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:: Un’ intervista con Laura Costantini

22 gennaio 2018

Il ragazzo ombraBenvenuta Laura e innanzitutto congratulazioni per aver vinto l’edizione 2018 del Liberi di scrivere Award con Il ragazzo ombra. Diario vittoriano Vol. 1 goWare Edizioni e per il tuo lavoro. Sei già stata ospite sul mio blog come intervistata nel 2010, allora in compagnia di Loredana Falcone, la tua metà letteraria per molti anni prima che decidessi di intraprendere un percorso narrativo anche autonomo. Ma partiamo dall’ inizio, sei una giornalista televisiva, conduci telegiornali, sei abituata alle luci dei riflettori, ai tempi del video, quanto ti ha aiutato tutto ciò nella tua seconda veste di scrittrice narrativa?

“Di sicuro mi aiuta durante le presentazioni. Non a caso la mia socia, Loredana Falcone, viene definita la metà oscura del duo. Sono io a metterci la faccia, sui social e nelle occasioni pubbliche. Per il resto direi che devo dare una delusione a quanti pensano che essere giornalista televisiva porti, ipso facto, a ottenere attenzione dalle case editrici e successo con i lettori. Non è così.”

Come è nato il tuo amore per la letteratura e la scrittura?

“Lo so. Lo dicono tutti. Ma è nato insieme alla capacità di leggere e scrivere. A otto anni scrivevo favole che illustravo io stessa. L’idea alla base della serie Diario vittoriano parte da molto lontano. L’originale, incompiuto, data 1978. Leggere ha dato la stura alla voglia di raccontare. E alla capacità di farlo con un discreto utilizzo delle tecniche. Che ho appreso leggendo, spesso senza rendermene conto.”

Parlando dell’ambientazione, come i luoghi influenzano la narrazione?

“Amo la libertà di ambientare le storie nei luoghi altri. Ho scritto, insieme a Loredana Falcone, romanzi contemporanei e ambientati a Roma dove entrambe siamo nate e cresciute. Ma la mia fantasia, e la nostra anche, si accende più facilmente se l’ambientazione è lontana, nel tempo e nello spazio. Ovvio che questo comporta un lavoro di documentazione accurato, sia a livello storico che geografico. Non sono d’accordo con la regola ‘scrivi di ciò che conosci’. Se fosse stata sempre rispettata, non avremmo avuto Emilio Salgari, Jules Verne, la fantascienza, Tolkien. Detto questo, i luoghi forniscono il la alla storia e alla sua evoluzione. Sono un marchio indelebile sui personaggi, sui costumi, sui dialoghi, sul ritmo. Immaginiamo di prendere un romanzo ambientato nel Medioevo e di trasporlo in epoca contemporanea. Gli spostamenti, il modo di parlare, di muoversi, di comunicare, nulla avrebbe più senso. Oppure prendiamo un romanzo ambientato in Scozia, oggi, e trasportiamolo in Sicilia, oggi. Mancherebbero le coordinate di usi e costumi cui i personaggi si sono adeguati. Il mondo non è uniformato e non lo sarà mai. E i pensieri di un personaggio in piedi sulla sponda del Loch Ness in autunno non saranno mai gli stessi di un personaggio affacciato sul mare di Taormina, pur nella stessa stagione.”

La scelta degli aggettivi è fondamentale per personalizzare e arricchire un periodo, una frase. Anche se ci sono scrittori come Simenon che fanno un uso molto parsimonioso e limitato degli aggettivi. Tu lavori molto su questa parte della scrittura o sei più spontanea e guidata dall’ inconscio?

“Non è professionale dirlo, ma vado a orecchio. Adoro gli aggettivi. Credo di non abusarne, ma li ritengo fondamentali per dare sapore alla storia. La mia fortuna, o almeno io la ritengo tale, è di aver frequentato fin da bambina un linguaggio piuttosto alto, desueto, di certo non banale. Mio padre era un melomane accanito. Io conoscevo, e in parte conosco ancora, a memoria i libretti delle principali opere liriche di Verdi, Donizetti, Puccini, Leoncavallo. Quindi mi viene spontaneo pescare parole e aggettivi piuttosto inusuali. Ovvio che poi subentra il lavoro di revisione. E l’occhio esperto degli editor di goWare, che sono fantastici.”

Riguardo alla stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

“Mi piacciono i dialoghi. Mi piace caratterizzare al meglio i personaggi. E mi piace fornire suggestioni al lettore per l’ambiente in cui la storia si svolge. Scrivo senza soluzione di continuità, in prima stesura, e vado dove mi porta la tastiera. Non saprei fare come molti scrittori che, magari, scrivono prima la fine e per ultimo l’incipit. Le mie storie si srotolano come una pellicola girata in presa diretta. Senza tagli.”

Parliamo di Il ragazzo ombra. Diario vittoriano Vol. 1. Leggevo che tutto iniziò con Sandokan, quello televisivo di Sergio Sollima e Kabir Bedi. Quanto ha inciso il mondo televisivo nel tuo immaginario narrativo?

“Abbastanza. Siamo tutti debitori di suggestioni televisive e cinematografiche. Ma il mio immaginario narrativo è più derivato dai libri che dalle immagini. E più dalla narrativa anglosassone e americana che da quella italiana. I primi romanzi da grande che ho letto sono stati quelli della serie Tarzan delle Scimmie di Edgar Rice Burroghs. Avevo nove anni. L’avventura, il mistero, le ambientazioni esotiche, l’eroe, l’esplorazione di territori sconosciuti. Salgari è venuto dopo.”

Avventura, amicizia, amore, come hai amalgamato i temi principali del tuo romanzo?

“Dirò una cosa che mi farà odiare da molti colleghi amanti della scrittura, ma questi temi non li ho amalgamati io. Io ho prestato la voce a due anime che da quattro decenni chiedevano di essere ascoltate. Robert e Kiran hanno guidato me, non io loro.”

Come hai affrontato le tematiche lgbt? Come hanno accolto i tuoi lettori storici, che ti seguono ormai da tanti anni, questa evoluzione?

“Ho voluto raccontare un amore diverso in un’epoca in cui significava, vergogna, stigma sociale, perdita del proprio ruolo. Ho voluto farlo, forse dovuto, proprio perché Robert e Kiran me lo chiedevano. Non mi sono posta il problema dell’accoglienza. Non mentre scrivevo. Quando poi goWare ha accettato il progetto, allora un po’ di timore l’ho avuto. Ho avuto paura che i nostri lettori, miei e di Loredana, restassero delusi, che pensassero volessi cavalcare una moda, quella dei male to male, che adesso va per la maggiore. Soprattutto credevo che i lettori uomini avrebbero storto il naso. Mi sbagliavo. L’accoglienza è stata eccezionale. Ancora non ci credo, se devo dirla tutta.”

La stesura del romanzo, che diventerà una serie, ha implicato un grande lavoro di scavo, di documentazione. Che libri hai letto, che tipi di ricerche hai fatto? Internet ti ha aiutato per scoprire gli usi, i costumi, le abitudini dell’epoca vittoriana?

“In parte, sull’epoca vittoriana, ero già preparata. Ma ho letto brani di saggi pescati grazie a Google, ho visionato migliaia di fotografie d’epoca dei luoghi, mi sono documentata sul processo subito da Oscar Wilde, sull’evoluzione delle pene per sodomia, sui bordelli londinesi, sui piroscafi, sulla medicina dell’epoca, sugli strumenti che un medico poteva utilizzare. Poi, certo, sugli usi riguardanti il lutto, i fidanzamenti, i matrimoni, i figli. Gli abiti, i cappelli. Il frasario, anche. Perché non c’è niente di peggio, per me, di ascoltare un personaggio di un’epoca lontana parlare come una persona di oggi.”

Ho notato un grande apprezzamento, autentico, spontaneo da parte dei tuoi lettori. Come hai coltivato questo legame privilegiato? Ricevi molte lettere, mail, messaggi da parte dei tuoi lettori?

“Sì. Ed è la cosa più bella del mondo. Mi scrivono su messenger, su whatsapp, mi mandano e-mail e dicono cose bellissime che stento a credere siano rivolte a me. Se, alla fine, della mia narrativa si perderà ogni traccia, io avrò comunque avuto la prova di aver saputo suscitare emozioni. E credo che il mio compito di cantastorie sia questo e nessun altro.”

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

“Leggo più libri insieme. Al momento ho in lettura un horror molto efficace, Versus di Lucia Guglielminetti – Dark Zone, l’antologia regency Natale a Pemberley curata da Antonia Romagnoli, lo splendido saggio di Galatea Vaglio L’italiano è bello e Lettera a un bambino che vivrà fino a cento anni di Edoardo Boncinelli che ho avuto la fortuna di intervistare.”

Quanto la musica incide sui tuoi testi? Se dovessi formulare una colonna sonora per Il ragazzo ombra, quali musiche sceglieresti?

“Ho una lunga playlist di cui fornirò qualche esempio: Breathe di Midge Ure, Viva la vida dei Coldplay, Lost on you di LP, Take me to church di Hozier, Hold back the river di James Bay, Last party di Mika, alcuni brani della Tosca di Puccini, l’Inverno di Vivaldi e mi fermo qui.”

Tornerai a scrivere in coppia con Loredana? Avete dei progetti in proposito?

“Fermi tutti! Non ho mai smesso di scrivere insieme a Loredana Falcone e attualmente stiamo lavorando alla revisione di un romanzo di fantascienza, anche grazie allo sprone fornito dall’aver partecipato all’antologia Oltre – storie dal futuro curata da Lorenzo Sartori per Sad Dog Project, e alla stesura di una nuova avventura per i protagonisti de Il puzzle di Dio, il romanzo che vinse il contest di Liberi di Scrivere nel 2015.”

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

“Evitando accuratamente di scalare le classifiche. Non voglio fare la snob, il successo piace a tutti. Ma non potrei mai trasformare la mia scrittura in una catena di montaggio. Suonerà strano per una che sta pubblicando una serie, ma odio la serialità. Non amo gli steccati, mi piace mettermi alla prova con generi sempre diversi e questo, nell’attuale mondo letterario, è un difetto imperdonabile.”

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando alla continuazione della serie? A che punto sei?

“Okay, vi svelo un segreto. Il Diario vittoriano io l’ho scritto, tutto, in quattordici mesi. Più di un milione di battute. E sono stata io a proporre a goWare di dividerlo in volumi. Saranno quattro, alla fine, ma l’attesa non sarà lunga. Il secondo è uscito il 15 dicembre scorso. Entro il 2018 saranno tutti disponibili in ebook e cartaceo con le splendide copertine delle mie amiche Dany&Dany, fumettiste strepitose.”

Concludo con un grazie dal profondo del cuore a chi, a mia insaputa, ha inserito Il ragazzo ombra nel contest di Liberi di Scrivere. E a Giulietta per le domande interessanti e precise.

:: Un’ intervista con Lucia Patrizi

19 gennaio 2018

nightbird-coverBenvenuta Lucia su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Sono felice di poterti presentare ai lettori di Liberi, anche se è possibile che conoscano già il tuo blog di cinema e la tua capacità di fare magie con le parole. Allora sarà un’ intervista classica, spero il più completa possibile. Iniziamo con la prima domanda di rito: a ruota libera, parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Prima di tutto, grazie per la possibilità di questa chiacchierata, a te ai lettori del blog. Non ho moltissimo da dire su di me e, anzi, mi imbarazza anche un po’ raccontarmi, ma ci posso provare: di lavoro faccio l’assistente al montaggio, che è un mestiere molto complicato da spiegare ed è attinente alla post-produzione cinematografica; sono una ciclista urbana a Roma, il che sta a significare che non ho un grande interesse a vivere a lungo, ipotesi suffragata anche dal fatto che vado spesso sott’acqua. Per il resto, divoro film dell’orrore dalla mattina alla sera e cerco di comunicare agli altri questa mia passione enorme per il macabro con il blog. Credo sia tutto.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

Ho ricordi abbastanza vaghi, da questo punto di vista. So che leggere mi ha sempre divertita molto e che scrivere è diventata una conseguenza naturale, per capire se poteva essere altrettanto divertente o anche di più. Se sono qui, è perché è stato davvero tanto divertente!

Quale è il tuo primo lavoro scritto? Come sei arrivata alla pubblicazione?

Ho prima pubblicato da indipendente due romanzi, My Little Moray Eel e Il Posto delle Onde. Poi, un bel giorno di circa due anni e mezzo fa, Samuel Marolla di Acheron Books mi contatta privatamente su Facebook e mi chiede se ho voglia di scrivere qualcosa per la casa editrice, all’epoca molto giovane.
Ho risposto immediatamente sì, saltellando felice per tutta casa, perché stimo davvero Samuel e sono per prima cosa una sua lettrice, e perché la Acheron ha una gran bella scuderia di autori.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Questa non è una domanda facile: io non ho scrittori preferiti, o meglio, ce li ho, ma variano a seconda dei periodi della mia vita, nonché a seconda di quello che sto scrivendo in quel determinato periodo. Credo che però, se proprio devo fare dei nomi, dico subito Virginia Woolf e H.P. Lovecraft.
L’influenza del secondo è palese, nonché perenne, in qualunque cosa io abbia scritto: che si tratti di fantascienza, fanta-horror o horror puro, Lovecraft c’è sempre, da lui non riesco (e non voglio neanche) a sfuggire.
Con Virginia Woolf si tratta di una rete di riferimenti più sottile. Lei mi ha insegnato il ritmo della scrittura, soprattutto nei suoi romanzi più complessi e per alcuni ostici come Le Onde.
Passando poi a un tipo di narrativa più in linea con quello che scrivo io, mi ha formata tutta quell’ondata di scrittori horror pubblicati anche in Italia negli anni ‘80 e fino ai primi ‘90. Non solo King, quindi, ma anche Simmons, McCammon, Herbert, Campbell e colleghi vari. Ricordo quel periodo con grande piacere, quando entravi in una libreria e trovavi tutto l’horror di cui avevi bisogno.

Sul tuo blog “Il giorno degli zombie” ti occupi prevalentemente di cinema horror ma anche di libri. Quindi sei la persona più indicata per parlarci del legame tra letteratura e cinema. Ritieni il tuo stile cinematografico? Mentre scrivi ragioni ad immagini, scene?

Non ritengo il mio stile particolarmente cinematografico. Di sicuro ci sono delle suggestioni visive molto forti, ma non parlerei di scrittura cinematografica. Non sono sintetica come dovrebbe essere una sceneggiatura e sono tutt’altro che un’ottima dialoghista.
Però cerco di usare, quando scrivo, alcuni trucchi che ho mutuato dal mio lavoro al montaggio. Come dicevo prima, quella del montaggio è una fase che si conosce poco, non è approfondita e rimane per molti un mistero. Non è attaccare i pezzi di un film; il montaggio è prima di tutto narrazione. Una volta che il regista ha finito di girare e si hanno a disposizione tutte le inquadrature e i punti di vista, arriva il momento che quella massa informe di scene diventi racconto. E qui interviene il montaggio, nella scelta di cosa far vedere e cosa nascondere, nei tempi e nei ritmi della narrazione, nella durata di una singola inquadratura che può spostare gli equilibri di tutto il film in un senso o nell’altro.
Io cerco sempre di riportare questo modo di narrare anche quando scrivo i miei romanzi: ogni segno di interpunzione è uno stacco, per esempio, come la struttura (che io utilizzo sempre) a piani temporali diversi, è montaggio alternato tra presente e passato. In questo senso sì, il cinema è un ottimo strumento per imparare il racconto, soprattutto quando si tratta di tagliare.

Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Uso sempre il pc. Magari butto giù qualcosa a penna, ma non è una cosa che faccio spesso, anche perché ho una grafia brutta e ai limiti dell’incomprensibile. Quando ero piccola ho avuto parecchie macchine da scrivere, ma dal mio primo pc in poi, non ho più voluto usare altro.

Durante la stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

La descrizione dei luoghi è una cosa che diverte soprattutto lo scrittore e un po’ meno il lettore, credo. A me piace, ma cerco sempre di non appesantire più di tanto e di non essere troppo dettagliata. I dialoghi sono il mio punto debole e mi costano sempre una fatica enorme, mentre credo che il mio punto di forza siano i personaggi. O almeno lo spero vivamente!

Il talento per te cos’è? Cosa differenzia un autore dotato della capacità di raccontare storie che catturino il lettore da un autore privo di questo dono. Il talento è più un dono o duro lavoro?

Il talento è un concetto sfuggente che può voler dire tutto e il contrario di tutto. A mio parere, parlare di talento non ha molto senso. E qui vorrei chiamare in causa King che paragonava il talento a un coltellaccio dalla lama smussata. Mi sembra un paragone molto calzante. Puoi avere un machete o un bisturi, ma se non fai una fatica immane per rendere lo strumento affilato, non ci taglierai neanche un panetto di burro.
Più che di talento, forse si potrebbe parlare di predisposizione, un qualcosa verso cui siamo naturalmente attratti e che magari ci rende piacevole anche la fatica. Mi diverto così tanto a scrivere che non mi pesa mai, anche se è stancante e, a volte, addirittura sfiancate. Ma se non mi divertissi, non credo ne varrebbe la pena, proprio perché non è che mi siedo alla scrivania e il romanzo si scrive da sé in virtù di chissà quale genio che sgorga dalle mie dita. Non è così, è una faccenda laboriosa e anche il cosiddetto talento, se non viene continuamente esercitato, evapora.

Cosa pensi delle eroine femminili nel fantastico? Pensi che i personaggi femminili siano giustamente valorizzati, o ancora relegati in nicchie piuttosto stereotipate? Sei femminista?

Sono una donna, quindi sono femminista. Per quanto mi riguarda, tra le due cose c’è un’identità assoluta.
Per quanto riguarda le eroine femminili, ci sono sempre state e hanno lasciato tracce profonde, come del resto non sono mai mancate le voci femminili. Ma c’è di sicuro un problema di marginalità, soprattutto in Italia, dove si tende a ragionare un po’ troppo a compartimenti stagni, e si tende a dividere la letteratura (ma anche il cinema) in “femminile” e “maschile”, come se le donne dovessero scrivere solo per donne e gli uomini solo per gli uomini.
Per quel che mi è dato di vedere, la maggior parte dei miei lettori sono uomini o almeno lo sono quelli che si fanno sentire tramite commenti e recensioni. Eppure la mia narrativa potrebbe essere categorizzata come prettamente femminile, dato che ho sempre raccontato storie di donne.
La marginalità delle protagoniste femminili rispetto ai protagonisti maschili è un qualcosa che deriva non dalla mancanza di autrici ma dal mercato, che si preferisce indirizzare a un pubblico maschile, con l’errata convinzione che un uomo preferisca leggere di protagonisti del suo stesso genere.
Questa cosa è stata molto evidente, più che in letteratura che sta sempre una decina di passi avanti, nel cinema fantastico, dove le cose stanno iniziando a cambiare solo oggi e con grande fatica. Parlando di blockbuster milionari, ci sono voluti circa 20 anni perché se ne affidasse uno a una regista donna (Wonder Woman) e il suo successo stratosferico spero apra molte porte, in ogni ambito.

Hai mai pensato di scrivere una sceneggiatura tutta tua?

Sì, ci ho pensato, però poi mi sono sempre fermata perché le cose che scrivo io tendono a essere molto costose e rimarrebbero progetti irrealizzabili. Scrivere per il cinema richiede un senso pratico molto spiccato, che consiste nel sapere cosa si potrà mettere in scena. Ci sono dei limiti ben precisi. Con il progresso degli effetti speciali ormai rimane molto poco di infilmabile, ma io scrivo e lavoro in un contesto molto specifico, che è quello italiano, e se mi viene in mente una storia con un mostro tentacolare, so già in partenza che non la si potrà mai far diventare un film.

Dopo due libri autoprodotti My little Moray Eel e Il posto delle onde è appena uscito per Acheron Book Nightbird. Ce ne vuoi parlare?

Nei miei due precedenti romanzi ho raccontato soprattutto il mare. Come dicevo prima, faccio immersioni da quando sono bambina e ho un rapporto molto particolare con l’acqua e le sue creature. Possiamo dire che Il Posto e la Murena rappresentano un dittico e sono anche collegati tra loro. Appartengono anche più alla sci-fi che all’horror, anche se Il Posto ha parecchi elementi che lo avvicinano alla narrativa dell’orrore.
Con Nightbird ho cambiato completamente ambientazione e ho cercato di affrontare un genere, il gotico, a cui non avevo mai messo mano. È principalmente una ghost story e ho inserito volutamente ogni situazione tipica del genere di appartenenza: c’è una protagonista che vede i fantasmi, un’agenzia che si occupa di infestazioni, uno spettro che fa da guida e coscienza personale alla protagonista e sono presenti tutti gli elementi distintivi delle classiche storie di fantasmi. Ma ho anche voluto calare il tutto nella contemporaneità, dare una connotazione ambientale molto spiccata, parlare della mia città e di come la si vive in sella a una bicicletta.
E poi c’è una storia d’amore omosessuale, un altro tema ricorrente delle cose che scrivo. Ma questa volta è più conflittuale, perché Nightbird parla del nostro mondo e del nostro paese, dove essere omosessuali è ancora un problema. Non mi piace essere troppo autobiografica, però, da omosessuale io stessa, ho voluto cercare di raccontare cosa significa venire a patti con la propria identità, e quanto sia difficile viverla. Spero sempre che Nightbird venga letto da qualche ragazza molto giovane, com’è giovane la protagonista Irene, che magari ha difficoltà ad accettarsi, e le dia una speranza.

Una storia di fantasmi, dunque. Le ghost story sono una nicchia molto particolare del fantastico, che se vogliamo ha una tradizione molto antica, nell’antica Roma si narravano storie di fantasmi, nella Cina antica anche moltissime. Pensi sia una forma molto sofisticata d’arte nata per esorcizzare la paura dell’ignoto, della morte?

Tutta la narrativa dell’orrore serve a quello, a guardare la morte in faccia, che poi è un tema, quello della nostra mortalità, che percorre l’intera storia della letteratura. Ma l’horror in realtà affronta la morte a muso duro, senza addolcirla con considerazioni filosofiche, parla dell’evidenza fisica della morte, della sua realtà concreta e orribile. Non esiste forma di racconto più viscerale di quello dell’orrore: ci grida a ogni riga che un giorno moriremo.
La ghost story, in questo contesto, tende a lavorare però su un piano diverso, perché implica che, accanto alla mortalità, ci sia anche l’immortalità, il sopravvivere in una forma incorporea ed eterna. Ma è comunque un monito, perché il fantasma è per sua stessa natura, anche quando non è necessariamente una presenza malvagia, è una figura di una tristezza e di una malinconia infinita. Rappresenta, credo, quello che abbiamo perduto e che non ci verrà mai più restituito.

Parlaci dei personaggi principali, come li hai caratterizzati?

I personaggi principali in Nightbird sono due, un fantasma, Giada, che conosceremo da viva attraverso i flashback, e l’io narrante, Irene. Con Giada ho voluto fare un’operazione diversa dal solito, perché i miei personaggi di solito sono tendenzialmente ombrosi, di poche parole e malinconici. Invece Giada è la solarità fatta persona e mantiene questa caratteristica anche da ectoplasma. Irene invece è una ragazza giovanissima che si ritrova a innamorarsi di una donna più grande di lei e vive questa storia con angoscia e terrore assoluti. È un personaggio in trappola, che magari non batte ciglio di fronte a un fantasma, ma si blocca quando deve ammettere di amare una persona del suo stesso sesso. Le interazioni tra le due, sia prima che dopo la morte di Giada, i loro scambi di battute, il conflitto di mentalità, sono la vera anima del romanzo.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto rileggendo un vecchio romanzo horror degli anni ’70, La Festa del Raccolto di Thomas Tryon e, contemporaneamente, un horror pubblicato da pochissimo, Il Piatto delle Ossa, di Marco Siena.

Hai una routine fissa di scrittura, una tazza portafortuna, una musica di sottofondo mentre crei le tue storie? Che musica useresti come colonna sonora di Nightbird?

Non ho una vera e propria routine, forse perché la scrittura non è il mio lavoro principale e sono costretta e dedicarmici o nei fine settimana o nelle pause tra un film e l’altro, che mi pagano affitto e bollette. E comunque ho un modo di fare abbastanza caotico e disorganizzato, mi riesce difficile fare programmi.
Nightbird ha una playlist tutta sua, perché io scrivo sempre con la musica. Nel caso specifico, il titolo del romanzo è una canzone di Stevie Nicks, che mi ha accompagnata per tutta la stesura.
I Fleetwood Mac sono sempre presenti nelle cose che scrivo. E a un certo punto di ogni mio romanzo, un personaggio ascolta Songbird. È una specie di marchio di fabbrica, la mia firma.

In un’ intervista a Murakami gli chiesi se la tv è la nuova agorà del nostro tempo, tu che ne pensi? Quanto l’immaginario televisivo ha influenzato il tuo immaginario creativo di autrice?

Non ho un bellissimo rapporto con la tv. Ovviamente seguo delle serie, come tutti, ma non sono tipo da binge watching compulsivo e preferisco sempre il cinema al piccolo schermo, proprio perché la serialità non fa per me. Non sono neanche d’accordo con chi ritiene che la tv abbia superato il cinema. Per quanto mi riguarda, anche le produzioni più lussuose e ben confezionate sono sempre e comunque sterco del demonio. Sì, persino quelle che mi piacciono molto.

Hai mai avuto l’ ispirazione per scrivere i tuoi romanzi mentre andavi in bicicletta?

Nightbird è stato concepito durante lunghi giri in bicicletta nel febbraio 2016: avevo appena finito di lavorare a una fiction e aspettavo che cominciasse la seconda stagione, quindi ho avuto un buco lavorativo di qualche mese e, in quel periodo, non ho fatto altro che scrivere Nightbird e pedalare. Quindi sì, molto spesso andare in bici mi aiuta e, se sono bloccata su un punto particolarmente ostico, la soluzione migliore per sbloccarmi è salire in sella.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Non lo sto ancora scrivendo, ma si sta delineando nella mia testa. Dovrebbe essere una storia di vampiri e dovrebbe avere, una volta tanto, un protagonista maschile. Vedremo cosa esce fuori.
Grazie ancora a te per le domande e ai lettori se vorranno leggere il mio romanzo.

:: Un’intervista con Tessa Bernardi a cura di Giulietta Iannone

18 gennaio 2018

Caravaggio enigmaCiao Tessa, benvenuta su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione all’ ottava edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di Caravaggio enigma (Without Hope or Fear, 2017) Newton Compton. E’ risultato il libro più votato, e come tradizione siamo felici intervistare il traduttore e conoscere qualcosa in più sul vostro lavoro, ancora per molti abbastanza misterioso.
Naturalmente è un semplice riconoscimento di un blog, ma appunto è stato dato dai lettori quindi è significativo dell’apprezzamento che la tua traduzione ha suscitato, oltre al valore del libro. Parlaci dei tuoi studi. Come sei diventata traduttrice? Che lingue hai studiato? Hai svolto tirocini all’estero, o hai studiato prevalentemente sui libri?

Ho sempre vissuto a stretto contatto con due lingue diverse, fin da bambina. Mia madre è cresciuta in Australia, e quando ero piccola mi parlava sempre in inglese, mentre mio padre mi parlava in italiano. La scelta del percorso di studi è stata quindi scontata: dai libriccini per l’infanzia in inglese alle pietre miliari della letteratura alla facoltà di Lingue all’Università di Pisa, e poi la specializzazione in Traduzione letteraria. Ho studiato inglese e spagnolo, un po’ di tedesco e portoghese, e ultimamente sto accarezzando l’idea di avvicinarmi al francese e allo swahili (galeotto fu un viaggio a Zanzibar!). Non ho mai fatto tirocini all’estero né l’Erasmus, ma ho sempre viaggiato molto in paesi anglofoni e attualmente vivo a Londra.

Qualche ricordo dei tuoi anni da studentessa?

Ricordo le montagne di libri! Montagne, dico sul serio. Ho sempre amato leggere, è ovvio, ma quelle pile di carta stampata con ambientazioni settecentesche popolate da fanciulle più o meno virtuose sembravano non finire mai. Scherzi a parte, ricordo con grandissimo affetto i docenti che ci spronavano a crederci: volete diventare traduttori? Rimboccatevi le mani, traducete, sfornate cartelle per il piacere di farlo e per la volontà di imparare, nel tempo libero, nelle vostre stanzette in condivisione, al parco. E ricordo anche chi invece diceva il contrario. Spesso sono quei “Non ce la farete mai” a non farti demordere, no?

Quali autori hai tradotto? Quali sono le tue traduzioni più importanti?

Proprio qualche mese fa è uscito un romanzo di Dean Koontz, un autore che amo particolarmente, spesso associato a Stephen King e considerato uno dei maestri del thriller contemporaneo. Tra gli altri autori potrei menzionare Emily Elgar, un’esordiente con una scrittura delicata e molto evocativa, Jeff Johnson, di cui ho tradotto un noir veramente bello, e ovviamente Alex Connor, che mi ha accompagnata alla scoperta della biografia di Caravaggio.

E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettrice?

Leggo di tutto, quando e se trovo il tempo e le energie mentali per farlo. Questo, purtroppo, è il rovescio della medaglia. Lavorando tutto il giorno con testi e parole, nel tempo libero preferisco fare una passeggiata e svuotare la mente. In vacanza, però, ho letto un bellissimo libro di Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, e tra i miei autori preferiti potrei citare Henry James, J.M. Coetzee e Ian McEwan.

Come lavorano i traduttori letterari? Come si fa a entrare in contatto con un editore? Con l’invio di un curriculum vitae, iscrivendosi in una banca dati per traduttori? O sono gli editori che ricercano attivamente i liberi professionisti? Chi si occupa della selezione? La concorrenza è molto forte?

