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:: Un’intervista con Luigi Bonanate a cura di Giulietta Iannone

9 giugno 2019

Luigi Bonanate2Benvenuto professor Bonanate, e grazie di aver accettato questa intervista. L’ho invitata sul mio blog per parlare dei recenti sviluppi sul tema dei cosìddetti Euromissili, e sui nuovi sviluppi delle Relazioni Internazionali.

Notizia recente è che dopo l’annuncio del ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato, che ricordo sarà effettivo il 2 agosto, Putin ha presentato alla Duma, il parlamento russo, una proposta di legge per sospendere il trattato INF sulle armi nucleari a raggio intermedio, pur riservandosi la possibilità di ritornare sui suoi passi, se le condizioni lo permetteranno. Secondo lei cè spazio per nuove trattative con magari un allargamento del trattato a nuovi paesi? O è un trattato ormai superato alla luce dei nuovi sviluppi?

Il trattato INF ha avuto un’immensa importanza simbolica e una importanza politico-militare minima. Sia nell’87 sia precedentemente come pure successivamente, l’unico stato al mondo capace di condurre operazioni militari con armi nucleari era ed è gli Stati Uniti: per motivi scientifici tecnologici industriali finanziari. La superiorità americana è sempre stata immensa, e l’allora Unione Sovietica non era mai riuscita a bilanciare la super-potenza (l’unica al mondo) del competitore. La grandezza tragica di Gorbaciov che gli costò la testa (politica, e anche il prestigio) fu averlo ammesso. Il trattato INF firmato a Washington l’8 dicembre 1987 non faceva altro che dichiarare la sconfitta sovietica nella “corsa agli armamenti”: l’URSS lo sapeva e non era più in grado neppure di continuare a fingere di saper ancora “correre”. La caduta del Muro di Berlino ne fu poi lo straordinario e fortunato premio che il mondo ottenne. Poi, le cose andarono come andarono.

E per quanto riguarda il New Start, trattato sulla riduzione delle armi nucleari firmato da Stati Uniti e Russia a Praga l’8 aprile 2010 tra Barack Obama e Dmitri Medvedev, che anch’esso sta giungendo in scadenza, Putin ha dichiarato che è pronto a non prorogarlo. Ci sono prospettive che lei sappia di successive negoziazioni? Cosa ne pensa in tale proposito?

Le considerazioni appena svolte valgono anche per il XXI secolo, nel quale sfortunatamente la meteora Obama è purtroppo passata senza lasciare segni. Diciamocelo in termini apparentemente brutali, ma sostanzialmente “logici”: quando mai un trattato ha impedito una guerra che avesse delle vere ragioni per scoppiare? Quante volte i trattati sono stati violati? Voglio dire, i trattati vanno benissimo fin tanto che ce ne sono le condizioni; possono aiutare a rasserenare una situazione… ma non sono l’antidoto alle guerre. Vogliamo ricordare che il regno d’Italia alleato di Austria e Germania scese in guerra contro di loro nel 1915? E che l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale alleata di uno stato contro il quale (per nostra fortuna) la terminò?
Oggi come oggi, poi, la Russia, di Medvedev come di Putin, è un paese non meno povero che ai tempi di Breznev e ancora più infelice. Una volta, un piatto di minestra e un letto in ospedale (se necessario) c’era per tutti: oggi, minestra ce n’è meno ancora, e per essere curati bisogno essere molto, molto, ricchi. Da dove venga quella (falsa) immagine della Russia grande potenza è per me un assoluto mistero. Certo, Putin “ci sa fare”, specie in politica estera, ma si allea con i peggiori dei suoi interlocutori internazionali, il che gli può consentire di apparire sempre d’accordo con tutti: con gli occidentali, quando le cose sono tranquille; con gentaglia (vorrei accentuare il peso di questa parola) come Erdogan può fare passi avanti o indietro senza alcuna dignità né capacità di valutazione ideologica. Putin è il peggiore dei peggiori “realisti” visti nella storia.

Mentre i capi di stato europei e il presidente degli Stati Uniti partecipavano alle celebrazioni per il 75° anniversario dello sbarco in Normandia, in Russia Putin e Xi Jinping, presso il forum di San Pietroburgo, siglavano accordi e confermavano i loro buoni e amichevoli rapporti. Sembra che questo ravvicinamento abbia impensierito alcune cancellerie. Lei cosa ne pensa, ci sono buoni presupposti per un reale asse Mosca- Pechino?

Consequenzialmente parlando (e lasciando da parte l’anniversario dello sbarco in Normandia — una pagina troppo nobile per lasciarla leggere agli statisti di oggi), anche gli accordi tra Russia e Cina non hanno gran che da dirci, se non che il il governo cinese è molto più saggio di quello russo, è attento e pronto a cogliere le opportunità. Gira per il mondo comperando questo e quello, tanto ha una quantità immensa di dollari Usa da spendere e di cui liberarsi. Non potrà però esserci un asse Mosca-Pechino perché è troppo impari: la Cina potrebbe farsi un boccone della Russia.
Non è per questo che la Cina non abbia dei problemi: è un paese spaccato in due o forse tre tronconi: l’iper-capitalismo sfacciato delle grandi metropoli dove tutti conoscono Vuitton e Cartier ma nessuno sa più chi sia stato Karl Marx; una borghesia d’apparato che regge la macchina organizzativa senza i privilegi del caso; una società ex-agricola ma non ancora urbanizzata (o non del tutto tale) che dalla crescita politico-economica del suo paese non trae (ancora?) alcun vantaggio.

E gli Stati Uniti, secondo lei, in tutto questo che ruolo giocano? Chi sta guidando la loro diplomazia?

È difficilissimo rispondere a questa domanda, non per la sua complessità ma per l’inesistenza dell’oggetto della discussione. Quel grande paese che sono gli Stati Uniti appare oggi come un pugile groggy, che barcolla sul ring, mentre il suo avversartio è ormai al tappeto. Ma la sua vittoria non è altro che la sconfitta dell’altro. Trump è il perfetto esempio dell’inconsistenza attuale della politica estera Usa e della sua immagine delle relazioni internazionali: se la prende — un po’ come succede in Italia — con chi è già sconfitto dalla storia, con i deboli e con gli incapaci, ma non sa affrontare sul serio alcun problema: ieri la May era l’alleata ideale di un nuovo asse anglo-americano, ma ora, sconfitta, una cretina qualunque, oggi per offendere e umiliare chi ha sconfitto la lady di latta inneggia alla sua memoria e offende il sindaco di Londra ma sorride a quel Johnson che dovrebbe rilevare il potere della May. E con l’Europa? Non si dimentichi che gli Usa hanno sempre avuto bisogno del piedestallo che l’Europa offriva loro; essi hanno sempre cercato di controllare gli alleati, con le carezze o con le minacce — senza mai amarli, anzi, ritenendo di doverli assoggettare. Posso permettermi di rinviare a un mio libretto, uscito da poche settimane, Il destino americano (pubblicato da Aragno) nel quale cerco proprio di evidenziare la costanza dell’immagine egemonica che gli Usa hanno sempre avuto mascherandola con alternanze isolazionistiche che in realtà non sono mai state determinanti?

E tra queste grandi potenze, regionali o meno, l’Europa che ruolo gioca?

Nessuno! Purtroppo, per la sua attuale terribile inconsistenza. È tristissimo vederne l’ignavia e l’inutilità (politica) — e dire che il progamma unionistico è l’idea politica pratica più nobile che il XX secolo abbia conosciuto. Sembra che desideriamo, noi europei, farci del male…

Anche l’Italia è impegnata sul fronte della sicurezza internazionale, anche se non se ne dà molto risalto sui mass media. Il 29 maggio 2019 la senatrice Loredana De Petris unitamente ai senatori Errani, Laforgia, De Falco, Segre, Martelli, Buccarella e De Bonis, ha depositato una mozione, per impegnare il Governo italiano a disporre gli atti necessari per l’adesione al Trattato della Nazioni Unite relativo al divieto delle armi nucleari, sottoscritto a New York il 7 luglio 2017. Cosa ne pensa? Ha possibilità di successo?

Mi si lasci dire, un po’ polemicamente, che non ne penso nulla, cosicché non so se abbia possibilità di successo. In teoria, certo sì; si tratta semplicemente di volerlo. E poi ci vuole una “cultura politica” professionale che pare latitante.
Ma questo non mi pare un difetto italico: è la crisi della cultura politica mondiale, l’inconsistenza delle classi dirigenti, che strutturano la società politica internazionale. I leader del mondo oggi non discendono da grandi genealogie di professionisti: Trump faceva il palazzinaro, Putin faceva la spia, Macron è stato il garzone dei grandi banchieri francesi; vogliamo fare qualche altro esempio, italiano?

Ha letto Destinati alla guerra – Possono gli Stati Uniti e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? di Graham Allison. Cosa ne pensa? È ottimista?
Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

L’avevo letto quando uscì, nel ’17, e confesso che non ne ricordo più nulla. Io sono invecchiato, naturalmente, ma non è certo un bel segno per il libro, se non mi ha fatto nessun effetto.
Se infine qualcuno vuol saper quale sia il mio stato d’animo in questo periodo, non posso nascondergli che non sono per nulla ottimista, non tanto perché tema crisi, conflitti, o guerre, ma perché vedo segni di declino nei piani di progresso e sviluppo che la storia morale del mondo aveva nobilissimamente tracciato, dall’illuminismo fino ai grandi progetti di organizzazione internazionale, e dei quali oggi è difficilissimo ritrovare tracce negli eventi di tutti i giorni.

:: Un’intervista con il Dott. Tiziano Ciocchetti, redattore di Difesa Online a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2019

Trattato INF

Benvenuto Tiziano su Liberi di scrivere, e grazie di aver accettato questa intervista. È laureato in Storia Medievale, Moderna e Contemporanea presso l’Università di Roma La Sapienza, scrive su Difesa online, ed è studioso di tematiche militari. L’ho invitata sul mio blog per parlare dei recenti sviluppi sul tema dei cosìddetti Euromissili, tema che sembra diventato di stretta attualità e che dovrebbe interessare tutti i cittadini della UE.

Può spiegarci, per sommi capi, cos’è il trattato INF e cosa portò alla sua stipula tra Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica?

