Meg, Natalya, Helena, Carla sono alcune delle donne che vivono nella base militare di Fort Hood (Texas) nell’attesa del ritorno dei mariti, soldati in missione in Iraq. Queste donne e le altre che abitano nel campo aspettano in trepidante attesa i loro compagni di vita. Uomini che tornano sì dalla guerra, ma che in cuore portano ferite incancellabili lasciate dalle esperienze vissute al fronte. Ci sono soldati che ricompaiono feriti nel corpo e nell’animo; altri rimangono profondamente traumatizzati e si rendono conto che il ritornare alla vita di un tempo è un’impresa ardua, più difficile che vivere in mezzo alla sabbia del deserto dell’Iraq. Ci sono poi militari talmente traumatizzati, così incapaci di distinguere lo scenario di guerra da quello domestico, che una volta tornati a casa continuano a mantenere lo stesso agire del campo da guerra, come se fossero immersi in una missione militare continua. Accanto a questi soldati ci sono mogli, fidanzate e figli che li attendono e che, purtroppo, non sempre sanno che dietro quelle divise sporche di rena e di sudore si celano cuori e animi profondamente scioccati dalla costante sensazione di pericolo di morte incombente. Quando gli uomini sono via è una raccolta di racconti tutti accomunati dal filo conduttore della guerra, un libro corale nel quale l’esperienza di singole famiglie serve all’autrice per narrare a chi legge quanto possa rivelarsi dolorosa e sofferta l’esistenza non solo di chi indossa un’uniforme, ma anche di chi vive accanto ad un soldato. In Quando gli uomini sono via ogni rapporto viene messo in discussione, ed è come se la guerra attuasse una vera e propria manipolazione dei caratteri delle persone che ne sono coinvolte – in prima linea in Iraq e a casa – provocando cambiamenti radicali. Ci sono madri malate in conflitto con i figli; mogli che si sentono tradite e abbandonate; soldati che sospettano l’infedeltà delle compagne a casa; figli che rimangono orfani e altri addirittura abbandonati da madri incapaci di badare a loro e a se stesse. Ogni episodio narrato dall’autrice americana, anche se frutto della fantasia, è l’insieme delle situazioni quotidiane e dei sentimenti che aleggiano in molte delle famiglie che hanno gli uomini al fronte. In ognuna di esse ci sono i tipici problemi che ogni nucleo familiare può avere, ma queste incomprensioni sono rese ancora più gravi e grevi dal fatto che uno dei componenti (padre, figlio, fratello o fidanzato) di questo piccolo mondo è in guerra. Tale universo dolorante, ma sempre pronto ad andare, avanti si trova a Fort Hood, il luogo dove vivono le famiglie dei soldati ed esso è una sorta di “cosmo a parte” inserito all’interno della società americana. Nella base militare ci sono negozi, scuole, ospedali, tutto quello che serve alle famiglie dei membri dell’esercito in guerra per vivere la loro vita quotidiana lontani, e in un certo senso anche protetti, dalle insidie della società civile. Fort Hood non deve essere inteso come una prigione, ma piuttosto come un’isola di sostegno messa a disposizione di coloro che hanno i propri cari in missione e che vivono una vita nella quale il senso di pericolo, perdita e morte sono, purtroppo, una costante presenza. Quando gli uomini sono via è un viaggio dentro un mondo non del tutto noto ai civili, un percorso fatto con delicatezza e sensibilità da parte della Fallon che permette al lettore di comprendere come questi uomini e donne con le divise e i loro congiunti sono persone forti e fragili, con sentimenti e preoccupazioni uguali a quelle di ogni essere umano. Traduzione di Silvia Bre.
Siobhan Fallon è una scrittrice americana e vive in California. Quando gli uomini sono via è il suo primo libro ed è stato tra i dieci migliori libri del 2011 secondo il New York Times.
“ Il più sbalorditivo albo illustrato dell’anno.”
Diversi punti di vista si alternano, come schegge frantumate di uno specchio, nel romanzo di esordio della sceneggiatrice irlandese Liz Nugent, Il mistero di Oliver Ryan (Unravelling Oliver, 2014). Un noir dublinese, pubblicato in Italia da Neri Pozza, nella collana I neri e tradotto da Annamaria Bivasco e Valentina Guani, ritratto composito di un uomo, di uno scrittore di successo di libri per bambini, visto attraverso gli occhi di chi lo conosce, di chi meglio può vedere attraverso l’apparenza e scorgere il cuore di tenebra che costituisce il suo mistero.
