Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Mediorientarsi – Pallidi Segni di Quiete, Adania Shibli (Argo Editore, 2014) a cura di Matilde Zubani

11 marzo 2015

Pa“L’occupazione non ci occupa solo fisicamente, ma ci ha occupato anche l’anima. Tutto quello che sogno è che i miei sogni non siano brutti come la realtà“. (Pallidi segni di quiete: diario palestinese).

Premetto che recensire questa raccolta di racconti non è un compito facile: la stessa quarta di copertina dichiara che Adania Shibli “consegna al lettore un mondo drammaticamente incomprensibile”. In effetti, ciò che emerge dalla lettura è un senso di straniamento, quasi d’angoscia. I racconti sembrano riflettere i moti interiori di un’anima disorientata, che si smarrisce nella quotidianità palestinese. Si può trovare un po’ di quiete interiore in questa terra senza pace e, forse, senza futuro?
Pagina dopo pagina invisibili granelli di sabbia entrano nelle nostre scarpe di viaggiatori letterari e iniziano a darci fastidio. Ci indigniamo perché il programma di studi nelle scuole elementari è soggetto al controllo israeliano, il quale vieta espressamente lo studio degli autori palestinesi (Fuori dal tempo), perché ci sembra di respirare la stessa nuvola di polvere e disperazione che avvolge i palestinesi in attesa di un taxi collettivo al check-point (Polvere). L’autrice ci confida che l’unico modo per andare avanti è mantenere il sangue freddo: “La mia freddezza è necessaria per riuscire ancora a essere una persona capace di vivere!” (Sangue Freddo)
Quello di Adania Shibli è un universo bello e terribile in cui il tempo sembra essersi fermato. Perfino gli orologi da polso smetteno di ticchettare, per riprendere poi all’atterraggio in un aeroporto straniero. “In Palestina, spesso mi accorgo che [il mio orologio] smette di camminare. Improvvisamente entra in una specie di coma e proprio non riesce più a segnare l’ora. (…) Probabilmente esso si rifiuta semplicemente di contare il tempo rubato alla mia vita, quello che maggiormente provoca disperazione nel mio animo” (Fuori dal tempo). Nella raccolta trovano spazio anche alcuni aneddoti famigliari: un racconto è dedicato alla morte della nonna (La cenere nei suoi occhi) ed un altro all’infanzia dell’autrice cresciuta in una famiglia di accaniti lettori (La differenza la fa sempre Nagib Mahfuz).
Lo stile narrativo è secco e diretto, non lascia spazio alle descrizioni e va dritto al cuore del lettore, quasi a volerlo trafiggere. Alcuni racconti sono brevi, altri brevissimi, di tre pagine appena, ma non per questo meno efficaci. L’autrice procede in un’inesorabile enunciazione di piccole vicende quotidiane, in un’atmosfera che oscilla tra stupore e sgomento.
Consiglio questi racconti a chi voglia aprirsi una nuova finestra sulla Palestina attraverso lo sguardo inerme e spietato di Adania Shibli.

Adania Shibli è nata in Palestina nel 1974 e oggi vive tra Gerusalemme e Berlino. È autrice di due romanzi, pièce teatrali, racconti brevi e saggi narrativi. Riceve due volte il prestigioso premio Qattan Young Writer’s Award-Palestine: nel 2001 con il romanzo Masds (tradotto in italiano con il titolo Sensi, Lecce, Argo, 2007), e nel 2003 per il romanzo Kullunà baici bi-dhàt al-miqddr an al-hubb (tradotto in inglese con il titolo We Are All Equally Far from Love, Northampton, Clockroot, 2012). Il suo ultimo lavoro è Dispositions (2012), un art book su artisti palestinesi contemporanei. Dal 2012 è visiting professor e ricercatrice presso l’Università di Birzeit, in Palestina.

Geografia della Palestina – Secondo i dati forniti dall’Unione Europea, oggi vivono in Palestina 4.5 milioni di persone, di cui 1.8 milioni nella Striscia di Gaza e 2.65 milioni in Cisgiordania. I palestinesi che vivono a Gerusalemme Est, nelle Seam Zones (tra il Muro e la linea verde dell’Armistizio del 1949) e in Area C (area sotto il pieno controllo israeliano, che rappresenta il 60% della West Bank) si trovano ad affrontare la pressione crescente dall’occupazione israeliana. La situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi è allarmante. Alle violazioni compiute dalle forze di occupazione israeliane (detenzioni amministrative, espropri arbitrari, demolizioni di case, tortura) si aggiungono quelle compiute dalle forze di sicurezza palestinesi (arresti arbitrari, violazioni della libertà di espressione, eliminazione di palestinesi accusati di collaborazionismo). Da segnalare inoltre anche l’emergenza dei profughi palestinesi, che si concentrarono nei campi profughi di Gaza, della Cisgiordania e della Giordania, del Libano e della Siria. I profughi erano poco più di 900.000 nel 1948, mentre a oggi, secondo le stime di Unrwa (l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di sostenere i profughi palestinesi), sfiorano i 5 milioni.

:: L’anello dei Faitoren, Emily Croy Barker, (Giunti, 2015) a cura di Micol Borzatta e Elena Romanello

11 marzo 2015
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Micol Borzatta

Non si può dire che la vita di Nora sia perfetta, anzi è sempre più convinta che la sua vita sia proprio un disastro, ma non immagina di quanto realmente cambierà.
Infatti un giorno, mentre sta passeggiando per le montagne ripensando alla fine della sua relazione si imbatte in un vecchio cimitero con all’ingresso una lapide con uno strano epitaffio che non può fare a meno di leggere e ripetere più volte ad alta voce. Di colpo si accorge che intorno a lei il paesaggio è cambiato, cerca di tornare sui suoi passi ma del cimitero nemmeno l’ombra, quando a un tratto incontra una signora vestita in modo ricercato ma seguendo la moda di altri tempi che dice di chiamarsi Ilissa.
Nora si fa conquistare subito dai toni mielosi di Ilissa e dall’ambiente perfetto che la circonda, forse troppo perfetto. Scoprirà molto presto che non tutto appare per quello che è realmente, purtroppo nel modo peggiore possibile sfiorando la morte dopo aver superato prove davvero dure.
L’anello dei Faitoren è un romanzo per ragazzi con ambientazione fantasy che si discosta molto dalla visione odierna sia di romanzo per ragazzi che di fantasy, infatti alcune scene vengono descritte in modo forse un po’ troppo diretto e crudo, come la parte dove Nora perde il bambino dopo una brutta caduta dalle scale.
I personaggi sono descritti molto minuziosamente sia fisicamente che caratterialmente e pur essendo molti di essi magici o trasmutazioni di animali sono molto diversi dai classici e ormai banali personaggi di libri analoghi.
le ambientazioni prendono connotazioni magiche come se effettivamente si trasformassero anche intorno al lettore durante lo scorrere delle pagine seguendo le vicende da paese in paese o semplicemente il cambio della magia che ha colpito uno stesso luogo.
Unico neo trovato sono le reazioni di Nora davanti alla magia appena arriva all’Altro Mondo. Nora infatti non crede alla magia, ma quando ci si trova davanti invece di rimanere sorpresa, diffidente, spaventata, non ha alcuna reazione e l’accetta come cosa normale, e lo stesso la reazione della sua famiglia quando torna a casa.
Nel complesso è comunque un romanzo avvincente che sa conquistare i suoi lettori sia giovani che più grandicelli, un libro per ragazzi che non è solo per ragazzi.

