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:: Le navi dei vichinghi, Frans Gunnar Bengtsson, (Beat, 2014) a cura di Viviana Filippini

4 settembre 2014

naveSono cresciuta con le storie dell’Iliade, dell’Odissea, dell’Eneide, con le divinità greco-romane, ma pure quello che riguarda le culture altre, sparse per il mondo e diverse da quella dove sono nata mi affascinano da sempre. Il mondo nordico rientra in questa categoria non solo perché tra le mie attrici preferite del muto c’è Greta Garbo, tra i registi c’è Ingmar Bergman, tra i pittori che amo c’è Edvard Munch e come non ricordare la musica degli ABBA che da anni risuona a casa mia. In realtà, ci sono anche le tante storie scritte. La letteratura del Nord – e non solo il tipico giallo- non scherza riguardo la seduzione nei confronti del lettore, tanto per intenderci La saga di Gösta Berling o Il carretto fantasma di Selma Lagerlof con le loro atmosfere da leggenda vengono proprio dal Nord Europa. Tra alcuni dei libri che ho letto di recente e che arrivano da lassù c’è Le navi dei vichinghi, pubblicato per la prima volta nel 1941 da Frans Gunnar Bengtsson con il titolo di Röde Orm (Orm il Rosso). Le navi dei vichinghi è tornato di recente in libreria grazie alla casa editrice Beat che ha dato nuova vita a questa avventurosa epopea ambientata attorno all’anno 1000 con protagonista Orm il Rosso, figlio di Toste. Orm e Odd sono gli unici due sopravissuti degli otto figli della coppia composta dall’energico Toste e dalla bonaria Asa. I fratelli sono diversi, Odd è basso, cupo e un po’ attaccabrighe. Orm più alto, con la pelle chiara, i capelli ramati,è più coscienzioso e minato da una ipocondria cronica che lo accompagnerà nella sua vita di viaggi, sempre alla scoperta dello sconosciuto mondo lontano dalla sua amata Scania (una contea meridionale della Svezia). I tre viaggi narrati da Bengtsson sono immaginari, ma per come vengono descritti appaiono plausibili e ogni sosta per Orm e per gli altri uomini del Nord sarà un modo per conoscere nuovi popoli, usi, costumi e religioni. La narrazione di Bengtsson è un esempio tipico di epopea epica, però allo stesso tempo i suoi contenuti mettono in evidenza le trasformazioni, la conoscenza dell’altro e la non sempre facile convivenza che più scatenarsi dal confronto con culture diverse dalla propria. Tra le pagine si leggono storie di guerre rocambolesche, lotte all’ultimo colpo d’arma, intrighi politici, tresche amorose e ricerche di tesori. In realtà, l’autore non si limita a raccontare Orm dal solo punto di vista pubblico, perché chi scrive ci fa conoscere il Rosso anche nella sua dimensione privata con un ritratto della vita nei villaggi e nella fattorie dove il protagonista è nato e cresciuto e tornerà a vivere per nuove avventure. Le navi dei vichinghi è un libro curioso, in quanto grazie alla storia vissuta dai protagonisti il lettore ha la possibilità oltre a leggersi episodi degni dell’action movie di entrare in contatto con riflessioni dell’autore sulla religione. Ed ecco che è qui che emerge la fine ed elegante astuzia letteraria di Bengtsson che, attraverso il vissuto di Orm e compagni, ci parla del valore del cristianesimo mettendolo a confronto che la cultura islamica e con gli antichi culti di fede delle popolazioni delle foreste nordiche. Il tutto nel tentativo di comprendere quale sia il giusto comportamento umano e il senso che il vivere può assumere per le persone. Le eroiche gesta di Orm e le riflessioni sulla vita si mescolano così alla perfezione e son fatte con talmente tanto garbo, che è impossibile non amare questo libro di Frans Gunnar Bengtsson, andando ad allungare la lista di persone, tra le quali lo scrittore americano Michael Chabon autore dell’introduzione al volume, che hanno letto Le navi dei vichinghi rimanendone piacevolmente impressionate. Traduzione Lucia Savona

Frans Gunnar Bengtsson (4 ottobre 1894-19 dicembre 1954) è stato uno dei maggiori scrittori, poeti e saggisti svedesi. Si occupò di Francois Villon, Wlater Scott e Joseph Conrad e scrisse una importante biografia su Carlo XII, il re svedese. Il libro che gli diede la fama fu però, Le navi dei vichinghi (in originale Röde Orm) pubblicato in due parti nel 1941 e nel 1945. Amava dire: «Giovanna d’Arco, Carlo XII e Garibaldi sono le sole persone che avrei voluto conoscere. Per loro la verità era più importante dell’intrigo».

:: Un giorno sull’isola, Concita De Gregorio in viaggio con Lorenzo (Einaudi, 2014) a cura di Lucilla Parisi

4 settembre 2014

978885841328GRAAccade tutto su un’isola. Piccola o grande poco importa. E’ l’isola in cui tutto sembra succedere attraverso le parole. Sono quelle che Concita De Gregorio, insieme al figlio Lorenzo, cerca di rimettere insieme per ritrovare il filo di un discorso interrotto. Sono le storie che il giovane, diversi anni prima, si era divertito a costruire insieme al nonno scrittore, fissate su un taccuino, mai più ritrovato.
Attraverso un viaggio a ritroso, nell’estate dell’isola di un tempo, dove l’autrice aveva vissuto e dove Lorenzo aveva trascorso le sue estati di bambino, prendono forma quelle storie che entrambi pensavano perdute.
Io ti indico un luogo tu fai succedere in quel posto una cosa e vediamo come va a finire”.
Così sulla pagina bianca ritroviamo la vita di un’isola che porta impresse su di sé le orme lasciate dai suoi abitanti o da coloro che l’hanno solo attraversata, che da lì sono partiti per non tornare più.
Basta poco: un faro, anzi due, per chi ha smarrito la via; una locomotiva che vuole ripartire; una vela che cerca il suo vento; un anello perduto e ritrovato e due insoliti compari, un Gatto e un Corvo. Al resto ci pensano il mare, il vento e un orizzonte di attese. Perché sull’isola ci sono sempre nuovi arrivi e inevitabili partenze.
Da poppa si vedeva l’isola, era bella, una cosa viva.
Così l’incontro tra madre e figlio diventa scoperta e condivisione. Le parole si fanno strada e creano l’occasione, colmano l’assenza, si fanno collegamento e pezzo mancante.
Perché non si sbaglia mai, quando si gioca con le parole: l’errore è bandito da questa terra così come la punizione, il giudizio. Le parole fioriscono e diventano quello che vogliono. Inventano terre che non c’erano.

