La casa editrice flower-ed, in collaborazione con la pagina Facebook “È questo il tempo di sognare. Vita e opere di Emily Brontë”, organizza il contest letterario “Nella brughiera con Emily Brontë”.
Art. 1 – Sezioni Il contest prevede un’unica sezione di narrativa (racconti).
Art. 2 – Requisiti Il tema è “Nella brughiera con Emily Brontë”: i racconti devono quindi contenere riferimenti alla scrittrice, alle sue poesie o al suo romanzo immortale, Cime tempestose, intendendo la brughiera in senso lato, come luogo fisico, letterario e dell’anima di Emily. I racconti devono essere inediti, originali, in lingua italiana e dotati di un titolo.
Art. 3 – Partecipazione La partecipazione è gratuita.
Art. 4 – Scadenza e modalità di invio I testi dovranno pervenire entro il 31/07/2024, come allegato, all’indirizzo mail info@flower-ed.it Il file allegato dovrà essere .doc e dovrà contenere, unitamente al racconto, una breve nota biografica dell’autore comprensiva del suo rapporto con Emily Brontë. L’oggetto della mail dovrà essere “Nella brughiera con Emily Brontë”.
Art. 5 – Pubblicazione I titoli dei racconti ritenuti idonei alla pubblicazione saranno comunicati a tutti i partecipanti via mail entro il 15/09/2023. Per ulteriori sviluppi e aggiornamenti invitiamo a seguire le pagine Facebook di flower-ed e “È questo il tempo di sognare. Vita e opere di Emily Brontë”. La pubblicazione consiste in un’antologia cartacea dei racconti selezionati. Sarà inserita nel catalogo di flower-ed, avrà un codice ISBN e sarà distribuita attraverso gli store di Amazon (italiano e internazionali).
Art. 6 – Norme editoriali L’autore accetta che, in fase di revisione, al suo racconto siano applicate le norme editoriali della casa editrice.
Art. 7 – Diritti d’autore L’autore autorizza la casa editrice a servirsi del suo testo esclusivamente per la realizzazione dell’antologia, continuando a detenerne i diritti. Non sono previste copie gratuite e compensi. L’autore non è obbligato all’acquisto di copie.
Art. 8 – Giuria La giuria è composta da membri della casa editrice flower-ed e della pagina “È questo il tempo di sognare. Vita e opere di Emily Brontë”. L’operato e le scelte della giuria sono inappellabili e insindacabili.
Art. 9 – Termini generali I dati personali sono tutelati secondo le norme vigenti in materia di Privacy ai sensi del Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196 e successive modifiche. L’autore è pienamente responsabile di qualsiasi infrazione derivante da un impiego errato delle opere inviate, in relazione alla detenzione dei diritti da parte di terzi. La partecipazione alla selezione implica l’incondizionata accettazione del presente regolamento in tutti i suoi punti.
Bentornato professore e grazie di averci concesso questa nuova intervista che verterà essenzialmente sul decomporsi della crisi ucraina e dell’inserimento del filone islamico dopo l’attentato terroristico avvenuto il 22 marzo scorso vicino a Mosca. Mi ricollego alla precedente intervista che ci concesse nel febbraio del 2022 quando fu subito chiaro, almeno a noi, che sarebbe stata una guerra lunga, destabilizzante e dolorosa, soprattutto per la popolazione, nel cuore slavo dell’Europa. Siamo infatti al secondo anno di guerra e non si intravedono spiragli di pace, anzi tutto sembra tendere, contro il volere dei cittadini europei, ricordiamoci che mancano pochi mesi alle elezioni di giugno e questo potrebbe avere un peso, a un allargamento del conflitto e a una pericolosa escalation. Dunque sanzioni, minacce, aiuti economici e militari all’Ucraina, provocazioni, ora c’è un accordo sull’uso dei profitti degli asset russi per riarmare Kiev, non sono serviti a niente, insomma l’Occidente le ha provate tutte ma Putin è ancora saldo al potere, da pochi giorni rieletto con elezioni quasi plebiscitarie, e si può dire anche che in Ucraina stia militarmente vincendo. Invece di concordare una pace, o perlomeno un cessate il fuoco, assistiamo a un repentino rilancio con una paventata estensione del conflitto ai paesi NATO. Teniamo anche conto che due nuovi paesi Finlandia e Svezia fanno ora parte della NATO. Negli ultimi tempi questa estensione del conflitto con toni perentori sembrava imminente.Secondo lei è solo propaganda o si arriverà davvero a uno scontro armato tra NATO e Russia?
La guerra sta rivelando, a chi non abbia occhi foderati di ideologia, che la Russia – a prescindere dallo status politico che nel corso dei secoli ha avuto, dagli zar al bolscevismo, dallo stalinismo al gorbaciovismo, fino alla destabilizzazione post 1991- ha tali riserve territoriali umane ed economiche che, al di là di singoli episodi di sconfitta, è in sostanza imbattibile. La tenuta dell’economia russa a dispetto delle sanzioni, il consenso di massa al presidente della Federazione, la presa crescente che essa ha esercitato su un amplissimo schieramento di Stati, e la costruzione di un duopolio con la Repubblica Popolare Cinese, in funzione chiaramente anti-USA, sono altrettante prove. La prova regina è che le forze armate russe, dopo le incertezze e gli errori dei primi mesi di combattimento, hanno sbaragliato non solo quelle ucraine ma indirettamente anche quelle dei vari Paesi NATO che si sono impegnati in vario modo a sostegno dell’esercito ucraino. E va sottolineato come diversi di quei Paesi non hanno rinunciato a collaborare in modo determinante ad azioni di tipo terroristico, contro il territorio, le strutture, e la popolazione della Federazione. L’attentato a Mosca sebbene non ancora decifrato completamente è un episodio che è legittimo sospettare (sulla base di una molteplicità di indizi) giunga non dalla fantomatica ISIS oggi praticamente sparita, ma piuttosto dai servizi segreti ucraini in stretta collaborazione con quelli esterni probabilmente britannici polacchi e tedeschi.
Il conflitto in Ucraina ha rivelato anche che Putin, come che lo si voglia giudicare, sta portando avanti, coerentemente, tra alti e bassi, una linea politico-militare che ha distrutto l’economia ucraina, insieme con le sue infrastrutture (specie energetiche), ha ridimensionato la sua potenza militare, e ha messo a nudo i limiti della sua “democrazia” e la debolezza del suo sistema economico. Da politico accorto, anche con errori e incertezze, Putin ha dichiarato fin dal 22 febbraio 2022 che la Federazione Russa non intendeva entrare in guerra contro la NATO, e ancora recentemente ha sottolineato l’enorme sproporzione di mezzi, e di armamenti, ma, ha ricordato non in termini bluffistici come osservatori superficiali e corrivi alle direttive dei poteri dominanti, che nei magazzini del suo Paese esiste una formidabile riserva di testate nucleari, la maggiore del mondo. Un avvertimento di cui va tenuto conto, perché, a mio parere, le gerarchie politiche e militari russe useranno il loro arsenale, sia pure in modo forse limitato, ma comunque devastante, in caso di attacco da parte della NATO.
Sembra che solo la Cina continui la sua missione diplomatica alla ricerca di una soluzione politica della crisi ucraina. Lo scorso 7 marzoil Rappresentante Speciale del Governo Cinese per gli Affari Eurasiatici, Li Hui, è giunto in tutta fretta a Kievper un giro di incontri anche in altri paesi europei (esclusa l’Italia). Pensa che i loro sforzi aiuteranno al raggiungimento di un accordo nel breve termine? Cosa lo impedisce?Come valutaquesta vocazione tesa al mantenimento della pace della Repubblica Popolare Cinese?