Elena Romanello

Nora Fischer, giovane ricercatrice universitaria in letteratura, è stata appena lasciata dal fidanzato e la sua carriera non sta andando propriamente come lei sperava: un giorno, durante una passeggiata in campagna, si trova di colpo in un sontuoso palazzo, dove incontra il bellissimo Raclin, che si innamora di lei e le propone di diventare sua moglie, spalleggiato dalla sua affascinante madre Ilissa. Nora si immerge in questo nuovo mondo, dove però ci sono alcuni aspetti inquietanti e strani, finché un giorno non incontra il mago Auriendel, che le rivela di essere stata vittima di un incantesimo da parte di un’antica stirpe fatata, in cerca di una donna umana che diventi madre della loro progenie e le offre una via di salvezza da un mondo che non è il suo e in cui il tempo scorre in maniera diversa dalla sua realtà.
Questo romanzo è vittima di un equivoco di fondo: molti l’hanno snobbato pensando che fosse l’ennesima operina a base di vampiretti che brillano al sole e cosette simili, ma in realtà ci si trova di fronte a una storia molto diversa, molto più complessa e affascinante. Innanzitutto la protagonista non è una ragazzina romantica e poco furba, ma una professionista che si trova coinvolta in un intreccio con echi di Alice nel paese delle meraviglie, ma soprattutto del folklore legato al Piccolo Popolo e alla loro abitudine di rapire gli esseri umani per assicurarsi bambini e madri per i loro figli.
La trama è complessa, e smonta tutta una serie di luoghi comuni di un certo genere di fantastico non proprio di qualità degli ultimi anni, a cominciare da quello dell’amore incondizionato della ragazza umana di turno per il sovraumano: Raclin è il cattivo della situazione, da cui Nora dovrà salvarsi, con una metafora di tanti, troppi amori pericolosi della vita reale, con l’aiuto di Auriendel, molto lontano da certi cliché e per questo molto più interessante.
La descrizione del mondo in cui Nora si trova, con un ingresso vicino ad un cimitero e con un’antica iscrizione, è interessante e insolita, con forti riferimenti all’immaginario celtico e al lato oscuro di fiabe e leggende. Una storia fantasy per un pubblico adulto, con al centro la ricerca di sé di una ragazza di oggi, non più nell’età di credere alle favolette. Tra l’altro, pare che sia il primo di una serie, ed effettivamente il finale non è del tutto concluso e può dare adito a nuovi viaggi e minacce. Per chi crede nelle potenzialità del fantasy quando pesca da fiabe e folklore, anche quello più cupo, le sue fonti di ispirazione.

Emily Croy Barker vive nel New Jersey e si è laureata a Harvard. Dopo un’esperienza di vent’anni nel campo del giornalismo, ha deciso di dedicarsi alla scrittura, esordendo con l’originalissimo fantasy L’anello dei Faitoren, accolto con grande entusiasmo dal pubblico. Oltre all’attività di scrittice, Emily Croy Barker dirige la rivista The American Lawyer.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Mariliou dell’Ufficio Stampa Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La casa dei fantasmi, John Boyne, (Rizzoli, 2015) a cura di Micol Borzatta e Elena Romanello

11 marzo 2015
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Micol Borzatta

1867, Londra. Eliza Caine vive da sola con il padre dopo che in tenera età ha perso la madre di parto e la sorellina mentre nasceva. Ha avuto un’infanzia meravigliosa confortata dall’amore paterno e dall’amore per la letteratura trasmessagli dal padre. Un giorno leggono sul giornale che il grande Charles Dickens avrebbe tenuto una lettura di persona al museo lì vicino. Pur essendo malato il padre vuole andarci a tutti i costi, Eliza cerca di fargli cambiare idea ma non ci riesce e così lo accompagna.
Al ritorno il padre peggiora e dopo nemmeno una settimana muore.
Eliza è sconvolta, come se non bastasse scopre anche che la casa in cui è sempre vissuta non era di proprietà del padre ma solo in affitto e da sola non può mantenerla.
Proprio in quel momento trova un’inserzione sul giornale che cercano un’istitutrice in un paesino vicino a Norfolk. Eliza decide di partire immediatamente, ma appena arriva scopre che qualcosa non è come dovrebbe essere.
Nella casa accadono strani avvenimenti e la gente del posto appena scopre chi è lei cambia immediatamente atteggiamento. Nessuno risponde alle sue domande o le dice cosa sia successo.
Un romanzo davvero eccezionale che pur dopo una partenza un po’ lenta sa creare suspance e domande nel lettore alle quali non troverà una vera risposta se non alla fine, ma non si sente nemmeno dimenticato dall’autore perché per tutta la durata della lettura avrà dei piccoli indizi e delle piccole risposte che gli daranno soddisfazione e nello stesso tempo gli creeranno altre domande, tenendolo così legato a sé per tutta le sue pagine.
Le descrizioni sono fatte a livello minuzioso sia degli ambienti che dei personaggi, talmente profondamente che il lettore ha la sensazione che tutto intorno a lui cambi e si trasformi ritrovandosi nelle campagne inglesi del 1800.
Una storia mozzafiato che anche se parla di un argomento ormai usato in tutte le salse, ovvero i fantasmi, viene descritto, narrato, utilizzato e sviluppato in un modo del tutto nuovo rimanendo molto invitante e avvincente che fa venire voglia di cercare un altro libro dell’autore sperando di ritrovare la stessa capacità di creare empatia tra personaggi e lettore e amore per la lettura.

