“L’occupazione non ci occupa solo fisicamente, ma ci ha occupato anche l’anima. Tutto quello che sogno è che i miei sogni non siano brutti come la realtà“. (Pallidi segni di quiete: diario palestinese).
Premetto che recensire questa raccolta di racconti non è un compito facile: la stessa quarta di copertina dichiara che Adania Shibli “consegna al lettore un mondo drammaticamente incomprensibile”. In effetti, ciò che emerge dalla lettura è un senso di straniamento, quasi d’angoscia. I racconti sembrano riflettere i moti interiori di un’anima disorientata, che si smarrisce nella quotidianità palestinese. Si può trovare un po’ di quiete interiore in questa terra senza pace e, forse, senza futuro?
Pagina dopo pagina invisibili granelli di sabbia entrano nelle nostre scarpe di viaggiatori letterari e iniziano a darci fastidio. Ci indigniamo perché il programma di studi nelle scuole elementari è soggetto al controllo israeliano, il quale vieta espressamente lo studio degli autori palestinesi (Fuori dal tempo), perché ci sembra di respirare la stessa nuvola di polvere e disperazione che avvolge i palestinesi in attesa di un taxi collettivo al check-point (Polvere). L’autrice ci confida che l’unico modo per andare avanti è mantenere il sangue freddo: “La mia freddezza è necessaria per riuscire ancora a essere una persona capace di vivere!” (Sangue Freddo)
Quello di Adania Shibli è un universo bello e terribile in cui il tempo sembra essersi fermato. Perfino gli orologi da polso smetteno di ticchettare, per riprendere poi all’atterraggio in un aeroporto straniero. “In Palestina, spesso mi accorgo che [il mio orologio] smette di camminare. Improvvisamente entra in una specie di coma e proprio non riesce più a segnare l’ora. (…) Probabilmente esso si rifiuta semplicemente di contare il tempo rubato alla mia vita, quello che maggiormente provoca disperazione nel mio animo” (Fuori dal tempo). Nella raccolta trovano spazio anche alcuni aneddoti famigliari: un racconto è dedicato alla morte della nonna (La cenere nei suoi occhi) ed un altro all’infanzia dell’autrice cresciuta in una famiglia di accaniti lettori (La differenza la fa sempre Nagib Mahfuz).
Lo stile narrativo è secco e diretto, non lascia spazio alle descrizioni e va dritto al cuore del lettore, quasi a volerlo trafiggere. Alcuni racconti sono brevi, altri brevissimi, di tre pagine appena, ma non per questo meno efficaci. L’autrice procede in un’inesorabile enunciazione di piccole vicende quotidiane, in un’atmosfera che oscilla tra stupore e sgomento.
Consiglio questi racconti a chi voglia aprirsi una nuova finestra sulla Palestina attraverso lo sguardo inerme e spietato di Adania Shibli.
Adania Shibli è nata in Palestina nel 1974 e oggi vive tra Gerusalemme e Berlino. È autrice di due romanzi, pièce teatrali, racconti brevi e saggi narrativi. Riceve due volte il prestigioso premio Qattan Young Writer’s Award-Palestine: nel 2001 con il romanzo Masds (tradotto in italiano con il titolo Sensi, Lecce, Argo, 2007), e nel 2003 per il romanzo Kullunà baici bi-dhàt al-miqddr an al-hubb (tradotto in inglese con il titolo We Are All Equally Far from Love, Northampton, Clockroot, 2012). Il suo ultimo lavoro è Dispositions (2012), un art book su artisti palestinesi contemporanei. Dal 2012 è visiting professor e ricercatrice presso l’Università di Birzeit, in Palestina.
Geografia della Palestina – Secondo i dati forniti dall’Unione Europea, oggi vivono in Palestina 4.5 milioni di persone, di cui 1.8 milioni nella Striscia di Gaza e 2.65 milioni in Cisgiordania. I palestinesi che vivono a Gerusalemme Est, nelle Seam Zones (tra il Muro e la linea verde dell’Armistizio del 1949) e in Area C (area sotto il pieno controllo israeliano, che rappresenta il 60% della West Bank) si trovano ad affrontare la pressione crescente dall’occupazione israeliana. La situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi è allarmante. Alle violazioni compiute dalle forze di occupazione israeliane (detenzioni amministrative, espropri arbitrari, demolizioni di case, tortura) si aggiungono quelle compiute dalle forze di sicurezza palestinesi (arresti arbitrari, violazioni della libertà di espressione, eliminazione di palestinesi accusati di collaborazionismo). Da segnalare inoltre anche l’emergenza dei profughi palestinesi, che si concentrarono nei campi profughi di Gaza, della Cisgiordania e della Giordania, del Libano e della Siria. I profughi erano poco più di 900.000 nel 1948, mentre a oggi, secondo le stime di Unrwa (l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di sostenere i profughi palestinesi), sfiorano i 5 milioni.


“Quando il sole ritorna,
Come mai avete scelto un’epoca così lontana e non vissuta da voi per la vostra storia?
Amélie Nothomb torna a parlarci di sé con l’amabile ironia che la caratterizza.
Una campagna lanciata attraverso il web per raccogliere testimonianze, positive, di donne che vogliono e possono essere esempio per altre donne. “#noisì. Generazioni di donne”, un incontro e un confronto tra donne, di differente età, che provengono da diverse culture.