La Repubblica Popolare Cinese, è indubbio, sta dimostrando una vocazione e una costanza nella ricerca di una soluzione diplomatica della crisi, ma negli ambienti occidentali, e nella stessa Ucraina, la Cina viene vista come un sostanziale alleato dalla Federazione Russa. E in una certa misura lo è, perchè l’accordo tra Pechino e Mosca sulla necessità dell’abbandono della organizzazione del pianeta fondata sull’unipolarismo, sul predominio del dollaro, sulla pretesa “superiorità morale“ dell’Occidente. E si tenga conto che tutta la leadership politica occidentale spinge verso la „vittoria“, e tanto più impossibile, impraticabile francamente delirante, è questo obiettivo, tanto più la grande maggioranza di questa leadership insiste sulla necessità della sconfitta della Russia. Una vera e propria follia, che si spiega con la totale sudditanza occidentale agli Stati Uniti.
Senza l’aiuto europeo, e soprattutto statunitense, l’Ucraina non avrebbe resistito militarmente due anni, ora la situazione è delicata e questo aiuto rischia di interrompersi. Il Senato statunitense ha approvato un paccehtto di aiuti per Ucraina, Israele, e Taiwan da circa 95 miliardi di dollari. Il pacchetto dovrà ottenere ora il voto della Camera dei Rappresentanti controllata però dai repubblicani, tenacemente contrari al sostegno economico a Kiev. E’ possibile che questo pacchetto di aiuti venga intenzionalmente fermato causando così di fatto sia la più drammatica sconfitta ucraina e di riflesso un grave smacco per i democrtici, fermando così una possibile rielezione a novembre di Biden?Per alcuni bisogna infatti solo aspettare le elezioni con la possibile vincita di Trump, e nell’ottica del disimpegno si potrà siglare finalmente il tanto sospirato trattato di pace con la Russia. O abbandonare l’Ucraina al suo destino è una scelta calcolata degli statunitensi avendo già raggiunto i loro obiettivi, tra cui l’insanabile frattura che ormai sussiste tra Europa e Russia?
Se da una parte le classi di governo occidentali e la quasi totalità della UE (ma si stanno manifestando notevoli incrinature, ultima la posizione assunta dalla Slovacchia, che si sta avviando su una linea anti-ucraina e filorussa), insistono per la impossibile sconfitta della Federazione Russa, al prezzo del sacrificio di centinaia di migliaia di vite umane, a cominciare da quelle ucraine, le popolazioni europee sono nettamente orientate in senso contrario. Non necessariamente per spirito filorusso, ma per paura dell’apocalisse: come per il Medio Oriente, gli europei più che desiderare la pace desiderano essere lasciati in pace, anche se personaggi come Zelensky e Netanyahu, due fratelli gemelli, ormai godono di un totale discredito, anzi di un vero e proprio odio pubblico, di cui gli orientamenti assunti dal nostro governo farebbero bene a tener conto. Gli abbracci della premier Meloni con l’uno e con l’altro non hanno giovato al consenso verso di lei e verso il suo Esecutivo. Le voci più autorevoli, sul piano politico e su quello intellettuale, oggi sono perfettamente consapevoli che non si può tirare oltre la corda, continuando a concedere aiuti finanziari, più in generale economici e soprattutto militari, a Zelensky. E negli USA tanto a livello di classe dirigente quanto di opinione pubblica, il capitale di favore di cui il presidente ucraino godeva si è ampiamente disciolto. La consapevolezza che l’Ucraina ha perso la guerra, e giace in una condizione di crisi totale, è ormai diffusa, con la conseguenza di un giudizio di sostanziale inutilità nel prosieguo del sostegno al traballante governo Zelensky. Certo è che se si sono spezzati i legami tra Russia ed Europa, non sono state affatto recise le connessioni tra Russia e resto del mondo, ossia i 4/5 del Pianeta, che sempre più tende a guardare a Mosca invece che a Washington o Londra o Parigi.
Siamo ancora scossi per l’attacco terroristico al Crocus City Hall di Krasnogorsk, vicino a Mosca, rivendicato apparentemente dall’ISIS. In che misura il terrorismo islamico si inserisce come nuova variante in questa guerra?
Che l’estremismo islamico sia nemico della Federazione Russa è cosa nota, ma questo atto al Crocus City Hall presenta molti aspetti nuovi, diversi: è la prima volta che gli autori si presentano in abiti militari, anzi in tenuta da combattimento, mentre, in ogni azione precedente, hanno sempre agito con i loro abiti usuali; e la rivendicazione è stata confusa, tardiva, e l’arresto di alcuni degli autori, in zona di confine, verso l’Ucraina, è un indizio importante che aumenta i dubbi. A maggior ragione se si pensa che l’Ucraina ha fatto già ricorso più volte ad atti squisitamente terroristici, come l’uccisione di Daria Dughina a Mosca con una bomba, gli attentati ai gasdotti North Stream 1 e 2, e così via. E poi, perchè proprio adesso, dopo anni di silenzio l’ISIS si risveglia e opera in Russia? Oggi quella organizzazione di fatto non esiste più ed è assai improbabile che sia avvenuta una sua rinascita ad hoc.
Inascoltati gli appelli alla ragione e al buon senso di Papa Francesco che pur non essendo un esperto di strategie militari consiglia che la cosa migliore da fare è avviare delle trattive, concordare un cessate il fuoco e accettare concessioni reciproche che tengano conto degli interessi vitali di entrambi i contendenti. Che la popolazione la pensi come lui è evidente, secondo lei perchè la gente non scende in piazza e manifesta vivacemente a favore della pace? Perchè almeno i partiti di sinistra non sollecitano il loro elettorato a scendere in piazza con una grande mobilitazione generale?
La sinistra è morta o quasi. Ciò che si chiama correntemente sinistra (o centrosinistra) non ha quasi nulla a che fare con le idealità, la tradizione, l’identità delle lotte per la pace, la giustizia, l’uguaglianza che sono nel dna della sinistra. Papa Francesco oggi è non soltanto il pontefice della Chiesa di Roma, ma è un attore politico, le cui parole in molti ambiti, specie quello della politica internazionale è decisamente più a sinistra dei leader della cosiddetta sinistra almeno quella in Parlamento, e specificamente, soprattutto, del PD, che in tale ambito è del tutto appiattito su di un antlantismo sconcertante. La popolazione come dicevo, nella sua maggioranza, vorrebbe non avere noie, ma la preoccupazione per la situazione mondiale è diffusa. Non sull’Ucraina ma sulla Palestina e specialmente su Gaza, abbiamo visto un ridestarsi dell’anima più sinceramente contro la guerra, contro la risoluzione dei contrasti per via militare, e soprattutto a favore della causa più nobile e giusta oggi presente sulla Terra, la causa palestinese. Certo la mobilitazione è assai minore rispetto ad altri Paesi europei, ed extraeuropei, ma era da decenni che non si vedevano tante manifestazioni e tante azioni (vedi soprattutto il boicottaggio accademico) a favore della libertà del popolo palestinese, e della fine della sopraffazione israeliana, e in primo luogo del genocidio incrementale in corso a Gaza.
Auspica anche lei una “nuova” Helsinki, adattata alle cambiate condizioni geostrategiche, che conservi però lo spirito di Helsinki come un vero punto di partenza per governare pacificamente il mondo multipolare dei prossimi decenni? Certo lo scenario è cambiato, l’URSS non c’è più ma la necessità di una nuova conferenza di pace su quel modello è sentita dai vari leader politici in campo?
Sì concordo. Una conferenza di pace planetaria per evitare la guerra planetaria.
Infine le chiedo un bilancio politico di questi due anni di guerra, e come si inserisce l’accordo bilaterale tra Meloni e Zelesnky per un sostegno decennale, siglato nella capitale ucraina. Grazie.
La Meloni e il suo governo sono un caso interessante di totale voluta dimenticanza delle promesse elettorali e di rovesciamento delle proprie linee politiche. Alla fine è rimasta solo la Lega a balbettare qualche parola di pace, dopo il fallito tentativo di Berlusconi di respingere la genuflessione meloniana a Zelensky e quindi agli USA. Un accordo decennale è una vera follia, del resto del tutto impraticabile. Una mossa propagandistica al livello di “Inseguiremo gli scafisti per tutto l’orbe terracqueo…” o del “Nuovo Piano Mattei per l’Africa”. Propaganda che serve soprattutto a chiedere il sostegno di gruppi finanziari e imprenditoriali, specie del settore delle armi e di quello energetico.