Il trattato INF (Intermediate-range Nuclear Forces) è stato firmato nel 1987 tra l’Unione Sovietica di Gorbachov e gli Stati Uniti sotto l’Amministrazione Reagan. Tale trattato prevedeva, non più solo limitazioni numeriche agli arsenali nucleari della due super Potenze, ma la completa eliminazione di due tipologie di armi: i missili a corto raggio (500-1.000 km di gittata) e quelli a medio raggio (1.000-5.000 km di gittata).
La necessità del trattato nacque a causa della necessità del Cremlino di aggirare la dottrina NATO della risposta flessibile (in caso di un attacco convenzionale su larga scala da parte delle forze del Patto di Varsavia in Europa occidentale, la NATO si sarebbe difesa impiegando armi nucleari tattiche), ovvero di essere i primi a varcare la soglia nucleare con il lancio di oltre 200 testate su obiettivi di vario genere in Europa occidentale, come mossa iniziale di un eventuale conflitto.
Nel 1977 l’URSS cominciò a schierare, nelle sue zone europee, il nuovo missile balistico a portata intermedia (IRBM) SS-20 SABER, armato con tre testate nucleari da 150 kilotoni (la bomba lanciata su Hiroshima nel 1945 aveva una potenza di 1,3 kilotoni), e con una gittata di circa 5.000 km, sufficienti per colpire le principali città dell’Europa occidentale, tuttavia appena inferiore a quanto previsto dal trattato SALT II per la limitazione delle armi nucleari allora vigente (5.500 km), quindi gli SS-20 si ponevano al di fuori degli accordi tra URSS e USA.

Questo processo di superamento della Guerra Fredda si è per lei interrotto? Cosa ha portato a ciò, considerato che il cosiddetto “pericolo comunista” non sussiste più. E volendo anche la Cina, pur restando una repubblica socialista, sta intraprendo una difficile strada verso una maggiore democratizzazione sia economica che politica.

Gli Stati Uniti, dopo il crollo dell’URSS, sono rimasti l’unica super Potenza. Già dagli anni 90 dello scorso secolo (il cosiddetto decennio unipolare) gli strateghi americani postulavano un allargamento della NATO verso Est. Con l’adesione della Polonia e degli Stati Baltici alla NATO, la Russia si è sentita accerchiata, tuttavia non ha i mezzi per contrapporsi alla potenza americana.
La Cina non ha firmato nessun trattato contro la proliferazione nucleare (la sua dottrina militare non concerne l’impiego atomico come primo strike), ha solamente 280 testate stoccate contro le 4.700 americane più le 1.750 operative.

Notizia recente è che dopo l’annuncio del ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato, che ricordo sarà effettivo il 2 agosto, Putin ha presentato alla Duma, camera bassa dell’Assemblea federale della Federazione Russa, una proposta di legge per sospendere il trattato INF, pur riservandosi la possibilità di ritornare sui suoi passi, se le condizioni lo permetteranno. Una notizia di tale portata dovrebbe avere un eco maggiore anche a livello di mass media. Perché secondo lei questo non è successo? Anche i politici sottovalutano i rischi che tutto ciò comporta?

Perché in Europa (e in particolare in Italia) non esiste una politica di Difesa; per troppo tempo ci siamo posti sotto l’ombrello americano, delegando all’Alleato d’oltre oceano ogni responsabilità. Se guardiamo ai nostri politici credo che in pochi comprendano quanto siano importanti le Relazioni Internazionali.

Al netto delle accuse reciproche di non rispettare il trattato, la funzione di deterrenza è inequivocabile, c’è il margine per una successiva trattativa?

Sono gli americani a dettare le regole, quindi, se volessero credo di si.

Più nello specifico, che lei sappia, si sta lavorando a livello diplomatico su un meeting tra Russia e Stati Uniti per ripristinare il cosìddetto trattato INF, ed eventualmente allargarlo anche ad altri stati, come era inizialmente nelle intenzioni statunitensi?

Credo che gli USA vogliano avere mano libera nei confronti della Cina, la quale sta sviluppando armi che rientrerebbero nelle limitazioni del trattato INF.

Si conosce, per sommi capi, quale è lo stato degli arsenali dei due paesi (e alleati), quanto è aggiornato? Ci sono soprattutto i fondi per ricostruire l’arsenale atomico, reali commesse? O è più, secondo lei, uno scontro verbale?

Gli arsenali nucleari di Russia e USA sono ben forniti (la Francia è la terza nazione al mondo che possiede più testate nucleari). Il fatto è che esistono nuovi attori come India, Pakistan e soprattutto Corea del Nord entrati negli ultimi decenni nel club nucleare, non certo nazioni politicamente stabili. Un grosso interrogativo è rappresentato dall’Iran, anche lì Trump ha cestinato gli accordi sul nucleare, precedentemente stipulati con l’Amministrazione Obama.

In merito agli USA, non è detto che troveranno disponibilità e grande entusiasmo da parte degli alleati a piazzare testate atomiche dirette contro la Russia nei loro territori, si parla di sottomarini ed eventualmente fregate lanciamissili? Non ha l’impressione che stiano giocando su troppi fronti?

La UE ha espresso ufficialmente il suo sconcerto per la decisione americana, le uniche dichiarazioni favorevoli sono giunte da Londra e, ovviamente, da Varsavia.
Gli USA sono una Potenza globale, vivono di strategia, anche se Trump (come del resto la precedente Amministrazione) dichiara l’intenzione di ritirarsi da alcuni contesti, non può certo lasciare l’Europa indifesa.

Realisticamente, ora come ora, che pericoli corrono l’Europa e la Russia?

Credo che l’Europa corra il serio rischio della totale marginalità sulla scena internazionale. Napoleone diceva che se un popolo non vuole pagare per un suo esercito, prima o poi dovrà pagare per l’esercito di qualcun altro.

Da un punto di vista strategico un’alleanza tra Europa e Russia, rafforzata anche da più stretti rapporti economici e commerciali, non sarebbe auspicabile per la maggiore sicurezza internazionale? Onde scongiurare l’asse Mosca-Pechino. Cosa lo impedisce, quali sono i veri ostacoli in merito? Si è mai parlato di un’entrata della Russia nella NATO?

Un asse strategico Mosca-Pechino credo sia poco probabile, ci sono troppi interessi geopolitici inconciliabili. L’Europa è sotto l’ombrello americano, non è possibile al momento attuale uscirne. Nel 2002, un summit organizzato a Pratica di Mare dall’allora governo Berlusconi, creò una sorta di partnership tra Russia e NATO ma non si andò oltre. La Russia vuole tornare ad avere un ruolo primario nel contesto internazionale, infatti è sicuramente una potenza militare ma non è certo una potenza economica. Già la precedente Amministrazione Obama aveva identificato la Cina come futuro, possibile, competitor, relegando la Russia a semplice Potenza regionale.

Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

:: Intervista a Guia Risari per Ada al contrario, (edizioni Settenove 2019) A cura di Viviana Filippini

14 Maggio 2019

ada al contrarioAda, protagonista di Ada al contrario di Guia Risari, è un bambina dinamica, simpatica che lascia tutti di stucco perché lei fa tutto al contrario. Chiama la mamma papà e il papà mamma. Quando la fanno sdraiare lei si mette in piedi e viceversa. Quando deve dormire sta sveglia e quando dovrebbe stare sveglia dorme. Poi l’incontro con un maestra che aiuterà la piccola a gestire al meglio questa sua voglia di fare le cose al contrario. Illustrazioni di Francesca Buonannno.

V: Come è nata l’idea di scrivere Ada al contrario?

G: L’idea è nata dal constatare che spesso faccio le cose all’opposto di come andrebbero fatte e alla fine riescono ugualmente. Ma non sono la sola: c’è tanta gente come me e persino più estrema: che fa le cose al contrario per principio, per abitudine, per sfida, perché non può fare altrimenti. Possiamo dire che imbocchiamo strade diverse che ci portano tutte più o meno nella stessa radura erbosa. Certo l’esserci arrivati da un comoda strada asfaltata, da un sentierino nei campi o seguendo una semplice traccia nel bosco, cambia la percezione del percorso, del suo senso e il valore della destinazione.

V: Perché la scelta di affrontare, con delicatezza e tatto, la sindrome di Asperger in un libro per bambini?

G: Il libro non è che indirettamente sulla sindrome di Asperger; in realtà, il tema è più ampio: quello della diversità di approccio, di un’intelligenza altra, di una sensibilità sui generis. Ho avuto modo di avere uno stretto rapporto con bambini affetti dai disturbi dello spettro autistico e ho constatato una cosa: non c’è un denominatore comune, un comportamento che si possa generalizzare, una costante che si ripeta. Di fronte a tanta unicità, non ci resta che osservare, accettare, apprezzare e sintonizzarci su un canale comunicativo che ci metta in connessione. Da queste considerazioni è nata Ada con la sua diversità, ma con la sua voglia e capacità di relazionarsi.

V: Quanto è importante sensibilizzare la società su temi come la diversità e il rispetto del prossimo diverso da me/noi?

G: Tanto, perché se stigmatizziamo il diverso è perché non lo conosciamo, possiamo solo immaginarlo e il suo aspetto oscuro ci sembra minaccioso. Le persone temono quello che ignorano e raramente riconoscono questa estraneità con un atteggiamento di attesa e apertura. Parlare invece del diverso, illustrarlo, spiegarlo, esemplificarlo, mostrarlo riduce le distanze e fa sentire più vicini, aumenta l’empatia e la simpatia, due forze senza le quali non ci sarebbe relazione.

V: Il diverso spaventa più i bambini o gli adulti?

G: A parità di mancanza di riferimenti, l’adulto è forse quello che si crea più giustificazioni, scuse, ragioni per diffidare del diverso. Il bambino più facilmente sa di non sapere e mette in conto la sua mancanza di esperienza senza sentirsi in colpa. Questo non significa che i bambini non siano spaventati dal diverso, che non abbiano strategie difensive di fronte a quel che non conoscono e anche pregiudizi. Ma basta qualche spiegazione e qualche bella esperienza per lasciare un ricordo indelebile che contrasta la paura.

V: Che ruolo ha la maestra per Ada?

G: L’insegnante di ginnastica espressiva è quella che non parla solo il linguaggio delle norme e della ragione, ma quello dell’eccezione, del corpo, della sensibilità. Sa che nella vita si può giocare, imitare, contravvenire alle regole, scoprire, inventare. Non a caso l’illustratrice ha deciso di regalarle un fisico molto abbondante; a modo suo, anche quest’insegnante fa le cose al contrario e quindi è capace di capire Ada, le sue paure, le sue attese, le sue speranze, le sue curiosità. Il suo ruolo è maieutico: è come se le dicesse: tanti animali camminano in modo diverso e tu che animale vuoi essere? Come vuoi camminare? In controluce c’è la domanda: come vuoi vivere?

V: Quanto è importante che le persone accettino le diversità dell’altro?

G: Molto importante, perché accettare l’altro significa farlo uscire dall’isolamento, dalla discriminazione, dalla criminalizzazione legati in qualche modo della sua diversità. Una parola gentile, uno sguardo amico, un abbraccio, un gesto di simpatia possono abbattere il muro di diffidenza e creare un clima di fiducia e di rispetto reciproco. È questo che crea un dialogo proficuo tra le nostre diversità – poiché tutti in qualche modo siamo unici e diversi – e contrasta la chiusura. Non dimentichiamo che alla base della tolleranza c’è proprio l’accettazione.

