimana di dicembre.
Tutti, all’infuori di uno, presi in occasione della fiera… come poteva essere altrimenti, verrebbe spontaneo da dire.
Chiudiamo parentesi, oggi è il turno di Panorama: romanzo diretto e nostalgico, scritto da un autore, che è Tommaso Pincio, capace di farsi a sua volta onnisciente e carico di metaletteratura per prendere il suo primo personaggio, Ottavio Tondi, per il bavero della giacca e strattonarlo fuori dai confini di una letteratura di cui persistono solo le ceneri e in cui nulla ha a che fare con l’habitat a cui lui stesso era abituato.

“Il minuscolo mondo letterario per il quale aveva vissuto, una comunità dalla spropositata considerazione di sé benché ignorata dai più, aveva meritato di soccombere, spazzata via dall’arroganza di credersi testimone del mondo, custode di valori millenari, cuore dell’umanità. […] mancavano di qualunque minimo senso del ridicolo. Per troppo tempo, a lui e alle persone come lui, era sfuggita una verità più in bella vista di una lettera in un posacarte. Ebbe dunque la seguente illuminazione: non era morta la letteratura, erano morti loro, i letterati.”,

ma andiamo per gradi. Ottavio Tondi è un lettore. Sì, avete letto bene. Non uno scrittore, proprio un lettore, colui che legge e divora compulsivamente ciò che gli altri scrivono. La scrittura, in realtà, gli interessa poco o nulla, almeno fin quando la sua idea di letteratura ha modo di esistere. Leggere è ciò che fa abitualmente, ciò che gli riesce meglio. Ogni casa editrice se ne serve, ogni autore ne desidera uno fidato in cui specchiarsi. Il lettore perfetto, quello che serve ad ogni autore per rendere viva e reale la propria opera. Il libro esiste perché viene letto così come viene letto perché esisto. Aveva letto tutti i libri di Ligeia Tissot, ma non l’aveva mai incontrata.
Si scrivono per anni su Panorama, un social. Si scambiavano foto, messaggi e commenti che Tondi conservava come fossero reliquie, cullando il suo sentimento e tenendolo per sé.

“Anche questo è pacifico: i messaggi che Tondi e Ligeia si scambiarono su Panorama in quattro anni di amore inespresso rappresentano uno tra i più appassionanti racconti sentimentali mai esistiti. Esistesse ancora un mondo dei libri, una comunità letteraria o qualcosa che le somigli, esistessimo ancora noi come eravamo un tempo, con la nostra ingenua e arida fede nella letteratura, oggi quei messaggi sarebbero oggetto di studio, di riflessione.”,

questo perché, al tempo del racconto, in un futuro prossimo imprecisato, ma comunque poco lontano dal nostro presente si vive una condizione assurda per quanto concerne il mondo strettamente editoriale, da
Un lettore realista, ecco come potremmo definirlo: conosceva i suoi limiti e sapeva di dover rimanere coi piedi per terra, sapeva di non poter volere la luna. Quello che faceva quotidianamente era restare in osservazione e leggere. Un lettore puro, senza alcuna velleità letteraria, come già si è accennato in precedenza.
Eppure, nella sua storia, c’è un però, un limite che va oltrepassato: Tondi rimarrà lontano dalla scrittura nel periodo prima della sua conoscenza con la tanto amata Ligeia e la sua fruizione di Panorama come mezzo non solo di comunicazione e di espressione personale e culturale. Vivrà una brutta esperienza e, nel mentre, sempre più persone smetteranno di leggere, causando un’irreparabile crisi dell’editoria tutta.
Meglio di altri Pincio riesce a trasportare il lettore, non solo Tondi, ossia il lettore perfetto, ideale e attento, ma tutto l’insieme di lettori possibili, probabili e fruitori di Panorama (il libro, non il social) in atmosfera in cui tutto è certo e tutto è sfumato, dove la letteratura non esiste più, ma permane l’espressione personale di ognuno, anche e soprattutto telematicamente. In poche parole: ci racconta i nostri tempi senza farlo direttamente.
Una lettura consigliatissima a chi non crede in una ripresa dell’editoria (e sbaglia) e a chi, invece, ci crede e ci spera tanto.

