Archivio dell'autore

:: Natura morta con briciole, Anna Quindlen (Cavallo di Ferro, 2014) a cura di Elena Romanello

18 settembre 2014

indexAnna Quindlen, già premio Pulitzer per il giornalismo e attivista femminista degli ultimi decenni, torna alla narrativa raccontando una storia al femminile abbastanza insolita ma molto attuale. Se negli anni Novanta, con Una figlia esemplare si era concentrata su una ragazza in carriera che si trova a dover fare da badante alla madre casalinga malata di cancro, storia poi trasposta anche al cinema magistralmente ne La voce dell’amore con due grandi interpreti come Renée Zellweger e Meryl Streep, qui invece decide di occuparsi di una donna sessantenne, ex femminista ora alle prese con l’età che avanza e non solo.
Rebecca è diventata un’icona del movimento delle donne con il suo lavoro di fotografa d’arte, e grazie a questo ha potuto arricchirsi, liberarsi da un matrimonio ormai opprimente con un intellettuale che l’ha tradita per anni, accudire i genitori anziani in ospizio e seguire economicamente il figlio: ma tutte queste spese cominciano a farsi sentire, e la donna lascia il suo appartamento a New York per trasferirsi in un cottage di un paesino di montagna, anche in cerca di un nuovo inizio professionale e personale.
Dopo alcuni intoppi iniziale, la sua si rivelerà la scelta giusta, visto che Rebecca troverà nella natura e nei paesaggi nuovi spunti per nuove foto con cui far ripartire una nuova carriera artistica, e conoscerà nuove persone, tra cui Jim, suo vicino di casa di cui si innamorerà ignorando un dramma che ha vissuto nel passato e che è legato a quelle strane croci che ha scoperto e immortalato con il suo obiettivo durante le sue passeggiate in cerca di fonti di ispirazione.

Natura morta con briciole, che deve il titolo ad una delle foto più famose di Rebecca ai tempi d’oro, simbolo dell’alienazione della condizione della donna, è un libro fatto di tante suggestioni e tematiche, tutte attuali e sentite, sia negli Stati Uniti che in Italia. Il tema degli anni che passano e della vecchiaia sembra essere sempre più sentito soprattutto da molte autrici (anche nostrane, a cominciare da Lidia Ravera) e vuole essere non solo un modo per parlare di rimpianti ma anche di nuovi progetti e inizi, in particolare se si parla della generazione che ha fatto il femminismo, che quarant’anni fa era giovane ma che oggi per ovvi motivi è entrata in quella terza età che allora sembrava tanto lontana ma che c’è. Connesso al tema dell’invecchiare, c’è quello di avere nuove opportunità, come amori e cambiamenti, anche in età non più giovanile, ma anche la questione mai risolta e di cui non si parla mai abbastanza delle responsabilità doppie di accudimento dei genitori anziani e dei figli non ancora autosufficienti sul piano economico, tema caldo in Italia ma presente anche negli Stati Uniti come problema. Altro tema interessante il rapporto tra città e campagna, dove la seconda sembra andare incontro ad una riscoperta, anche solo per uno stile di vita e di ritmi meno caotici, anche se ovviamente non è tutto positivo e i disagi ci sono.
La storia della nuova vita di Rebecca è un libro che piacerà alle coetanee della protagonista, ma anche a chi più giovane cerca ancora una sua strada e un suo inizio, e magari ha una mamma o conosce qualche donna che somiglia a questa fotografa diventata icona suo malgrado che scopre che la vita può iniziare di nuovo in un bosco e cambiare completamente di nuovo, dando speranza in una società che sembra offrirne sempre meno.

Anna Quindlen ha collaborato negli ultimi trent’anni con i più importanti quotidiani e magazine americani, e i suoi libri hanno scalato le classifiche dei bestseller del «New York Times». Nel 1992 è stata insignita del Premio Pulitzer per la sua rubrica “Public and Private” proprio sul «New York Times».
Nel 1995 ha lasciato il mondo del giornalismo per dedicarsi unicamente alla carriera di scrittrice. Da uno dei suoi romanzi è stato tratto il film La voce dell’amore con Meryl Streep.
Nel 2000, con l’uscita di La vita è meravigliosa, Anna Quindlen è stata la prima autrice a comparire nella classifica del «New York Times» contemporaneamente nelle categorie fiction, non-fiction e self-help. I suoi libri sono tradotti in numerosi paesi stranieri.

:: Un’ intervista con Fabio Negro, autore di La perla di Labuan. Una leggenda salgariana (Il Foglio, 2014) a cura di Elena Romanello

17 settembre 2014

PerlaFabio Negro è uno studioso dei libri e dell’opera di Emilio Salgari, il maestro italiano dell’avventura, e a questa sua passione ha dedicato l’opera La perla di Labuan Una leggenda salgariana, appena uscito presso l’editore Il Foglio, omaggio letterario al Capitano partendo da un suo libro che si dice che sia andato perduto.

Come è nata l’idea del tuo libro?

Mentre scrivevo il mio saggio sull’isola di Mompracem. Felice Pozzo, che ne ha curato la postfazione, fece accenno agli studi di Giuseppe Fragale, citando il fatto che egli avesse per primo dato notizia del romanzo perduto “La Perla di Labuan”. La cosa mi affascinò moltissimo e volli approfondire. Felice mi procurò copie dei dattiloscritti di Fragale, contenenti ampi stralci della trama per come gli era stata riferita. Potete ben capire come mi sia facilmente entusiasmato e abbia deciso di “resuscitare” questo “fantasma salgariano”. Avevo questa scarna ossatura di partenza per costruire un bel romanzo salgariano (una sfida ovviamente, che poteva risolversi in un totale disastro), che però andava necessariamente integrata. Riesumai quindi alcuni scritti giovanili, avventure che – molto infantilmente – avevo creato per il malese Sharat e il portoghese Joao. C’era ancora qualche buona intuizione in quelle pagine confuse e, rivedute e corrette, sono confluite nella mia “Perla di Labuan”.

Perché continuare a rifarsi ad Emilio Salgari, cosa ha detto a te e cosa può dire agli altri?

Io ne ho tratto l’amore per il mare e la navigazione (ho frequentato l’Istituto Nautico, senz’altra vocazione marittima); la passione per i viaggi e la scoperta di culture lontane e diverse. Ma il mondo di Salgari, vasto quanto ricco, è un mondo di ideali e idealisti; un mondo dove i corsari sono gentiluomini, fanno la “guerra leale”. Dove contano la giustizia, l’onore, il rispetto, l’amicizia: tutte parole che via via stanno perdendo di significato.Un mondo dove in maniera del tutto anticipatoria, è cosa naturale l’integrazione fra popoli, senza nessun pregiudizio religioso o razziale.

L’opera di Salgari è poi una finestra sul mondo, attraverso la quale si apprendono nozioni geografiche e naturalistiche, storiche, di costume. E mica è poco!…

Oltre a Salgari quali sono le tue altre passioni letterarie?

In qualche modo sono tutte riconducibili alla stessa matrice. Amo molto Tolkien, i romanzi di mare di Patrick O’ Brian e di C.S. Forester, e i racconti western di Louis L’Amour.

