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:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Valeria Pecora racconta “Le cose migliori”

10 settembre 2015

cover“Gli scrittori parlano dei loro libri” è una rubrica che riserva soprese. E’ interessante ascoltare uno scrittore che parla di un suo libro, così ho pensato perchè (invece di scrivere un’ impersonale segnalazione) non permettere a questa giovane scrittrice sarda di parlarci di Le cose migliori, ancora di più perchè tratta di un argomento piuttosto delicato come i malati di Parkinson. Spesso conviviamo con persone, genitori, figli, amici che affrontano gravi malattie e non sempre reagiamo come gli altri si aspettano da noi. Lascio la parola quindi a Valeria.

E’ un romanzo nato due anni fa, riposto in un cassetto. L’ho scritto con furore in un mese e mezzo. Non sentivo più niente, scrivevo e scrivevo. E’ venuta fuori una storia sulla quale sono tornata più volte: per smussarla, migliorarla, cambiarla. Per renderla degna di essere letta. Una volta che ho raggiunto la consapevolezza che potesse meritare la lettura (dopo mesi!) l’ho spedita a diverse case editrici. Poche a dire la verità. Sono una sconosciuta e nel mare delle truffe e dei desideri facili, di chi ti fa pubblicare a tutti i costi, volevo solo risposte serie e sincere. Non mi sarei fatta spillare dei soldi per vedere stampato “il mio capolavoro”. Non cado in queste trappole. Non sono una scrittrice. Ho la stoffa per scrivere ma il percorso sarà ancora lungo, faticoso, intenso. Spedisco il mio manoscritto a novembre 2014 e a primavera 2015 mi arriva la proposta di pubblicazione da parte di una piccola casa editrice. Non vogliono un euro da me, fanno regolare contratto, investiranno loro tempo, soldi ed energie per la mia storia.
Ho avuto un blocco dopo, nonostante la felicità e l’entusiasmo. Pubblicare o non pubblicare?
C’è tanta vita che mi appartiene e che prende vita nelle pagine del mio romanzo. C’è la mia vita di bambina, c’è mio padre, mia madre, ci sono le mie due sorelle, i miei nonni.
Parlare di se stessi e basta è scomodo, può essere imbarazzante ma è un rischio che si può correre.
Parlare delle persone che ami di più al mondo diventa pericoloso, ti fa sentire nuda e vulnerabile soprattutto se sei una persona che scrivendo non vuole e non riesce a plastificare la realtà o seguire gli stereotipi.
Nel mio libro si parla di una maternità che non dovrebbe esistere. Si sente il mio essere “orfana” nonostante mia madre sia ancora viva. E’ l’“orfanitudine” della malattia di Parkinson che quando colpisce le madri giovani le rende sofferenti, imperatrici nella sfera familiare e trasforma i figli in piccoli sudditi, bambini travestiti da adulti troppo in fretta. Genitori che diventano fragili come bambini, figli che diventano genitori di chi li ha messi al mondo.
Ho capito che dovevo superare il blocco e pubblicare perché dignità vuol dire questo: avere il coraggio di ammettere tutta la verità, non sfuggire alle proprie ombre, non fare del dolore un culto ma neanche rifuggirlo, disconoscerlo, dargli mentite spoglie.
La maternità che trabocca nel mio romanzo è quella zoppicante di una madre che purtroppo ha zoppicato fin da quando l’ho conosciuta. Il suo zoppicare è stato reale e metaforico, la sua “assenza” ha pesato sulla mia crescita lasciando carichi di rabbia e di dolore. Ho voluto smentire tutti i luoghi comuni che circondano la malattia e la sofferenza: “fortificano e rendono migliori”. La verità è che spesso non si ha un’alternativa e si è costretti a combattere per restare a galla.  E’ un libro spietato, duro, vero.  Credo che ci sia però anche la mia voglia di amare, di riscatto tra queste pagine e la speranza nelle cose migliori che arriveranno a sorprenderci e farci rinascere ancora.

Valeria Pecora, nata il 06.04.1982 a Cagliari, abita ad Arbus, un piccolo paese tra mare e miniere. Lavora come guida turistica in lingua inglese, francese e spagnola. Adora leggere e scrivere. “Le cose migliori” è il suo romanzo d’esordio (casa editrice Lettere Animate, 2015).

:: Mediorientarsi – Hotel Madrepatria, Yusuf Atılgan, (Ed. Jaca Book – Calabuig, 2015) a cura di Matilde Zubani

24 luglio 2015
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Gestire un hotel e gestire un’istituzione, una grande impresa, un paese erano in fondo la stessa cosa. Quando un uomo comincia a conoscere se stesso, a rendersi conto delle proprie possibilità, quando capisce quali sono le vere responsabilità, vacilla, non ce la fa. È una fortuna che i governanti dei paesi non lo sappiano, altrimenti qui, in questo mondo, farebbero molti più danni di quanti ne può fare il responsabile di un hotel.

L’Hotel Madrepatria è un konak (una vecchia costruzione ottomana) di tre piani, vicino alla stazione ferroviaria di una cittadina dell’Anatolia che fu vittima, nel 1922, di uno spaventoso incendio appiccato dai greci in ritirata. Il gestore dell’Hotel, Zebercet, è un personaggio solitario che conduce una vita monotona fatta di gesti sempre uguali, clienti poco interessanti e un rapporto-abuso con la cameriera.

Una notte arriva al konak una donna scesa dal treno, in ritardo, proveniente da Ankara, nessuno sa chi sia – non ha con sé la carta d’identità – né dove sia diretta, ma la sua apparizione – di cui resterà soltanto qualche traccia: due sigarette fumate a metà e un asciugamano a righe – è destinata a lasciare un segno indelebile nella vita di Zebercet. Il ricordo di questa donna e l’attesa di un suo improbabile ritorno si trasformeranno presto in un’ossessione totalizzante e irrazionale che trascinarà il protagonista fuori dal tempo e dallo spazio, stritolandolo in un vortice di follia.

La tecnica linguistica usata da Atılgan è interessante: lunghi periodi si alternano a frasi lapidarie e digressioni racchiuse tra parentesi. L’uso della punteggiatura è fortemente evocativo, tanto da rendere quasi difficoltoso il dipanarsi del discorso – proprio come se seguissimo le torsioni di una mente tormentata. Il flusso di coscienza evoca gesti, ricordi, frammenti di dialoghi e illusioni. Quello che conta sembra non essere tanto la trama, quanto il modernismo stilistico; citato dal premio nobel Pamuk tra i suoi maestri, Atılgan viene spesso accostato a William Faulkner, traslandone però l’esperienza nell’ambiente narrativo turco.

Il romanzo si pone al lettore come un’esperienza innovativa e disturbante, sia stilisticamente sia contenutisticamente. Come è evidenziato nella postfazione, il protagonista è circondato dalle cose della vita, ma è estraneo a tutte; patisce uno spaesamento mentale che contrasta col radicamento e l’immobilità delle sue giornate. Allo stesso tempo il pathos cresce in una contrazione prospettica sempre più soffocante.

Pur non essendo un’amante di questo stile modernista, ho apprezzato Hotel Madrepatria per la sua carica emotiva che mi ha ricordato le tinte cupe dei racconti di Poe (tipo Il cuore rivelatore) e il clima di attesa de Il deserto dei Tartari. Indiscussa è la buona riuscita della traduzione, forse resa ancora più efficace dalla collaborazione di due madrelingue: italiana e turca. Mi è piaciuto molto anche il glossario alla fine del libro, che non solo traduce, ma cerca di spiegare e raccontare i termini che sono stati lasciati in lingua originale.

In Turchia, Hotel Madrepatria si è ritrovato spesso al centro del dibattito critico-letterario a causa delle implicazioni politiche, culturali e psicologiche sollevate dai temi trattati: Anayurt Oteli (titolo originale) enfatizza gli aspetti alienanti della vita nella società moderna attraverso un ritratto convincente di un anti-eroe guidato da impulsi arcaici e da una sessualità ossessiva. Viene ritenuto un romanzo “di rottura” con la tradizione letteraria turca e oggi è considerato un classico moderno.