I primi tempi sono stati durissimi. Decine e decine di mail, neanche uno straccio di risposta. Benissimo, cambiamo strategia. Fiere del libro. Tutte. A tappeto. Roma, Bologna, Torino. Conoscere gli editori, cosa pubblicano, cosa cercano, vedere e farsi vedere, farsi conoscere. Dopo la laurea ho seguito brevi corsi e seminari di traduzione letteraria dal taglio veramente pratico. Un trauma. Della serie: Fitzgerald come prima prova di traduzione. E lì capisci che di strada da fare ce n’è ancora tantissima. Ma ho avuto la fortuna di conoscere grandi traduttrici, che mi hanno aiutata e corretta senza pietà. Voglio fare qualche nome perché le stimo moltissimo: Giuseppina Oneto, Gina Maneri, Anna Rusconi. Grazie a uno di questi corsi ho tradotto il mio primo racconto, poi sono venute le altre case editrici, alle quali avevo mandato un curriculum abbastanza mirato, e le prime prove di traduzione, che hanno portato a collaborazioni durature. E sì, la concorrenza c’è, come in tutte le professioni, ma se sei bravo e hai voglia di crescere (quella non deve mai mancare) uno spazietto si trova.

Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata? Ti è mai capitato di sforare questi limiti?

In teoria, sì. In pratica… A volte (di rado, per fortuna) si può incappare in un vero e proprio blocco, dove anche la resa delle frasi più semplici diventa complicata, e tanti saluti alla scaletta, ma in genere tendo a farmi un’idea del numero di cartelle che dovrei tradurre quotidianamente (i fine settimana sono sacri, però!) in funzione della deadline, della complessità del testo, dell’affinità con lo stile dell’autore e via dicendo, e riesco ad attenermici senza grandi problemi.

Parliamo ora di Caravaggio enigma. Come sei venuta a conoscenza di questo libro, conoscevi già la sua autrice Alex Connor? Ti ha contattato direttamente l’editore, o sei stata scelta tramite un’agenzia di traduzione? Hai dovuto superare prove selettive?

Un libro al quale ho lavorato con enorme piacere. Non conoscevo l’autrice, ma, quando mi è stato proposto l’incarico da un’agenzia di traduzione con cui collaboro da tempo, mi sono documentata e sono subito rimasta colpita dalla passione della scrittrice per l’arte italiana.

Cosa ti è piaciuto di più di questo libro? Quale è stata la parte della traduzione più difficile?

È una perfetta via di mezzo tra la biografia storica e il thriller. Il personaggio di Caravaggio emerge con forza incredibile dalle pagine del libro. È un uomo cupo, tormentato, pieno di vizi e debolezze, ma è anche un genio assoluto che crede nella propria idea di arte e non accetta alcun compromesso. Ho fatto molte ricerche su di lui e sui personaggi storici descritti e menzionati nel romanzo, e posso assicurare che l’autrice non si è inventata niente, anzi! In fase di traduzione, ho dovuto prestare grande attenzione ai dettagli, come alla precisione dei dati storici e alle scelte lessicali, senza però tradire il ritmo serrato e adrenalinico che è tipico del thriller.

Tu avendolo tradotto conosci approfonditamente lo stile dell’autrice, puoi parlarcene? Puoi dirci secondo te quelli sono i suoi punti di forza che favoriscono tanto l’apprezzamento dei lettori?

Come in parte ho già anticipato, l’autrice ha dosato sapientemente gli elementi a sua disposizione. La figura di Caravaggio è di per sé un ottimo punto di partenza, tanto per il lascito artistico quanto per le travagliate vicende personali che lo hanno reso un personaggio davvero controverso. Alex Connor le ripercorre in chiave romanzata, con un ritmo avvincente e una buona dose di suspense che tiene incollati alle pagine: cosa succederà adesso? Caravaggio conduce una vita spregiudicata, combatte con chiunque incroci il suo cammino, non riesce mai a tenere la bocca chiusa. E le sue opere? Dipingeva con totale sprezzo dei canoni imposti dalla Chiesa, rischiava di perdere gli incarichi, sfidava costantemente la sorte. Caravaggio enigma è una biografia che non annoia mai, perché scava nella personalità del celebre pittore e offre un vivido spaccato della vita dell’epoca. Credo sia proprio questo il segreto dell’apprezzamento che ha riscosso.

Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

Ora come ora… sono appena rientrata dalle ferie! No, be’, sto lavorando alla traduzione di un bel thriller di un’autrice abbastanza famosa e ad alcune revisioni.

Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

Grazie a voi e ai lettori del blog!

:: Un’ intervista con Caroline “Cass” Green

10 gennaio 2018

l'amica sbagliataCiao Caroline. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Caroline “Cass” Green? Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia e grazie di avermi invitato sul tuo blog! Sono una scrittrice sia per ragazzi che per adulti che vive a Londra. Punti di forza e debolezza … hmm. Dovrei pensarci un po’ su! Diciamo troppi del secondo e non abbastanza del primo!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta nell’ Hampshire e sono andata all’Università di Sheffield dopo il liceo. Ho lavorato come giornalista per molti anni prima di passare alla narrativa.

Quando hai saputo per la prima volta di voler essere una scrittrice?

Ho scritto molte storie quando avevo 11 anni, grazie a un insegnante che mi ha fatto da mentore.

Parlaci del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Mi ci sono voluti sette anni e tre libri per essere pubblicata. Onestamente potrei tappezzare la mia stanza con le lettere di rifiuto che ho ricevuto!

Hai iniziato scrivendo romanzi young adult. Cosa puoi dirci di questa esperienza?

Adoro la fiction YA e penso davvero che mi abbia insegnato molto su come disegnare i personaggi e su come scrivere thriller per adulti.

Come sei passata alla narrativa per adulti?

Sentivo necessario un cambiamento e soprattutto volevo vedere se potevo farlo.

The Woman Next Door (in Italia, pubblicato con il titolo L’amica sbagliata, tradotto da Cristina Ingiardi) è il tuo primo psychothriller per lettori adulti. Potresti parlarci di questo romanzo? Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il mio punto di partenza è stato immaginare una donna solitaria che guardava attraverso le tende mentre veniva consegnata la spesa del suo vicino. Mi sono trovata affascinata da questa persona che è diventata il mio personaggio Hester.

Sei mai stata ispirata da eventi reali quando hai creato le tue trame?

Non molto spesso. Sono stata ispirata da un caso per uno dei miei libri YA, ma farei un gigantesco spoiler se ti rivelassi quale fosse!

Qual è stata la parte più laboriosa durante la stesura del romanzo?

Ad essere onesta, pensarlo in primo luogo, sembra sempre scoraggiante.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale? Quali sono i temi principali?

I temi principali riguardano i sentimenti delle persone che non provano un senso di appartenenza per i luoghi dove vivono, credo. Nessuno dei miei due personaggi principali sono persone felici e anche se in modi diversi sono ossessionate e definite dai fantasmi del loro passato.

Conosci la tua traduttrice italiana?

Niente affatto, ma mi sarebbe tanto piaciuto conoscerla. (Ciao Cristina se stai leggendo questa intervista! E grazie!)

Potresti parlarci un po’ delle tue protagoniste femminili: Hester e Melissa?

Sono consapevole che potrebbero non essere così simpatiche, ma sono riuscita ad amarle (sì, anche Hester!) Sono entrambe persone che portano con sé le conseguenze di oscuri segreti a vari livelli. Melissa ha la consapevolezza di sé che a Hester manca, credo.

Sei un’ autrice acclamata dalla critica. Hai ricevuto recensioni negative? Pensi che qualche critica abbia influenzato il tuo lavoro?

Ogni scrittore riceve alcune recensioni negative. Non mi diverto mai a leggerle, ma cerco di non farmi ossessionare troppo. Se sentissi che qualcuno sta facendo un’ osservazione molto valida, la terrei certamente in considerazione.

Qualche progetto cinematografico tratto dal tuo libro?

Non ancora, ma chissà cosa potrebbe succedere!

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Adoro l’Italia! Ho cercato di imparare un po’ di italiano per un paio d’anni ed è uno dei miei posti preferiti al mondo. Spero di essere invitata un giorno a parlare del libro e incontrare i lettori!

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Due cose sono cruciali a questo proposito: una, leggi tutto del genere che vuoi scrivere. Devi capire il mercato. E due, scrivi solo quando puoi. Non aspettare il momento perfetto, ma scrivi tutto il tempo e il buon lavoro inizierà a venir fuori.

Leggi altri scrittori di thriller inglesi contemporanei?

Sì, moltissimi. Gillian Flynn, Sabine Durrant, Eva Dolan sono tra le mie preferite.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo Home Fires di Kamila Shamsie, che è geniale.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Il mio terzo thriller uscirà a settembre nel Regno Unito e ora sto solo lavorando alle modifiche finali. Allora sarà il momento di qualcosa di nuovo!
Grazie mille per avermi invitato!

:: Un’ intervista con Lara Premi blogger di La Nicchia Letteraria

18 dicembre 2017

LogoBlogBenvenuta Lara su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista. Iniziamo subito con le presentazioni. Parlaci di te. Dei tuoi studi, del tuo lavoro, della tua vita lontana dal blog.

Prima di tutto, sono io a doverti ringraziare per lo spazio che stai dedicando a me e al mio blog letterario: le parole che vorrei spendere a riguardo sono davvero tante, ma, paradossalmente, non abbastanza per esprimere le emozioni di questo momento.
Parlare di me non è mai semplice, ma cercherò comunque di accontentarti. Sono una persona molto precisa e pignola in ogni attività che mi prefiggo di portare a compimento, situazioni che molto spesso mi inducono a essere testarda e determinata per raggiungere i traguardi prestabiliti dal mio subconscio.
Sebbene ami la lettura e rifugiarmi nelle accoglienti pagine di un libro, unico modo che mi consente di staccare la spina dalla realtà e di viaggiare lontano stando comodamente ferma tra le quattro mura della mia casa, adoro il mio essere razionale e “con i piedi per terra”, una maniera che mi permette di non discostarmi troppo dal mondo vero e rimanere invischiata in definitiva nella fantasia.
Sono anche una persona eccentrica che si incanta dinanzi alla bellezza più semplice, un’esteriorità facile da riconoscere nei dettagli e in quelle piccole cose che fanno la differenza.
Tuttavia, i libri non rappresentano la mia sola passione: mi diletto a suonare il pianoforte, a disegnare, a giocare ai videogames e, ammetto, a scrivere storie che, però, ancora non hanno visto la giusta luce.
Purtroppo, non ho un lavoro, benché durante questo semestre mi sia data da fare all’università, ma spero di trovarlo appena laureata: per adesso, rimango e sono comunque una studentessa di Ingegneria Informatica al Politecnico di Milano.

Come è nato La Nicchia Letteraria? Da quanti anni siete online? Nome del fondatore.

La Nicchia Letteraria è online da ormai un anno: ha aperto i battenti il 17 marzo 2016, alzando il sipario su un’avventura che mi dà sempre ottime soddisfazioni in quanto è la concretizzazione di un mio sogno nel cassetto.
Il blog è nato per caso, a dir la verità. L’idea è sorta nella mia testolina dopo che un’amica mi ha consigliata di farlo e gettarmi nella mischia. Grazie al fato e a un “incontro” virtuale fortuito, ho potuto rendere realtà ciò che fino a pochi istanti prima viveva esclusivamente nella mia mente.

Non sei sola nel blog, parlaci dell’altra blogger che vi scrive.

Chiara, alias Jackdaw, è la mia spalla. Penso che controbilanci la mia presenza “aristocratica” nel blog poiché alla mia prolissità oppone la sua diretta e immediata opinione: diciamo perciò che siamo le due facce di una stessa medaglia.
Le devo davvero molto perché è proprio grazie a lei se La Nicchia Letteraria vive: infatti, qualora avessi trovato una socia e solo in quel caso, avrei creato il blog. Il suo tempismo è stato pressoché perfetto!

Avete una linea editoriale?

Direi di sì e la semplicità è la sua parola d’ordine.
Ci siamo prefissate di elargire i più comuni servizi che un blog letterario solitamente offre, come ad esempio recensioni e segnalazioni, e abbiamo in cantiere anche di inaugurare un’intera rubrica dedicata alle interviste degli autori. Il tutto è organizzato seguendo un regolamento che abbiamo stilato per l’occasione e che continueremo ad aggiornare, qualora l’esperienza ci imponesse modifiche più consone e confacenti ai vari articoli da realizzare.

Il blog è aperto a nuovi collaboratori?

Dopo questa risposta penso sarò bollata come l’asociale solitaria che effettivamente sono. No, non abbiamo intenzione di allargare il nostro staff, anche se magari gli impegni un giorno si faranno sempre più serrati. La Nicchia Letteraria è nata dall’amicizia di due lettrici accanite con una passione viscerale per carta e inchiostro: non abbiamo bisogno di (nessun) altro.

Come è nato il tuo amore per la lettura?

Fin da quando ero piccola, sono stata iniziata all’amore per i libri grazie alla cura diligente di mia madre.
Da questo punto di vista, sono stata molto fortunata perché la mia intera famiglia adora la lettura e, di conseguenza, a casa i viaggi letterari da affrontare non mancano di certo.
Ammetto che la scuola non ha rinfocolato la passione che ho sempre avuto in quanto le imposizioni, in ogni ambito, non mi sono mai andate a genio. Nonostante ciò, non ho perso di vista questo amore profondo che ancora oggi mi accompagna di giorno in giorno, senza abbandonarmi, nemmeno per un secondo.

Quali generi di libri leggi principalmente?

Sicuramente, al primo posto troviamo i romance, i classici e la narrativa, ma sono aperta a qualsiasi proposta: dopotutto, sono fortemente convinta che un libro possa piacermi, indipendentemente dal suo genere letterario, qualora lo stile dell’autore sia in grado di rapirmi, avvincendomi alle sue parole e non lasciandomi più andare.
8) Quali sono i canali principali con cui reperite i libri da recensire? (acquisti personali, biblioteche, collaborazioni con autori ed editori, etc…)
Sia io che Chiara siamo due accumulatrici seriali, nonché compratrici maniacali, praticamente un comportamento che potrebbe aprirci le porte di un manicomio senza troppe difficoltà.
Aggiungo che, dal canto mio, accetto pure richieste da parte di autori e case editrici, e Chiara, invece, usa siti di scambio, come Acciobooks, dai quali a volte capita di poter reperire copie anche fuori commercio e quindi introvabili.

Per te il blogging è solo un hobby o ti piacerebbe diventasse un lavoro?

Forse vado controcorrente, ma sì, se penso al blogging, riesco a ritenerlo esclusivamente un hobby che, comunque, mi richiede impegno e tempo non indifferenti.
Riflettendo un po’ meglio sulla questione, il punto è che, nel remoto caso essere blogger possa diventare il mio impiego, assocerei la lettura a una costrizione, un paragone che col tempo farebbe di certo scemare il mio amore per i libri. Praticamente l’Apocalisse su questa Terra.

Ultima domanda, parlaci dei tuoi progetti per il futuro, legati al blog ma non solo.

Mi vengono in mente tre obiettivi che in un futuro prossimo vorrei realizzare.
Primo tra questi è di sicuro trovare la mia strada nell’ambito lavorativo che mi sono scelta, una vita da “grande” in cui figuro anche il mio fidanzato e la famiglia che un giorno spero di avere.
Sicuramente incrocio le dita affinché il blog sia sempre più visitato e apprezzato, un avvenimento che mi auguro venga agevolato dall’aggiunta di nuove rubriche, bozze di idee che concretizzeremo il prima possibile.
Infine ma non meno importante, auspico di poter terminare qualcuno dei miei scritti, non tanto per fare carriera, ma per sfida personale, dimostrando a me stessa che anche in questo caso, se mi impegno con tutto il cuore, posso farcela.