Chi è secondo te oggi un erede di Salgari?

Se si considera quale fenomeno fu Salgari alla sua epoca, non si possono fare nomi di “eredi”. Che sia per l’incredibile quantità di libri scritti, o per il fascino del “diverso”, dell'”ignoto”, dell'”esotismo” – oggi impossibile da ritrovare – contenuto nelle sue storie, o ancora per il fatto che Salgari fu uno scrittore estremamente popolare non nei circoli letterari, ma tra le “masse”, nessuno, a mio avviso, complici il mutamento e il trascorrere del tempo può essere considerato come un Salgari moderno.

Forse la TV, negli anni Cinquanta o Internet ai giorni nostri…

Prossimi progetti?

La tentazione di scrivere altri romanzi con gli eroi salgariani è forte quanto pericolosa: “La Perla di Labuan” ha un suo perché e un’affascinante leggenda alle spalle. Andare oltre vorrebbe dire abusare e andarsi a collocare tra le centinaia di epigoni che approfittarono del successo di Emilio dopo la sua morte. Mi sto dunque dedicando alla stesura del resoconto dei miei viaggi avventurosi, raccconati con vena goliardica che giustifica il titolo “In giro per il mondo come se fossi Yanez”.

:: Blogtour Ira Domini. Sangue sui Navigli (Mondadori, 2014) – prima tappa.

15 settembre 2014

Inizia oggi il blogtour dedicato al romanzo storico Ira Domini. Sangue sui Navigli di Franco Forte, secondo volume di una serie di romanzi con al centro le indagini di Niccolò Taverna, notaio criminale della Milano della seconda metà del 500. In questa prima tappa potrete trovare le domande fatte eccezionalmente a Niccolò Taverna stesso, alcuni dipinti e immagini d’epoca legati al romanzo, e un mio articolo, spero abbastanza storicamente rigoroso, sulla cucina del tempo, più alcune ricette originali tratte dal ricettario cinquecentesco Opera dell’Arte del Cucinare di Bartolomeo Scappi. Questo è il secondo blogtour da me organizzato, che è stato possibile fare grazie all’impegno e alla collaborazione di altri 3 blogger che qui ringrazio. Noi ci siamo divertiti e spero che anche voi lettori troviate l’iniziativa interessante. Dunque benvenuti in questo viaggio virtuale nella Milano del 1570.

Vecchia Milano navigabile
Niccolò Taverna, benvenuto su Liberi di Scrivere. Questa intervista attraverso il tempo e lo spazio è stata possibile grazie all’aiuto di colui che redige i romanzi che narrano la sua vita e le sue indagini. Ci parli di lei, della sua infanzia, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

Ho mille difetti e ben pochi pregi, se non quelli che ho ereditato da mio padre, il notaio Amerigo Taverna. E’ grazie a lui se oggi posso ancora esercitare la sua arte, cioè quella di frugare fra le anime oscure che popolano i vicoli della città, e che fanno della vita criminale il loro sordido mondo, in cui sguazzano come topi in fuga dalla peste. L’arte dell’investigazione è un dono, e io credo di averla appresa non solo dalle parole di mio padre ma soprattutto dal suo esempio, dal modo lucido e pacato di spolverare i cuori grinzosi dei dannati per farmi scorgere la luce che alberga in ciascuno di loro.

Ci parli della sua professione di notaio criminale, che studi ha fatto, quali sono i suoi maestri. Sulle orme di chi ha deciso di investigare su misteri e delitti?

Come un garzone di bottega, ho seguito mio padre sui luoghi del crimine, ho appreso da lui l’arte di leggere le macchie di sangue per capire come è stato ucciso un uomo, oppure come legare una corda all’impennaggio di una freccia o di un quadrello, e tenderla per stabilire la traiettoria del dardo. Ma se lo studio delle prove fisiche e dei luoghi del crimine è un valido appoggio al lavoro di un notaio criminale, è ben altro che mi ha insegnato mio padre: è negli occhi e nell’anima delle persone che si cela la verità, dietro le coltri della menzogna. Ed è lì che bisogna insistere e scavare, per risolvere i peggiori casi criminali.

Che strumenti investigativi ha in dotazione un magistrato del 1500. Quali sono le scoperte scientifiche che l’hanno più aiutata?

A Milano siamo all’avanguardia, rispetto al resto del mondo. Nei sotterranei del Tribunale di Giustizia abbiamo un laboratorio de’ dottori che consente di scarnificare i corpi delle vittime e darci la possibilità di esaminare con chiarezza i fori di entrata delle armi omicide nei crani o nelle ossa delle persone, per circoscrivere i possibili assassini. E lo studio del sangue venoso e arterioso, della forza e del raggio di diffusione degli schizzi di sangue, sono una scienza ormai avanzata, che ci permette di capire se una vittima è stata colpita prima o dopo la morte, da quante mani e con quanta forza, per determinare altezza, peso e anche il sesso degli assassini, e lavorare d’ingegno per collegare tutti gli indizi e farne prove. Ma sopra a tutto vige la regola principale di ogni notaio criminale: non sono le apparenze quelle che possono condannare un uomo, ma i dettagli incontrovertibili che si celano dietro la cortina buia di ogni azione criminale.

In che relazione si pone con il colpevole. Che sentimenti prova nei suoi riguardi, cerca di capirne le motivazioni, le debolezze, il contesto in cui compie i suoi crimini, anche i più efferati?

L’assassino è sempre una persona. La vittima anche. E i notai criminali pure. Così diversi, eppure così simili, e dunque lo studio delle emozioni, dei desideri, degli odi e delle paure è fonte costante di informazioni, di tasselli sempre più precisi per arrivare a comporre il grande mosaico di un’indagine. La natura umana è intrinsecamente legata all’atto criminale, e se non riusciamo a capirla, a decifrarla, allora non potremo mai capire il lato oscuro delle persone e dare giustizia al dolore che affligge ogni società civile.

Cos’è la giustizia per lei? Crede che quella umana sia infallibile?

Tutti sono fallibili, per primi coloro che cercano una via per la giustizia. Forse solo chi non ha mai conosciuto il peccato, può riconoscerlo senza possibilità di errore. Per tutti gli altri, ci sono solo indizi e piste vaghe da seguire, nella speranza che l’acume e il fiuto di un notaio criminale possano almeno servire a evitare quanti più errori possibile. Come umilmente cerco di fare io ogni giorno…

Laghetto Santo Stefano a Milano

La vivanda di riso alla lombarda

Per fare una vivanda di riso alla lombarda sottestata (= tostata) con polpe di polli, cervellate (= sorta di salsicce a base di sanguinaccio di porco) e rossi d’uova.
Piglisi il riso nettato nel modo soprascritto e cuocasi in brodo nel qual siano cotti capponi, oche e cervellate; e cotto che sarà di modo che sia sodo, piglisi una parte d’esso riso e pongasi in un piatto grande di terra o d’argento over di stagno, e spolverizzisi di cascio, zuccaro e cannella, e pongasi sopra esso riso alcun bocconcino di butiro fresco e la polpa del petto di cappone e oche con cervellati tagliati in pezzuoli, e rispolverizzisi di cascio, zuccaro e cannella. In questo modo faccianosi tre suoli, e l’ultimo sia bagnato di butiro fresco liquefatto e spolverizzato della medesima composizione, e pongasi al forno che non sia troppo caldo, e lascisi stare per meza ora fin a tanto che pigli un poco di colore, e sbruffisi d’acqua di rose e servasi così caldo. Si può accomodar questo riso in un altro modo: cioè, cotto che sarà, pongasi il piatto di butiro, e ponganovisi fette di provatura (= mozzarella di latte di bufala) fresca non salata, e spolverizzate di zuccaro e cannella e cascio grattato; e sopra di esse pongasi il riso, e sopra il riso ponganosi rossi d’uove fresche crude, secondo la quantità del riso, avendo però fatti i vacui nel riso dove si pongano i rossi dell’uova, e sopra essi rossi ponganosi altre tante fette di provatura spolverizzate di zuccaro, cascio e cannella, e poi coprasi con altro tanto riso. In questo modo si potranno far due e tre suoli, e nell’ultimo pongasi un poco di butiro sopra e facciasi stare sulle ceneri calde, o in forno come di sopra, e servasi caldo
“.

