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:: Mi sa che fuori è primavera, Concita De Gregorio (Feltrinelli, 2015) a cura di Lucilla Parisi

15 giugno 2015

9Semmai vorrei essere capace di spiegare la sensazione fisica che provavo ogni volta che le prendevo in braccio. In quella specie di slancio e di abbandono che ha il corpo di un bambino quando si lascia sollevare: Livia restava sempre intera, integra. Con una rigidità verticale interna, non saprei come dire. Era sempre lei. Alessia invece te la spalmavi addosso, diventava un calco del mio corpo. Diventava me. Avevano consistenze diverse. Si poteva sapere da quel modo di lasciarsi abbracciare che persone sarebbero diventate.

Irina se lo ricorda bene quel modo, perché Livia e Alessia sono le sue bambine, anche ora che non sono più con lei, da quando nel 2011 il marito Mathias se l’è portate via, portandosi con sé, dopo il suicidio, la verità sulla loro scomparsa.
La storia è nota. Un caso di cronaca come tanti, di bambini scomparsi e non ancora tornati e Irina Lucidi è la madre rimasta a vivere nonostante il dolore che spezza il fiato. Le indagini non hanno portato a nulla. Nessun cadavere, ma neppure nessuna strada da percorrere che non finisca alla stazione di Cerignola, dove Mathias si era lasciato investire da un treno in transito.

La storia di Irina trova le parole di Concita De Gregorio che ha saputo rendere in queste pagine molto di più della testimonianza di una donna sopravvissuta al dolore: vi troviamo anche l’emozione viva del racconto di una vita. Così Irina, di madre tedesca e padre italiano, vissuta a Bruxelles e poi a Losanna, ripercorre la propria storia fino alle più lontane origini, a quella bisnonna americana a cui era stata strappata la figlia Mayme, ancora in fasce, proprio dall’uomo che amava e che se l’era portata in Italia. Quella bambina è la nonna a cui Irina è profondamente legata e a cui affida i suoi più profondi pensieri.

Il dolore da solo non uccide e io sono viva. Dunque devo vivere, perché finché ci sono ci sarà il ricordo di chi non è più con noi. Vivo, il ricordo: vive loro nei pensieri. Dimenticare, nonna. Tu che hai camminato per un secolo lo sai che niente si dimentica ma tutto, a momenti, si deve poter prendere e mettere in un posto.

Come quella bisnonna lontana, Irina ha rivissuto quello stesso oltraggio, l’offesa più grande, quella di essere privata delle proprie figlie. Un destino che si ripete, un dolore rinnovato, che pone nuovi quesiti, nuove prospettive: cose da non dimenticare e cose per cui vale ancora la pena vivere, anche se gli altri vogliono vedere in questa rinascita, nel tentativo mai semplice di ricostruirsi una vita, la colpa per tutto, anche della felicità ritrovata. Irina però non può e non vuole fermarsi, perché dalla sua sopravvivenza dipende quella delle proprie figlie, nonostante tutto, comunque vada.

Parole aperte cariche di significati. Con Mi sa che fuori è primavera Concita De Gregorio ci regala una storia autentica: Irina e le balene dei suoi sogni, quelle di viaggi lontani, compiuti e ancora da compiere. Irina e la sua lotta per la ricerca della verità, più di prima, nel tentativo di riaprire indagini, di ripercorrere strade nuove, alla ricerca delle sue figlie che ancora aspetta.

“Non torneranno, nonna, lo so. Ma non potrei vivere senza sapere che nella mia casa c’è un posto per loro. Il posto che le aspetta, se dovessero bussare e chiedere: il nostro letto, mamma, in questa casa dov’è.”

Concita De Gregorio si è laureata all’Università di Pisa. Ha iniziato a lavorare come giornalista nei quotidiani locali, è entrata con una borsa di studio a “Repubblica” dove è rimasta per vent’anni come inviata di politica e cultura. A “Repubblica” è tornata come editorialista dopo aver diretto, dal 2008 al 2011, “l’Unità”. Conduce il programma di RaiTre Pane quotidiano, è cofondatrice della rivista spagnola “Ctxt”. Ha quattro figli. Nel 2001 ha pubblicato Non lavate questo sangue. I giorni di Genova sul G8. Tra i suoi libri successivi Una madre lo sa. Tutte le ombre dell’amore perfetto (2007), Malamore. Esercizi di resistenza al dolore (2009), Così è la vita. Imparare a dirsi addio (2011), Io vi maledico (2013) e l’avventura letteraria a quattro mani con il figlio adolescente Un giorno sull’isola. In viaggio con Lorenzo (2014). Per “I Narratori” Feltrinelli ha pubblicato Mi sa che fuori è primavera (2015).

:: Favole per bambini molto stanchi, Dente (Bompiani, 2015) a cura di Federica Guglietta

15 giugno 2015

kkAvviso ai gentili lettori di Liberi di Scrivere:

chi vi scrive cercherà di essere il più possibile breve e concisa.

Bene. Già vi vedo con gli occhi sgranati come a dire: “Per quale motivo? Recensisci libri, dovresti argomentare.” – critica giustissima, avete ragione, ma qui ci sono dei bambini molto (molto) stanchi che avrebbero bisogno delle loro favole preferite per riuscire ad addormentarsi. No, non solo per prendere sonno, sopratutto per prendere coscienza del Mondo che li circonda.
Bambini: piccoli, grandi, di ieri, di oggi, di domani. Chissà. Sicuramente molto stanchi.

Sono loro i primi interlocutori a cui si riferisce il cantautore emiliano Dente (Giuseppe Peveri) nel suo Favole per bambini molto stanchi, uscito lo scorso 4 giugno per Bompiani e con le splendide illustrazioni, quasi degli stati d’animo trasmessi a matita su un foglio bianco, nate dalla mano di Franco Matticchio.
mmDente non è un cantautore. Di più. Un ludolinguista, sa giocare e creare componendo musica. Un mago col cilindro da cui escono parole a volte dolci, a volte disilluse, di sicuro ironiche e sognanti. In un passato remoto, sarà stato sicuramente un aedo, nella Grecia omerica, o un cantastorie, trovatore, menestrello o come vogliamo definirlo, in tempi più (o meno) recenti.

Capacissimo di cimentarsi con le parole in musica, ha deciso di ribaltare il concetto di favola. Come? Ribaltando il concetto di favola e scrivendo, come fossero tante isole nere su un mare di carta bianca, storie che somigliano a filastrocche (non sempre in rima). Queste favole per i bambini stanchi non hanno regole, spesso non hanno neanche una fine. Sono del tutto immaginarie, al punto da tralasciare logica e morale.
Più di duecento pagine di storie per niente noiose e nemmeno difficili alla lettura. Favole d’amore, con il finale a sorpresa, buone,storiche etc etc che, come avrete intuito, tutto hanno, fuorché una morale. Girano intorno ad un nonsense chiaramente ricercato. Non rispettano la punteggiatura. Possono essere corte o più lunghe. Tristi o felici.

Unica costante la parola fine seguita dal punto fermo e il titolo in apertura. Anzi. Il titolo c’è di certo, la fine non è detto che ci sia.

Un universo aperto, parallelo al nostro. Un Mondo in cui odio, amore, quotidianità, sfiducia, felicità, uomini (verosimili, ma anche un po’ fuori dal comune) e animali si incontrano in un vorticoso giro di valzer dal ritmo scanzonato che solo una chitarra classica in versione acustica può avere.