Tommaso Pincio, classe 1963, scrittore e ritrattista. Vive e lavora a Roma.
All’anagrafe è Marco Colapietro, ma ha scelto lo pseudonimo letterario di Tommaso Pincio in quanto forma italianizzata di Thomas Pynchon, scrittore postmoderno americano.
Ha pubblicato M. (Cronopio, 1999), Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2002), La ragazza che non era lei (Einaudi, 2005), Gli alieni (Fazi, 2006), Cinacittà (Einaudi, 2008), Lo spazio sfinito (minimum fax, 2010), Hotel a zero stelle (Laterza, 2011), Pulp Roma (Il Saggiatore, 2012).
Collabora regolarmente alla rivista Rolling Stone, alle pagine culturali del manifesto e con il Venerdì di Repubblica. Sospeso tra infiniti universi paralleli, declina il suo linguaggio nella traduzione del romanzo del sogno americano per eccellenza: Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald per minimum fax, oltre che di autori quali Jack Kerouac (Il libro del risveglio, Mondadori), Philip K. Dick (Mary e il gigante, Fanucci).
Con Panorama (NN Editore, 2015) si è aggiudicato il primo Premio degli Editori Indipendenti SINBAD, premio della città di Bari.
Il suo sito è tommasopincio.net.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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:: Il gatto che aggiustava i cuori, Rachel Wells (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

28 dicembre 2015 by
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Di libri dedicati ai migliori amici degli esseri umani, cani e gatti, ce ne sono ormai tanti, e per lo più sono storie agrodolci di convivenza dal punto di vista dei bipedi, con finale non sempre lieto, per abbracciare una vita più o meno lunga in comune con fine sempre triste.
Il gatto che aggiustava i cuori, libro d’esordio della gattofila Rachel Wells, racconta una fiaba perfetta per il Natale che arriva e non solo, quella di Alfie, gatto speciale di un’anziana signora, che un giorno la vede sparire per sempre. Trascurato dagli eredi che vorrebbero metterlo in un gattile, Alfie intraprende un viaggio tra i sobborghi di Londra, tra mille peripezie, in cerca di qualcuno di cui prendersi cura, desideroso di non limitarsi ad una sola persona, ma di cercare più persone da amare in modo da non ritrovarsi solo un domani.
In Edgar Road Alfie conoscerà Claire, abbandonata dal marito e in cerca di una nuova vita nella capitale britannica, Jonathan, rimasto disoccupato dopo aver vissuto in capo al mondo, Polly, in preda alla depressione dopo la nascita del primo bambino, Franzishka con la sua famiglia, arrivati dalla Polonia e alle prese con difficoltà e discriminazioni. E tra mille problemi forse Alfie riuscirà a trovare una sua cuccia dove stare di nuovo al caldo, tra fughe tra una casa e l’altra per dividersi e moltiplicare il suo amore e la sua presenza.
Una fiaba gattofila, certo, ma mai stucchevole e melensa, senza le facili commozioni e i facili drammi di tanta narrativa in tema, pronta a parlare non solo del rapporto tra gli esseri umani e i gatti, ma di tante questioni di oggi, l’immigrazione, il crescere, i tradimenti, il reinventarsi, le relazioni violente e altro ancora. Il tutto in maniera leggera e non retorica, visto dagli occhi di un gatto ironico e in cerca di affetto, che vede il mondo umano dalla sua prospettiva, con pregi e difetti, e che non sa smettere comunque di amare questi strani bipedi che millenni fa avvicinarono uno degli animali più liberi e indipendenti, che diventò uno dei più affezionati.
Un libro che scorre in maniera facile senza essere banale, per amanti dei felini quindi ma non solo, con un microcosmo di umanità nella via in cui Alfie sceglie di vivere che diventa simbolica di tutto un genere umano che si relaziona con i gatti. E chi non ama i gatti in questo libro fa una figura pessima e viene giustamente castigato da chi preferirà il piccolo Alfie a imposizioni e violenze di persone sbagliate.
Se si cerca un libro da regalare a un gattofilo, senz’altro Il gatto che aggiustava i cuori può essere il titolo giusto, sempre che uno non ce l’abbia già, i gattofili sono simili ai cani da tartufo in quanto a stanare le novità editoriali. E se si è gattofili, questo libro non può mancare, su uno scaffale che comprenda guide al comportamento e alla psicologia felina, altre storie di gatti tra realtà e fantasia, leggende e libri illustrati.