Concita De Gregorio, giornalista e scrittrice, firma storica de «la Repubblica» dove attualmente lavora, è stata per tre anni direttore de «l’Unità». Cura e conduce un programma di cultura su RaiTre, Pane quotidiano. Ha quattro figli. Nel 2001 ha pubblicato Non lavate questo sangue (Laterza). Per Mondadori sono usciti Una madre lo sa. Tutte le ombre dell’amore perfetto (2006) e Malamore. Esercizi di resistenza al dolore (2008). Nel 2010 è uscito Un paese senza tempo. Fatti e figure in vent’anni di cronache italiane (il Saggiatore). Nel 2011 ha pubblicato per Einaudi Stile libero Così è la vita, nel 2013 Io vi maledico e nel 2014 Un giorno sull’isola (scritto con il figlio Lorenzo).

:: Professione editoria

3 settembre 2014

imagesVuoi lavorare nel campo dell’editoria? Ti sei chiesto se i gruppi editoriali italiani assumono ancora e con quali modalità? Serve ancora inviare il c.v.? I master in comunicazione fanno ancora la differenza? Quali sono le figure professionali più richieste? Ci sono ancora assunzioni dirette, magari a tempo indeterminato, o preferiscono assumere liberi professionisti con Partita Iva? Per rispondere a domande come queste ho deciso di scrivere questo breve reportage, non esaustivo certo, ma spero utile per aiutarci a fare il punto della situazione.

Diciamolo subito l’editoria è in crisi, i libri non si vendono, editori con decenni di esperienza si trasformano in editori a pagamento, la concorrenza è altissima e molti pur di lavorare lo fanno gratis, ma chi sceglie di lavorare in questo ambito non lo fa solo per il vil denaro e per pagare le bollette, c’è autentica passione, inventiva creatività spesso necessaria anche nei ruoli più impensati come l’addetto stampa, il lettore professionista, il correttore di bozze o l’esperto di marketing.

Professionisti con anni e anni di esperienza, e competenze di ogni genere, dalla conoscenza del giapponese all’ abilità nel sapere vita morte e miracoli di un incunabolo, cercano lavoro. E le offerte sono poche, e spesso non si sa oggettivamente quali sono i contatti necessari per anche solo essere minimamente presi in considerazione. I principali gruppi editoriali in Italia sono senz’altro pochi: Gruppo Editoriale RCS, Gruppo Editoriale Mondadori, Gruppo Editoriale L’Espresso, Gruppo Editoriale Il Sole 24 Ore, Gruppo editoriale Mauri Spagnol. Ma perché sottovalutare le opportunità di piccole realtà editoriali indipendenti.

Nella seconda parte di questo articolo chiederò ai principali editori italiani informazioni in merito e vi dirò chi mi ha risposto e cosa. Ah, dimenticavo, seguirò anche io i consigli, poi vi dico se funzionano. Se volete lasciare nei commenti testimonianza delle vostre esperienze, spero anche felici, sarà di certo utile a coloro che cercano lavoro in questo ambito.

:: Incubo premonitore, Marcello Tropea, (Todaro, 2014) a cura di Viviana Filippini

3 settembre 2014

indexGiovanni Orsi, tenente dei Carabinieri, trasferitosi a Gallarate dopo aver lavorato per anni nei ROS è il protagonista di Incubo premonitore di Marcello Tropea edito da Todaro. L’uomo è tormentato da un terribile incubo che lo visita quasi ogni notte: lui è rinchiuso in un tugurio buio, stretto e non riesce a trovare la via di fuga. Orsi è ossessionato e intimorito da questa terrificante visione perché ha una strana sensazione che prima o poi qualcosa di simile accadrà. Quello che pero il protagonista non può sapere è se la vittima sarà lui o qualcun altro. Sogni cupi a parte, il tenente Orsi entra in gioco quando viene chiamato ad indagare sulla misteriosa morte di un fotografo milanese, il cui copro senza vita vien trovato da un extracomunitario lungo il viale alberato di un piccolo centro della provincia di Varese. Chi è la vittima? Perché è stato ucciso con un colpo al cuore mentre faceva joggin? Ma soprattutto cosa nasconde questo professionista che passava i propri week-end nel paese di provincia, per motivi – così sembra- romantici? Orsi tenterà di sbrogliare l’ intricata matassa, nonostante una serie di imprevisti che incontrerà durante l’indagine. Il ritmo del romanzo di Marcello Tropea è un crescendo, nel senso che Incubo premonitore ha un incipit un po’ lento e man mano che il protagonista si getta a capofitto nella ricerca dal colpevole, la trama comincia a velocizzarsi con un crescendo di tensione emotiva che sta attorno all’indagine. Questo cambiamento di ritmo è dato dall’insorgere sulla scena di personaggi che movimentano la trama narrativa con il loro agire tutto convogliato alla messa in crisi della risoluzione del caso. C’è la bella ballerina irlandese dai capelli rossi che fa perder la testa al fotografo. Poi, accanto a lei, a complicare la vita ad Orsi arrivano un probabile camorrista, un magnate egiziano e un ex collega dei ROS. Tanti sono i personaggi che irrompono sulla scena e che ruotano attorno alla vittima. Di loro però il lettore scoprirà ben poco, perché l’autore ci fornisce per loro solo quelli che sono i tratti essenziali, come se quello che interessasse in modo maggiore allo scrittore fosse la volontà di porre sotto la lente d’ingrandimento la vittima per scandagliare e mettere a nudo tutta la sua vita. Il sogno – e non rimarrà tale- che tormenta Orsi è un interessante espediente narrativo utilizzato per indagare le paure della mente umana e l’empatia che a volte si può scatenare, anche a livello inconscio, con le persone che si incrociano nella propria vita. Il tenente Orsi e i colleghi devono affrontare ostacoli (imprevisti, mancanza di indizi e difficoltà a trovare prove davvero utili alla risoluzione del caso) di ogni tipo che li catapultano in situazioni dalle quali emerge la fallibilità del genere umano. Incubo premonitore di Marcello Tropea è la conferma della volontà dell’ editore Todaro di dare spazio al genere giallo poliziesco, aggiungerei quotidiano e credibile, nel quale – e questo libro ne è la conferma- la risoluzione del caso è sì complessa, ma ogni tassello che la compone è molto simile, per ritmi e situazioni, alla vita di ogni giorno.

Marcello Tropea è nato a Somma Lombardo (VA) nel febbraio del 1957. Ha iniziato a scrivere brevi racconti nel 2007 senza un motivo scatenante apparente. Nel 2009, con Excogita Editore, ha pubblicato il romanzo d’esordio Valigie senza spago e con Todaro editore il giallo Incubo premonitore con protagonista il tenente dei carabinieri Giovanni Orsi.

:: Un’intervista con Carlo Lucarelli a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2014

albero-italia-lucarelli-190x300Benvenuto, Carlo, su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Inizierei col chiederti di parlarci di te. Forza e debolezza, come persona, non come personaggio pubblico. Chi è Carlo Lucarelli?