I suoi social:

Blog: http://lanicchialetteraria.altervista.org/
Facebook: https://www.facebook.com/lanicchialetteraria/
Instagram: https://www.instagram.com/lanicchialetteraria/

:: Un’ intervista con Barbara Cantini

13 dicembre 2017

barbara-cantini-mortinaBenvenuta Barbara su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista, scrittrice e illustratrice, hai creato per la tv prima di dedicarti all’illustrazione per ragazzi. Parlaci di te, racconta qualcosa della tua vita ai nostri lettori.

E’ facile intuire che mi piace disegnare e raccontare storie di personaggi e mondi in cui posso entrare grazie a matita e colori. Cerco di trasmettere in quello che faccio il mio immaginario, che si forma a partire dalle piccole cose, dai ricordi della mia infanzia, dai racconti di vite altrui, dagli incontri fatti, dall’aver scoperto e continuare scoprire cose che amo, dal vissuto in generale insomma, che sia esso artistico, emozionale, culturale, quotidiano. Scrivere e disegnare storie mi aiuta a fare ordine in me stessa e molto disordine sulla scrivania.
Compro anche un sacco di libri, mi prendo cura delle mie bambine, mi circondo di gatti da abbracciare (ne ho 4!) e in generale stravedo per gli animali, non resisto ad acquistare compulsivamente tovagliolini di carta decorati, mi piace camminare all’aria aperta e molto incostantemente (!) pratico Yoga.

Che studi hai fatto? Quali sono state le tue prime esperienze formative?

Ho una formazione liceale di tipo artistico perché fin da piccola sapevo che avrei “disegnato”, una laurea e una breve parentesi nel settore del restauro, perché purtroppo ascoltando gli altri ho dubitato che “disegnare” potesse non essere un lavoro “serio”. E infine una scuola triennale di animazione cartoon, perché grazie a Dio la mancanza del disegno ha iniziato a urlare forte facendosi sentire e ricordandomi “il mio centro”, che fino alla maggiore età era sempre stato chiaro. Dopo il diploma in cartoon animation ho lavorato per tre anni in uno studio di animazione, esperienza assai formativa dove ho perfezionato e imparato molte cose, dal rispetto delle scadenze e i ritmi di lavoro, al clean-up, alla colorazione digitale, all’animazione vera e propria e a lavorare in team. Da lì in poi, dopo aver partecipato e vinto il concorso “L’Illustratore dell’Anno” di Città del Sole, ho scelto di dedicarmi all’illustrazione in modo esclusivo, ritrovandomi però a svolgere un lavoro in solitaria e perdendomi lo scambio diretto con i colleghi, ma soprattutto le chiacchiere delle pause caffé! 😀

Che responsabilità implica occuparsi di letteratura per ragazzi? Senti di dover fare un’attenzione particolare verso i tuoi piccoli lettori?

Implica senz’altro molta responsabilità per i contenuti e la forma in cui questi vengono veicolati, ma è una responsabilità che penso si debba affrontare con la giusta dose di leggerezza, ovviamente intesa non come superficialità, ma intesa come garbo, fantasia e ironia. I bambini hanno la capacità di sentire se qualcosa suona falso, moralistico o anche solo banale. Ogni autore ha la sua “voce” e il suo modo di raccontare, io come autore di testi sono all’inizio, ma posso dirti che il linguaggio che mi è più congeniale e che cerco di adottare è quello dell’ironia e della delicatezza, e chi mi conosce molto da vicino sa che la mia scrittura corrisponde proprio al mio modo di essere.
L’augurio che mi faccio è quello di riuscire a raccontare storie che contribuiscano nel loro piccolo, a sviluppare empatia nei bambini. Per me l’empatia è il sentimento più importante alla base delle relazioni con gli altri e con il mondo, e vorrei arrivarci proprio attraverso la delicatezza e l’ironia delle storie.

Ho letto il tuo ultimo libro illustrato Mortina –Una storia che ti farà morire dal ridere e mi è piaciuto davvero tanto. Come è nata l’idea di scriverlo?

Sono felice che ti sia piaciuto:) L’idea è nata in seguito “all’arrivo” del personaggio.
Mortina si è presentata molti anni fa, quando ancora frequentavo la scuola di animazione, ma è rimasta in attesa, come chiusa in soffitta per diverso tempo, facendo capolino però di tanto in tanto per ricordarmi che “Ehi, io son qui, ti ricordi di me?!?”.
Quando mi sono decisa ad ascoltarla ho iniziato via, via a vedere il mondo intorno a lei e a delineare la sua storia. Mi sono poi resa conto che (inconsciamente) ci sono dei piccoli rimandi a personaggi e situazioni della mia storia familiare materna, mischiati insieme al mio immaginario artistico, visivo e culturale.

Halloween è più che altro un pretesto, è una storia che si può leggere tutto l’anno, non trovi?

Sì, senz’altro! E mi auguro che sia così 🙂 Non vorrei che l’appeal “Halloweenesco” risultasse troppo penalizzante per il libro, sarebbe un peccato. La scelta di questo tipo di ambientazione nasce sì da una mia propensione (risalente all’infanzia) verso l’immaginario di questa festa, ma è anche fondamentale per lo snodo principale del testo, ovvero il piano orchestrato da Mortina.

Quali sono i temi principali che affronti nel libro?

Premetto che quando ho scritto la storia non ho deciso “a tavolino” di scrivere qualcosa che trattasse determinati argomenti. I temi principali che si possono individuare nel libro sono direi “classici”, ma sono tra i più importanti per la formazione dell’individuo. Si parla di amicizia, della ricerca dell’amicizia, che passa dalla paura di non essere accettati per come siamo, dalla paura di avere qualcosa di grottescamente sbagliato da non poter piacere agli altri. Ma parla anche del coraggio di scavalcare queste paure e di sovvertire alcune regole dettate “dai grandi” che talvolta appaiono troppo rigide (e insensate?) in nome di un obbiettivo per noi giusto e importante. Tutto questo è trattato in modo umoristico, parodiato, tra citazioni e doppi sensi delle parole.

Ho visto il book trailer, e a dire il vero anche il tuo blog, in cui ci sono bellissime immagini animate. Diventerà mai un cartone?

Magari! Nella mia immaginazione Mortina “vive” (passatemi il termine in riferimento a una zombie!) si muove e parla, avrei anche già in mente la voce della doppiatrice che  vorrei. Tutto il libro è nato e pensato in movimento nella mia testa, non come immagini statiche. A differenza di altri lavori, qui è come se avessi avuto una telecamera che ha seguito i personaggi che recitavano nella storia. Non so se questo è avvenuto perché si tratta del mio primo libro in cui sono anche autore, in cui cioè c’è una diretta corrispondenza tra testo e immagini, ma è il libro in cui più ho avvertito feeling e armonia tra storia e immagini.
Spero davvero che prima o poi qualcuno voglia “dare vita” a Mortina. Per adesso i miei amici ed ex-colleghi di Studio Cartobaleno hanno realizzato il bellissimo booktrailer che hai citato, ma purtroppo resta solo un piccolo assaggio di animazione! Quindi, se qualcuno fosse interessato si faccia pure avanti 🙂

Hai scritto la storia e disegnato le immagini. Cosa ti piace di più scrivere o disegnare?

Se mi chiedi di scegliere ti rispondo senz’altro disegnare, è il mezzo che mi è più congeniale e che mi viene più naturale, ma in fondo attraverso le immagini non raccontiamo delle storie?

Hai trovato maestri che ti hanno particolarmente aiutata durante la tua carriera con consigli, suggerimenti, veri e propri insegnamenti?

Sì. Il ruolo degli insegnanti secondo me è determinante per la formazione, non solo intesa come formazione nella materia da apprendere, ma anche come formazione dell’individuo attraverso i giusti stimoli, le domande e le critiche, anche quelle “crude”, se necessarie. Ricordo Elvira, maestra alle elementari che tra le prime mi ha appoggiato, sottolineando anche con mia madre la mia inclinazione artistica da coltivare. Ricordo il prof. d’arte alle medie, un vulcano di idee e preparatissimo, che mi ha sempre stimolato e appoggiato e che in un’occasione seppe criticare il mio lavoro in modo molto diretto, ma assai efficace per il mio miglioramento.
E anche negli anni del Liceo ricordo molti professori d’arte che mi hanno dato, con modalità differenti, insegnamenti importanti. Le famose “critiche costruttive” e gli apprezzamenti argomentati, sono state le cose che forse più mi hanno aiutato a fare uno scatto di crescita o a mettere meglio a fuoco la mia direzione. Insieme alla proposta di testi d’arte che sono fondamenti dell’educazione visiva, alle mostre e agli spettacoli teatrali con fantastiche visite al dietro le quinte, anche ai tempi dell’Università.
Infine gli insegnanti della scuola di animazione, che mi hanno dato anche un suggerimento semplice e vero: disegnare, disegnare, disegnare. Alla fin fine è solo così si acquisisce scioltezza, bravura e si “fissano” preziose idee.

Progetti per il futuro?

Adesso sono a lavoro sul secondo libro di Mortina, che dovrebbe uscire nella seconda metà di Marzo. Ne seguirà poi anche un terzo per questa estate, facendo diventare Mortina una serie di tre volumi. Il primo libro non era nato con questo intento, mi è stato proposto successivamente dall’editore e ho accettato volentieri di scrivere altre due storie, dato che sono molto affezionata al personaggio di Mortina. Saranno due avventure con un piccolo mistero da risolvere, in linea con l’ambientazione zombie, ma non più con Halloween. In ciascuna storia comparirà un nuovo personaggio.
E dopo il ciclo di Mortina, ho in fase embrionale un progetto come illustratrice con un editore americano con il quale ho già collaborato, ma che per adesso è in stand-by. Poi, come autore/illustratore (e questa è la modalità in cui mi sento meglio) ho diverse altre idee da sviluppare, staremo a vedere quali di queste prenderanno la luce!

:: I migliori consigli di scrittura dagli autori di libri di avventura a cura di Giulietta Iannone

26 novembre 2017

avventura

Credo che i romanzi di avventura stiano vivendo una riscoperta, sarà la crisi, il desiderio di evasione, di scoprire luoghi esotici, tesori, avventure entusiasmanti. Non credo sia solo una letteratura per ragazzi, come molti credono, anche gli adulti amano questo genere. Così ho chiesto ad alcuni scrittori che scrivo romanzi d’avventura quali sono i migliori consigli che darebbero agli autori che vogliono affrontare il genere. Ecco le loro risposte.

Marco Buticchi

Non ho mai creduto esistano ricette per costruire un buon romanzo di avventura. Se fosse vero, sarebbe sufficiente dosare sapientemente gli ingredienti per raggiungere la vetta del successo: ogni venti pagine una scena di sesso scatenato, ogni trenta un morto ammazzato e ogni cinquanta uno resuscitato, e il romanzo è fatto. L’effetto, invece, è quello di uno scritto costruito a tavolino: asettico, privo di forza, personalità e convinzione; senza anima. I primi ad accorgersene sono i lettori.
Sapete quale ritengo sia il segreto principe per una buona stesura? Quello di divertirsi ed essere i primi a stupirci per ciò che accade tra le pagine. Invece di sognare quanti ammalierete con le vostre parole, provate ad affascinare voi stessi con quello che state scrivendo, senza fronzoli e presunzioni. Affrontate ogni parola, ogni riga e ogni pagina con modestia: siete soltanto uno spettatore impotente di fatti che (auguriamoci) vi stanno travolgendo. Se non riuscite a stupire voi stessi, come pensate di tenere incollato un solo lettore alle pagine?
Armarsi di santa modestia – questo il secondo consiglio – non significa non osare: sono le grandi storie a farci sognare. Raramente ci appassioniamo per le vicende di esistenze comuni. Mentre sono le vite fuori dalla norma a scatenare la nostra curiosità.
Curate poi la forma: la lingua italiana è tanto bella quanto difficile. Non infilatevi in inutili virtuosismi lessicali. È già sufficientemente faticoso riuscire a spiegarsi correntemente con termini corretti.
Un romanzo non cresce nottetempo. Deve essere alimentato dal nostro quotidiano e assiduo lavoro. Se non avete voglia di scrivere, fate ricerche, correggete, rileggete. Ma non perdete il ritmo, altrimenti i tempi per finire il lavoro si allungano a dismisura.
Quando rileggete, non fatevi prendere da eccessivi entusiasmi. Siate freddi, critici e inflessibili: se una pagina non suona alle vostre orecchie, raramente potrà diventare sinfonia per quelle del lettore. Allora riscrivete, cambiate, tagliate sino a che non sarete convinti.
Affidate il vostro lavoro a occhi vergini che lo sappiano valutare senza lasciarsi annebbiare dagli affetti (in mancanza di professionisti anche quelli della zia professoressa andranno benissimo). Ascoltate sempre chi ha perso ore a leggervi: i suoi consigli sono comunque preziosi.
Non fidatevi mai di chi vi chiede denaro per pubblicare il vostro sogno: un autore che paga un editore è – diceva l’editore Mario Spagnol – un rapporto contro natura. La rete offre opportunità un tempo impensabili per la stampa di manoscritti: male che vada fate il conto di parenti e amici e regalate loro qualcosa di singolare.
Le case editrici sono quotidianamente sommerse dai manoscritti e raramente hanno il tempo di leggerli. Affidatevi a intermediari professionali per scardinare le roccaforti degli editori. Oppure fate come il sottoscritto: stampate a vostre spese il romanzo, distribuitelo nelle librerie e state a vedere che cosa succede. Se sono rose…
Pensate il meno possibile a platee sconfinate di lettori estasiati: se siete bravi e avete fortuna arriveranno anche quelle. Pensate invece che coronate un sogno e che lasciate una parte di voi per chi verrà. Questo dovrebbe essere sufficiente a sopire le aspettative più ambiziose. Se invece un giorno doveste raggiungere la vetta del successo, fate tesoro di quella modestia che vi ha condotto sino a lassù e, mentre guardate in basso, ricordatevi che l’onda non è facile da cavalcare. Allora non perdete tempo a elogiare voi stessi. Prendete carta e penna e ricominciate a scrivere con la passione di sempre.

Stefano Santarsiere

Un consiglio che rivolgerei a un autore che si accinge a scrivere un romanzo di genere avventuroso è quello, prima di iniziare l’impresa, di ‘sentire’ la storia. Nel senso di concentrarsi sull’idea centrale e verificare se accende l’urgenza di essere esplorata, sviluppata, trasformata in un libro. Deve scatenare un impulso simile all’eccitazione, alla frenesia di un amante impaziente di incontrare la persona amata. Solo così si ha la quasi certezza che l’idea, la storia che intendiamo raccontare, è in sintonia con la parte più profonda di noi.
Dico ‘quasi’ perché non basta avvertire l’urgenza, bisogna che essa resista al tempo. Perciò il mio ulteriore consiglio è: non mettetevi subito davanti al computer. Aspettate. Controllate se l’urgenza sopravvive ai giorni, se si affievolisce o addirittura si rafforza. Passate l’idea al vaglio del vostro senso critico, figuratevi le sfide narrative che comporta e se avete la forza di affrontarle, evocate il vostro editor interiore, quello che sogghigna o alza le spalle con degnazione davanti alle vostre scelte.
Se anche dopo questo setaccio l’idea è ancora lì che reclama la vostra attenzione, allora conviene raccoglierla, sostenerla. E abbracciarla.
Io ho iniziato la stesura de ‘La Mappa della città morta’ dopo un intero anno a fantasticare su questo esploratore morto nella giungla inseguendo un fantasma. Ci ho pensato spesso, a ogni ora del giorno e della notte, fin quando ho dovuto raccoglierne la voce e addentrarmi nella foresta.
Il resto della fatica l’ho affrontata sapendo che ne valeva la pena, almeno per me. Ed è già tanto.