La guerra in Ucraina si è rivelata un fallimento clamoroso per l’Italia, l’Europea, la UE in particolare e per la comunità occidentale, a partire dal Paese leader, gli USA. Non ho bisogno di insistere su questo, perchè solo chi non vuol vedere, può continuare a sognare la disfatta russa e la prosecuzione degli aiuti a Zelensky, che hanno come unico effetto l’incremento della morte in Ucraina e della devastazione di quel territorio.
4 giugno venerdi pomeriggio alle 18 una telefonata anonima annuncia un macabro ritrovamento e la sonnolenta quiete pomeridiana della città , viene sconvolta. Qualcuno ha segnalato la presenza del cadavere di una giovane donna in una casa abbandonata della periferia di Modena . La casa, semidiroccata, si trova in fondo a una strada: via della Chiesa Santa Maria di Mugnano, ma un po’ oltre la chiesa. Il commissario capo Cataldo, subito avvertito contemporaneamente al medico legale Salvatore Scarso detto Turi, si recherà in macchina sul posto accompagnato dall’ispettore De Pasquale da sempre sua valida spalla. Al suo arrivo troverà il medico legale e la scientifica già sul posto che stanno per mettersi al lavoro e fare i primi accertamenti. La vittima, una giovane bionda, a prima occhiata si direbbe caduta a testa in giù da una finestra sul retro , dall’altezza di circa sette metri . È vestita piuttosto bene, con proprietà ma non porta gioielli e non ha documenti su di sé . La sua identità è un mistero, come finora appaiono un mistero i motivi che hanno causato la sua morte. Bisogna riuscire a capire cosa sia accaduto esattamente. Si tratta di uno sfortunato incidente? O invece di un suicidio, anche se non è stato rinvenuto alcun biglietto d’addio o invece bisogna pensare al peggio, a un omicidio? Delle relative indagini verrà incaricato il commissario capo Giovanni Cataldo poliziotto dal fiuto infallibile e dall’animo tormentato. Che si avvarrà anche stavolta della proficua collaborazione del fidato ispettore De Pasquale, con cui forma un duo inossidabile, già incontrato al suo fianco in altre importanti indagini. Ma Cataldo in fase di faticoso rodaggio, nei panni che gli vanno stretti di Davide contro Golia per, parrebbe, incompatibilità caratteriale col nuovo questore Antonietta Castellani Tarabini, donna inflessibile e ambiziosa, mastica amaro. Ciò nondimeno, nonostante che il risicato consenso, la Castellani appena trasferita a Modena pare già pronta a metter dei bastoni tra le ruote alla sua squadra. Non perderà occasione infatti per intromettersi, trasformando la faccenda in una difficile inchiesta e, creando tensioni e ostacoli che non faranno altro che rallentare l’indagine. Ma il lavoro li attende per cui bisogna rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Identificata la vittima, dalla compagna di stanza e di lavoro, come Jelka Zolnir, una quasi ventenne cameriera slovena in Italia con regolare permesso di soggiorno , l’inchiesta (la ventiquattresima addirittura) di Cataldo si focalizzerà inevitabilmente sul ristorante di buon livello, Il golfo del Principe, dove la ragazza prestava servizio da cinque mesi e sulla cerchia degli abituali frequentatori. Ma Jelka era molto riservata, tanto che neppure la collega è in grado di dire molto su di lei. Sa solo che si vedeva con qualcuno, ma non l’ha mai incontrato e non ne conosce il nome. Ma la spirale di sangue innestata dalla morte della giovanissima slovena non si ferma. Ben presto infatti la casa abbandonata alla periferia di Modena ospiterà un secondo barbaro delitto. E stavolta visto che la vittima è stata picchiata e strangolata, non possono sussistere dubbi. Si tratta di un omicidio e la morta un’altra giovane ragazza, è una figlia della Modena bene. Ma la faccenda si complicherà maggiormente e diventerà quasi un incubo con l’uccisione in modo sadico e feroce di una terza donna di una bellezza enigmatica, con Cataldo che deve barcamenarsi nel tentativo di individuare un qualche possibile trait-d’unione tra questi delitti con vittime tanto diverse. Un brutto puzzle, dove ogni tessera sembra messa là per confondere le acque. Tra depistaggi, segreti inconfessabili e colpi di scena, Cataldo e la sua squadra si caleranno in un’indagine che li condurrà persino nelle zone più buie dell’animo umano. Man mano che la sua inchiesta si allarga faticosamente senza riuscire a individuare un vero sbocco, Cataldo deve barcamenarsi con un variegato ventaglio di personaggi. Una brutta faccenda che lo coinvolge in un caso, complicato soprattutto da una serie di tensioni, incomprensioni e ostacoli che si sovrappongono maldestramente creando false illusioni. Tensioni che oltre a rallentare e fargli rischiare di smarrire il filo nella sua inchiesta, finiranno con collegarsi con il destino del commissario, addirittura coinvolgendolo pericolosamente di persona. Bisogna fare in fretta e soprattutto riconoscere le piste che confondono sovrapponendosi dolorosamente e raggiungere il burrascoso crescendo finale, per sbrogliare il caso e scoprire la sconvolgente e tristissima verità. Ancora un’atmosfera densa di suspense per il commissario capo Cataldo che dovrà decifrare un’altra diversa realtà di una città che non si accontenta mai di fare da scenario e palcoscenico ma mira sempre a ritagliarsi un ruolo da coprotagonista. Un preciso ruolo nel mondo indigente dei quartieri popolari che ospitano un’umanità , spesso spinta da svariate motivazioni e nell’opulento, variegato e ambiguo mondo della Modena bene.
Luigi Guicciardi (Modena, 23 gennaio 1953) è uno scrittore e insegnante italiano, ex docente di lettere presso il liceo scientifico Alessandro Tassoni di Modena. Di lontane origini siciliane, ha creato il personaggio del commissario Cataldo, protagonista di una serie di romanzi polizieschi comprendente finora 24 opere.
Se amate il poliziesco orientale, più nello specifico quello nipponico, con le sue atmosfere in bilico tra l’high tech più estrema e la tradizione, è uscito da poco, per Piemme, Misterioso omicidio a Tokyo di Tetsuya Honda. Seguito di Omicidio a Mizumoto Park, è il secondo romanzo di una serie, per ora di otto romanzi e due raccolte di racconti, con protagonista Reiko Himekawa una giovane donna poliziotto della sezione Omicidi di grandi capacità immersa in un mondo prettamente ancora maschile e maschilista. Reiko, troppo giovane e troppo bella per il ruolo che ricopre nel dipartimento della polizia metropolitana di Tokyo non deve quindi vedersela solo coi delinquenti ma anche coi colleghi che faticano, e non poco, ad attribuirle i meriti che le spettano. L’indagine parte dal ritrovamento di Kenichi Takaoka o meglio da ciò che resta di lui, una mano sul retro di un piccolo furgone bianco. Ma chi era in realtà Kenichi Takaoka? Un artigiano improvvisatosi imprenditore edile a capo della Takaoka Construction? O c’è sotto qualcosa? In una Tokyo ammorbarata dalla corruzione, in cui imprese apparentemente lecite hanno mille diramazioni o servono da paravento a imprese della delinquenza organizzata giapponese, la temibile e temuta Yakuza, la storia si dipana e la nostra giovane Reiko Himekawa si trova a indagare in un ginepraio di frodi, collusioni, minacce e delitti. Tetsuya Honda è un autore molto conosciuto in Giappone, relativamente giovane è del 1969, che ha creato questa serie di grande successo, con riduzioni televisive e cinematografiche, con una protagonista donna, forte e fragile nello stesso tempo, dall’indubbio fiuto da segugio. L’autorità è un tema molto dibattuto nella società giapponese, non solo nella polizia, in cui si fatica ancora a vedere una donna ai vertici se pensiamo solo che la stessa principessa Aiko per legge non potrà diventare imperatrice in quanto donna e Honda indaga su questo tema mentre crea le sue indagini verosimili e interessanti come ogni police procedural che si rispetti. Traduzione di Cristina Ingiardi.