Sabato 4 e domenica 5 ottobre torna nel centro di Torino, tra piazza Carlo Felice e piazza Castello, Portici di carta, l’appuntamento fisso ormai da otto anni con bancarelle di libri usati, librerie, autori, incontri vari.
I media di oggi ci bombardano di fatti di cronaca, gossip, news di vario tipo, ma quanto di quello che noi utenti fruiamo è vero e puro al 100%? Quanto i media manipolano quello che ci trasmettono? Spesso ho sentito questa domanda, e a farci capire che non sempre quello che passa alla tv è davvero quello che sembra ci pensa il romanzo La ragazza di Scampia di Francesco Mari. Il libro edito da Fazi è la storia di Franco, un mediocre funzionario dell’amministrazione pubblica del comune di Napoli, che non avendo una vita sociale e amorosa particolarmente attiva decide di sfogare il proprio fantasioso estro creativo nella scrittura. Il fine dello scrivere del protagonista è il suo desiderio di diventare un autore di fama mondiale. Detto fatto, Franco prepara un romanzo e lo invia ad una casa editrice del Nord, dove l’editor che lo riceve è così incuriosito della storia di Stella, protagonista del reportage La ragazza di Scampia, che decide di ricontattare subito l’autore. Quando Franco riceve la mail dove nota l’interesse per la pubblicazione del dattiloscritto, il suo entusiasmo schizza alle stelle, perché per lui è un sogno che si avvera. In realtà, il tutto si trasforma in panico quando l’editor gli chiede di poter incontrare Stella, per sentire da lei la storia raccolta nel libro. Franco cerca di mantenere il self control della situazione e assolda alcuni amici per far “indossare” loro i panni dei protagonisti della sua storia, però il piano architettato dall’aspirante scrittore mostrerà dei risvolti del tutto inaspettati non solo per il protagonista, ma per i lettori stessi del libro. Il romanzo scritto da Mari rientra in modo completo nel genere della commedia, perché ci sono situazioni tragicomiche nelle quali il protagonista riesce a mettere in scena tutta la sua goffaggine e il sentirsi troppe volte inadatto alla sua vita (è un mangiatore cronico di patate, vive in una dimensione del tutto personale e in certe situazioni è molto imbranato). Nel libro si ride, ma è un riso amaro perché l’autore attua importanti riflessioni sulle mezze verità che passano attraverso il mondo dell’editoria e in quello dei media. Come ho scritto sopra, Franco, il protagonista ama scrivere e come tutti gli scrittori emergenti è alla ricerca di qualcuno che pubblichi il suo lavoro e, suo malgrado, si troverà risucchiato in una spirale di intrighi che hanno come fine ultimo non tanto la tutela dell’autore emergente, ma l’utilizzo della sua opera scritta – come nel caso di Franco- solo per far garantire successo all’azienda e al suo staff. Tengo a precisare che non tutti gli editori si comportano come quello presentato da Mari, ma il suo è un avviso e un monito alla prudenza per chi scrive, chi pubblica e chi legge. L’altro aspetto interessante del libro dello scrittore napoletano è la pungente e seria riflessione sull’alta potenzialità di manipolazione delle informazioni che i media di oggi spesso esercitano facendo passare per vere e accettabili realtà che non sono tali. Il protagonista de La ragazza di Scampia ha creato un’enorme bugia per diventare famoso, ma tutto quello che lui ha scritto e orchestrato gli si ritorcerà contro, facendolo passare dalla parte del torto. Chi trama contro di lui, comprese alcune persone che conosce da una vita e delle quali si fidava, agisce in modo tale da farlo sembrare pazzo solo per rubargli la sua creatura letteraria e utilizzarla per ottenere successo e notorietà. La ragazza di Scampia di Francesco Mari è una pungente narrazione che evidenzia quanto la menzogna letteraria, ossia una vicenda inventata di sana pianta, a volte riesca, grazie ad astuti interessi di chi entra in suo possesso, ad imporsi sulla realtà facendosi accettare come una verità concreta, pura e impeccabile, che dietro la facciata di credibilità nasconde un imbroglio sconosciuto e ben orchestrato agli occhi dello spettatore.
E così siamo giunti alla conclusione della trilogia di Niceville.