-Un narratore, fondamentalmente, e uno scrittore, in dettaglio. Poi ci sono altre cose –padre, marito, cittadino, essere umano- ma ho sempre cercato di non mettere autobiografismo nei miei racconti per cui non saprei da che parte cominciare neppure qui.

E’ appena uscito per Einaudi, Albergo Italia. A 6 anni da L’ottava vibrazione, e dopo il piccolo racconto intitolato Ferengi, torna il personaggio del capitano Piero Colaprico. Arriva dalla Sicilia dopo aver combattuto la “maffia” e come si usa fare anche oggi perché scomodo, dislocato nelle Colonie, ha combattuto ad Adua, ora da Massaua si trasferisce ad Asmara. Per solitudine di scopre innamorato di una avventuriera. Come si è evoluto, come è cambiato?

-Nell’Ottava Vibrazione il capitano Colaprico era soltanto un personaggio secondario, quasi “tecnico”, poi mi sono accorto che aveva parecchie possibilità e, cosa fondamentale per lo sviluppo di un personaggio, mi incuriosiva molto. Così l’ho fatto tornare in un paio di racconti, dove è sempre rimasto appena abbozzato e appena è arrivato il suo momento gli ho dato tutto lo spazio che chiedeva. Più che evoluto o cambiato è “nato”, nel vero senso della parola. E vedremo come si evolverà.

Più che un romanzo un racconto lungo, poco più di 120 pagine. Dopo il lungo periodo di un romanzo come L’ottava vibrazione, la brevità, l’accenno. Nella tua carriera hai scritto sia romanzi che racconti. In quale forma ti senti più a tuo agio, dove hai le maggiori difficoltà?

-Dipende dalla storia che voglio raccontare. Ci sono storie corali, di ampio respiro anche perché si ambientano in un momento o un luogo che vanno descritti a fondo per essere capiti –come appunto l’Ottava Vibrazione- che hanno bisogno di una struttura più complessa. Altre volte la narrazione è un viaggio brevissimo, una freccia che arriva subito al bersaglio portandosi dietro tante cose che devono soltanto essere accennate –con le parole giuste, naturalmente- per restare agili ed evocative. Mi trovo bene con tutte e due le forme, proprio perché non sono io a sceglierle, ma la storia stessa. Io devo soltanto preparami per i cento metri piani o per una maratona.

L’ottava vibrazione, primo romanzo “coloniale”, era un testo si può dire sperimentale, nel quale univi il noir e il romanzo storico, senza perdere di vista la tua analisi sociologica, affatto consolatoria, sulle radici della storia d’Italia. Infondo il noir si avvicina molto alle tue indagini più giornalistiche e in Albergo Italia si può dire prevalga questa componente. C’è un delitto, un’ indagine, l’occasione di parlare di un grande scandalo politico finanziario di fine Ottocento. La tua serie coloniale, mi hai già anticipato che vorresti continuare a narrare le storie di Colaprico e Ogbà, virerà in questa direzione?

-Sì. Mi è piaciuto molto scrivere Albergo Italia, ho fatto una breve e felice corsa e ho scoperto un personaggio –Ogbà- che continua ad incuriosirmi. Di solito le serie che scrivo – Grazia Negro, Coliandro, il Commissario De Luca- hanno lunghe pause tra un romanzo e l’altro, proprio per non ripetermi, ma qui è diverso. La struttura stessa del romanzo –quella del giallo classico, anche se i “gialli” che scriviamo oggi sono sempre molto noir lo stesso- si presta ad una serialità serrata. L’istinto è proprio quello: raccontare la metà oscura dell’Italia di oggi attraverso la metà oscura di quella di ieri . In questo senso anche cercare di scrivere un romanzo più classicamente giallo possibile significa comunque scrivere un noir “politico”.

Di Albergo Italia ho apprezzato il tuo stile classico, letterario, il tuo lavoro sulla lingua, molti termini sono presi dall’arabo e dal dialetto tigrino, la sensualità di alcune scene. E’stata una lettura molto piacevole, io ho avuto modo di leggere pochi tuoi romanzi, quindi per me è stata una novità. Ho anche avuto modo di notare delle similitudini, nella trama soprattutto, con un’altra serie coloniale italiana che ho seguito, anche se per stile e periodo, sono libri molto diversi. Sempre rispetto alle fonti di ispirazione, ci son autori, anche non italiani, (e non solo di romanzi ma anche di saggi), che hai letto, che ti sono stati di sprone alla scrittura?

-Ho letto tantissime cose, sia per documentazione che per ispirazione. Avevo già accumulato materiale storico quando avevo scritto l’Ottava Vibrazione –saggi storici sull’epoca coloniale, da Del Boca a La Banca a Quirico, ma soprattutto memoriali dell’epoca- adesso ho aggiunto i diari di Ferdinando Martini, il primo governatore dell’Eritrea, molto dettagliati, giorno per giorno. Come ispirazione ho sempre i miei maestri –Giorgio Scerbanenco, James Ellroy e i contemporanei amici come De Cataldo, Baldini o Fois, solo per dirne qualcuno, con sui scambio quotidianamente impressioni e suggestioni. Sull’argomento specifico e di genere vicino al mio conoscevo solo tre romanzi: “Tempo di Uccidere” di Ennio Flaiano, “Debrà Libanòs” di Luciano Marrocu e “Una mattina ad Irgalèm” di Davide Longo. Non conoscevo la serie del maggiore Morosini di Giorgio Ballario, che ho cominciato a leggere e che mi piace molto. Devo dire che non ho trovato tante similitudini, a parte quelle che definirei “fisiologiche”: sono un giallista che si entrato in contatto da tempo –per ragioni storiche e personali- con l’Eritrea coloniale, per cui è naturale che ci avrei scritto prima o poi un giallo; il detective non può che essere un carabiniere; trattando di cose italiane l’intrigo finirà per essere sempre un po’ noir e un po’ politico. Inoltre il periodo che trattiamo è molto diverso: io l’Italia liberale e umbertina, lui quella fascista. Sono in contatto con Ballario –rispetto al quale ho una visione storica e politica del periodo coloniale molto distante- e chissà che adesso che siamo in due il genere “giallo coloniale” non riesca a decollare con più forza.

Molto bello il personaggio dello zaptiè  Ogbà, carabiniere indigeno al fianco del capitano dei Regi Carabinieri Colaprico. Se vogliamo quasi prende la scena al protagonista e acquista una dignità e uno spessore autonomo. Diventerà sempre più importante nel proseguo della serie? Scriverai mai, magari anche un racconto, con lui unico protagonista?