Tetsuya Honda, classe 1969, è uno dei maggiori autori giapponesi, pluripremiato e con quasi cinque milioni di copie vendute solo in patria. I gialli della serie con protagonista la detective della Omicidi di Tokyo Reiko Himekawa sono tradotti in molti Paesi, e hanno ispirato diverse serie tv e film. Honda vive a Tokyo ed è membro dei Mystery Writers of Japan.
Da pochi mesi è uscito in libreria il romanzo d’esordio, come voce solista, di Marco Niro, fondatore assieme a Mattia Maistri del collettivo di scrittura Tersite Rossi, che ha all’attivo una ricca produzione letteraria composta da quattro romanzi e due raccolte di racconti. Il romanzo si intitola Il predatore ed è edito da Bottega Errante Edizioni. Definire il genere di questo romanzo è alquanto complicato, forse lo si può definire un noir con venature gialle e thriller, ma per altri versi non perde la connotazione di romanzo letterario sia per l’ottima e sensibile scrittura dell’autore che per i temi trattati, anche poeticamente (specie quando dà voce all’interiorità degli orsi e alle leggende popolari che li riguardano). Il tema centrale del romanzo verte sul rapporto tra l’uomo e la natura, o meglio indaga sulla difficile relazione tra l’uomo e gli animali selvatici, gli orsi in questo caso che popolano una foresta ancora sacra e misteriosa e che rappresentarono in passato una fonte di cibo per i cacciatori, e ora rappresentano una specie protetta e monitorata. Romanzo ambientalista dunque anche nella misura in cui rivela l’importanza di rispettare e valorizzare gli ecosistemi pericolosamente compromessi sia dai vistosi cambiamenti climatici, conseguenza diretta dell’avidità e sconsideratezza umana, ma anche dalla semplice ignoranza e dal pressapochismo con cui gli uomini considerano la natura, non come habitat comune con specie animali e vegetali, ma unicamente al loro egoistico servizio. Ambientato a Cimalta, isolato borgo di montagna, ci presenta i principali personaggi: don Ruggero, un prete ribelle alla ricerca della fede perduta, un medico che sogna di diventare primario e per questo trascura moglie e figlio, il sindaco per cui la carriera politica è tutto, e un commissario che sogna un caso importante che gli permetta finalmente di essere promosso a questore. Già nel prologo assistiamo all’aggressione di un orso a un turista che sconsideratamente si era avvicinato troppo per scattare una fotografia. Ma nel proseguo del romanzo accade un fatto ben più grave: alcuni ragazzi organizzano una gita sull’Ertissimo, la montagna che torreggia Cimalta e scompaiono. Il padre di uno di loro preoccupato li va a cercare e trova la tenda dove si erano accampati e i corpi dei ragazzi aggrediti apparentemente da un orso. Ma erano partiti in tre i corpi ritrovati nella tenda sono solo due. Il corpo del terzo ragazzo viene infatti ritrovato solo dopo mezzo chilometro da lì. Inizia così la caccia all’orso che ci porterà a indagare anche nell’animo dei protagonisti fino all’adrenalinico finale.
Marco Niro (1978), fondatore insieme a Mattia Maistri del collettivo di scrittura Tersite Rossi, è giornalista e scrittore. Laureato in Scienze della comunicazione, ha collaborato con varie testate giornalistiche e oggi si occupa di comunicazione ambientale. Ha all’attivo un saggio (Verità e informazione. Critica del giornalismo contemporaneo, Dedalo 2005), un libro per ragazzi (L’avventura di Energino, Erickson 2022) e, con Tersite Rossi, quattro romanzi (È già sera, tutto è finito, Pendragon 2010; Sinistri, e/o 2012; I Signori della Cenere, Pendragon 2016; Gleba, Pendragon 2019) e due raccolte di racconti (Chroma. Storie degeneri, Les Flâneurs 2022; Pornocidio, Mincione 2023). Il predatore (Bottega Errante 2024) è il suo romanzo d’esordio.
Oggi 2 aprile esce in libreria con Ali Ribelli Edizioni il nuovo atteso romanzo storico di Patrizia Debicke Van der Noot incentrato sulla figura enigmatica di Maria Clotilde di Savoia, figlia primogenita di Vittorio Emanuele II e moglie del principe francese Napoleon Joseph, nipote di Napoleone I. Niente giallo questa volta ma un’attenta ricostruzione storica di una delle più importanti autrici italiane di romanzi storici che ci presenta questa volta una figura femminile di grandissimo fascino e spiritualità. Il 10 luglio 1942 fu infatti iniziata la causa di beatificazione di Maria Clotilde da parte di Papa Pio XII, il quale la dichiarò Serva di Dio. La causa di beatificazione della principessa è tutt’ora in corso.
Il matrimonio di una principessa, Maria Clotilde di Savoia trasformato in fil-rouge per raccontare la storia franco-italiana dal luglio 1858 al gennaio 1861 e i cambiamenti politico epocali per la Francia, il Regno di Sardegna, la penisola italica, l’Europa, l’Africa e l’America, con i Nordisti e i Sudisti, impegnati nella Guerra di secessione. Un matrimonio che spinse il marito, il principe francese Napoleon Joseph, già attento alla causa italiana e amico di patrioti, a offrire pubblico sostegno ai Savoia per la conquista dell’Italia, anche nel lungo e tragico assedio di Gaeta.
Il domestico gli riempì la tazza e si ritirò con discrezione lasciando i due commensali sotto la vigile protezione degli aiutanti di campo, che si tenevano a debita distanza. Dal giardino sottostante risaliva un brusio di voci femminili, dominato dal gridio festoso di un bambino che giocava. Il principe bevve lentamente. Napoleone III s’imburrò con cura un panino, lo ricoprì di marmellata e, prima di addentarlo, dichiarò: «Il 21 luglio, a Plombières, ho incontrato il conte di Cavour per mettere a punto un trattato che prevede l’alleanza franco piemontese. I nostri desideri convergono, ma come clausole irrinunciabili ho chiesto la cessione alla Francia di Nizza e Savoia e la mano della principessa Maria Clotilde a tuo nome.
Patrizia Debicke Van der Noot, è scrittrice e critica letteraria. Tra i suoi libri: “L’oro dei Medici “(TEA, 2009); “L’uomo dagli occhi glauchi” (Corbaccio, 2010); “La Sentinella del Papa” (Todaro, 2013); “La congiura di San Domenico” (Todaro, 2016); “La gemma del cardinale” (TEA, 2017); “L’eredità medicea” (Parallelo45 Edizioni, 2015; TEA, 2022); “L’enigma del fante di cuori” (Delos Digital, 2020), “Il Menestrello di Notre-Dame” (2021) a doppia firma con sua figlia Alessandra Ruspoli, e “Il segreto del calice fiammingo” (AliRibelli, 2022). È relatrice di conferenze storiche per il FAI, per gli Istituti Italiani di Cultura di Francia e Lussemburgo, l’Università del Lussemburgo e per circoli letterari. Ha coordinato e condotto la decima e la dodicesima edizione del Festival del Giallo di Pistoia. www.patriziadebicke.com.