La ricetta della zuppa lombarda.

Per fare una suppa alla lombarda con brodo di carne.
Piglisi pan bianco tagliato in fette di grossezza d’una costa di coltello e lesisene la crosta e facciasi sottostare al forno o sotto il testo (= stoviglia o fornello di terracotta per cuocere vivande); et abbiasi brodo grasso, ove sia cotta carne di vacca e capponi e cervellate, et accomodinosi le fette del pane nel piatto e spolverizzinosi di cascio grattato, zuccaro, pepe e cannella, e ponganovisi sopra alcune fettoline di provatura fresca, overo di cascio grasso che non sia troppo salato, et in questo modo si facciano tre suoli e bagnonisi con il brodo soprascritto, che non sia troppo salato, fin a tanto che sia bene insuppata e coprasi con un altro piatto, e lascisi riposare per un quarto d’ora in loco caldo, e servasi calda con li cervellati tagliati in fettoline e zuccaro e cannella sopra
“.

Tra i dolci la ricetta dei morselletti.

Per fare morselletti, cioè mostaccioli alla milanese.
Piglinosi quindeci ove fresche e battanosi in una cazzuola e passinosi per lo setaccio con due libre e mezza di zuccaro fino fatto in polvere e mezza oncia di anici crudi, overo pitartamo pesto, et un grano o due di muschio (= sostanza profumata ottenuta dalla secrezione ghiandolare del mosco, animale che vive nell’Asia centrale) fino; e mettansi con esse libre due e mezza di farina, e battasi ogni cosa per tre quarti d’ora e ribattasi per un’altra volta; poi si abbiano apparecchiati fogli di carta fatti a lucerne, onti, overo tortiere alte di sponde con cialde sotto senza essere bagnate di cosa alcuna, e dapoi mettasi essa pasta dentro le lucerne o tortiere, e non sia d’altezza più che la grossezza d’un dito, e subito si spolverizzino di zuccaro e ponganosi nel forno che sia caldo, overo quelle delle tortiere cuocanosi come le torte; e come tal pasta sarà sgonfiata et averà in tutto persa l’umidità e sarà alquanto sodetta, cioè sia come una focaccia intera, cavisi dalla tortiera o lucerna e subito si taglino con un coltello largo e sottile a fette larghe due dita e lunghe a beneplacito, e rimettanosi nel forno con un foglio di carta sotto a biscottarsi, rivoltandoli spesso; però il forno non sia tanto caldo come di sopra; e come saranno bene asciutte, cavinosi e conservinosi perché sono sempre migliori il secondo giorno che il primo e durano un mese nella lor perfezione
“.

Vincenzo_Campi_-_Still-Life_-_WGA3828

La cucina milanese è senza dubbio figlia di una cucina povera, ma non per questo meno saporita di molte altre cucine regionali. E spesso dove non può l’ambiente può la leggenda; numerose, per esempio, sono le leggende legate alla nascita del progenitore del risotto alla milanese, o meglio allo zafferano, leggende che forse il tempo ha modificato e abbellito, ma accrescono di folkrore di un piatto che storicamente trova la sua collocazione nell’Opera dell’Arte del Cucinare di Bartolomeo Scappi, cuoco personale di Pio V, che nella metà del ‘500 descrive la ricetta della “Vivanda di riso alla Lombarda”. Va anche detto che la Milano del 1570 fu un’epoca di fame e carestia, con guerre, peste, spopolamento dei campi e delle campagne che certo non contribuirono a rendere la dieta dei milanesi varia e sostanziosa. Ciò non toglie che farina grezza con verze fosse il piatto base di molti milanesi assieme alla trippa, alla cassoeula di carne di maiale (salsicce insieme a verze, cotiche e costine) e ancora mondeghili, polpettine fritte nel burro, e la famosa cotoletta alla milanese, che troviamo per la prima volta intorno al 1500, alla corte degli Sforza. Tra i dolci il panettone che la tradizione narra nato come “pane dei signori” (pane di “tono”, dal francese pan de ton) era un dolce natalizio a base di pane, che diventò più ricco e più simile all’attuale al tempo di Ludovico il Moro (1452-1508). Anche il pane compariva nelle mense dei milanesi, pur tuttavia essendo il frumento assai costoso, i più poveri facevano il pane anche con farine mescolate a quelle di altri cereali (granturco, miglio, segale, orzo) o anche di legumi secchi come i ceci o farina di patate. Il più noto fu il pan de mej (pane di farina di granturco o di miglio), chiamato anche pan giald, pane giallo. Sempre Bartolomeo Scappi, mia maggiore fonte di informazioni, fu anche colui che per primo introdusse nei ricettari i prodotti del Nuovo Mondo, come pomodori, melanzane, peperoni, creando per esempio la pasta al sugo, oggi simbolo della cucina italiana. Altri piatti tipici milanesi sono l’ossobuco, ricavato dal garretto posteriore del vitello, il vitello tonnato e la già citata zuppa di trippa, chiamata la busecca, fatta principalmente con frattaglie. La costoletta di vitello e con l’osso nacque nel secolo XVI, nella Milano degli Sforza, seguendo la moda di dare ai cibi una coloritura d’oro. Moda che trae origine dalla credenza dei medici medioevali che l’oro facesse bene al cuore, fatto che spinse le famiglie più facoltose a far preparare le carni rivestendole di lamine dorate. Convinzione poi presto smentita, ma per motivi forse estetici o di prestigio conservata.

Prossime tappe:

Seconda tappa: Sognando Leggendo
Terza tappa: Le mele del silenzio
Quarta tappa: Wonderful Monster

:: La vita in ogni respiro, Blanca Busquets, (Piemme, 2014) a cura di Valeria G.

14 settembre 2014

index“Chiudo gli occhi e mi lascio trasportare dalla musica, come se stessi togliendo la polvere dal busto di Beethoven. La musica mi punge il cuore. Che bel suono ha il violino, anche se è quello della signora Anna. Non posso evitare di sorridere, come suona bene lo Stainer…….”