Elena Romanello

La vita di Eliza Caine, giovane donna colta nella Londra vittoriana di Charles Dickens, si divide tra le cure all’anziano padre e il suo lavoro come insegnante in una scuola femminile: la morte improvvisa del genitore, dopo un’infreddatura rivelatasi fatale presa proprio ad una conferenza di Dickens, la porta a dover sconvolgere la sua vita e ad accettare una proposta di lavoro come istitutrice nel remoto Norfolk, presso un castello abitato da due bambini, Isabella e Eustace, che sembrano non avere altri parenti dopo un oscuro dramma familiare. Presto Eliza scoprirà i segreti di un posto che ha già portato alla morte le precedenti governanti e dove non mancano i pericoli, di natura paranormale, anche per lei, mentre verrà a conoscenza di cosa si è consumato in quelle mura. La sua priorità sarà cercare di salvare se stessa e i due bambini da una presenza capace di divorare tutto quello che viene vicino a lei, per un’oscura gelosia che ha distrutto la sua vita e la rende incapace di far vivere gli altri.
Normale pensare a Il giro di vite di Henry James leggendo la trama di questa nuova fatica di John Boyne, che si occupa di nuovo di bambini, in una chiave diversa rispetto al suo ottimo Il bambino con il pigiama a righe, diventato un classico per parlare ai più giovani di Shoah. Ci sono molti punti in comune tra le due vicende, entrambe con protagoniste due governanti, uno dei pochi lavori concessi alle donne nell’Inghilterra ottocentesca, se erano colte e non riuscivano a sposarsi, entrambe con bambini in pericolo, entrambe con fantasmi che minacciano. Ma Eliza è diversa dall’austera e un po’ bigotta miss Giddens di James, è una ragazza con ambizioni moderne, più simpatica e pronta a non cedere alla paura e alle minacce, oltre che capace di amare i bambini che le sono stati affidati oltre le regole sociali e le convenzioni.
Nel libro ci sono tutti gli elementi delle storie gotiche, che oggi vanno di nuovo di gran moda, basti pensare a The crimson peak di Guillermo del Toro al cinema o a Penny Dreadful in tv, ma tutto è ben dosato, interessante, avvincente e alla fine non ripetitivo e scopiazzato. John Boyne riesce a costruire in maniera egregia una storia di fantasmi vecchia maniera, omaggiando i classici senza seguirli pedissequamente, ricostruendo un’epoca e delle atmosfere che sono alla base di tanto immaginario di allora e posteriore. Un libro che funziona dalla prima pagina all’ultima, un’indagine negli abissi dell’animo umano e su cosa possono portare drammi e troppo amore che avvolge fin dalle prime pagine, una storia gialla e paranormale intrisa dell’atmosfera dell’epoca ma alla fine eterna. Per chi ha nostalgia delle storie di fantasmi di una volta, che sono sempre attuali e affascinanti, ma anche per chi ama un’epoca e un immaginario impareggiabili come quelli vittoriani.

John Boyne nasce in Irlanda nel 1971 e passa la sua vita a Dublino.
Nella sua carriera letteraria scrive 14 romanzi sia per adulti che per ragazzi e vengono tradotti in più di 40 lingue.
Il suo primo libro Il bambino con il pigiama a righe ha avuto un successo internazionale in pochissimi anni, e nel 2008 è stata fatta una trasposizione cinematografica con la regia di Mark Herman.

Source: libri dei rispettivi recensori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Liberi junior – Oh, freedom!, Francesco D’Adamo, (Giunti, 2014) a cura di Viviana Filippini

11 marzo 2015

index“Quando il sole ritorna,
Al primo verso della quaglia
Segui il mestolino
Perché il vecchio ti aspetta
Per condurti alla libertà
Segui il Mestolino”

Alabama, Stati Uniti d’America, 1850. Tommy è un bambino di undici anni che vive con i genitori in una piantagione di cotone, dove abitano e lavorano tanti altri schiavi. Tommy vorrebbe un mondo migliore e non a caso spesso si immagina e sogna la libertà, ma non ha la più pallida idea di come raggiungerla. Poi, una sera, in una delle capanne degli schiavi arriva un certo Peg Leg Joe, un vagabondo che con sé porta uno strano oggetto. A Tommy quell’affare sembra una zucca con il manico, ma in realtà il piccolo protagonista del romanzo di D’amato scoprirà che quel buffo oggetto è un banjo. Uno strumento musicale che l’uomo suona quando canta quelle canzoni- gli spirtuals -, che Tommy sente sempre in chiesa durante la celebrazione della funzioni religiose. Tra lo sconosciuto e il piccolo Tommy scatterà una profonda amicizia che avvicinerà il piccolo raccoglitore di cotone non solo alla musica, ma anche alla conoscenza dei valori della libertà dell’uomo. Un giorno Tommy e Peg Leg Joe, sempre con il suo banjo in spalla, scapperanno lungo la Underground Railroad, alla ricerca della libertà. La coppia si troverà coinvolta in mirabolanti avventure e anche in situazioni pericolose che rischieranno di far fallire i loro intenti. A guidare i due amici verso la libertà il Mestolino (la stella polare) che brilla in cielo. Tommy crescerà e, seguendo le orme di Peg Leg Joe, guiderà altri uomini verso la salvezza dall’oppressione. Oh, freedom!, di Francesco D’Adamo è un bel romanzo d’avventura per ragazzi che, attraverso la storia di un piccolo raccoglitore di cotone di colore, narra il processo di conoscenza della vita e dei valori della libertà umana per ogni singolo individuo. Il libro di D’Adamo può essere visto come un romanzo di formazione, perché ogni evento del quale Tommy sarà protagonista, ha il valore di una prova da superare per crescere e diventare un adulto. In Oh, freddom!, di Francesco D’Adamo, Tommy diventerà grande, cercherà di aiutare altri individui che come lui sanno cosa vuol dire vivere in schiavitù, e si accorgerà quanto sia dura la lotta per i diritti umani e per la libertà. Dai 10 anni in su.