Il rapido, e per alcuni versi inaspettato, emergere della Cina come potenza globale, in un contesto internazionale sempre più interconnesso e gravato da problemi che necessinano di risposte anch’esse globali e condivise, ha cambiato, forse per sempre se vogliamo, gli equilibri economici e geopolitici favorendo per timore della sua complessità logiche che evidenziano il conflitto come “scontro di civiltà”, “trappola di Tucidide”, “Nuova guerra fredda” tutti termini che identificano una narrazione non priva di rischi e di criticità. Se le scelte vengono fatte non solo in base a calcoli esclusivamente politici, economici e militari, – come ben evidenziano nell’introduzione Agostino Giovagnoli e Elisa Giunipero curatori della raccolta-, ma appunto anche tramite le grandi narrazioni attraverso cui le relazioni tra Occidente e Cina vengono rappresentate, è più che evidente che la logica del conflitto non è una buona strategia per decodificare la realtà e ipotizzare la risoluzione dei problemi. Per ovviare a questo rischio, dalle proporzioni e conseguenze drammatiche e incalcolabili, e dimostrare che un approccio differente esiste, nasce questo libro Cina, Europa, Stati Uniti. Dalla Guerra fredda a un mondo multipolare, raccolta di saggi di autori sia occidentali che cinesi, fondamentale per iniziare a capire un mondo in rapida evoluzione in cui i centri di potere saranno frammentati e polarizzati e in cui Cina, Europa e Stati Uniti dovranno imparare a cooperare per affrontare le sfide che ci attendono. Nella prima parte i fatti vengono analizzati da un punto di vista storico, dalla genesi della guerra fredda, per passare alle relazioni della Cina con l’Occidente tra il 1949 e il 1978, e all’apertura al mondo esterno dal 1978 al 1989, fino alla caduta del Muro di Berlino che se vogliamo ha costituito uno spartiacque le cui conseguenze ancora influiscono sulla storia globale. La seconda parte, più articolata, contiene saggi che ci parlano del presente e delle sue sfide contingenti ad iniziare dal saggio di uno dei due curatori “Il conflitto delle narrazioni”, la cui importanza è evidenziata nell’introduzione. I temi trattati vanno poi dalle relazioni culturali e scientifiche, alla transizione ecologica, alla sinizzazione dell’industria digitale. Di importanza fondamentale poi il saggio dedicato a Taiwan di Lorenzo Lamperti, il possibile casus belli che grava su tutto lo scenario. Non da meno il saggio di Huang Jing che analizza la guerra in Ucraina e le sue conseguenze sulle relazioni internazionali dal punto di vista cinese. Abbiamo evidenziato la pericolosità di adottare una narrazione caratterizzata dalla logica del conflitto, ben due saggi del libro presentano alternative in cui è presente la possibilità di evitare lo scontro tra Occidente e Cina, sia dal punto di vista dell’Europa, e da quello della Chiesa cattolica, seguendo la strada del diaologo inaugurata dal Papa e dalla Santa Sede. Un dialogo necessita che dall’altra parte ci sia un interlocutore con cui confrontarsi senza minimizzare le difficoltà e le differenze di approcci e punti di vista. Per dimostrare coi fatti che questi interlocutori esistono anche dalla sponda cinese, il saggio si chiude con un’ interessante intervista al professor Ge Zhaoguang, una delle voci più autorevoli tra gli storici cinesi, dimostrazione pratica che anche in Cina ci sono seri tentativi di affrontare il discorso esulando da tesi puramente propagandistiche ma avviando un serio confronto tra il proprio punto di vista e altri punti di vista, sulla base di modelli e strumenti di una global history condivisa dalla comunità scientifica internazionale. Le difficoltà non sono ignorate e nè minimizzate, il forte antagonismo tra Cina e Stati Uniti esiste, e anche in Cina sono numerosi i pregiudizi e gli stereotipi che impediscono di comprendere il mondo occidentale. Tuttavia la strada della cooperazione resta l’unica percorribile perchè nessuno neanche una superpotenza può pensare al giorno d’oggi di affrontare da sola sfide globali come il cambiamento climatico o la trasformazione energetica. E di qui l’importanza di ridefinire un nuovo ordine internazionale che sia il più stabile e pacifico possibile.
Agostino Giovagnoli è docente di Storia della storiografia contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Per le edizioni Guerini e Associati ha curato i volumi: Pacem in terris. Tra azione diplomatica e guerra globale (2003), Un ponte sull’Atlantico. L’alleanza occidentale 1949-1999 (2004, con Luciano Tosi), Il mondo visto dall’Italia (2004, con Giorgio Del Zanna), La Chiesa e le culture. Missioni cattoliche e «scontro di civiltà» (2005), Paolo VI. Il Vangelo nel mondo contemporaneo (2018, con Giorgio Del Zanna).
Elisa Giunipero è docente di Storia della Cina moderna e contemporanea e direttrice dell’Istituto Confucio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Per edizioni Guerini e Associati ha curato i volumi: Un cristiano alla corte dei Ming. Xu Guangqi e il dialogo interculturale tra Cina e Occidente (2013), Cina e World History. Materiali didattici per lo studio della Cina nel contesto globale (2017), Uomini e religioni. Sulla via della seta (2018), Xu Guangqi e gli studi celesti. Dialogo di un letterato cristiano dell’epoca Ming con la scienza occidentale (2020).
In un fosco lunedì di metà marzo, crudamente ingrigito dalla foschia, il cadavere di uno sconosciuto è saltato fuori nell’angolo del cavedio del cortile di un condominio milanese destinato ai sacchi della spazzatura, proprio quella mattina per un ritardo non ancora ritirata dall’impresa. Cinque piani di un edificio di qualità, situato in piazza Piemonte. Il morto è stato ritrovato dal cane, un retriever, di proprietà di uno dei condomini, Ugo Restelli che l’aveva portato fuori per la solita passeggiata mattutina verso le sette e lasciato libero dal guinzaglio. Il caso verrà affidato al commissario Enzo Biondo della Omicidi e alla sua squadra formata dall’ispettore Gigio Martinoia che per tornare a lavorare al fianco dell’amico e superiore ha rinunciato a un tranquillo commissariato di città e dall’agente Giusy Garofalo, brava, intelligente e piena di iniziativa, dalla pelle ambrata perché di origine etiope, adottata da piccola da una famiglia italiana. Tra i pochi plausibili testimoni nessuno ha visto o sentito qualcosa di strano. E nessuno tra i residenti nel palazzo, proprietari, inquilini e la portinaia coreana part time conosce la vittima o almeno così asseriscono. Anche se sembra strano pensare che l’uomo fosse là di passaggio. Cosa ci faceva nel cortile di un condominio? La scientifica dopo aver constato che al cadavere manca una scarpa, rinverrà buttata vicino una pesante catena antifurto con evidenti tracce di sangue sul lucchetto. L’arma del delitto? Pare probabile e la successiva autopsia lo confermerà. Il morto non ha documenti addosso ma in tasca un cellulare e ancora al polso il suo orologio fermo alle sei… L’omicidio a logica parrebbe commesso alle sei di mattina. Poco prima del fortuito ritrovamento del corpo, quindi… Potrebbe trattarsi di un delitto magari provocato da una banale lite di condominio oppure peggio? Particolare da valutare: nello stesso immobile una donna ha presentato denuncia per molestie, una bicicletta è stata rubata e altre piccole cose . Ma perché quell’uomo sconosciuto è venuto a morire proprio là in quel cortile? Bisogna risentire tutti i residenti con maggiore calma, approfondire i fatti e cercare di escludere strampalate ipotesi che tendano a portare fuori strada. La vittima, subito identificata tramite le impronte che figurano nel casellario giudiziario, si chiamava Onofrio Puleo, residente a Cinisi (Palermo) ed era un pregiudicato con precedenti per estorsione e associazione. Un mafioso? Perché si trovava là ? Affari sporchi? Un appuntamento, una visita a un conoscente? Ma allora potrebbe trattarsi anche di peggio: di una vendetta e non si può escludere un regolamento di conti tra clan. Tanto per cominciare bisogna tenere un profilo basso nei confronti della stampa senza dilungarsi in particolari. Le indagini, più complicate del previsto, sembrano volersi attorcigliare su se stesse costringendo gli inquirenti a barcamenarsi con testimoni riluttanti. E nonostante le ricerche, praticamente a tappeto, la scarpa mancante del morto non salta fuori. E Graziano Scarpa, il condomino del quarto piano – il caso pare divertirsi coi nomi – non è a Milano e risulta irrintracciabile proprio come la scarpa del Puleo . E in tutto questo contesto poi, a complicare maggiormente la situazione, il commissario Biondo – la cinquantina appena passata, è reduce da un bel viaggio in Patagonia in compagnia di una brava giornalista di inchiesta, Beba Blondel sua vecchia fiamma ritornata in auge ma già ripartita per seguire una pista “copernicana” e che non si fa viva da più di sei giorni. Ma questa fuga di Beba è un elegante modo per mollarlo , oppure… è finita in qualche rogna ? E comunque lui si sente abbandonato ed è sprofondato in una specie di crisi esistenziale. Insomma pronto a interpretare male ogni parola, perennemente sbadato sul lavoro, svogliato, solo concentrato sui suoi problemi. Toccherà quindi all’ispettore Gigio Martinoia, pieno di acciacchi e vicino alla pensione, e all’agente Giusy Garofalo, indagare su quello strano omicidio. Bisogna muoversi con intelligenza ma anche con cautela in un caso solo basato su congetture e minuziose verifiche. Vanno ricostruiti gli spostamenti dei testimoni, ma anche potenziali indiziati, controllare tutti gli alibi, immaginare motivazioni. E andare molto più a fondo sui tanti segreti legami tra i sospettati, giostrando tra false piste fino a ricostruire, passo passo, lontane storie nel tempo e nello spazio che si vorrebbero dimenticare. E dove certe inattese e complicate soluzioni possono presentarsi proprio quando meno te l’aspetti. Epperò la faccenda pare volersi allargare addirittuta a macchia d’olio. I morti aumentano. La stampa accusa, i superiori premono. Il commissario regge male tutto quel circo in cui si dovrebbe, peggio che al Colosseo, fornire colpevoli alla folla vociante degli spettatori. Per fortuna Biondo può ancora contare sulla strenua e infallibile collaborazione di Gigio Martinoia e sulla perseveranza e l’acume di Giusy Garofalo. Trama gialla classica che si rifà al più famoso genere francese del XX secolo, intrigante, basata su inattesi colpi di scena e ben sviluppata attraverso diversi piani temporali che rimanda a fatti e avvenimenti del passato ancora da interpretare e neutralizzare. La narrazione che si avvantaggia di una accurata descrizione ambientale ci consegna un romanzo molto piacevole da leggere , che nel corso dell’indagine ci offre un’accurata evoluzione della vita e delle scelte del commissario Biondo e della sua squadra.