Rachel Wells, che ha sempre desiderato scrivere e ha sempre amato i gatti come animali domestici, è riuscita a combinare queste due passioni nel suo romanzo d’esordio. Vive nel Devon con la sua famiglia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Nell’orizzonte degli eventi, David Valentini (Nulla Die Edizioni, 2015) a cura di Micol Borzatta

28 dicembre 2015 by
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Daniele ha 22 anni quando viene coinvolto in un incidente stradale, un sabato alle due di notte, mentre sotto pressione della madre andava a cercare la sorella diciassettenne che era andata a una festa a casa di alcuni amici, invece di passare la notte a casa di un’amica come aveva detto alla madre.
Inizia così un periodo nero che coinvolge tre famiglie: la famiglia di Daniele, colpita dal dolore della perdita e dal senso di colpa del padre perché non aveva fatto sistemare i freni della macchina, delle accuse che la sorellina rivolge alla madre perché lo aveva fatto uscire a quell’ora tarda senza preoccuparsi che poteva essere stanco, e il vuoto provato dalla madre che non accetta la perdita del figlio e men che meno le razioni del marito e della figlia; la famiglia di Giorgia, fidanzata di Daniele, che il suo ultimo ricordo di lui è la litigata che hanno avuto qualche ora prima che lui morisse a causa del trasferimento di lei a Londra per sei mesi per studio e la gelosia gratuita di lui; e la famiglia di colui che crede di essere il colpevole dell’incidente perché trovando la macchina incidentata e non ricordandosi nulla della sera prima a causa del troppo alcol bevuto, arriva alla conclusione più facile.
Un romanzo che sa strappare il cuore al lettore con le sue descrizioni forti relative alle emozioni e ai pensieri dei vari protagonisti che narrano il loro punto di vista di tutta la vicenda, coinvolgendo così il lettore nella vita del personaggio principale, personaggio assente a causa del suo decesso ma non per questo inesistente, anzi molto presente e intorno al quale gira tutto il libro.
Un finale sconvolgente poi non manca di lasciare il lettore talmente scioccato da dare l’impressione di essere rimasto senza nessuna emozione, dopo essere stato travolto dall’odio, dal dolore e dalla rabbia del padre di Daniele fino a provarne il senso di vuoto definitivo dopo lo sfogo violento.
Un romanzo che tratta un argomento purtroppo odierno nel modo più duro possibile ma contemporaneamente con una finezza e una sottigliezza che penetra nel mente e nel suore come un bisturi talmente affilato che quasi non ci si accorge di nulla.
Da leggere assolutamente perché si denota tutta la bravura dell’autore.

David Valentini nasce a Roma nel 1987.
Dopo aver conseguito una laurea magistrale in filosofia inizia a lavorare come scrittore, redattore e traduttore.
Coltiva la sua grande passione scrivendo poesie e romanzi.

Source: ebook inviato dall’autore.

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:: Gli ipocriti, Eleonora Mazzoni (Chiarelettere, 2015) a cura di Elena Romanello