-Ogbà è stata una sorpresa per me. Doveva essere il dotto Watson dello Sherlock Holms Colaprico e invece è diventato lui quello che indaga veramente. E non poteva che essere così: quella, anche se è l’Eritrea dei t’lian, degli italiani, in realtà è casa sua. Ha preso forza soprattutto perché l’ho modellato su una persona realmente esistita, anche se qualche anno più tardi rispetto al tempo del mio romanzo. Ogbagabriel Ogbà, buluk bash degli zaptiè era il nonno di Yodit, mia moglie. E io so per esperienza che quando un personaggio inventato si nutre di elementi “veri” finisce per diventare vero anche lui.

Ci sono delle trasposizioni cinematografiche in vista? Quali attori vedresti bene per le parti di Colaprico, Ogbà, Margherita, Chiti? Quale regista?

-No, anche se mi piacerebbe. Ma non è facile visti costi di una cosa ambientata in un altro tempo e in un altro luogo. Potrebbe essere una serie televisiva ma non vedo la nostra televisione interessata ad operazioni come questa.

Il noir o giallo coloniale, ovvero ambientato nelle Colonie, in questo caso d’Africa, è un genere poco praticato dagli scrittori italiani. C’è quasi una refrattarietà, un’ autocensura, un tentativo di dimenticare un periodo per lo più fallimentare della nostra storia. Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questo genere letterario?

-E’ vero, è un periodo poco frequentato, ma non per autocensura, perché agli scrittori del mio genere sono proprio i periodi fallimentari quelli che interessano. E’ poco frequentato per scarsa conoscenza, che deriva sì da autocensura e refrattarietà ma di chi avrebbe dovuto informare raccontare prima di noi. E’ un periodo che non si trovava quasi mai nei libri di scuola, per esempio, vittima di un senso di colpa sia della destra che della sinistra. Tutto questo ha comportato una mancanza di familiarità che fa in modo, per esempio, che a Lampedusa sbarchi Asmaret che viene da Mendeferà e noi non sappiamo dov’è Mendeferà e neppure se Asmaret è un uomo o una donna, eppure sono luoghi e nomi che hanno fatto parte della nostra vita e della nostra storia per tanti anni, in cui si trovano alcune delle radici del nostro oggi e molte chiavi per capire il presente. In più sono serbatoi di storie bellissime –nel bene e nel male- un far west suggestivo e importante. E’ per questo che ho scelto –dopo averlo scoperto per caso- di raccontarlo. Per inciso, Asmaret è un nome femminile, e magari molti di noi ce l’hanno nella loro storia familiare.

Con l’ispettore Marino sei stato il primo a “sdoganare” il periodo fascista e utilizzarlo come sfondo per una storia gialla che fu pubblicata con il Giallo Mondadori, vincitrice del Premio Tedeschi 1993. Quando uscì si può dire che il giallo e il noir, specialmente dai critici, non era considerato letteratura alta. Ora le cose sono in un certo senso cambiate, il noir, anche da un punto di vista sociologico, è stato rivalutato o per lo meno messo in una giusta prospettiva. Cosa pensi sia cambiato da quando uscì Indagine non autorizzata?

-Quando ho cominciato a scrivere io sono arrivato assieme ad altri scrittori che come me volevano utilizzare il genere per raccontare, indagandole, la realtà e la storia. Abbiamo incontrato molti lettori che cercavano la stessa cosa e soprattutto bravi editori che credevano nelle nostre storie –Sellerio, per esempio- e che ci hanno tolto dal ghetto per quanto rispettabile delle collane di genere come il Giallo Mondadori. Alcuni critici hanno fatto fatica a capirlo, ma quando ci sono riusciti siamo diventati anche noi –ufficialmente- di serie A.

Infine nel ringraziarti della disponibilità e della pazienza con cui hai risposto a queste domande, parlaci dei tuoi prossimi progetti, non solo letterari.

-Sto scrivendo un altro romanzo della serie Ogbà-Colaprico e sto finendo di documentarmi per un’altra storia del Commissario De Luca, ambientata negli anni ’50. Parteciperò ad un programma su Sky Arte per raccontare quadri e artisti attraverso il mistero. Nient’altro, in tv –almeno per adesso- dal momento che il mio programma di narrazione dei misteri e dei problemi italiani è stato chiuso. Per il resto vedremo, saltano sempre fuori cose interessanti e io non riesco mai a dire di no.

:: Tanti cari saluti, Noëlle Revaz, (Keller editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

2 settembre 2014

tanti-cari-saluti-cover-160Se in Cuore di Bestia di Noëlle Ravez il protagonista era un burbero contadino, in Tanti cari saluti, i personaggi principali sono una giovane donna e un attore di teatro. I due si amano e passeranno la vita intera in un continuo tira e molla fatto di avvicinamenti e allontanamenti. Quando Efina e la sua dolce metà non vivranno a stretto contatto saranno i pensieri scambiati, le gioie, i dolori convergeranno nelle parole scritte di intense lettere nelle quali non solo la vita vissuta, ma anche quella immaginata saranno le protagonisti dell’intenso scambio epistolare. Il romanzo della Revaz mostra un uomo e una donna che si attraggono come calamite, ma allo stesso tempo, per cause di forza maggiore, si respingono. Tanti cari saluti è quindi un viaggio dentro a due esitenze, alla scoperta di quello che nascondo i sentimenti del cuore. Efina e l’attore T. stanno assieme per brevi periodi, poi si allontanano e tutti e due cercano di ricominciare la vita al fianco di qualcun altro che si dimostri capace a sostituire in modo degno il o la partner appena lasciato. La lontananza tra i due in realtà è solo fisica, perché a livello sentimentale ciò che lega Efina a T. è qualcosa di davvero intenso e indistruttibile, tanto è vero che appena il destino lo permette, la coppia scoppiata si riunisce. Il rimettere assieme i cocci rotti della loro relazione dimostra che il sentimento che lega la coppia è molto più inteso e forte di quello che loro stessi credono e, soprattutto, comprendono. La Revaz racconta, attraverso un linguaggio semplice e incisivo, la complicata e passionale relazione che travolge gli animi irrequieti della protagonista e del sua amato. Il duo si vede, si sfiora, si parla, ma poi scatta qualcosa che li fa allontanare e questa continua altalena di movimenti e umori è la rappresentazione di quanto fragile possa essere il cuore degli uomini. Efina e l’attore T. si vogliono bene, ma è come se in loro ci fosse una latente paura a lasciarsi travolgere in modo completo dall’amore. Efina è molto impulsiva e questo suo stato spesso la porta a vivere i sentimenti senza equilibrio e senza considerare del tutto l’altra parte coinvolta nella relazione. L’attore T. è un attore professionista e la sua abilità lavorativa è tale che a tratti durante la narrazione ci si domanda se il suo modo di affrontare la vita fuori dal palco sia spontaneo o se la sua sia una recita continua. I personaggi creati da Noëlle Revaz sono adulti, ma non proprio così sicuri delle scelte compiute evidenziato dall’instabilità delle relazione della coppia, segno evidente della fragilità dell’animo. Questo stato evidenzia quanto debole e impacciato possa rivelarsi l’uomo davanti a sentimenti potenti come quello dell’amore che rimane vivo senza che i protagonisti se ne rendano conto. In Tanti cari saluti ho avuto la sensazione che l’amore è quella forza porta Efina e l’attore T. a lasciar perdere qualsiasi genere di finzione per essere puramente se stessi. Traduzione dal francese di Maurizia Balmelli.