Ho sempre pensato che la musica e la letteratura appartengano allo stesso albero genealogico emozioni. Ad entrambi infatti è stato regalato il dono di saper risvegliare i sensi, anche quelli più reconditi e assopiti, l’unica differenza è il mezzo attraverso il quale questo straordinario effetto avviene: il musicista è colui che usa lo studio e l’esecuzione di un brano musicale, e dopo aver accordato alla perfezione il suo strumento, arriva a far vibrare le corde della nostra anima; lo scrittore, invece, si dedica all’ uso della parola scritta e attraverso la narrazione della sua storia ci trascina in una coinvolgente e stimolante analisi personale.
Quando ho iniziato la lettura di “La vita in ogni respiro” della scrittrice spagnola Blanca Busquets pubblicato da Piemme, non sapevo che mi sarei trovata tra le mani un’opera vera e propria. Immaginavo di leggere le avventure di un grande direttore d’orchestra che ha amato molte donne, le quali, sedotte e abbandonate come spesso accade nelle migliori storie d’amore, si trovano sole a rivangare  inutilmente i “se “e i “ma” della loro complicata relazione.
Invece…
La storia inizia con la voce di Teresa, giovane fanciulla povera e sfortunata, la quale si trovò tra le mani, in maniera del tutto casuale, un violino nella discarica che usava frequentare in compagnia di sua madre, per l’esattezza uno Stainer del 1672, un pezzo unico nel suo genere. Per lei, questo fu un incontro fondamentale, la classica porta che si apre sul mondo, l’apparente banale evento che poi, tanto banale non è visto che cambia lo svolgimento di una vita intera. Teresa dopo anni di fatiche e studio riuscì a diventare una eccellente violinista nonché una ricercata insegnante di musica. Durante le sue abituali lezioni incontrò una delle allieve più capaci di sempre, Anna, la quale afflitta da una vita famigliare povera di amore, sembrò aver perduto per sempre la propria anima e la sua voglia di felicità.
E poi c’è lui, Karl T. ,il perno attraverso il quale si snoda l’intero romanzo e trait d’union tra i personaggi: famoso direttore d’orchestra tedesco di nascita, vissuto nei migliori anni della sua giovinezza nella repressiva Berlino Est, approdato a Barcellona grazie al suo straordinario talento per la musica e ad un particolare violino, un lasciapassare verso l’occidente libero, deceduto a causa di una disfunzione cardiaca.  La sua misteriosa esistenza venne scandita dalla devota e acuta Maria, domestica fissa che oltre che essere una lavorante diventò, con la sua semplicità e il suo talento nascosto, suo riferimento emotivo, musicale e personale, da Mark, il figlio che non sapeva di avere, e che improvvisamente un giorno si presentò alla sua porta dichiarando di essere un musicista anch’egli e dalle tante artiste donne, sedotte lentamente e inesorabilmente durante le estenuanti prove all’interno del suo studio-salotto.
La Busquets compie una scelta coraggiosa ma decisamente riuscita: decide di non affidare ad un estraneo narratore le pagine del passato del suo protagonista, preferisce farlo rivivere attraverso la voce, qualche volta confusa tra vicende passate e incontri nel presente, dei personaggi che hanno avuto con lui una profonda e indimenticabile relazione umana e professionale.
Così il lettore viaggia attraverso la musica, principalmente, ma non solo, sulle note del famoso “Concerto a due violini” di Johann Sebastian Bach, opera immortale che il nostro protagonista  studiò ossessivamente al fine di riuscire a riprodurne la perfezione e attraverso il quale compone uno dei suoi più prestigiosi concerti nella sua Berlino ormai libera da ogni vincolo sociale e politico, e anni dopo la prematura scomparsa di Karl, attraverso un omaggio alla sua memoria che proprio suo figlio decide di organizzare per far rivivere l’importanza che l’evento ha avuto su tutti loro. Come una perfetta equazione matematica Karl e il perduto violino Stainer diventano il legame e il destino di vari personaggi, mentre le due violiniste, le migliori, le più abili, le più veloci dita di sempre, Anna e Teresa naturalmente, si rincorrono, si scontrano, si attaccano, si escludono l’un l’altra nella loro musicale esistenza così come avviene sul palcoscenico durante l’elaborata esecuzione del brano di cui sopra.
Lo scritto si affaccia al pubblico con una scrittura rapida e diretta, senza troppe variazioni di stile, inoltre, incuriosisce particolarmente la scelta, molto apprezzata a mio parere, di lasciare i dialoghi all’interno della struttura narrativa, infatti non esiste alcuna punteggiatura ad annunciare l’arrivo di una conversazione. Anche questa diventa una scelta efficace e riuscita attraverso la quale si aggiunge maggiore spessore e completezza ai numerosi conflitti interiori dei personaggi.

Blanca Busquets è nata a Barcellona nel 1961 ed è tra le maggiori autrici catalane. Ha ricevuto nel 2011 il prestigioso Premio Llibreter per l’acclamato romanzo L’ultima neve di primavera (Piemme 2013). Appassionata di musica classica, ha lavorato a lungo per la radio ed il teatro.

:: Un cuore timido, Steve Martin (Kowalski, 2006) a cura di Serena Bertogliatti

13 settembre 2014

serenaRicordo Steve Martin colorare, con la sua inconfondibile chioma bianco-neve, i film visti e poco capiti nella mia infanzia. Eppure le amavo – queste commedie per adulti che chiaramente non erano state prodotte per me, semmai per i miei genitori – e le guardavo e riguardavo per provare ancora una volta quella simpatia naturale che Martin mi causava a ogni apparizione. Mi ero affezionata ai suoi ruoli da comico temperato, non grottesco ma un po’ parodico, ammantato da quella dolce tristezza tipica dei clown.
Poi mi trovo in mano, per caso, un romanzo firmato proprio da lui.
Un cuore timido, recita il titolo.
Un romanzo d’amore?
Solo collateralmente. Solo nella misura in cui qualsiasi essere umano – anche quelli per cui farsi amare è più difficile – inciampa nell’amore.
Un cuore timido è la storia, scritta in prima persona, di Daniel Pecan Cambridge, trentenne (forse, dipende dal momento) la cui vita quotidiana è strutturata e cadenzata dalle nevrosi che formano il suo carattere. Daniel è un ossessivo compulsivo al penultimo stadio, un passo prima di cadere definitivamente nel proprio mondo interiore fatto di simmetrie da rispettare, proporzioni da ristabilire e calcoli matematici con cui riempirsi la mente nel caso in cui il mondo esterno, caotico e irrazionale, disturbi troppo il suo precario equilibrio. Daniel è un genio, ma di quella specie che paga a caro prezzo il proprio vantaggio. Ma Daniel è anche e soprattutto un essere umano che non demorde, neanche e soprattutto dinnanzi a se stesso, che continua imperterrito a inseguire i propri sogni.
Il sogno corrente di questo cuore timido è Elizabeth, agente immobiliare tanto perfetta quanto lui è imperfetto. Lei è la Donna Ideale, il fine ultimo, ma non l’unica che causi in Daniel un tenero affetto. C’è anche Philipa, attrice costantemente emergente e sua dirimpettaia, troppo attraente per essere un’amica con tutti i crismi del caso, troppo amichevole per fantasticare romanticherie su di lei. C’è poi Zandy, farmacista da cui Daniel acquista i propri farmaci, presenza costante nella sua vita ma proprio per questo irraggiungibile: difficile flirtare con una donna che sa esattamente quanto fuori di testa tu sia. Infine c’è Clarissa, apprendista strizzacervelli a cui è affidato, due volte a settimana, Daniel.
Sarà proprio Clarissa – la persona che, per deontologia, dovrebbe essere più distaccata – che aprirà a Daniel il mondo delle relazioni “normali”, che di normale, una volta viste da vicino, hanno ben poco. Lei ha tanti problemi quanti ne ha lui, semplicemente di natura diversa: ha un figlio e nessun padre che lo possa crescere degnamente. Paradossalmente sarà proprio il disadattato Daniel, più per caso che per scelta, a trovarsi in casa il piccolo Teddy e a occuparsi di lui; e sarà proprio questo bambino, paradossalmente, a insegnare a Daniel a risolvere i propri problemi. Beh, almeno alcuni. Abbastanza per aprire uno spiraglio nella propria gabbia di nevrosi, e quindi amare e farsi amare.