Per chi fosse curioso di approfondire, nel 1986 dal romanzo è stato tratto anche un omonimo film diretto da Ömer Kavur con Macit Koper e Serra Ylmaz.

Yusuf Atılgan (1921-1989), uno dei maestri della letteratura turca contemporanea, ha raggiunto la celebrità grazie a due soli romanzi, Aylak Adam (L’indolente) del 1959 e Hotel Madrepatria del 1973, ai quali si aggiungono alcuni racconti e un terzo romanzo incompiuto e pubblicato postumo. Tradotto in diverse lingue, Atilgan viene qui presentato per la prima volta in italiano.

Rosita D’Amora insegna Lingua e Cultura Turca all’Università del Salento. Ha tradotto in italiano Sabahattin Ali e Mehmet Yashin.

Semsa Gezgin ha tradotto in italiano Orhan Pamuk, Nedim Gürsel, Oguz Atay, Esmahan Aykol, e in turco Italo Calvino, Cesare Pavese, Umberto Eco, Alessandro Baricco.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simona dell’Ufficio Stampa Jaca Book.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: VersOriente – La Cina sono io, Xialou Guo, (Metropoli d’Asia, 2014) a cura di Viviana Filippini

8 luglio 2015
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Cosa può accadere ad una traduttrice impegnata a trasporre dal cinese all’inglese un misterioso diario manoscritto? Per scoprirlo dovete addentrarvi nelle pagine de La Cina sono io, della scrittrice Xialou Gou, pubblicato in Italia da Metropoli d’Aisa. Iona vive a Londra, dove lavora per una casa editrice che le affida la traduzione di una serie di lettere e di un diario scritti in cinese. La ragazza, che ha una vita sociale un po’ caotica e complicata, si immergerà a tal punto nel lavoro affidatole, da entrare in contatto con una storia che, ideogramma dopo ideogramma, la cambierà per sempre. Quella che emerge dai testi è l’esistenza di un certo Jian, un giovane artista punk finito in prigione per le sue azioni ritenute sovversive dal governo cinese. Jian, una volta scarcerato finirà, prima in un centro per immigrati in Inghilterra, poi in Svizzera. Accanto ai suoi scritti, quasi indecifrabili, Iona traduce anche lettere dalla calligrafia equilibrata e ordinata, che non appartengono per niente al tormentato punk. Le altre lettere sono quelle della giovane Mu, la fidanzata di Jian, un’aspirante poetessa. Le epistole che Iona traduce le permetteranno di scoprire come tra Jian e Mu ci siano il desiderio di esprimersi in libertà e un profondo legame che va ben oltre l’amicizia. Il loro è vero amore, un sentimento purtroppo messo in crisi da una serie di drammatici fatti –tra i quali il massacro di Piazza Tienanmen- che li porteranno sì ad allontanarsi, ma anche a cercarsi sempre. Iona legge e traduce il materiale ricevuto riuscendo a capire dove il punk potrebbe trovarsi e la sofferenza che ha caratterizzato la vita di Jian. Il giovane è figlio di un importante uomo del partito cinese, che non ha esitato a lasciare il piccolo Jian e la madre per costruirsi un’altra famiglia. Il protagonista ha con il genitore un rapporto conflittuale e i dissidi tra i due emergono netti e taglienti nei loro pochi incontri. Jian decide di usare la musica e la scrittura per far sentire la sua voce e comunicare ai giovani cinesi la necessità di un cambiamento che porti ad una nuova Cina, più libera e democratica. Una Cina fatta di persone e non di organi amministrativi sempre pronti a limitare la libertà umana. Iona rimarrà colpita da ogni singola parola tradotta e farà tutto il possibile per far ritrovare Jian e Mu e per rendere pubblica la loro vicenda. Il libro d Xialou Guo è costruito come un diario che si svela agli occhi del lettore grazie al sapiente e accurato lavoro di traduzione di Iona, e anche a quello della traduttrice reale Gaia Amaducci. Allo stesso tempo il romanzo è un documento di un’importante storia d’amore tra giovani che vivono in una società sempre pronta a controllarli e a reprimere ogni anelito di libera espressione. A comunicare il profondo disagio e il tormento di non riuscire a fare abbastanza per il proprio paese c’è la musica di Jian e quel manifesto scritto di suo pugno che da lui passerà Mu, per arrivare a Iona e, da lei, a noi lettori. Il romanzo ha un intreccio solido, ben costruito, che racconta con lucidità e attenzione la Cina degli ultimi anni, mostrandola come una società che, da un lato, non accetta chi la pensa in modo diverso dal sistema (Jian) e, dall’altro, non ammette nemmeno le critiche (ad un certo punto l’editore inglese di Iona sarà “invitato” dal governo cinese e non azzardarsi a pubblicare i diari di Jian). La Cina sono io di Xiaolu Gou racconta sì le vicende umane di due giovani innamorati, ma allo stesso tempo restituisce a noi lettori un quadro storico della Cina contemporanea, dove la libertà non è per tutti.

Xiaolu Guo. Nata in un villaggio della Cina meridionale nel 1973, Xiaolu Guo è scrittrice e regista. È autrice di romanzi, poesie e saggi, in cinese e inglese, che sono stati tradotti in diverse lingue. Il suo libro più famoso, Piccolo dizionario cinese-inglese per innamorati, ispirato a Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, è stato pubblicato in Italia nel 2007 (Rizzoli). Nel 2013 è stata inserita nel “Granta’s Best of Young British Novelists” (con un estratto di La Cina sono io, pubblicato quest’anno dalla Random House), che in passato ha promosso autori del calibro di Martin Amis, Kazuo Ishiguro, Ian McEwan, Zadie Smith. Come regista e sceneggiatrice ha realizzato vari documentari e film, tra cui Once Upon a Time Proletarian, presentato al festival di Venezia, e She, a Chinese, vincitore del Pardo d’Oro al festival di Locarno nel 2009. Dal 2002 vive a Londra.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Riccardo dell’Ufficio Stampa Metropoli d’Asia..

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: VersOriente – Kawakami Hiromi: Da La Cartella del Professore (Einaudi, 2011) a Le Donne del Signor Nakano (Einaudi 2014): la solitudine nella società giapponese, a cura di Andrea D’Angelo

10 giugno 2015

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Sono mondi pieni di solitudine quelli rappresentati da Kawakami Hiromi. E sono forse proprio questa solitudine esistenziale e il modo in cui viene affrontata a legare La Cartella del Professore (センセイの鞄) e Le Donne del Signor Nakano (古道具 中野商店).
Questi due romanzi, che ricordano nei loro toni la poetica delle piccole cose della letteratura shōjo degli anni 80, sembrano voler ribadire negli anni tra le pubblicazioni dei due testi, tra il 2011 e il 2014, sempre più convintamente che l’unico modo per lasciarsi alle spalle la solitudine congenita all’esistenza umana sia fare un passo verso l’altro.
I personaggi di Kawakami Hiromi si muovono in una realtà in tutto e per tutto giapponese, tanto da costringere le traduzioni italiane di Antonietta Pastore per l’edizione Einaudi a proporre al lettore tantissimi realia, quasi a voler negare la possibilità stessa di una traduzione. Non tradurre in questo caso è una scelta intelligente, perché la scrittrice stessa sembra – a uno sguardo più attento – voler parlare di una solitudine non più del genere umano, ma specificamente giapponese.
Lo fa insistendo sullo scontro generazionale, sugli usi e costumi di eleganti uomini dai modi antiquati, su quello che una donna, secondo la visione classica della società giapponese, dovrebbe e non dovrebbe essere.
Al confronto con questi modelli statici, i personaggi de La Cartella del Professore e de Le Donne del Signor Nakano sono fortemente dinamici, perché pieni di domande e sempre in contatto con i propri sentimenti. È allora sulla base di questo contatto con i propri sentimenti che Tsukiko riesce a liberarsi delle convenzioni sociali e a uscire dal suo isolamento, così come fa anche il vecchio professore. Ed è solo sulla base dello stesso contatto con i propri sentimenti che i vari personaggi che si aggirano intorno al negozio del signor Nakano possono fare altrettanto.
Mettendo a confronto i due testi si ha come l’impressione che Kawakami Hiromi stia portando avanti un discorso molto articolato sulla condizione del sé e dell’altro nel Giappone contemporaneo, che, strutturato come su un modello empirico, vuole rendere conto di una complessa casistica e che ha ancora molto da mostrare.