:: Un’intervista con Giuseppe Culicchia a cura di Giulietta Iannone

23 aprile 2019

Il cuore e la tenebraBenvenuto Giuseppe sulle pagine di Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parleremo principalmente del tuo ultimo libro, Il cuore e la tenebra, edito da Mondadori, che ti confesso mi ha notevolmente colpito. Ma lascio a te la parola. Descrivici in breve la trama, e parlaci del momento in cui l’hai ideato, proprio come è nato il processo creativo.

Il cuore e la tenebra è un romanzo che nasce dal mio primo soggiorno berlinese, avvenuto vent’anni fa. Berlino fu per me sconvolgente. Camminavi per strada e vedevi le ferite di tutto il Novecento, i vuoti e le cicatrici che aveva lasciato, e allo stesso tempo percepivi una vitalità incredibile, una capacità di risorgere dalla proprie ceneri davvero non comune. Per tutti questi anni ho desiderato scrivere un romanzo berlinese. E infine ho capito che quella era la città perfetta per una storia che avese a che fare con la colpa e il perdono, con la morte del padre e con il viaggio alla scoperta del suo lato oscuro: Mark Twain diceva che in tutti noi c’è la faccia nascosta della luna, quella che nessuno vede mai. Giulio, il figlio di Federico che va a seppellirlo, parte dall’Italia per Berlino senza sospettare che il suo viaggio lo porterà in quel territorio sconosciuto.

Protagonista del romanzo è un figlio che per la morte del padre si reca a Berlino per provvedere alla sua cremazione. Segue l’ordine delle cose, di solito i padri vanno via prima di figli, e spetta ai figli elaborare il lutto e mantenere viva la loro memoria. Ma Giulio si trova a scoprire del padre cose che mettono in crisi la sua memoria, dell’infanzia soprattutto, il suo attaccamento per questo padre assente ma molto amato. Come hai reso questa discordanza, questa usando un termine musicale dissonanza?

Nel momento in cui Giulio trova ciò che ha lasciato scritto il padre è come se dovesse imparare di nuovo a camminare: si tratta di un mondo nuovo, in cui da principio non sa orientarsi. Più va avanti questo suo viaggio nella memoria e nelle memorie più viene spiazzato da ciò in cui s’imbatte. Disorientato, a tratti deve staccarsi da ciò che ha trovato, si perde per Berlino, si ubriaca. Il peso è troppo grande. Ma infine riesce a farsene carico.

Il padre di Giulio e Pietro (c’è anche un altro fratello), Federico Rallo, era un grande musicista, un’artista ossessionato dalla Nona Sinfonia diretta da Furtwangler in occasione del compleanno di Hitler. Questa ossessione lo porta ad essere allontanato, a perdere il suo lavoro e il suo status. Ma proprio un fallimento esistenziale precedente porta quest’uomo ad avvicinarsi all’ideologia nazista, giusto?

Ciò che colpisce Federico dell’hitlerismo è la determinazione a non arrendersi di fronte alla sconfitta ormai certa. Federico è un vinto: ha fallito sia professionalmente sia umanamente. E forse proprio la consapevolezza di questo fallimento lo porta a stare dalla parte dei vinti, o se non altro a solidarizzare con loro, malgrado l’orrore.
Sempre parlando dell’esecuzione di Furtwangler, la fascinazione, l’attrazione per quel mondo, sul punto di crollare (la guerra sembra ormai persa e forse anche i musicisti ne hanno consapevolezza), è molto probabilmente puramente estetica. Ci puoi spiegare meglio questo concetto?
La perfezione assoluta di quella Nona Sinfonia diretta da Furtwängler è figlia del tempo e delle condizioni in cui è stata eseguita. Questa è la molla che fa scattare in Federico l’interesse nei confronti di Hitler. E il dittatore si dimostra capace di sedurre anche post-mortem. Come musicista, Federico ama profondamente la stessa musica amata dal Führer. E come artista rimane affascinato dalla perfezione estetica dei film della Riefenstahl. Ma davanti alle foto di Album Auschwitz resta senza parole.

Fascismo, nazismo, antisemitismo che fino anche solo a pochi anni fa sembravano capitoli chiusi, idee con le quali si era venuti a patti, attualmente si stanno ripresentando anche con grande virulenza. Come te lo spieghi? Covavano come cenere sotto la brace come si suol dire?

Quello che cova sotto la cenere è la crescente consapevolezza delle diseguaglianze che sono frutto del capitalismo liberista e della globalizzazione. In nome del profitto stiamo assistendo alla distruzione della biosfera e in prosepttiva alla trasformazione del nostro Pianeta, destinato a diventare sempre più inabitabile dalla nostra Specie. Non credo a un ritorno delle ideologie che hanno segnato il Novecento: ho semmai la sensazione che sia in corso una trasformazione radicale del nostro essere gettati nel mondo, come diceva Heidegger, complici non solo i mutamenti climatici ma anche quelli antropologici dovuti agli sviluppi nelle nuove tecnologie. Molto presto dovremo fare i conti con le conseguenze del nostro volerci sostituire a Dio, tra intelligenza artificiale, clonazione, riduzione dell’essere umano a monade priva di memoria e di identità, da libero cittadino a schiavo consumatore, una sorta di codice a barre ambulante dominato da algoritmi e narcotizzato da un arsenale in costante evoluzione di armi di distrazione di massa. È questo a occupare i miei pensieri, non i nazisti dell’Illinois.

Scrivendo questo libro non hai avuto paura di essere frainteso? Che qualcuno ti avvicinasse al nazismo? Non hai avuto paura dello stesso effetto su cui Nietzsche mette in guardia?

Il fraintendimento è un problema innanzitutto per chi e di chi fraintende.

Seguendo questo disvelamento il lettore si chiede e adesso? Il figlio casa farà? Giulio spiazza tutti alla fine con il perdono. L’amore verso il padre è superiore al disprezzo, non giustifica, non assolve né il padre, né la storia, ma il sentimento viene prima della ragione. È esatto?

Se il sentimento non venisse prima della ragione ci saremmo già estinti. Credo che esistano forme di amore assoluto in cui cui tutto infine si perdona, perché al giudizio subentra la pietà.

Il tuo libro in sintesi parla di amore, dell’amore che lega un genitore al figlio, e delle sue regole. Citi nel tuo libro figli di nazisti, che a guerra finita, emerse le azioni dei padri hanno continuato ad amarli, non li hanno mai rinnegati. L’amore è quindi superiore del giudizio etico e morale? È al di la del bene e del male?

L’amore, se è vero amore, è sempre al di là del bene e del male.

Grazie di aver risposto alle mie domande, ringraziandoti ancora del tempo che ci hai concesso mi piacerebbe ancora chiederti se stai attualmente scrivendo, e di cosa ti stai occupando.

Sto scrivendo, sì. E si tratta di un libro molto lontano da Il cuore e la tenebra.

:: Fantalà 1. Due strane creature, (Gallucci 2019) ne parliamo con l’autrice Michela Tilli a cura di Viviana Filippini

19 aprile 2019

Fantalà 1. Due strane creatureFantalà 1. Due strane creature, (Gallucci 2019) di Michela Tilli è il primo volume di un trilogia che ha per protagonista il piccolo Simone alle prese con compagni dispettosi e scherzi che vanno ben oltre il gioco, rivelandosi veri e propri atti di bullismo. Simone affronterà questa situazione da solo, poi arriveranno due piccole e strane creature (Ben e Grimm) che lo aiuteranno, spesso combinando grandi pasticci, a sistemare un po’ le cose. Ne parliamo con l’autrice.

Ben trovata Michela, come è nata l’idea della saga di Fantalà 1. Due strane creature?

C’è un’immagine che ricorre nelle mie fantasie fin dall’infanzia. È quella di un’ombra che vive sotto il letto di un bambino: è il suo amico immaginario ma è anche, nello stesso tempo, l’Uomo nero, la rappresentazione del male. Proveniva, se non ricordo male, da un episodio di una serie televisiva che mi aveva colpito molto, Ai confini della realtà. I miei romanzi nascono sempre da una piccola idea, a volte un’immagine come questa, che poi prende un’altra strada. In questo caso, quando ho deciso di scrivere la mia prima storia per ragazzi, sapevo che avrei raccontato della difficoltà di distinguere il bene dal male. E quale tema migliore e più attuale del bullismo per parlare dell’incerto confine tra bene e male? Gli adulti che dovrebbero educare i bambini spesso fanno confusione tra la capacità di reagire e l’uso stesso della violenza. E anche i diretti interessati, bulli, vittime, gregari e testimoni non hanno ben chiaro cosa sia bene e cosa male. E così l’ombra nera della mia infanzia è diventata un omino simpatico e colorato, anzi due, che appaiono a Simone nel momento di massima confusione.

Simone è vittima di brutti scherzi di alcuni compagni di classe e ha un nemico: il capobanda Emiliano, bulletto di turno figlio del capo del padre. Quanto questa situazione grava sul protagonista?

Simone vive questa situazione con grande sofferenza. Non ha voglia di andare a scuola e i genitori pensano che sia pigro. Sperimenta i primi insuccessi scolastici e vede la delusione sul viso degli adulti che gli stanno intorno, genitori e insegnanti. La verità è che ha paura ed è stanco di dover combattere ogni giorno per la propria tranquillità.

Grimm e Ben, due simpatiche creature o le parte ribelle e buona che vivono in Simone?

Ben e Grimm sono due creature concrete, che irrompono nel mondo di Simone portando un simpatico scompiglio e una serie di soluzioni ma anche di problemi ulteriori. Naturalmente nascono dal suo cuore e rappresentano la parte buona e la parte ribelle, ma il compito della fantasia è dare corpo e voce alle idee per vedere dove ci portano. Quando Ben e Grimm rotolano fuori da Fantalà per aiutare il loro protetto, nessuno potrà più fermarli, né controllarli. Ribellarsi a volte è un bene ed essere sempre buoni in certe occasioni bene non ci fa. Come tutti i personaggi, Ben e Grimm hanno cominciato presto a reclamare la propria indipendenza.

Il protagonista sarà coinvolto in diverse avventure e disavventure, e non sempre verrà creduto dagli adulti (maestre e genitori). Perché ci sono queste incomprensioni?

Purtroppo, nonostante tutte le conoscenze che noi adulti abbiamo in campo educativo, spesso svalutiamo il disagio dei ragazzi e scambiamo per pigrizia e inettitudine il dolore che i bambini non riescono a esprimere in altro modo. E una volta che iniziano le incomprensioni, una tira l’altra, fino a creare uno stato di incomunicabilità. I ragazzi possono mentire per coprire un fatto di scarsa importanza, solo per evitare la solita ramanzina o per non vedere la solita espressione sul volto dell’adulto che amano. Poi la menzogna si fa più grande per coprire la precedente, e così via. Oppure raccontano la verità, magari con il loro speciale punto di vista, ma gli adulti non ascoltano.

Questo primo romanzo può essere visto come l’inizio di un cammino di crescita e maturazione per Simone?