Salvo Barone è nato a Palermo nel 1956, bancario, ha vissuto in Sardegna per una decina d’anni e da altri dieci risiede a Como. Laureato in Scienza Politiche con una tesi sui mezzi di comunicazione di massa, è sposato e ha due figli. Nel 2010 pubblica Le regole del formicaio e nel 2012 Una giustizia più sopportabile.
Dolcezza è un piccolo paese sperduto del Friuli, un puntino quasi dimenticato su qualunque mappa stradale.
Un luogo apparentemente tranquillo dove ha sede la Ekta, una fabbrica che sputa veleni.
Una calma che viene infranta dall’omicidio di Silvia, una diciasettenne dai capelli biondi il cui cadavere viene rinvenuto nei pressi della piazza di Dolcezza.
È il primo omicidio di una serial killer che si fa chiamare il re delle fate d’autunno.
L’indagine è affidata all’ispettore Giulia Foscari, che insieme al suo collega Chiarloni si troverà davanti a un vero e proprio rompicapo.
Chi si nasconde dietro la maschera del re delle fate d’autunno? Perché toglie la vita a giovane ragazze senza usare su di loro violenza? Cosa significa il bigliettino con alcuni versi di una poesia fantasy che fa trovare agli inquirenti in bocca alle sue giovani vittime?
Claudio Chiaverotti e Pierluigi Porazzi con Il re delle fate d’autunno. In fondo alle filastrocche è sempre buio hanno scritto un thriller costruito bene. La storia è un intrigo complicato e mai prevedibile e il personaggio di Giulia Foscari è credibile dall’inizio alla fine della vicenda.
La narrazione è tesa e carica di suspense i due autori si insinuano nelle ombre del nero che si macchia di sangue.
Davanti agli omicidi brutali che scuotono la piccola comunità della cittadina friulana, Giulia Foscari si muova con molta circospezione e si perde in un labirinto suggestivo di situazione fitte di mistero.
Nulla è come sembra. Il personaggio inquietante del re delle fate d’autunno agisce nell’ombra perso nella fitta selva dei boschi, getta nel panico Dolcezza con i suoi delitti efferati.
Giulia Foscari ha fiuto, segue diverse piste e gli enigmi sono tanti: questa figura misteriosa lascia dietro di sé oltre a una scia di sangue un mistero fitto con una serie di problematiche da risolvere.
Chiaverotti e Porazzi sanno coinvolgere il lettore nella storia che già dalle prime pagine si sente recluso dall’atmosfera opprimente che si respira fino alle ultime pagine.
Un’oppressione che è sinonimo di incubo e terrore.
Siamo davanti a una trama in cui si susseguono colpi di scena senza tregua, la narrazione intreccia il giallo e il noir: il risultato è un universo romanzesco che funziona alla perfezione e in cui il lettore si trova intrappolato e coinvolto.
«La vita è un film. Un thriller senza logica, con il finale che crolla in pezzi e si ricompone sulle sue domande. Quando sembra che il colpevole sia stato catturato non è mai così. Quando credi che tutto sia finito, nel bene e nel male, ti trovi tra le caviglie un gap spazio – temporale che prende a calci in culo le poche certezze che credevi di aver raggiunto».
Il re delle fate d’autunno è nascosto nel lato oscuro della coscienza di ogni singolo personaggio di questo romanzo avvincente in cui il macabro e il male scandiscono le ore malvagie di un perenne tempo di uccidere.
Claudio Chiaverotti ha scritto le strisce delle Sturmtruppen, e dal 1989 lavora come sceneggiatore presso la Sergio Bonelli Editore. Ha scritto più di cinquanta storie di Dylan Dog, ha creato il personaggio fantasy Brendon e la serie Morgan Lost, in corso di pubblicazione. Ha diretto il cortometraggio I vampiri sognano le fate d’inverno?, miglior cortometraggio al XXXVII Fantafestival di Roma.
Pierluigi Porazzi ha pubblicato per Marsilio L’ombra del falco, Nemmeno il tempo di sognare e Azrael, premiato come miglior romanzo dell’anno nell’ambito dei Corpi Freddi Awards. Per Pendragon è uscito Una vita per una vita, scritto con il giornalista Massimo Campazzo, e per La Corte Editore La ragazza che chiedeva vendetta, Il lato nascosto, Mente oscura e Ritratti di morte. Ha pubblicato anche molti racconti in varie raccolte e antologie.
Anche all’interno di una istituzione secolare molto formale come la Chiesa Cattolica il concetto di famiglia ha subito un’evoluzione. Se da un lato persiste la difesa della cosidetta famiglia tradizionale: due sposi, un uomo e una donna, e i loro figli, ci si è accorti che nuove sfide sono sorte per la Chiesa e per la società che vanno riconsiderate come le libere unioni, le famiglie ricostituite e le unioni tra persone dello stesso sesso. Don Simone Bruno nel suo libro Siamo sempre una famiglia? ci parla di queste sfide e inizia con il definire il concetto stesso di famiglia, per poi evidenziarne le sue vulnerabilità. La famiglia è davvero in crisi nel mondo contemporaneo? caratterizzato da criticità di ogni genere, dall’insicurezza lavorativa, alla difficoltà di incarnare ruoli che nel passato erano molto più definiti. Il libro procede per domande e per risposte e ci illustra una realtà in evoluzione da analizzare con sensibilità, tenerezza e affetto. L’uomo resta un essere sociale e le relazioni umane incidono profondamente sull’io personale e sulla ricerca condivisa della felicità. Tutti ambiscono a relazioni stabili, fedeli, e durature che permettano di crescere e maturare e affermare il proprio io in relazione a un noi di coppia, o di relazione padre/madre e figli, o fratelli e sorelle. L’aspirazione genitoriale resta un’esigenza primaria poi che si riflette in un mondo in evoluzione dove cambiando i capisaldi e i presupposti e cambiano anche le modalità di comportamento.