Douglas Preston

The classic adventure novel takes ordinary human beings and puts them in extraordinary situations, where they are pushed to the limits of survival and find resources within themselves to overcome the enormous dangers and challenges they face. This is true of adventure and thriller stories from the Odyssey to King Solomon’s Mines to Treasure Island. The adventure novel explores not only exotic worlds but also human behavior at the extremes. Such novels often touch on the margins of evil—such as murder, war, violence, hatred, greed, and insanity.
But in addition, the great adventure novel, requires additional elements as well. First, you need a vividly realized and evocative setting, often exotic. You need characters who are well rounded and three-dimensional, not purely good or evil but mixed, as all human beings are. And you need good pacing. Pacing is crucial. One way to make sure you have structured your novel with good pacing is to make sure that every chapter advances the plot, no matter what else it does.
Those are the basic elements, in my view, of a great adventure novel. Of course, there are many other elements—surprise, good writing, bringing in the full range of senses, etc.

James Rollins

Becoming a published author basically boils down to a few key actions: Read, Write, Persist.
Read. Read everything in the genre in which you want to write, but don’t limit yourself. Read broadly. The best teacher of writing is a good book.
Write Every Day. Even if it’s only a few paragraphs, set aside some cracks in time to spoil yourself with the luxury of writing. If you write every day and read every day, your own skills will improve constantly. As you write and stumble on a scene or ponder some technique to develop character, you’ll find the answer in the next book you pick up and read. You’ll hear yourself constantly say, “Oh, that’s how you do that!” So let me repeat: The best way to learn to write is simply to read.
Be Persistent. Once you’re happy with your project, chuck that baby out and keep sending it out there until someone notices. Also allow the power of networking to help you: go to conventions, writing conferences, book signings. Talk to authors, agents, publishers. Sometimes this can be the back door into getting your own work noticed.
So there you have it: read every day, write every day, and persist in your dream.

:: Un’ intervista con Gilly Macmillan

24 novembre 2017

Era il mio migliore amicoSalve signora Macmillan. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuta sul mio blog. Ci parli di lei. Chi è Gilly Macmillan? Punti di forza e di debolezza.

Ciao! Grazie per avermi invitato sul tuo blog. Tra i punti di forza la persistenza, l’attenzione ai dettagli e l’immaginazione. Tra i punti di debolezza la procrastinazione, l’impazienza e una vera smodata passione per il ciocolato!

Raccontaci qualcosa delle tue origini, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una città del Regno Unito che si chiama Swindon con i miei genitori, un fratello, una sorella, cani e gatti. Durante i miei studi ero appassionata di molte materie ma la cosa che amavo di più era l’arte, specialmente lo studio della letteratura. Mi laureai in storia dell’arte quando andai all’Università e sono fermamente convinta ora – sebbene non ne ero consapevole a quel tempo – che la storia dell’arte mi ha insegnato come scrivere dato che trascorsi praticamente cinque anni imparando come tradurre in parole ciò che vedevo.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere fiction?

Sono stata una appassionata lettrice da quando posso ricordare. Non penso di aver trascorso un giorno della mia vita senza che abbia letto un libro. C’è stato un momento nella mia vita quando i miei figli hanno iniziato la scuola e non avevo un lavoro e pensavo perché non provare a vedere se potevo io stessa scrivere fiction? Ho pensato che sarebbe stato bellissimo se ci fossi riuscita, ma non avevo tutta quella fiducia. Fu una sfida che proposi a me stessa.

Quali sono le doti principali di uno scrittore?

Credo che un buon scrittore necessita di empatia e comprensione della natura umana, per prima cosa, perché il nostro lavoro è proprio portare il lettore nella mente delle altre persone. Un buon scrittore deve anche essere un buon osservatore e un buon ascoltatore così che possa creare un mondo in cui il lettore possa credere. E per fare questo, per prima cosa deve osservare.

Sono già usciti in Italia i libri 9 giorni e La ragazza perfetta. Ora è uscito Odd Child Out, il tuo mystery d’esordio, con il titolo Era il mio migliore amico. Qual è stato il punto di partenza che ti ha portato a scrivere il romanzo? Che tipo di ricerca è stata necessaria?

Il punto di partenza per me è stato la scena all’inizio del libro. E ‘stata la prima cosa a cui ho pensato e penso che il titolo italiano renda bene il concetto di quale sia il tema centrale del romanzo. Stavo pensando di scrivere una storia sull’amicizia e mi chiedevo come sarebbe stato se un evento misterioso ma traumatico avesse lasciato due migliori amici in una situazione in cui uno di loro non può parlare di quello che è successo – in questo caso perché è in coma – e dove l’altro non ne parla, anche se il lettore non sa perché. Vivo a Bristol, dove è ambientato il libro, e la conosco molto bene, quindi la più grande sfida che ho avuto in termini di ricerca è stata quella di cercare di rendere giustizia ai miei personaggi che hanno viaggiato dalla Somalia per crearsi una nuova vita nel Regno Unito. Ho fatto molte letture e ricerche online per cercare di ottenere questo effetto. Ero particolarmente interessata a trovare resoconti in prima persona dell’esperienza dei rifugiati, e ho anche visitato un centro per rifugiati a Bristol. Ho fatto molte ricerche sulla storia della Somalia, quindi il mio resoconto del background della famiglia Mahad, e in particolare le ragioni della loro fuga dalla Somalia, potrebbe essere davvero veritiero.

Il tuo romanzo parla di legami familiari e dell’amicizia tra un ragazzo inglese e un ragazzo immigrato di origine somala. Come hai sviluppato questi temi?

Ho sempre amato le storie di amicizia, e penso che tra di esse le più interessanti siano quelle in cui gli amici provengono da contesti differenti. Volevo che i ragazzi del mio libro fossero adolescenti perché l’amicizia tra adolescenti può essere particolarmente intensa. Una volta stabilita l’identità dei due amici che sono al centro del romanzo, mi sono interessata alle loro famiglie, a come l’evento che coinvolge entrambi i ragazzi all’inizio del romanzo avrebbe avuto un impatto e un coinvolgimento su di loro, così come sui ragazzi. I rifugiati e l’immigrazione sono un argomento politico così importante e con una retorica così radicale e spesso negativa, che volevo davvero raccontare una storia molto personale come contrasto.

Quanto hai impiegato a scrivere il romanzo?

Ci ho messo 18 mesi, che è più di quello che avevo pianificato. Solitamente scrivo un libro in un anno. L’argomento delicato al centro del romanzo mi ha spinto a trascorrere più tempo di quanto solitamente faccia di solito sia nel raccontare la storia che nello sviluppare i personaggi. Alla fine spero di aver raccontato la storia con empatia. Se il lettore percepisce questo, allora il tempo extra trascorso sul libro varrà oro.

Parlaci dei personaggi principali.

Noah Sadler e Abdi Mahad sono due ragazzi di quindici anni, uno il migliore amico dell’altro. Noah è un ragazzo bianco, è nato e cresciuto a Bristol. La sua famiglia è economicamente molto benestante. Noah non è del tutto privilegiato, però, perché ha sofferto di cancro a fasi alterne da quando era un ragazzino. Abdi è nato durante il viaggio fatto dalla sua famiglia dalla Somalia in Europa, mentre fuggivano dalla violenza della guerra civile somala. I ragazzi si incontrano in una scuola privata in cui Noah la frequenta poiché suo padre è andato lì, mentre Abdi la frequenta perché ha vinto una borsa di studio. Sono inizialmente attratti l’un dall’altro perché ognuno si sente diverso dagli altri ragazzi e la loro amicizia si sviluppa da questo. Entrambi sono intelligenti, entrambi vogliono fare bene e per entrambi i ragazzi la famiglia è estremamente importante.

Cosa ti è piaciuto di più durante la stesura del libro?

Adoravo creare un thriller con al centro un’amicizia e ho amato tessere tutti i segreti, le storie e le tensioni delle famiglie dei ragazzi. Anche l’opportunità di apprendere in dettaglio cose su un’altra cultura attraverso la mia ricerca è stata sorprendente. Il 99% di ciò che ho letto non è incluso nel libro, ma è stato affascinante conoscere la Somalia e la sua storia.

Ci sono progetti cinematografici in vista? Se Hollywood decidesse di farne un film, chi vedresti bene nelle parti di Noah, Abdi e del detective Clemo?

Non ancora, ma sarebbe fantastico se succedesse un giorno! Per la parte di Clemo ci vedrei bene Andrew Scott o Rafe Spall. Noah e Abdi sono così giovani che amerei vedere recitate le loro parti da attori anche sconosciuti e pronti a cogliere l’opportunità di farsi conoscere dal grande pubblico.

Era il mio migliore amico ha ricevuto il plauso dei blogger, delle riviste letterarie, dei giornali, degli altri scrittori, tra le altre cose, come tutti i tuoi romanzi. Credi nel potere del passaparola?

Ci credo, probabilmente perché amo quando qualcuno mi raccomanda un libro. Sono sempre molto grata per le parole positive spese per un mio libro, da chiunque provengano. Quando scelgo un libro spesso vado a vedere cosa i recensori e i blogger ne hanno scritto. E’ una cosa bellissima se leggi recensioni positive ed è anche fantastico se anche i lettori l’ hanno accolto positivamente. Il passaparola può essere molto potente e non conosco un singolo scrittore che non sia grato di scoprire che un suo libro sia stato raccomandato a qualcuno.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono alcuni dei tuoi scrittori preferiti? Chi ritieni abbia influenzato la tua scrittura?

Sono stata influenzata soprattutto da James Lee Burke, i cui gialli di Detective Robicheaux mi hanno mostrato che potevo scrivere trame elettrizzanti e personaggi che esplodevano letteralmente dalla pagina e combinarli con uno straordinario senso dei paesaggi e della scrittura che può essere brutale ma anche a volte intensamente lirica. Anche la serie del Detective Rebus di Ian Rankin mi ha influenzato, così come i libri di Linwood Barclay. Leggo molto e sono influenzata da molti stili di scrittura e generi diversi. Alcuni dei miei scrittori preferiti sono Gabriel Garcia Marquez, P.D. James e Ruth Rendell. Ma ce ne sono molti altri…

Cosa stai leggendo in questo momento? Puoi consigliarci alcuni thriller inglesi scritti da donne?

Sto leggendo The Trouble with Goats and Sheep di Joanna Cannon. E’ un mystery ambientato durante l’ondata di caldo che abbiamo avuto nel 1976 in Inghilterra. Non è tanto un thriller piuttosto è una storia di crescita raccontata da una ragazza, ma ha anche un mistero al centro di tutto. Per i thriller inglesi di autori femminili consiglierei qualsiasi cosa di Sophie Hannah, Tana French o Robert Galbraith (che suona come un nome maschile, ma è, ovviamente, il nome d’arte dei thriller di J.K. Rowling).

I due migliori consigli che daresti agli scrittori di thriller

  • (i) Alla fine di ogni pagina che scrivi, chiediti quanto segue e rispondi onestamente: se stavo leggendo questo libro, vorrei girare la pagina? Se la risposta è “no” o “non sono sicuro”, devi riconsiderare ciò che hai fatto.
  • (ii) Tieni i nervi saldi. Ci vuole molto tempo e molte revisioni per scrivere un buon thriller. Devi essere concentrato.

Ti piace fare un tour promozionali? Dì ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Li adoro! È un tale piacere e un privilegio incontrare lettori, librai, giornalisti ed editori di tutto il mondo. A volte le differenze linguistiche o culturali possono portare ad alcune domande divertenti durante le intervista, ma penso che sarebbe sbagliato da parte mia darti qualche dettaglio! La sfida più grande è quella di affrontare un volo molto lungo, in un fuso orario molto diverso, e apparire qualche ora dopo, fresca e pronta per discutere del tuo lavoro in modo intelligente!

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Al momento non ci sono piani per farlo, ma se dovessi essere invitata, sarei lì in un lampo! Amo l’Italia e ho trascorso molte vacanze esplorando il tuo bellissimo paese.

Infine, l’inevitabile domanda: su cosa stai lavorando ora?

Ho appena terminato la prima bozza del mio quarto libro e attualmente sto lavorando alle modifiche. Si chiama Time to Tell ed è la storia di un uomo di nome Cody Swift che torna a Bristol dopo una lunga assenza per intervistare l’assassinio ventitreenne dei suoi due migliori amici per un podcast. Il podcast è presente per tutto il libro. Sentiamo anche la storia del detective coinvolto nell’inchiesta originale. Ha anche un caso in corso che può o non può far luce sul passato. L’ultimo pezzo del puzzle viene dalla storia della madre di uno dei ragazzi assassinati. Ho adorato scrivere questo libro e sono entusiasta di condividerlo con i lettori il prossimo anno!

:: Un’ intervista con Pietro De Sarlo

24 novembre 2017

1Benvenuto Pietro e grazie per aver accettato questa intervista. Presentati ai nostri lettori, raccontaci qualcosa di te, del tuo lavoro. Quali sono le tue origini? Chi è Pietro De Sarlo?

Grazie a te per il tempo che mi dedichi.
Quando devo presentarmi a qualcuno non so mai esattamente come farlo perché ho fatto e sono tante cose. Innanzi tutto, come direbbe Flaiano, sono un giovane con un brillante futuro dietro le spalle. Nel senso che mi avvicino alla fase più matura della vita con una importante storia professionale che ormai volge verso il termine naturale. Coltivo tante passioni, la vela, la motocicletta e lo sci e, soprattutto, l’impegno sociale e civile che si estrinseca oggi principalmente nella attività di opinionista. Nel passato recente c’è un tentativo in politica per mettere al servizio della mia terra di origine la mia esperienza e le relazioni maturate in tanti anni di carriera. Purtroppo, spero a torto, mi sono convinto che la politica non sia fatta per le persone per bene a causa delle attuali dinamiche di creazione del consenso. La stessa gratuità dell’impegno civile, una sorta di obbligo morale di restituzione alla società delle esperienze maturate e delle fortune avute nella vita, assolutamente normale nei paesi di cultura anglosassone, viene invece visto con sospetto in Italia.

La Lucania è la tua terra. Descrivicela, parlaci dei suoi mali e dei suoi tanti lati positivi.