Paradossalmente, ora sapevo del mio strizzacervelli più di quanto lei sapesse di me, dato che non le avevo mai permesso di valicare i confini delle mie compulsioni, che d’altra parte esistono proprio per questo.

La scrittura di Steve Martin evoca quell’amara, un po’ comica, dolcezza con cui l’attore ha costruito molti dei suoi personaggi. La sua è una prosa semplice, a tratti pedante e infantile – come deve essere, trattandosi di un personaggio come Daniel – e a tratti incredibilmente acuta e tagliente proprio grazie allo sguardo disincantato con cui descrive la “normalità”:

La qualità che ci accomunava consisteva nel fatto di essere brave persone. Ma non era una virtù che ci fossimo davvero guadagnati. Era una caratteristica che gli imbranati acquisiscono per default, a causa della nostra incapacità di esercitare sul mondo una forza superiore a un buffetto.

Perché leggere Un cuore timido?
Perché rientra in pieno in quel genere di romanzi che, approfittandosene della sospensione dell’incredulità del lettore, ci permettono di osservare il mondo con il punto di vista di un “folle”, e così di scoprire – grazie alla sua inaspettata iper-lucidità – quante follie compongano la “normalità”.

Steve Martin (1945) è un attore (più di cinquanta film dagli anni ‘70 a oggi), musicista (dieci album dagli anni ‘70 a oggi) e scrittore statunitense. Come romanziere, ha debuttato con Shopgirl nel 2000.

:: Segnalazione di Casa di carne, Francesca Bonafini, (Avagliano, 2014) a cura di Natalina S.

12 settembre 2014

indexCasa di carne, Avagliano editore, è il titolo che Francesca Bonafini – scrittrice veronese- “strappa alle stelle” per descrivere l’essenza di quel pericolo bello, l’amore. L’amore che, appunto, ha volto di sensi, vibrazioni. L’amore che è raro ma accade. L’amore che restituisce libertà, identità.
Ed è il sentire di Angela, protagonista principale del romanzo, a condurci in questo straordinario perigeo di sensazioni. Si sporge al di là del crinale Angela, nuda, spoglia, senza armi e paura. È lei stessa ad insegnarci che lì dove la fragilità non ha timore di mostrarsi e abbandonarsi risiede l’amore, in tutta la sua lealtà e autenticità. Parte, senza se e senza ma. Parte, forse, proprio da quel pezzo che le manca, incerto allo stesso modo di un se ed un ma: la morte dei suoi genitori, che inconsciamente o consciamente la spinge a cercare il grembo in cui sentirsi a casa.
Casa di carne è un peregrinare tanto fisico quanto spirituale; il tentativo di arginare il mare in cui ci sente naufraghi in cerca di un’ancora a cui rimanere impigliati, non per forza però perché l’amore non ha bisogno di costrizioni. La costrizione è illecita come attribuire l’illecito a ciò che illecito non è.
Angela – Francesca – è un’amante della letteratura e lo sa bene che le parole hanno un peso, che sono voci di carne viva, in grado di conferire il giusto significato alle cose, di farti sentire a casa, come l’amore.
Ed io che le parole le amo nel loro matrimonio in frasi d’armonia ricche di significato ho trovato una casa in cui ho voglia di rientrare, nuove mura in cui dimorare.
Storia di viaggi e di attraversamenti sia fisici sia esistenziali, e sulla ricerca di sé. Trieste, Brest, Rio de Janeiro, Lisbona, ogni città è per Angela una frontiera da oltrepassare. Trova finalmente un lavoro stabile come cameriera in un albergo, prepara le colazioni, ma vive con profonda inquietudine e curiosità: ha sempre lo zaino pronto, si innamora di Miriam, incontra Alessio, va a vivere con Tiago e non smette mai di credere nell’amore come unico luogo a cui tornare. Salvo poi prendere atto che la fine di ogni sentimento è un addio preparatorio all’ultimo addio della vita. Tra partenze, amicizie, avventure Angela è pronta a gettare via le sue maschere. Ma a quale prezzo? E sapranno fare lo stesso anche i compagni che incontrerà lungo la strada? Un romanzo che ha in sé tutta la meraviglia e il pericolo dello sconfinamento.

Francesca Bonafini: (Verona 1974) vive a Bologna. Ha pubblicato il romanzo Mangiacuore (Fernandel 2008) e il romanzo collettivo Il cavedio (Fernandel 2011). Numerosi suoi racconti sono apparsi su riviste, quotidiani e antologie, ed è presente nel Dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango 2008) con il lemma “zaino”. Ha scritto di musica italiana e in particolare di Ivano Fossati nel volume Sex machine. L’immaginario erotico nella musica del nostro tempo (Auditorium 2011). Cura la rubrica “Mandibola. I nutrimenti di Bonnie” sulla rivista “Stra Occupati, free press abruzzese.