Kawakami Hiromi è nata a Tokyo nel 1958. La cartella del professore (da cui Jiro Taniguchi ha tratto la graphic novel intitolata Gli anni dolci) è il suo primo romanzo pubblicato in Italia (Einaudi, 2011) e le è valso il prestigioso premio Tanizaki e la candidatura al Man Asian Literary Prize. Nel 2014 Einaudi ha pubblicato Le donne del signor Nakano.

:: Incontri con i docenti: Prof. Dr. Hussein Hamouda Mahmoud, ‎ direttore del Dipartimento di Italianistica alla Helwan University (Il Cairo)

12 aprile 2015

07596eeProseguendo la serie di incontri con i docenti, abbiamo il piacere oggi di avere con noi il professor Hussein Hamouda Mahmoud, direttore del Dipartimento di Italianistica alla Helwan University del Cairo. Discuteremo della crisi dell’ editoria e del numero sempre maggiore di giovani che preferiscono alla lettura dei libri altre attività, problema presente anche in Egitto. Ecco l’intervista.

Buongiorno professor Hamouda, e grazie di aver accettato questa intervista. E’ direttore del dipartimento di Italianistica alla Helwan University. Ci parli del suo ciclo di studi, come si è avvicinato all’insegnamento?

Buongiorno a voi. Ho studiato italiano, lingua e letteratura, nella facoltà di Lingue, dell’ Università di Ain Shams, una delle maggiori del Cairo in Egitto, dove il Dipartimento d’italiano è stato inaugurato nel 1956. Ma la facoltà stessa era stata fondata già nell’ Ottocento, nell’epoca della Rinascita araba che vide la nascita della cultura araba moderna. Prima ho lavorato come traduttore, giornalista, poi, dal 1999 ho cominciato la mia carriera universitaria. Da giornalista avevo anche un lettore “ideale” a cui mi rivolgevo scrivendo gli articoli per il giornale, ma ad un certo punto ho avuto il desiderio di conoscere questo lettore, non più ideale, ma reale. I giovani interlocutori nelle aule universitarie mi sembrarono sin dal primo momento più vivi e concreti. In fine dei conti noi, tutti, insegniamo qualcosa a qualcuno nei diversi ruoli che assumiamo nella vita.

Mi innamorai della letteratura araba leggendo Le Mille e una notte. Come è nato il suo amore per la letteratura italiana?

Anche io mi innamorai della letteratura italiana leggendo le Mille e una notte italiane. Si tratta del Decameron di G. Boccaccio. Certo che erano solo dieci giornate ma sono state raccontate ben 100 novelle, mentre nelle Notti arabe sono narrate circa 250 novelle, ma alla fine si tratta di due raccolte di novelle che possono, teoricamente, durare infinitamente. Infatti la mia tesi di dottorato era una comparazione tra le Mille e una notte e il Decameron. Le posso descrivere, entrambe, come Umane Commedie, a differenza della Divina Commedia di Dante. Noi, popolazioni del bacino del Mediterraneo, siamo accomunate dalla stessa cultura.

Secondo i dati recenti forniti dalla Associazione Italiana Editori (AIE), che monitorano la quantità e la qualità di lettori in Italia, in quest’ultimo anno si sono persi 800.000 lettori. L’editoria Italiana è in crisi, le case editrici chiudono, le librerie anche storiche chiudono, mi diceva che è un problema sentito anche in Egitto.  

Le case editrici soffrono anche in Egitto, malgrado l’aumento numerico dei lettori, la crescita demografica e il basso prezzo dei libri. Ci sono 8 milioni i lettori in Egitto, in una popolazione di 90 milioni. I nuovi libri stampati sono diminuiti del 25% nel 2010. Di recente si è assistito a un nuovo fenomeno editoriale in Egitto, messo in luce nell’ultima edizione della Fiera internazionale del libro del Cairo, del gennaio 2015. Si tratta dell’editor/giovane/individuale. Hanno avuto grande successo i nuovi scrittori giovani che non sono legati a nessun editore, ma stampano i loro libri e li distribuiscono tramite una rete giovanile. Bisogna riconsiderare tutte le politiche e i dinamismi dell’editoria per poter rispondere alle nuove esigenze dei nuovi lettori.

Per la mia generazione i libri erano simbolo di libertà, di indipendenza critica, di confronto, di amore per mondi anche lontani e diversi dal nostro. Ci confrontavamo con la diversità e altre culture. Ci avventuriamo verso una società globalizzata sempre meno libera?

Sembra che ci siano novità nel contesto attuale rispetto al contesto in cui abbiamo avuto la nostra esperienza di vita. Si tratta della “rete” invece di librerie o biblioteche. I libri online e quelli elettronici sono in aumento. Il fatto, mi fa ricordare il discorso di Umberto Eco alla Fiera del libro di Torino nel 2009, quando parlava della memoria metallica invece di quella cartacea. Dal punto di vista quantitativo le informazioni delle nuove generazioni sono assai più abbondanti di quelle che potevamo avere al nostro tempo. Con l’immigrazione, la virtualità della cultura e i contatti mondiali sempre più ricchi assistiamo ora a una maggiore consapevolezza del mondo. I libri non perderanno il loro ruolo, anche se perderanno la forma tradizionale, grazie al progresso tecnologico. Gli autori di oggi dovranno trovare soluzioni innovative a questo problema. Malgrado questo bisogna adottare una nuova poetica. Una nuova educazione che riconosca l’altro e che sia più tollerante. La poetica della transculturazione. È compito anche dei formatori, dei docenti e professori, nelle scuole, non solo in Italia, ma in tutto il mondo: educare i giovani alla molteplicità dei mondi, tutti validi e riconoscibili.

Quali sono i principali nemici che allontanano i giovani dai libri?

La disperazione, la mancanza di libri che possano rispondere alle loro esigenze. Poi internet che diffonde una cultura mediocre, una sorta di fast food culturale. Internet crea una rete sociale efficace, ma è incapace di creare una comunità concreta, e quindi non riesce a sviluppare vere e proprie tendenze o filosofie. La rete viene dal vuoto e va nel vuoto.

La lettura dei libri offre in dono un grande regalo: il tempo. Il tempo per riflettere, assimilare i concetti, apprezzare la bellezza. Nell’era di internet, la velocità della circolazione delle informazioni è vertiginosa, si perde quasi il senso dell’analisi critica. Notizie, su notizie ci sovrastano in un brusio di fondo che sembra diventare più che fonte di conoscenza, fastidioso rumore. Come si fa ad opporsi a questo stato di cose?

Non mi sembra che sia da rifare tutto. Le informazioni sono importanti, come spunti per un sviluppo della coscienza. Ma attingere alle ricchezze del patrimonio umano è anche bello e formativo. Creare l’interesse, motivare, sensibilizzare i giovani è anche nostro compito. Noi siamo i responsabili delle nuove tecnologie che abbiamo creato senza sapere cosa farne di positivo, allora tocca a noi riorganizzare questo caos, forse tramite l’invenzione di nuove forme creative che possano attrarre o attirare l’attenzione dei giovani che sono, tecnologicamente parlando, più evoluti delle vecchie generazioni.

Perché gli stati, o meglio gli enti preposti all’educazione non sostengono progetti culturali di più ampio respiro? Non so in Egitto ma qui in Italia la scuola è un po’ il fanalino di coda, i docenti vivono quasi tutta la loro carriera lavorativa da precari, di corsa a tenere lezioni in posti lontani anche disagevoli, non avendo mai la certezza l’anno successivo di essere confermati. I giovani ricercatori universitari vanno all’estero. Sono sempre meno coloro che scelgono di lottare contro la burocrazia, l’ignoranza, la mancanza di fondi. Da docente, avendo un fondo da destinare a incrementare la lettura, cosa farebbe?

