:: Bar, Andrea Scattolini

25 gennaio 2016 by

caffè

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma non del tutto. Il freddo pungente sembrava l’esalazione di un sole anemico, che di lì a poco avrebbe iniziato a nascondersi per lasciar spazio al buio di una sera di febbraio.
La strada era insolitamente deserta, come se un dittatore capriccioso avesse impedito a tutti di uscire o come se ci fosse qualcosa da temere uscendo di casa.

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma dentro si potevano vedere i lividi di una festa che era finita da poco. Cadaveri di bottiglie erano accatastati un po’ ovunque, anche sul pavimento lercio tappezzato di impronte di ogni tipo, carriarmati di scarpe invernali da uomo e linee più affusolate di scarpe da donna, eleganti suole di scarpe inglesi e gli indecifrabili ornamenti di antiestetiche sneakers. Tutte queste scarpe avevano lasciato il segno della loro presenza in eredità all’asfalto dei marciapiedi, dove goccie di pioggia si erano sfracellate per tutto il pomeriggio, come kamikaze senza un dio o uno scopo.

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma l’umidità, per il momento, restava fuori. Abbottonati in soprabiti e giacche a vento, gli avventori della festa se n’erano andati tutti insieme, gettandosi tra le gelide braccia del vento figlio di un temporale appena passato, come se il bar fosse solamente un rifugio in cui ripararsi da qualcosa di inaffrontabile, procrastinando all’infinito il momento di una terribile rivelazione. Le fluorescenze in lontananza dei negozi, dei lampioni e delle case erano pallide attrazioni che tutti ignoravano, un tetro lunapark senza visitatori.
Brutto tempo, strade vuote, silenzio senza fine. La grande città, sempre attenta a mostrarsi viva, sembrava implodere nel suo silenzio, nella foschia di una serata come tante altre, dove è il momento di tornare a casa per concentrarsi sulle proprie angosce.

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma la luce era ancora accesa. Il locale odorava ancora di presenza umana, di profumo di donna e di dopobarba, di resti di cibo che giacevano nei piatti usati insieme alle posate sporche che avevano infilzato salumi, quadrati di pasta al forno e verdure crude da pinzimonio. Su una sedia, in un angolo, qualcuno aveva dimenticato una meravigliosa sciarpa di un indaco fulgido, che lì da sola sembrava una ragazza che riflette da sola, avviluppata nei suoi dubbi, dopo una lite.
Vino di Bordeaux, recitava una delle bottiglie vuote. Chissà se chi l’ha aperta gli ha dato la giusta areazione e il giusto calore per volatilizzare l’aroma, emanando il suo bouquet nella stanza colma di stronzi e stronze troppo distratti per avvertirlo. Rapporti usa e getta, la fretta di conoscersi e la rapidità di congedarsi tra un cin cin e una sigaretta, tra un’osservazione acuta e una frecciatina.
Da sola, poco sedotta ma molto abbandonata, una carota di un arancione acceso oltre ogni immaginazione faceva capolino da un piattino da buffet.

Nel bar senza insegna, la saracinesca era abbassata, ma nessuno veniva a chiuderla del tutto. Alcune luci dei palazzi circostanti morivano in un silenzio raro per la quotidianità di quella via: nel dubbio è meglio sentirli, i rumori, almeno si crede di essere meno soli.
Silenzio e indecisione, inquietudine e foschia, molta nebbia e poca vita.
All’interno del bar, un palloncino rosso sembrava deciso a uscire dal soffitto, batteva la testa verso l’alto in un’apparente e irreplicabile cocciutaggine, quando invece è l’unico movimento che gli è possibile compiere. Sembra un foruncolo prossimo all’esplosione, scarlatto nel suo stadio terminale, sa che esplodendo causa solo rumore e nessun dolore, eppure proseguiva nel suo intento, deciso ma discreto, adeguandosi all’invincibile sonnolenza che circondava la zona, in attesa delle luci dell’indomani per risorgere.
Il vago riverbero dei lampioni si rifletteva nel Naviglio, dormiente nella sua lercia immobilità. Visto così, disadorno dalle orde di giovani in cerca di alcol e divertimento, sembrava un grosso topo morto che agonizzava nel’umido grigiore di una città sul punto di implodere dalla stanchezza.
In mezzo a una strada, adagiato sull’asfalto, un vaso di violette appassite era l’incauto regalo di chi aveva deciso di lasciare un po’ di colore sotto gli pneumatici di qualche auto che sarebbe passata di lì.

Nel bar senza insegna, la saracinesca era abbassata, ma i tavoli non erano stati riordinati: i clienti li avevano avvicinati e avevano distribuito due o tre sedie per ciascuno in modo da isolarsi in piccoli gruppetti di conversazione. La sedia con la sciarpa era l’unica in disparte, senza un motivo apparente: sullo schienale, molto tempo prima, qualcuno aveva applicato un piccolo adesivo giallo raffigurante uno smile talmente stilizzato da inquietare, era forse qualcuno si era spaventato.
Passavo di lì rintanato nel mio cappotto umido di pioggia e, nonostante la voglia di essere a casa, osservavo il bar e il suo interno da una buona decina di minuti, aiutato dalla saracinesca non del tutto abbassata. Mi accorsi che uno dei miei guanti blu di lana aveva il buco sul palmo della mano che si era considerevolmente allargato, così li gettai entrambi, anche quello buono.
Nel palazzo a fianco del bar, da un grande vaso di pietra a un lato del portone spuntava una pianta dal verde intensissimo, travolgente, l’unica che sembrava felice di quel clima. Sputai nel terriccio come a volerla concimare di una piccola parte di me, e il rumore secco della saliva che mi usciva dalla bocca fu il primo a palesarsi nitido da quando ero arrivato lì.
Poi mi sembrò di sentire il pianto di un neonato, un suono che mi giungeva lontano e ovattato ma che sembrava comprimere tutto il resto al punto da farmi paura: senza nessun motivo, immaginai i mostri delle paludi, quelli dei film anni 70, uscire dalle oscurità del Naviglio per venire da me.
Affrettai il passo e lasciai il palloncino, la carota, l’adesivo con lo smile, la pianta, i guanti, il vaso di fiori e la sciarpa. Così come una nuvola, che non deve per forza stare in un paesaggio per essere vista come tale, quel giorno, paradossalmente, il mio piccolo arcobaleno lo vidi, anche se non nel cielo di Milano.

Andrea Scattolini è di Mantova, ha una Laurea Magistrale in Comunicazione pubblica e Internazionale conseguita all’Università Cattolica e vive e lavora a Milano: fa il redattore in ambito editoria scolastica in un’agenzia di servizi editoriali, dove si occupa anche di alcuni aspetti digitali legati ad alcuni progetti che portano avanti per grandi gruppi editoriali. E’ un avido lettore di narrativa (i suoi “maestri” sono Don DeLillo Ian McEwan) e si tiene continuamente aggiornato su tutte le casi editrici italiane, sia a livello di pubblicazioni che di iniziative.

:: È così che si uccide, Mirko Zilahy (Longanesi, 2016)

25 gennaio 2016 by
e così

Clicca sulla cover per l’acquisto

In una Roma crepuscolare, sotto una pioggia incessante che ricorda per molti versi scenari postindustriali alla Blade runner, è ambientato il romanzo di esordio di Mirko Zilahy, editor, traduttore e professore di lingua e letteratura italiana al prestigioso Trinity College di Dublino. Insomma non ostante la relativa giovane età (classe 1974) una vita nel mondo dei libri e della lingua italiana nonostante il cognome Zilahi de Gyurgyokai faccia pensare a un misterioso nobile ungherese.
Le origini ungheresi sono indiscusse ma Mirko Zilahy è italiano a tutti gli effetti, anzi romano, e la sua conoscenza della città si riflette nel taglio dark che le ha dato, fatto di ruggine, pioggia (radioattiva), scheletri di acciaio (come il Gazometro presso via Ostiense). Non dunque la Roma da cartolina venduta ai turisti, ma uno scenario che riflette l’anima noir del protagonista il commissario Enrico Mancini, una specializzazione a Quantico come profiler.
E questo ci porta al filo conduttore di È così che si uccide, edito da Longanesi: il crimine seriale. Alcuni pensano che questo particolare tipo di devianza appartenga solo agli scenari americani (ci vogliono ampi spazi, differenti giurisdizioni per rimanere impuniti) ma i fatti di cronaca anche recenti ci ricordano che è presente anche da noi. E in questo romanzo ci troviamo di fronte a un autentico serial killer, anche se con caratteristiche sue proprie: ha un piano in mente, una vendetta. Ciò non toglie che deve essere fermato, e Mancini e la sua squadra farà di tutto per raggiungere lo scopo.
Un taglio classico insomma, niente di eccessivamente innovativo o non visto in molti romanzi americani a partire da Il silenzio degli innocenti di Thomas Harris che in un certo senso ne racchiude tutti gli archetipi. La particolarità di questo romanzo è il movente degli omicidi che riporta a chi davvero si appresta a diventare il maggior serial killer della storia contemporanea. Non una persona, ma una malattia che si sta diffondendo nel tessuto sociale quasi come una psicosi.
Essendo un thriller forse è meglio non addentrarsi troppo nella descrizione della trama, ma senz’altro in questa ultima caratteristica il romanzo si discosta da tutti gli altri thriller letti in questi ultimi mesi, infrangendo quasi un tabù e ponendosi come possibile capostipite di molti altri libri.
Insomma un thriller per palati forti retto da uno stile narrativo colto, e pieno di rimandi e riferimenti alle indagini scientifiche della polizia, come ogni procedural che si rispetti. L’analisi dei personaggi dal tormentato protagonista, allo stesso killer (a cui sono dedicati interi capitoli che si alternano alla narrazione), sono realistiche e approfondite e riflettono i veri sentimenti e le reazioni emotive di chi ha veramente dovuto affrontare drammi simili nella sua vita reale, caratteristica che forse può apparire disturbante per i più sensibili. Motivo per cui non ostante sia un romanzo accolto come un successo, che si appresta ad essere tradotto in molte lingue, non lo consiglierei a tutti, sebbene la funzione catartica dei libri è reale, e capace davvero di esorcizzare il male.