Noëlle Revaz nasce nel 1968 a Vernayaz, sesta tra nove figli. Nel 2002 Éditions Gallimard pubblica il suo primo romanzo, Rapport aux bêtes, riconosciuto con il Prix de la Fondation Schiller, il Prix Lettres Frontiere e il Prix Marguerite-Audoux, tradotto in diverse lingue e proposto in Italia (2013) col titolo Cuore di bestia, a cura di Keller editore. Ora è la volta di Tanti cari saluti, traduzione di Efina, edito sempre da Gallimard nel 2009 e vincitore del Prix Dentan e del Prix Alpha.  Noëlle Revaz ha scritto alcune novelle, monologhi e radiodrammi. Collabora con l’Istituto svizzero di letteratura a Bienne ed e membro del gruppo di scrittori “Berna e ovunque”. Vive a Bienne, in Svizzera.

:: Il sentiero dei profumi, Cristina Caboni, (Garzanti, 2014) a cura di Elena Romanello

2 settembre 2014

Copia di Caboni DEFL’hanno paragonato a Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbauch, ma Il sentiero dei profumi di Cristina Caboni è comunque un libro diverso, certo una storia al femminile anche sentimentale ma con alcune peculiarietà e comunque non così pessimista e angosciante come il suo modello, anche se non mancano contrasti, peripezie, drammi passati e problemi attuali.
In questo romanzo per Garzanti l’autrice racconta una storia contemporanea, ambientata nel magico mondo dei profumi, tra Firenze e la Francia, in quei laboratori in cui nascono le essenze che da secoli creano una dimensione diversa all’esistere umano.
La protagonista del libro, Elena, abbandonata dalla madre da piccola, è cresciuta con la nonna, artigiana profumiera fiorentina, e dopo una delusione d’amore parte per Parigi per portare avanti la tradizione di famiglia e cercare di creare il profumo perfetto. Troverà più di quello che aveva pensato e sperato.
Il sentiero dei profumi presenta la classica storia d’amore, ma sarebbe riduttivo presentarlo solo come un romanzo rosa, visto che per fortuna si inserisce nella tradizione di tanta letteratura contemporanea al femminile, lontana dalle sfumature e altre amenità, in cui si costruiscono ritratti di donne a tutto tondo, in cerca di una loro realizzazione personale e di un loro inizio.
Parigi è un’ambientazione che a molti può sembrare inflazionata, ma che è sempre funzionale, soprattutto quando della Ville Lumiere vengono presentati aspetti poco noti, come il mondo dei profumieri, della cui realtà si conosce solo il prodotto finito nei negozi specializzati ma non tutto il lavoro che c’è dietro alla costruzione di un profumo. Non può mancare, parlando di profumi, la Provenza, terra celebrata dai pittori ma non sempre così presente nei romanzi contemporanei, ed è bello ritrovarsi anche a Firenze, città emblema dell’Italia di ieri e di oggi, nota ed amata in tutto il mondo, qui raccontata proprio attraverso il lavoro dei suoi artigiani, eccellenza dal Medio Evo di una parte del made in Italy.
Il sentiero dei profumi è un romanzo per chi ama i sentimenti ma per chi cerca anche una storia con un po’ di spessore attorno alla sola vicenda d’amore, con una scelta di ambienti, luoghi e situazioni che comunque è originale. Tra l’altro, in un periodo di crisi come quello attuale, è tutt’altro che male che un’autrice di casa nostra scelga di raccontare realtà di eccellenza di cui si parla sempre troppo poco e che potrebbero essere un’occasione di riscossa e rilancio per la nostra economia.
Leggendo le pagine del libro ci si appassiona senz’altro alla vicenda umana di Elena, eroina di oggi alla ricerca di affetto e considerazione come molte sue lettrici, ma non si può non provare un po’ di interesse e di voglia di scoprire e sapere di più cosa c’è dietro quei piccoli gioielli che sono le boccette di profumo, in particolare quelle artigianali. E magari da cosa può nascere cosa, e si possono scoprire nuove strade per la propria vita, come avviene alla protagonista del libro.

Cristina Caboni vive con il marito e i tre figli in provincia di Cagliari, dove si occupa dell’azienda apistica di famiglia. Appassionata coltivatrice di rose, studia da tempo il mondo delle essenze e delle fragranze naturali. Il sentiero dei profumi è il suo primo romanzo. Segui l’autrice su Facebook Cristina Caboni – autrice

:: Tempo di imparare, Valeria Parrella (Einaudi, 2013) a cura di Lucilla Parisi

1 settembre 2014

indexTu sai cosa significa poggiare gli occhi sulla persona più importante della tua vita, che è la tua vita stessa, e sentire una fitta ogni volta e poi tornare a cercarla e così via, e sapere che sarà per sempre, che quell’occasione una che ci era data, una sola, è andata così?

Valeria Parella, dopo Lo spazio bianco (2008), torna a parlarci – in prima persona – di una madre, di suo figlio e della distanza con il resto del mondo, allora segnata dalla nascita prematura, e ora dalla disabilità.
Come allora, a riempire gli spazi lasciati vuoti dal silenzio delle parole, c’è tutta la forza della rabbia “primitiva” e dell’amore incondizionato.
C’è Lei, la madre, con il suo dolore per l’inaccettabile assenza della normalità e con il carico quotidiano di rifiuti, ostacoli e battaglie per ristabilire delle priorità, delle certezze elementari, delle risposte a domande appese a un filo.
Poi c’è Arturo, un bimbo “che non vede da un occhio” e che fatica a calcolare le distanze, quelle reali, quelle dal mondo che lo circonda.
Le parole entrano a fatica nella loro relazione e Lei, la madre, ci mette tutto l’impegno per infilarcele, tra loro, tra Lui – il figlio – e il mondo che non ascolta. Lo stesso mondo in cui Arturo “deve” entrare anche se vorrebbe andare altrove, guardare altrove, come il suo occhio.

Dici con il tuo essere ciò che tutti nella fatica nascondiamo. E ciò che dicesti fu: Non vorrei essere qui, il mondo è pesante, crescere comporta dolore, dell’altro non mi fido, voglio fare solo ciò che so meglio fare e ripeterlo di continuo, non aspetterò il tuo permesso per chiudermi nell’infinito labirinto che io stesso eressi. Non ho bisogno di indossare ali di cera per vederle rovinare al sole.