Sì, l’idea di continuare la serie con altri due volumi nasce proprio da lì. Volevamo, insieme con l’editore, raccontare un percorso di crescita. Simone cambia molto tra l’inizio e la fine di questo romanzo, ma continuerà a cambiare anche dopo nel secondo e terzo volume. A una velocità che ben conosce chi osserva i bambini da vicino.

Fantalà tratta il tema del bullismo con l’aggiunta della componente fantastica, come è stato mescolare questi due elementi?

Anche quando mi occupo di temi molto concreti e reali, sia in Fantalà sia nei romanzi per i lettori adulti, non posso fare a meno della componente fantastica. È per me proprio connaturata alla scrittura. Di solito si tratta semplicemente del rapporto tra realtà esterna e realtà mentale dei personaggi. Mentre qui, parlando di ragazzi e ai ragazzi, ha assunto un’importanza ancora più spiccata, forse a causa dei riferimenti alle mie letture infantili. Avevo, credo, sette anni quando in Italia uscì uno dei libri che ho amato di più in assoluto, La soria infinita di Ende, il primo libro che poi ho letto a entrambi i miei figli.

Per chi è vittima o testimone di atti di bullismo quanto è importante raccontare il proprio stato di disagio interiore?

Parlarne è il primo passo per tutti, l’unico veramente importante. Gli atti di bullismo sono molto frequenti e avvengono a ogni livello, anche tra adulti, sebbene li chiamiamo con nomi diversi. A volte sono atti gravissimi, a volte sono piccole estenuanti molestie, come prese in giro e dispetti ripetuti, che debilitano l’autostima di chi le subisce. Non se ne parla per vergogna o per paura. I testimoni, a volte, per quieto vivere. Ed è lì, nell’omertà, che si annida il vero pericolo: che è il pericolo della ripetizione più che dell’atto violento in sé. La ripetizione diventa ansia e ricatto. Le persone si spezzano e non riescono più a reagire.

Ha già elaborato gli altri libri della saga?

Sì. Il secondo volume è terminato e il terzo è a buon punto. Questa volte mi dispiace quasi finire di scrivere, cosa che invece di solito è un sollievo. Perché il romanzo richiede una grande fatica, ma Simone, Ben e Grimm mi hanno riservato grandi sorprese. Quando si lascia campo libero alla fantasia, si scoprono meraviglie che non pensavamo potessero prendere vita.

:: Un’intervista con Bianca Garavelli a cura di Giulietta Iannone

19 aprile 2019

BiancaBenvenuta Bianca, scrittrice, critica letteraria, firma per “Avvenire”, dantista, ti occupi di molti campi e quest’anno sei stata membro della giuria dell’ottava edizione del Premio letterario “La Provincia in Giallo”. Ce ne vuoi parlare? Come sei stata coinvolta nel progetto?

Grazie Giulietta, è un piacere conoscerti. In realtà, sono la co-fondatrice del Premio “La Provincia in Giallo”, che è nato da una chiacchierata tra me, che ho a lungo studiato il fenomeno del giallo italiano per la mia tesi di dottorato, e Raffaella Spini, presidente nel 2012 del Rotary Club Cairoli. Questo Club, che agisce in Lomellina, quindi in provincia, considera importante anche l’aspetto culturale dei servizi che può rendere alla società: servire per migliorare il mondo, a partire dal proprio territorio, è l’obiettivo generale del Rotary. Ogni anno il Club dona i libri che hanno partecipato al Premio a una biblioteca del territorio.
Nei miei studi sui giallisti italiani dal 1980 ai giorni nostri, ho notato emergere un interesse ricorrente di alcuni scrittori verso i piccoli centri, una sorta di legame fondato sulla condivisione delle tradizioni, che somiglia al regionalismo proprio del Neorealismo. Quindi è nata l’idea di valorizzare questo tipo di romanzi e racconti, e io stessa ho aggregato una giuria, che si è modificata nel corso degli anni. I primi giurati oltre a Mino Milani e me sono stati Giuseppe Lippi e Margherita Oggero. Come Milani, Giuseppe Lippi è sempre rimasto, ma purtroppo lo scorso dicembre si è spento, prematuramente.

Un premio molto particolare, in cui concorrono opere ambientate in provincia di genere giallo. Il noir, specialmente americano, nasce nelle metropoli, nelle grandi città della costa atlantica e pacifica. Solo successivamente la periferia ha acquistato interesse, la provincia, la campagna, i borghi montani. Cosa pensi abbia contribuito a questo cambiamento?  

Credo che sia dovuto a un bisogno di raccontare un’Italia meno vistosa di quella metropolitana, ma non meno importante, anzi forse più decisiva per i cambiamenti, per i fenomeni sociali in corso. È come se la provincia volesse fare sentire la sua voce, fosse stanca di essere sottovalutata. La provincia è la cartina tornasole di mutamenti che coinvolgono l’intera società, nonostante rimanga costante il suo legame con la tradizione. Il genere giallo permette di entrare in profondità nelle sue contraddizioni, nei suoi aspetti sempre più sorprendenti. Per esempio, c’è anche un filone che collega la provincia con il soprannaturale, con misteri che sfidano la nostra razionalità, come nei romanzi di Eraldo Baldini e Giorgio Todde.

Il giallo ormai è un genere che ha acquistato una sua precisa nobiltà artistica, anche agli occhi della critica più impegnata e preparata che una volta la considerava letteratura esclusivamente di intrattenimento ma priva di un vero valore letterario. Hai notato anche tu questo cambiamento?  

Sì, e soprattutto ho notato una svolta importante nel 1980, con la pubblicazione di un giallo storico di successo planetario, scritto da uno studioso che godeva di una grande stima: Il nome della rosa di Umberto Eco. Questo romanzo ha spianato la strada a molti altri che, anche se non hanno raggiunto gli stessi risultati, hanno confermato e poi consolidato un interesse crescente. Gli scrittori stessi si sono accorti di questo cambiamento, e si sono aggregati in “movimenti”, in gruppi, nati proprio tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, come il “Gruppo 13” a Bologna e la “Scuola dei duri” a Milano, di cui ha fatto parte lo stesso vincitore di quest’anno, Raul Montanari. Il fenomeno giallo-noir è oggetto di studio anche da parte di accademici illustri, che ampliano il loro raggio d’azione, come testimonia il convegno ricorrente dell’Università La Sapienza, “Roma Noir”, curato dall’italianista Elisabetta Mondello.

Ha vinto Raul Montanari con “La vita finora” edito da Baldini + Castoldi, romanzo sul cyberbullismo diffuso tra i giovani. Cosa vi ha colpito di più del suo libro? È stato difficile arrivare a un verdetto finale?

È stato di una difficoltà crescente arrivare alla selezione dei semifinalisti, poi dei tre finalisti e fra questi del vincitore, anche perché quest’anno il Premio ha avuto una partecipazione da record, con sessantanove libri. Credo che la giuria abbia lavorato con onestà e impegno, tenendo conto delle qualità di tutti gli autori. I tre finalisti raccontano delle province molto diverse fra loro, confermando l’idea che il giallo stia mettendo in luce aspetti nascosti dell’Italia di oggi. Fulvio Ervas ci rivela i segreti del Nord-Est, Mariolina Venezia di una Matera sempre meno provincia e più centro di cultura internazionale; entrambi ce ne svelano i lati corrotti, insieme ad altri ancora molto vicini alla tradizione.
Il romanzo di Montanari colpisce per l’originalità della struttura, per la capacità di trasferire in una sorta di provincia quasi astratta, un ambiente in apparenza isolato circondato da montagne imponenti, una trama da noir metropolitano. C’è una doppia sfida in atto nel romanzo: fra adulti e adolescenti, e fra due tipi di “male” incarnati rispettivamente da un ragazzo, come tutti i suoi coetanei navigato in ambito di social network, e da un adulto provato da molte esperienze militari. L’autore ha la capacità non comune di spingere fino all’estremo i suoi personaggi, di mostrarne gli aspetti che li uniscono, anche se sono avversari, creando interazioni da tragedia, e, usando l’attualità per mostrarci lati sconvolgenti della realtà sociale, come il cyberbullismo, che trasforma in incubo persecutorio le potenzialità aggregative dei social.

Ringraziandoti per la disponibilità un’ ultima domanda dedicata a te e al tuo lavoro di scrittrice. Che progetti stai portando avanti? Stai scrivendo attualmente?

Ho in cantiere un progetto dantesco, che si ricollega in parte al mio romanzo del 2015, Le terzine perdute di Dante, uscito da Rizzoli Best BUR. È un omaggio al grande maestro di cui si celebra un importante anniversario nel 2021: i settecento anni dalla morte.

:: Un’intervista con Raul Montanari a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2019

La vita finoraBenvenuto Raul. Hai appena vinto l’edizione 2019 del Premio letterario “La Provincia in Giallo” con il romanzo “La vita finora” edito da Baldini + Castoldi, libro sul cyberbullismo diffuso tra i giovani. Un male sommerso ma che crea tanto disagio e vera disperazione. Ce ne vuoi parlare?

In estrema sintesi, anche se il discorso sarebbe complesso: attraverso il drammatico crescendo di disavventure di un professore che va a insegnare in un paese sperduto in cima a una valle, ho cercato di raccontare i due cambiamenti epocali che stiamo vivendo.
Anzitutto si è rotta l’alleanza fra gli adulti, quel meccanismo per il quale, fino alla generazione scorsa, l’adulto a casa (il genitore) si identificava nell’adulto a scuola (l’insegnante), mentre ora vede spesso nell’insegnante un nemico ostile a suo figlio.
In secondo luogo, questa è la prima volta, nella storia del mondo così come lo conosciamo, che la generazione adulta si trova in svantaggio rispetto alla generazione nuova. Un ragazzino di 12 o 13 anni usa il computer, i social, le nuove tecnologie con più prontezza e competenza di suo padre e dei suoi insegnanti; l’esperienza, che è sempre stata l’arma vincente a vantaggio della vecchia generazione, non conta nulla nel mondo digitale.
Il risultato è che il virtuale non è più separato dal mondo reale, dal mondo “vero” come abbiamo sempre detto ai ragazzi: è diventato così importante che è ora di dire che IL VIRTUALE È REALE. Dobbiamo dirlo proprio perché il virtuale non sembri una specie di Paese della Cuccagna in cui si può fare di tutto, adottare per esempio comportamenti aggressivi e persecutori, con la scusa che sono cose meno gravi rispetto a quanto sarebbero nel mondo reale.
Una persona presa di mira nel mondo virtuale soffre realmente, non virtualmente; ciò che facciamo nel mondo virtuale ha sempre una ricaduta nel mondo reale.

I libri in concorso avevano la peculiarità di essere ambientati in provincia e di essere di genere giallo, nella più ampia accezione del termine. Pensi che questo tipo di ambientazione sia parte di un processo di crescita e cambiamento anche sociologico? Non più il centro, la metropoli, ma la periferia come luogo in cui accadono le cose, penso al country noir di scuola americana.