Mirko Zilahi è nato a Roma nel 1974. Laureato in Lingue e Letterature Straniere, ha conseguito un PhD in Italian presso il Dipartimento di Italianistica del Trinity College di Dublino dove ha insegnato Lingua e Letteratura italiana. È cultore di Lingua e Letteratura inglese presso l’Università per Stranieri di Perugia. Ha pubblicato saggi su autori irlandesi, interventi su scrittori italiani contemporanei, è traduttore letterario dall’inglese (Peter Murphy, Bram Stoker, Roger Boylan, Michael Dahlie, Donna Tartt) ha collaborato con varie case editrici italiane e al momento è editor della narrativa straniera per minimum fax. Nel 2014 ha tradotto per Rizzoli il premio Pulitzer Il Cardellino di Donna Tartt.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Cinzia dell’Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Marco Pensante a cura di Giulietta Iannone

24 gennaio 2016 by

index

Benvenuto, Marco, su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla sesta edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di 1980, di David Peace, Il Saggiatore. Che altri premi hai ricevuto nella tua carriera? Ti sono stati utili nel tuo lavoro?

Questo è il primo. Se mi sarà utile festeggeremo insieme.

Vivi e lavori a Brescia. Dove sei nato? Che studi hai fatto? Da che lingue traduci? Come ti sei perfezionato per diventare traduttore? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Sono nato a Brescia, ma ho vissuto a Parma e a Milano per anni. A Parma mi sono laureato in Economia e Commercio. Traduco dall’inglese. Mi sono perfezionato sul campo, con la lettura continua e la pratica della conversazione in lingua. Il mio approccio è sempre stato pragmatico, nel senso che prima ho appreso la lingua per poter leggere i testi che mi interessavano, poi ho approfondito le conoscenze sui testi. In questo senso non so consigliare scuole di formazione professionale perché non ne ho esperienza. Il mio percorso si è svolto tutto con l’apprendimento personale e i rapporti diretti con le case editrici, iniziati quando ho pubblicato il mio primo romanzo, Il Sole Non Tramonta.

Hai pubblicato i romanzi Il Sole Non Tramonta e Ponte di Mezzo. Non li ho letti ma mi hanno detto che eri un eccellente autore di fantascienza. Questi libri riverranno pubblicati? Hai in programma di riprendere a scrivere, o non hai mai smesso?

Ponte di Mezzo è stato vittima del trapasso della casa editrice, Interno Giallo, acquistata da Mondadori. Nel portfolio autori di Interno Giallo c’erano molti nomi appetibili, ma il mio non era fra quelli. Di conseguenza, il mio romanzo è rimasto nelle librerie pochi mesi per poi scomparire. Pur non potendo essere un libro di successo, rappresentava un incrocio fra il romanzo generazionale – considerando l’importanza di Pier Vittorio Tondelli per quasi tutti i giovani autori dell’epoca, me compreso – e il genere emergente del noir metropolitano, oggi divenuto un cliché ma che allora respirava aria nuova ed entusiasmante grazie alla linea editoriale di Interno Giallo, soprattutto con gli autori italiani: solo per fare un esempio, il primo romanzo di Giancarlo De Cataldo è uscito per Interno Giallo. Ponte di Mezzo poteva acquisire un suo pubblico nel lungo periodo, ma non ne ha avuto il tempo. Il Sole Non Tramonta, che ho visto con piacere riemergere nei siti di bookcrossing, era un’opera giovanile, con tutto ciò che la qualifica comporta. Ci sono state critiche sulla sua derivazione da Frank Herbert, che era innegabile e senz’altro dovuta a un eccesso di entusiasmo adolescenziale; ma evidentemente l’Editrice Nord – che non si poteva certo definire all’oscuro dell’opera di Herbert – l’aveva considerata una variazione sul tema degna di pubblicazione. Ma se riguardo a questo aspetto posso capire le critiche, altri si sono inventati – suppongo pur di creare uno scandalo qualsiasi, senza neppure consultare le persone che ci hanno lavorato all’epoca – un mio presunto ruolo da “giovane scrittore confezionato a tavolino” pianificato al fine di rilanciare la casa editrice, cosa assolutamente falsa. In seguito, per anni ho tradotto e collaborato con riviste come Pulp, pubblicando racconti, recensioni e articoli. Miei racconti sono apparsi su Bresciaoggi e Il Manifesto. In quel periodo trascuravo la scrittura perché credevo di avere una famiglia, poi un giorno ho scoperto che non avevo niente. Appurato ciò, ho studiato il pianoforte e ho scritto un romanzo che sto cercando di pubblicare, un noir che si sforza di evitare la classica dualità del genere, in cui protagonista è l’ispettore o il criminale. Nell’attesa, per divertirmi, sto scrivendo un romanzo di fantascienza.

Parlaci di te, che autori ami leggere per tuo svago personale. Leggi prevalentemente in lingua originale o leggi anche traduzioni per vedere il lavoro dei tuoi colleghi?

Tutte le opere in lingua inglese le leggo in inglese. Leggere i colleghi può essere interessante per trovare ispirazione riguardo ai modi per tradurre certe espressioni, perché davanti a un testo tradotto dall’inglese mi è quasi sempre chiaro cosa dica l’originale. Alla lunga però lo trovo un esercizio un po’ sterile, per il fatto che fra traduttore e opera c’è quasi sempre un rapporto personale molto stretto e preferisco dare fiducia al traduttore limitandomi a leggere il libro, più che interrogarmi sul suo metodo. Per mio svago personale tendo a preferire gli anglosassoni perché non ritengono disdicevole intrattenere. Douglas Coupland, per esempio, sa mantenere una leggerezza e un’ironia che a volte nascondono la profondità con cui sa indagare i rapporti amicali e sentimentali. Don DeLillo ha scritto una satira geniale sulla controcultura hippie, Great Jones Street, mettendo in scena le rime infantili della rockstar come prova della dissoluzione della lingua. Stephen Baxter, il mio autore di fantascienza preferito, possiede una fantasia sconfinata, rivolta alla creazione di avventure che spaziano non solo ad altri pianeti, ma all’intero universo, esponendo in forma romanzata interi trattati di astronomia e cosmologia.

Come è andata all’inizio, hai mandato il tuo curriculum nelle case editrici? Sei stato chiamato direttamente dagli editori? Quando ancora non si ha un portfolio di traduzioni, come si fa a farsi notare?

Credo che il mio sia stato un caso particolare, come tutti. Dopo avere pubblicato Il Sole Non Tramonta, quindi molto giovane e incosciente, tramite amicizie comuni ho avuto la fortuna di incontrare persone a cui ho chiesto lavoro e che mi hanno dato fiducia. In particolare Marco Tropea e Laura Grimaldi, recentemente scomparsa, due giganti dell’editoria italiana, conosciuti assolutamente per caso durante la loro permanenza alla direzione di Urania e con i quali ho stabilito negli anni una collaborazione e un’amicizia che considero fra le mie grandi fortune. Naturalmente ho lavorato con grande impegno per ricambiare la loro fiducia; i risultati, come si dice, sono in strada. Direi che si è trattato di un misto fra ambizione, passione per la letteratura avventurosa, ansia di uscire di casa e prontezza di riflessi nello sfruttare le occasioni.

La tua carriera di traduttore è iniziata nel 1987, da allora hai tradotto importanti autori come James Ellroy, Don DeLillo, Joyce Carol Oates, Douglas Coupland, e altri. Quale è stato il più difficile da tradurre, quello che ti ha richiesto più impegno, più fatica?

In realtà gli autori più difficili da tradurre sono quelli che scrivono male. Periodi involuti e incomprensibili, nessuna coerenza, dialoghi ridicoli di cui è un’impresa capire il senso. Per fortuna questi autori si dimenticano in fretta. Gli altri che hai citato, e che mi onoro di avere trascritto nella nostra lingua, hanno una cifra stilistica così precisa e personale che il problema è solo assorbire la loro scrittura e trovare la voce giusta per renderla, dopo di che la traduzione segue un percorso praticamente obbligato. Il traduttore spesso è ignorato o maltrattato, ma l’estremo opposto è il traduttore che si ritiene coautore, in diritto di sovrapporre il proprio stile a quello del testo originale. Un traduttore è al servizio del libro. Il dovere del traduttore è ricopiare nella propria lingua le stesse parole dette dall’autore, non una di più e non una di meno.

La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?

La conoscenza personale con l’autore non entra in gioco quasi mai, anche perché gli autori raramente si legano a un unico editore per le traduzioni. Tranne Andrew Vachss e David Peace, non ho mai conosciuto i miei autori. Quello che per me è contato è stato mettere in campo le mie passioni e i miei interessi: la modernità, i fenomeni urbani come il punk o il rap californiano, la cultura e l’arte pop, la musica in ogni sua declinazione. Dopo un certo numero di traduzioni assegnate più o meno a caso, diventa chiara la linea narrativa che il traduttore vuole seguire, e l’editore – se è abile nel riconoscere le sensibilità – sa accoppiarlo agli autori. Uno dei libri più emozionanti e divertenti che ho tradotto, La Grande Occasione di Marcel Montecino, raccontava di un pianista in fuga dalla mafia di New Orleans. È stato un lavoro impegnativo ma di grande soddisfazione. Credo che qualcuno, negli uffici direzionali di Interno Giallo, lo abbia visto e abbia detto: “Questo lo diamo a Pensante”.