Dente, classe 1976, cantautore, è nato a Fidenza in provincia di Parma. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Dente non è il nome d’arte di Giuseppe Peveri, piuttosto un soprannome datogli da uno zio. Prima di intraprendere la carriera da solista con il suo primo album Anice in bocca (Jestrai, 2006) è stato chitarrista nei Quic. Seguiranno Non c’è due senza te (Jestrai, 2007), L’amore non è bello (Ghost Records/Venus, 2009), Io tra di noi (Ghost Records/Venus, 2011) e Almanacco del giorno prima (RCA/Sony Music, 2014), suo ultimo lavoro musicale. Famoso per la sia abilità di saper giocare con le parole, Favole per bambini molto stanchi (Bompiani, 2015) è il suo primo libro.  (www.amodente.com)

© illustrazioni Franco Matticchio/Bompiani Editore

:: ‘The Beat Book’, poesie e prose della Beat generation, a cura di Anne Wladman e Luca Fontana (Il Saggiatore, 2015) a cura di Lorenzo Mazzoni

12 giugno 2015

The-Beat-book1In principio c’erano gli hipster, marginali esistenzialisti statunitensi che sentivano in modo oppressivo il peso della società consumistica del dopoguerra e dell’asfissiante standardizzazione delle masse. Accanto a questi personaggi, emersero i beat che diventarono una sorta di movimento che esplose come “una bomba all’idrogeno” (per citare Allen Ginsberg, uno dei massimi esponenti della corrente) nella cultura americana nei primi anni Cinquanta.
Anne Waldman, poetessa e amica di lunga data di quegli scrittori, ha raccolto in un unico volume, The Beat Book (prefazione di Allen Ginsberg, pubblicato in Italia da Il Saggiatore e tradotto e curato da Luca Fontana), alcuni dei loro testi più esemplari. A una selezione dei grandi classici Beat si affiancano prose e poesie più recenti, che dimostrano la persistente vitalità di quell’esperienza.
Particolarmente significativa la presenza di voci femminili come Joanne Kyger e Diane Di Prima, o di poeti di alto valore e fin troppo negletti dalla voga di alcuni anni fa, come Gary Snyder o John Wieners.
Protagonisti di una vera rivoluzione artistica e sociale, compagni di vita e di letteratura, i Beat non solo si battevano in favore delle rispettive opere, ma all’interno di esse parlavano l’uno con l’altro e l’uno dell’altro. Ritmi del parlato americano, ritmi jazz, ritmi dei viaggi in auto e in carro merci, cut-up verbale: se ciò che da sempre attira dei Beat è il mito – i fantastici Sessanta, le droghe, il Vietnam, la musica selvaggia -, dalle opere emerge il loro rapporto viscerale e onnipresente con il linguaggio, che ne ha definito il canone negli anni.
Le note introduttive e una guida dettagliata dei luoghi Beat in giro per il mondo (dalla città natale di Kerouac, Lowell, Massachusetts, dove si svolge il romanzo Il dottor Sax, a Tangeri, dove Burroughs ha scritto parti di Pasto nudo), ne fanno uno strumento indispensabile anche per chi si avvicini per la prima volta al composito mondo Beat.
The Beat Book è il libro che meglio rappresenta quella generazione, che da simbolo della controcultura è divenuta centrale nell’arte del Novecento. Una schiettezza e una generosità imperturbante agiscono all’interno di questi scritti. I Beat cantano contro il cinismo, l’apatia, l’ingiustizia, l’inganno, il compromesso, il razzismo, il consumismo, la guerra, i mali del mondo. Ma è difficile sfruttarli per qualche fine propagandistico: erano, sono e sempre saranno primariamente individui.

Anne Waldman è nata nel 1945. Ha studiato al Bennington College nel Vermont, ma ha vissuto nel Greenwich Village di New York. Ha fondato l’Angel hair books. E’ stata redattrice del progetto poesia della chiesa di St. Mark’s a New York (1966-1978) durante il quale ha pubblicato The world magazine e altre numerose antologie di poesia contemporanea americana. Nel 1947, con Allen Ginsberg, ha fondato la “Jack Kerouac School of Disembodied Poetics”al Naropa Institute a Boulder. Numerose le sue pubblicazioni negli Stati Uniti. In Italia ha pubblicato l’antologia The Beat Book (Il Saggiatore, 1966) e Poesie, Donna che parla veloce (Edizioni City Lights Italia, Firenze)

Luca Fontana, traduttore e saggista, insegna Fondamenti di pratica del teatro e Drammaturgia al corso di laurea in Arti visive e dello spettacolo dell’Istituto universitario di Architettura di Venezia, e al Corso di alta formazione e specializzazione per attori del Teatro Due di Parma. Tra le sue numerose traduzioni per allestimenti teatrali ricordiamo Peccato che fosse puttana di John Ford. Per il Saggiatore ha tradotto le opere di Allen Ginsberg: Saluti cosmopoliti (1996), Urlo & Kaddish (1997) e Poesie scelte (1997). Luca Fontana collabora con Diario.

:: La vita sessuale dei nostri antenati, Bianca Pitzorno (Mondadori, 2015) a cura di Federica Guglietta

12 giugno 2015

sIl mio “vizio di leggere”, da bambina, aveva quasi esclusivamente un solo volto.
Sì, eccome se me la immaginavo questa signora, immersa con passione nelle sue storie che mi entusiasmavano così tanto. Storie di libertà e sogni, di realtà belle e brutte, ma con un immancabile lieto fine. Non sapevo nemmeno in che parte del Mondo abitasse questa mitica scrittrice che ammiravo tanto, ma in quegli anni non mi interessava perché la sentivo comunque vicina al mio essere.
Vi sto parlando di Bianca Pitzorno, scrittrice conosciutissima in Italia e all’estero che rappresenta un pezzo importante della mia infanzia: l’ho saputo da subito, infatti, ne ero più che certa: in compagnia dei suoi libri avrei passato delle ore incredibili con le sue eroine, tutte al femminile e le sue storie, mai noiose, mai banali, figlie di una fervida immaginazione che mi faceva sgranare gli occhi pagina dopo pagina.
Il suo Ascolta il mio cuore (Mondadori, 1991) ha la mia stessa età. Polissena del Porcello (1993), bambina capace di inventarsi un’altra vita mi piaceva tanto. Anni dopo ho ricevuto in regalo, letto e riletto Tornatràs (2000), eletta mia personalissima storia preferita tra quelle scoperte fino a quel periodo. Tra tutte, a dir la verità.
Ho sempre adorato Bianca Piztorno. L’ho sempre trovata di una semplicità e di una profondità disarmante. Fantasia, realtà, alberi genealogici, intrecci, incontri, bambine in bicicletta coi capelli rossi e le lentiggini, incomprensioni, adulti troppo bambini.
Proprio questo, l’ultimo romanzo per ragazzi della Pitzorno che ha fatto breccia nel mio cuore forse molto più degli altri, mi ricorda che di tempo ne è passato.
Non possiamo più identificarci, io e le altre bambine – eroine della mia generazione, nei bellissimi personaggi nati dalla penna di questa scrittrice capace di venirti incontro e travolgerti in un vortice di emotività e ottimismo anche quando le cose si fanno più nere. Siamo cresciute.
Anche il modus scribendi della Pitzorno è cambiato.
Il romanzo soggetto – oggetto di questa recensione non è un libro per ragazzi. Assolutamente.
Ce lo dice il titolo stesso: La vita sessuale dei nostri antenati, uscito lo scorso primo giugno ed edito sempre dalla Mondadori. Dando uno sguardo solo alla copertina, ci aspetteremmo qualcosa tipo un saggio universitario di socio-etno-antropologia, ma vi assicuro che non si tratta di questo.
L’eloquente sottotitolo – spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi – ce lo spiega. Si tratta di una storia di famiglia. Una di quelle famiglie altolocate, dall’aria sempre sostenuta. Nobili, dal sangue blu. Con segreti inconfessabili. Con una vita sessuale e sentimentale più simile a quella di “comuni mortali” che altro.
No, nessuno è stato generato per partenogenesi. Persino il più insospettabile, fiero e altero dei personaggi di questo romanzo ha dato sicuramente modo alla sessualità di sfogarsi.
Ada, la protagonista, è una donna figlia del suo tempo, una femminista, una sessantottina, libera, ma, contemporaneamente, divisa tra i ricordi sfumati di un passato doloroso e un presente poco chiaro, fatto di viaggi per motivi di studio/lavoro (è una grecista) e avventure che lasciano intuire una sua instabilità di fondo. Attorno a lei gravitano principalmente le figure della nonna, Donna Ada Bertrand Ferrell, la mater familias, lo zio Tan (Tancredi), figlio di primo letto di nonno Gaddo, punto di riferimento e spalla della giovane e, infine, sua cugina Lauretta, di poco più grande ed orfana come lei di padre e madre. La nonna è loro tutrice legale e cerca in tutti i modi di crescerle come meglio si addice a ragazze provenienti da una delle migliori famiglie di un qualsiasi paesino d’Italia, qui, nel romanzo, chiamato Donora.
Ecco l’incipit:

Cara Lauretta, cara cugina come me orfana e come me allevata dalla inflessibile nonna nel culto della nostra nobilissima stirpe, perdonerai mai all’autrice di avere scritto questo libro sui nostri antenati? Di averne rivelato i segreti e i peccati più insospettabili a partire dal lontano Cinquecento, quando una firma del Vicerè su una pergamena rese blu il nostro sangue che prima era rosso come quello di tutti gli altri abitanti di Ordalè e di Donora? Adesso che abbiamo quasi quarant’anni, che abbiamo vissuto la liberazione sessuale e le sfrenatezze del Sessantotto, che abbiamo messo la testa a partito, non ci dovrebbe risultare così difficile accettare che anche i nostri antenati, e specie le antenate, abbiano avuto le loro storie di letto, e non sempre esemplari. Lo so che per chiunque è difficile pensare che i propri genitori hanno avuto una vita sessuale, e che se così non fosse noi non saremmo qui…E i nostri nonni, come immaginarli a rotolarsi peccaminosamente tra le lenzuola? Ma con i bisnonni non dovrebbe essere così impossibile, specie se sappiamo che hanno messo al mondo quindici figli. Per non parlare dei trisnonni e dei quadrisnonni. Senza l’attività sessuale dei nostri antenati il genere umano si sarebbe estinto. Eppure tu, Lauretta, quando accenno a questo argomento ti turi le orecchie e strilli: “Bisogna essere proprio dei maniaci sessuali per pensare a certe cose”. Lauretta, Lauretta, ti piace tanto sapere chi erano e cosa facevano i nostri antenati, che rapporti c’erano tra zio Tan e Armellina, chi era il pittore che ritrasse Garcia e Jimena nella Cattedrale di Ordalè… Conservi con cura l’abito di broccato che la nonna, donna Ada Ferrell, indossò nel giorno delle nozze. Le nozze, appunto, il letto comune! Cosa avveniva in quel letto una notte dopo l’altra? E negli anni a seguire i sette figli. Li aveva mandati lo Spirito Santo in forma di colomba? Lauretta, bisogna proprio che ti spieghi come sono andate le cose? Ora, passata anche quest’ultima tempesta, ascoltami: ti racconterò molti segreti che neppure immagini. Tua Adita.

Una storia difficile, capace di travalicare secoli (principalmente dalle prime generazioni della famiglia Bertrand Ferrell nel ‘500 agli anni Settanta, in pieno clima di rivoluzione sessuale). Una storia di orfani cresciuti da persone molto più grandi dei propri genitori. Una storia che racconta di un gap generazionale non trascurabile e di come la sessualità sia stata (e per alcuni rimane ancora) un forte tabù. Una storia che permette alla Storia, quella che tutti abbiamo studiato a scuola, di incarnarsi nell’animo dei protagonisti, influenzandone vita comunitaria, lavorativa e, certamente, anche quella sessuale. Un libro interessantissimo e coinvolgente, una prosa che non annoia, legata dal leitmotiv del percorso a ritroso nella propria vita, individuale e familiare, legata alla costante dei rapporti umani che vanno oltre qualsiasi apparenza di formalità e rigore.

Bianca Pitzorno, scrittrice, ha lavorato anche come archeologa, autrice di testi teatrali, sceneggiatrice cinematografica e televisiva, paroliera ed insegnante. Nata a Sassari, ma vive a Milano da anni. Laureata in Lettere Classiche con un Master in Cinema e Televisione. Come scrittrice, dal 1970 al 2011 ha pubblicato circa cinquanta tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, che sono stati tradotti in moltissimi paesi d’Europa, America e Asia. Soltanto nella versione originale italiana i suoi libri hanno superato i due milioni di copie. Tra i suoi scritti ricordiamo: La bambina col falcone, 1982; Vita di Eleonora d’Arborea, 1984 e 2010; Ascolta il mio cuore, 1991; Tornatràs, 2000; La bambinaia francese, 2004; GIUNI RUSSO, da Un’Estate al Mare al Carmelo, 2009. Il suo ultimo romanzo è La vita sessuale dei nostri antenati – spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi, 2015 (edito come molti suoi scritti da Mondadori).

:: Virginia Wolf, Kyo Maclear, Isabelle Arsenault, (Rizzoli, 2014) a cura di Viviana Filippini

11 giugno 2015

Virginia-Wolf-1024x1024Virginia e Vanessa sono due sorelle sempre vicine che si vogliono davvero bene, tanto che nulla sembra scalfirle. Un giorno però Virginia, non si sa perché, si sveglia con il lupo dentro. Questo stato d’animo la fa stare male e la porta a recidere ogni rapporto con il mondo esterno. Virginia si chiude sempre più in se stessa, vuole stare solo in camera sua e da sola. La bambina è così triste che anche la sua voce si trasforma, tanto da non essere più umana, ma un verso che ricorda l’ululato di un lupo. Vanessa assiste quasi impotente al dramma che sta colpendo la sorella, ma non si arrende. La piccola si rimbocca le maniche e fa la cosa che meglio le riesce: disegnare. Pennelli, colori, uno, due, tre, tanti fiori colorati iniziano a riempire le pareti della camera di Virginia, dando vita ad un vivace e fantastico giardino che riporta nella ragazzina la serenità e la voglia di vivere. Il libro di Kyo Maclear ha per protagoniste Vanessa Bell e Virginia Woolf, due sorelle britanniche molto famose, la prima come pittrice e arredatrice e l’altra come scrittrice e attivista nella lotta per la parità tra i due sessi, ma queste pagine narrano la solidarietà e il bene tra consanguinei attraverso l’importanza dell’immaginazione e dell’arte. Chi racconta la storia in Virginia Wolf è Vanessa e il suo colorare e disegnare attorno a Virginia forme che la rendano felice, sono la rappresentazione metaforica di una mano tesa con il fine preciso di dare aiuto e portare il sole in quell’animo minato dal malumore, dalla malinconia e dalla tristezza (il lupo nero). Delicate ed eleganti sono le illustrazioni di Isabelle Arsenault che con tratti semplici e precisi riesce a tradurre in immagini la storia e i sentimenti che legano le due sorelle. Traduzione Beatrice Masini.