La Lucania ha sole, vento, acqua, bellezze naturali e paesaggistiche enormi e un sottosuolo ricco di petrolio e gas. Inoltre si trova in una posizione geografica strategica di grande potenziale, essendo il baricentro fisico del Sud Italia e la cerniera tra il tacco e la punta dello stivale.
Già nel 1860 Racioppi e D’Errico, grandi intellettuali risorgimentali lucani, individuarono nella carenza infrastrutturale i limiti per lo sviluppo economico e sociale della regione. Mutatis mutandis nulla è cambiato. Nel 2010 ho pubblicato un saggio in cui dimostravo come lo sviluppo della Basilicata sia possibile e come per questo sia indispensabile il raccordo con lo sviluppo del porto di Taranto che, potenzialmente, potrebbe competere con i porti di Rotterdam e Anversa del nord Europa e diventare il motore economico dell’intero Mezzogiorno.
Per contro l’assenza di un vero e proprio ceto intellettuale, il familismo amorale, mai superato e che anzi sta diventando l’atteggiamento dominante non solo in Lucania ma in tutto il Paese, e l’individualismo, che è una caratteristica saliente della cultura italiana come spiega bene Max Weber (L’etica protestante e lo spirito del capitalismo), genera un ceto politico sostanzialmente indecente.
Basta vedere come il petrolio, da grande opportunità, si sia trasformato in un vero e proprio incubo provocando una emergenza economica, sociale e ambientale spaventosa. Tre “suicidi” legati agli ambienti estrattivi in Val D’Agri negli ultimi 10 anni, episodi di intimidazione mafiosa, fenomeno fino a poco fa sconosciuto in Lucania, inquinamento fuori ogni controllo pubblico e causa di incrementi di malattie tumorali. Dulcis in fundo nelle zone dove si estrae petrolio lo spopolamento e la disoccupazione sono maggiori persino di quelle del resto della Basilicata.

Ingegnere, manager di successo, opinionista, politico e ora scrittore. Come è nato il tuo interesse per i libri e la scrittura?

Non sono un grande oratore e poi rifiuto l’idea che possa contenersi tutto in un tweet di 280 caratteri. Una cosa è la sintesi e un’altra la banalizzazione. L’interpretazione dei fatti richiede analisi e solo dopo la sintesi. Non possono essere, l’una e l’altra, spiegate in due righe e quindi la dimensione che mi è più congeniale per divulgare il mio modo di vedere le cose è quella degli articoli e dei libri.

Parliamo adesso del tuo libro “L’Ammerikano” edito da Europa Edizioni. Una storia di emigrazione, di ricerca delle origini e della propria identità. E’ il tuo romanzo d’esordio, in che misura è autobiografico?

Credo che tutti i romanzi siano in qualche modo autobiografici. C’è sicuramente l’avere sviluppato la mia vita fuori dalla mia terra di origine, tra Roma e Milano, e questo non mi fa sentire veramente a casa in nessun luogo. C’è parte della storia della mia famiglia. Una importante famiglia della tradizione lucana con filosofi, avvocati, viceré e beati. Ci sono i luoghi della mia infanzia con il mio Monte Saraceno, che è San Chirico Raparo, e Senise, il paese di mia nonna Giovanna Barletta. Ci sono le storie della mia comunità e della emigrazione del primo ‘900 e degli anni settanta e del mio impegno in politica. Ma tutto questo è sullo sfondo di un intreccio che credo sia originale e che è interamente frutto della mia fantasia.

Parlaci del tuo protagonista. Come hai costruito questo personaggio?

In realtà i personaggi sono due, come due sono i romanzi.
Il primo è un romanzo di formazione dove l’Ammerikano, Wilber Boscom, è un essere solitario, figlio della contemporaneità post moderna e post industriale, che compie il suo personale e dolente viaggio per sfuggire al proprio destino.
Il secondo è invece un romanzo corale con Vincenzo Ametrano, lontano parente di Wilber Boscom e suo antagonista, e la sua comunità incapace di ribellarsi e di sfuggire al proprio declino. Una comunità che langue e che esprime l’immutabilità di un ambiente ottocentesco, che con i suoi riti e le proprie piccole false certezze rifiuta la modernità. Come nel Ciclo dei Vinti di Giovanni Verga.
Le due storie si intrecciano tra loro, come i tralci di una vite, formando, per contrasti tra ambienti e personaggi un unicum indistinguibile. Avevo bisogno di questi personaggi e intrecci per spingere il lettore a riflettere sulla nostra contemporaneità e sulle cause profonde per cui il nostro Paese, e la mia regione, invece di progredire scivola verso una colpevole rassegnazione. Come l’abbandono dei nostri borghi montani, ricchi di stupefacenti architetture, di storia e tradizioni e dove risiede la nostra cattiva coscienza perché ce ne ricordiamo solo in occasione dei terremoti.

Il tuo essere meridionale, un uomo del Sud, in che misura ha inciso sui temi da te trattati? Pensi che il Meridione abbia ancora tanto da offrire anche a livello culturale, sociale politico?

La cosa peggiore che è capitata al nostro Paese è proprio la rinuncia inspiegabile al rilancio e allo sviluppo del Sud Italia e del Mezzogiorno che sembra scomparso dai radar della politica.
Abbiamo affrontato le sfide della globalizzazione con il mito del localismo.
Abbiamo affrontato le sfide della informatizzazione e stiamo affrontando ora quelle della robotica immaginando di spostare tutta la competizione sul costo del lavoro e tagliando pensioni, welfare e diritti.
Non abbiamo, da trenta anni a questa parte, maturato una visione sul ruolo del nostro Paese nel mondo e di come sviluppare la nostra economia. L’incultura domina tutti i ceti e tutti i livelli della dirigenza del Paese. Se conoscessimo un po’ meglio la nostra storia capiremmo che il Mediterraneo, parafrasando Henry Pirenne, si sviluppa e prospera quando pullula di traffici e che il Medio Evo è nato proprio perché il Mediterraneo si era ridotto a un lago stagnante.
Se leggessimo le rotte e i commerci mondiali di oggi con la visione di Marco Polo scopriremmo che lo sviluppo delle Cina e dell’estremo oriente avrebbero consentito uno sviluppo enorme al Sud Italia, e al resto del Paese. Su queste rotte avremmo capito anche le ragioni della nostra unità nazionale, scoprendo, per esempio, gli indissolubili legami tra il Veneto e Venezia con il versante adriatico e ionico del Sud Italia.
I cinesi volevano investire sul porto di Taranto e noi li abbiamo ignorati spingendoli a farlo al Pireo. I cinesi hanno lanciato un piano da un trilione e mezzo di dollari per la realizzazione delle nuove vie della seta, quelle di Marco Polo appunto, e un nostro ministro, Giulio Tremonti, chiedeva di introdurre invece dazi sulle importazioni dalla Cina. Ora solo una infinitesima parte degli investimenti cinesi passerà per l’Italia e la responsabilità di questo è solo nostra.
La storia giudicherà i danni enormi provocati dal localismo, come ricetta per la soluzione dei nostri mali e che ancora oggi qualcuno osa riproporre, e i padri politici di questa cultura saranno additati come i responsabili principali del declino del Paese.

In un’ Italia in cui si legge sempre meno. In cui si fa fatica a portare avanti progetti culturali di qualsiasi genere, cosa ti ha dato l’impulso per scrivere un libro? Vuoi lasciare traccia del tuo vissuto alle nuove generazioni?

Se vuoi perdere un amico gli devi prestare dei soldi, oppure rubargli la donna o dirgli: ho scritto un libro, leggilo. Dei tre sistemi l’ultimo è infallibile.
Siamo un popolo di scrittori ma non di lettori. Però guardando i trenta metri lineari di libreria che ho tra la mia casa di Roma e quella di San Chirico Raparo, letti quasi tutti tranne le enciclopedie, mi sono detto che mi ero guadagnato il diritto a pubblicare. Poi sento il bisogno di comunicare le mie esperienze. Il mio modo di vedere le cose è ampiamente minoritario e sempre contro corrente. Questo non per un vezzo ma per necessità. Solo per fare un esempio tutti additano il nostro debito pubblico come la causa dei nostri mali. Per me è invece la conseguenza di tutti i nostri mali. Tutti parlano di ridistribuzione del reddito, per me occorre ridistribuire il lavoro e le opportunità. Ha senso avere una generazione che lavora dai 14 anni ai sessantasette anni per 40 ore settimanali e intere generazioni che non avranno mai una occupazione stabile e continuativa? Occorre, a mio modo di vedere, ripensare il nostro modello di società e occorre urgentemente un piano di infrastrutture fisiche, amministrative e culturali al servizio di una visione di sviluppo del Paese. Abbiamo il 35% di occupati, contro il 51% della Germania, un rapporto tra lavoratori e pensionati di 1,5 a 1, contro il 2,1 della Germania e nel 2040 avremo 8 milioni di italiani in più con una età superiore a 65 anni e 8 milioni di italiani in meno con una età inferiore ai 65 anni. Con questi numeri pensiamo veramente che con i pannicelli caldi dei tagli alle pensioni, il job act e le regalie di 80 euro il Paese si salvi o che si salvi togliendo certezze e diritti a qualcuno invece di fare in modo di estenderli a tutti?
Abbiamo urgente bisogno di una visione come quella di Roosevelt con il New Deal, di Marshall per la ricostruzione post bellica o di Koll con l’unificazione delle due Germanie.
Invece siamo dominati da trenta anni da un ceto dirigente esperto solo di contabilità che ritiene che il mondo evolva con le tavole del Brasca o quelle di mortalità e leggono la sociologia e l’economia con questi filtri. Peggio ancora chi pensa di risolvere i problemi con le categorie intellettuali del novecento o con i modelli macro econometrici. Il mio modo di vedere le cose è talmente minoritario che mi sento solo come un naufrago e con i miei libri mando il mio messaggio nella bottiglia per vedere se qualcun altro lo raccoglie: vox clamantis in deserto!
Poi nella mia vita, fatta di tanti viaggi e spostamenti, i libri mi hanno sempre fatto buona compagnia e spero che L’Ammerikano faccia buona compagnia a qualcuno.

Vuoi essere uno scrittore di intrattenimento o vuoi mandare un messaggio più profondo ai tuoi lettori?

La mia più grande ambizione di scrittore è di divertire facendo però riflettere.

Quale è la tua scena preferita di L’Ammerikano? Quella che scrivendola ti sei detto: ecco era esattamente così che volevo risultasse.

C’è un punto in cui mi sono esplicitamente rifatto al teatro di Edoardo De Filippo e è nella scena che si svolge nel negozio di Vincenzo Ametrano in cui arrivano in sequenza i maggiorenti del paese per cercare una raccomandazione. Forse è quella.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Mi sono formato con i romanzi del novecento: Verga, Deledda, Pirandello, Silone, Cassola, Svevo, Pratolini e tanti altri. Poi leggo molto di storia, economia e in entrambi i campi preferisco gli autori stranieri: Pirenne, Mack Smith, Galbraith, Taylor, Porter, Florida, Kotter, eccetera. Poi i romanzi gialli di ogni latitudine più alcune letture obbligatorie. Joyce per esempio, anche se l’ho letto a pezzi e non sono mai riuscito a amarlo e a leggerlo per intero. Mi piace poi l’accuratezza e il rigore scientifico nelle ambientazioni come fa Melville, per esempio, e che ho fatto con l’Ammerikano studiando la storia e ricercando e verificando le nozioni che rendono possibile lo svolgimento della trama. Ma sopra tutti il mio vero maestro è stato al ginnasio, dai salesiani, il mio insegante di lettere: don Petrosino.

Cosa stai leggendo attualmente? Quale è il libro sul tuo comodino?

La colonna di Fuoco, di Ken Follett e Solo Andata, un saggio di Marco Ponti. Poi ho letto di recente, e ho recensito ( qui ), Avanti di Matteo Renzi.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Continuerai la strada della narrativa?

L’Ammerikano ha vinto due premi letterari, ha avuto una trentina di recensioni di cui solo una negativa, due così e così e il resto tra il buono e l’entusiastico. Sta anche avendo un buon successo di vendite.
Ho quasi timore di scrivere un nuovo romanzo e sarei tentato di fermarmi qui. Invece amo le sfide e ho quasi ultimato un thriller ambientato a Roma a sfondo politico. Ancora una volta un libro con una doppia lettura: quella letterale del giallo e quella sui motivi del declino del nostro Paese. Un equilibrio difficilissimo da trovare senza scadere nel banale. Poi il sequel dell’Ammerikano, richiestomi da molti lettori, il prequel che vorrei ambientare nel periodo dell’Unità d’Italia. Infine un romanzo su una storia vera: un efferato delitto avvenuto in Lucania subito dopo la prima guerra mondiale. Per tenermi in allenamento ho scritto dei racconti di viaggio, ancora da completare, che si possono leggere sul mio blog e che, forse in futuro, faranno parte di un libro.
Come vedi sono destinato a perdere molti amici!

:: Un’ intervista con Antonio Zoppetti

23 novembre 2017

diciamolo in italianoBentornato sul nostri blog, ci siamo conosciuti tanti anni fa, ricordo a Milano abbiamo preso un caffè in piazza Duomo, sei tra i pochi che mi conosce personalmente. Poi ti abbiamo intervistato per il blog, chi fosse curioso può trovare qui la vecchia intervista. Ti ritrovo paladino della lingua italiana e della sua purezza lessicale. Una domanda a bruciapelo: l’italiano, nella tua esperienza di docente e di scrittore, è davvero in pericolo?

Prima di tutto credo sia necessario chiarire un equivoco: non sono affatto un paladino della purezza della lingua, e ci tengo a sottolineare che non c’è nessun “purismo” nelle mie ricerche. Storicamente, il purismo si è sempre opposto ai neologismi e ha rappresentato un freno all’evoluzione della lingua, che invece, essendo viva, ha bisogno di evolversi e arricchirsi. Per questo ritengo che l’italiano sia effettivamente in pericolo: perché non è più capace di evolvere e di stare al passo con i tempi. Invece di creare parole nuove per le cose nuove, non fa altro che importare termini inglesi, senza tradurli, senza adattarli, e preferendoli spesso anche nel caso esistano gli equivalenti italiani. Il mio allarme, però, non come i tanti che sono stati lanciati in passato, è basato sui numeri e su una ricerca inedita: negli ultimi 30 anni gli anglicismi senza adattamento registrati dai dizionari sono più che raddoppiati (dai 1.600 circa del Devoto Oli 1990 ad almeno 3.400 del 2017), come è aumentata la loro penetrazione nel linguaggio comune (un tempo erano soprattutto tecnicismi, oggi no). La cosa più preoccupante riguarda i neologismi. Stando a Devoto Oli e Zingarelli, quasi la metà delle parole nuove del nuovo Millennio è in inglese (se si aggiungono i semiadattamenti come whatsappare, googlare, downloadare… le percentuali salgono). Insomma, il rischio è che presto ci mancheranno le parole italiane per esprimere le novità e saremo costretti a parlare in itanglese. Ciò è già successo in vari ambiti come quello del lavoro o in vari settori della scienza e della tecnologia. A rischio, però, c’è soprattutto il lessico, cioè le parole che usiamo, e non la struttura della nostra lingua e la sintassi. Questo va precisato. Ma dal punto di vista lessicale, dallo spoglio dei dizionari, emerge che ormai il 4 o 5% dei sostantivi che abbiamo per esprimere le cose è costituito da anglicismi senza adattamento. E se questa crescita non cambia, intorno al 2050 potrebbero rappresentare il 10% dei nostri sostantivi.

Una volta erano i latinismi, o i grecismi molto diffusi, ora è l’inglese la lingua dei detentori del potere economico, politico e anche culturale. E’ un senso di sudditanza che ci spinge, anche inconsciamente, a usare più anglicismi di quanto sia strettamente necessario?