Come pianifichi il tuo lavoro? Ogni libro è un caso a parte o hai un metodo che utilizzi ogni volta? Leggi prima il romanzo per intero in lingua originale, o traduci pagina per pagina senza sapere dove la storia porta? Usi vocabolari cartacei, o ti affidi a vocabolari online? C’è un sito di sinonimi, slang, modi di dire che ti è particolarmente utile?

Di solito mi basta leggere qualche pagina e conoscere un minimo l’autore per capire se posso tradurre senza leggere il resto. Per David Peace questo non è possibile, perché ogni suo libro rimanda a tutti gli altri, in un intreccio di cicli e metacicli narrativi. Prima di tradurre un romanzo di David Peace, bisogna avere letto tutti i precedenti. I vocabolari che utilizzo sono di due tipi: quelli necessari al lavoro quotidiano, che per fortuna non sono più cartacei ma a disposizione in qualsiasi momento sul telefono cellulare, e i monolingue impraticabili ma da leggere per il piacere delle parole, come l’Oxford, da consultare con la lente di ingrandimento incorporata. Se dovessi consigliare un sito sarebbe Urban Dictionary, ma ogni voce va interpretata e messa a fuoco depurandola dai meme estemporanei. Ma più che trovare una definizione su un dizionario, per me è fondamentale visualizzare e contestualizzare. Ricordo uno scambio di fax con Douglas Coupland, nei primi anni Novanta, in cui domandavo chiarimenti su certi passaggi di Generazione X che richiedevano la conoscenza dei pranzi precotti americani degli anni Cinquanta. Oggi l’intera Internet è il vocabolario del traduttore, cosa per cui non sarò mai abbastanza riconoscente. Nel campo della cultura pop, le tanto decantate ricerche in biblioteca dei tempi andati sono un pio desiderio.

Parliamo  della traduzione di 1980, di David Peace, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Raccontaci la storia di questa traduzione. Conoscevi già David Peace, avevi già tradotto sue opere? E’ un autore impegnativo? Che tipo di stile utilizza? Una volta finita la traduzione, ti sei sentito soddisfatto?

1980 è stato il mio primo contatto con David Peace. Come tutti i primi contatti con un autore, servono molte pagine prima di raggiungere un’intimità che porti a un’interpretazione fedele ed efficace. Il mio metodo di lavoro prevede una rapida trascrizione del libro seguita da una lunga revisione, dopo che la scrittura ha avuto il tempo di sedimentarsi ed è possibile esaminarla evitando il coinvolgimento della stesura viva. Lo stile di Peace si basa su due tecniche che rimandano una all’altra: la ripetizione e la narrazione inaffidabile. La ripetizione è il periodico ritorno di certi temi, spesso onirici, che uniscono i romanzi della serie fra loro e ogni singolo romanzo al proprio interno. La narrazione inaffidabile è un’influenza di Ryunosuke Akutagawa: tutti i protagonisti hanno partecipato agli eventi, e ognuno li descrive secondo la propria esperienza, ma queste esperienze divergono in certi dettagli essenziali, quindi non possono essere tutte vere. Per il lettore rimane sempre una quota di incognito non eliminabile, come nella sparatoria allo Strafford Pub, descritta in 1974 e analizzata nei romanzi successivi senza che si riesca mai ad arrivare alla verità. La tecnica della ripetizione, inoltre, è utilizzata in un modo simile a quello della ambient music: a ogni ripetizione varia qualche dettaglio minuscolo, ma dopo un certo numero di ripetizioni il senso è cambiato senza che ce ne siamo accorti. L’impegno per tradurre Peace è altissimo anche per la precisione dei dettagli: per ogni suo libro occorre una ricerca storica, tecnica, letteraria. Per tradurre GB84 ho studiato lo sciopero dei minatori inglesi sotto il governo Thatcher e ricostruito dalle riprese video la Battaglia di Orgreave; per tradurre Città Occupata ho studiato la vicenda dell’unità segreta 731 dell’esercito giapponese per la guerra batteriologica. La soddisfazione è alta quando uno scrittore ti obbliga ad approfondire eventi che altrimenti non avresti conosciuto.

La crisi generale che si è fatta sentire anche nel mondo dell’editoria, ha toccato anche il campo delle traduzioni.  Traduttori che non vengono pagati, case editrici che si avvalgono di traduttori semiprofessionali per pagarli meno, case editrici che non propongono neanche un contratto di traduzione. Cosa consiglieresti a un traduttore che volesse tutelarsi? Il sindacato traduttori difende la vostra categoria efficacemente?

Sì, ho notato questo cambiamento. Si tende sempre di più a gestire le traduzioni internamente, magari sovraccaricando di lavoro redattori già impegnati a organizzare le uscite dei libri; oppure, come dici, ad affidare il lavoro a chi capita, purché costi poco o zero. In questo, purtroppo, non vedo molte differenze con il mercato del lavoro in generale negli ultimi anni. Il traduttore, però, non è – o non dovrebbe essere – manodopera indifferenziata. La traduzione richiede competenze linguistiche e capacità di scrittura che non si possono ridurre al minimo comune denominatore, anzi, forse dovrebbero essere ancora più specialistiche di quanto non lo siano ora. La figura del traduttore è stata molto rivalutata negli ultimi anni, com’era giusto, ma rischia comunque di soffocare nel fiume di uscite necessarie per rendere redditizia la gestione di una casa editrice. Non ho rapporti col sindacato traduttori, quindi non posso dire nulla al riguardo. A un traduttore principiante consiglierei di fare tutto il possibile per ridurre al minimo i compromessi, che pure saranno inevitabili. Quindi, informarsi con molta chiarezza sulla linea editoriale delle varie case editrici, proporsi con cognizione di causa senza aspettative di guadagni irrealistici, accettare che l’idea di vivere solo traducendo è nel migliore dei casi un’utopia; ma anche rifiutarsi di lavorare senza contratto e assolutamente mai gratis.

Soprattutto per il genere fantastico, all’estero ci sono tante opere meravigliose che qua in Italia non arrivano e temo non arriveranno mai.  Se potessi scegliere liberamente senza vincoli di diritti o di costi, quali titoli faresti tradurre?

Un omnibus di Rudy Rucker, con una prelazione per la traduzione di Spaceland.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto aspettando la pubblicazione del terzo volume della trilogia di Tokyo di David Peace, dopo Tokyo Anno Zero e Città Occupata.

Grazie della tua disponibilità, a presto.

Tutto andrà bene.

:: Un’ intervista con Enrico Pandiani

23 gennaio 2016 by

photo-enrico-pandiani-600-px

Bentornato Enrico su Liberi di Scrivere in occasione del Liberi di scrivere Award. Numerosi lettori hanno votato per il tuo Più sporco della neve, edito da Rizzoli che è arrivato secondo a parimerito con 1980 di David Peace. Cioè sei in buona compagnia. Mi dicono che sei arrivato anche sesto allo Scerbanenco, certo i due premi non si possono equiparare, noi abbiamo mezzi molto più limitati, ma come vivi queste ludiche manifestazioni? Trovi positiva la formula che adottiamo noi di dare solo ai lettori l’ultima parola?

Ciao Giulietta, francamente non saprei che dirti. Ho l’impressione che i lettori vadano un po’ spinti, perché abbiano voglia di votare e io questo lo faccio mal volentieri. Per questo, il sesto posto allo Scerbanenco e il secondo, pur pari merito, al Liberi di scrivere Award mi hanno molto sorpreso. Nel senso che non mi sarei aspettato né l’uno, né l’altro. Sorpreso piacevolmente, voglio dire. Significa che Più sporco della neve è stato davvero apprezzato dai lettori, quasi a mia insaputa, e questo mi fa piacere perché trovo che sia un romanzo che ha un suo perché e per scrivere il quale mi sono impegnato parecchio.

L’ultima volta che ti ho intervistato era il 2013, ne sono successe di cose da allora. Cosa ti ha più sorpreso?

Sono successe tante cose, ho scritto altri romanzi, ho iniziato una nuova serie, quella di Zara, sono andato molto in giro a presentare i miei libri e ho presentato quelli di altri autori che in linea di massima sono diventati miei amici. Ho conosciuto tanta gente straordinaria. La cosa che mi ha sorpreso di più, mi chiedi? Credo che sia stata la tenacia con la quale i librai italiani fanno il loro mestiere in maniera impeccabile, senza lasciarsi piegare dalle avversità e trovando in continuazione nuovi modi per fare il loro mestiere. E questo nonostante tutto quanto sia contro di loro, i giochi dell’editoria, la gente che non legge e, a volte, anche l’antipatia di certi autori. Penso che per fare il libraio, oggi, ci voglia davvero una grande determinazione.

Parlaci di Più sporco della neve, la tua ultima indagine di Zara Bosdaves edita in Italia con Rizzoli. Ci sarà presto un seguito?

Sono l’ultima persona che dovrebbe dire questa cosa, ma mi sembra che quest’ultimo romanzo di Zara mi sia venuto fuori particolarmente bene. Mi piace la storia, mi sono ritrovato alla perfezione con i personaggi e credo di essere riuscito a mettere insieme una trama che si chiude poco alla volta su un finale inaspettato. Rispetto al romanzo precedente, La donna di troppo, i protagonisti si svelano maggiormente, mostrano le proprie debolezze, la loro vulnerabilità, ma anche una forza d’animo che li aiuta a stringere i denti e ad andare avanti, a conservare ciò che di buono sono riusciti a conquistare. Il terzetto di cattivi, poi, mi ha divertito tantissimo. Disegnare Carmelo Filingeri e i suoi compari è stato un lavoro divertente e che mi ha coinvolto. Ne è venuta fuori una storia interessante, anche per gli argomenti trattati, la crisi che ci colpisce ormai da tempo e l’immigrazione extracomunitaria che in questo momento preoccupa tanto l’Europa. Per ora non ho ancora in mente un seguito. A maggio uscirà la quinta avventura di Mordenti e non vedo l’ora che sia in libreria. Per il resto sto lavorando su due progetti molto diversi che non c’entrano con les italiens e nemmeno con Zara.