Simone Bruno, sacerdote della società San Paolo, è PhD in Psicologia della comunicazione presso l’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari. Ha insegnato “Psicologia dello Sviluppo” presso la facoltà di Scienze della Formazione di Bari, dove ha svolto attività di ricerca sui legami di attaccamento madre-bambino. È co-autore di diverse pubblicazioni riguardanti i legami affettivi genitori-figli e lo sviluppo del bambino. È Direttore editoriale delle Edizioni San Paolo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Affiancare le famiglie fragili (Edizioni San Paolo, 2015), La reciprocità uomo-donna (TAU Editrice, 2017) e Siamo sempre una famiglia (Edizioni San Paolo, 2024).
Proprio quando l’Europa sta affrontando la più grave crisi dalla fine del secondo conflitto mondiale ad oggi con tutte le incognite legate alla difficile composizione del conflitto tra Russia e Ucraina, che ormai si trascina da due lunghi anni e che da un momento all’altro può deflagrare in una imprevedibile escalation dalle conseguenze irreparabili, lasciamo per un attimo l’Europa, che a torto o a ragione non è il centro del mondo, per spostarci nell’Indo- Pacifico e analizzare forse il nuovo punto caldo del pianeta dove si giocheranno nei prossimi anni gli equilibri geostrategici mondiali. Parlo dell’isola di Taiwan con la sua capitale Taipei, isola posizionata a sole tre miglia nautiche dalla costa cinese, proprio di fronte al porto di Xiamen, nella provincia del Fujian e roccafòrte militare statunitense e baluardo della Cina non comunista. Dunque un’isola sentinella, con molte similitudini con la Cuba, a parti invertite, degli anni ’60. La Repubblica Popolare cinese non nasconde la sua volontà di riannetterla pacificamente al territorio cinese (come in tempi recenti è accaduto per Hong Kong e Macao) in conformità alla formula teorizzata da Deng Xiaoping di “un Paese, due sistemi”, gli Stati Uniti dal canto loro sono pronti a tutto per mantenerla come punto di appoggio per il controllo del Pacifico. Per cui è sicuramente di estremo interesse la lettura di Taiwan – L’isola nello scacchiere asiatico e mondiale dell’analista indipendente Giacomo Gabellini che con i suoi soliti acume e libertà di pensiero parte dall’analisi storica delle vicende che toccarono Taiwan per giungere, intrecciando i dati economici, politici e militari, a conclusioni personali e non prive di coerenza e originalità. I rapporti tra Washington e Pechino sono messi a fuoco e analizzati nel dettaglio, interessanti le pagine dedicate a Nixon e Kissinger e alla “diplomazia triangolare” culminata con la storica visita ufficiale a Pechino del presidente americano Nixon del febbraio del 1972 che diede l’avvio al riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese come stato sovrano e alla sua inclusione nelle Nazioni Unite (a scapito di Taiwan). Per la Cina Taiwan resta un affare interno cinese e tollera con molto fastidio le interferenze americane che si frappongono a questo, dai cinesi considerato inevitabile, ricongiungimento. Taiwan non ha solo una collocazione geostrategica unica, tanto da essere una vistosa spina nel fianco del colosso cinese, ma è di per sé una piccola potenza economica con centri all’avanguardia (soprattutto nel campo informatico) e capacità tecniche e scientifiche di prim’ordine. Stratega dell’avvicinamento se non dell’alleanza tra Stati Uniti e Repubblica Popolare cinese fu senz’altro Kissinger, abile tessitore di rapporti diplomatici, che comunque lasciò una porticina aperta con Taiwan negli accordi autorizzando il suo governo a rifornire l’isola di sistemi d’arma difensivi per pararsi le spalle da eventuali ripensamenti e gettando quel germe di incertezza che tuttora persiste e che il prof. Li Peng nella sua postfazione non esita a definire vera e propria interferenza statunitense negli affari interni cinesi stigmatizzando il suo ruolo attivo nell’ostacolare la riunificazione dell’isola con la Cina continentale. Il sostegno a Taiwan da parte degli Stati Uniti comunque non venne mai a mancare basti pensare che tra il 1950 e il 1962 gli Stati Uniti erogarono all’isola ben 4 miliardi di dollari di cui 1,5 destinati all’industrializzazione e 2,5 al rafforzamento dell’apparato militare. C’è da dire che ai vari richiami della Cina continentale a ricongiungersi con Pechino con tutte le concessioni del caso, Taipei ha sempre rispedito al mittente le proposte puntando al conseguimento di un’indipendenza anche formale da ottenere mediante l’istituzione di un nuovo Stato opportunamente “de-sinizzato”. Che non esistano rapporti di collaborazione tra Pechino e Taipei comunque non è esatto, basti pensare che le sinergie generate dalla complementarietà tra le strutture produttive taiwanesi e cinesi rendono in una prospettiva anche futura un apporto economico di tale entità che rende Taiwan irrinunciabile per la Cina continentale. Si arriverà mai a uno scontro diretto per il possesso dell’isola? Dio non voglia, un’invasione militare di Taiwan da parte cinese, seppur seguita anche a obiettive provocazioni statunitensi, segnerebbe una via di non ritorno con ripercussioni catastrofiche. Per ora il Dragone attende il momento opportuno per fare le sue mosse, sempre preferendo una via pacifica tra negoziati e sostegno popolare. Per ora la popolazione di Taiwan non sembra volerne sapere di un ricongiungimento con Pechino, ma le condizioni potrebbero cambiare, le alleanze rinsaldarsi e Washington accetterebbe di perdere Taiwan? Staremo a vedere nei giochi delle sfere di influenza che si verranno a creare nel Pacifico e avranno ripercussioni sul mondo intero. Insomma l’affare Taiwan non è così marginale come può sembrare, ma è al contrario da monitorare attentamente calibrando sviluppi e opportunità. Gabellini con il suo documentato saggio (ricca e aggiornata la bibliografia) getta una luce nella comprensione di queste dinamiche e lo fa con successo tanto da essere apprezzato e guadagnarsi la stima di un esperto dell’Istituto di ricerca di Taiwan dell’Università di Xiamen come il prof Li Peng che lo invita addirittura nella sua Università per confrontarsi con gli studiosi cinesi della maggiore e più nota istituzione accademica di ricerca su Taiwan tra le università cinesi.
Giacomo Gabellini (1985) è saggista e ricercatore specializzato in questioni economiche e geopolitiche, con all’attivo collaborazioni con diverse testate sia italiane che straniere, tra cui il centro studi Osservatorio Globalizzazione e il quotidiano cinese «Global Times». È autore dei volumi Ucraina. Una guerra per procura (Arianna, 2016), Israele. Geopolitica di una piccola grande potenza (Arianna, 2017), Weltpolitik. La continuità politica, economica e strategica della Germania (goWare, 2019), Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense (Mimesis, 2021) e Dottrina Monroe. Il predominio statunitense sull’emisfero occidentale (Diarkos, 2022). Vive a Terre Roveresche (PU).
