:: Intervista con Marisa Fasanella a cura di Irma Loredana Galgano

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ninaA Gennaio di quest’anno la EIR  ha pubblicato Nina di Marisa Fasanella. Un libro composto da circa 180 pagine ma di una profondità tale da farlo sembrare un volume enciclopedico, per il carico di riflessioni, accuse, passioni, tensioni, amori, denunce che l’autrice ha sapientemente miscelato regalando al lettore un grande romanzo al femminile. Una narrativa, quella della Fasanella, che esplora il mondo attraverso i filtri dell’universo femminile. Le donne, queste donne che vivono un’esistenza unica e irripetibile, nel bene e nel male.
Considerata alla stregua di una qualsiasi altra merce posseduta, la donna passa dal dominio patri/matriarcale a quello maritale senza aver voce alcuna in capitolo, potere decisionale o diritti di vario genere. Un oggetto che deve sapere stare al suo posto, deve coprirsi per non attirare l’attenzione degli altri uomini, deve partorire figli sani, preferibilmente maschi, deve restare chiusa in casa e rendersi quanto più disponibile possibile al volere del marito. Comportamenti e prese di posizione avallate in tutto e per tutto dalla religione e dai suoi ministri. A questo punto sarà chiaro a tutti che stiamo parlando di un Paese e di un popolo che ha conservato integri questi arcaici comportamenti fin’oltre la metà del secolo scorso, un Paese dove ancora oggi forse non è perfettamente diffusa e totalmente condivisa la parità sociale e civile tra i sessi… un Paese che si chiama Italia.
Nina, contro la sua volontà, viene data in sposa al ricco quanto dubbio possidente terriero e affarista Jacopo degli Armenti in cambio di un terreno. Dalle violenze fisiche seguenti sarà generata la piccola Nora che vivrà in casa con la madre ed entrambe saranno “accudite” dalla governante Rebecca, amante non troppo segreta del marito di Nina. La sua indole ribelle e libertaria porterà la donna a infrangere tutti i tabù e tentare di crearsi una nuova vita nonostante la stretta sorveglianza della rivale e dei cognati. Lui nel libro si chiama semplicemente l’Uomo, un ribelle al pari di lei, la persona che fa conoscere e assaporare a Nina non solo i profumi dell’amore ma principalmente quelli della libertà.
«Nei giorni che seguirono l’Uomo imparò a fare i conti con i silenzi, a non indagare sul dolore delle donne. Venivano avvolte in veli scuri e scoprivano solo la ferita più urgente, quella che gli unguenti non riuscivano a guarire e aveva bisogno di punti di sutura. Portavano i bambini e chiedevano qualche medicina miracolosa in grado di alleviare i morsi della fame.»
Sullo sfondo della vicenda incombe la Prima Guerra Mondiale raccontata dal punto di vista più tragico, quello dei morti e dei feriti… ragazzi poco più che adolescenti strappati alle loro vite e mandati a combattere al fronte una guerra che la paura contribuiva a rendere ancora più tragica, triste, atroce e… «Per farsi rimpatriare, si mutilano da soli, si amputano un braccio o si sparano un colpo di fucile nel muscolo di una gamba. Vivere sottoterra notte e giorno a scavare trincee ti guasta il cervello, o forse te lo aggiusta, e capisci che quella non è vita e che forse è meglio inciampare in una granata e fare un botto solo, piuttosto che morire poco alla volta».

Marisa Fasanella ha acconsentito a rispondere a qualche domanda e raccontarci le idee e le riflessioni che hanno contribuito a plasmare i personaggi e le storie di “Nina”.

Come nasce e si inserisce nello scenario della globalizzazione un libro come “Nina”?