Kyo Maclear è una scrittrice, saggista e autrice per bambini. Nata a Londra si è trasferita con i genitori, all’età di quattro anni, a Toronto. Laureata in Storia dell’arte e Studi culturali all’Università di Toronto, i suoi testi sono pubblicati in Nord America, Europa Asia e Australia. Il suo primo racconto, The Letter Opener (Harper¬Collins), nel 2007 è stato finalista dell’ Amazon.ca/Books in Canada e First Novel Award, and nel 2009 è stata premiata con il premio K.M. Hunter Artist Award in Literature.

Isabelle Arsenault è un’ illustratrice laureatasi in Disegno grafico all’ Università del Québec a Montréal. Molte sono le sue collaborazioni con riviste in Canada e negli Stati Uniti. Nel 2004 ha illustrato il suo primo libro per bambini (Le coeur de Monsieur Gauguin), nel 2005 le permettera di vincere il prestigioso premio Prix du Gouverneur général dans la catégorie illustration jeunesse de langue française . Nel 2012 grazie alle illustrazioni per Virginia Wolf scritto da Kyo Maclear, la Arsenault ha ricevuto il premmio Le deuxième Prix Littéraire du Gouverneur Général .

:: Finché sarò tua figlia, Elizabeth Little, (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

11 giugno 2015

FinJanie era una volta una ragazza bella, ricca e famosa, una protagonista della vita mondana di Beverly Hills tra feste ed eccessi vari, finché non fu accusata di aver ucciso la madre Marion, filantropa e miliardaria con cui non andava particolarmente d’accordo, e rinchiusa in carcere. Dieci anni dopo, il suo avvocato riesce a farla uscire per un vizio procedurale del suo processo (cosa possibile negli States) e Janie decide di scoprire la verità su questa madre perfetta e sulla sua morte, di cui lei non è comunque colpevole.
Nascondendosi sotto una falsa identità e inseguita tra gli altri da un blogger implacabile, Janie inizia a fare un viaggio in incognito, ricordando alcuni particolari della morte della madre e qualcosa che le aveva sentito dire poco prima di morire, e arriva nella cittadina mineraria di Adeline, nel South Dakota, dove scoprirà la storia di Tessa, ragazza ribelle e insofferente come lei, che trent’anni prima sparì per nuovi lidi e che è qualcuno che lei ha conosciuto in altri tempi e con un altro nome.
Il genere thriller funziona sempre, con il suo tema di fondo della ricerca della verità, e qui il libro è originale come atmosfere, personaggi, punto di vista del narratore. Di solito il detective della situazione è un poliziotto o una figura simile, non un diretto o diretta accusato/a di omicidio, che ricostruisce la storia in prima persona, un’ottima scelta perché si seguono in tempo reale i progressi dell’indagine, con inframmezzati pezzi di giornale, mail, interrogatori, diari.
Finché sarò tua figlia, traduzione non fedelissima dell’originale Dear daughter, cara figlia, mette in scena anche il lato oscuro del bel mondo di Beverly Hills, protagonista di tanti romanzi, film, serie tv, ed è incentrato su una protagonista comunque poco simpatica, ragazza viziata e piena di vizi caduta all’inferno, che cerca di riscattarsi in maniera poco ortodossa, indagando sul passato di una madre che ha per lo più detestato, ma a cui scoprirà di assomigliare molto.
Storia senza eroi ma basata sulla ricerca della verità e sulla riscoperta di rapporti familiari e sentimenti, con un finale che suona come un colpo netto, Finché sarò tua figlia presenta una buona variante sul genere thriller oltre che un viaggio nell’animo dei poco simpatici della società, fortunati ma anche loro vulnerabili, e una riflessione sul rapporto madre figlia, da due punti di vista che non potranno più incontrarsi.

Elizabeth Little è nata e cresciuta a St. Louis e si è laureata a Harvard. Scrive per il «New York Times» e il «Wall Street Journal». Finché sarò tua figlia è il suo romanzo d’esordio.

:: VersOriente – Kawakami Hiromi: Da La Cartella del Professore (Einaudi, 2011) a Le Donne del Signor Nakano (Einaudi 2014): la solitudine nella società giapponese, a cura di Andrea D’Angelo

10 giugno 2015

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Sono mondi pieni di solitudine quelli rappresentati da Kawakami Hiromi. E sono forse proprio questa solitudine esistenziale e il modo in cui viene affrontata a legare La Cartella del Professore (センセイの鞄) e Le Donne del Signor Nakano (古道具 中野商店).
Questi due romanzi, che ricordano nei loro toni la poetica delle piccole cose della letteratura shōjo degli anni 80, sembrano voler ribadire negli anni tra le pubblicazioni dei due testi, tra il 2011 e il 2014, sempre più convintamente che l’unico modo per lasciarsi alle spalle la solitudine congenita all’esistenza umana sia fare un passo verso l’altro.
I personaggi di Kawakami Hiromi si muovono in una realtà in tutto e per tutto giapponese, tanto da costringere le traduzioni italiane di Antonietta Pastore per l’edizione Einaudi a proporre al lettore tantissimi realia, quasi a voler negare la possibilità stessa di una traduzione. Non tradurre in questo caso è una scelta intelligente, perché la scrittrice stessa sembra – a uno sguardo più attento – voler parlare di una solitudine non più del genere umano, ma specificamente giapponese.
Lo fa insistendo sullo scontro generazionale, sugli usi e costumi di eleganti uomini dai modi antiquati, su quello che una donna, secondo la visione classica della società giapponese, dovrebbe e non dovrebbe essere.
Al confronto con questi modelli statici, i personaggi de La Cartella del Professore e de Le Donne del Signor Nakano sono fortemente dinamici, perché pieni di domande e sempre in contatto con i propri sentimenti. È allora sulla base di questo contatto con i propri sentimenti che Tsukiko riesce a liberarsi delle convenzioni sociali e a uscire dal suo isolamento, così come fa anche il vecchio professore. Ed è solo sulla base dello stesso contatto con i propri sentimenti che i vari personaggi che si aggirano intorno al negozio del signor Nakano possono fare altrettanto.
Mettendo a confronto i due testi si ha come l’impressione che Kawakami Hiromi stia portando avanti un discorso molto articolato sulla condizione del sé e dell’altro nel Giappone contemporaneo, che, strutturato come su un modello empirico, vuole rendere conto di una complessa casistica e che ha ancora molto da mostrare.

Kawakami Hiromi è nata a Tokyo nel 1958. La cartella del professore (da cui Jiro Taniguchi ha tratto la graphic novel intitolata Gli anni dolci) è il suo primo romanzo pubblicato in Italia (Einaudi, 2011) e le è valso il prestigioso premio Tanizaki e la candidatura al Man Asian Literary Prize. Nel 2014 Einaudi ha pubblicato Le donne del signor Nakano.