La scelta della scuola elementare e l’annuale ricerca di un insegnante di sostegno diventano per la “prima persona” di questo libro un obiettivo, il futuro prossimo venturo, l’occasione per Arturo, per trovare il suo posto.
Quel posto ci sarà nella scuola gialla, quella che affaccia sul mare, dall’altra parte della città – ma che importa –, perché lì ci sono le insegnanti giuste, c’è il tempo di imparare e di ascoltare chi, come Arturo e coma sua madre, ha bisogno di capire.
Le parole più semplici – per spiegare – quelle le ha dette una bambina: “Arturo non parla, però pensa”. I compagni di Arturo ci sono.

La tua stravaganza ti rende affascinante ai loro occhi: gli occhiali, la sveltezza nel leggere, la lentezza nel reagire. […] E quel silenzio ostinato. Ti accolgono, ci sono, ti aiutano. Sono più bassi di te, o più alti, o uguali, hanno già perduto gli incisivi o si fanno ancora qualche volta la pipì sotto.

Quando la disarmonia diventa bellezza e la disabilità “una possibilità della vita”, allora tutto è istintivo, naturale, accettabile, anche se il mondo – quel mondo fatto di burocrazia e cattiva amministrazione – fatica a tenere il passo e genera, con la sua atavica lentezza, l’handicap, rendendo gli uomini “miseri”.
Valeria Parrella raggiunge livelli di pathos impensabili. Lo fa bene, lo fa con tutta la preparazione, l’eleganza, l’attenzione che il mestiere di scrivere dovrebbe avere. Si dà tempo e dà ai suoi personaggi lo spazio che meritano. E’ generosa nel suo costruire, nel suo mettere insieme i pezzi di una storia, che poi sono i pezzi di una, due, decine di vite e altre ancora.
Tempo di imparare è formidabile, commovente, lirico.

Valeria Parrella è nata nel 1974, vive a Napoli. Per minimum fax ha pubblicato le raccolte di racconti Mosca piú balena (2003) e Per grazia ricevuta (2005). Per Einaudi ha pubblicato i romanzi Lo spazio bianco (2008), da cui Francesca Comencini ha tratto l’omonimo film, Lettera di dimissioni (2011) e Tempo di imparare (2014). Per Rizzoli ha pubblicato Ma quale amore (2010), di prossima ripubblicazione negli Einaudi Super ET. È autrice dei testi teatrali Il verdetto (Bompiani 2007), Tre terzi (Einaudi 2009, insieme a Diego De Silva e Antonio Pascale), Ciao maschio (Bompiani 2009) e Antigone (Einaudi 2012). Per Ricordi, in apertura della stagione sinfonica al Teatro San Carlo, ha firmato nel 2011 il libretto Terra su musica di Luca Francesconi. Ha inoltre curato la riedizione italiana de Il Fiume di Rumer Godden (Bompiani 2012). Da anni si occupa della rubrica dei libri di «Grazia».

:: Marguerite, Sandra Petrignani, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

1 settembre 2014

marguerite_02Dopo aver raccontato la vita di alcune autrici in La scrittrice abita qui, Sandra Petrignani decide di occuparsi di una scrittrice feticcio della letteratura francese, nota in Italia essenzialmente per uno dei suoi ultimi libri, L’amante: Marguerite Duras, nata in Indocina e poi trasferitasi in Francia, intellettuale impegnata in letteratura, cinema e teatro e donna scandalosa per i suoi amori turbinosi, attivista comunista e femminista poi rinnegata dai movimenti, persona dal carattere impossibile ma considerata comunque un’icona non solo oltralpe, ma soprattutto lì.
L’autrice non vuole scrivere una biografia documentata della Duras, scomparsa nel 1996 lasciando la sua eredità in mano ad un figlio trascurato e all’ultimo amante molto più giovane di lei, dopo essersi fatta ancora una volta la fama di intrattabile per la stroncatura espressa al film su L’amante di Annaud, che però le ha procurato indubbiamente nuovi lettori, soprattutto tra le giovani generazioni, che si sono appassionate all’ennesima ma originale e struggente rilettura dell’amour fou e impossibile, aggravato da differenze etniche e sociali.
Il risultato del libro della Petrignani è una ricostruzione della vita dell’autrice, dalla sua infanzia a Saigon fino alla vecchiaia, tra amori, lavoro, militanza, nevrosi, in cui viene dato molto per scontato e vengono presentati vari quadri di vita senza una precisa contestualizzazione, per ricostruire un percorso umano comunque unico forse anche perché molto discusso, ma d’eccezione in ogni caso, sia umanamente che come carriera e contributo alla cultura.
Senz’altro Marguerite è un libro interessante, scritto con uno stile anche insolito e originale, anche perché l’argomento ha fascino e carisma: ma non è un testo adatto a chi non sa niente della vita e degli eccessi di Marguerite Duras, o a chi la conosce solo grazie a L’amante, storia struggente dell’amore impossibile che l’autrice visse da adolescente per un giovane di famiglia benestante cinese, rimasto come rimpianto per tutta la sua esistenza malgrado altre compensazioni e relazioni, in una ricerca bulimica dell’amore capace di scandalizzare anche ambienti comunque moderni e non certi bigotti. Marguerite di Sandra Petrignani ricostruisce il mondo della Duras ma non per neofiti, ma per chi conosce e stima già l’autrice ed è dentro a tutte le sue vicissitudini lavorative e personali, due percorsi che fecero scalpore, tralasciando un po’ e spiace la militanza politica della scrittrice, che abbracciò in maniera totalizzante varie cause, dalla Resistenza al Sessantotto, dal comunismo al femminismo, venendo spesso sottovalutata quando non criticata per comunque un individualismo e un anticonformismo che erano visti come scomodi.
Marguerite è un libro da leggere per chi conosce molto bene vita e annessi di Marguerite Duras, magari grazie a studi in lingua originale o a una passione che viene da lontano, tenendo conto che tolto L’amante, non è che in italiano si trovi poi molto scritto dall’autrice, popolarissima in Francia come tutte le icone culturali, anche se discusse, ma molto meno nota in Italia. Per chi volesse scoprire di più sull’autrice, conviene rivolgersi a testi più tradizionali e convenzionali, che diano un’idea più chiara di accadimenti e vicende, e poi solo in un secondo tempo affrontare un libro affascinante ma non di facile comprensione.

Sandra Petrignani, autrice negli anni ’80 e ‘90 del romanzo postmoderno Navigazioni di Circe (premio Morante opera prima), dell’incantevole Catalogo dei giocattoli, del preveggente Vecchi, delle interviste a grandi scrittrici italiane Le signore della scrittura, è nata a Piacenza nel ’52. Vive a Roma e nella campagna umbra. Le sue opere più recenti sono l’autofiction Dolorose considerazioni del cuore (Nottetempo, 2009) e il vagabondaggio E in mezzo il fiume. A piedi nei due centri di Roma (Laterza, 2010). Nel catalogo Neri Pozza: il fortunato La scrittrice abita qui, pellegrinaggio nelle case di grandi scrittrici del ‘900;  i racconti di fantasmi Care presenze; il libro di viaggio Ultima India.