Intanto sei arrivato a Parigi, la patria del polar. Un po’ come la “Série noire” di Gallimard, la collana poliziesca di Le Livre de Poche, l’editore con cui pubblichi, è un marchio storico dell’editoria francese e finalmente Les Italiens parla francese. Chi è il tuo traduttore? Hai avuto modo di leggere il tuo libro tradotto? Che effetto ti ha fatto?

È stata la realizzazione di un desiderio. È stato pubblicato a settembre il secondo romanzo e stiamo parlando del terzo. In più, come dicevi, quando è uscito Trop de plomb, Les italiens è stato pubblicato nella collane Le Livre de Poche e questa è una soddisfazione immensa. La traduttrice è Catherine Beaunier, che oltre ad aver tradotto i miei libri mi ha anche insegnato il francese. Questa avventura parigina l’abbiamo vissuta insieme e io ho potuto seguire in prima persona le traduzioni. E ci puoi scommetterci che li ho letti! Sentire Mordenti che parla francese è un godimento monumentale.

Si parla di uno sceneggiato o una serie televisiva. Che c’è di vero? Sarà una produzione italiana o francese? Se potessi dare consigli (ti ci vedo girare con la tua pipa per gli studios, più parigino dei parigini, a supervisionare) chi vedresti alla regia, quali attori per i protagonisti?

Riguardo a questa vicenda, tutto ciò che posso fare è tenere le dita incrociate e aspettare che gli eventi prendano forma. Dopo il comunicato stampa della IIF del produttore Fulvio Lucisano che annunciava l’accordo firmato con la Space Rocket Nation di Nicholas Winding Refn per girare otto-dieci episodi tratti dal romanzo Les italiens, non ho più avuto notizie. Immagino che si stia lavorando in quel senso e che sarà una produzione internazionale. Winding Refn è un regista di culto, ha vinto Cannes con Drive ed è un mostro sacro, quindi immagino che, nel caso la serie diventi una realtà, la regia toccherà a lui. Per quanto riguarda gli attori non ho proprio la più pallida idea di chi potrebbe interpretare i miei personaggi e per scaramanzia non mi provo nemmeno a ventilare delle ipotesi. Tanto per cominciare speriamo che la cosa vada in porto.

Dopo la Francia, in quali altri paesi porterai i tuoi romanzi? Cosa dice il tuo agente?

Mi sembra che ci sia un certo interesse da parte della Turchia, ma per ora non c’è nulla di concreto. per il resto non ho altre notizie. Se si facesse la serie televisiva, credo che potrebbe smuovere le acque.

Cosa stai leggendo in questo momento, quale è il libro (o sono) sul tuo comodino?

Ho letto l’ultimo romanzo di Marías, Così ha inizio il male, L’impostore, di Cercas, Zona d’interesse, di Martin Amis, Cattivi, di Torchio, un paio di romanzi di Perec che ancora non avevo letto. Poi, Kassel non invita alla logica, di Vila-Matas e Incidente notturno, di Modiano, tutti libri che mi sono piaciuti molto. Adesso ho attaccato Le notti di Tokyo, di Mo Hayder, consigliatomi da un’amica, e devo dire che mi intriga. Sul comodino ho Il potere del cane di Whinslow, Chirù della Murgia, l’ultimo De Giovanni e l’ultimo di Fred Vargas. Insomma, le letture non mi mancano.

C’è un esordiente italiano che ti ha particolarmente colpito? Se sì, che augurio gli fai? Quale è la cosa di cui avrà maggior bisogno negli anni a venire?

Tempo fa ho letto Nero Dostoevskij, di Antonio Mesisca, e devo dire che la sua scrittura mi è molto piaciuta. Il suo romanzo si discosta piuttosto dal classico noir Italiano con commissari, agenti tonti, amici carissimi e donnine compiacenti. Guizza ed è molto personale. E, soprattutto, Antonio riesce a mescolare alle sue storie quei due ingredienti che io ritengo fondamentali nel noir: l’ironia e lo humour.

La situazione dell’editoria in Italia non è rosea: calo dei lettori, stili e storie sempre più omologate, poco coraggio forse, autori che meriterebbero più attenzione quasi emarginati. Non hai la sensazione anche tu che non sia una crisi solo economica? Che ci sono precise responsabilità se la gente sta lontana dai libri?

Si potrebbe pensare che un paese di ignoranti sia più facile da controllare, come dire, panem et circenses, e che per questo chi ci governa abbia tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però io sono convinto che molta gente non abbia voglia di fare sforzi, che pensi che leggere sia una fatica, un compito arduo e difficile. Non sanno che non è così, che i libri sono un piacere. C’è un bombardamento di proposte per portare la gente alla lettura, ma io sono convinto che non servano a nulla. Per la maggior parte si riducono a iniziative che vanno a toccare persone che già amano la lettura. Non ho idea di cosa si potrebbe fare per convincere chi non lo fa che leggere è una conquista che può aprirti grandi orizzonti e che ti può portare in uno stato di grazia. Anche perché è evidente che alla maggioranza delle persone è sufficiente chattare con il telefonino o il tablet e questi sono spesso nemici della lettura. Salendo su un treno o sulla metropolitana ci si rende conto di quale sia lo stato delle cose: hanno tutti il telefono in mano e non si vede un libro all’orizzonte.

Ci siamo conosciuti anni fa al Circolo dei lettori a una tua presentazione, ti moderava Luigi Bernardi. Sei una delle poche persone legate ai libri che mi ha visto di persona. Se dovessi mettermi in un tuo romanzo, che personaggio sarei?

Una che trama nell’ombra? Mi auguro che il fatto che ti abbia conosciuta di persona non ti costringa prima o poi a dovermi eliminare…

Molti pensano che il noir abbia più un passato che un futuro. Condividi questa affermazione? C’è al contrario qualche scrittore contemporaneo italiano o straniero che incarna l’anima vera del noir in questi anni complessi?

Non so se qualche scrittore, oggi, incarni la vera anima del noir più di altri. Diventa sempre più difficile inventare qualcosa di nuovo o trovare una nuova maniera di raccontare cose già dette. Certo, farsi largo diventa sempre più difficile, perché anche i lettori tendono ad adagiarsi su ciò che conoscono ed è loro familiare piuttosto che avventurarsi su terreni sconosciuti proposti da autori che cercano di proporre qualcosa di nuovo o di diverso. Certamente il noir ha un grande passato, ma io sono sicuro che ci sia ancora un futuro per questo genere letterario. Continua a capitarmi di leggere autori come Antonin Varenne in Francia, Jan Costin Wagner in Germania, o Giampaolo Simi in Italia che con i loro romanzi e la loro scrittura mi hanno fatto capire che c’è ancora molto spazio per l’immaginazione di uno scrittore.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Come dicevo prima, a maggio uscirà la quinta avventura de les italiens di cui ancora non è chiaro il titolo. È un romanzo che si svolge tra Parigi e il centro della Francia. Questa volta Mordenti dovrà correre su e giù per la Francia alla ricerca di una madre scappata di casa con il figlio di sette anni. L’inghippo è piuttosto complesso e pericoloso e, come sempre, ci sono momenti di grande ilarità e altri di passione. Per il resto, sto lavorando a due romanzi molto differenti tra loro che non hanno nessun legame con i miei precedenti personaggi. Uno è un noir molto duro, torinese, e l’altro è un romanzo non di genere. Vediamo dove andremo a finire, cosa tutt’altro che chiara.

:: La sarta di Dachau, Mary Chamberlain (Garzanti, 2016) a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2016 by
sarta