Gli Stati ora non sostengono nessuno. L’economia di mercato mette tutti in una situazione di precariato. Anche la cultura. La situazione è la stessa in tutto il mondo. Non ci sono più fondi, né in Europa né nel resto del mondo. I fondi vengono sprecati nel mondo politico e imprenditoriale. I fondi che ho per i libri sono diminuiti tanto da arrivare a solo 250 euro per anno con cui devo provvedere all’ acquisto di libri in un Dipartimento di italianistica che serve 300 studenti, 15 docenti e ricercatori.

Quali sono i libri che considera indispensabili, quelli fondanti, per un giovane egiziano che volesse avvicinarsi alla letteratura italiana?

Tanti. Le tre corone della letteratura e padri della lingua italiana: Dante, Petrarca e Boccaccio. Ariosto. Tasso. Alfieri. Goldoni. Manzoni. I veristi. Pirandello. I neorealisti. I moderni. Gli italo-egiziani Marinetti, Ungaretti e Pea. Leopardi e Carducci. Il teatro italiano fino a Dario Fo e oltre. Vittorini, Pavese, Calvino, Buzzati. Moravia. Tabucchi, Eco e Baricco. Saviano e Camilleri. Sciascia e Consolo.

Per favorire l’analisi comparativa tra letteratura araba e italiana, che soluzioni auspicherebbe?

Per favorire il confronto tra le letterature mediterranee bisogna dare una maggior spinta alla traduzione tra le diverse lingue, che sono il ponte essenziale per la comunicazione letteraria. Le soluzioni dovrebbero, poi, avvalersi delle teorie della ricezione, dell’ ermeneutica, dell’  imagologia, e della transculturazione. Queste tendenze di interpretazione e di critica letteraria ci aiuteranno a vedere in modo più chiaro le nostri radici comuni. Bisogna affermare, comunque, che ci accumunano tante cose, più di quelle che ci separano. Le teorie, gli studi e le poetiche del grande comparatista italiano, di fama mondiale, Armando Gnisci sono sicuramente utilissime a questo riguardo.

Imparare una lingua diversa da quella materna, anche in età adulta, è una sfida affascinante. Penso ai tanti giovani che attraversano il Mediterraneo per approdare in Europa. La letteratura delle migrazioni è una delle più ricche e profonde letterature contemporanee. Inviterebbe questi giovani a scrivere, raccontando le loro esperienze?

Scrivere la propria esperienza è un atto di generosità. Significa che mi doni una parte di te, della tua vita. Invito tutti, giovani e non, a scrivere, a comunicare agli altri le proprie vite cosa che arricchisce anche le nostre vite. La letteratura della migrazione è, invece, essenziale per dare una nuova linfa alle letterature invecchiate. Per la seconda generazione degli immigranti il problema della lingua non rappresenta nessun ostacolo, dato che i giovani saranno formati nella società di destinazione. La prima generazione, invece, impara la lingua facilmente, perché è una lingua di vita, che si usa nel quotidiano. Poi si scrive in un italiano compromesso, o si scrive a quattro mani, ma arriverà il momento in cui scatterà automaticamente il modulo linguistico che trasforma la lingua acquisita in quella cognitiva, cioè in una lingua meticcia o creola, un miscuglio di due lingue madri o quasi.

Sono cristiana, ma ho avuto modo di leggere il Corano, anzi lo rileggo spesso, e mi trasmette sempre un grande senso di pace. Ripensando a fenomeni come il terrorismo islamico che sembrano dare ai popoli di fede musulmana, almeno in Occidente, un’ aura negativa, non pensa che una maggiore diffusione dei libri diminuirebbe anche il grado di aggressività e violenza diffusa?

Il terrorismo non è un fenomeno islamico, ma universale, legato più alla politica che alla religione. La religione viene abusata o strumentalizzata nei conflitti politici. Separare la religione e la politica è un compito dell’ Occidente, accusato di sostenere tanti movimenti fanatici nel mondo islamico, che inseminano il terrore con le armi occidentali. L’Occidente deve promuovere una cultura di pace e di tolleranza, non solo nei propri paesi, ma in tutto il mondo. Il libro, certamente, è molto utile a combattere tutte le forme di fanatismo e estremismo, che nascono dall’ignoranza. Il libro è contro il terrorismo perché è contro l’ignoranza. Perché illumina d’immenso.

Il progresso tecnologico, più che un ostacolo può essere un alleato. Oltre ai libri cartacei, stanno diffondendosi i libri digitali, aperti a numerosi contenuti interattivi. Immagini, suoni, link possono rendere la lettura dell’Odissea altrettanto appassionante che un video gioco (se non di più). Cosa ne pensa? Preferisce il libro tradizionale, o è favorevole anche agli ebook? Gli studenti con meno possibilità economiche come possono accostarsi a questi mezzi tecnologici?

Temo che nel prossimo futuro non sarà una questione di preferenza, ma di obbligo. Da ora bisogna investire di più nella creazione di nuove biblioteche virtuali e elettroniche sostenute dagli stati e disponibili, specialmente per le classi più povere. Bisogna riconoscere il diritto alla cultura come un fondamentale diritto umano garantito ai bambini, ai diversamente abili, ai poveri, senza nessuna forma di discriminazione.

Per concludere, cosa si auspica per il futuro?

Più cultura e più felicità; meno politica, meno consumismo, meno abuso, meno violenza, meno armi, meno disagio per tutta la terra.

:: Incontri con i docenti: prof. ssa Carla Magnani, docente di lettere nella Scuola Secondaria di Primo Grado Benedetto da Norcia di Rodengo Saiano.

14 marzo 2015

scuola secondariaLa gente non legge, i giovani preferiscono passare il loro tempo utilizzando smartphone, videogiochi, ascoltando musica, andando al cinema, che leggendo libri. L’editoria è in crisi. Stavo pensando: perchè oltre a scrittori, editori, traduttori, editor, non intervistare docenti di lettere? Sono o non sono il tassello fondamentale su cui costruire, sul quale si poggia l’educazione dei lettori di oggi e di domani? La prima docente di lettere che ha aderito a questa mia richiesta è la professoressa Carla Magnani, docente di lettere, nella Scuola Secondaria di Primo Grado Benedetto da Norcia di Rodengo Saiano (Brescia). Ecco l’intervista:

Buongiorno professoressa Magnani, e grazie di aver accettato questa intervista. E’ docente di lettere nella Scuola Secondaria di Primo Grado (la vecchia scuola media) Benedetto da Norcia di Rodengo Saiano. Ci parli del suo ciclo di studi, come si è avvicinata all’insegnamento?

Ho alle spalle un percorso anomalo, avendo esercitato per molti anni la libera professione in altro settore. Ho iniziato a insegnare quando mi sono trasferita in Lombardia (25 anni fa), in istituti tecnici e professionali per poi passare, nel 2000, alla Secondaria di primo grado. Questa scelta è nata dal bisogno di avvicinarmi al mondo giovanile, avendo allora una figlia di nove anni e reputandolo uno strumento efficace per seguire le varie dinamiche che caratterizzano la pre-adolescenza.

Come nasce secondo lei l’amore per i libri? Come è nato il suo?

Una componente che reputo essenziale è il contatto anche fisico che il bambino dovrebbe avere con i libri fin dai primi anni di vita. Toccarli, manipolarli, li rendono familiari e diventano utili a fornire risposte ai mille perché tipici di quell’età. Riguardo al mio amore per i libri non so dire quando sia iniziato, certo molto presto, ed è cresciuto con me.

Nella fascia di età dei suoi studenti (1114 anni), quali sono i libri che considera indispensabili, quelli fondanti?

Quelli che non si limitano a divertire, a far sognare, ma hanno anche il pregio di far riflettere.

Quali sono i principali nemici che allontanano i giovani dai libri?

Crescere in un ambiente dove la lettura è bandita, l’imposizione di alcuni titoli che sono lontani agli interessi dei ragazzi e una certa loro pigrizia ad avvicinarsi ad un mondo che sentono distante.

Durante le sue lezioni, leggete ad alta voce testi classici?

Sì, naturalmente solo delle parti. Impossibile dedicarsi totalmente a un’opera; cerco di dare una visione globale della storia della letteratura attraverso i suoi autori più significativi.