Le donne calabresi sono sopravvissute al “dispotismo domestico”, ma anche all’esodo degli uomini, con i miracoli e le storie. Mia nonna, la vera affabulatrice della famiglia, correva dietro punti di ricamo e anime scomparse. La madre delle orfane, sua figlia, doveva credere all’immortalità della parola e che l’assenza non abita il ricordo. Con il sole a nicchia, nei budelli stretti profumati di mosto, raccontava la storia di Scintilla, sposata bambina a un uomo partito soldato, che tornando dai campi cantava all’innamorato sotto gli occhi vigili dei fratelli del marito. Dai suoi racconti e dai suoi miracoli nascono le mie storie. Nei vicoli, la vita si travasa da una casa all’altra, le voci si incanalano come lavine, trascinano pathos, lenzuoli sbiancati nella liscivia. La crescita ha coinciso con la lontananza da quei luoghi, solo molti anni più tardi, in un momento di vuoto emotivo, ho ritrovato l’incantesimo dei suoi lunghi monologhi. Siamo radici diventati alberi. Rami che si elevano verso la conoscenza, ma anche memoria, testimoni di cultura e di tradizioni.

La co-protagonista del testo è indubbiamente la “guerra”. La guerra che non è solo il primo conflitto mondiale marginalmente rappresentato ma l’istituzione in sé e soprattutto le sue conseguenze.

Credo che il libro sia importante anche per questo, proprio perché ricostruisce il clima che c’era in quegli anni, la tragedia della prima Guerra Mondiale, il lavoro delle donne. Sin da bambina ho sentito parlare dell’epidemia di influenza spagnola, mio nonno aveva visto morire cinque delle sue sorelle. Un lutto che non è mai riuscito a superare, tant’è che l’ultimo giorno di vita ha chiamato i loro nomi, diceva che erano venute a prenderlo. Io con le mie antenne di bambina sentivo il dolore che l’uomo esprimeva, ma anche quello della terra martoriata dalla miseria e dalle epidemie. La Calabria non è stata teatro del conflitto, ma ha vissuto la povertà della guerra, la depredazione, l’assenza, la latitanza. Non eravamo ancora uno Stato, l’altra Italia, per dirla con Calvosa, era un non luogo, combattevamo una guerra che non sentivamo nostra. Ma la vera protagonista è indubbiamente Nina. Una donna, la donna che rappresenta tante donne, troppe… la storia di Nina è storia delle donne. Vittima della violenza e del dispotismo familiare, si ribella a chi la vuole muta e servile, depositaria di “virtù femminili”. La scrittura slega i suoi passi, denuncia le violenze dentro le mura, apre i cancelli della casa. Troppi uomini reagiscono alla paura dell’abbandono e della solitudine con una violenza feroce. Troppe donne dormono a fianco di chi dovrebbe proteggerle e che diventa il loro aguzzino. Li chiamano ancora “delitti passionali”, ma sono un crimine verso una parte dell’umanità.

Stai lavorando a dei progetti in particolare?

Sono molto disordinata, scrivo di notte, senza perdere il filo della narrazione durante il giorno. Lavoro al nuovo romanzo ma cedo alla tentazione delle storie brevi, come mia nonna, acciuffo fantasmi.

Marisa Fasanella è una scrittrice calabrese. Con il suo romanzo d’esordio Maschere e lenzuola del vicolo Santacroce (Edizioni Periferia) ha vinto il Premio Letterario Nazionale “Donna e scrittura. Inedito nel cassetto”. Sua è  L’ombra lunga dei moroni (Rubbettino Editore, 2004 – Premio Nazionale Crati, Sezione Narrativa). Per l’editore Tullio Pironti ha pubblicato, nel 1996, la raccolta Gineceo. Undici crudeli racconti e, nel 2010, Rimorsi. Undici racconti (Premio Letterario Istmo di Marcellinara “Le Parole di Arianna” – sezione Narrativa; Premio Letterario Nazionale “Corrado Alvaro” XI edizione – Premio del Presidente. Finalista, prima rosa, Premio Letterario Nazionale “Rapallo-Carige” per la donna scrittrice, XXVII edizione). La giuria del Premio Nazionale “Vincenzo Padula”, VI edizione, le ha conferito il riconoscimento speciale per la narrativa.

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