Clicca sulla cover per l’acquisto

Londra, 1939. Ada Vaughan, una graziosa ragazza di quasi 18 anni, lavora come sarta nell’atelier di Madame Duchamps, a Dover Street. La cura nel vestire, un corso di dizione, un lavoro che le permette di contribuire alle spese della famiglia (madre, padre, fratelli) che vive nel quartiere operaio, tutto fa di lei una ragazza moderna e “ambiziosa”. Ada è brava nel suo lavoro, la più brava delle sarte dell’ atelier, e questo quasi fa passare in secondo piano la zona disagiata da dove proviene, una casa a schiera di pochi vani, in cui d’estate gli insetti costringono a stare fuori e la fuliggine si impregna in ogni cose, tende, tessuti e mobili. Ma Ada ha un sogno, coltivato con ostinazione iniziando a lavorare per il sarto Isidore dove ha imparato le basi della sua professione prima di arrivare da Madame Duchamps, non vuole restare una semplice sarta, vuole diventare modista e perché no stilista e creare i suoi propri modelli magari per una propria Casa di moda sulle orme di Coco Chanel.
Poi un giorno un incontro inaspettato sotto la pioggia. Un conte, almeno così si dichiara, del continente, con il suo aspetto esotico e l’accento ricercato si interessa di lei, la porta nei locali più rinomati e un giorno l’invita a trascorrere con lui 5 giorni a Parigi. Come rifiutare? Magari le chiederà di sposarla? Coronamento romantico di una vita di stenti e di duro lavoro. Ada Vaughan accetta e parte con Stanislaus von Lieben per Parigi. Un viaggio da sogno, in un romantico alberghetto, stessa camera ma letti separati.
Poi l’irreparabile. Già a Londra aveva sentito che c’era la possibilità di una guerra imminente, ma non ci aveva creduto. Perché subito? C’era tempo per 5 giorni a Parigi. Ada Vaughan era in fondo una ragazza fortunata. E invece la guerra scoppia e come conseguenza non può tornare a casa. Senza soldi, l’unica alternativa e trovare un lavoro e in fondo nulla è perduto. Ha Stanislaus, così gentile e “innamorato”. Presto iniziano a vivere a Parigi come marito e moglie pure senza essere sposati.
Ma Stanislav non è il ragazzo dolce e sensibile che si era immaginata. Dopo una precipitosa fuga in Belgio ne ha l’amara conferma. L’abbandona in un albergo, senza soldi, senza documenti. Da quel momento per Ada Vaughan è l’inizio di un incubo che la porterà in Germania, a Dacahau nella casa del comandante del campo. E solo la sua abilità con l’ago farà la differenza tra vivere e morire. Tante donne naziste le porteranno foto di abiti a cui lei dovrà dare vita, cullata dal sogno di tornare a casa dalla sua famiglia non prima di aver cucito l’abito da sposa della donna più importante del Terzo Reich, proprio Eva Braun, la compagna del Führer. (Che non riconosce, lo scoprirà dopo a guerra finita, in modo drammatico).
Sono tanti i libri usciti quest’anno in occasione del Giorno della Memoria, alcuni biografici o scritti dai personaggi che realmente hanno vissuto quegli eventi, altri più romanzati come La sarta di Dachau (The Dressmaker of Dachau, 2015), dell’esordiente inglese Mary Chamberlain, professoressa di storia a Oxford, edito da Garzanti e tradotto da Alba Mantovani.
Un libro particolare, che analizza gli anni della Seconda guerra Mondiale in Europa da un punto di vista insolito e interessante, quanto drammatico, parlando di deportazioni e collaborazionismo. Argomenti che senz’altro non sono ancora stati approfonditi e danno materia di analisi per studiosi e romanzieri. E Mary Chamberlain è entrambi, oltre ad avere un profondo interesse per la condizione femminile e la società misogina inglese post-bellica. Insomma questo libro tratta temi seri e difficili, dando a suo modo un importante contributo al dibattito di questi giorni.
Con la sua scrittura limpida, scorrevole, al servizio di una storia drammatica che conserva sfumature di incredibile, la Chamberlain (nuora dell’attrice Lilli Palmer) ricostruisce un ritratto di donna per nulla stereotipato o edulcorato. Molti ebrei, perlomeno alcuni, si salvarono nei campi di concentramento per le loro particolari abilità, chi perché sapeva le lingue, altri perché suonavano uno strumento, altri ancora perché erano capaci di tagliare i capelli. In questo romanzo la protagonista non è ebrea, ma ripercorre queste orme e chiusa a Dachau senza saperlo, utilizza la sua abilità nel cucire e tagliare stoffe come un’ arma in una guerra silenziosa e altrettanto difficile che la guerra combattuta sui campi di battaglia.
Se all’inizio Ada è una ragazza ingenua e romantica (forse troppo), capace di credere ai sogni, con il passare del tempo si trasforma in una donna sempre più consapevole e determinata, sorretta dall’ aspirazione di sopravvivere per tornare a casa dalla sua famiglia. Ci riuscirà? Riuscirà a ritrovare suo figlio, e Stanislaus? Non ve lo anticipo, lo scoprirete leggendo questo romanzo capace di sondare l’animo femminile e le sue molteplici capacità di adattamento, coraggio e inventiva, senza sconti o concessioni al lieto fine.
Sebbene non sapremo mai chi furono le sarte di cui si servì Eva Braun (ordinò che fossero distrutte le ricevute) questo romanzo ci avvicina a una storia che ha molte caratteristiche che si avvicinano alla realtà. Forse è esistita davvero Ada Vaughan, o tante ragazze a lei simili, e forse non lo sapremo mai.

Mary Chamberlain è professoressa di storia a Oxford. La sarta di Dachau, il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Kaputt Mundi, Ben Pastor (Sellerio, 2015) a cura di Giulietta Iannone

22 gennaio 2016 by
Copertina Ben pastor

Clicca sulla cover per l’acquisto

Kaputt Mundi, (Kaputt Mundi, 2002), di Ben Pastor uscì in edizione italiana nel 2003, ormai 13 anni fa, per Hobby & Work Publishing tradotto da Paola Bonini. Terzo romanzo in ordine di scrittura, in realtà cronologicamente situato ben dopo La canzone del cavaliere, Il signore delle cento ossa, Lumen, Il cielo di stagno, Luna bugiarda, e The Little Fires appena terminato in inglese, attualmente in fase di traduzione in italiano, (la pubblicazione da noi è prevista per la tarda primavera o l’estate di quest’anno), Kaputt Mundi si colloca in un punto di svolta della vita del maggiore Martin Bora, appena promosso tenente colonnello, e del volgere della Seconda Guerra Mondiale, verso una inevitabile e tragica disfatta tedesca.
Seguiranno Il morto in piazza e La Venere di Salò e i prossimi romanzi che ci porteranno a scoprire il destino dell’ ufficiale della Wehrmacht liberamente ispirato alla figura reale del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg. Ora l’autrice sembra più interessata al passato del suo personaggio, tanto che il suo nuovo romanzo è ambientato in Bretagna nel 1940, (indipendentisti bretoni, preti in odore di satanismo, marinai, latifondisti, povera e umile gente…). Kaputt Mundi invece è ambientato a Roma tra l’8 gennaio del 1944 e il 4 giugno dello stesso anno. La nuova edizione di Sellerio oltre ad avere lo stesso precedente traduttore, Paola Bonini, presenta alcune modifiche del testo, qualche correzione e molte parti nuove che ne aumentano la lunghezza.
Per prima cosa penso sia giusta una precisazione: le vittime dell’attentato di Via Rasella appartenevano al Polizeiregiment “Bozen” (Reggimento di polizia “Bolzano”) i soldati erano altoatesini mentre ufficiali e sottoufficiali erano tedeschi. L’autrice è perfettamente a conoscenza di questo fatto, ma per motivi artistici e narrativi trasforma questo reggimento in un manipolo di SS. Detto questo, che sottolinea quanto un romanzo si discosti inevitabilmente dalla realtà, va comunque sottolineata la precisa e attenta ricostruzione storica a cui la Pastor ha dedicato una certosina cura dei particolari, dalle marche di medicine, al titolo delle riviste, alle canzoni che si sentivano per radio.
I ritratti dei personaggi realmente esistiti (c’è pure una fugace apparizione di Erich Priebke) si confondono con i ritratti dei personaggi di pura invenzione e a entrambi l’autrice dedica la stessa profondità e coerenza narrativa, sebbene su tutti spicchi il protagonista, Martin Bora, per il quale è molto difficile non provare empatia. L’affresco corale è omogeneo e vivido e impreziosito dal clima che realmente si visse a Roma in quei mesi di occupazione nazista, emerso probabilmente dai racconti familiari che l’autrice poté ascoltare, oltre che dalla documentazione in suo possesso.
In sottofondo due indagini poliziesche: una per scoprire il reale svolgersi delle ultime ore di Magda Reiner, un’addetta dell’Ambasciata tedesca precipitata dalla finestra della sua abitazione, una per scoprire cosa si cela dietro la morte del cardinale tedesco Hohmann e della nobildonna Martina Fonseca. Tutto precipita, ma a Bora interessa solo scoprire la verità, unica consolazione in uno scenario desolante e desolato di violenza che non abbraccia nè condivide, in cui il destino non sembra risparmiagli nulla: l’abbandono della adorata Dikta, una nuova operazione al braccio menomato, il definitivo addio a donna Maria e all’amico ispettore Guidi, il fronte e la morte che sembra attenderlo a breve.
Romanzo di una bellezza melanconica e struggente, Kaputt Mundi è capace di affrontare una pagina della storia italiana (l’attentato di via Rasella a cui seguì, per rappresaglia, l’eccidio delle Fosse Ardeatine) con rigore e serietà storica e nello steso tempo parlandoci dei sentimenti e delle anime di coloro che vi parteciparono. E poi Roma è un altro personaggio accostabile ai bellissimi personaggi femminili che compaiono nel racconto dalla signora Murphy (di cui Bora si innamora), a Francesca, alla signora Carmela, alla prostituta romana Pompilia, pettegola ma capace di riservare sorprese, alla madre di Francesca e a Donna Maria, una madre per Bora.
Oltre alle pagine dedicate all’occupazione, alla vita sfavillante fatta di feste e mondanità degli occupanti negli alberghi del centro, si contrappongono pagine in cui vengono descritti il razionamento e le privazioni della popolazione, e le brutalità nelle carceri. E in questo clima una spia, in cambio di denaro, denuncia gli ebrei della capitale ancora nascosti destinandoli alla deportazione e alla morte.
Se Bora rappresenta la coscienza di un popolo, quello tedesco di fronte alla barbarie nazista, lo fa senza dubbio con caratteristiche peculiari sue proprie: Bora ama l’arte, la musica, si commuove per la bellezza di Roma dalla quale a malincuore si allontana all’arrivo degli americani, prova tenerezza, lealtà, è capace di vera amicizia pur non sottraendosi ai suoi obblighi di militare, quando nelle ultime ore si dedica allo smantellamento e alla distruzione di edifici e postazioni militari, o quando è costretto a uccidere. Fa riavere alla Croce Rossa derrate di latte in polvere per i bambini, fa liberare senza ammetterlo il professore Maiuli, cerca di fare di tutto per sottrarre Foà a Keppler, e si adopera in tutti i modi, pronto ad essere catturato e ucciso, per neutralizzare la spia che si appresta a denunciare alla Gestapo gli ebrei di Roma.
Riuscirà a coronare il suo sogno d’amore con la signora Murphy? Glielo auguriamo, curiosi di scoprire quale sarà il suo destino, probabilmente diverso da quello di Claus Schenk von Stauffenberg.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Quanta terra serve a un uomo?, Hanne Heurtier (Orecchio acerbo, 2015) a cura di Viviana Filippini