26 dicembre 2015 by
Eleon

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Oltre tre anni dopo il suo romanzo d’esordio, Le difettose, che trattava l’argomento attuale della ricerca della maternità che non arriva, Eleonora Mazzoni torna con un nuovo romanzo, Gli ipocriti, usciti presso Chiarelettere.
Anche stavolta si tratta di una storia al femminile, ma con una protagonista molto diversa: Manu, un’adolescente che si trova non bella e un po’ sfigata, divisa tra una famiglia ultra religiosa e i suoi coetanei che vede a scuola, molto diversi e che le suggeriscono che c’è un mondo fuori dalle imposizioni che ha in casa.
Un giorno Manu apre un cassetto di suo padre e trova una scatola di preservativi, proprio da parte di una persona che le ha inculcato una visione assolutamente rigida sul sesso, motivo del suo isolamento dalle compagne di classe. Da quel momento Manu inizia a spiare i genitori anche con una videocamera, scoprendo i loro sotterfugi, le loro bugie, la loro ipocrisia, e in parallelo rivede il suo rapporto con il prete, don Ettore, stringe amicizia con Linda, tenta l’amore o meglio il sesso con Sam, si confronta con la sorella Valeria.
Due sono quindi i temi di questo romanzo, scritto con un linguaggio diretto, che a qualcuno potrà anche ricordare un ormai classico che fece scalpore come Porci con le ali: la ricerca di sé tipica di un’adolescente e l’ipocrisia del mondo adulto e soprattutto di certo mondo adulto.
Il ricercare se stessi e saper andare oltre ai paletti imposti da famiglia, coetanei, scuola e società è un tema eterno e presente in ogni epoca, oltre che un processo senza il quale non si superano certi problemi nemmeno in età adulta: questa parte è quella meglio trattata dall’autrice, che si mette nei panni di questa ragazza di oggi, che cercherà ancora una sua strada di compromesso tra due mondi inconciliabili ma che le appartengono entrambi.
L’ipocrisia del mondo adulto non è nuovo come tema, qui riguarda tra l’altro alcuni gruppi su cui si parla poco, tranne quando contestano innovazioni sociali con un integralismo religioso non diverso da quello di altre etnie: qui forse sarebbe stato bello approfondire un problema che c’è e che soprattutto per chi lo vive suo malgrado come Manu non è proprio una passeggiata. Il tutto poi senza contare l’ipocrisia che regna sovrana in certi ambienti, che farà da molla per la nostra protagonista per reagire e provare a crescere malgrado tutto e anche sbagliando.
Gli ipocriti è un libro per giovanissimi senza peli sulla lingua ma anche per meno giovani per raccontare situazioni che alla fine si ripetono, sia pure con qualche cambiamento.

Eleonora Mazzoni è scrittrice e attrice. Nel 2012 ha esordito per Einaudi con il romanzo Le difettose, messo in scena da Serena Sinigaglia al Festival della Mente di Sarzana nel 2014 e attualmente in tournée nei teatri di tutta Italia. Come attrice ha lavorato in teatro, in televisione e al cinema, dove debutta con Citto Maselli in Cronache del terzo millennio (Festival di Venezia, 1996). Diretta da Maselli ha recitato anche ne Il compagno (1999). È nel cast, tra gli altri, di Tutta la conoscenza del mondo di Eros Puglielli (Festival di Berlino, 2001), Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio (Festival di Venezia, 2004) e L’uomo che verrà di Giorgio Diritti (Festival di Roma, 2009 e vincitore del David di Donatello come miglior film, 2010).

Source: copia fornita al recensore dall’autrice.

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:: Il complotto delle statue di cera, Riccardo Borgogno (Eris Edizioni, 2015) a cura di Micol Borzatta

23 dicembre 2015 by
Il

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Milo è un insegnante che purtroppo rimane senza lavoro a causa di una litigata con il direttore della scuola in cui lavorava. Da quel momento inizia a fare lavori saltuari fino a quando non incontra Eric a un mercatino di libri usati.
Eric è un ragazzo strano, di buona famiglia, ma molto solo. Milo si accorge subito che è inseguito così lo fa salire sul suo motorino e lo porta a casa di amici e intanto cerca di informarsi di lui.
Qualche giorno dopo Milo viene contattato da Roberto Vastano, il padre di Eric, che lo assume come insegnante di supporto per il figlio. Le cose sembrano procedere bene se non fosse che di punto in bianco Roberto Vastano decide di licenziare Milo, a quella scelta susseguono vari eventi catastrofici che coinvolgono Eric portando così Milo ad avere a che fare con sette segrete e misteri che durano da migliaia di anni.
Un romanzo interessante anche se molto lungo che parte molto lentamente, senza quello sprint che sa rapire il lettore fin dalle prime pagine convincendolo a leggere tutto il libro, ma se si ha la pazienza di andare avanti si trova una trama avvincente, piena di mistero e colpi di scena che sanno come conquistare il lettore e trasportarlo in un mondo di mistero e magia.
Le descrizioni che sono presenti sono davvero realizzate nel migliore dei modi, infatti sono minuziose ma leggere, così che il lettore può immaginarsi perfettamente sia gli ambienti che i personaggi senza però rallentare la lettura.
Unica pecca sono i salti temporali che risultano non legati alla storia a parte solo un paio che spiega eventi magici e inspiegabili, ma gli altri tendono a rallentare la lettura senza dare informazioni importanti.
Nel complesso comunque un buon romanzo che si legge volentieri, specialmente vicino a un camino con una buona cioccolata calda.