Certamente! Abbiamo un complesso di inferiorità nei confronti dell’inglese, e preferiamo usare termini inglesi, o più precisamente angloamericani, perché ci vergogniamo di adattarli come si faceva un tempo (rivoltella da revolver), di tradurli (bistecca e grattacielo da beefsteak e skyscraper) e addirittura preferiamo l’inglese come sostituto di parole esistenti: stiamo dicendo sempre più competitor al posto di competitore, o mission, vision… Controllavo le frequenze di pusher sui giornali e ho visto che ormai ha rimpiazzato abbondantemente spacciatore. Parole come tesserino al posto di badge arrancano, e mi chiedo se oggi si possa ancora parlare di un completo al posto di un outfit, o di trucco e di truccatrice, invece che di make up e make up artist o se non siano ormai termini da “vecchie signore cotonate”, come mi è stato fatto notare.

Per fare il punto sull’ invasione degli anglicismi nell’ italiano hai scritto da poco un libro: Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla (prefazione di Annamaria Testa), Hoepli 2017. Raccontaci la sua genesi, cosa ti ha spinto a scriverlo?

Volevo pubblicare uno studio sull’italiano del nuovo Millennio, alla ricerca di come stia cambiando la nostra lingua ed era quello il mio scopo, ma arrivato a scoperchiare il problema degli anglicismi, che rappresentano solo una parte di questo cambiamento, mi sono fermato perché mi sono reso conto di qualcosa che non era mai stato conteggiato. Paradossalmente, sono partito dalla convinzione che gli anglicismi non fossero affatto un problema, seguendo le teorie di De Mauro e di illustri studiosi “negazionisti”, ma approfondendo e contando mi sono reso conto che le cose non erano così. Se nel 1980, secondo lo stesso De Mauro, c’erano solo una decina di anglicismi che facevano parte delle parole di base, oggi sono decuplicati, e nell’aggiornamento dello stesso dizionario se ne contano 129. Quelli che un tempo erano tecnicismi di bassa frequenza, nella bocca degli addetti ai lavori (benchmark, spread…) oggi sono nelle orecchie di tutti. E allora ho approfondito e pubblicato nuovi numeri e dati, e ritengo che dopo questo libro le tesi dei negazionisti, che avevano un perché sino a 30 anni fa, non siano più sostenibili.

Tutte le lingue hanno origini meticce, molte parole derivano dal francese, dal tedesco, dall’arabo, dalle lingue slave. Studiando queste origini si può studiare le influenze che alcune culture hanno avuto sulle altre, si possono studiare le migrazioni dei popoli, si può studiare la storia dell’umanità. Non è affascinante, non è un arricchimento, invece che una mera forma di colonialismo culturale? E’ solo proprio l’inglese che ha una massività fuori controllo?

Questo che tocchi è un argomento fondamentale su cui però si fa spesso molta confusione. La lingua di Dante è stata influenzata dalla lingua d’oc e d’oïl, e includeva latinismi, gallicismi, parole ebraiche, arabe e di altre origini ancora, che sono state tutte italianizzate. È sull’adattamento che va spostata la questione. Sulla necessità sacrosanta di “accattare” parole di altre lingue, per dirla con Machiavelli, hanno insistito linguisti e pensatori di ogni epoca, da Ludovico Muratori fino ad Alessandro Verri, che nella sua solenne “rinunzia”, pubblicata sul Caffè, al vocabolario della Crusca (che voleva ingessare l’italiano alla lingua del Trecento e dei classici) scriveva che avrebbe usato qualunque parola, francese, tedesca, inglese, turca, greca, araba o sclavone, se se italianizzandola fosse servita. Lo stesso concetto che si trova in Leopardi. E allora cosa accomuna le posizioni dei più accesi puristi fustigatori dei barbarismi e quelle dei più aperti e moderni sostenitori di francesismi, anglicismi e internazionalismi di ogni epoca? Il fatto che nessuno si è mai sognato di fare entrare nel nostro lessico migliaia e migliaia di forestierismi non adattati. Oggi, in gioco, non c’è una questione di principio, non c’è alcun opporsi all’inglese per purismo o antipatia. È un problema di numeri e di sproporzioni preoccupanti che hanno snaturato il nostro lessico. I francesismi non adattati sono meno di 1.000, nei dizionari, e il francese ci ha influenzati attraverso substrati linguistici secolari, dal provenzale ai tempi di Dante, sino all’epoca delle invasioni, l’Illuminismo, l’età napoleonica e la Belle époque. Anche i substrati secolari dello spagnolo hanno lasciato poco più di un centinaio di parole non adattate. Tutte le altre sono state perfettamente assimilate e integrate nel nostro sistema senza traumi. Dallo spagnolo ci arrivano i tanti nomi che terminano in –iglia (bottiglia, pastiglia, maniglia, quadriglia) oppure caramella, torrone, appartamento, borraccia, dispaccio, cordigliera, mattanza… Il francese ci arricchiti con quasi tutte le parole che terminano in -zione (emozione, precisazione, rivoluzione), in –ismo, –ista, –aggio (illuminismo, materialista, libertinaggio…). Ecco, questo è l’arricchimento: parole nuove che si adattano alla nostra fonetica, alle nostre regole, ai nostri suoni. L’inglese sta invece colonizzando il nostro lessico con suoni estranei, parole che si scrivono e pronunciano in modi che snaturano e scardinano il nostro sistema, e soprattutto con una pervasività che cresce esponenzialmente e che ha già portato all’itanglese in certi ambiti e che porterà all’itanglese anche nel linguaggio comune, se non ci riappropriamo della capacità di creare neologismi e adattamenti, e se non la smettiamo di pensare che l’inglese sia una lingua superiore alla nostra. Stiamo attuando quella che ho chiamato la “strategia degli etruschi”, che si sono sottomessi spontaneamente alla cultura romana sino a scomparire.

Ricordo che ci sono paesi molto “campanilisti” lessicalmente, soprattutto mi viene in mente la Francia, parole come computer, ormai comunemente usata anche da chi non è un cultore sfegatato degli anglicismi, è l’ordinateur. Solo in Italia non c’è questo spirito di difesa del proprio patrimonio linguistico? E’ finito il tempo in cui l’italiano era per esempio la lingua della lirica?

L’italiano è stato il modello culturale dominante durante il Rinascimento, la nostra epoca d’oro, quando ci siamo imposti in tutto il mondo anche linguisticamente non solo nella musica (fuga, sonata…), ma anche nell’arte (affresco, architrave, balcone, chiaroscuro, facciata…). Ma quei tempi sono passati e lontani e oggi esportiamo marchi come Eataly o Slow food. Molti dei nostri antichi termini internazionali oggi rientrano nell’italiano dall’inglese, ma purtroppo solo dopo un adattamento linguistico che li trasforma in suoni d’oltreoceano. Pensiamo a una delle nostre eccellenze: il design. Il termine deriva dal nostro disegno, che però non possiamo più utilizzare in questo senso. E lo stesso si può dire di schizzo, che è diventato sketch e ci ritorna così nel suo significato di scenetta teatrale invece che dipinta; maschera ha generato mascara e ci ritorna così, persino novella, che entra nell’inglese grazie al Boccaccio con il significato di romanzo, oggi ritorna nelle graphic novel all’inglese, mentre in spagnolo si dice novela gráfica, e in francese roman graphique. Nella Costituzione francese c’è scritto che il francese è la lingua istituzionale, e nessun politico potrebbe varare act invece di leggi o introdurre spendig review, ministeri del welfare o garanti della privacy, da loro. In Spagna operano almeno 20 accademie per mantenere l’uniformità linguistica dello spagnolo in tutti i Paesi dove si parla, e tra le loro attività c’è proprio la diffusione e la circolazione delle alternative autoctone agli anglicismi. Il dizionario panispanico dei dubbi è un manuale che ogni giornalista tiene sulla scrivania e consulta, e alla sua presentazione ufficiale erano presenti tutti i mezzi di informazione, che, consapevoli dell’enorme responsabilità che hanno nella diffusione della lingua, si sono impegnati a non abusare degli anglicismi, per citare Gabriele Valle. Da noi i giornali e la televisione, che un tempo hanno contribuito all’unificazione della lingua, oggi la stanno distruggendo, e sono considerati da molti studiosi i maggiori “untori” delle parole inglesi.

Mio fratello mi faceva notare, ne è nato un dibattito in famiglia, che hai usato molti numeri e dati statistici. Hai utilizzato un rigoroso criterio scientifico? Quanto tempo hai impiegato a raccogliere tutti i tuoi dati?

Nel 1992 ho curato il riversamento elettronico del primo dizionario digitale italiano, il Devoto Oli 1990, la prima opera che consentiva un’analisi linguistica automatizzata. Sono partito dall’estrazione dei circa 1600 anglicismi dell’epoca, e poiché questo primo prototipo ha avuto scarsa circolazione, i dati in mio possesso erano praticamente inediti, nessuno li ha mai analizzati prima. Ho confrontato questi dati con quelli di Devoto Oli e Zingarelli 2017, e così ho potuto non solo quantificare l’aumento degli anglicismi, ma anche smontare la tesi dei negazionisti che sostengono che gli anglicismi siano soggetti ad obsolescenza rapida e passino di moda. Questi argomenti però non sono basati su alcuno studio basato sui numeri. Confrontando gli anglicismi del 1990 e quelli del 2017 e ho scoperto che mentre ne sono entrati quasi 2.000 nuovi, quelli usciti sono solo 87! Ma poi le mie ricerche si basano anche sui dizionari delle parole di base di De Mauro, sui grafici di Ngram che permettono di vedere le frequenze delle parole nei libri indicizzati da Google, e anche sugli archivi digitali dei giornali. Ho usato tutti gli strumenti attualmente a disposizione, e l’ho fatto in modo rigoroso, visto che un tempo ho avuto la fortuna di conoscere e di lavorare con il padre mondiale della linguistica computazionale, Roberto Busa, e che mi occupo di analisi linguistiche digitali dagli anni Novanta. In sintesi, la mia ricerca e i miei conteggi si sono svolti in circa 6 mesi di ricerche, ma alle spalle avevo decenni di esperienze pregresse. Sulla “scientificità” e il rigore dei numeri che ho presentato sto aspettando che qualcuno si faccia avanti per smontarli, se ne è capace. Sarei ben lieto di discuterne e di difendere le mie ricerche, ma per il momento nessun negazionista mi ha affrontato su questo terreno. Li invito a farlo. I miei dati sono pubblici e controllabili, e sono scientifici proprio perché sono in teoria falsificabili.

A un certo punto dici che gli anglicismi spesso arrivano propagati dai media, e in molti casi scompaiono perché non riescono ad acclimatarsi e entrare nei dizionari. Dunque la lingua è un’entità viva, in costante movimento, giusto?

Certo che la lingua è un’entità viva, ma proprio per questo si può ammalare e anche morire se non si sa adeguare ai cambiamenti storici. Se l’adeguamento di fronte alla modernità e alla tecnologia significa usare l’inglese non c’è futuro, e l’italiano di domani sarà l’itanglese. Comunque non bisogna confondere gli anglicismi incipienti e circolanti con quelli che si attestano ed entrano nei dizionari. In realtà noi viviamo in una nuvola di anglicismi che ci avvolge e che viene propagata dagli apparati mediatici, molto superiore ai numeri che si ricavano dai dizionari. Molte di queste parole sono però occasionalismi, e quindi non sempre si affermano e si stabilizzano. L’unica obsolescenza dell’inglese è qui, nelle migliaia di parole che usiamo con una frequenza bassa o passeggera, e che talvolta non si affermano. Ma quando invece entrano nel dizionario, poi è molto difficile che escano o regrediscano.

Molti politici ostentano l’inglese nella loro comunicazione. Da cosa deriva secondo te? Oltre alla sudditanza culturale di cui parlavamo prima. Ci sono parole in inglese che restano più in mente, che condizionano più incisivamente l’uditorio. L’uso dell’inglese è anche strumentale?

L’ostentazione dell’inglese è una moda, e secondo me è da mettere in relazione con il fatto che l’inglese non lo sappiamo: solo il 34% degli italiani è in grado di sostenere una conversazione e solo il 40% ha una conoscenza di base più bassa, dai dati ISTAT 2012. Dunque, meno si conosce l’inglese e più si vuole fare gli americani come nella canzone di Carosone o nel film Un americano a Roma con Alberto Sordi. I politici che si riempiono la bocca di anglicismi e che li introducono nel linguaggio istituzionale, quando devono parlare l’inglese vero risultano imbarazzanti.
Ma a questo proposito bisogna fare una distinzione tra gli anglicismi. Ci sono quelli che piacciono nel parlare, la lingua dell’ok, qualcuno l’ha chiamata. Per esempio diciamo preferibilmente weekend, happy hour, part-time, o usiamo espressioni non nei dizionari come my dear, please, oh my God... Ma questo è un problema marginale, se non altro queste espressioni sono comprensibili a tutti. Gli anglicismi del Nuovo millennio sono invece quelli “difficili”, imposti dall’alto, che non arrivano a tutti e spesso non risultano comprensibili. Si tratta di un linguaggio che evoca modernità e internazionalismo, ma è solo un’apparenza. E su questo effetto che dà una maggiore scientificità a espressioni per esempio come trend al posto di tendenza, ci sguazzano i giornali, le multinazionali (che sono impregnate di customer care o di limited edition invece che di assistenza clienti o di offerte limitate) e soprattutto i politici. Il nuovo politichese punta all’anglicismo, che suona come moderno, per mascherare eufemisticamente come stanno le cose. Meglio parlare di gig economy o di jobs act invece che di sfruttamento dei lavoratori e di abolizione dell’articolo 18. Ribattezzare job center le agenzie di collocamento serve per far credere che sia stato fatto qualcosa di nuovo, anche se nella sostanza non è cambiato nulla. Il linguaggio della pubblicità e della politica deve evocare per convincere, e questo si fa seguendo una precisa strategia commerciale (o forse di marketing suona a molti più moderno?) che è una scelta voluta e funzionale che va a scapito della trasparenza e della chiarezza.

Progetti per il futuro?

Preferisco parlare di progetti presenti, che spero di concretizzare in un futuro molto prossimo. Dopo i numeri che ho pubblicato, il secondo passo è quello di creare un dizionario delle alternative agli anglicismi, per farle circolare. In Italia non esiste molto in proposito. La gente ripete quello che sente e pensa che certi anglicismi come budget, range, welfare, privacy… siano ormai insostituibili, mentre si può dire perfettamente stanziamento o tetto di spesa, divario, stato sociale, riservatezza… Ognuno parla come vuole, questo deve essere chiaro, ma per potere scegliere è necessario che le alternative circolino. E per avere idea dei numeri vi rimando per esempio alla lettera C del mio dizionario in costruzione (LINK ): ho trovato più di 300 alternative agli anglicismi solo con questa lettera. Basta fare i conti per capire meglio quello che sta succedendo al nostro lessico. Quando avrò terminato questa impresa, mi piacerebbe tentare il terzo passo: provare a creare un movimento di opinione e di consumatori che passino dalla protesta all’azione. Molta gente non ne può più dell’abuso degli anglicismi, e se questa fetta di consumatori e di elettori si organizzasse e protestasse, forse le cose potrebbero cambiare. In Germania i consumatori hanno esercitato pressioni per esempio sulle ferrovie dello Stato obbligandole a ripensare la loro comunicazione anglicizzata e a tornare a un linguaggio fatto di parole tedesche. Da noi invece la prima classe è diventata business o premium, e la terza si chiama economy, si aprono le aree kiss and ride, ci si vanta di aprire help center invece di punti di informazione… Per passare a questa terza fase ho però bisogno di creare una comunità di persone disposte a collaborare, non posso essere da solo. È un’impresa difficile, ma punto molto nella possibilità di aggregazione della rete. In ogni caso ci voglio perlomeno provare.