22 gennaio 2016 by
toilstoi_cover

Clicca sulla cover per l’acquisto

Quanta terra serva ad un uomo? di Hanner Huertier prende ispirazione da Se di molta terra abbia bisogno un uomo di Lev Tolstoj, un racconto scritto dall’autore russo nel 1885 e pubblicato l’anno seguente. Il libro, edito da Orecchio acerbo, è caratterizzato da una perfetta armonia tra parole e immagini per narrare ai piccoli lettori (e non solo) la storia di Pachòm, un contadino siberiano, che abita con la famiglia (moglie e tre figli) in una piccola porzione di terra, simile ad un fazzoletto. L’uomo non è ricco, però ha tutto quello che gli serve per una vita dignitosa, ma questo scatena in lui insoddisfazione. Pachòm è convinto che se solo avesse molta più terra, sarebbe di certo più felice. Il contadino siberiano comincerà quindi a fare compere e spendere sempre più soldi, per avere terra e ancora terra, ma non riuscirà ad avere ancora tutto quello che vorrebbe per essere soddisfatto in modo completo. Pachòm deciderà di andare nel paese dei nomadi Baškiri, perché là la terra è venduta a poco e nulla. Arrivato qui, il capo della tribù gli farà una proposta che permetterà a Pachòm di avere, per soli mille rubli, tutta la terra che riuscirà a percorrere a piedi, delimitandone il perimetro. Per ottenerla il contadino dovrà ritornare dal capo dei nomadi entro il tramonto, altrimenti perderà terra e pure tutti i suoi soldi. Il contadino accetta la sfida, perché è sicuro di sé, ma non sa che il destino gli riserverà un’impensabile e amare sorpresa. Il libro di Hanne Heurtier è un‘interessante riflessione sull’avidità e il bisogno di possesso che attanaglia gli uomini di qualsiasi epoca. Pachòm ha tutto, ma non è contento della gioia che le piccole cose gli danno. Il suo attaccamento alle cose e la sua smodata ambizione personale, lo porteranno a perdere il senso della ragione. L’uomo mirerà a possedere sempre più beni materiali, nella convinzione che saranno quelli a dargli la felicità che tanto sta cercando. Il contadino protagonista di Quanta terra serva ad un uomo? di Hanner Huertier, agirà seguendo la sua folle aspirazione, in modo tenace e ostinato e, arrivato alla fine, otterrà sì la terra tutta per sé, ma ben diversa da come l’aveva desiderata. I colori caldi e accesi e le forme delle illustrazioni di Raphel Urwiller rendono travolgente e appassionante la storia di Pachòm. Traduzione Paolo Cesari.

Annalise Heurtier è nata nel 1979. Nel 2003 ha cominciato a scrivere, quasi per caso, il suo primo romanzo per ragazzi, scrivendo poi venti romanzi pubblicati dalle case editrici francesi più importanti. Dal 2011 vive a Thaiti con la famiglia, scrive romanzi per adolescenti e partecipa ad incontri con le scuole.

Raphel Urwiller si è diplomato in Arti figurative a Strasburgo e si è da sempre distinto per il suo particolare tratto grafico, per l’utilizzo del colore e per la cura del particolare, derivante, forse dal contatto con la cultura nipponica dalla quale proviene Mayumi Oterio, sua compagna e collaboratrice. I due hanno creato la piccola casa editrice Icinori che fa serigrafie, libri illustrati e pop-up. Nel catalogo di orecchio acerbo troviamo Quanta terra serva ad un uomo? (2015) di Hanner Huertier tratta da Lev Tolstoj e Jabberwocky di Lewis Carrol (2012).

Source: prestito in biblioteca.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La fragilità della farfalla. Dietro la tenda, Maura Maffei, Rónán Ú. Ó Lorcáin (Parallelo45 Edizioni, 2015) a cura di Micol Borzatta

21 gennaio 2016 by
frt

Clicca sulla cover per l’acquisto

Irlanda 1746. Due grandi famiglie, i Ó Cléirigh con capostipite Cian e i Ó Brolcháin con capostipite Bran, di origine antiche e nobiliari, hanno sempre intessuto tra di loro relazioni di amicizia e amore, tant’è che quando Cian viene imbarcato dagli inglesi con il figlio neonato Caomhín mentre la moglie si annega pur di cercare di raggiungerlo a nuoto lasciando il figlio piccolo Cearúll da solo, sarà proprio Bran a prendersi cura di lui come se fosse il padre biologico.
Gli anni passano e le famiglie crescono con nuovi matrimoni, nuove nascite e nuove alleanze, ma il predominio dei protestanti e degli inglesi purtroppo non lascia l’Irlanda.
Sarà proprio in quest’atmosfera di guerra e sotterfugi che Caomhín farà ritorno in patria, insieme a un gruppo di uomini sotto le mentite spoglie di carpentieri che lavoreranno nella falegnameria di padre Hugony Newman, con il progetto di sradicare una volta per tutte il dominio inglese e riportare la libertà al suo paese natio.
Qui però farà conoscenza di sua nipote Labhaoise, una ragazza bellissima che rapirà il cuore sia di Bran, nipote del capostipite Bran Ó Brolcháin, che di padre Hugony Newman, vedovo di Pádraigín sorella del Bran innamorato di Labhaoise.
Inizia così una guerra interna alla guerra tra i due pretendenti, ma il cuore di Labhaoise appartiene a Bran, ma riuscirà lui a convincere il padre di lei, rinnegato dalla famiglia, a concedergliela in moglie o sarà bloccato da padre Newman?
E il complotto riuscirà a liberare l’Irlanda?
Primo romanzo di una trilogia La fragilità della farfalla non è il classico romanzo storico a cui siamo abituati, infatti in esso troviamo non solo fatti storici, ma anche storie di vite quotidiane, sentimenti, emozioni e pensieri che rapiscono il lettore trasportandolo all’interno degli eventi, portandolo a sostenere un personaggio piuttosto che un altro, vivendo in prima persona le emozioni.
Descrizioni minuziose ma leggerissime riescono a creare intorno al lettore non solo i personaggi a 360 gradi ma anche i luoghi e le atmosfere, dando quella sensazione tridimensionale che permette così di ambientarsi e seguire perfettamente la storia anche se non si conoscono i luoghi, così da potersi concentrare ancora di più sulla storia.
Gli autori poi usano uno stile che è alla portata di ogni lettore, anche quando ci si scontra con il linguaggio gaelico. Infatti nelle primissime pagine ci si trova un pochino spiazzati tra i nomi e le parole dei dialoghi, dovendo necessariamente andare ogni volta a vedere nelle note il significato, la bravura si riscontra nel fatto che superate appunto le prime pagine, il lettore riesce a imparare le parole e non ha più il bisogno di andare per forza a vedere i significati, così da seguire tutta la narrazione senza salti, senza contare che il significato delle parti in gaelico viene anche spiegato dalle azioni e dalle risposte dei vari personaggi.
Un romanzo che sa colpire e rapire e che alla fine lascia un senso di vuoto e di dispiacere causato dal dover dire addio a degli amici, ma che nello stesso tempo ti rincuora sapendo che li ritroverai nei successivi due libri, così da creare quel senso di attesa che si prova quando si aspetta il ritorno di amici in visita da città lontane.

Maura Maffei nasce in Liguria ma vive tutta la sua vita in Piemonte, e ha una grande passione, che l’ha portata ad avere una sterminata conoscenza, per la storia e la cultura irlandese.
Nella vita è erborista, soprano lirico, insegnante di Metodo dell’Ovulazione Bilings per la regolazione naturale della fertilità di coppia e presidente diocesano di Azione Cattolica Italiana.
Tra il 2001 e il 2007 ha firmato oltre 200 articoli monografici per il mensile Keltika.
Nel 1993 ha pubblicato Il traditore, nel 2003 Le lenticchie di Esaù, nel 2007 La lunga strada per genova, nel 2015 Feuilleton.
Nel 1999 ha pubblicato un romanzo tutto in gaelico per la casa editrice Coiscéim di Dublino dal titolo An Fealltóir.
Nel 2012 ha pubblicato l’ebook Astralabius e nel 2014 l’ebook An Nuachar – Lo sposo.
Nel 2015 ha anche vinto il premio letterario al 56° Concorso Letterario Internazionale “San Domenichino – Città di Massa” con il romanzo La sinfonia del vento.