Francesco D’Adamo è nato nel 1949 vicino a Venezia da profughi istriani arrivati in Italia dopo la seconda Guerra Mondiale, vive per qualche tempo a Cremona per poi trasferirsi a Milano dove attualmente vive. Laureato in Lettere Moderne all’Università di Milano, ha insegnato materie letterarie nelle scuole superiori e negli istituti tecnici, per poi dedicarsi alla scrittura. Il suo primo libro è scritto nel 1990 ed è un romanzo noir per adulti, Overdose, che parla delle imprese di un gruppo di sbandati drogati. Sul finire degli anni ’90 inizia a scrivere per i ragazzi, definiti da lui stesso adulti che hanno qualche anno in meno. Il suo romanzo Storia di Ismael che ha attraversato il mare ha avuto molto successo perché è una storia affascinante. Nel 2001 scrive Storia Di Iqbal, edito da EL, ispirato alla vita di Iqbal Masih, con cui vince il Premio Cento nel 2002 e il premio Cristopher Awards negli USA. Nel 2006 con Jonny il seminatore vince il Premio di Narrativa per ragazzi “Comunità Montana Altocrotenese”. I suoi romanzi sono noti per il livello formativo e pedagogico e per questo apprezzati nelle scuole.

:: Laura Toffanello e Marco Pistacchio parlano di “L’estate del cane bambino” (66thand2nnd) a cura di Elena Romanello

10 marzo 2015

pisCome mai avete scelto un’epoca così lontana e non vissuta da voi per la vostra storia?

1961, a Brondolo una piccola località sperduta nella provincia di Venezia, a Ercole, Vittorio, Menego, Michele e Stalino basta un vecchio pallone tra i piedi, un mozzicone di sigaretta in bocca, una fuga al cinema nel paese vicino, per sentirsi i padroni del mondo. Se la loro non è felicità, le somiglia molto. Poi un bambino scompare, e in una notte i cinque amici dodicenni si ritrovano ad essere dei vecchi con tutta la vita da vivere davanti. Passano cinquant’anni, per Stalino, Vittorio, Michele e Menego cinquant’anni di rimorso, attesa, dolore, rimpianto, rimozione: di vuoto, perché dove non c’è verità regna il silenzio. Ne L’estate del cane bambino volevamo parlare delle conseguenze. Ci sono dei fatti che segnano per sempre la vita delle persone, a volte come nel nostro romanzo sono istanti irreversibili, dopo i quali nulla potrà più essere come prima, ma cosa accade in seguito? La relazione tra ciò che accade e le conseguenze che ne derivano chiama in causa il concetto di responsabilità, collettiva o individuale, quella secondo la quale bisognerebbe agire in modo tale per cui gli effetti delle nostre azioni siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana. E allora sono umani cinquant’anni di silenzio e di vuoto? È questo il prezzo dell’assenza della verità? È il silenzio a generare altro silenzio? E quali sono le nostre responsabilità personali e sociali?

Nella scelta di un tempo lontano da noi, non intendevamo indicare nel passato un’epoca di particolare oscurantismo e omertà distinta dal presente. Semplicemente, per lasciare maturare le conseguenze, avevamo bisogno di un lunghissimo lasso di tempo, e andando a ritroso di cinquant’anni, ci siamo ritrovati nei dintorni degli anni Sessanta. Abbiamo scelto il 1961 perché proprio nella ricorrenza dell’unità d’Italia, un piccolo paese prima si disgrega, di fronte al clima di caccia alle streghe che segue la scomparsa di un bambino, e poi viene spazzato via per sempre sotto la pressione di un concetto di fraintesa modernità.

Per il vostro libro sono stati citati Stand by me e It di Stephen King: che rapporto avete con questo autore?

“È la storia, non colui che la racconta”: con Steven King condividiamo assolutamente questa che è più di una semplice affermazione, è una dichiarazione poetica ed è metodo di scrittura. Cosa, che fra le altre, ci rende facile, oltre che possibile, scrivere insieme. Per il resto Stephen King è un mostro sacro, e It non l’abbiamo mai letto.

Nel libro si parla del dramma, oggi non più presente, dei manicomi. Come mai avete scelto questo tema e cosa pensate di come oggi sono trattate le persone diverse?

Come dicevamo prima, nel nostro romanzo il silenzio è nodale. Nella leggenda della valle dei sette morti, un bambino viene trasformato in cane perché non possa mai raccontare a nessuno cosa ha visto, nelle case di Brondolo si sbattono i pugni sul tavolo per troncare ogni discussione con donne e figli, e il silenzio, prima ancora della menzogna, avvolge le verità che devono essere taciute. Il silenzio è causa e conseguenza. Chi grida, finisce in manicomio, luogo per antonomasia dove vengono cancellati non solo gli individui, ma anche la loro voce e la loro storia. Come la società attuale tratti le diversità? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che la condizione di internamento nei manicomi prima dell’applicazione della legge 180 è la stessa che si ritrova oggi negli Opg, perché è identica la logica di annullamento sottesa. La violenza cambia forme, strumenti, ma la contenzione a qualunque costo resta ancora un dogma della psichiatria.

Nel libro citate Dumas. che rapporto avete con questo autore?

Più che con Dumas, abbiamo un rapporto con Il conte di Montecristo, libro che fa da contrappunto alla vicenda de L’estate del cane bambino e che Vittorio Boscolo il narratore, legge durante i giorni di punizione che gli vengono inflitti quando Narciso scompare. È un libro basato su un terribile fraintendimento. Tutti noi lo ricordiamo, dalle nostre letture infantili, colpevoli le riduzioni, come una storia di vendetta. Invece si tratta di una storia di perdono. Ma questo Vittorio lo scoprirà solo cinquant’anni dopo, quando leggerà il finale. Perché il senso delle storie si giudica dalla fine.