Riccardo Borgogno nasce a Torino nel 1954. Dopo aver conseguito la laurea ha iniziato a lavorare nel settore socio-educativo con soggetti disabili e psichiatrici. Finito il lavoro scrive per la rivista Fumo di china e cura un programma radiofonico di scrittura creativa su Radio Black Out di Torino. Nel 1998 e nel 2000 è stato finalista del Premio Nazionale di Letteratura Fantastica di Courmayeur. Dal 1980 si diletta nella scrittura di sceneggiature per fumetti per Sergio Bonelli Editore, Walt Disney, L’Intrepido, e altri.

Source: omaggio dell’autore.

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:: Ombre Elettriche, Davide Mana (8PiecePress, 2015)

23 dicembre 2015 by

4Davide Mana legge molto, soprattutto in inglese e non solo romanzi. E’ uno scienziato, uno scienziato vero di quelli che sanno tante cose difficilissime, oscure ai più. E nonostante tutto ciò ha una spiccata passione per l’Estremo Oriente e la letteratura fantastica. Per alcuni questo è un difetto, per alcuni la letteratura fantastica, in tutte le sue forme, non è vera letteratura. Noi ce ne preoccupiamo? Certo che no, il lettore è sovrano. Il lettore può sperimentare, attraversare steccati, leggere cose che se non gli sono vietate, gli sono sconsigliate da chi di letteratura ne sa. E facendo così può imbattersi in interessanti scoperte. Può scoprire un piccolissimo ebook dal titolo Ombre elettriche, venduto dal nostro concorrente (che non nomino) al prezzo più che simbolico di 0,99 centesimi. Amo gli ebook solo perché rendono facile la copia delle citazioni (tranne i dannati ebook che non te lo permettono), rendendo più facile il lavoro del recensore, e ormai tutti mi dicono questo è il futuro. Armati di ebook reader e sii giovane. Con calma, per ora leggo a computer e con i testi brevi, di racconti me la cavo, per i romanzi è un altro discorso. Ma fortunatamente Ombre elettriche è un testo breve (lunghezza stampa 33 pagine). Di cosa parla? Di fantasmi, ma scordatevi il lenzuolo bianco e le catene dell’iconografia ottocentesca. I nostri sono ben più tecnologici e organizzati. E’ un racconto horror? Forse. Anzi io direi di sì. Suscita un orrore ben reale (per i meccanismi perversi della propaganda, per esempio) anche se è difficile che faccia davvero paura. A meno non crediate ai fantasmi, certo. Allora sì potreste farvi inquietanti interrogativi. Ma noi non crediamo ai fantasmi, non crediamo che i morti di Tiananmén vogliano e possano vendicarsi. E’ una storia di fantasia, che diamine. Non vi anticipo in che consiste la vendetta, vi toglierei il gusto della lettura, ma qualcosa posso dirlo. Non credo la censura cinese lo lascerebbe circolare liberamente. Strano destino quindi vedere questo racconto tradotto malamente in cinese, circolare clandestino. Ma chissà, magari è proprio quello che sta succedendo. Pensateci mentre lo leggerete.

Davide Mana, classe 1967, è un paleontologo, blogger, traduttore e autore freelance.  Ha pubblicato racconti, articoli e scenari per giochi di ruolo in Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone. Dal 2013, affianca alle sue pubblicazioni tradizionali, racconti e saggi autoprodotti in formato elettronico. Fra i suoi lavori, la serie di racconti autoconclusivi Gli Orrori della Valle Belbo, e il ciclo di avventure sword & sourcery Aculeo & Amunet. Il suo primo romanzo The Mynistry of Thunder è stato pubblicato nel 2014 da Acheron Books.

Source: acquisto personale.