:: L’abbazia dei cento peccati, Marcello Simoni, (Newton Compton, 2014) a cura di Viviana Filippini

1 settembre 2014

abbaziaMarcello Simoni ci ha abituato ad avvincenti romanzi storici nei quali il giallo, il thriller, e il mistery si mescolano alla perfezione. Tutto questo torna unito alla storia dell’arte nella nuova saga -Codice Millenarius- che in questo primo episodio, intitolato L’abbazia dei cento peccati, mette subito sotto pressione il protagonista Maynard de Rocheblanche. L’uomo è sopravvissuto per miracolo ad una disfatta militare dalla quale oltre ad aver avuta salva la vita, ha ricevuto in dono una piccola pergamena. Il documento, del quale il nuovo eroe è invitato a non dire nulla, è un antico scritto che contiene dei riferimenti ad un’importante e preziosa reliquia, nota con il nome di Lapis exilii. Cardinali, principi e molte altre persone sono interessati a possedere il misterioso documento e l’eroico Maynard dovrà scappare per proteggere la pergamena e il segreto che essa contiene. Un viaggio lungo, che porterà il nobile – d’animo e di casato- protagonista de L’abbazia dei cento peccati prima a Reims, dalla sorella Eudeline badessa del convento di Sainte-Balsamie e poi in Italia, a Pomposa. Qui Maynard incontrerà alcune persone – padre Andrea e l’artista Gualtiero de’ Bruni – che un po’ alla volta lo aiuteranno a scoprire il mistero aleggiante attorno all’enigmatica reliquia, conosciuta a fondo dal monaco deforme Facio da Malaspina. La nuova narrazione epica creata da Simoni è ambientata nel Trecento, per la precisione in un tardo Medioevo turbolento nel quale non mancano crisi politiche scatenate da guerre lunghe un secolo, carestie e malattie pestilenziali che decimano il genere umano. In questo universo, dove tutto sembra andar a rotoli, agiscono i personaggi–uomini e donne- che hanno una psicologia e un animo ricchi di emozioni e sentimenti contrastanti. Le vite di ognuno di loro sono spesso caratterizzate da supplizi, da traumi del passato che riaffiorano nel presente come nel caso di Eudeline, la sorella del protagonista che ha avuto un rapporto non facile con il proprio padre. Altro tema trattato dal Simoni sono la competizione e il conflitto generazionale tra genitori e figli, come quello che affligge il giovane pittore Gualtiero de’ Bruni in lotta con il padre per gli affreschi da realizzare nell’abbazia di Pomposa. L’abbazia dei cento peccati è l’inizio di un avventuroso viaggio nel quale tra un combattimento e l’altro; tra interpretazioni di scritti e dipinti; tra intrighi politici e rocamboleschi inseguimenti, Maynard de Rochemblanche porterà i lettori alla scoperta di un mondo lontano. Un passato dove l’amicizia, l’amore, l’ossessione per il potere, l’odio e la voglia di giustizia si intrecceranno alla Storia e alla storia dell’arte per dare animo ad una vicenda nella quale fiction narrativa e realtà si mescolano alla perfezione in un crescendo di suspense che lascia il lettore, appassionato del genere o neofita, con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina.

Marcello Simoni nato a Comacchio, è un ex archeologo, laureato in Lettere che svolge attualmente il lavoro di bibliotecario. Ha pubblicato diversi saggi storici, ha partecipato all’antologia 365 racconti horror per un anno, a cura di Franco Forte (2011). Altri suoi racconti sono usciti per la rivista letteraria «Writers Magazine Italia». Con Il mercante di libri maledetti (Newton Compton 2011), il suo primo romanzo, ha vinto il Premio Bancarella. Nel 2012 sempre con Newton Compton ha pubblicato La biblioteca perduta dell’alchimista, nel 2013 Il labirinto ai confini del mondo e L’isola dei monaci senza nome nel 2014 L‘abbazia dei cento peccati.

:: Un’ intervista con Barbara Garlaschelli

21 agosto 2014

barbara[Mia intervista apparsa su Shenoir il 30 Maggio del 2010]

Benvenuta Barbara è un vero piacere ospitarti su Shenoir. Parlaci un po’ di te, descriviti anche fisicamente non tralasciando pregi e difetti…

Intanto grazie a voi per lo spazio dedicatomi. Parlarvi di me… posso dirvi che il mio mestiere è me, che scrivere è ciò che ho sempre desiderato nella vita e che sono stata una donna fortunata riuscendo a realizzare un desiderio così grande. Come tutti gli esseri umani sono un groviglio di pregi e difetti. Ciò che amo di più in me è la lealtà a qualunqe costo, e ciò che non amo, la mia durezza. Fisicamente sono bellissima e, come mi diverto a ripetere, molto ben carrozzata…

Come ti sei avvicinata alla scrittura. Era una tua aspirazione già da bambina? C’è stato qualcuno che ti ha consigliato, incoraggiato, trasmesso l’amore per la parola scritta?

In parte ho risposto prima: scrivere è ciò che ho sempre voluto fare. L’amore per i libri, anzi direi, la passione per i libri, è parte di me e in parte mi è stata trasmessa dai miei genitori. La nostra casa, da che io ricordi, è sempre stata invasa dai libri. Sia mio padre sia mia madre sono dei forti lettori. E io pure. E la casa con il mio compagno è anch’essa assediata dai libri. Mi è inconcepibile la vita senza libri.

Parliamo del tuo debutto. Raccontaci del tuo percorso verso la pubblicazione. Com’è avvenuto l’incontro con il tuo primo editore?

La primissima pubblicazione (che ogni tanto scordo) è avvenuta con un racconto inserito nell’antologia Crimini, uscita per Stampa Alternativa, nel ’95 mi pare, quando faceva i mitici raccoglitori simili ai pacchetti di sigarette. Laura Grimaldi lo aveva letto, ne era rimasta colpita e mi aveva suggerito di farlo partecipare al concorso nato alla Libreria del Giallo di Milano, della mitica Tecla Dozio (che allora non conoscevo). E’ piaciuto e l’hanno pubblicato. Poi è seguito O ridere o morire, una raccolta di racconti di humor nero, edita da Marcos y Marcos (anche qui lo zampino di Tecla Dozio è stato fondamentale). L’editore, Marco Zapporoli, decise in due giorni di pubblicarlo.

Raccontaci un episodio buffo, divertente che ti riguarda legato al tuo lavoro di scrittrice. O al contrario qualcosa che ti ha fatto profondamente arrabbiare.