La gente non legge, l’editoria è in crisi. Oltre a lamentarsi e strapparsi le vesti, non vedo grandi iniziative. Tutto ciò è quasi considerato un male inevitabile, un segno dei tempi. Perché non sostenere la scuola, l’educazione? Da docente, avendo un fondo da destinare a incrementare la lettura, cosa farebbe?

La mia scuola, nelle classi prime, è da anni che promuove un torneo di lettura con lo scopo di avvicinare anche gli studenti più restii a leggere. Sotto forma di gara, tutti si sentono più motivati e, devo dire, che per alcuni, otteniamo risultati soddisfacenti.

Che consigli darebbe ai suoi colleghi, che volessero avere un approccio meno istituzionale, e più teso a dare una sorta di autonomia agli studenti? Per esperienza i libri imposti dai programmi di studio, li ho sempre letti quasi con disagio, mentre se scelti da me acquistavano molto più interesse.

Personalmente tengo conto degli interessi degli alunni e li oriento solo verso il genere letterario che preferiscono. Lascio a loro la libertà di scelta del titolo, aiutata anche dall’ottimo servizio fatto dalla Biblioteca Comunale, nell’indirizzarli.

Il progresso tecnologico, più che un ostacolo può essere un alleato. Oltre ai libri cartacei, stanno diffondendosi i libri digitali, aperti a numerosi contenuti interattivi. Immagini, suoni, link possono rendere la lettura dell’Odissea altrettanto appassionante che un video gioco (se non di più). Cosa ne pensa? preferisce il libro tradizionale, o è favorevole anche agli ebook? Gli studenti con meno possibilità economiche come possono accostarsi a questi mezzi tecnologici?

Pur avendo il lettore di ebook continuo a comprare e leggere libri cartacei. La mia esperienza mi porta a ritenere che gli alunni, ad un ebook, preferiscano ancora il libro tradizionale, magari sostituito da un DVD.

Per concludere, cosa si auspica per il futuro?

Qualunque sia il supporto su cui leggere, l’importante è farlo fino ad arrivare a scoprirne la magia.

Grazie della disponibilità.

:: E per Natale regalate un libro – 2014

3 dicembre 2014

albero_natale_libriCome l’anno scorso, in occasione del Natale, ho chiesto ai collaboratori di Liberi di Scrivere di elencarmi 5 libri da regalare in queste festività. Cosa c’è meglio di un libro ho pensato, e se leggete il mio blog sicuramente sarete d’accordo con me. Come sempre le scelte non sono affatto scontate, ci sono pochi libri “blockbuster”, molti libri da libreria, alcuni da edicola e qualche ebook.

Questi sono i miei:

La strada per Itaca di Ben Pastor (Sellerio, 2014) trad. Luigi Sanvito
Io sono Jonathan Scrivener di Claude Houghton (Castelvecchi, 2014) trad. A. Ricci
Dora Bruder di Patrick Modiano (Guanda, 2014) trad. Francesco Bruno
Il mistero di Oliver Ryan di Liz Nugent (Neri Pozza, 2014) trad. Annamaria Bivasco e Valentina Guani
Shotgun Lovesongs di Nickolas Butler (Marsilio, 2014) trad. Claudia Durastanti

Viviana Filippini

La valle dell’Eden, Steinbeck Traduzione Baiocchi M.; Tagliavini A. Edizione Bompiani
Tempesta, Lilli Gruber (Rizzoli)
Stoner, John Willimas (Fazi) Traduzione Stefano Tummolini
Sulla strada, Jack Kerouack (Mondadori) Traduzione Marisa Caramella
Atlante immaginario. Nomi e luoghi di un geografia fantasma, Giuseppe Lupo (Marsilio)

Irma Loredana Galgani

Non dirmi che hai paura – Catozzella;
Muchachas (trilogia) – Pacol;
La zecca e la malacarne – Tripodi;
I nuovi venuti – Dell’Arti;
Phobia – Dorn;

Stefano Di Marino

La peste di Alfredo Colitto (Piemme)
Tre stanze per un delitto di Sophie Hannah
Il colonnello Sun di Robert Markham
Il Pipistrello di Jo Nesbo (Einaudi)
Tutto quel blu di Cristiana astori (Giallo Mondadori)

Lorenzo Mazzoni

Il maledetto United di David Peace.
Gli angeli muoiono delle nostre ferite di Yasmina Khadra
Tigre di carta di Rolin edizioni Clichy
Canto della tempesta che verrá di Idling
I clienti di Avrenos di Simenon

Valeria G.

L’amore fragile di Carla Guelfenbein
La vita in ogni respiro di Blanca Busquets
Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti
Il libro dei ricordi perduti di Louise Walters
Vapore di Marco Lodoli

Serena Bertogliatti

Oblomov, Ivan Goncharov,
Il senso di Smilla per la neve, Peter Hoeg
Le intermittenze della morte, José Saramago,
La follia delle muse, David Czuchlewski,
La trama del matrimonio, Jeffrey Eugenides,

Fabrizio Fulio Bragoni

La cresta dell’onda” di Thomas Pynchon, traduzione di Massimo Bocchiola (Einaudi); questo per me è il libro dell’anno.
Criminali” di Philippe Djian, traduzione di Daniele Petruccioli (Voland).
Il Figlio”, di Philip Meyer, traduzione di Cristiana Mennella (Einaudi) – (a chi se lo fosse perso, consiglio di recuperare anche “Ruggine Americana”, di Meyer, sempre tradotto da Cristiana Mennella, edito da Einaudi e riproposto quest’anno in tascabile).
Io sono Red Baker”, di Robert Ward, Traduzione di Nicola Manuppelli (Barney).
I diabolici” di Boileau e Narcejac, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco (Adelphi).
Non ho ancora terminato la lettura, ma mi sento tranquillamente di consigliare fin da adesso, “Amore e Ostacoli” di Aleksandar Hemon, traduzione di Maurizia Balmelli (Einaudi).

Lucilla Parisi

Tempo di imparare” di Valeria Parrella,
Lacci” di Domenico Starnone,
La conquista della felicità” di Bertrand Russell,
Stupore e tremori” di Amelie Nothomb,
Marguerite” di Sandra Petrignani

Giovanni Choukadarian

Pallavicini, Una commedia italiana, Milano, 2014
Dara, Breve trattato sulle coincidenze, Roma, 2014
Borghese, Gli amori infelici non finiscono mai, Roma, 2014
de Silva, Stronzology, Bari, 2014
Arosio – G. Maimone, L’amour gourmet, Milano, 2014

Franco Forte

– Laila Cresta, “La grammatica fondamentale” (Delos Digital), solo in ebook
– A.A.V.V., “Anno Domini” (Il Giallo Mondadori), solo in ebook
– Valerio M. Manfredi, “Le meraviglie del mondo antico” (Mondadori)
– Adele Marini, “A Milano si muore così” (Frilli Editori)
– Alfredo Colitto, “Peste” (Piemme)

Michela Bortoletto

Non dirmi che hai paura” di G. Catozzella per aprire un po’ gli occhi e provare a mettersi nei panni di tutti i disperati che rischiano la vita sui barconi nella speranza di un futuro migliore
La musica e’ cambiata” di Doyle perché da amante dell’Irlanda non potrei non consigliare un libro di un autore irlandese. (In realtà ci sarebbe un’ampia scelta..ho deciso di mettere uno degli ultimi usciti)
A un cerbiatto somiglia il mio amore” di Grossman. Autore scoperto dalla sottoscritta solo recentemente. La storia raccontata e’ struggente e appassionante: non riuscivo a smettere di leggerlo!
Born to run” di C. McDougall. Per tutti gli appassionati della corsa. Dopo averlo letto vi verrà come minimo la tentazione di provar a correre una maratona!
Un giorno” di Nicholls. Una storia d’amore meravigliosa che non cade nella banalità. Se poi dovesse piacere consiglio anche “Noi”, l’ultimo lavoro dello stesso autore.