:: Pétronille, Amélie Nothomb (Voland, 2014) a cura di Lucilla Parisi

10 marzo 2015

amAmélie Nothomb torna a parlarci di sé con l’amabile ironia che la caratterizza.
Un dialogo tra amiche ci conduce tra serate al gusto di champagne e viaggi notturni per i locali di Parigi, perché l’amicizia, si sa, è soprattutto condivisione. Ciò che le due amiche hanno in comune, oltre alla scrittura, è la passione per le adorabili bollicine e ogni occasione, dall’uscita di un nuovo romanzo alla discesa da una pista di sci, è buona per farsi coccolare.
L’altra scrittrice, meno navigata e decisamente molto ribelle, è Pétronille Fanto che da ammiratrice e seguace della Nothomb, ne diventa confidente, ruolo che riveste con dissacrante naturalezza. La distanza tra le due donne è però evidente nell’imbarazzo e nell’incredulità che la scrittrice alle prime armi, con fattezze da adolescente, riesce sempre a sollevare nella già famosa autrice belga.
Così la Pétronille che testa farmaci per denaro (con le inevitabili drastiche conseguenze che ne derivano), che gioca con la roulette russa o che decide di attraversare il deserto del Sahara a piedi rimane per la Nothomb un autentico enigma.
Il romanzo ripercorre, attraverso la storia di un’amicizia, le pubblicazioni dei suoi famosi romanzi e la vita di una scrittrice che, nonostante il successo dei suoi libri, deve fare i conti con inevitabili delusioni e incontri decisamente mortificanti, come l’incredibile intervista a Vivienne Westwood, che ricorda, per grado di umiliazione e divertimento, la fallimentare esperienza della Nothomb nella società giapponese Yumimoto, raccontata nel romanzo Stupore e tremori del 1999.
Senza raggiungere i risultati esilaranti a cui ci ha abituato con alcuni suoi precedenti romanzi, con Pétronille Amélie Nothomb continua a farci sorridere.
Non risparmia sferzate al mondo editoriale che ben conosce e di cui ci regala un quadro non molto lusinghiero: la vicenda di Pétronille scrittrice ne è certamente un valido pretesto. Traduzione di Monica Capuani.

Amélie Nothomb Scrittrice belga di lingua francese. Figlia di diplomatici, è nata a Kobe, in Giappone, nel 1967. Nel 1992 viene pubblicato in Francia da Albin Michel il suo primo romanzo, Igiene dell’assassino, che diventa il caso letterario dell’anno: 100.000 copie vendute, due riduzioni teatrali, un film. Nelle edizioni tascabili lo stesso romanzo vende altre 125.000 copie. Da quel momento pubblica un romanzo all’anno, fedele alla stessa casa editrice, Albin Michel, come in Italia è fedele alla Voland. Il romanzo Stupore e tremori (Albin Michel 1999) ha venduto in Francia 400.000 copie. Tradotta in 15 lingue, ha ottenuto numerosissimi premi letterari tra cui il Grand Prix du roman de l’Académie Française e il Prix Internet du Livre per Stupore e tremori (da cui è stato tratto anche un film diretto da Alain Corneau), il Prix de Flore per Né di Eva né di Adamo e due volte il Prix du Jury Jean Giono per Le Catilinarie e Causa di forza maggiore. Sin dal suo primo romanzo Amélie Nothomb ha imposto uno stile: sguardo incisivo, spesso impietoso e crudele, umorismo fulmineo, storie originali che ruotano intorno a sentimenti eterni. http://www.amelienothomb.com/

:: La notte eterna del coniglio, Giacomo Gardumi: la paura è una dolce virgola tra ‘horror’ e ‘thriller’ (Marsilio, 2006) a cura di Serena Bertogliatti

9 marzo 2015

$Immagina la classica villetta a schiera americana, con tanto di prato verde e amorevole padre che ti attende sulla porta. È da poco scattato il ventunesimo secolo, le Torri Gemelle sono state abbattute, ma in questo angolo di Amerika da quadretto le onde d’urto arrivano in ritardo: l’atmosfera è ancora quella della Guerra Fredda, solo che – al posto dell’URSS – c’è una sempre più potente Cina. Sarà l’argomento del pranzo di Pasqua, sollevato da tuo padre – quello che ti aspettava amorevole all’entrata, ricordi? – che in realtà è un ultraconservatore xenofobo che ha fatto il Vietnam, e del Vietnam ha mantenuto la mentalità paranoica. Infatti, nel suo bellissimo e rispettabilissimo giardino, sotto lo strato di verdissima erba, c’è un bunker.
Sì, hai sentito bene.
Un bunker.
Nel caso in cui vi sia una guerra atomica.

Horror. Thriller psicologico. Post-apocalittico.
La notte eterna del coniglio di Giacomo Gardumi è tutte queste cose, almeno in parte. L’apocalisse c’è – atomica – e piomba i pochi sopravvissuti nei pochi bunker che il padre della protagonista e alcuni famigliari si sono fatti costruire in giardino. La solita vecchia trama di sopravvissuti? Beh, il libro non è nuovissimo, ma sfrutta al meglio il vecchio e tanto amanto what if:
Che cosa accadrebbe se qualcuno sganciasse veramente una bomba atomica?
Che la protagonista – il romanzo è scritto in prima persona dal suo punto di vista – si ritroverebbe blindata in un bunker sotterraneo con il padre razzista e – dolceamara ironia – l’idraulico cinese che stava aggiustando loro il lavello.
I bunker – quattro in tutto – sono collegati tra di loro per mezzo di un sistema video piuttosto rudimentale. I sopravvissuti, quindi, non sono completamente isolati, anzi: scopriranno presto che sono meno soli di quanto pensino, quando uno di loro dirà di aver sentito qualcuno bussare alla porta di un bunker.
In questo romanzo dalla prosa piuttosto semplice ed elementare – e anche, a volte, poco oliata e un po’ ridondante – Gardumi attinge da uno dei rivoli più sottili e difficili da gestire delle correnti di letteratura horror esistenti: quello in cui la paura cresce mano a mano che la realtà per come la conosciamo si disfa, perde senso, crolla inesorabile come un palazzo inservibile. I protagonisti de La notte eterna del coniglio saranno pure asserragliati in bunker capaci di proteggerli persino da una bomba atomica, ma il terrore è infido e sottile come gas, e lentamente rende vane le spesse mura che li circondano. Da superstiti a topi intrappolati in un labirinto senza uscita. E intanto, sempre latente di sottofondo, striscia la domanda che contagia anche i lettori:
È un horror o un thriller?
Che cosa dobbiamo temere? Le manipolazioni di una realtà che non si fa decifrare o le minacce imprevedibili di un mondo che smette di rispondere alle leggi della fisica?
A voi il piacere di scoprirlo.

Giacomo Gardumi nasce a Milano nel 1969. Dopo aver vissuto a Roma e in Francia, si trasferisce stabilmente in Cina. La notte eterna del coniglio è il suo primo romanzo, seguito nel 2005 da L’eredità di Bric.