Alberto Manzi è noto ai più come il maestro che insegnò a scrivere e a leggere agli italiani attraverso il programma televisivo Non è mai troppo tardi, trasmesso dalla Rai negli anni Sessanta. In realtà, Manzi era anche scrittore di romanzi per ragazzi tra i quali il più noto è Orzowey, pubblicato nel 1955 e diventato poi una nota serie tv. In più di una occasione Manzi ebbe la possibilità di viaggiare in America Latina, dove venne in contatto con le popolazioni contadine conoscendone usi e costumi, ma soprattutto scoprendo le precarie condizioni di vita e di sottomissione alle quali questi popoli erano soggiogati. Tali esperienze gli permisero di scrivere alcuni testi a tematica latina. La serie di libri cominciò nel 1974 quando Manzi pubblicò La luna nelle baracche, seguita da El loco nel 1979, terminata con la storia corale di E venne il sabato. La vicenda ha per protagonista un’intera comunità di cavatori di gomma brutalmente maltrattati e sfruttati dai possidenti terrieri pronti a tutto pur di arricchirsi. Questi lavoratori non riescono a comprendere lo stato di sfruttamento nel quale vivono e non sembrano aver l’energia necessaria a ribellarsi. Poi, grazie alle parole di due preti (ingiustamente incarcerati) e della giovane Naiso (una ragazza costretta al mutismo dalle terribili violenze subìte in passato, disposta a insegnare a leggere ai suoi amici del villaggio), l’intera comunità di contadini inizierà un cammino di presa di coscienza dei propri diritti. Questi lavoranti, passo dopo passo e parola dopo parola, si scopriranno uomini degni di vivere in libertà e non più maltrattati e puniti per colpe inesistenti, come l’essere frustati per non essere riusciti a raccogliere la quantità di gomma- spesso troppo ingente- imposta dai padroni. In E venne il sabato di Alberto Manzi non si può parlare di un protagonista singolo, perché l’attore principale della narrazione è l’intera comunità del villaggio che cresce e matura rendendosi conto di essere umana, di possedere una identità specifica e di non essere un oggetto da sfruttare. Ciò che permette la trasformazione di questi individui in persone è l’istruzione, perché è proprio imparando a leggere che questi umili cominceranno a comprendere molte più cose del mondo nel quale sono nati e cresciuti. Il lavoro di Manzi è un romanzo collettivo, dove la massa degli sfruttati, una volta istruita, inizia una rivoluzione pacifica fatta di gesti non violenti che metteranno in crisi i potenti signori e le forze dell’ordine inviate a sedare la rivolta. Questo libro porta il lettore dentro al mondo latinoamericano, facendogli compiere un viaggio nella vita di una comunità costretta a vivere in condizioni di estremo sfruttamento, ma poco per volta sempre più pronta ad attuare il cambiamento. La cosa che Manzi riesce a fare in E venne il sabato è dare ad ognuna delle persone che compongono il villaggio in rivolta pacifica una identità psicologica precisa che trasmette a chi legge lo stato emotivo di ogni singolo personaggio. Ognuno di questi popolani vive sì ai margini della società, ma la maturazione e la trasformazione del proprio io singolo in sinergia con quello del gruppo è la dimostrazione che cambiare con l’istruzione si può. Basta volerlo e volerlo insieme. Prefazione di Andrea Canevaro.
L’abbiamo conosciuta come autrice di alcune delle cronache romanzate più struggenti della recente storia cilena, basate sulla sua vera esperienza, ma poi Isabel Allende non ha smesso di stupirci provando vari generi, buon ultimo il thriller con Ii gioco di Ripper, dove ad un’efficace storia di investigazione all’ultimo respiro fanno da contraltare le tematiche che le sono care, il ruolo delle donne, il rapporto tra le generazioni, la coesistenza di culture diverse.
Immaginate una ragazza.
Se c’è un’autrice iconica e capace di andare oltre il tempo e lo spazio, questa è Jane Austen, morta a poco più di quarant’anni nel 1817, autrice di libri pubblicati sotto pseudonimo ancora oggi popolarissimi, alla base della moderna chick lit, ma anche di riletture, seguiti e adattamenti sia cinematografici che a fumetti, dai manga ai comics.
A Gennaio di quest’anno la EIR ha pubblicato Nina di Marisa Fasanella. Un libro composto da circa 180 pagine ma di una profondità tale da farlo sembrare un volume enciclopedico, per il carico di riflessioni, accuse, passioni, tensioni, amori, denunce che l’autrice ha sapientemente miscelato regalando al lettore un grande romanzo al femminile. Una narrativa, quella della Fasanella, che esplora il mondo attraverso i filtri dell’universo femminile. Le donne, queste donne che vivono un’esistenza unica e irripetibile, nel bene e nel male.