:: La specialista del cuore, Claire Holden Rothman (BEAT, 2015) a cura di Elena Romanello

10 giugno 2015

phLe prime donne medico ufficialmente riconosciute nella società moderna furono alcune pioniere nei Paesi anglosassoni nell’Ottocento, come Maude Abbott, dottoressa a Montreal, vissuta tra il 1869 e il 1940, tra le prime a studiare medicina e a seguire la sua strada in un Paese poco noto a livello storico e sociale, rispetto al suo più famoso vicino gli Stati Uniti, ma dove trovarono spazio sperimentazioni e figure femminili d’avanguardia.
Alla vita della Abbott è liberamente ispirato il romanzo La specialista del cuore, di Claure Holden Rothman, che racconta la vita di Agnès, anticonformista fin dall’infanzia, da quando il padre, medico lui stesso e accusato di aver ucciso la sorella disabile Marie, la saluta prima di scappare. Agnés crescerà nel ricordo di quest’uomo incapace di affrontare la realtà ma di cui raccoglierà l’eredità accademica, capo famiglia tra una nonna sempre più anziana  ma che non la ostacolerà e una sorella minore, Laure, incapace di vivere nella realtà e chiusa in una specie di eterna infanzia come molte donne della sua epoca, portando avanti una vita fuori dagli schemi e per questo intrigante e insolita.
Nelle pagine del libro emerge la condizione femminile dell’epoca, ma anche la storia della scienza e della medicina dell’epoca,  campi di sperimentazione e studio ancora di più allora, oltre che gli eventi e i fatti di un mondo tra l’Ottocento e il dramma della Prima guerra mondiale. Il tutto è incentrato su Agnès, bambina, poi ragazza e poi donna, con una missione nel cuore che la porterà a trascurare il resto e il desiderio di ritrovare chi se ne è andato, anche a distanza di decenni, a costo di rimanere delusa e di capire ormai come la sua vita e la sua strada siano un’altra cosa, che riguarda solo lei.
Un romanzo storico e femminista, oltre che un tributo a chi, uomo o donna, da sempre cerca di aiutare gli altri: La specialista del cuore è una storia che avvince e appassiona, un modo per dare voce a tutte le donne che si sono ribellate alle convenzioni sociali e per tutti coloro che si sono dedicati alla scienza e alla ricerca. Tutto il romanzo è interessante, ma la parte per certi aspetti più godibile è quella relativa all’infanzia di Agnès, bambina che studia la natura e che salvaguardia le ricerche di questo padre imperfetto ma essenziale nella costruzione della sua vita.
Il tutto con una ricostruzione storica efficace e senza cadere in facili trappole sentimentali, costruendo con Agnès, bambina abbandonata e curiosa, e donna sempre in cerca di qualcosa e qualcuno, un personaggio che resta nel cuore, emblema della scienza e del suo eterno cercare di migliorare il mondo mettendosi sempre in discussione e anche di tutte quelle persone, donne in testa ma non solo, che non hanno saputo e voluto accontentarsi.

Claire Holden Rothman vive a Montreal. Ha conseguito la laurea in filosofia alla McGill University e in letteratura inglese alla Concordia University. Per tredici anni ha insegnato letteratura inglese al College di Marianopolis e scrittura creativa alla McGill. È inoltre autrice di due raccolte di racconti. Il suo primo romanzo, La specialista del cuore, è stato eletto tra i sei migliori romanzi del 2009 dalla rivista Quill and Quire.

:: The Academy, Amelia Drake, (Rizzoli, 2015) a cura di Micol Borzatta

10 giugno 2015

drakeTwelve è una ragazza all’apparenza come tante altre. Solo all’apparenza perché Twelve è un’orfana di dodici anni. Il nome non deriva dalla sua età, è sempre stata chiamata Twelve, da quando la direttrice dell’orfanotrofio Moser l’ha trovata, il nome infatti deriva dal fatto che è stata la dodicesima orfanella trovata nel suo anno, anno definito Anno Nero perché dal primo gennaio al 31 dicembre gli orfanelli raccolti sono stati settanta.
Come per tutti gli ospiti dell’orfanotrofio e della città intera anche per Twelve è giunto il momento, con il compimento del suo dodicesimo anno di età, di affrontare gli esami di selezione per entrare in una delle diciotto accademie della città che permetteranno di entrare, al loro termine, nel mondo del lavoro.
Twelve supera alla grande la selezione e mentre si sta dirigendo verso l’Accademia di Servizio, quella in cui le hanno fatto credere di essere entrata, viene rapita e portata alla diciannovesima Accademia, l’Accademia dei Ladri. Un’accademia segreta conosciuta solo come una leggenda.
Twelve cerca di scappare, ma le scoperte che fa sono strabilianti…
Un romanzo fantastico che punta a un target di adolescenti, ma in realtà adatto per qualsiasi lettore di qualsiasi età perché sa coinvolgere in un modo quasi magico.
Trasporta il lettore in un mondo di invenzione che per tutta la durata della lettura sembra reale, a tal punto che il lettore non vuole staccarsi da quelle pagine per paura quasi di poter perdere anche un solo attimo delle avventure dei protagonisti. Personaggi che sono descritti talmente minuziosamente che legano immediatamente con il lettore che si ritrova a patteggiare per uno o per l’altro, incitandoli e supportandoli a ogni pagina, a ogni riga, a ogni parola di tutto il romanzo.
Lo stile segue perfettamente le atmosfere diventando più calmo o più frenetico in base alle esigenze, e il linguaggio semplice permette di potersi godere la lettura senza doversi concentrare troppo su passaggi complessi ma seguendolo come se scorresse linearmente nell’anima.
Un romanzo consigliato a tutti che alla sua fine lascia un senso di vuoto come se avessimo salutato dei cari amici portandoci a voler iniziare il prima possibile il seguito della saga per poterli rincontrare e sapere come proseguono le loro avventure.

Di Amelia Drake si conosce davvero molto poco. Non ama molto le foto e difatti non ne troviamo nemmeno una. Seguendo i suoi racconti autobiografici sappiamo essere molto alta e con i capelli neri, ama i tatuaggi e ne ha fatto uno alla base del collo a forma di lacrima.
Ama i libri, a tal punto che nel suo piccolo appartamento si dice ne abbia più di diecimila.
Ha lavorato per molto tempo come cameriera in un ristorante di lusso, ed è proprio mentre serviva i tavoli che le è venuta in mente la storia di Twelve, così non ha potuto fare altro che prendere la sua penna stilografica d’ottone che si è costruita da sola e iniziare a scrivere il primo volume di questa meravigliosa saga.

:: Quando le chitarre facevano l’amore, Lorenzo Mazzoni (Spartaco Edizioni, 2015) a cura di Giulietta Iannone