In realtà credo piuttosto che sia il contrario: la dimensione metropolitana sta divorando quella della provincia, dello smalltown, e te lo posso dimostrare (ma non ce n’è bisogno) con un esempio divertente. La vita finora si svolge come abbiamo detto in un paesino, quindi in provincia; eppure in molte recensioni hanno scritto che si svolge “in periferia”, come se tutto il mondo ruotasse comunque intorno alla città e un paese a cento chilometri da Milano fosse in ogni caso “periferia” di Milano!
Quindi credo che il senso del premio sia piuttosto di tipo conservativo: cercare nella produzione letteraria uno sguardo ancora attento a un mondo svalutato, sottostimato.

Gli altri finalisti erano: Mariolina Venezia, in gara con “Rione Serra Venerdì” (Einaudi) e Fulvio Ervas, “C’era il mare” (Marcos y Marcos). Cosa pensi i giurati abbiano visto nel tuo libro, tanto da proporlo per la vincita?

Penso semplicemente che abbiano trovato nel mio libro una storia incisiva scritta con uno stile consapevole.
Ti confesso che non do un’eccessiva importanza al fatto di aver vinto, mi importa di più essere entrato in finale. Nel breve ringraziamento alla fine della cerimonia ho detto che consideravo il mio libro a pari merito con quelli di Fulvio e Mariolina, che stimo moltissimo.
Considerando la complessità del giudizio letterario, è già difficile dire: questi tre libri sono i migliori dei quasi settanta candidati al premio; figuriamoci la difficoltà di dover dire: e fra questi tre il migliore dei migliori è La vita finora. Abbiamo vinto tutti e tre, e basta.

La giuria, presieduta da Mino Milani, giornalista, romanziere, sia per ragazzi che per adulti, storico, fumettista, era composta da Bianca Garavelli, dantista, Andrea Maggi, Giuliano Pasini, Flavio Santi. Una giuria di qualità si potrebbe dire, non strettamente legata al giallo e al noir. Pensi che questo genere una volta considerato di meno valore della narrativa cosiddetta letteraria, abbia acquistato oggi nuova importanza e anche interesse tra i critici più colti?

Nella tua domanda è implicita tutta la mia storia.
Ho cominciato a scrivere negli anni ’80 cercando di usare certi schemi della narrativa di tensione non per divertire il lettore ma per provare a dirgli cose importanti in un modo non noioso. Avevo imparato dai miei idoli e dai miei maestri: Poe, Stevenson, Kafka, Borges, Dürrenmatt, ma anche Aldo Busi, Giovanni Testori e Giuseppe Pontiggia, che mi hanno aiutato agli inizi della mia carriera.
Quindi sì, io credo che si possa dire  in tono un po’ sprezzante: “Questo è un giallo” soltanto di un libro che non è nient’altro che un giallo, un prodotto di intrattenimento; ma che le strutture e le sottigliezze del genere possano tranquillamente ritrovarsi in testi di livello letterario.
Spesso poi il confine fra narrativa d’evasione e narrativa letteraria è impossibile da fissare. Graham Greene distingueva, nella sua produzione, fra i libri impegnati e quelli che chiamava “divertimenti”, che erano perlopiù storie di spionaggio (o noir come Una pistola in vendita). Il fatto è che questi “divertimenti” erano scritti meravigliosamente, tali e quali ai suoi libri “impegnati”!

Grazie Raul, e ancora complimenti per la vittoria; come ultima domanda ti chiederei a cosa stai lavorando attualmente.

All’ennesima revisione delle bozze del mio secondo romanzo, La perfezione. Scritto nel 1991 e uscito in prima edizione nel 1994 con Feltrinelli, oggi che come libri pubblicati sono a quota ventuno lui è arrivato alla quarta edizione (con quattro copertine diverse: un record!) e uscirà con Baldini+Castoldi, che ne ha rilevato i diritti.
È appunto uno dei titoli storici del nuovo noir italiano che andò all’assalto delle grandi case editrici all’inizio degli anni ’90, come ha ricordato affettuosamente Andrea Pinketts nell’ultima intervista rilasciata prima di morire, pochi mesi fa.

:: Un’intervista con Franco Forte e Guido Anselmi autori di Romolo: Il Primo re a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2019

Romolo Il primo reBenvenuti su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Alcune domande sono personali, ad altre potrete rispondere entrambi. Cominciamo con la prima, in realtà più una presentazione. Descrivetevi ai nostri lettori, raccontateci che studi avete fatto, dove siete cresciuti, cosa fate attualmente.

Franco Forte: classe 1962, ho dedicato la mia vita ai libri e alla scrittura. Milanese di nascita, ora vivo in un paesino della campagna lodigiana. Dopo gli studi di ingegneria elettronica mi sono dedicato al giornalismo, alla scrittura e alle traduzioni. Oggi pubblico romanzi con Mondadori, curo le collane Il Giallo Mondadori, Urania e Segretissimo, possiedo con altri soci una piccola casa editrice (Delos Digital) e mi occupo di scrittura a 360°, dal cinema alla tv al teatro.

Guido Anselmi: classe 1972, dopo venti anni dedicati all’ingegneria del software, ho deciso di averne abbastanza delle quattro mura entro le quali stavo confinando la mia vita. Dopo aver vinto il premio WMI, ho iniziato una fortunata collaborazione con Delos Digital, pubblicando due romanzi brevi e un racconto. “Romolo Il primo re” è il mio esordio con Mondadori.

Per Franco: Dunque in questo romanzo storico hai affrontato la figura di Romolo, il fondatore di Roma. Personaggio impegnativo, soprattutto perché le fonti storiche non sono molte, giusto? Come vi siete documentati?

Le fonti storiche sono molto frammentate, più che altro frutto di interpretazioni (spesso fantasiose) da parte di autori classici molto lontani dal periodo descritto, e questo ci ha dato modo da una parte di poter sfruttare la fantasia e l’immaginazione per coprire gli ampi squarci mai raccontati di questa vicenda, dall’altra ci ha costretto a discriminare attentamente fra tutte queste fonti, cercando quelle più plausibili e vicine a una possibile realtà su come si sono svolti i fatti che poi abbiamo raccontato nel romanzo. Un lavoro certosino ma molto interessante, che ci ha fatto scoprire un’epoca buia e tormentata, che ben pochi avevano raccontato in modo così approfondito.

Per Guido: Franco Forte ha all’attivo tantissimi romanzi storici, è un veterano nel trasformare personaggi come Caligola, Genis Khan in eroi. Come vi siete incontrati e come è stato lavorare con lui. Come vi siete divisi il lavoro?

La nostra prima collaborazione è avvenuta tramite la rivista Writers Magazine Italia, di cui Franco è responsabile, ed è continuata in maniera sempre più fitta e continuativa negli anni successivi. Lavorare con lui è stata un’esperienza tanto impegnativa quanto entusiasmante, non abbiamo diviso il lavoro in maniera rigida, ma abbiamo assegnato i compiti in base alle esigenze del momento, trovando sempre un grande accordo.

Per entrambi: Che idea vi siete fatti di Romolo, come ve lo siete immaginato per tutta la stesura del romanzo?

Romolo era un visionario, un uomo interessato non solo alla sopravvivenza spicciola, quella con cui si doveva combattere ogni giorno, ma anche a un possibile futuro per la sua gente. Intorno a lui si è coeso un progetto di comunità molto ardito per l’epoca, che ha fatto della comunione di intenti e della forza del gruppo un’arma formidabile per crescere nel tempo, fno a dare forma a quella che è stata la più grande fra le civiltà antiche dell’umanità: Roma. Solo un uomo straordinario, con una mente agile e lungimirante, avrebbe potuto perseguire un compito del genere, e Romolo l’ha fatto. A scapito di tante morti e di tanto sangue (fra cui anche quello del fratello Remo), ma non in nome del potere personale, bensì per dare un futuro al suo popolo. Crediamo che questa sia la misura della grandezza di questo personaggio.

Per Franco: La storia di Romolo e Remo, la loro rivalità che in un certo senso portò al fratricidio ricorda la storia di Caino e Abele, anche se Abele diciamo era il buono e quello che morì. Quando furono abbandonati Romolo e Remo in teoria dovevano essere lasciati alle acque del Tevere, questo fatto ricorda l’abbandono di Mosè in una cesta di canne. Quanto ha inciso secondo te la storia biblica nella creazione del mito legato a questi personaggi?

Diciamo che tutte le grandi storie si rifanno a degli archetipi che piacciono al pubblico che le ascolta, e dunque qualsiasi leggenda si rifà in qualche modo a quelle impalcature narrative primordiali che ancora oggi sono capaci di farci emozionare. Il nostro lavoro, come narratori, è stato quello di cercare di dare un senso, di rendere razionale e il più possibile plausibile, ciò che nel corso dei secoli, passando di bocca in bocca, si è accresciuto del sensazionalismo e della fantasia di chi ha cercato di rendere sempre più entusiasmante questa storia, affondando nel mito e nella superstizione per ammantare tutto con il sapore della leggenda.

Per Guido: Chi ha avuto l’idea di cercare di ricreare la vita quotidiana delle popolazioni di pastori dell’alto Lazio del 700 avanti Cristo?

L’idea è stata condivisa e portata avanti da entrambi, d’altronde non potevamo fare diversamente, vista la difficoltà di ricreare in modo realistico usi e costumi di tremila anni fa, dei quali si conservano testimonianze tutt’altro che esaustive.

Per entrambi: Quale è stata la parte più difficile nella stesura del libro: la raccolta delle fonti, la creazione dei dialoghi, la struttura narrativa?

Scrivere alla fine è la parte più facile, quando si hanno le idee chiare e si sa come farlo. Studiare le fonti è stato molto impegnativo, organizzare il lavoro e la struttura narrativa del testo, un po’ meno. Ma non si può costruire un romanzo di questo tipo senza tanto lavoro e senza sputare sangue, questo deve essere chiaro. Come ogni buon romanzo, ha richiesto molto lavoro e tanta dedizione, ma ci ha ripagato con grandi soddisfazioni, fra cui anche l’apprezzamento del pubblico.

Per Franco: Molta importanza è data all’azione, alla parte avventurosa della storia. Perché questa scelta?

Perché stiamo parlando di quasi 3000 anni fa, un peridodo primitivo, selvaggio, primordiale, dove la lotta per la sopravvivenza era all’ordine del giorno. Non c’era nulla che non fosse avventuroso, misterioso, pericoloso, e dunque dovevamo far muovere i nostri personaggi in questo contesto, che abbiamo cercato di ricostruire nel modo più verosimile possibile.

Per Guido: Il romanzo, sebbene uscito quasi in concomitanza con il film dallo stesso titolo di Matteo Rovere, non ha legami diretti con la pellicola cinematografica. Voi avete iniziato molto prima a lavorare alla stesura del libro, vero?