Rónán Ú. Ó Locáirn è nato in Irlanda dove vive tutt’ora.
Per anni ha abitato e lavorato in Italia, e per questo mantiene tutt’ora forti legami affettivi e professionali.
Tecnologo e progettista di talento è molto apprezzato per il suo lavoro e gli viene riconosciuta grande originalità nei progetti che firma.
Musicista e traduttore, è appassionato di linguistica, specialmente dell’irlandese in cui crede fermamente convinto che sia molto importante per il bene e il progresso del suo paese natio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Introduzione al mondo, Idolo Hoxhvogli (OXP, Napoli 2015) a cura di Micol Borzatta

20 gennaio 2016 by
ido

Clicca sulla cover per l’acquisto

Quando mi hanno proposto Introduzione al mondo l’ho accettato perché incuriosita: incuriosita dal nome dell’autore, così strano; incuriosita dal titolo scelto, che rivela tantissimo ma nello stesso tempo così poco visto la vastità dell’argomento; incuriosita dalla sua lunghezza, o meglio brevità, perché com’è possibile che in sole 120 pagine l’autore possa aver approfondito un argomento così complesso come il mondo? Così ho ceduto alla mia curiosità e mi sono avvicinata a questo scritto. Mai scelta fu più felice.
Spiegare esattamente di cosa tratta Introduzione al mondo non è facile. Intanto si riscontra che è diviso in tre parti.
La prima parte, La città dell’allegria, è scritta quasi come un racconto. La suddivisione della narrazione è di piccoli capitoli, ognuno come se fosse un pensiero o una regola, caratteristica che troviamo per tutto il libro, ma collegati tra loro da una storia. Un sindaco che vuole portare l’allegria nel suo borgo riempiendolo di altoparlanti che trasmettono musica 24 ore su 24. Un giorno però gli altoparlanti vanno in cortocircuito e si incendiano distruggendo l’intero borgo.
La seconda parte e la terza sono invece più complesse.
Nella seconda parte, Civiltà della conversazione, ritroviamo sempre i soliti capitoli brevi, ma questa volta sembrano piccoli aneddoti che vogliono trasmettere al lettore il significato di conversazione. Ovvero l’interazione vocale degli uomini, quell’attività che ci insegnano fin da piccoli e che crescendo diventa molto spesso vuota e senza significato, comprensiva solo di frasi fatte giusto per rispettare le convenzioni sociali.
Nella terza parte, Fiaba per adulti, l’argomento trattato è un argomento molto forte: la pedofilia. I vari capitoli assomigliano ai pensieri di una bambina che passando dall’età infantile all’adolescenza, racconta i suoi passi, la sua introduzione al mondo. Una bambina vittima di pedofilia che scopre un mondo diverso da tutti gli altri, un mondo che fa paura e dove la gente si volge dall’altra parte.
Come dicevo un romanzo molto breve, che si legge in 2-3 ore, però sa toccare argomenti molto complessi e forti, con uno stile narrativo molto particolare. L’autore infatti gioca con la musicalità delle parole, usandole come delle note su un pentagramma, creando frasi melodiose e poetiche.
Lo stile narrativo rappresenta benissimo la bravura dell’autore, ma purtroppo nello stesso tempo lo penalizza, restringendo il target del lettore, perché non tutti riescono ad approcciarsi a una narrazione così complessa.
Per chi cerca un romanzo che lo faccia evadere trasportandolo in altri lidi e in altri tempi, non troverà nulla in Introduzione al mondo, ma per chi vuole fare un viaggio profondo, sia interiore che nelle profondità di tutto ciò che ci circonda, trova in questo romanzo ancora di più di quello che potrebbe aspettarsi e che lo porterà a riflettere a ogni pagina.

Idolo Hoxhvogli nasce a Tirana nel 1984. Laureatosi in Filosofia alla Cattolica di Milano ha seguito la sua passione iniziando a scrivere. Le sue opere possono essere lette in numerose riviste italiane e straniere, tra cui “Gradiva International Journal of Italian Poetry” e “Cuadernos de Filologia Italiana”.

Source: libro inviato dall’ autore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni a cura di Giulietta Iannone

19 gennaio 2016 by

Lorenzo-Mazzoni-01

Benvenuto Lorenzo. Per la terza volta vincitore del Liberi di scrivere Award, un premio in cui la massima soddisfazione è sapere che tanti lettori hanno autonomamente votato per il tuo libro. Premi letterari ce ne sono molti, ma il nostro ha senz’altro la peculiarità che il voto diretto dei lettori proclama il vincitore, non ci sono giurie di qualità, non ci sono rose di libri tra cui scegliere, e autori italiani e stranieri hanno la stessa importanza. Come ti spieghi questo grande affetto che i tuoi lettori hanno nei tuoi riguardi?

Grazie per l’ospitalità. Sono molto felice per questo premio, proprio perché i voti vengono dai lettori e non da una giuria che, molto spesso in Italia, ha un occhio più attento all’editore che sta dietro ai candidati rispetto alla qualità dei testi. Me lo spiego con il grande lavoro di passaparola di amici, colleghi, ufficio stampa di Edizioni Spartaco. Significa che chi è venuto alle presentazioni si è entusiasmato, chi ha letto le recensioni al libro si è fatto incuriosire, che i librai indipendenti mi hanno consigliato utilizzando anche i social network. C’è qualcosa di profondamente libertario e di grande affetto in tutto questo.

Quando le chitarre facevano l’amore”, il libro per cui hai vinto questo premio, edito da un piccolo ma interessante editore di Caserta, ha avuto una buona accoglienza dai lettori e anche dalla critica, ho letto numerose recensioni di critici importanti. Che bilanci ne trai ormai a diversi mesi dalla pubblicazione?

Di essere finito tra le mani di un grande editore. La cura al testo (editing, promozione, incitamento, discussioni, presenza sul territorio) è stata enorme. Edizioni Spartaco ha creduto fortemente in “Quando le chitarre facevano l’amore”, la redazione mi ha confermato, a parole e azioni, che avevo scritto un testo importante. Quando dietro hai qualcuno che non solo crede in te, ma conosce il tuo romanzo come se fosse suo le cose non possono che andare bene. In otto mesi ho portato il libro in giro per tutt’Italia, ho avuto riscontri positivi (il premio lo conferma) e sono molto soddisfatto, anche perché credo sia il mio lavoro più importante. Io se fossi un lettore lo divorerei in mezza giornata.

Che accoglienza hai ricevuto all’estero? Ci sono progetti di traduzione in Europa e nel resto del mondo?

Quest’anno verrà pubblicato da un editore cileno, Edicola Ediciones, “Un tango per Victor”. Riguardo a “Quando le chitarre facevano l’amore” si trova nelle librerie italiane di Londra, Amsterdam e Bruxelles. Ci stiamo muovendo per le traduzioni e guardiamo non solo in Europa ma anche nel resto del mondo. Il mercato asiatico, per esempio, ci piace molto.

Sei uno scrittore viaggiatore? E’ corretta come definizione? Che paesi hai visitato nella tua vita, cosa ti hanno lasciato?

Sì, è una definizione che può essere definita corretta. Ho visitato tanti paesi e ho abitato in diverse parti del mondo. Laos, Vietnam, Yemen, Egitto, Turchia, Marocco, Francia, Inghilterra, Bulgaria, Romania e via andare. Ogni esperienza, che fosse un viaggio o una permanenza duratura, mi ha lasciato tracce indelebili sia sul mio modo di approcciarmi alla scrittura, sia nell’osservazione delle persone. Ho bisogno di andare e lasciarmi assorbire. Qualcosa di positivo ne viene sempre fuori.

Ho già avuto modo di intervistarti riguardo a “Quando le chitarre facevano l’amore”, in questa intervista mi piacerebbe guardare al futuro e parlare di libri. Hai un blog molto seguito sul Fatto Quotidiano in cui parli di libri. Cosa è uscito, o sta uscendo, di interessante in questo primo mese del 2016?

Non voglio parlare di titoli, ma di editori che bisogna tenere d’occhio: Metropoli d’Asia, Il Sirente, Edizioni Clichy, Keller, 66thand2nd, Del Vecchio Editore e naturalmente i miei editori: Edizioni Spartaco e Koi Press. Sono tutti editori indipendenti che lottano per dare ai lettori grande letteratura, riuscendoci spesso. Tra i medio-grandi adoro Il Saggiatore. Difficilmente sono interessato ai grandissimi. C’è tanta letteratura importante nel variegato mondo indipendente, per i grandissimi TV, social network e librerie da centro commerciale fanno già abbastanza. Io dico: tenete d’occhio gli indipendenti, anche nel 2016 usciranno grandi cose.

A febbraio, dal 17 al 21, terrai un workshop di scrittura a Marrakech, in Marocco. Ce ne vuoi parlare? Ci sono ancora posti disponibili? Perché Marrakech, perché ora? E’ una forma di resistenza a tutti i messaggi allarmistici che ci arrivano dal mondo arabo e dal nord Africa?

Perché gli allarmismi li crea chi non esce di casa. Perché Marrakech è uno dei primi luoghi che vidi fuori dall’Europa tanti anni fa ed è una città indimenticabile. Si tratta di un progetto in collaborazione con Mille Battute. Un laboratorio che vuole mettere in primo piano la parte pratica della scrittura rispetto a quella teorica con esercitazioni sul campo e visite guidate della splendida “Città Rossa”. Uno spazio condiviso da docente e allievi, uno scambio di saperi, letture, suggestioni sulle tracce di Elias Canetti, Paul Bowles, Tahar Ben Jelloun, George Orwell, Allen Ginsberg, Ibn Battuta. I requisiti per partecipare al workshop sono: voglia di scrivere, voglia di leggere, voglia di viaggiare, un bloc-notes e una penna. Il noir, l’esotico, la scrittura viaggiante saranno gli ingredienti dell’atmosfera che si respirerà durante le lezioni. Entro la fine del 2016 i lavori (editati e sistemati) verranno raccolti in un eBook, una sorta di romanzo a racconti, che verrà pubblicato da Koi Press. I racconti e le suggestioni narrative, in sinergia con gli scatti fotografici fatti dai partecipanti, saranno pubblicati su Mille Battute. Sì, c’è ancora qualche posto, e sul sito che curiamo io e il fotografo Tommy Graziani, IbnBattuta.viaggi diamo anche indicazioni su voli, alloggio, clima e il piano dettagliato delle lezioni e delle visite guidate.

La crisi generale si riflette anche nell’editoria, non lo nascondiamo, i rapporti ISTAT parlano di un inarrestabile calo di lettori. Cosa si potrebbe fare attivamente per avvicinare la gente ai libri? Un po’ di colpa è anche degli editori che non pubblicano libri interessanti? O la gente ha proprio ormai altri interessi?