:: Criminali, Philippe Djian, (Voland, 2014) a cura di Giulietta Iannone

12 settembre 2014

indexPhilippe Djian può piacere o non piacere, è un autore che non conosce mezze misure.
Caustico, dissacrante, tagliente, politicamente scorretto, i suoi libri, non veri e propri noir, (anche se in senso lato, perchè no?) più che altro, storie sul male di vivere contemporaneo, lasciano sempre un’ eco di inquietudine e disillusione nei lettori. Io lo trovo un autore notevole, più che altro per il senso di autentica empatia che provo verso i suoi personaggi, sconfitti, falliti, incapaci di attraversare la vita senza riempirsi di piaghe e di ferite esistenziali. E la capacità di esprimere autenticità tramite una scrittura variegata e composita, volutamente letteraria, non è un pregio da poco.
Criminali (Criminels, 1996) rientra a pieno titolo tra i romanzi più neri di questo autore, che non sembra, perché lo fa con una certa leggerezza e immediatezza, ma è capace di ferire e di lasciare il lettore stordito e disorientato.
Tradotto da Daniele Petruccioli ed edito in Italia da Voland (in Francia sempre dalla storica Gallimard), secondo romanzo della trilogia Sainte-Bob che comprende anche “Assassini” (Voland 2012), “Sainte-Bob” in prossima pubblicazione sempre da Voland, Criminali ci porta di peso nella vita di Francis, cinquantenne appesantito da una serie di scelte più o meno consapevoli, più o meno libere.
Divorziato, con un figlio con cui non comunica, una compagna che rischierà di perdere, un fratello omosessuale, un padre malato d’Alzhaimer che deciderà di assistere in casa sua con ripercussioni impreviste, un lavoro che per problemi alla schiena è sempre sul punto di perdere perdendo anche la precaria stabilità economica, un gruppo di amici, non più psicologicamente solidi e realizzati di lui, un nemico contro il quale concentrerà tutto il suo odio e la sua frustrazione, insomma Francis ha una vita complicata, ed è o non è un criminale lo deciderete a fine lettura, quando l’irreparabile si compirà.
Stessa domanda si pone per gli altri personaggi. Sono o non sono criminali? Se lo sono lo sono di piccoli crimini, di tradimenti più che altro verso gli altri e soprattutto verso se stessi, forse solo in due casi, due soli personaggi compiranno davvero qualcosa che si può avvicinare a un delitto. Uno pagherà, l’altro non lo sapremo mai. Sono infatti i crimini senza punizione, quelli per cui non si va in galera, le disattenzioni, gli atti mancati, le piccole meschinità che incidono più a fondo nell’anima creando disagio e scurendo il male di vivere, l’esistenziale incapacità ad essere felici.
E’ un romanzo triste, malinconico, privo di certezze, ma nello stesso tempo sincero, e umanamente credibile. Djian non pone i suoi personaggi in zone completamente bianche o nere, gioca con i chiari scuri. Non scaglia invettive, né cerca giustificazioni, espone i fatti, e lascia che la storia avanzi a sbalzi, senza grandi colpi di scena, ma appunto trasportata come dalla corrente di un fiume, lo stesso fiume che aleggia sullo sfondo, un fiume inquinato, un fiume che da e riceve morte, conservando una sua certa disperata bellezza.

Philippe Djian, nato a Parigi nel 1949, si impone negli anni ’80 come scrittore non conformista, considerato l’erede francese della beat generation. Autore di culto della scena letteraria francese, Djian è cresciuto a Parigi facendo ogni tipo di lavoro: portuale, magazziniere da Gallimard e anche giornalista.  37°2 le matin è il romanzo che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Da questo libro il regista di J.J. Beineix ha tratto il film Betty Blue, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1987. Molto apprezzato dalla critica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui il premio Jean Freustié 2009, e per “Oh…” il Prix Interallié 2012.

:: Il cardellino, Donna Tartt, (Rizzoli 2014) a cura di Viviana Filippini

12 settembre 2014

indexDonna Tartt ha come un’aura di mistero che la attornia e ascoltandola si ha la sensazione – mia personale- che le sue parole ti attraversino. Il cardellino, Premio Pulitzer 2014 è l’ultimo lavoro di questa  americana che pubblica libri a cadenza decennale (Dio delle illusioni nel 1992 e Il piccolo amico del 2002 sono le opere precedenti). Questo libro è il più poderoso dei tre romanzi fino ad ora scritti, ma non dovete farvi spaventare dalle dimensioni del tomo (900 pagine e passa che lo fanno assomigliare ad un mattone), perché la storia che anima le sue pagine è un percorso di formazione e amicizia con protagonista Theo Decker. Theo vive a New York con la madre, donna colta, appassionata di libri e di arte, magari con qualche piccola ansia che però non le impedisce di crescere il figlio in un rapporto genitoriale solido ed empatico. Il tutto si complica quando la donna muore in un tragico evento. Per Theo, affidato al padre ex attore dedito al gioco e alla bottiglia, comincerà un periodo cupo e travagliato alla ricerca di sé stesso e del proprio posto nel mondo. In questo romanzo di appredistato, che ad un certo punto presenta dei tratti letterari tipici del thriller, c’è un sottile fil rouge che collega tutti i personaggi. Esso è sempre presente anche se non si vede, ed è il cardellino del dipinto secentesco. Nell’antica cultura pagana il piccolo ed esile uccellino rappresentava l’anima dell’uomo che al momento della morte volava via, significato mantenuto anche in ambito cristiano, dove il cardellino diventa il simbolo della passione di Cristo. Questi valori messi in relazione alla vicenda narrata dalla Tartt ritornano in ognuno dei personaggi-persone usciti dalla sua mente. Tutti – compreso il pittore olandese Carel Fabritius, autore del dipinto che morì giovane a Delft nel 1654 nell’esplosione di una fabbrica di polvere da sparo- sono accomunati da esistenze di dolore e sofferenza. Il libro della Tartt ha un intreccio narrativo corposo nel quale Theo diventerà adulto dividendosi tra l’amore e il rispetto per Pippa e Hobie che lo accolgono come se fosse un figlio; tra l’amicizia fraterna, ma allo stesso tempo pericolosa con Boris e il segreto – che lui stesso scoprirà non essere così segreto- che per anni rimarrà nascosto dentro al suo zaino da adolescente. In realtà tra le pagine de Il cardellino si scorgono molti altri temi. L’autrice mette riferimenti alla letteratura americana, non manca una buona dose di storia dell’arte e poi c’è l’indagine nei meandri della vita umana. La Tartt porta chi legge in un mondo nel quale, oltre agli eventi reali, c’è una profonda indagine introspettiva di persone che hanno subìto forti traumi psichici e fisici (Theo e Pippa ne sono un esempio) che influenzeranno per sempre la oro esistenza. Theo, rimasto orfano, soffre e questo intenso dolore lo porterà a scegliere la non proprio legale via dell’imbroglio e del raggiro (vende mobili pseudo antichi spacciandoli per originali) per salvare l’attività di restauro e commercio del suo amico, e padre ideale che avrebbe voluto, Hobie. C’è spazio per l’amore non corrisposto e per le rocambolesche avventure che Decker vivrà insieme a Boris a Las Vegas, a New York e in Olanda. Tutte sono segnate da fughe, da uso e abuso di alcool e droga e da esperienze di vita al limite della resistenza e sopravvivenza umana. Per certi aspetti il continuo cambio di luogo, il girovagare a vuoto a piedi o con mezzi di fortuna alla ricerca di una meta che non sembra essere ben definita all’orizzonte e la ricerca di se stessi, mi hanno ricordato molto Sulla strada di Jack Kerouac, dove i protagonisti si muovono in lungo e in largo per gli Stati Uniti d’America senza avere una meta precisa. Ne Il cardellino Donna Tartt crea una voce narrante seducente che parla e guida chi legge alla scoperta delle gioie e dolori di un giovane uomo in crescita. Un cammino non facile durante il quale non solo Theo, ma anche il mondo che lo circonda e il lettore stesso saranno in trasformazione continua. Traduzione Zilahi De’ Gyurgyokai M..

Donna Tartt è una scrittrice statunitense è nata a Greenwood, nel Mississippi ed è cresciuta nella vicina città di Grenada. Nel 2014 ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa con il romanzo Il cardellino. Il suo esordio è avvenuto a ventotto anni con il romanzo Dio di illusioni (Rizzoli 1992, disponibile in BUR), clamoroso best seller tradotto in 23 paesi. I suo secondo lavoro è Il piccolo amico (Rizzoli, 2002, disponibile BUR).