L’uscita in contemporanea del film e del romanzo è stata una incredibile coincidenza, che ha portato due progetti a lunga scadenza a vedere la luce allo stesso tempo. Dal nostro punto di vista, “Romolo” rappresenta solo il primo tassello di un progetto cui abbiamo dedicato tantissimo tempo e che coinvolgerà tanti altri validi autori, insieme ai quali intendiamo raccontare la storia dei primi sette re di Roma.

Per entrambi: Ci sono stati momenti in cui non eravate d’accordo su alcuni punti, su alcune soluzioni narrative? Avete discusso, come siete giunti a un accordo?

Si discute sempre su tutto, ci si infuria, si ride, ci si dà pacche sulle spalle, ci si sostiene, ci si insulta e si brinda insieme. È l’essenza stessa del lavoro di squadra, e dunque ci siamo passati anche noi. Ma è il bello della faccenda…

Per Franco: Nella stesura di un romanzo storico la grande difficoltà è il compromesso tra fedeltà alle fonti, perlomeno le più accreditate, e la fantasia, la creazione puramente letteraria. Ecco tu come ti comporti in questi casi, svelaci il tuo segreto?

Chi scrive romanzi storici deve sempre fare riferimento alle fonti più attendibili che riesce a trovare, dopodiché deve ricostruire per il lettore tutto ciò che gli storici non sono riusciti a scovare tra i resti archeologici, e sfruttare la fantasia e l’immaginazione per colmare questi buchi in modo verosimile e coerente con il contesto derivato dai lasciti storici. Un lavoro affascinante, che però va fatto con grande cautela, cercando di essere sempre pronti a rendere plausibile qualsiasi situazione si decida di descrivere.

Grazie a entrambi come ultima domanda vi chiederei a cosa state lavorando ora, quali sono i vostri progetti attuali?  

Adesso ciascuno per la sua strada, con tanti progetti, tante idee e… diverse belle novità di cui presto daremo notizia.

I progetti sono diversi, alcuni a lunga scadenza, altri ormai prossimi a sbarcare in libreria, di cui tuttavia non possiamo ancora parlare 🙂

:: Un’ intervista con Paola Rambaldi autrice di Brisa a cura di Giulietta Iannone

15 aprile 2019

BrisaBentornata Paola su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. È appena uscito Brisa, il tuo nuovo romanzo, ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Grazie a Liberi di scrivere. L’idea di Brisa è nata da alcuni aneddoti raccontati da due anziani musicisti durante una serata danzante, dove le mie amiche si divertivano un sacco e io, che non ballo, mi annoiavo a morte. Nel libro ho lasciato i loro nomi: Primino e Tunaia. Nel 1956 vivevano a Gorino e, in mancanza di auto, si spostavano da una balera all’altra a bordo di un carro funebre. Immagino come si toccassero i clienti ogni volta che li vedevano scaricare gli strumenti. Videro gli esordi di Milva, allora tredicenne. Prima di esibirsi facevano le prove in un magazzino di impresariato funebre, dove, ogni volta, casse da morto e ossari venivano coperti con dei teloni per non impressionare l’ignara cantante. Questi e altri aneddoti mi hanno talmente divertita che ci ho voluto scrivere una storia. Da lì è nata Brisa.

Brisa, la protagonista, è una donna molto particolare, una stria, vede il futuro e i morti, percepisce cose che gli altri non avvertono, e i suoi compaesani la consultano, ma di nascosto. Forse ne hanno anche paura, come si ha paura del diverso, dell’ignoto. Come hai costruito il suo personaggio?

Cercavo una protagonista non accattivante, che non fosse la solita bellona dei romanzi tradizionali. All’inizio della storia, Brisa, si presenta con baffi, sopracciglia incolte e vestita con vecchie palandrane il che, unito al fatto che passando la lunga treccia sulle foto riesce a vedere le disgrazie, non fa certo di lei la simpaticona che tutti vorrebbero avere per amica. Tolti i baffi e indossati degli abiti decenti Brisa migliora un ciccinino. Ma brutta è e brutta resta.

Il romanzo è ambientato in un piccolo paese alle foci del Po, Gorino, nella bassa ferrarese, tra il settembre e il dicembre del 1956. Un’ambientazione insolita per un noir che di solito predilige gli ambienti metropolitani. Come hai scelto questo scenario? Cosa l’ha reso particolarmente adatto a scrivere una storia come la tua?

Ho scelto Gorino per restare fedele ai luoghi di Primino e Tunaia. Sono andata in ricognizione a Gorino due volte in cerca d’ispirazione per il resto della storia, ma non ho trovato niente. Infatti nel romanzo ricorre spesso la frase: In un posto dove non succede mai niente… Poi con l’arrivo del luna park per la festa del patrono nel romanzo succederà di tutto. I colleghi d’ufficio che mi hanno accompagnata nelle ricognizioni si sono cuccati anche la visita alle Pompe funebri Ottani, che ancora ringrazio.

Molte delle storie che racconti nascono da racconti veri che hai sentito, che hai raccolto nella tua vita. Come separi fantasia da realtà, come li amalgami?

In effetti mi sono ispirata a due storie vere. Una strage familiare citata nelle prime pagine raccontata da mia figlia quando era vigile del fuoco, e il grosso guaio in cui incorrerà Brisa, verso la fine del romanzo che mi è stato raccontato quando facevo volontariato al pronto soccorso. Casi in cui la realtà supera di gran lunga la finzione. La giornalista-scrittrice Piera Carlomagno sostiene che tutti i casi citati nei romanzi prendano sempre spunto dalla cronaca e anche se molti scrittori negano, credo abbia ragione.

Il romanzo inizia allegro, solare: sta arrivando il luna park in città, per la festa patronale, un complesso suonerà i successi di quell’anno, si ballerà, si farà festa, poi scompare un ragazzino, Lucianino, figlio di Smamaréla, la donna del fratello di Brisa, da quel momento inizierà un viaggio nell’orrore, nelle peggiori depravazioni umane, di colpo i personaggi mostrano un altro volto, si rivelano per qualcosa che difficilmente sospettavamo. Come hai caratterizzato questa dualità, questo cambio di prospettive?

Per me le parti più difficili da scrivere sono sempre gli inizi, quando ancora non è successo niente, perché sono attratta solo dall’azione. Quando qualcuno racconta a voce vorrei che iniziasse dalla fine. Dal fattaccio. Non ho pazienza. Voglio arrivare subito al dunque. Negli anni ’70 quando non c’erano orari per andare al cinema, entravo sempre verso la fine delle proiezioni. Vedevo il finale del film e poi lo rivedevo daccapo. Non amo le sorprese e vorrei sempre sapere dove mi porteranno le storie. Tutte, tranne la mia. Non ci tengo a sapere come e quando morirò.

In Brisa abbiamo una fotografia della provincia italiana del dopoguerra, dove tutti si chiamano per soprannome, dove il benessere non è ancora diffuso, la vita è dura, si fatica, ben pochi sono i divertimenti. Che importanza ha tutto ciò nel tuo romanzo?

Ho scelto di ambientare il romanzo negli anni ’50 perché in quegli anni la gente riusciva ancora a stupirsi di qualcosa. Negli anni le efferatezze che seguiamo nei libri e nei film sono diventate tali che non ci stupiamo più di niente. I serial killer sono tenuti a brutalizzare le loro vittime in modo sempre più efferato pur di colpire lettori e spettatori. L’ultima volta che mi sono stupita credo sia stato per un serial killer chi si scopava le orbite dei cadaveri. Da Seven e da Il silenzio degli innocenti in poi è stato un crescendo dove ogni autore si è sentito in dovere di moltiplicare le efferatezze del suo uccisore seriale, ottenendo, per me, l’effetto di azzerare le emozioni. Non amo gli Horror con brutalità in crescendo e non amo i porno per l’eccessiva introduzione senza introduzione. Il troppo anziché stupirmi mi annoia.

Anche tu usi molto il dialetto per caratterizzare i personaggi, per accentuare l’aspetto corale del romanzo. Come ti sei documentata? È un dialetto che parli, che usi nella tua quotidianità?

Ho usato il dialetto di casa mia, anche se i miei genitori lo parlavano solo tra loro e si rivolgevano ai figli in italiano.

Le forze dell’ordine in questo romanzo non brillano per acume e perspicacia, preferiscono andare a prendersi un caffeuccio al Trombini, il bar della zona. E Brisa quasi per caso si reca dove si dipanerà la storia. Non hai voluto puntare sull’indagine, hai preferito dar voce al caso, alle possibilità, all’intuito?

La gran parte dei giallo-noir in circolazione hanno sempre un investigatore alcolizzato, depresso, che parla con la moglie morta e che si innamora della collega strafiga di turno. Nella mia storia ho voluto fare a meno dei tutori della legge. Scerbo e Bellugi arriveranno a immaginare cos’è successo solo per supposizioni. Il lettore saprà, ma l’indagine vera e propria comincerà solo dopo la parola Fine.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che ti hanno ispirato nella scrittura di questo libro? Quali letture?

Il mio autore preferito resta sempre Simenon, di suo leggo tutto tranne il Commissario Maigret (conservo ancora un bel ricordo degli sceneggiati televisivi con Gino Cervi in bianco e nero). Amo anche Lansdale, Ammaniti, De Giovanni, Ruju e molti altri. Di ognuno prediligo solo alcuni libri. Ma ci sta.

Come ti sei documentata sul periodo storico? Sulle canzoni, le marche dei detersivi, delle medicine, delle sigarette? Ti hanno aiutato nelle ricerche?

Raccogliendo per mercatini giornali dell’epoca e facendo tesoro dei racconti di chi c’era.

Ti piacciono i film italiani degli anni ‘50? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

Il cinema resta la mia passione e in Brisa viene spesso citato Il grido di Antonioni con Alida Valli che venne girato quell’anno nei luoghi del romanzo utilizzando molte comparse del posto. Non a caso uno dei protagonisti è ossessionato da questo film.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Hai notato interesse dalla critica verso il tuo romanzo?

Finora ho ricevuto belle recensioni e ne sono molto contenta.

Per concludere, ringraziandoti della disponibilità e di questa simpatica chiacchierata, la fatidica domanda: a cosa stai lavorando adesso?

Sto lavorando al seguito di Brisa. Siamo nel 1963. Sono passati sette anni. Brisa ne ha trenta e si è trasferita presso dei parenti odiosi. Un uomo cerca di uccidere delle donne incinte. È l’anno del disastro del Vajont, viene assassinato John Kennedy e muore il Papa buono… Grazie ancora a Liberi di scrivere per la bella intervista.