Tempo fa scrissi un articolo uscito su Il Fatto Quotidiano, un appello agli editori che ripubblicassero titoli ormai caduti nel dimenticatoio, ne avremmo tutti bisogno. La colpa credo sia un po’ dell’editoria di massa, ma anche dell’impoverimento culturale generale. Se non voglio leggere Fabio Volo ho la scelta di prendere un libro che mi piaccia di più. Fabio Volo non toglie lettori ai Mazzoni di turno, questo premio lo conferma. Il problema è che se tu continui a investire i denari in qualcosa che è decadente ancora prima di essere pubblicato e dai importanti riconoscimenti mainstream sempre agli stessi banalissimi scrittori di genere è ovvio che hai meno finanze da investire per chi potrebbe provare a dare una svolta. Per questo propongo di ripubblicare autori straordinari. Qualche nome? “Il mondo di Suzie Wong” e “L’albero della febbre” di Richard Mason, “La ragazza dai capelli arancio” di Ehrlich Bert,The Warriors” di Sol Yurick, tutta l’opera di Sam Selvon, “Lo stato selvaggio” di Georges Conchon, i testi coloniali di Willem Frederik Hermans,Topkapi” di Eric Ambler, “I commedianti “di Graham Greene, “La nuova Babele” di Morris West…

Che libri consiglieresti di leggere capaci di far diventare book addicted i lettori? Pensi ci siano libri con questo potere?

Certo, la letteratura di liberazione non morirà mai, come il rock and roll. I titoli sopra citati li consiglio tutti. E poi dico: leggete Brian Gomez e Arto Paasilinna e Paco Ignacio Taibo II e Georges Simenon e Liu Zhenyun e Yasmina Khadra e Olivier Rolin e Alain Mabanckou e Ben Fountain e…

Ho seguito la tua carriera letteraria praticamente dall’inizio e ho notato che sei un autore che trova il tempo per leggere. Molti autori che intervisto mi dicono che non hanno tempo, troppo impegnati a scrivere i loro libri, o anche solo per non farsi influenzare. Le contaminazioni invece di genere, temi, riflessioni, sono invece un punto forte della tua narrativa. In fondo siamo tutti nani sulle spalle di giganti, già Omero nell’età antica aveva praticamente detto tutto sulla natura ultima dell’uomo. Come è nato il tuo amore per i libri, come si è rafforzato negli anni?

Mia mamma, mi portava a casa libri da quando io ricordi. Mi leggeva storie. Me le leggeva anche mio nonno, inventandosele davanti a un libro di pittura. Mio padre mi apriva l’atlante e mi spiegava le capitali del mondo. Sono sempre stato circondato da libri. I primi soldi dei lavoretti estivi li spendevo in libri. Io e la mia compagna non torniamo mai a casa senza avere acquistato libri per noi e per nostro figlio. Le case senza libri mi fanno venire in mente un campo di concentramento, le persone attaccate al cellulare in metropolitana mi ricordano la morte, quelle che leggono, fosse anche un Newton da trecento milioni di copie vendute che io non leggerei mai, mi sono tendenzialmente simpatiche. Se devo essere veritiero e attendibile quando scrivo devo leggere, documentarmi. Sono un lettore prima che uno scrittore, amo quello che faccio perché qualcuno in altre parti del mondo, in altre epoche lo ha fatto meglio di me, mi ha fatto innamorare del lavoro più bello che esista. Uno scrittore che non legge è un’immagine di una tristezza sconfinata, chiunque lo faccia credo non sarà mai dalla mia parte.

Ti piace la poesia? C’è qualche poeta che rileggi spesso, che ti accompagna?

Non leggo poesia, leggo testi di canzoni. Bob Dylan, Jim Morrison, John Lennon, Robert Hunter…

Hai vissuto in Turchia, prima di essere giudicato persona non gradita. Quando finirà questa “condanna” pensi di tornarci? I giovani come si ponevano nei riguardi dei libri. C’erano tante librerie? Una vita culturale attiva e crescente?    

Spero di sì, fosse per me tornerei “ieri”. Ho avuto la fortuna di vivere in Turchia prima e durante la grande protesta legata a Gezi Park. Tutto era interesse per quei milioni di straordinari giovani esseri umani, libri e cultura compresi. Istanbul ha una vita culturale dirompente, nonostante il potere faccia di tutto per omologarla al resto del mondo. Librerie ce ne sono tante, sì, sia commerciali ma soprattutto indipendenti, compreso un fantastico mercato dei libri usati di tre piani dove trovare titoli in molte lingue straniere.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Marrakech, in primis. Poi stiamo organizzando altri workshop di scrittura pratica a Londra, Bucarest e Amsterdam. Vorremmo riuscire a farlo diventare un appuntamento mensile. Sto lavorando al nuovo romanzo. Mi sto divertendo. Ho cambiato scenario geopolitico, non più America anni Sessanta ma la Jugoslavia dei primi anni Novanta.

:: Il Resto del Carlino – Liberi di scrivere Award: il miglior libro uscito nell’anno è del ferrarese Lorenzo Mazzoni

19 gennaio 2016 by

lore

Ringraziamo ancora tutti i lettori che hanno votato.
Questo è un articolo apparso su Il Resto del Carlino e sono felice di condividerlo con voi. Nei prossimi giorni usciranno le interviste ai vincitori.

:: Teste Matte, di Guido Lombardi e Salvatore Striano (Chiarelettere, 2015) a cura di Lucilla Parisi

18 gennaio 2016 by
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Ambientato nei Quartieri Spagnoli di inizio anni Novanta, quando la zona era una cittadella dove le persone vivevano secondo proprie regole e dove la polizia veniva percepita come un corpo totalmente estraneo, il romanzo di Guido Lombardi e Salvatore Striano, Teste Matte (Chiarelettere, 2015), racconta la storia di due cugini, ancora bambini, Sasà e Totò, artisti del furto, mariuoli sempre alla ricerca di occasioni. Tra contrabbando, prostitute, soldati americani, troveranno presto un protettore, il ladro più abile del quartiere, ’O Barone. La madre di Sasà, Carmela, prova a frenare quel figlio che cresce troppo in fretta. Lei sa cos’è la malavita: suo fratello è in carcere per omicidio e da allora combatte contro chi si vuole vendicare.
Così Sasà si trova di fronte a una scelta paradossale, eppure l’unica possibile: entrare nella camorra per difendersi dalla camorra. Non ancora maggiorenne incontra i due uomini che gli cambieranno la vita: un trafficante di coca che tutti chiamano Rummenigge e un bandito detto Cheguevara, per il suo spirito rivoluzionario. Insieme combatteranno contro il boss dei Quartieri spagnoli, ’O Profeta, dando vita alla prima vera scissione nella storia della camorra napoletana. Dalle ceneri di questa guerra, nascerà qualcosa di mai visto prima: Le Teste Matte. Ragazzi così pazzi da dichiarare guerra a tutti i clan di Napoli.
Il romanzo, a tratti travolgente, nonostante le coincidenze costruite per non dare fiato al lettore a volte risultino un po’ troppo “cinematografiche”, è un buon libro, costruito sulla storia vera ed estrema di un gruppo criminale che ha osato combattere la camorra con le sue stesse armi.
Le Teste Matte, estranei ai codici d’onore, con un nome più da ultras calcistici che da malviventi di strada, sono giovanissimi. Molti di loro non hanno nemmeno vent’anni, sono più affezionati alle orge di cocaina che alle reverenze ai boss del quartiere. Si muovono nel dedalo di vicoli addossato alle strade della Napoli più commerciale e alle tradizionali riunioni mattiniere di stile camorristico preferiscono i giri in tarda sera sulle loro motociclette, mentre l’effetto della cocaina sta svanendo e nuove strisce e nuove guerre li aspettano con il calare totale del buio.
Dalle loro gesta ne nasce un romanzo fiume, un affresco su una delle zone più controverse della città partenopea, dove ai ritratti dei componenti della banda si affiancano quelli dei loro famigliari – su tutti quello di Carmela, la madre di Sasà – delle persone che vivono nei Quartieri Spagnoli, dei loro amici e dei loro nemici. E più la storia avanza verso un non scontato epilogo, più il ritmo si fa incalzante, violento, adrenalinico. I morti aumentano, così come l’abuso di droga, la follia collettiva e la disperazione di non riuscire a controllare un contro-potere una volta abbattuto il vecchio sistema malavitoso che imperversa per le strade.
Teste Matte è una lettura consigliata a tutti quelli che vogliono immergersi in una cronaca dolorosa e molto più vicina di quanto crediamo, un testo che, grazie al suo linguaggio semplice e diretto, può essere amato anche da lettori tutt’altro che forti.

Guido Lombardi (Napoli 1975) è regista, sceneggiatore e scrittore. Nel 2011 realizza il suo primo lungometraggio, Là-bas, vincitore del Leone del Futuro alla 68a Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia. Del 2013 è la sua opera seconda Take Five, in concorso al Festival di Roma e in cui figura come protagonista proprio Salvatore Striano. Sempre nel 2013 pubblica il suo primo romanzo, Non mi avrete mai (con Gaetano Di Vaio), edito da Einaudi.

Salvatore Striano è nato a Napoli nel 1972. Durante un periodo di reclusione nel carcere di Rebibbia ha frequentato corsi di recitazione, appassionandosi al teatro, soprattutto shakespeariano. Dopo essere uscito grazie all’indulto nel 2006, ha esordito nel cinema grazie al regista Matteo Garrone, che l’ha scritturato per il film Gomorra, tratto dal bestseller di Roberto Saviano. Dopo alcuni anni è ritornato in veste di attore a Rebibbia, dove ha interpretato il ruolo da protagonista di Bruto nel film dei fratelli Taviani Cesare deve morire. Nel 2015 firma insieme a Guido Lombardi Teste matte pubblicato da Chiarelettere: un romanzo travolgente e feroce, costruito sulla storia vera ed estrema di un gruppo criminale che ha osato combattere la camorra con le sue stesse armi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Chiarelettere.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.