8 giugno 2015
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Forse pochi (diciamo quasi nessuno, sì lo so esperto di rock che sgrani gli occhi e dici ma come si permette questa) si ricorda dei Ian Dury & The Blockheads, ma sta di fatto che il titolo di una loro canzone Sex And Drugs And Rock ‘N’ Roll è diventato un vero grido di battaglia oltre ad essere il manifesto di una intera generazione di giovani ribelli, (a cavallo tra ’60, e ’70 del secolo scorso, dai facciamo anche ’80) ancora non del tutto omologati al politically correct di questi ultimi (tristi) anni.
Una generazione che sembra trovare voce in un romanzo che parla di Stati Uniti, (con puntatine in Sud America e nel Sud Est asiatico, e altre nella cara vecchia Europa compresa la Svizzera, direte voi ma dai, e invece centra, fidatevi) ma stranamente è scritto da un autore italiano, anzi italianissimo decisamente non convenzionale, con un background culturale sfaccettato e molte tappe sul suo mappamondo personale.
Se non conoscete questo autore, Quando le chitarre facevano l’amore, edito da Spartaco edizioni, è un buon romanzo con cui iniziare. Già dalle prime righe vi direte ma quanta fantasia ha Lorenzo Mazzoni, una fantasia educata da tantissime buone letture i cui echi sono prepotenti nei suoi testi. Mazzoni lo confessa candidamente alla fine del libro, citando libri e autori da cui ha maggiormente imparato l’arte di inannellare parole, il tutto condito dal suo spirito anarchico e rivoluzionario da guerrigliero delle patrie lettere.
In questo romanzo c’è forse meno rabbia e più ironia di altri suoi libri, ma il disincanto resta intatto e feroce, come la critica al conformismo, e ai mali di questa società occidentale così ampliati all’enessima potenza nel universo a stelle e striscie. Ma non è tutto nero, non è tutto senza speranza, ci sono i giovani, c’è la musica, c’è ancora chi ci crede alla libertà, alla bellezza, all’approccio etico con il reale.
Non aspettatevi però un lieto fine, qua molti personaggi moriranno come mosche peggio che in un film pulp di Tarantino, e persino gli eroi della guerriglia musicale del romanzo, i componenti di The Love’s White Rabbits, finiranno chi a fare la guardia forestale chi il commesso viaggiatore, ma una zampata finale vi incoraggerà a pensare che il sistema non ha vito, che si può sparire a Chicago dopo una carica della polizia e far perdere per sempre le proprie tracce.
Quando le chitarre facevano l’amore l’avrete capito è un romanzo surreale e anfetaminico, non esattamente un invito a usare marijuana e LSD (specialmente nella limonata), ma a capire i motivi che ne hanno spinto il consumo in quegli anni confusi e lussuriosi. Ai tempi di Woodstock, delle marce per la pace contro la guerra del Viet-Nam, delle comuni di hippie in cui praticare l’amore libero, delle rivolte studentesche, dei neri e gli ispanici che volevano uguali diritti rispetto ai cittadini bianchi.
Forse mai come in quegli anni l’anarchia e la Rivoluzione fu a un passo da portarsi via il Sistema, ben più radicalmente che il solo Caos strategico, orchestrtato ad arte da rami più o meno ufficiali della CIA.
Se il rischio era quello di perdere il baricentro e creare una massa narrativa poco omogenea, Mazzoni ha avuto l’accortezza di creare un filo conduttore capace di costituire l’ossatura dell’intero romanzo, una caccia, a un “presunto” criminale nazista reinventatosi come amante della pace, e della musica Rock. C’è chi lo vuole uccidere per vendetta, (un vecchio israeliano, che tanto vecchio non è) chi perchè ha celebrato il matrimonio della donna della sua vita con suo fratello (uno stralunato reduce del Vietnam per esempio), chi lo vuole catturare per soldi (un cacciatore di nazisti italiano finito nelle grinfie di una sacerdotessa del Caos).
E poi molti altri lo cercano, tra cui due agenti deviati del Mossad (uno dei quali ha una passione sfrenata per le scarpe rosa coi tacchi) che si spacciano prima per messicani poi per senegalesi, un sosia presidenziale di uno stato sudamericano, un altro israeliano migliore amico del vecchio. E se non bastasse troviamo uno scheletro di un vecchio garibaldino innamorato di Anita Garibaldi, alcuni strumenti musicali molto loquaci, e una tartaruga, per non parlare poi di un taglialegna di forti ascendenze teutoniche.
Dunque ragazzi, io ho detto abbastanza ora tocca a voi. Buona lettura. Peace and Love.

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Narratore, saggista e reporter ha pubblicato numerosi romanzi, fra cui “Il requiem di Valle Secca” (Tracce, 2006; finalista al Premio Rhegium Julii), “Ost, il banchetto degli scarafaggi” (Edizioni Melquìades, 2007), “Le bestie/Kinshasa Serenade” (Momentum Edizioni, 2011), “Apologia di uomini inutili” (Edizioni La Gru, 2013; Premio Liberi di Scrivere Award). È il creatore dell’ispettore Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Momentum Edizioni/Koi Press) “Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico” (2011; Premio Liberi di Scrivere Award), “La Tremarella” (2012) e “Termodistruzione di un koala” (2013). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi su “Il manifesto”, “Il Reportage”, “East Journal”, “Il reporter”, “Culturalismi” e “Torno Giovedì”. Collabora con “Il Fatto Quotidiano”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Spartaco.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Nicola D’Attilio

8 giugno 2015

famiBenvenuto Nicola su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Grazie a te, Giulietta e grazie a Liberi di scrivere per avermi proposto questa intervista.
Dunque, che dire di me: sono nato a Genova, città dove vivo da sempre, 39 anni fa; sposato da dieci anni (nozze di stagno, pare); due bimbi. Nella vita mi occupo di progettazione di sistemi di sicurezza per le metropolitane (telecamere e simili).
Nel tempo libero (ah, ah, ah): scrivo, gioco con i miei figli, leggo, seguo il calcio (non strettamente in questo ordine).
La passione per la scrittura, è arrivata relativamente tardi: la mia formazione è principalmente (meglio: totalmente) scientifica: un diploma da perito informatico, una laurea in informatica, un lavoro nel campo informatico (che fantasia, eh?). Non ho quindi enormi basi letterarie, per essere onesti, ma sono stato fortunato e ho incontrato insegnanti di Lettere (una in particolare: grazie Raffaella!) sempre molto preparati e motivati che mi hanno trasmesso la passione per la lettura prima, per la scrittura poi. I primi esperimenti sono iniziati infatti in quinta superiore e poi avanti negli anni universitari. Dapprima con tentativi su poesia e racconti per bambini, poi dopo un periodo piuttosto lungo di astinenza dalla scrittura, il tentativo con la prosa vera e propria e romanzi per adulti.
Da qui a “Una famiglia imperfetta” il passo è di una decina d’anni, circa.

Sei di Genova, la città di Fabrizio de Andrè. Descrivicela, raccontaci i suoi caruggi, le sue piazze, i suoi borghi, il suo lungomare. E’ una città che ami?

Premetto che vivo a Genova ma, per come è fatta la città (un lungo serpente stretto tra monte e mare), abito a una mezzoretta di treno dal centro in un quartiere cosiddetto residenziale (Pegli) che ha un bel lungomare e delle ville comunali non proprio tirate a lucido, ma quantomeno sufficienti a ospitare giochi e svaghi di bambini (e salvezza per i genitori). È sicuramente un borgo meno conosciuto e famoso rispetto al centro storico, ma ha pur sempre dato i natali a De André!
I vicoli, il centro, la zona del porto: sono tutti luoghi che ho frequentato e che frequento ma solo saltuariamente; come per Clelia, anche io li conosco meno di quanto vorrei.
Mi piace la tramontana; la focaccia e il pesto; l’atterraggio in aereo (nonostante le prime volte fosse puro terrore); il tramonto sul mare nelle terse giornate invernali, con le cime innevate dell’Appennino a parziale sfondo.
E concludo dicendo che, per quanto stia attraversando un periodo difficile e di declino, per quanto all’esterno sia più nota per il fango che non per la focaccia, può contare su tanti cittadini e associazioni che lavorano caparbiamente per risollevarla e donarle un aspetto più simile a quello che così descrisse il Petrarca, nel 1358:
“Vedrai una città regale addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare”.

Provieni da “La Bottega di Narrazione” di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati. Parlaci di questo tuo periodo di formazione e raccontaci un aneddoto divertente accaduto durante il corso.