Grazie, è stato piacevole chiacchierare con te, poi facciamo un gioco, contiamo tutti gli anglicismi che ho usato io nelle domande e tu nelle risposte. Ora ti saluto, alla prossima.  

:: Qualche domanda agli autori della graphic novel “La legione occulta” (Newton Comics 2017)

14 novembre 2017

Dopo aver intervistato Andrea Frediani e Massimiliano Veltri autori di Marathon (qui l’intervista) la nuova graphic novel he la casa editrice Newton Compton ha dato alle stampe, tratta da uno dei suoi bestseller più famosi, abbiamo fatto la stessa cosa per La legione occulta, un’ altra davvero magnifica opera a fumetti, sempre in bianco e nero, sempre con la sinergia di diversi artisti. Ce ne aveva parlato Elena Romanello qui.

Abbiamo perciò intervistato l’autore del romanzo e  il disegnatore.

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Per la storia ufficiale non sono mai esistiti. Solo le leggende, le chiacchiere scambiate tra i fumi dell’alcol tra i viandanti ubriachi, raccontano della misteriosa Legio Sine Nota. Veggenti, auguri, negromanti e aruspici, raccolti da bambini nelle arene, nei mercati degli schiavi e nei villaggi dati alle fiamme: sono gli uomini di Victor Julius Felix, addestrati a dialogare con spettri e dèi, per evocarne la protezione o sfidarne la cieca violenza, avvezzi a lottare nel campo del soprannaturale, dove niente può la daga romana. Un prezioso alleato per il nascente impero di Augusto, un pericoloso nemico per chi trama contro Roma…

Adattato da Andrea Meucci e Lorenzo Nuti.

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Ecco le risposte di Genovesii e Nuti.

Tre domande a Roberto Genovesi:

Benvenuto Roberto, giornalista, scrittore, sceneggiatore, autore televisivo, esperto di videogiochi, e una passione per il romanzo storico di ambientazione romana. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Ho iniziato a pubblicare i miei primi racconti e i miei primi articoli tra i 17 e i 19 anni. Prima sulle fanzine e poi sui periodici e sui quotidiani. A 21 anni sono diventato giornalista professionista continuando la mia carriera su due binari paralleli ma con un comun denominatore: l’universo dei ragazzi e degli Young Adult. Ho scritto per decenni di fumetti, cartoni animati, videogiochi e cinema su molte testate come Repubblica, L’Espresso, La Stampa, Il Giornale, TV Sorrisi e Canzoni e Panorama. Ho scritto sceneggiature per disegnatori come Sergio Toppi e Simone Bianchi e ho inventato un paio di personaggi che hanno avuto un discreto successo come Rivan Ryan e Daimon Dumal. Nel frattempo nel 2000 ho pubblicato il mio primo romanzo, Inferi On Net, per la mitica collana Urania di Mondadori e poi c’è stato l’incontro con Raffaello Avanzini che ha rappresentato la vera svolta della mia carriera di scrittore. Mettere insieme le mie idee e la sua lungimirante visione del mercato è stato un po’ come accostare nitro e glicerina. Da allora ho pubblicato 8 romanzi, uno anche per Rizzoli. Se dovessi definirmi non userei il termine scrittore o giornalista. Non mi piace fermarmi ma mettermi alla prova. Ho realizzato il videogioco di Nathan Never e il gioco di ruolo dell’Agente Alfa ma sono anche il direttore di Cartoons on the Bay, il festival dell’animazione crossmediale della Rai. Mia figlia ha scritto di recente in un tema che il suo papà ”fa cinque lavori, scrive romanzi e fumetti, sceglie cartoni animati, prova videogiochi, dipinge soldatini”. Credo sia la definizione migliore che mi sia mai stata data.

Come hai accolto l’idea di trasformare un tuo romanzo La legione occulta dell’ impero romano in una graphic novel?

Prima o poi doveva accadere come credo che prima o poi accadranno anche altre cose a questa stranissima legione. Con Raffaello Avanzini abbiamo da subito immaginato che la Legione Occulta dovesse nascere e svilupparsi come un progetto predisposto alla corssmedialità. Le storie sono scritte in forma propedeutica per questa strada. Secondo uno schema ormai sperimentato con successo per le serie tv americane”.

Libro e fumetto diventano complementari, spieghi nella prefazione. Puoi approfondire questo concetto?

Come dicevo prima il format de La Legione Occulta è stato immaginato per diventare anche fumetto, prodotto televisivo, videogioco e prodotto cinematografico. Il fumetto non racconta la stessa storia del primo romanzo. Semmai la osserva attraveso un’altra ottica, un’altra luce e in questo modo ne amplia i dettagli. E’ proprio la struttura della saga che è stata pensata per questo scopo con la presenza di numerosi personaggi, storie a scatole cinesi, narrazione da storyboard, costruzione di buchi narrativi e temporali da riempire attraverso altri media. Insomma un vero e proprio prodotto creativo crossmediale che con il tempo potrà essere passato su altri piani narrativi che non si limiteranno a ripetere le storie ma le integreranno e le amplieranno magari con l’aiuto di altri autori. Un po’ come accadde con il celebre ciclo del Mondo dei Ladri di Robert Asprin”.

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Tre domande a Lorenzo Nuti:

Parlaci della differenza tra libro illustrato e graphic novel, come avete deciso di utilizzare quest’ ultima forma d’arte per drammatizzare il romanzo La legione occulta di Roberto Genovesi?

In entrambi i casi andiamo ad aggiungere alla storia degli elementi visivi, che accompagnano (nel primo caso) o determinano (nel secondo caso), tutto l’immaginario costruito dall’elemento del testo.
Nel libro illustrato si legge e si guarda. Senza alcun vincolo di spazio o tempo. Lasciamo che la suggestione delle immagini segua il racconto senza mai sostituirlo. La quantità di immagini da utilizzare non è stabilita da un canone preciso (a volte possono bastare poche immagini ad arricchire l’esperienza del lettore). Spesso la chiave di lettura dell’illustratore/illustratrice può essere così potente da spingere a leggere alcune storie solo perché filtrate dalla loro sensibilità.
Nel fumetto gli elementi testo-disegno si fondono, collaborano e hanno vere e proprie regole “grammaticali”. A chi legge forniamo un intero lessico dell’immaginario, descrivendo tutti gli ambienti, i personaggi nel dettaglio, le loro attitudini, cosa cambia e come, gli raccontiamo la storia con un tempo e spazio precisi, passando tutto attraverso il filtro di chi disegna. L’elemento del testo resta visibile sotto forma di dialogo nei balloons, ma si deve tener presente che tutto è sempre frutto di scrittura, di uno schema narrativo progettato nei minimi dettagli prima di diventare sequenzialità visiva.
Molto simile a come si progettano i film se ci pensiamo bene; partiamo sempre da una sceneggiatura e uno storyboard.
Per adattare La Legione occulta dell’impero romano io ed Andrea abbiamo sfruttato la versatilità dell’opera originale di Roberto non soltanto commutando il romanzo così com’è stato scritto ma creando qualcosa di complementare, in modo che il lettore avesse la possibilità di spaziare tra due tipi di esperienze differenti. Questo approccio ha dato la possibilità ad Andrea di aprire delle porte all’immaginazione non solo di chi legge questo fumetto ma anche a chi viene dall’esperienza del libro, fornendo degli approfondimenti integrativi ai background dei personaggi e aggiungendo delle probabili, future, storylines indipendenti.

La scelta di un albo in bianco e nero è tua personale, o ti hanno chiesto di disegnare le tavole così. L’immagine di copertina a colori è sempre tua?

Sapevamo di dover realizzare il volume in bianco e nero fin dal principio, cosa che mi ha reso molto felice perché da tempo desideravo riavvicinarmi a questo specifico approccio tecnico, credo sia stata la scelta migliore. Sì, ho realizzato la copertina e l’illustrazione sul retro cercando un feeling con le tavole interne.

Chiude l’albo uno studio dei personaggi. Come li hai caratterizzati, ti sei ispirato a volti da te conosciuti?

Ho ricevuto delle suggestions da Roberto in corso d’pera, ma sono stato abbastanza libero di interpretare. Diciamo che ho cercato di cogliere i tratti peculiari suggeriti dall’autore unendoli ad un personale gusto estetico e un’immediata riconoscibilità. In alcune tavole abbiamo molti dei protagonisti in campo, era necessario rendere estremamente evidenti certe caratteristiche.

:: Un’ intervista con Annalisa Dicataldo blogger di Nali’s shelter

10 novembre 2017

annalisa dicataldoBenvenuta Annalisa su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista. Iniziamo subito con le presentazioni. Parlaci di te. Dei tuoi studi, del tuo lavoro, della tua vita lontana dal blog.

Ciao Giulia e grazie per avermi invitata nel tuo piccolo angolino,è un piacere essere qui oggi!
Non sono molto brava con le presentazioni ma cercherò di farvi un quadro generale del disastro che sono…
Mi chiamo Annalisa, Nali per gli amici e sul blog, e ho 18 anni. Sono attualmente al quinto anno di liceo linguistico e studio Inglese, lingua che conosco molto bene, Spagnolo, anche qui sono abbastanza fluente e il Francese, lingua in cui ho qualche carenza…
Adoro studiare le lingue e penso di iscrivermi all’Orientale per continuare il mio percorso e allargare il mio curriculum con nuove e interessanti lingue come il Giapponese e il Coreano (si, lo so, sono strana).
Sono una persona abbastanza sbadata e dimentico molto spesso le cose (soprattutto i post da scrivere sul blog, mea culpa) ma cerco sempre di essere amichevole e gentile con tutti, anche con chi non mi va’ proprio a genio! Mi ritengo una persona abbastanza divertente, alcuni direbbero buffa, e mi piace intrattenere la gente che sia con una battuta (molte volte stupida) o con un argomento di conversazione pescato dal vasto repertorio di cavolate che ho da dire e diffondere…
Penso di aver detto un po’ tutto su di me, anche se ci sarebbe molto altro da raccontare (soprattutto gaffe…)

Come è nata l’idea di aprire Nali’s shelter? Da dove nasce il suo nome?

Ho aperto il mio blog due anni fa, in un periodo molto felice della mia vita nel quale ho sentito il bisogno di parlare della mia passione per i romanzi. Il tutto è partito partecipando ad un giveaway di un blog molto popolare, dopo aver vinto il giveaway ho deciso che volevo regalare la stessa gioia che avevo provato io ricevendo il libro a qualcun altro, così ho aperto il mio piccolo angolino.
Chi mi segue dall’inizio sa che il blog si chiamava Every Book has its Story ma, visto che volevo ampliare le tematiche affrontate anche al campo del lifestyle e del beauty, ho sentito la necessità di trovare un altro nome e, visto che quel blog è un po’ come un rifugio dove metto tutto ciò che amo e che voglio realizzare, ho deciso di chiamarlo Nali’s Shelter (il rifugio di Nali).

Come è nato il tuo amore per la lettura?

Sin da piccolina ho sempre letto molto. Non ricordo precisamente quando ho iniziato ma ricordo che è stato leggendo la saga di Moony Witcher che la mia passione per la lettura è divenuta concreta e da lì è iniziata la mia mania di collezionare e leggere valanghe di libri! (Male per il portafogli, bene per la mente).

Quale è il titolo del libro aperto sul tuo comodino?

Attualmente sto leggendo più di un romanzo perché preferisco ottimizzare e affiancare più letture così da avere sempre qualcosa di adatto da leggere in base all’umore. I due libri che ho sul comodino sono “L’equinozio di Xipe” di Giovanni Oro e “L’inganno delle tenebre” di Grangè, due romanzi di generi differenti (il primo è Xi-Fi mentre il secondo horror/thriller) che mi tengono compagnia nelle mie giornate!

Il tuo blog è aperto all’invio di libri da parte di autori o editori?

Certo, sin dall’inizio ho sempre accettato richieste di recensioni da entrambi, a patto che le richieste siano fatte a seguito di una lettura della mia bio. E’ ovvio che non accetto richieste da autori/editori che non si siano neanche presi la briga di leggere il mio nome.

Quali generi di libri leggi principalmente?

Leggo un po’ di tutti perché non voglio mettermi paletti nelle letture ma prediligo generi come il fantasy, il paranormal , la narrativa femminile e i romance (qualsiasi sottocategoria di romance è ben accetta).

Ti piace collaborare con le altre blogger? Hai attualmente dei progetti in corso?

Ho attualmente in corso due review party e un blogtour e nel complesso cerco sempre di collaborare con le mie colleghe blogger perché adoro scambiare opinioni e consigli e lo si può fare solo attraverso il confronto e la collaborazione.

Ti occupi di libri e Life style. Come è nata l’idea di abbinare le due cose, libri e lifestyle in un unico blog?

Il tutto è partito dal fatto che amo dare consigli, di qualsiasi genere essi siano. Quindi una volta preso “il volo” con i consigli libreschi ho deciso di dedicarmi anche ai consigli beauty e lifestyle, che si sposano alla grande con i libri, perché essi influenzano la nostra vita e ci danno spunti per viverla al meglio!

Commenti altri blog, ti piace interagire nei commenti con i tuoi lettori o con altri blogger ospiti?

Cerco sempre di tenermi aggiornata sui post delle colleghe e di leggere e commentare con assiduità ma non sempre ci riesco per via dei vari impegni scolastici e sul blog. Comunque mi sono riproposta di diventare più partecipe nella community dei book blogger perché voglio ampliare il mio giro di amicizie per scambiare consigli e pareri con più persone possibili!

Ultima domanda, parlaci dei tuoi progetti per il futuro, legati al blog ma non solo.

Ho tantissimi progetti per il futuro sia per il blog che per me stessa. Sono una persona a cui piace pensare al futuro e a pianificare quindi sto già provvedendo ad apportare diversi cambiamenti sia al blog che alla mia vita. Prima di tutto voglio organizzare meglio sia me che il blog, farmi un calendario e seguirlo rigorosamente!
Per quanto riguarda il blog ho già in mente alcuni progetti segreti che voglio proporre alle mie colleghe, ma di questo vi parlerò più in là. Voglio ricominciare a fare video per YT e voglio anche farli in inglese, come avevo già iniziato a fare, con scarso successo per mancanza di tempo.

Personalmente vorrei riuscire ad entrare all’Orientale di Venezia, quindi devo mettermi sotto con lo studio e trasferirmi lì per studiare. Ho tantissimi progetti dei quali spero di potervi rendere partecipi in futuro ma nel frattempo spero che mi sosterrete in questo viaggio che è appena iniziato!
Grazie ancora a Giulia per avermi invitato e grazie a voi che avete letto questa intervista molto prolissa fino alla fine. Ciao lettori, un bacio ❤

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