:: You God, Annarita Petrino, (Il Papavero, 2014)

11 settembre 2014

you-godLa fantascienza fin dal suo nascere è un genere che si è prestato a contaminazioni di varia natura tant’è che esistono numerosi generi, dalla fantascienza tecnologica alla fantascienza postapocalittica, dallo space opera al cyberpunk, senza contare poi i sottogeneri caratterizzati da ragioni tematiche più o meno ibride. Ne esiste anche un filone forse meno noto, sottogenere della soft science fiction, denominato fantascienza cristiana. Sottogenere di cui ne ignoravo l’esistenza ma che ha anche all’estero esponenti come Clive S.Lewis o Walter M.Miller Jr. Esiste comunque pure in Italia, per esempio, una rivista di fantascienza cattolica http://www.futureshock-online.info/index.html che vanta sparuti lettori ma sembra sopravvivere. Il binomio fantascienza e fede più che un connubio sembra quasi un azzardo, legato alle stesse difficoltà che nascono dal legame scienza e fede. Ho conosciuto scienziati credenti e non credenti, per cui posso tranquillamente sostenere che non è l’intelligenza a differire, ma appunto la fede, che è un dono, c’è chi lo possiede e chi no. Può essere interessante vedere la fantascienza da questo punto di vista, ovvero leggere fantascienza scritta da scrittori credenti che utilizzano il genere per veicolare le loro convinzioni? Penso di sì, rientra nel campo delle libertà individuali, e certo la lettura ne accresce il fascino, più è alta la qualità della scrittura. E la mancanza di fanatismo. La fantascienza cristiana di Annarita Petrino rientra in questa tipologia di scritti, buona scrittura (migliorabile certo) e una certa lievità e delicatezza nel proporre temi dal punto di vista di un credente proiettati nel futuro con vari gradi di distopia. You God è una raccolta di racconti, per la precisione 4, editi da un editore piuttosto piccolo, con copertina povera, una certa cura nell’impaginazione e una pregevole assenza di refusi. I racconti sono nell’ordine “Imperfezioni“, “Judy Bow“, “Hic Et Nunc” e “You God che da il titolo alla breve antologia. Sì parla di diversità, di eternità dell’anima, di fine del mondo, di etica medica, naturalmente proponendo una giusta visione delle cose (quella del credente) contrapposta a una giudicata negativa in cui i mali della modernità impediscono di avere un corretto concetto di Dio. A sostegno delle tesi sostenute, ragionamenti piuttosto consolidati, niente di eccessivamente innovativo, ma tuttavia l’esperimento è in fin dei conti interessante. Scrittori più stilisticamente maturi avrebbero potuto fare meglio, ma è senz’altro apprezzabile lo sforzo dell’autrice di esprimere le sue convinzioni, maturate dopo una conversione, tramite i topos classici della fantascienza, senza violare la libertà di chi legge e cercando di dare un po’ di speranza nel futuro. Ciò renderà la lettura apprezzabile da credenti e non credenti, a mio avviso. Buona lettura.

Annarita Petrino è nata nel 1977 a Giulianova (in provincia di Teramo) sulla costa Adriatica. Laureata in Lingue e Letterature Straniere (Università degli studi G. D’Annunzio di Pescara), lavora in una scuola materna. Scrive racconti di fantascienza da qualche anno, che hanno visto la luce su diverse riviste on-line, quali Intercom, Future Shock, Nigra la Tebra, Continuum.

:: Delitto irrisolto, Catherine Coulter, (Longanesi, 2008) a cura di Laura M.

7 settembre 2014

DELITTO IRRISOLTOCatherine Coulter è un’autrice che non conoscevo, sebbene in America sia un nome piuttosto noto, sempre presente nella classifica dei bestseller. Ha scritto nella sua carriera per lo più romanzi storici, per poi negli anni Novanta iniziare alcune serie di romanzi contemporanei di genere poliziesco romantico. Assai famosa la sua serie dedicata a due investigatori dell’FBI a cui appartiene anche Delitto irrisolto (Blowout, 2004) pubblicato in Italia da Longanesi nel 2008, e tradotto da Sara Caraffini. Non è quindi un titolo molto recente, preso in biblioteca quasi per sbaglio, ma si è rivelato invece una lettura piuttosto piacevole.
Premetto che c’è una coppia di investigatori, per di più marito e moglie, quindi una fetta di lettori che ama il thriller ma non questo schema sarà scoraggiato, pur tuttavia la storia prende; sparizioni, omicidi, indagini parallele, e un ambiente piuttosto esclusivo come l’alta corte degli Stati Uniti, fanno di questo romanzo una lettura non impegnativa ma gradevole se si vogliono passare alcune ore di sano intrattenimento.
La Coulter è brava, la dura scuola del romance l’ha resa capace intrattenere senza risultare eccessivamente prolissa o cavillosa. Ha una scrittura pulita, funzionale, per nulla leziosa, timore principale di un lettore di thriller quando affronta un autore specializzato nel romance. Ora settantenne, e affiancata di norma da J.T. Ellison, è sicuramente una scrittrice instancabile, questo luglio è uscito il suo 18° romanzo della serie dedicata all’FBI. Se devo fare un appunto, forse riguarda le trame, decisamente complicate e contorte, ma con un po’ di attenzione l’ostacolo si supera agevolmente.
Delitto irrisolto si dipana intorno a un delitto inspiegabile sul quale aleggia l’ombra… di un fantasma. Poi la trama torna nei binari del consueto quando torna a occuparsi della morte per strangolamento di un giudice della Corte suprema a cui seguono l’uccisione di due suoi assistenti. I due investigatori dell’FBI Dillon Savich e Lacey Sherlock (ok, a forza di telefilm polizieschi americani tutti abbiamo la convinzione più che fondata che due agenti dell’FBI non possano avere una storia, fuguriamoci sposarsi, pensiamo solo agli scrupoli di Gil Grissam e Sara Sidle, in CSI Las Vegas, ma pazienza), indagano con la convinzione che i tre delitti siano legati assieme da qualche oscura trama.
Poi un antico delitto di trent’anni prima sembra assumere sfumature inquietanti, una donna bellissima era infatti stata pugnalata in modo misterioso e il figlio era scomparso. Cosa unisce questo delitto alle morti recenti? Toccherà alla coppia di investigatori scoprirlo e non sarà facile soprattutto perché una terza assistente del giudice rischia di essere uccisa. Ma l’FBI… ok, non vi dico altro. Ripeto la trama è così complessa che si fatica a raccapezzarsi almeno fino al finale, ma le pagine si voltano con rapidità come nel più classico page- turner. Buona lettura.

Catherine Coulter è una delle più affermate narratrici americane, nota non solo per i gialli dell’FBI della coppia Savich e Sherlock, ma anche per una fortunata serie di romanzi storico- sentimentali: due filoni che la pongono in testa alle classifiche dei bestseller. Vive in California.