Benvenuti nel dipartimento 93 dove insieme alla squadra di Coste dovrete scendere nei seminterrati e nelle cantine, e dove si può trovare di tutto, perché là spesso si nascondono i peggiori rifiuti dell’umanità. Una trama irresistibile quella di “Codice 93”, fatta di pagine su pagine in cui Olivier Norek mischiando tranquillamente crimine, corruzione e integrità morale ci presenta il suo capitano Coste, poliziotto straordinario alla testa della squadra Anticrimine di questa periferia delle periferie, bell’uomo, tosto, quarant’anni, con all’angolo della bocca una sigaretta sempre accesa. Una persona che pare fatta tutta d’un pezzo e invece si muove e opera sempre senza mai perdere la sua generosità e umanità. Un ambiente duro, violento, il dipartimento in cui spalleggiato dalla sua eterogenea squadra di fedelissimi, deve darsi da fare e cavarsela Victor Coste. Quello di Seine-Sainte-Denis, uno dei tre distretti che costituiscono l’area periferica di Parigi giustamente noto per il suo tasso altissimo di criminalità. Zona malfamata , da paura, e affollata da una variegata fauna multicolore. Fare il poliziotto nella Seine-Saint-Denis, è un vero lavoraccio. Seine- Saint- Denis rappresenta infatti un oscuro agglomerato urbano fatto di orrendi e popolosi edifici, affollati da individui ai margini, insomma un quartiere spazzatura, dove morte e delinquenza dipendono solo dalla legge della strada. Ragion per cui quando una telefonata alle quattro del mattino sveglia Victor Coste, può significare solo una cosa: qualcuno è stato ammazzato. E infatti a Coste ormai aduso a ogni violenza a prima vista in quell’alba gelida, sulla scena del delitto, si presenterà un assassinio come tanti altri con il cadavere di un gigante nero con addosso un maglione bianco e tre fori sanguinanti sul petto, rinvenuto nel capannone di un magazzino in disuso del canale dell’Ourcq. Il medico della polizia arrivato al volo, ne constaterà la morte: nessun segno vitale. Ma stranamente, non risultando nessuna ferita in corrispondenza dei fori dei proiettili, il successivo raccapricciante evento, benché la vittima presenti tutti i segni di un decesso, farà diventare quello che pareva un omicidio, in un caso quasi da incubo. Il “morto” infatti si risveglierà mentre è già in atto l’autopsia, trasformando la morgue in un mostruoso e sanguinoso scenario dell’orrore. E solo il fatto che sia barbaramente evirato e imbottito di barbiturici magari per un regolamento di conti sta a dimostrare quale sia stata la causa di choc in grado di provocare la morte apparente. L’ ex cadavere, trasferito d’urgenza in ospedale e piantonato dalla polizia, verrà identificato come tal Bébé Coulibaly, attualmente non ricercato ma con sulle spalle una corposa fedina penale. La faccenda, proseguirà sulle orme del macabro cammino intrapreso all’inizio con la scoperta, a meno di ventiquattr’ore di distanza, dello scheletro carbonizzato di Frank Somoy, localizzato tramite il suo cellulare lasciato incastrato tra le costole in una casa disabitata di Rue des Acacias in cima alla collina di Prés Saint Gervais. Ritrovamento reso possibile dall’analisi del sangue sui fori di proiettile del maglione bianco indossato da Bébé che evidenziava il dna di un drogato, schedato dalle forze dell’ordine. Ma l’incubo continua: non ci sono tracce di incendio intorno al corpo di Somoy, neppure sulla sedia pieghevole di plastica sulla quale è stato sistemato. Evidentemente qualcuno l’ha ucciso altrove e poi portato là solo per farlo ritrovare. Potrebbe mai trattarsi di un processo di “autocombustione”. Come in certi riti voodo o che altro… O invece c’è qualcuno che ha lanciato il guanto di sfida alle forze dell’ordine? E vuole metterle in ridicolo contringendole a impegnarsi in un’orrenda caccia al tesoro. Un bella rogna anche perché i due delitti arricchiti da una, anzi due macabre messinscena e che rischiano di compromettere la credibilità delle indagini sono già arrivati chi sa come alle orecchie della stampa (una talpa?) e infiammando l’opinione pubblica stanno scatenando il caos mediatico. Eh già perché a conti fatti, finora il dipartimento di polizia di Seine-Saint-Denis non ci fa una bella figura. E se la cosa se non piace alla diretta superiore di Coste, la comandante Damiani, piace ancor meno al gran capo e al prefetto. Insomma il capitano Victor Coste, dovrà prepararsi subito ad affrontare il peggio. E tutta questa brutta storia si complicherà ulteriormente quando riceverà una lettera anonima che lo costringerà a ripescare un fascicolo in apparenza sparito dagli archivi della polizia . Brutta storia perché, proprio da questa prima lettera ricevuta, scaturirà la scoperta di tutta una serie di morti, probabilmente di “invisibili” della società, spariti o peggio affossati proprio da chi avrebbe dovuto indagare… Tramite l’operazione 93, una manovra di occultamento congegnata dai piani alti solo per il loro sporco interesse. Alla prima lettera farà seguito una seconda… É mai possibile che esista un legame, tra questo fatto e i suoi due ultimi casi? Coste stenta a raccapezzarsi. E la strada da fare per arrivare a una soluzione sarà lunga difficile anche per un cambio della guardia nella sua squadra, anche se il nuovo acquisto ben presto allineato con il punto di vista e il modo di pensare dei compagni, dopo l’indispensabile rodaggio, saprà farsi valere e apprezzare da tutti. Interessanti al di là dell’indagine i rapporti personali e di calda umanità che vanno a crearsi tra i membri del gruppo…. Una difficile pista da seguire e che intriga anche perché per riuscire a inquadrare il colpevole, avviato a trasformarsi in un killer vendicatore, si dovrà persino arrivare a superare i limiti di ogni misura, oltre a quelli della tangenziale che divide Seine-Sainte-Denis dall’ arroganza parigina e spaziare senza riguardi nei giri cittadini più altolocati per poi spostarsi fino agli estremi limiti dei quartieri più miseri. Un confronto diretto tra gli sporchi interessi della Grande metropoli e la periferia. Insomma il capitano Coste e suoi dovranno riuscire in qualche modo a controllare una brutta storia. In una rete di perversione che non risparmia nessuno, e dove a fare le spese sono sempre i più deboli. E dove il male si confonde col bene a punto di non permettere più di capire quanto e cosa sia veramente sbagliato. E come giustamente scrive Olivier Norek ohimè : “Alcune vette sono troppo alte perché la giustizia si metta a fare l’alpinista”. Scrittura facile, essenziale, immediata e coinvolgente quella di Norek che ci regala un altro bel polar come solo lui sembra poter fare, duro, intrigante e molto alla francese .
Oliver Norek è uno scrittore francese. Ha partecipato ai soccorsi umanitari durante la guerra nella ex Jugoslavia prima di entrare nella polizia giudiziaria, dove è rimasto per diciotto anni. È autore di romanzi polizieschi con il commissario Coste, tutti tra i primi posti delle classifiche francesi. Tra due mondi (Rizzoli 2018) è il suo primo libro pubblicato in Italia. Tradotti in 14 lingue, i libri di Norek hanno venduto due milioni di copie nel mondo, ottenendo numerosi premi letterari, tra cui il Prix “Le Point” du Polar Européen nel 2016, il Grand Prix des Lectrices de “Elle” nel 2017, il Prix Maison de la Presse, il Prix Relay e il Prix Babelio per Superficie.
Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo e unico vicino dal quale sarò infastidito. Che bella zona è questa! In tutta l’Inghilterra, non credo che avrei potuto trovare un altro posto così totalmente distaccato dal trambusto della vita sociale. Un perfetto paradiso per misantropi; e il signor Heathcliff e io siamo la coppia giusta per spartirci questa desolazione.
Che tipo interessante!
Certo non immaginava quale simpatia mi ha suscitato in cuore quando, avvicinandomi a cavallo, ho visto i suoi occhi neri ritrarsi così sospettosamente sotto le sopracciglia, e quando le sue dita, mentre annunciavo il mio nome, si sono sprofondate risolutamente sotto il panciotto.
«Signor Heathcliff!» dissi.
Per tutta risposta, un cenno con la testa.
«Sono Lockwood, il suo nuovo affittuario, signore. Mi onoro di renderle visita appena arrivato, per esprimere la speranza di non averla disturbata con la mia insistenza nel chiedere in affitto Thrushcross Grange. Ieri ho sentito dire che lei pensava…»
«Thrushcross Grange è roba mia, signore» m’interruppe, con un fremito. «Non permetterei a nessuno di disturbarmi, se potessi impedirlo. Entri!»
Quell’“entri” fu pronunciato a denti stretti, e con un tono che significava “va’ al diavolo!”. Perfino il cancello su cui si appoggiava non manifestò alcun movimento in sintonia con le parole. Credo che proprio questa circostanza mi spinse ad accettare l’invito: sentii interesse verso un uomo che sembrava ancora più esageratamente riservato di me.
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