:: L’8 marzo è anche “#noisì. Generazioni di donne” a cura di Irma Loredana Galgano

8 marzo 2015

roUna campagna lanciata attraverso il web per raccogliere testimonianze, positive, di donne che vogliono e possono essere esempio per altre donne. “#noisì. Generazioni di donne”, un incontro e un confronto tra donne, di differente età, che provengono da diverse culture.
L’assessore alle Pari Opportunità della Capitale, Alessandra Cattoi, spiega con una nota l’iniziativa: «Ogni giorno il mio assessorato è impegnato in azioni di prevenzione e contrasto alla violenza di genere, in particolare attraverso i centri anti violenza del Comune. Per l’8 marzo vogliamo sostenere una visione positiva delle donne di Roma. Vogliamo portare all’attenzione di altre donne, ma non solo, racconti di vita di successo, per testimoniare la grande capacità femminile di fare la differenza».
Già, “la grande capacità femminile di fare la differenza”. Quella differenza che in parte ancora si vuole tenere nascosta, celata per evitare il rischio che si diffonda e diventi consuetudine. L’iniziativa non deve essere vista come un modo per negare la violenza, che esiste purtroppo… piuttosto un modo diverso di affrontarla, studiarla, combatterla. La violenza di genere ha sempre una doppia valenza, fisica e psicologica. Ed è proprio su questo secondo aspetto che bisogna incidere per sradicarla dalle menti delle vittime e da quelle dei carnefici. Spesso, troppo spesso, rappresenta la dimostrazione di una forza che non si possiede, di una frustrazione che non riesce a trovare altro modo di fuoriuscire se non la brutalità, l’aggressività e allora la battaglia principale che bisogna combattere è quella per raggiungere la liberazione catartica dalle catene del pregiudizio ma anche da quelle della sofferenza.
Uno degli esempi migliori è la coraggiosissima Lucia Annibali, autrice del libro Io ci sono (Rizzoli, 2014), scritto con la giornalista Giusy Fasano, che è riuscita nonostante tutto a ritrovare se stessa dimostrando una forza e un coraggio incredibilmente superiori a quelli dei suoi aggressori, tutti.
«Io non mi arrendo, e questa ferita diventerà la mia forza.»
Il concorso online “#noisì. Generazioni di donne” si è chiuso il giorno 5 e oggi, 8 marzo, ci sarà la premiazione del racconto migliore, a Roma, durante la cerimonia che si terrà nella sala Esedra in Campidoglio con la partecipazione del sindaco Ignazio Marino.

:: Favole del morire, Giulio Mozzi, (Laurana Editore, 2015)

4 marzo 2015

faE’ buffo, o per lo meno bizzarro, leggere e soprattutto recensire un autore che per mestiere legge e valuta la scrittura altrui. Ma vi confesso è stata la curiosità a spingermi verso Favole del morire di Giulio Mozzi e sapere che è dedicato a Valter Binaghi, autore di cui ho molto amato Nome al tavolo Blackjack. (La curiosità uccise il gatto, ma la soddisfazione lo riportò in vita, dice un proverbio inglese).
I libri dopo tutto trovano strane e misteriose vie per raggiungere i lettori, e la curiosità è una ragione non meno nobile di altre.
Giulio Mozzi è uno scrittore dichiaratamente cattolico, per cui la morte, o meglio il morire dovrebbe acquistare valenze etiche e spirituali legate anche al credere a una vita altrove, oltre questa nostra terrena. E Favole del morire, sebbene raccolga pezzi scritti tra il 2003 e il 2014, alcuni su commissione, (“ciò non ne fa scritture occasionali“) per le ragioni più disparate, (certo non prevedeva che sarebbero stati raccolti in un’antologia, o per lo meno non in questa), ha come tema centrale proprio questo destino che accomuna ormai sette miliardi di persone nate per vivere su questa terra. E quindi nel bene o nel male ci interessa tutti, sebbene molti sfuggano questo pensiero come molesto.
E’ così sgradevole, parlare del decadimento, della vecchiaia, della morte, per alcuni è addirittura di cattivo gusto, ma ciò non toglie che anche se nessuno può parlarne per esperienza diretta (il mistero su questo resta assoluto) tutti noi, vedendo morire familiari o amici, ne facciamo un’esperienza perlomeno riflessa. Quindi la morte è cosa nostra, molto più di altre cose più vanesie e marginali.
I sette pezzi facili (che facili non sono) di Giulio Mozzi sono frammenti di scrittura che si compongono di testi in prosa, altri in versi, Emilio delle tigri se n’è andato, è un testo teatrale per esempio, (che l’autore vorrebbe fosse ri-rappresentato).  Insomma difficilmente questo libro potremmo definirlo con un genere, se non ibrido. Tuttavia una strana unità e omogeneità anche stilistica la possiede, e i vari pezzi si possono leggere tranquillamente nell’ordine in cui l’autore li ha posti.
Se abbiamo una concezione edonistica della lettura e il piacere (parente stretto della felicità,) guida le nostre scelte, forse avremo qualche ritrosia iniziale, ma non spaventatevi Mozzi non tratta la morte, ovvero il morire, in modo tragico o peggio macabro. A tratti si sorride, e dopo tutto l’ironia è una delle maggiori difese immunitarie che abbiamo.  

Giulio Mozzi (Camisano Vicentino, 1960) ha pubblicato vari libri tra cui Questo è il giardino (Theoria, 1993), La felicità terrena (Einaudi, 1996), Fantasmi e fughe (Einaudi,1999), Fiction (Einaudi, 2002), Corpo morto e corpo vivo. Eluana Englaro e Silvio Berlusconi (Transeuropa, 2009), Sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili (Mondadori, 2009). Consulente editoriale, attualmente per Marsilio, ha maturato anche una solida esperienza come docente di scrittura. Su questo argomento ha pubblicato un fortunato Ricettario di scrittura creativa (con Stefano Brugnolo; Zanichelli, 2000) e da ultimo (Non) un corso di scrittura e narrazione (Terre di Mezzo, 2009). Nel 2009 ha creato la casa editrice in rete Vibrisselibri, che si va ad affiancare all’omonimo bollettino di scritture e letture.

