:: Un’ intervista con Fabio Negro, autore di La perla di Labuan. Una leggenda salgariana (Il Foglio, 2014) a cura di Elena Romanello

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PerlaFabio Negro è uno studioso dei libri e dell’opera di Emilio Salgari, il maestro italiano dell’avventura, e a questa sua passione ha dedicato l’opera La perla di Labuan Una leggenda salgariana, appena uscito presso l’editore Il Foglio, omaggio letterario al Capitano partendo da un suo libro che si dice che sia andato perduto.

Come è nata l’idea del tuo libro?

Mentre scrivevo il mio saggio sull’isola di Mompracem. Felice Pozzo, che ne ha curato la postfazione, fece accenno agli studi di Giuseppe Fragale, citando il fatto che egli avesse per primo dato notizia del romanzo perduto “La Perla di Labuan”. La cosa mi affascinò moltissimo e volli approfondire. Felice mi procurò copie dei dattiloscritti di Fragale, contenenti ampi stralci della trama per come gli era stata riferita. Potete ben capire come mi sia facilmente entusiasmato e abbia deciso di “resuscitare” questo “fantasma salgariano”. Avevo questa scarna ossatura di partenza per costruire un bel romanzo salgariano (una sfida ovviamente, che poteva risolversi in un totale disastro), che però andava necessariamente integrata. Riesumai quindi alcuni scritti giovanili, avventure che – molto infantilmente – avevo creato per il malese Sharat e il portoghese Joao. C’era ancora qualche buona intuizione in quelle pagine confuse e, rivedute e corrette, sono confluite nella mia “Perla di Labuan”.

Perché continuare a rifarsi ad Emilio Salgari, cosa ha detto a te e cosa può dire agli altri?

Io ne ho tratto l’amore per il mare e la navigazione (ho frequentato l’Istituto Nautico, senz’altra vocazione marittima); la passione per i viaggi e la scoperta di culture lontane e diverse. Ma il mondo di Salgari, vasto quanto ricco, è un mondo di ideali e idealisti; un mondo dove i corsari sono gentiluomini, fanno la “guerra leale”. Dove contano la giustizia, l’onore, il rispetto, l’amicizia: tutte parole che via via stanno perdendo di significato.Un mondo dove in maniera del tutto anticipatoria, è cosa naturale l’integrazione fra popoli, senza nessun pregiudizio religioso o razziale.

L’opera di Salgari è poi una finestra sul mondo, attraverso la quale si apprendono nozioni geografiche e naturalistiche, storiche, di costume. E mica è poco!…

Oltre a Salgari quali sono le tue altre passioni letterarie?

In qualche modo sono tutte riconducibili alla stessa matrice. Amo molto Tolkien, i romanzi di mare di Patrick O’ Brian e di C.S. Forester, e i racconti western di Louis L’Amour.

Chi è secondo te oggi un erede di Salgari?

Se si considera quale fenomeno fu Salgari alla sua epoca, non si possono fare nomi di “eredi”. Che sia per l’incredibile quantità di libri scritti, o per il fascino del “diverso”, dell'”ignoto”, dell'”esotismo” – oggi impossibile da ritrovare – contenuto nelle sue storie, o ancora per il fatto che Salgari fu uno scrittore estremamente popolare non nei circoli letterari, ma tra le “masse”, nessuno, a mio avviso, complici il mutamento e il trascorrere del tempo può essere considerato come un Salgari moderno.

Forse la TV, negli anni Cinquanta o Internet ai giorni nostri…

Prossimi progetti?

La tentazione di scrivere altri romanzi con gli eroi salgariani è forte quanto pericolosa: “La Perla di Labuan” ha un suo perché e un’affascinante leggenda alle spalle. Andare oltre vorrebbe dire abusare e andarsi a collocare tra le centinaia di epigoni che approfittarono del successo di Emilio dopo la sua morte. Mi sto dunque dedicando alla stesura del resoconto dei miei viaggi avventurosi, raccconati con vena goliardica che giustifica il titolo “In giro per il mondo come se fossi Yanez”.

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