Matilde Zubani

Amidy, S.  Sharon e mia suocera: Se questa è vita  Universale economica Feltrinelli (traduzione a cura di M. Nadotti)
De Amicis, E.  Costantinopoli  Einaudi Ed.
Pamuk, O.  Il mio nome è rosso  Einaudi Ed. (traduzione a cura di M. Bertolini e S. Gezgin)
Yehoshua, A.  L’amante  Einaudi Ed. (traduzione a cura di A. Baehr)
Ziriati, H.  Salam, maman  Einaudi Ed.

Elena Romanello

Nero di Angela di Bartolo, Runa edizioni, una fiaba per i più piccoli ma non solo non banale non scontata e originale;
Longbourn House di Jo Baker, Einaudi, per chi ama i classici rivisitati e le storie in costume;
La lista di Lisette di Susan Vreeland, Neri Pozza, per chi cerca una storia al femminile con cuore e intelligenza;
Le notti di Villjamur di Mark Charan Newton, Gargoyle Books, per tutti gli orfani di George R. R. Martin;
La ragazza indossava Dior di Annie Goetzinger, Bao Publishing, per chi pensa e sa che la narrativa è anche disegnata;

Marco “Killer mantovano” Piva

Le sultane di M. Oliva, (Elliot, 2014)
Rosso caldo di P. Rinaldi, (EO, 2014)
Ira Domini di F. Forte, (Mondadori, 2014)
Nel posto sbagliato di L. Poldelmengo, (EO, 2014)
Il sonno della cicala di R. Gallego, (TEA, 2014)

Micol Borzatta

Io & Marley di John Grogan
Dannati di Glenn Cooper
Il Discepolo di Elizabeth Kostova
Omero gatto nero di Gwen Cooper
L’ombra del mondo: la profezia dimenticata di Vittoria Sacco

Diego Di Dio

Le immagini rubate di Manuela Costantini
Tutto quel blu di Cristiana Astori
Gelo per i bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni
Prima che tu mi tradisca di Antonella Lattanzi
Posidonia di Elisabetta Montaldo

Natalina S.

-La collina del vento di C. Abate
-In fondo al tuo cuore di M. De Giovanni
-Rosso Caldo di P. Rinaldi
-La storia di E. Morante
-Pista nera di A. Manzini

E per Natale regalate un libro

18 dicembre 2013

Quest’anno in occasione del Natale, ho pensato di chiedere a tutti i collaboratori di Liberi di Scrivere di elencarmi 5 libri da consigliare come dono natalizio, o come dono in sé. Regalare un libro oltre ad essere economico, specie in questo periodo di crisi, è divertente per chi lo fa e per chi lo riceve. Inizio coi miei, tutti libri che ho letto, e amato molto, casualmente tutti di editori medio piccoli, non arrendetevi se non li trovate subito in libreria:

Alcazar. Ultimo spettacolo, Stefania Nardini, E/O
La luce che illumina il mondo, Paola Ronco, Indiana Edizioni
Parole sante, Eva Clesis, Perdisa
Casilina. Ultima fermata, Enrico Astolfi, Ponte Sisto
Crepe, Luigi Bernardi, Il Maestrale

Lorenzo Mazzoni:

Il signore degli orfani, Adam Johnson, Marsilio
I mastini di dallas, Peter Gent, 66thand2nd
1977, David Peace, Il Saggiatore
Termodistruzione di un koala, Lorenzo Mazzoni, Koi press
L’ urgenza e la pazienza, Jean Philippe Toussaint, edizioni Clichy

Stefano Di Marino:

The Killing, David Hewison (prima e seconda parte), Mondadori
Il respiro della cenere,  J.C. Grangè, Garzanti
Solo, William Boyd, Einaudi
Io sono le voci, Danilo Arona, Edizioni Anordest
Bloodman, Robert Pobi,  Mondadori

Viviana Filippini:

Come un fucile carico, L. Gordon, Fazi
Non avere paura dei libri, C. Mascheroni, Hacca ed.
La morte dei caprioli belli, O.Palev, Keller
Nino mi chiamo, Luca Paulesu, Feltrinelli
La meraviglia della vita, M. Kumpfmüller, Neri Pozza

Lucilla Parisi:

Il paradiso è altrove, Mario Vargas Llosa, Einaudi
Narcopolis, Jeet Thayil, Neri Pozza
Tutte le famiglie felici, di Carlos Fuentes, Il Saggiatore
Vicolo del mortaio, Nagib Mahfuz, Feltrinelli
Apologia di uomini inutili , Lorenzo Mazzoni, La Gru

Natalina S.

Alveare, Giuseppe Catozzella, Rizzoli
360° di rabbia, Elena Mearini, Koi Press
La strega di Portobello, Paulo Coelho, Bompiani
Sono stato un numero, Roberto Ricciardi,  La Giuntina
Storia di Irene, Erri De Luca, Feltrinelli

Irma Loredana Galgano

Wool, Hugh Howey, Fabbri
L’uomo di Lewis, Peter May, Einaudi
Solo per amore. Luz ciclo Le vendicatrici, Carlotto/Videtta, Einaudi
Il giorno della civetta, Leonardo Sciascia, Adelphi
Uno studio in nero, Ellery Queen, Mondadori

Michela Bortoletto:

Il diario di Jane Somers, D. Lessing, Feltrinelli
L’analfabeta che sapeva contare,  J. Jonasson, Bompiani
Open, A. Agassi, Einaudi
Expo 58, J. Coe, Feltrinelli
Due pinte di birra, R. Doyle, Guanda

Diego Di Dio

Ritorno A Dunwich , AA. VV., Dunwich Edizioni
Il manipolatore, Michael Robotham, Fanucci
Watchmen, Alan Moore, Planeta De Agostini
Il padrino, Mario Puzo, Corbaccio
Buio,  per i bastardi di Pizzofalcone, Maurizio De Giovanni, Einaudi

Serena Bertogliatti

La storia dei sogni Danesi, Peter Høeg, Mondadori
Miracolo della rosa, Jean Genet, Il Saggiatore
L’opera al nero, Marguerite Yourcenar, Feltrinelli
Tito di Gormenghast, Mervyn Peake, Adelphi
Lui è tornato, Timur Vermes, Bompiani

Micol Borzatta

Il calice della vita, Glenn Cooper, Nord
Memorie degli Euritmi: Caesar, Fabrizio Cadili e Marina Lo Castro
Joyland, Stephen King, Sperling e Kupfer
Cime tempestose, Emily Bronte, Garzanti
Il labirinto ai confini del mondo, Marcello Simoni, Newton Compton

Valeria G.

Io che amo solo te, Luca Bianchini, Mondadori
Io prima di te, Moyes Jojo, Mondadori
Il mondo di Belle, Kathleen Grissom, Neri Pozza
Con te fino alla fine del mondo, Nicolas Barreau, Feltrinelli
Un ballo ancora, Katherine Pancol, Dalai.

Fabrizio Fulio Bragoni:

Doverosa premessa: mai e poi mai riuscirei a scegliere cinque titoli tra la marea di libri incrociati nel corso della mia vita di lettore; neanche sotto tortura. Per farlo, per scegliere cinque titoli su tutti, ho bisogno di un filtro aggiuntivo (o magari più di uno); qualcosa che restringa il panorama, togliendomi d’impaccio. Tra tutti i filtri possibili, ho scelto il più banale, il più facile: un filtro di ordine temporale. I cinque titoli che seguono (disposti in ordine alfabetico secondo il cognome dell’autore) sono scelti tra i libri letti (o riletti) negli ultimi due mesi.

Lionel Asbo – stato dell’Inghilterra, Martin Amis, Einaudi 2013; traduzione di Federica Aceto

Se esistono lavori “minori” di Martin Amis, questo è uno di quelli; eppure, con la sua inedita comicità e i toni leggeri tipici di un certo postmodernismo americano (se mi avessero dato da leggere qualche pagina a caso, chiedendomi poi di indovinare l’autore, avrei forse puntato sul Lethem di Non mi ami ancora, o qualcosa del genere), il romanzo risulta assolutamente irresistibile.

Piero Calò, La penultima città, Las Vegas edizioni 2013

Come si vive in un mondo privo di scambi, denaro, aspirazioni sociali, adrenalina? Un mondo in cui non si muore più (o quasi), non si nasce più ecc.?