:: L’amore negato, Giancarlo Vitagliano, (Lettere Animate, 2014)

3 marzo 2015

0Una storia di camorra ambientata a Napoli, una delle tante che spesso, ormai con rassegnazione, leggiamo sui giornali, potrebbe essere stata fonte d’ ispirazione per Giancarlo Vitagliano, cardiologo ospedaliero prestato alla scrittura, nello scrivere L’amore negato, poliziesco classico con commissario, indagine, vita privata dei vari personaggi. Per mestiere l’autore ha davvero ha che fare con la vita e la morte delle persone, e l’umanità necessaria a svolgere la sua professione ufficiale è presente anche in questo romanzo. Sono esseri umani anche i camorristi, verità che se non giustifica i loro crimini, che sempre vanno condannati in una società civile, ci spinge comunque a non perdere la nostra umanità nel valutare le loro azioni. Assunta Noci, la vittima, figlia di don Luigi ‘o Cecato, boss di primo piano dell’omonimo clan criminale, ritrovata cadavere nella sua abitazione, nella sua vasca da bagno, è innanzitutto una donna e tramite il suo diario, che il nostro commissario si ritroverà misteriosamente nelle mani durante l’indagine, impareremo a conoscerla. A capire molte sue scelte, e soprattutto il rifiuto per le attività criminali del padre che la porteranno a commettere forme diverse di crimini, la “camorra bianca” la chiamano, specializzata per esempio in frodi fiscali. Proprio l’altro giorno guardavo alla tv un servizio in cui si spiegava che i boss di oggi non sono più i banditi col ‘coltello tra i denti’ che la mitologia ci narra, ma comunissimi uomini in giacca e cravatta, quasi indistinguibili da altri professionisti, che si interessano di borsa, che investono anche in attività lecite, che insomma si confondono nel tessuto sociale. E pur sempre restano criminali, gente che uccide. Ma i confini tra il bene e il male sembrano farsi più fumosi, più indefinibili. E l’animo noir dell’autore fa capolino e ci parla di persone che a volte non hanno scelta, che sono vittime prima di essere carnefici. Assunta Noci subisce violenze, diventa boss a sua volta quasi per un senso distorto di difesa della famiglia. E il commissario Reinhard, pur combattendo coi suoi demoni personali, deve imparare a conoscerla per risolvere il delitto, mascherato da incidente, di cui è vittima. Per capire le assurde ragioni della sua morte. L’amore negato, per molti versi è simile a molto altri polizieschi, ma se vogliamo alcune componenti si discostano dal genere. Innanzitutto la componente quasi “esistenzialista” che caratterizza i personaggi: il commissario, il vecchio boss, la vittima. Non mancano nel testo poi forme dialettali di stampo verista, che rendono i dialoghi più verosimili, e realistici. L’uso del dialetto in un testo scritto in italiano spesso può essere un azzardo, (anche se ci sono eccezioni come per esempio i testi di Camilleri, che ha fatto del dialetto siciliano un suo punto forte)  risultando poco comprensibile per lettori di altre regioni. In questo caso, a mio giudizio, le forme dialettali sono facilmente comprensibile da tutti. Sono appunto solo accenni, facilmente identificabili nel discorso. Per concludere un dignitoso poliziesco, ben scritto e sicuramente una lettura consigliata.

Giancarlo Vitagliano vive e lavora a Napoli. Dopo aver frequentato il Liceo Classico si è laureato in Medicina ed è cardiologo presso il più grande ospedale del sud. Appassionato di libri, fumetti, cinema, musica e moto, da alcuni anni ha smesso di fantasticare soltanto e ha deciso di scrivere le storie che gli nascono in mente. È sposato e ha due figlie.

:: L’angelo del campo, Clifford Irving, (Longanesi, 2015) a cura di Laura M.

2 marzo 2015

irUn campo di sterminio in Polonia.
Piccolo, ben tenuto, asettico come una sala operatoria.
Ma sempre un campo di sterminio dove gli ebrei, dal primo all’ultimo, vengono uccisi: i deboli subito, i più forti quando sono ridotti pelle e ossa dalla fame e dal lavoro.
Ma in questo campo avviene qualcosa di speciale, di imprevisto.
C’è un assassino che uccide delatori e anche una SS ucraina particolarmente feroce.
Siamo nel gennaio del 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale, i morti dovrebbero essere all’ordine del giorno, e lo sono ancora di più, – drammaticamente di più -, in un campo di sterminio, nonostante questo un poliziotto della Criminalpol di Berlino, il capitano Paul Bach, viene inviato a indagare. In un punto quasi invisibile sulle mappe, a Zinoswicz – Zdroj (non cercatelo, non esiste, l’autore nelle note avvisa che non è reperibile in nessuna parte della Polonia, nasce come “sintesi” di tanti campi veramente esistiti), Zin, per abbreviare e rendere più facile il “lavoro”.
Paul Bach non è il classico nazista che siamo portati a immaginare. E’ un reduce di guerra proveniente dal fronte orientale, dove ha perso un braccio. E’ un ottimo poliziotto, scrupoloso, efficiente, umano, padre amorevole di due bambini, vedovo. Vede l’abominio e non crede ai suoi occhi.
Non riesce a credere che i suoi connazionali si siano abbassati a tanto per seguire gli ordini di un pazzo, che siano capaci di uccidere migliaia di migliaia di esseri umani solo perchè appartengono a un altra razza, un’altra religione. Dove il vero disastro è che nessuno si ribella, nessuno fa niente. Finché questo angelo vendicatore organizza una rivolta di questi esseri ridotti all’ombra di loro stessi.
Paul Bach scoprirà chi è l’angelo del campo, è un bravo poliziotto ve l’ho detto, ma come agirà lo scoprirete leggendo questo libro.
L’angelo del campo, (The Angel of Zin, 1984) tradotto da Federica Oddera, è un romanzo che si legge molto velocemente. Scorre come il corso placido di un fiume. Pieno di umanità, seppur della descrizione della bolgia dantesca che è un campo di sterminio. E’ morale parlare di queste cose in un romanzo, frutto di fantasia, anche se nato dopo un approfondito lavoro di ricerca? Quando si parla di Olocausto è sempre difficile, la retorica a volte nasconde i veri sentimenti, per un meccanismo di difesa, anche negli spiriti più sensibili e intenzionati a capire. E questo libro aiuta a capire. Perchè raggiunge il lettore nella sua profonda coscienza, ponendo il germe dell’idea che colpevole del male non è solo chi lo compie ma anche chi non fa niente per combatterlo e impedirlo. Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti diceva Martin Luther King. Niente di più vero anche oggi.