:: Un’ intervista con Giulia Ciarapica a cura di Giulietta Iannone

10 aprile 2019

Una volta è abbastanza

Giulia Ciarapica ha bisogno di ben poche presentazioni: book blogger, promotrice culturale, parla di libri ai ragazzi nelle scuole, scrive sul “Foglio” e sul “Messaggero”, influencer come amano definirla i giornali, autrice di Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché una guida per fare questo mestiere al meglio. Ora esordisce nella narrativa con il suo primo romanzo Una volta è abbastanza, noi l’abbiamo intervistata:   

Benvenuta Giulia, e grazie di avere accettato questa intervista. Smessi i panni della book blogger esordisci come autrice con il tuo romanzo Una volta è abbastanza, primo libro di una trilogia familiare che parte dal secondo dopoguerra e ritengo arriverà fino ai giorni nostri. Un romanzo notevole, maturo, poetico, mi ha fatto davvero una grande impressione, sono sincera. Ma prima di parlare del libro, parlaci di te, come ti senti dall’altra parte della barricata, a ricevere recensioni, invece che scriverle, a gestire anche il rapporto con i lettori?

Grazie innanzitutto a te per l’ospitalità, Giulietta. Beh, che dire, è una cosa stranissima vedermi dall’altra parte, soprattutto quando cerco di osservarmi in modo distaccato, e puntualmente non ci riesco. La mia vita ruota attorno ai libri, alle parole, alla scrittura, ma quando ho iniziato questo percorso – quello da book blogger, intendo – mai avrei immaginato di vedermi un giorno in veste di autrice. Sono felice quando qualcuno recensisce positivamente ciò che scrivo, ma mi sento anche un po’ in imbarazzo. Scrivere, a questi livelli, significa mettersi a nudo di fronte ad un pubblico che non ti conosce davvero, ma vede sempre e solo una parte di te, gioco forza. La cosa che mi viene più naturale, almeno per il momento, è gestire proprio il rapporto con i lettori, perché in realtà è una cosa che va avanti da un sacco di tempo. Sono più o meno gli stessi che mi leggono sul Foglio, sul Messaggero e sul blog, quindi sono abituata ad interloquire quasi quotidianamente con loro. Credo sia effettivamente la parte più bella.

Parliamo anche del tuo percorso formativo: cosa hai studiato? In cosa sei laureata? Come i tuoi studi ti hanno aiutato nella vita, e nel tuo lavoro di promotrice culturale? Consiglieresti ai giovani di intraprendere i tuoi studi?

Prima ho fatto il liceo classico a Civitanova Marche, poi mi sono laureata in Lettere moderne con una specializzazione in Filologia moderna all’Università degli Studi di Macerata. Da sempre sono stata orientata verso le lettere, in senso ampio, e tutti gli studi intrapresi mi hanno aiutato moltissimo per il mio lavoro: si può dire che sono la base, grazie a questo percorso di studi ho acquisito gran parte degli strumenti che utilizzo oggi per scrivere, leggere (in senso analitico) e anche per promuovere adeguatamente un libro. Perché oltre ad una buona capacità comunicativa – che immagino sia per lo più una qualità innata – bisogna avere anche una buona preparazione di base. Lo studio è sempre fondamentale.

Uno scrittore è innanzitutto anche un lettore, diffido degli scrittori che dicono di non leggere, si impara dai grandi maestri, c’è poco da fare, si metabolizza la loro scrittura e la si fa propria. I più fortunati poi, dotati di maggior talento, acquistano una propria voce, una propria unicità. Tu ti occupi anche di critica letteraria, quindi un testo lo analizzi in maggiore profondità che un comune lettore. Ovvero utilizzi un tipo di lettura non superficiale, unicamente per il piacere di leggere. Quello che voglio chiederti è non solo quali sono i tuoi maestri letterari ma in che misura hai coltivato la tua sensibilità narrativa confrontandoti con i loro mondi, con la loro espressività.

Grazie per questa bellissima domanda. I miei maestri sono senza alcun dubbio Alberto Moravia, Elsa Morante, Dino Buzzati, e poi Sandor Marai, Magda Szabò, Emile Zola, Balzac e Jane Austen. I fondamentali sono questi. Amo particolarmente Buzzati e Marai, in genere sono ispirata dalla letteratura italiana dell’Otto e Novecento (uno dei miei libri del cuore è “Fosca” di Iginio Ugo Tarchetti, assieme a “Malombra” di Fogazzaro, senza dimenticare “Il marchese di Roccaverdina” di Capuana) e dalla letteratura mitteleuropea. Sono molto devota alla letteratura europea, sebbene il mio libro preferito in assoluto (sì, ne ho uno, sono riuscita ad identificarlo) sia “Stoner” di John Williams. Questi scrittori hanno modellato non solo la mia idea di letteratura ma hanno anche, inevitabilmente, plasmato la mia sensibilità di lettrice e poi anche di autrice. Le atmosfere rarefatte della Mitteleuropa, l’ironia tagliente di Balzac, la cattiveria naturalista di Zola, le donne guizzanti, provocatrici e scaltre della Austen, tutto questo ha contributo alla mia crescita interiore. Quello che sono oggi lo devo anche a loro.

Per chi non avesse ancora letto il libro, facciamo un breve riassunto. Parlaci della trama di Una volta è abbastanza, edito da Rizzoli, frase che sembra l’abbia detto Mae West a proposito della vita, giusto?

Esatto. La frase da cui abbiamo tratto ispirazione per il titolo è “Si vive una volta sola, ma se lo fai bene una volta è abbastanza”. Non so se la condivido appieno, ma è comunque la frase che ho voluto mettere ad esergo del prologo perché l’ho trovata giusta, esatta, impeccabile per l’andamento della vita di tutti i miei personaggi.
Ci troviamo a Casette d’Ete, un paesino sperduto della provincia delle basse Marche, nel 1945. La guerra è appena finita, la miseria spadroneggia e anche a Casette si muore di fame. Annetta e Giuliana sono le due grandi protagoniste di questa storia, due sorelle che, simili e al contempo molto differenti, si troveranno ad avere a che fare con lo stesso uomo, Valentino. È una storia di famiglie, di amori, di tradimenti ma è anche e soprattutto una storia territoriale e d’impresa, in cui emerge forte e chiaro l’elemento del lavoro: le scarpe sono il destino di tutti gli abitanti di Casette d’Ete, così come lo saranno anche per Annetta, Giuliana e Valentino.

Ora parliamo dell’uso del dialetto. I dialoghi nel tuo romanzo sono sia in italiano che in dialetto marchigiano. Silone era contrario all’uso del dialetto nel romanzo, privilegiando la comprensibilità del testo. Come mai invece tu hai compiuto questa scelta di utilizzarlo così ampiamente? Per dare maggiore verosimiglianza? Per dare davvero voce a Giuliana, Valentino, Annetta, Alberto, Enrichetta e tutti gli altri personaggi?

Esattamente. Ho scelto di utilizzare il dialetto – che credo comunque sia abbastanza comprensibile anche per chi non è della zona, non mi sono spinta oltre un certo limite – perché volevo conferire tridimensionalità ai miei personaggi, oltre al fatto che sarebbero stati molto più artificiosi se avessero parlato un italiano impeccabile. Ce li vedi Annetta, Giuliana e Valentino, che a malapena avevano frequentato la terza elementare, a discutere, arrabbiarsi o gioire in un perfetto italiano? Io no!

Con questo romanzo hai voluto raccontare la storia della tua famiglia. Scoprire che Annetta, il mio personaggio preferito, è stata una donna vera, in carne e ossa, è stato molto emozionante. Giuliana era tua nonna, vero? L’hai conosciuta?

Giuliana e Valentino sono i miei grandi amori, nonni materni che ho avuto la fortuna e il privilegio di coccolare fino a qualche anno fa. Li ho vissuti a lungo e molto intensamente, e per questo sono grata alla vita. Purtroppo non ho conosciuto Annetta, che è anche il mio personaggio preferito, perché in lei mi rivedo moltissimo, anche se me ne sono resa conto solo alla fine. Ho provato – attraverso i racconti di mia nonna e di mia madre – a ricostruire il suo spirito battagliero, a dare nuova linfa alla sua esuberanza. Al termine del romanzo, rileggendolo, mi sono resa conto che Annetta “ero io”. Forse è anche per questo che è stato il personaggio che mi ha ossessionato letteralmente più di tutti. Avrei pagato oro per conoscerla.

La memoria, soprattutto familiare, ha dunque un ruolo importante, se non determinante, nel tuo libro. Che ruolo svolge questo complesso processo di elaborazione del passato nel lavoro dello scrittore, nella tua esperienza?

Onestamente, il gesto di “riavvolgere il nastro” è per me più che consueto. Lo faccio nella vita di tutti i giorni, essendo una nostalgica naturale. Ancor prima che si affacciasse anche solo l’idea di scrivere il romanzo, avevo recuperato vecchie fotografie, passavo le giornate a farmi raccontare fatti di un passato che non ho vissuto ma che sento appartenermi in modo diretto. In fondo, io ci vivo nel passato.

Accostandoti a Natalia Ginzburg nella mia recensione so di aver compiuto una scelta come dire ardita, ma se penso che anche la tua editor è d’accordo vedendoci delle somiglianze, mi sento un po’ rassicurata. Insomma non è più solo una mia sensazione. Ami questa autrice? Cosa hai letto di suo?

A dire il vero della Ginzburg ho letto solo “Lessico famigliare”. Più che altro sono molto legata, come ti accennavo prima, a certa letteratura italiana novecentesca che mi ha inevitabilmente formato. Sono onorata e lusingata dell’accostamento, perché la Ginzburg è davvero un gigante! A questo punto però sono ancora più motivata a conoscerla e studiarla.

Otre alla storia della tua famiglia, anche il borgo di Casette d’Ete acquista una dimensione corale comunitaria in un’Italia che usciva dalle macerie e dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Come è fondamentale l’energia che si respira, di riscatto, di affermazione personale e sviluppo tramite il lavoro, di creatività, di crescita sociale. Mentre leggevo pensavo al nostro oggi e alla crisi che stiamo vivendo, e proprio ieri ho sentito parlare in televisione di un convegno in cui gli economisti paragonano la situazione attuale italiana ad un’economia di guerra. E mi dicevo, anche noi avremmo bisogno di questo spirito, dello spirito e dell’entusiasmo che si respira nel tuo libro. Mentre scrivevi Una volta è abbastanza l’hai pensato anche tu?

Francamente? Sì. Ho pensato che prima ci fosse proprio un altro spirito, un’altra voglia di fare le cose, un altro entusiasmo. Avvertivamo, chiara e forte, l’esigenza di farcela, di reinventarci continuamente; c’era più creatività, più bisogno di distinguersi e di organizzare la propria vita, dunque quella dell’intera comunità, attorno a idee nuove. Prima eravamo più umani.

È un po’ prematuro ma hai avuto modo di fare conoscere il tuo libro all’estero? Ci sono traduzioni in vista?

Per il momento no, è uscito da pochissimo.

Quanto dovremmo aspettare per leggere il secondo capitolo della saga?

Sto scrivendo gli altri due capitoli, un po’ di pazienza e arriva tutto J

Credo sia tutto, le cose principali che mi premeva chiederti, che mi sono venute in mente durante la lettura, te le ho chieste. Ora innanzitutto ti ringrazio per la disponibilità. Se ci sono presentazioni, in cui avvicinerai i lettori, e vuoi dirci le date sono certa che i lettori di Liberi saranno felici di conoscerle. Naturalmente se i lettori vogliono fare delle domande possono scriverle nei commenti.