In questo romanzo distopico preoccupante ed esilarante ad un tempo, Piero Calò continua il brillante lavoro di destrutturazione/ricostruzione sintattica e lessicale iniziato con  L’occhio di Porco. Freschissima seconda prova di una delle voci più interessanti dell’underground torinese.

Jennifer Egan, Scatola Nera, Minimum Fax 2012, traduzione di Matteo Colombo

Magari non sarà la prima tweet novel della storia della letteratura, ma è sicuramente la più riuscita. Testo breve, anzi brevissimo (69 pagine in tutto), scritto per Twitter, diffuso attraverso l’account del «New Yorker», riproposto sul sito di Minimum Fax e inizialmente commercializzato solo in ebook, Scatola nera è finalmente disponibile anche in formato cartaceo. Immancabile nella libreria di tutti i collezionisti di oggetti narrativi fuori dagli schemi, Scatola nera è anche un ottimo racconto di spionaggio. Segno che sì, dei vincoli tecnici (Twitter impone un limite di 140 caratteri per tweet, e l’autrice si è dovuta adattare) si può far tesoro.

Alessandro Perissinotto, Le colpe dei padri, Piemme 2013

Sì, lo so, non è un consiglio originale. Non è una lettura recente, e non ha bisogno di presentazioni. Ma ero convinto che con questo romanzo, riuscita riscrittura del tema classico dell’identità e del doppio, adattata (e adatta) alla situazione (politica, sociale, culturale…) contemporanea, Perissinotto si sarebbe guadagnato il Premio Strega. Per cui, nel caso non l’aveste ancora letto, mi permetto di consigliarvelo.

Olivier Rohe, La mia ultima invenzione è una trappola per talpe – vita di Michail Kalashnikov, ADD editore, 2013; traduzione di Maurizia Balmelli

Secondo strano oggetto narrativo di questa rassegna, il libro di Rohe è costruito sul montaggio di poetici brandelli della biografia di Michail Kalashnikov, inventore del famigerato AK47, e scarne descrizioni dell’uso effettivo dell’arma, immagini di repertorio legate al Kalashnikov come oggetto reale, “portatore di morte” (p. 90); un testo brevissimo, che risponde perfettamente all’intenzione dell’autore, dichiaratamente interessato a lavorare sul “paradosso apparente tra il genio di Kalashnikov nel fabbricare armi” e “quella specie di ottusità morale e politicache lo contraddistinguono.

Giovanni Choukhadarian:

La produzione di meraviglia, Gianluigi Ricuperati, Mondadori. (Perché è un romanzo impudente, di pretese smisurate e non teme di raccontare il non raccontabile).
Mio salmone domestico, Emmanuela Carbè, Laterza. (Perché forse non è un romanzo, perché è innocente come i bimbi (non) sono e perché è spesso crudele).
Dritto al cuore, Elisabetta Bucciarelli (Perché Bucciarelli conosce tutte le paure del mondo, e le ambienta nelle montagne meno frequentate).
Prima che tu mi tradisca, Antonella Lattanzi, Einaudi. (Perché le sue storie fanno ridere con persone e fatti così finti che le si può, le si deve credere sempre: e perché ha una lingua sua).
Il male viene dal mare, Giuseppe Conte, Longanesi. (Perché ci vuole coraggio a riempire il mare di tanta materia altra e diversa, e perché ha la miglior colonna sonora dell’anno).

:: Un pomeriggio in libreria – Incontri con i librai: Scripta Manent di Roma

22 ottobre 2013

scripta1Abbiamo il piacere questo pomeriggio di avere con noi Lina Monaco che ci parlerà delle iniziative della libreria Scripta Manent, di Roma. Benvenuta Lina su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Libraia da quanto? Quanta fatica, quante soddisfazioni?

Cara Giulia grazie di questo incontro. Libreria Scripta Manent. è nata da quasi un anno, quindi sono o una neolibraia, ma ti dirò che probabilmente lo ero già da molto tempo prima, forse da quando mi sono innamorata dei libri e, proiettandomi nel futuro, le vicende della mia vita si sono intessute fino a portarmi ad aprire, col mio compagno Maurizio, uno spazio che somigliasse il più possibile a quello che frequentando librerie avremmo desiderato incontrare.
Come ti dicevo la libreria è aperta da appena 10 mesi, quindi per il momento la nostra strada è decisamente in salita. E non dico solo per la “crisi”, ma soprattutto perché la parte più impegnativa è quella di creare tessuto con i lettori, con i vicini, con gli abitanti del nostro quartiere. Ovviamente ci sono i libri, da scegliere, da presentare; gli editori da contattare e a cui spiegare il nostro progetto di libreria indipendente, con un’orbita a sé.

Parlaci della tua libreria. In che zona di Roma si trova? Quando è stata fondata? Sei la proprietaria?

La libreria si trova nel quartiere San Giovanni, vicino al parco della Caffarella. È una zona popolosissima, piena di scuole, di centri sportivi, in realtà qui non manca proprio nulla, se non una libreria come la nostra, uno spazio in cui i libri si sentano a casa propria e in cui i lettori possano trovare anche quando non stanno cercando nulla. È un corto circuito emozionale quello che cerchiamo di offrire. Con libri bizzarri, pop up, fumetti, illustrati, favole, poster, stampe, serigrafie, fanzines, autoproduzioni, libri d’arte. E, in più, una selezione di narrativa e saggistica d’autore.

Due importanti appuntamenti si terranno a novembre. Iniziamo col primo Narrare Per Immagini, curato da Maurizio Ceccato. Ce ne vuoi parlare?

Sarà un autunno caldo quello che ci attende. E ricco. A novembre si concentra buona parte delle proposte. Il primo di novembre, infatti, inaugureremo lo spazio Galleria ospitando EVIL, la mostra di Cristiano Baricelli (illustratore e autore di Corpus Homini – Grrrzetic editore). Narrare Per Immagini è il primo corso che terremo nella nostra sede. Si tratta di una serie di quattro appuntamenti che partono da lunedì 11 novembre per i successivi lunedì fino al 2 dicembre, che avranno come tema la Grafica di libri e dischi dagli anni 40 a oggi.
Un excursus sul design di alcune cover che hanno segnato l’immaginario contemporaneo e un approfondimento “dietro le quinte” sui lavori di ricerca storica, iconografica e semiotica. Maurizio Ceccato terrà le quattro lezioni in collaborazione con docenti d’eccezione: Francesca Chiappa, Federico Novaro, Simone Sbarbati e Stefano Scalich. Il 30 Ottobre alle 18,00 sempre qui in libreria Ceccato e Scalich proporranno un Workshop gratuito per presentare il corso.

Il secondo è Scanner, festival gratuito dedicato alle produzioni indipendenti italiane. Come è nato il progetto? Come si svolgerà?

SCANNER • automatici • autoprodotti • autoalimentati é il primo festival della libreria rivolto alle autoproduzioni. Tre giorni in cui fanzines, stampe, illustrazioni, tipografi, artigiani e artisti presenteranno i progetti a cui si stanno dedicando. Dal 15 al 17 novembre in diretta radio con MenteUltima e Ahmed Barkhia.
Il progetto è nato dalla smisurata passione che nutriamo per questo tipo di produzione, per il “fatto a mano” e con grande entusiasmo stanno aderendo tutti quegli “editori” che noi amiamo moltissimo. Tra i molti: BUBKA, CANEMARCIO, DELEBILE, CANICOLA, FLANERì, PASTICHE, INUIT, NU®ANT, SQUAME, SEMISERIE LAB, WATT, TEIERA, SUPERAMICI, STRANEDIZIONI, AMALIA CARATOZZOLO…e tutti gli altri che stanno aderendo.

Grazie della disponibilità, nel salutarti mi piacerebbe chiederti come immagini le librerie del futuro?

Bella domanda. Utopica?!
Più che le librerie del futuro mi piacerebbe vedere il futuro delle librerie. Quindi teniamo duro.
Grazie a te di questo incontro.