Clifford Irving (1930) è stato per lungo tempo uno degli uomini più conosciuti d’America. Nel 1970 ha scritto una falsa autobiografia del magnate Howard Hughes, nella quale ha messo alla berlina Richard Nixon e altri importanti politici dell’epoca, in seguito alla quale è finito in prigione per un anno e mezzo. Grande viaggiatore, nella sua esplosiva esistenza ha fatto per due volte il giro del mondo, ha prestato servizio come guardia in un kibbuz israeliano e ha contrabbandato whisky e sigarette tra Tangeri e la Spagna. Recentemente ripubblicato in USA dopo la prima edizione del 1984, L’angelo del campo è balzato subito ai primi posti delle classifiche di vendita. Clifford Irving vive in Colorado.

:: La Notte della Mediarchia Il commissario Elio Gamba, Carlo Vanin, (Panda Edizioni, 2014) a cura di Alessandro Morbidelli

2 marzo 2015

La-Notte-della-Mediarchia-img1Nessuno mi ha chiesto di scrivere una recensione de “La notte della Mediarchia” di Carlo Vanin, questo conviene precisarlo subito. Ho deciso di sedermi e di pensare al commissario Elio Gamba di mia spontanea volontà. Questo perché sono sempre più convinto che nel panorama editoriale di oggi, soprattutto tra le righe di chi in qualche modo sostiene di rappresentare un certo tipo di scrittura di genere, si possano incontrare due tipologie di autori: la prima, molto comune, è quella del mestierante, dell’artigiano della scrittura (quanto piace, oggi, questa definizione…), del lavoratore schematico, di chi potrebbe scrivere centoventisei romanzi in serie, tutti secondo lo stesso disegno e gli stessi stratagemmi narrativi; la seconda, quella che nove volte su dieci è incline al fallimento, che nove volte su dieci non viene capita, quella che dieci volte su dieci vende poco o niente quando per miracolo viene pubblicata, è quella che preferisco. È questa seconda categoria che ci fa ricordare come le storie che ci vengono raccontate possano evadere dalla banalità di una scrittura piatta e incolore, adagiata nello stile, per svegliarsi nello stilema, nella variazione, nella visione. È questa seconda famiglia di autori che mette la vita nelle pagine. Tra le due, intercorre la stessa differenza che passa tra un Big Mac e un panino al lampredotto. La tragedia è varia: il mondo è pieno di mangiatori seriali di schifezze, ormai assuefatti alle schifezze, e a pochi piace il lampredotto. Ma a chi piace, piace davvero…
Ogni scrittore si trova a un certo punto della sua vita a un bivio: seguire la svolta che porta al McDonald’s o sentire da lontano il refolo che esce dal baracchino fermo sul bordo della strada, perso tra banchine insicure, sdrucciolevoli, e affilati guardrail.
Carlo Vanin sa cucinare bene. E per nostra fortuna ha pure trovato un chiosco, che porta il nome di Panda Edizioni, pronto ad accendergli i fornelli.
La sua è una scrittura pop, variopinta nelle sfumature di riferimenti sempre a portata di mano, mai banale, ridondante senza mai essere barocca, coerente e, soprattutto, viva. Il suo è un romanzo di genere, certo, ma il genere che ci troviamo davanti ribolle, ricorda la furia assetata del primo Glen Duncan, quello di “I, Lucifer”, e la lezione livida e alienata dello Shannon Burke de “I Corpi Neri”. La Marghera descritta si muove su livelli che si intersecano tra l’onirico e il surreale, tra il grottesco e il realista, tra il fantascientifico e il gotico, che solo in rari momenti, in cui il nostro si sente in dovere di mostrare al mondo intero quanto sia buono il suo pane e lampredotto, svirgola nell’inessenziale. Eppure non c’è mai uno sbilanciamento, una perdita consistente dell’equilibrio narrativo. Il fondale su cui si muovono i personaggi, una Marghera isolata dal cielo dall’esplosione della famosa raffineria, è solido, e questo è il primo merito di Carlo Vanin, ma non solo. Il suo contesto non è unicamente un paesaggio fotografico, è anche un cantiere in cui una società estrema annaspa tra pastiglie sintetiche e spot televisivi, tra ingorghi infernali che tanto ricordano scenari cyberpunk, figli di quegli spazi precari che Marc Augé definì nonluoghi: la Mediarchia all’apice del suo splendore, in una vibrante attesa.
Poi c’è lui, il protagonista indiscusso del romanzo, il commissario Elio Gamba, un uomo che ha perso la moglie e il figlio nell’esplosione di Marghera senza mai perderli davvero, un corpo scosso dalla droga e dall’alcool, una mente violenta, disturbata e corrotta da Sole-Occhio, la voce che sussurra, la guida che lo elegge a profeta in una landa di desolazione e violenza, fino a portarlo allo scontro finale con i Ministri della Mediarchia. Ecco, non vorrei svelare di più della trama, perché in realtà questa si sviluppa lungo una serie di flash narrativi in cui i protagonisti si collocano secondo una propria comodità formale. Più che un elemento di tensione, il romanzo diventa un insieme di punture, lo dice l’autore stesso (“Ci sono cose che pungono qui dentro”). Non lascerà indifferenti.
Carlo Vanin è uno preciso. Mi perdonerà se ho attinto dalla tradizione culinaria fiorentina per parlare del suo romanzo, lui che è veneto. Eppure mi sembra l’omaggio adatto a chi ha digerito così bene la lezione cinematografica di Robert Rodriguez e di Quentin Tarantino, la visionarietà di Hans Ruedi Giger e di H. P. Lovecraft, la letteratura fisiologica di Tiziano Scarpa, la metafisica insondabile di Stephen King, l’antropologia sadopornografica degli hentai giapponesi con i personaggi di Nivea e Rexona. Citare Miyamoto Musashi ci porta più a pensare a Takehiko Inoue e al manga Vagabond che al personaggio storico realmente esistito. Così come un vero esperto di fumetti giapponesi non può non godere nella citazione di Berserk di Kentaro Miura, quando lo stesso Musashi perde un occhio e rimane con un braccio maciullato.
Carlo Vanin non ha preso la via per il McDonald’s. Per fortuna nostra e per sfortuna sua. E questo panino al lampredotto ci è davvero piaciuto. Chissà se a lui il lampredotto piace. Una volta mi pare di averglielo pure chiesto.

Carlo Vanin: nasce nel 1977 a Spinea, cittadina veneta di cui oggi si autoproclama miglior scrittore vivente. Lavora come libraio alla Libreria Ubik di Castelfranco Veneto. Dal 2009 è membro del direttivo del movimento Sugarpulp nonché segretario dell’omonima associazione. “Mirko e il mostro”, pubblicato nel 2012 per l’editore L.A. Case, è il suo romanzo d’esordio.