Come cucinare il lupo è il libro di Mary Frances Kennedy Fisher uscito per la prima volta nel 1942. Devo ammettere che appena ho letto questo titolo ho pensato alla fiaba di Cappuccetto Rosso, in realtà il lupo al quale si riferisce la Fisher -pioniera del food writing, ossia della scrittura dedicata la cibo – è la fame che travolge la popolazione americana durante gli anni della Seconda guerra mondiale. Una sensazione determinata dal razionamento del gas e dalla sparizione dal mercato alimentare di molti dei prodotti di largo consumo (carne di manzo, bourbon, zucchero a velo, pesce fresco, formaggi, burro puro) nell’America di quegli anni. Il libro in questione, ripreso dalla stessa autrice nei primi anni Cinquanta con l’apporto di alcune aggiunte, è un vero e proprio manuale di ricette rapide, salvifiche (usa pochi ingredienti – gli unici in circolazione- e non troppo costosi) e semplici da impastare nei periodi di limitazione delle materie prime. Letto oggi, questo volume a qualcuno potrebbe sembrare l’ennesimo libro che parla di cucina, ma sappiate che dopo la fine del conflitto bellico, Come cucinare il lupo divenne per gli americani un vero e proprio best seller, un’opera fondamentale della letteratura americana, tanto che il «Time» (esatto proprio la nota rivista USA) non esitò ad inserirlo nella top list dei cento migliori libri di non fiction degli anni Cinquanta. Il cibo è il motore dell’opera della Fisher, anzi è il carburante di un libro che riflette in modo pungente e ironico sul genere umano e sul suo impellente bisogno di cibarsi. Fondamentali sono anche le citazioni presenti all’inizio di ogni capitolo che non solo servono a introdurre l’argomento delle pagine a seguire, ma rispecchiano la realtà sociale e comportamentale del genere umano. Uno tra i riferimenti più arguti è quello del capitolo Come distribuire la virtù introdotto da una frase di Edmund Burke: «L’economia è un virtù distributiva, non consiste nel risparmiare ma nel saper scegliere» o ancora il detto di Shakespeare:«L’ingordigia, lupo universale» per Come salvare la pelle. Il libro della Fisher è un vero e proprio scritto sull’arte di arrangiarsi con quello che si ha, e lei lo fa cercando di dare anche consigli su come render più gustosi cibi che di solito non lo sono, o rimedi alternativi su come preparare il colluttorio o il sapone finto. Il volume propone una carrellata di ricette che comprendono la carne e il pesce (pochi e limitati), le verdure, le uova, le patate, il riso, bevande di vario tipo (latte aromatizzato, infusi vari) dolci semplici e genuini il (Pan di zenzero, la Torta di guerra, la Torta al pomodoro e le Mele al forno). Ogni tanto la Fisher consiglia anche ricette un po’ più sostanziose e costose per il tipo di ingredienti usati (il Boeuf Moreno o le Polet à la mode de Beaune), ma sono eccezioni, che lei stessa riconosce ci si può concedere una tantum. L’autrice, nota in Italia con il libro Biografia sentimentale dell’ostrica, uscito sempre Neri Pozza nel 2005 spesso dichiarava:«Quando non posso lavorare leggo, quando non posso leggere cucino» e il suo amore per l’arte della preparazione culinaria emerge in ogni singola pagina di Come cucinare il lupo che non è composto solo da ricette, ma presenta riflessioni ironiche e attenti moniti sull’utilizzo dei conservanti presenti nel cibo. A questo proposito basta leggere le pagine dedicate al salmone in scatola che nemmeno i suoi animali mangiarono e che sepolto in giardino assieme ad altra spazzatura umida, dopo mesi e mesi, rivelò ancora intatta la sua perfetta forma, la consistenza e il colore. Come cucinare il lupo è un vero e proprio manuale di sopravvivenza in cucina in tempi di razionamento, ma allo stesso tempo questo libro è un esempio di quello che davvero si potrebbe e dovrebbe fare per tenere lontano il lupo. A questo riguardo ammirevole è parte del primo capoverso delle conclusioni scritte da Mary Frances Kennedy Fisher: «… sia il libro che io concordiamo su un’idea nata assai prima del 1942: visto che dobbiamo mangiare per vivere, tanto vale farlo con grazie e gusto». Traduzione Massimo Ortelio
