:: Phobia, Wulf Dorn, (Corbaccio, 2014)

7 settembre 2014

phobiaLetto in bozze in anteprima questa estate, Phobia (Phobia, 2013), ultimo romanzo di Wulf Dorn, edito in Germania con Heyne Verlag, del gruppo Random House  e in uscita per in Italia con Corbaccio nella collana Top Thriller la prossima settimana, per la precisione l’11 settembre, tradotto dal tedesco da Leonella Basiglini, è un classico psichothriller alla Wulf Dorn, caratterizzato da forte tensione psicologica, una spruzzata di horror, (pensate solo al sogno in cui Mark vede la compagna morta in stato di decomposizione, o anche solo il volto deturpato dalle cicatrici del villain della situazione che compare all’improvviso dal buio, solo per fare un esempio) personaggi solidi e sfaccettati e buone ambientazioni, questa volta dislocate tra Londra e Francoforte.
Ritroviamo Mark Behrendt, personaggio già visto ne La psichiatra (ricordate lo psichiatra che aiutava Ellen Roth a far luce sulla scomparsa della paziente della camera numero 7) in questo romanzo provato dalla tragica morte della compagna, quasi alcolizzato, sospeso dalla professione, insomma in condizioni estreme e pur tuttavia l’unico che si decide ad aiutare Sarah Bridgewater, protagonista assieme al figlio Harvey e al marito Stephen di Phobia.
Dunque tutto ha inizio una notte nel quartiere londinese di Forest Hill. Sarah è sola in casa, una di quelle eleganti villette unifamiliari che sorgono nella periferia residenziale, con suo figlio, un bambino di 7 anni, sente dei rumori in cucina e si trova davanti uno sconosciuto, con i vestiti di suo marito, l’auto di suo marito, la borsa di suo marito, che dice di essere suo marito e conosce particolari della sua vita che solo suo marito potrebbe conoscere. Ma l’uomo non è suo marito. Sarah lo avverte chiaramente non ostante il suo volto sia deturpato da orribili cicatrici. Chi è? Cosa vuole dalla sua famiglia? E soprattutto dov’è Stephen?
Come è apparso, l’uomo scompare e la polizia avvisata sembra guardarla come una mitomane. Suo marito per loro sta bene, è in viaggio d’affari e presto tornerà a casa. Convinzioni confermate da una telefonata rassicurante alle forze dell’ordine da questo fantomatico “sconosciuto” a cui tutti sembrano credere. Ma Sarah avverte che quell’uomo è un pericolo, per lei, per suo figlio e soprattutto per Stephen molto probabilmente prigioniero nelle sue mani.
In una storia dove tutti nascondono qualcosa, dove nessuno è limpido come apparentemente può sembrare, compreso Stephen, il lettore si troverà ad assistere a una lotta contro il tempo, in un susseguirsi di fatti apparentemente slegati, fino almeno alla chiarificazione finale.
Sorprendente? Forse. Non vi aspettavate niente di quanto succederà? Molto probabile. La particolarità di questo romanzo è quella di giocare con le paure della gente, con il concetto stesso di paura. Fisiologica, patologica, vicina a tutti noi, improbabile. La paura a quanto apre si insinua nella mente della gente e al spinge ad agire, comportarsi a volte in maniera contraddittoria, e irragionevole. La paura della morte, dell’abbandono, di essere traditi, di essere delusi.
Alcuni traumi possono condizionare le esistenze, farci perdere tutto da un giorno all’altro come capita a Mark, o farci credere che quello che ci capita è una giusta punizione, qualcosa che ci meritiamo come capita a Stephen. Insomma Wulf Dorn scava nei meccanismi della psiche e ne trae materia per un romanzo di suspense, forse più che un thriller. E con al sua scrittura piana e levigata rende il tutto immediato e diretto. Siamo ai livelli dei precedenti, una conferma per chi ama questo autore tedesco, capace di portare sulla carta vere esperienze vissute, casi di cronaca, reali sfumature psicologiche. Buona lettura.

Wulf Dorn è nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie e il gatto vicino a Ulm, in Germania. In Italia Corbaccio ha pubblicato La psichiatra, che è diventato un bestseller grazie al passaparola dei lettori, Il superstite, Follia profonda (tutti anche in edizione TEA) e Il mio cuore cattivowww.wulfdorn.net

:: L’amore quando c’era, Chiara Gamberale, (Mondadori, 2012) a cura di Michela Bortoletto

5 settembre 2014

indexQual è la ricetta della felicità? Qual è quell’ingrediente che rende una persona felice? Che cos’è che fa sì che una vita sia degna di essere vissuta? Se lo chiede Amanda, la protagonista di questo breve romanzo di Chiara Gamberale.
Amanda ha trentanove anni, insegna lettere in una scuola media, è una scrittrice mancata ed è appena stata lasciata da Manuel, il suo compagno, perché ultimamente il suo chiodo fisso era quello di diventare madre. Vive in un appartamento con il suo cane Poirot. Una vita normale, quella di Amanda. Eppure sente che qualcosa le manca. Non è completamente felice. Ha un buco dentro che non riesce a riempire. Per trovare la risposta al suo vuoto ha perfino assegnato un tema ai suoi alunni: Perché la vita ha un senso o non ce l’ha, secondo te? Le risposte dei suoi alunni hanno un comune denominatore: l’amore. Sembra che tutto giri intorno a questo sentimento: felicità, tristezza, paura e vuoto dipendono dall’amore. Amore che c’è e amore che non c’è.
E l’amore è al centro anche della vita di Tommaso, ex di Amanda, piantato alla vigilia della partenza per un viaggio in Cina senza un perché. Dopo dodici anni Amanda si rifà viva con lui in occasione della morte del padre. Tra i due nasce una fitta corrispondenza fatta di messaggi e mail. Tommaso è un avvocato, è sposato e ha due splendidi bambini. Fa il lavoro dei suoi sogni, ha una moglie che lo ama e che lui ama e i bimbi sono fonte di gioia. La sua vita sembra perfetta. E allora ecco che Amanda si chiede se forse Tommaso è riuscito a trovare il segreto per essere felici. La vita di Tommaso, agli occhi di Amanda, sembra perfetta, piena, compiuta. Non come la sua che sembra mancare di qualcosa. Eppure, dal loro scambio di mail si intuisce che forse anche a Tommaso manca qualcosa per essere pienamente felice.
Ma allora quale sarà la risposta alla domanda di Amanda? L’amore, come sostengono i suoi alunni? È l’amore per qualcuno o qualcosa a fare la differenza? Basta davvero solo amare e essere amati? Il segreto della felicità è realmente solo l’amore? Ma l’amore quando c’è, quando non c’è o quando c’era? La risposta è tra queste pagine.

Chiara Gamberale vive a Roma, dove è nata nel 1977. Ha esordito nel 1999 con Una vita sottile, seguito da Color Lucciola (2001), Arrivano i pagliacci (2003), La zona cieca (2008, premio selezione Campiello), Le luci nelle case degli altri (2010), L’amore, quando c’era (2012) e Quattro etti d’amore, grazie (2013). È autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici come Quarto piano scala a destra, su Rai Tre, e Io, Chiara e L’Oscuro, su Radio Due. Collabora con “Vanity Fair” e “Donna Moderna”, e tiene un blog sul sito di “Io Donna” del “Corriere della Sera”. Per Feltrinelli ha pubblicato il romanzo Per dieci minuti (2013).