::Gli scrittori parlano dei loro libri: Barbara Baraldi racconta Scarlett

23 settembre 2010

Scarlett è nato, come spesso mi capita, da una visione inattesa, e una frase che non smetteva di girare nella mia testa: Pioggia scrosciante. Sono un randagio inzuppato di acqua e di lacrime… Nella scrittura procedo a visioni, come se un film mi passasse davanti. Ho seguito la giovane protagonista avventurarsi tra gli antichi segreti sepolti, demoni scaturiti dalle profondità, occhi fiammeggianti che minacciano morte e sofferenza, occhi di ghiaccio che promettono amore eterno.
In una recente intervista per la Bbc, il giornalista si è detto entusiasta della descrizione dei miei personaggi femminili, dal carattere dolce ma che sanno reagire quando la vita colpisce duro. Anche Scarlett è così, ha sedici anni e la voglia di vivere un amore da film, un amico bibliotecario e l’inguaribile curiosità di scoprire cosa nascondono gli antichi manoscritti che sono conservati in un’area inaccessibile dell’esclusiva scuola che frequenta. Scarlett è sedotta dal fascino del rock e dagli occhi magnetici del bassista della band più popolare della scuola. Poi, un crescendo di tensione: un delitto inspiegabile, l’aggressione da parte di una creatura oscura. Quando il fantastico irrompe nella sua quotidianità fatta di incomprensioni con la madre, un padre assente e prof dall’aria altera, eccola indossare la felpa con le orecchie da gatta, le inseparabili All Star e tuffarsi nella notte per scoprire cosa sta succedendo in quella che sembra una città da cartolina, la splendida Siena.
In questo romanzo il delitto non è più la conseguenza di una esasperazione tra i rapporti umani, ma causa scatenante per una riflessione della protagonista che la porta a esplorare la sua interiorità, alla ricerca di una risposta ai suoi sentimenti.
È stato emozionante immergere la penna tra i solchi lasciati dai combattimenti tra demoni, e allo stesso tempo comporre canzoni per la band dei Dead stones. Scarlett è un romanzo che parla dell’amore, e dei suoi demoni. Non solo in senso figurato.

:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Stefano Di Marino racconta “Quarto reich”

14 settembre 2010

Questo romanzo fa parte di una mia mai sopita passione per le storie avventurose svincolate (almeno parzialmente) da intrighi spionistici o noir. L’ho ripetuto diverse volte, nasco come lettore salgariano, consumatore di film e fumetti di  ‘avventura pura’ e anche nelle mie spy storie più esotiche questo genere di elemento non è mai venuto meno. Intorno agli anni 2000 continuavo a sentirmi ripetere che ‘ non scrivevo storie italiane’, che il mio problema sotto il profilo della promozione editoriale era che la mia vena era troppo ‘ internazionale’. Volete sapere cosa ne penso? Tutte balle… in questi anni ho scritto in egual misura storie italiane e straniere raccogliendo consensi da parte del pubblico e (diciamolo) anche dalla critica, ma evidentemente avevo già l’etichetta di ‘scrittore di  nicchia’ ,quindi il cambiamento di prospettiva non ha convinto nessuno a promuovermi meglio. Poco importa, finché posso continuerò a raccontare le mie… avventure. Dicevamo, in quel periodo, seguendo queste indicazioni, ho scritto una storia avventurosa con forti legami italiani e quel pizzico di ricerca storica che mi sembrava un  buon veicolo per rilanciare il mio lavoro. Il cavaliere del vento ( benché l’editore imponesse quel ‘Steve Di Marino’ con una finta biografia senza praticamente interpellarmi) andò piuttosto bene, tanto da essere ‘libro del giorno’ sul Corriere della Sera e avere una seconda edizione economica e una traduzione in tedesco. Diciamo che si trattava di un’avventura con un vago sapore prattiano (di cui vado fiero). Per lo stesso editore programmai quindi un altro romanzo che, nelle mie intenzioni, si doveva chiamare ‘Inferno verde’. Anche questa era la storia di ‘un italiano in fuga’ e copriva tra flashback e linea narrativa  principale uno spazio di tempo che andava dal 1936 al 1947. Bruno Spada, il protagonista, era un espatriato fuggito dall’Italia fascista a cercar fortunata in Etiopia. Con lo stesso personaggio scrissi anni dopo un racconto Il sogno dello Squalo che fu pubblicato in una prima versione su M, rivista del  Mistero e poi in una versione più lunga e completa in coda a un Segretissimo. La vicenda principale di Inferno verde si svolgeva nel  Congo belga all’indomani della seconda guerra mondiale. Era una vicenda di vecchi briganti arabi, schiavisti, legionari, piantatori e streghe yoruba. L’ispirazione mi era venuta un paio d’anni prima leggendo su National Geografic un bellissimo articolo sulle città-chiatte che risalivano il fiume Congo. Poi avevo letto due episodi della saga a fumetti Equator di Dany e letto diversi libri sull’argomento trai quali ricordo la magnifica navigazione  del fiume scritta da Xavier Reverte, Vagabondo in Africa. Poi, inutile negarlo c’era sempre un po’ di spirito salgariano e, se vogliamo, anche Cuore di tenebra. Però c’erano moltissimi altri stimoli tra i quali un vecchio romanzo di Silverberg (Prince of Darkness sugli schiavisti del XVII secolo in Africa occidentale) , le memorie di mio zio prigioniero in Indukush durante la seconda guerra mondiale dopo la cattura avvenuta a Bardia e la Bologna dove vive una parte della mia famiglia. Proprio ripescando tra i ricordi di quelle vecchie abitazioni su per via san Frediano avevo ricavato momenti interessanti che si alternavano alle avventure dei miei protagonisti. Un tesoro nascosto, un vulcano in eruzione e sì… anche un gruppo di cattivi nazistiche nutrivano la speranza di far rinascere il Reich con i diamanti trafugati da un vecchio pirata berbero. C’erano poi due personaggi femminili contrapposti nella più pura tradizione avventurosa. Ricordo in particolare la strega mulatta Katalè che forse è uno dei personaggi femminili che   rammento con più piacere. Quindi una storia di guerra e azione ma anche di sentimento e atmosfera legata a un continente magico, selvaggio, primordiale. Non so veramente per quale ragione in casa editrice decisero di cambiare il titolo mettendo una copertina che pareva ‘Mein Kampf’ a meno di un mese dall’uscita con la presentazione già fatta ai venditori. Quando scoprii tutto ciò mi fu fatto subito capire che… o uscivo così o chissà quando. Riuscii a impuntarmi ripristinando alcune parti del testo che un editing a dir poco  demente aveva massacrato ma sull’esteriorità del prodotto niente da fare. Dopotutto avevo un blurb di Lucarelli che diceva ‘Di Marino è sicuramente il più grande scrittore di avventure che abbiamo in Italia”. Quando andai a parlare con l’editor a luglio (il libro usciva a settembre) mi parve che, alla fine, fosse lo strillo la cosa cui tenevano di più. Poi a settembre scopro che l’editor non c’è più, l’ufficio stampa non fa una cippa per pubblicizzare l’uscita, insomma, come al solito, quel poco che ho potuto fare l’ho fatto da solo. Fine dei rapporti con quell’editore. Salvo poi ogni tanto sentire qualche lettore che mi segnala di aver visto pacchi del mio romanzo in qualche autogrill di una sperduta autostrada… avventure anche queste. Se si fa questo lavoro bisogna esserci preparati. Di fatto credo rimanga uno dei miei romanzi più avventurosi e ricchi di passioni, di storie che rimandano ad altre storie, di atmosfere, di personaggi di suggestioni. Non per nulla Andrea Carlo Cappi lo apprezzò moltisismo (e del suo giudizio mi fido più di chiunque altro) e lo avrebbe voluto rifare in Alacràn con il titolo ‘Il tatuaggio di sabbia’ molto più adatto e magari con una copertina consona. Poi come sono andate le cose in Alacràn lo sapete. Di fatto i diritti sono ancora miei e non è detto che ‘Inferno verde’ o comunque lo si decida di chiamare non possa  avere una seconda vita. È una storia dei tempi passati, di avventurieri e affascinanti fattucchiere, di tesori, vendettem amicizia e sortilegi… sono storie che non invecchiano mai.