Alla Bottega di Narrazione devo molto, se non tutto. La scoprii tramite Vibrisse, il blog di Giulio Mozzi. Dopo averci riflettuto un anno (sono anche piuttosto lento), decisi di candidarmi per due ragioni: la possibilità di avere una valutazione del mio lavoro da parte di professionisti; la possibilità, in caso di partecipazione, di lavorare al progetto che avevo in testa (e divenuto poi “Una famiglia imperfetta”). Ricordo ancora quando ricevetti la mail che accettava la mia candidatura. Ero a Bari, per una trasferta di lavoro e ricordo la gioia per essere trai partecipanti prescelti, così come il primo incontro. Ricordo l’elenco di libri che fece Giulio, libri che eravamo caldamente invitati a leggere per il bene nostro e del nostro progetto: erano tantissimi e, ovviamente, ero carente per un buon 90% dell’elenco; mi sentii spacciato. Fortunatamente non ho dovuto leggerli tutti prima di completare corso e romanzo: l’elenco lo conservo ancora e mi sono ripromesso di riuscire completarlo (ma serviranno anni, lo so).
La Bottega per me è stata una entusiasmane esperienza lunga diciotto mesi, e che mi porterò sempre dietro. Oltre all’occasione di conoscere scrittori come Cassani, Caliceti, Mari, Montanari o la Veladiano (e Mozzi e Dadati, ovviamente!), è stato fondamentale lavorare al mio progetto insieme a Giulio e Gabriele; poter ragionare sulla struttura, sulla trama; individuare e tagliare i rami secchi o arricchire dove serviva. Questo al di là del fatto di essere riuscito a esordire nella narrativa (anche se è stato un risultato importante, certo), perché mi ha dato comunque l’occasione per capire il metodo di lavoro, le comuni difficoltà e anche per prendermi un po’ più sul serio nella veste di “scrittore”.
Il bello poi della Bottega, è che continua tutt’ora, in quanto sono sempre in contatto con Giulio, Gabriele a alcuni ex compagni e “colleghi”, come Sabrina Rondinelli (che ha pubblicato “Il contrario dell’amore” con Indiana) e Giovanni Fiorina (“Masnago”, Marsilio).

Quale è stato il consiglio più prezioso di vita e di scrittura di Giulio Mozzi?

Non credo di avere un consiglio di Giulio più prezioso di altri, al contrario credo che una discussione con lui sul proprio romanzo sia una esperienza eccezionale nella sua interezza, per il modo in cui riesce a smontarne e rimontarne la scrittura, per come riesce a capire i personaggi quasi meglio di chi li ha inventati, per la capacità di individuare ingenuità ed errori, macroscopici e non.
Ma è piacevole chiacchierare con lui in generale, anche perché si spazia dalla vita e i massimi sistemi sino a Mascia e Orso (e credo stia in questo, la grandezza).
Ora metto via il violino e chiudo con un consiglio vero e proprio che tengo sempre presente: non esistono i personaggi, ma le relazioni tra i personaggi. Ah, e il conflitto! Mai dimenticarsi del conflitto!

Qual è il significato del talento per te? Un dono o una capacità che si può aumentare con il lavoro?

Citando nuovamente Giulio, sulla tecnica ci si può sempre lavorare, sino a ottenere risultati eccellenti. Il resto credo lo faccia l’immaginario e la capacità di trovare una storia da raccontare. Nel mio piccolo ho frequentato la Bottega per questo: per capire come si costruisce un romanzo, per imparare la tecnica, ma anche a migliorare l’immaginario. Farsi domande, chiedersi dove porti la storia che stiamo scrivendo, i motivi che ha un personaggio per compiere una azione, i prerequisiti che devono essere soddisfatti: tutta una serie di ipotesi e dubbi che, se opportunamente sollevati possono aiutarti ad andare avanti.
Quindi talento sì, senz’altro. Ma l’applicazione, il lavoro, la fatica, almeno per me sono stati e saranno sempre fondamentali.

Hai esordito quest’anno con il romanzo Una famiglia imperfetta, per San Paolo Edizioni. Raccontaci come è nato questo romanzo.

Era il 2008; mia moglie era incinta del nostro primo figlio: erano mesi particolari, di attesa, i tempi si dilatavano; credo sia stato abbastanza inevitabile chiedersi come sarebbe cambiata la mia vita, la nostra vita di coppia.
Così sono nati Clelia e Diego, i personaggi della storia. Però non volevo raccontare la mia vita, o di qualcuno in particolare. Volevo fosse proprio un romanzo di finzione, sullo stile delle commedie anglosassoni. Ho quindi deciso di lavorare sui contrasti, sugli opposti, sin quasi a esasperarli per creare effetti bizzarri: da gravidanza voluta a gravidanza non voluta; da coppia stabile a coppia improbabile e distante; e così via. Ma, come accennato sopra, è solo con i consigli e l’aiuto della Bottega che sono riusciti a trasformare quello che era un tentativo di romanzo, in un risultato ben definito.

Quanto tempo della tua giornata dedichi alla scrittura? Fai tante stesure, rielabori i tuoi scritti o scrivi di getto?

Nella mia giornata tipo, il tempo dedicato alla scrittura è: zero. Devo strapparlo con forza da altre attività.
Però riesco a ovviare a questa scarsa disponibilità pensando molto e spesso alla storia che sto scrivendo: si può pensare ovunque, nel tragitto casa lavoro; mentre fai la spesa alla Coop (salvo dimenticarsi qualcosa, ma è un prezzo da pagare), mentre sei a letto e fissi il soffitto aspettando il sonno. Mi immagino la scena, i dialoghi, i personaggi nello spazio, come se stessi guardando una delle mie serie tv preferite. Solo quando ho le idee piuttosto chiare, mi ritaglio una o due ore nel weekend e butto giù quella scena.
Quindi sì, tendenzialmente scrivo di getto, ma dopo averci riflettuto molto. Poi capita che, mentre scrivo, mi vengano altre idee e segua quelle nuove direzioni, arrivando in un posto del tutto inaspettato. Allora si riparte: si pensa alle nuove soluzioni, alle nuove strade e si scrive. E così via. Una volta finita la prima stesura, faccio parecchie correzioni e rielaborazioni. E ascolto i consigli di eventuali lettori. Mi pongo molti dubbi, a volte perdo delle ore se una parola o una frase non mi sembrano coerenti o in linea con il ritmo del paragrafo. Sono piuttosto pignolo e, fortunatamente, non ho grosse remore a cancellare o buttare via interi capitoli.

Clelia e Diego, i protagonisti, sono una coppia controcorrente, non potrebbero provenire da due percorsi di vita più differenti e tu decidi di farli incontrare. Cosa succede?

Clelia è una donna che ama pianificare tutti gli aspetti della propria vita; seria, senza grilli per la testa, che vive con inquietudine le novità e gli eventi non pianificati. Diego è più frivolo, più portato a cercare di godersi il presente piuttosto che a costruirsi un futuro, ma nasconde una propria morale, un istintivo senso di responsabilità che si scontra con il desiderio di una vita senza problemi. Farli incontrare è stato un modo per mettere a contatto due mondi differenti, per trovarne i punti di contatto, per integrare ciò che in apparenza sembra distante. Ecco: integrazione può forse essere la parola chiave, nell’incrocio delle vite di Diego e Clelia. In generale mi piace partire da sponde opposte e trovare i punti di accordo. Credo sia un modo interessante di raccontare le storie.

Nel tuo romanzo tratti temi seri, importanti, ma lo fai con leggerezza, con garbo, attento alle piccole cose come nelle commedie brillanti di una volta. E’ il tuo modo di essere e di scrivere o hai scelto questo approccio narrativo unicamente per la storia che volevi raccontare?