E’ buffo, o per lo meno bizzarro, leggere e soprattutto recensire un autore che per mestiere legge e valuta la scrittura altrui. Ma vi confesso è stata la curiosità a spingermi verso Favole del morire di Giulio Mozzi e sapere che è dedicato a Valter Binaghi, autore di cui ho molto amato Nome al tavolo Blackjack. (La curiosità uccise il gatto, ma la soddisfazione lo riportò in vita, dice un proverbio inglese).
Una storia di camorra ambientata a Napoli, una delle tante che spesso, ormai con rassegnazione, leggiamo sui giornali, potrebbe essere stata fonte d’ ispirazione per Giancarlo Vitagliano, cardiologo ospedaliero prestato alla scrittura, nello scrivere L’amore negato, poliziesco classico con commissario, indagine, vita privata dei vari personaggi. Per mestiere l’autore ha davvero ha che fare con la vita e la morte delle persone, e l’umanità necessaria a svolgere la sua professione ufficiale è presente anche in questo romanzo. Sono esseri umani anche i camorristi, verità che se non giustifica i loro crimini, che sempre vanno condannati in una società civile, ci spinge comunque a non perdere la nostra umanità nel valutare le loro azioni. Assunta Noci, la vittima, figlia di don Luigi ‘o Cecato, boss di primo piano dell’omonimo clan criminale, ritrovata cadavere nella sua abitazione, nella sua vasca da bagno, è innanzitutto una donna e tramite il suo diario, che il nostro commissario si ritroverà misteriosamente nelle mani durante l’indagine, impareremo a conoscerla. A capire molte sue scelte, e soprattutto il rifiuto per le attività criminali del padre che la porteranno a commettere forme diverse di crimini, la “camorra bianca” la chiamano, specializzata per esempio in frodi fiscali. Proprio l’altro giorno guardavo alla tv un servizio in cui si spiegava che i boss di oggi non sono più i banditi col ‘coltello tra i denti’ che la mitologia ci narra, ma comunissimi uomini in giacca e cravatta, quasi indistinguibili da altri professionisti, che si interessano di borsa, che investono anche in attività lecite, che insomma si confondono nel tessuto sociale. E pur sempre restano criminali, gente che uccide. Ma i confini tra il bene e il male sembrano farsi più fumosi, più indefinibili. E l’animo noir dell’autore fa capolino e ci parla di persone che a volte non hanno scelta, che sono vittime prima di essere carnefici. Assunta Noci subisce violenze, diventa boss a sua volta quasi per un senso distorto di difesa della famiglia. E il commissario Reinhard, pur combattendo coi suoi demoni personali, deve imparare a conoscerla per risolvere il delitto, mascherato da incidente, di cui è vittima. Per capire le assurde ragioni della sua morte. L’amore negato, per molti versi è simile a molto altri polizieschi, ma se vogliamo alcune componenti si discostano dal genere. Innanzitutto la componente quasi “esistenzialista” che caratterizza i personaggi: il commissario, il vecchio boss, la vittima. Non mancano nel testo poi forme dialettali di stampo verista, che rendono i dialoghi più verosimili, e realistici. L’uso del dialetto in un testo scritto in italiano spesso può essere un azzardo, (anche se ci sono eccezioni come per esempio i testi di Camilleri, che ha fatto del dialetto siciliano un suo punto forte) risultando poco comprensibile per lettori di altre regioni. In questo caso, a mio giudizio, le forme dialettali sono facilmente comprensibile da tutti. Sono appunto solo accenni, facilmente identificabili nel discorso. Per concludere un dignitoso poliziesco, ben scritto e sicuramente una lettura consigliata.
Un campo di sterminio in Polonia.
Nessuno mi ha chiesto di scrivere una recensione de “La notte della Mediarchia” di Carlo Vanin, questo conviene precisarlo subito. Ho deciso di sedermi e di pensare al commissario Elio Gamba di mia spontanea volontà. Questo perché sono sempre più convinto che nel panorama editoriale di oggi, soprattutto tra le righe di chi in qualche modo sostiene di rappresentare un certo tipo di scrittura di genere, si possano incontrare due tipologie di autori: la prima, molto comune, è quella del mestierante, dell’artigiano della scrittura (quanto piace, oggi, questa definizione…), del lavoratore schematico, di chi potrebbe scrivere centoventisei romanzi in serie, tutti secondo lo stesso disegno e gli stessi stratagemmi narrativi; la seconda, quella che nove volte su dieci è incline al fallimento, che nove volte su dieci non viene capita, quella che dieci volte su dieci vende poco o niente quando per miracolo viene pubblicata, è quella che preferisco. È questa seconda categoria che ci fa ricordare come le storie che ci vengono raccontate possano evadere dalla banalità di una scrittura piatta e incolore, adagiata nello stile, per svegliarsi nello stilema, nella variazione, nella visione. È questa seconda famiglia di autori che mette la vita nelle pagine. Tra le due, intercorre la stessa differenza che passa tra un Big Mac e un panino al lampredotto. La tragedia è varia: il mondo è pieno di mangiatori seriali di schifezze, ormai assuefatti alle schifezze, e a pochi piace il lampredotto. Ma a chi piace, piace davvero…
