Un episodio divertente è quando ho fatto parte della giuria del premio Azzeccagarbugli, un paio di anni fa. Il conduttore della serata era Luca Crovi, con cui ci conosciamo da anni: ha intervistato i giurati per presentarli al pubblico. Quando è stato il mio turno, mi ha chiesto: “Barbara, che qualità deve avere un libro per inchiodarti alla sedia?”, e mentre formulava la domanda ho letto nei suoi occhi il panico, perché mi conosce e sa quanto posso essere tremenda. I suoi occhi dicevano: “Non fare commenti!”, e io, con sorriso sornione, ho risposto: “Per inchiodarmi alla sedia? Pochissimo”. Il particolare piccolo, ma fondamentale è che sono su una sedia a rotelle 🙂

La memoria è un tema che ti è caro e tratti con sensibilità e originalità. Che sia la memoria storica o quella personale, quanto incide su chi siamo e chi eravamo?

Incide in modo fondamentale: noi siamo la somma di tutto ciò che è venuto e avvenuto prima di noi. Sia da un punto di vista storico e sociale sia personale. Siamo la somma anche di ciò che non è avvenuto. E la memoria è uno dei doni più preziosi che abbiamo e una delle maggiori responsabilità. Un popolo senza memoria storica è destinato all’inivisibilità.

In Non ti voglio vicino tratti un tema molto delicato: gli abusi sessuali sui bambini. La cronaca ci racconta troppo frequentemente di queste violazioni dell’infanzia, spesso devastanti e spesso origini di un circolo vizioso che trasforma le vittime da bambini in carnefici da adulti. Come hai affrontato questa realtà, come ti sei vaccinata contro l’orrore?

Non c’è vaccino contro questo orrore e non ci deve essere. Nel momento in cui non dovessimo più essere in grado di indignarci, di sentire rabbia, furore, disgusto, pietà saremo morti. Intendo,culturalmente ed eticamente morti. E il mio modo di affrontare l’orrore è stato ascoltando e scrivendo, per non dimenticare.

Nei tuoi libri tratti argomenti importanti per il pubblico femminile: l’amore, l’amicizia, la famiglia. Molte tue lettrici sono donne. Ti consideri femminista? Pensi che un giorno la parità uomo e donna sarà finalmente raggiunta o resterà per sempre un’aspirazione frustrata, un’ occasione mancata?

Mi sento una donna che ha molto chiari quali sono i propri diritti e i propri doveri, che sa quanto è stata dura e difficile la strada delle donne per arrivare dove sono arrivate e sa che non è ancora finito il viaggio, che nulla è stato donato, ma tutto è stato sudato. Che la parità di cui si parla sempre è ancora di là da raggiungere, anche se molti progressi sono avvenuti e molte battaglie sono state vinte. Ma viviamo in un momento storico pericoloso, in cui l’oscurantismo è tornato a essere un problema tangibile. La tentazione di manipolare il corpo delle donne è ancora forte.

Parlaci del tuo rapporto con la critica. Leggi le recensioni, t’influenzano, quale ti ha fatto più felice leggere?

Il mio rapporto con la critica è sereno. Leggo le recensioni e se sono di persone che stimo, ci rifletto ma non mi esalto e non mi abbatto. Su Non ti voglio vicino mi hanno resa felice praticamente tutte, soprattutto quelle di Giuliano Aluffi e Alessandro Castellari.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticipare qualcosa in esclusiva per i lettori di Shenoir?

Non sto scrivendo, ma sto pensando al prossimo… per ora nessuna anticipazione, è un progetto ancora molto vago.

Un’ultima domanda, più che altro una mia personale curiosità, se dovessi vincere lo Strega, a chi lo dedicheresti?

A mio padre, a mia madre e a Giampaolo, il mio compagno.

:: La collana “I capolavori dell’arte” in edicola con il Corriere della Sera

20 agosto 2014

CAPOLAVORI ARTE CORSERA (1)-page-001L’Italia è uno scrigno d’arte a cielo aperto e sempre più spesso riceviamo notizie di quanto il patrimonio artistico che possediamo sia mal amministrato e poco tutelato, ben vengano dunque le iniziative come questa del Corriere della Sera che grazie alla Collana I capolavori dell’ arte porterà in edicola, dal prossimo 28 agosto e per i giovedì successivi, 35 monografie curate e introdotte dallo storico e critico dell’arte Philippe Daverio, tese a farci conoscere i capolavori del patrimonio artistico non solo italiano e le vite dei grandi maestri che nei secoli le hanno prodotte.
Ogni volume di facile consultazione, dalle dimensioni di 19×23 cm, conterrà i dettagli di un’opera famosa, oltre a fornire un approfondito profilo dell’artista raccontandone la sua vita, i suoi quadri e gli scritti. Tutte le monografie sono impreziosite dai contributi dei più celebri scrittori, pittori e storici, da Giulio Carlo Argan ed Ernst Gombrich a Roberto Longhi, Carlo Levi e Bernard Berenson.
La bellezza salverà il mondo? Io penso di sì e non solo in un senso spirituale, ma anche economico, se esistesse un Ministero dei Beni Culturali efficiente teso realmente a valorizzare il patrimonio artistico Italiano, grazie anche a donazioni private o ai beni sottratti alle mafie, e a impedire che i turisti trovino musei chiusi o non agibili, opere artistiche danneggiate, sistemi di sicurezza obsoleti e superati, sono sicura che i benefici per il turismo e per l’occupazione sarebbero più che considerevoli, una strada per uscire dalla crisi. Non farlo più che sintomo di stupidità, è un atto decisamente criminale.
La prima uscita sarà dedicata a Botticelli, opera analizzata la “Nascita di Venere”. Le seguenti uscite saranno dedicate a: Caravaggio e il suo “Canestra di frutta”, Renoir e il suo “Ballo al Moulin de la Galette”, Michelangelo e il “Tondo Doni”, Van Gogh con i suoi “Girasoli”, Vermeer con “La merlattaia”, Klimt e “Le tre età”, Piero della Francesca con la “Sacra Conversazione” e poi Leonardo, Gauguin, Monet, Tiziano, Canaletto, Raffaello, Manet, Bosch, Degas, Giotto, Delacroix, Vélasquez, Schiele, Tiepolo, Goya, Beato Angelico, Rembrandt, Duccio di Buoninsegna, Cezanne, Van Eyck, Masaccio, Ingres, De La Tour, Dürer, Rubens, El Greco, Poussin.
Il primo volume sarà venduto al prezzo lancio di 1 Euro + il prezzo del Corriere. Dal secondo in poi, il costo sarà di 5,90 Euro + il prezzo del Corriere. E’ comunque già possibile prenotare l’intera collezione al prezzo di 201,60 Euro o comprare in seguito i singoli libri sullo Store online del Corriere della Sera a questo link: http://goo.gl/tRm2Xp.