Le date delle prossime presentazioni saranno: il 15 aprile a Roma, alla RED Feltrinelli di via Tomacelli, insieme alla mitica Romana Petri; il 6 maggio alla Feltrinelli di Padova e il 7 alla Feltrinelli di Verona, insieme alla deliziosa Anna Martellato. Dopodiché sarò sabato 18 maggio al festival Libri a 180 gradi, primo festival letterario con fiera dell’editoria che abbiamo organizzato a Sant’Elpidio a Mare (gioco in casa!). E per finire (per il momento) sarò il 26 giugno alla libreria Mondadori di Pesaro e il 28 giugno a Cerignola, provincia di Foggia!
Grazie ancora per avermi ospitata e buone letture a tutti!

:: Un’intervista con Martino Sgobba a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2019

matteosgobbaBenvenuto Martino su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, dei tuoi studi, del tuo percorso professionale.

Dopo il liceo scientifico, mi sono laureato in filosofia nel 1980. Dal 1981 ho cominciato a insegnare, italiano nelle scuole tecniche prima, storia e filosofia nei licei poi. Nel 2003 sono diventato preside e al termine di questo anno scolastico finirà la mia attività lavorativa. Fino al 1989 sono stato impegnato nella ricerca filosofica, con la produzione di saggi su diversi filosofi. Considerata costitutivamente insufficiente l’ermeneutica filosofica, è cominciata l’avventura della scrittura narrativa, inizialmente senza intenzione di pubblicazione.

Una vita nel sistema educativo italiano, come docente e preside. Pensi ci sia un modo per avvicinare i giovani ai libri o è un processo che deve nascere spontaneo e tutti i vari appelli o inviti alla lettura sono controproducenti?

Occorrono bravi insegnanti, che mettano in campo la loro competenza e soprattutto abbiano passione per le loro discipline. Lo studente che incontra anche un solo insegnante competente e appassionato ha una grande fortuna. Il problema della nostra scuola è il reclutamento, sicuramente inadeguato sul piano culturale e attitudinale. La lettura? Non si ha idea di quanti insegnanti leggano poco o nulla…

Come è nato in te l’amore per i libri, e per la letteratura in genere?

Nato in una famiglia molto modesta, ho compreso subito che lo studio sarebbe stata la mia occasione di crescita personale e sociale. Ho incontrato insegnanti che hanno saputo stimolare in me la curiosità culturale e la passione per la lettura.

Parlaci della tua produzione letteraria: con che libro hai esordito? Hai scritto anche antologie di racconti?

Ho pubblicato cinque libri di narrativa. Il primo è stato Le parole restano (Giovane Holden Edizioni, 2010), una raccolta di racconti. Sono seguite altre due raccolte di racconti e due romanzi.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Non ho una formazione letteraria, ma filosofica. Ho tuttavia letto moltissimo di narrativa. Lo scrittore che davvero mi ha riempito di meraviglia è stato Gesualdo Bufalino, per il primato della parola e dello stile, cioè della scrittura.

È più difficile per un ragazzo del Sud scrivere, iniziare una carriera letteraria, essere notato dagli editori importanti? O pensi che la posizione territoriale sia irrilevante? Quali sono gli ostacoli veri, effettivi?

Ovviamente il Sud offre meno occasioni editoriali, ma credo, più in generale, che per tutti la questione sia quella della mancanza di vie, per così dire, istituzionali per contattare le case editrici, diverse dal semplice invio del manoscritto. Predomina la dinamica delle conoscenze personali. Qualche possibilità di farsi notare è offerta dai concorsi.

Hai da poco pubblicato il romanzo La stanza dei racconti (molto bello tra l’altro, molto letterario, invito i lettori a leggerlo), un omaggio molto intimo all’arte dello scrivere, del narrare, con qualcosa di autobiografico a margine. Perlomeno si percepisce una certa autenticità che sa di vita vera. Quanto c’è di te nel protagonista Luca, che dalla Puglia raggiunge Belluno?

Questo romanzo parte dalla materia della memoria per poi concludere nella invenzione letteraria senza alcun riferimento biografico. Come lei ha detto, protagonista del romanzo è la stessa scrittura, pensata e praticata come un confronto duro e sincero fra l’autore e il lettore. Nella prima parte, quella che si nutre di memoria, l’autore si confronta con se stesso da giovane. Luca è il signore maturo che scrive ed è anche il giovane la cui vita viene ricordata: passato e presente si incontrano nella sovrapposizione di verità e finzione.

La memoria ha un ruolo importante, se non determinante, nel tuo romanzo. Che ruolo svolge questo complesso processo di elaborazione del passato nel lavoro dello scrittore?

La memoria è ciò che consente al presente di essere insieme radice, tronco, rami e frutti; è ciò che produce un’identità densa, complessa, anche contraddittoria; è ciò che permette di piantare storie in un terreno fertile.

La memoria è un processo selettivo, spesso “disonesto”, si ricorda il passato a volte come vorremmo fosse stato, non come realmente era, edulcorandolo in un certo senso. Uno scrittore quanto deve essere onesto e sincero quando scrive?

Per quanto mi riguarda, è la stessa scrittura che decide la direzione da prendere, la qualità e la quantità della contraffazione del passato.

Tu sei onesto con i tuoi lettori?

Io scrivo senza concedere nulla al lettore eventuale. Accetto il diritto del lettore di rifiutare dopo pochi righi la mia scrittura. Rivendico il diritto di scrivere come piace a me.

E quale è lo stato di salute della Critica Letteraria, in Italia nello specifico? La segui? C’è qualche critico che apprezzi particolarmente?

Come ho già detto non ho una formazione letteraria. Non seguo la critica letteraria e non ho avuto il piacere di essere considerato da critici.

Partecipi a premi, locali o nazionali? Ti piace presentare i suoi libri?

Partecipo ai concorsi di respiro nazionale, per cogliere occasione di far crescere il numero dei miei lettori. Per farsi conoscere le presentazioni sono necessarie e comunque anche le più noiose sono occasione di confronto e di riflessione.

Progetti di traduzioni all’estero dei tuoi scritti?

Non sono un autore che attualmente ha possibilità di essere considerato per traduzioni all’estero.

Cosa stai leggendo in questo momento?

I libri di Nadia Terranova.

Progetti per il futuro?

Scrivere il sesto libro, cercando di comprendere quale sia la mia giusta misura: il racconto o il romanzo.

Un’intervista con Rebecca Moro, autrice de Il principe degli sciacalli a cura di Elena Romanello

8 marzo 2019

Dopo aver recensito Il principe degli sciacalli abbiamo incontrato anche la sua autrice, Rebecca Moro, con cui abbiamo scambiato due chiacchiere sul libro e non solo.

Come e perché è nata l’idea del Principe degli sciacalli?

Mi sono sempre divisa tra il romance e il fantasy, sia come lettrice che come autrice, ed era un pezzo che avevo iniziato a pensare alle grandi linee di una saga, dove ci fosse spazio per entrambi i generi. Però non volevo fermarmi alla solita trama con eroi maschi stile principe perfetto e eroine sempre limitata ad essere streghe folli oppure donzelle da salvare. Volevo partire, in un certo senso, dalla fine, quando l’assedio è già avvenuto e i nemici non sono stati sconfitti, ma hanno trionfato. e volevo vedere come se la potevano giocare il principe e le principesse, una volta caduti al livello più basso, schiavi oppure ostaggi o ancora spose di guerra.
E mi piaceva l’idea di contrapporre ai “perfetti” un’orda di bestie, brutte e imperfette, che fossero comunque protagoniste e non si rassegnassero a lasciare la scena agli umani.

Perché hai scelto un fantasy di questo genere?

Da buona lettrice, ho cercato di raccogliere nel mio primo fantasy tutti gli elementi che mi sono sempre piaciuti: quindi scene di guerra e battaglie, scene di intrighi politici, grandi paesaggi, qualche spazio per i sentimenti, lasciando perdere l’ossessione rigida per il lieto fine. In un fantasy sai già che non tutti i concorrenti alla partenza arriveranno sino in fondo. Il divertimento è decidere chi far arrivare e come farli arrivare.

Chi sono i tuoi maestri fantasy e comunque i tuoi autori e autrici preferiti? E magari anche in altri media, cinema, serie TV e fumetti?

Per l’epic la matrice anglosassone è indiscutibile: David Gemmel, Glen Cook, Robin Hobb, Anthony Ryan, Joe Abercrombie e Richard K. Morgan. Ma sono cresciuta con autrici di primo livello, quali la Zimmer Bradley, Tanita Lee e Carolyn Janice Cherryh.
George Martin, ovvio, è sottinteso: ormai non serve più citarlo.
Non amo solo l’epic (o heroic). Adoro anche l’urban e il paranormal fantasy: da Sherrilyn Kenyon a Kresley Cole a Jeaniene Frost, passando per la Ward (fino al decimo volume ho amato la Confraternita del Pugnale Nero).
Ho metà libreria targata Fanucci, questo può dare l’idea cosa sia vedere adesso il mio volume posizionato vicino.

Cosa pensi della situazione editoriale italiana riguardo al fantastico e non solo?

Confido in una ripresa del fantasy in Italia. All’estero il genere sta pompando bene già da qualche tempo, qui da noi è stato molto a lungo di nicchia, o confinato nelle serie per ragazzi (quindi poco epic e bellico), ma ora forse qualcosa si muove.
Penso che Fanucci abbia dato un buon segnale, provando a puntare su giovani autori italiani da inserire nel suo già nutrito catalogo.
Quando sono uscita, in effetti, con i blog è stato abbastanza faticoso. A parte i soliti lettori forti del genere, si è avvertita una certa diffidenza, che però è stata presto superata. Sono assolutamente felice dell’accoglienza che hanno avuto gli Sciacalli e questo primo volume.

I tuoi prossimi progetti?

Vorrei riuscire a portare avanti i due generi che amo di più. Quindi ho appena pubblicato un mm romance (con l’altro mio pseudonimo, S.M. May) e sto trattando con una CE per la sua versione tedesca, ma al contempo ho iniziato la stesura del secondo volume di questa saga, riservandolo a un nuovo Quadrante, quello di sudovest. I ti-jak hanno lasciato parecchie cose in sospeso e l’Impero degli uomini non può non reagire all’invasione.

Cosa ti ha dato e ti sta dando Il principe degli sciacalli?

Davvero tanto entusiasmo. Sentire i lettori che alle presentazioni oppure nelle email ti dicono che vedevano le scene come in un film, oppure che si sono sentiti parte della Schiera in marcia, ti regala una sensazione pazzesca. Scrivere mi rende felice e libera, sapere che chi legge riesce a percepire quanto voglio trasmettere è qualcosa di meraviglioso.