Devo ammettere che i miei primi esperimenti di scrittura erano tutti piuttosto cupi, con un alto tasso di mortalità dei personaggi. Poi, un giorno, la ragazza che sarebbe diventata mia moglie mi disse qualcosa del tipo: “sappiamo tutti quanto possa essere triste la vita; prova invece a ricordare alle persone quanto possa anche essere bella e stupefacente”.
E così ho fatto, cercando un equilibrio con gli aspetti più seri della vita; un modo leggero e vivace di raccontare il mondo per come lo vedo io.
A tal proposito prendo in prestito una frase di Nick Hornby che, in una delle recensioni su The Believer a proposito dei cosiddetti romanzi leggeri dice: sono leggeri non nel senso di usa e getta o da dimenticare, anzi: sono leggeri nel senso che non sono concepiti per opporre resistenza al lettore, all’interesse del lettore: vogliono essere letti velocemente e senza fatica, ma ricercano intelligenza, complessità, profonda partecipazione e profonde intenzioni.
È un approccio narrativo che sento mio e mi sono divertito molto a scrivere questo romanzo, perché la scrittura, almeno in questa fase è per me innanzitutto divertimento. Quindi sì, credo sia la mia strada, anche per lavori futuri.

La protagonista si trova ad avere a che fare con una gravidanza indesiderata o meglio imprevista, e valuta di abortire. Non si parla spesso di aborto nei romanzi contemporanei, quasi non si volesse prendere posizione. Perché hai scelto di infrangere questo tabù?

Non è stata una scelta consapevole, ovvero non mi sono seduto un giorno davanti al PC e mi sono detto: rompiamo un po’ questo tabù dell’aborto.
Certo, la scelta del proseguimento o dell’interruzione di una gravidanza indesiderata o inattesa è spesso affrontata ideologicamente, ma nel caso di questo romanzo ho cercato di trattarla in modo del tutto differente: non ideologico insomma; la scelta di Clelia è una scelta umana e basta. Non c’è una presa di posizione, pro o contro, nel romanzo. Solo l’esperienza di una donna, del suo singolo caso e delle sue emozioni nell’affrontarlo. Non è un romanzo sull’aborto e mi preme evidenziarlo. Anzi, direi piuttosto che si tratta di una commedia sull’imprevedibilità della vita (oltre che sulla famiglia, ovviamente); su quanto siamo in fondo foglie mosse dal vento.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Per il genere a cui mi ispiro, ovvero una commedia o comunque un testo brillante, ci sono libri e autori importanti nel mio percorso formativo e a cui più o meno mi ispiro: Nick Hornby, innanzitutto, che è forse il modello che prendo maggiormente a riferimento, Roddy Doyle, McCourt che, con “Le ceneri di Angela” racconta una storia profondamente tragica con una leggerezza e comicità tali da renderlo inarrivabile, almeno per me. Infine la Kinsella, che per tecnica, brio e ritmo dei suoi romanzi non può che rappresentare un altro ottimo esempio.
E poi ci sono i libri che hanno segnato il mio percorso, ai cui autori sono rimasto inevitabilmente legato (su tutti: Calvino, Carver, Hemingway). In V superiore, come premio di partecipazione alle olimpiadi della matematica, mi regalarono una copia di “Cent’anni di solitudine” (su iniziativa dalla mia insegnante di Lettere, sempre lei!): fu devastante, persi non so quante volte il filo del racconto, tanto da disegnarmi un albero genealogico a parte; ma fu al contempo una avventura splendida e mi piace pensare che, se qualcosa in quel periodo della mia vita si è smosso facendomi avvicinare alla scrittura, quel qualcosa sia accaduto durante quella lettura.

Ci sono progetti di traduzione per l’estero?

Non che io sappia, per il momento, ma se accadesse ne sarei ovviamente ben contento.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo esatto momento: “Primavera di bellezza” di Fenoglio. Ho però appena finito “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace; avevo iniziato “Infinite Jest” ma non sono stato in grado di arrivare in fondo (ma ci riproverò…), così ho ripiegato su qualcosa di più gestibile (almeno per le mie capacità), volendo conoscere meglio questo autore: ne è valsa decisamente la pena.

Prossimi progetti?

Qualcuno mi ha chiesto se ci sarà un seguito di “Una famiglia imperfetta”: da una parte mi piacerebbe, anche per approfondire figure che qui sono rimaste in secondo piano come Primo Maggio o Margherita; dall’altra però, i sequel sono sempre pericolosi e credo che me ne terrò alla larga.
Piuttosto, credo continuerò a scrivere sulla famiglia, esplorandone altri aspetti e problematiche, ma sempre con leggerezza. È un argomento che mi affascina, che mi piace raccontare e sul quale credo ci sia ancora tanto da dire, nonostante già se ne parli parecchio.

:: Un’intervista con Eugenio Di Rienzo a cura di Giulietta Iannone

8 giugno 2015

conflitto russo-ucrainoBenvenuto professore Di Rienzo su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. È docente di Storia moderna alla “Sapienza” di Roma e direttore della Nuova Rivista Storica oltre che membro del comitato scientifico di Geopolitica. Ci parli del suo libro, Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, edito da Rubbettino, un testo breve se vogliamo ma denso di concetti e riflessioni. Ha sentito la necessità di fare chiarezza su un conflitto ancora in atto, nonostante la tregua, alle porte dell’Europa. Pensa abbia similitudini con la Guerra civile nell’Ex Jugoslavia?

Ormai purtroppo le similitudini sono evidenti. Siamo di fronte ad un conflitto intestino che si sviluppa in una delle aree-chiave dell’Eurasia. Una guerra fratricida aggravata dall’ingerenza di altre Potenze: Federazione Russa, Usa, Canada, il fronte nord-est dei Paesi Nato (Polonia, Repubbliche Baltiche, Danimarca, Norvegia), Regno Unito, e ora anche, potenzialmente, Nazioni non integrate nell’Alleanza atlantica, come Svezia e Finlandia. Una guerra civile che ha visto il prepotente ritorno sulla scena del combattente irregolare: guerrigliero, foreign fighter, contractor, terrorista. Una guerra che, come tutte le guerre civili, si è trasformata in una “guerra ai civili”, nel silenzio del sistema dei media occidentali.

La rivoluzione di Majdan Nezaležnosti evidenzia senza mezzi termini il tentativo degli Stati Uniti di spingere l’Ucraina verso la Nato, questa è la tesi che sostiene nel suo saggio, pensa che questo modo di agire sia vitale per gli USA e soprattutto condiviso all’interno dell’establishment governativo statunitense?

Il comportamento di Washington, per parafrasare una famosa frase di Talleyrand, è “peggio di un crimine”, è un “errore” che sarà fatale soprattutto all’Europa. Il tentativo di erigere un ordine mondiale unipolare, sbarazzandosi di un potenziale antagonista, come la Russia, prima di arrivare alla resa dei conti finale con la Cina, sembra l’unica ratio che guida l’amministrazione Obama. Si è ottenuto però l’effetto contrario: costringere Mosca ad un’innaturale alleanza con Pechino.

La deposizione del presidente filorusso dell’Ucraina Victor Janukovyč viene considerata senza mezzi termini da Putin un colpo di stato. Insomma rientra in un più ampio atto di aggressione contro la Russia da parte europea e americana. Crede possibile un ripristinarsi delle condizioni che hanno dato origine alla Guerra Fredda? A chi converrebbe davvero che si ripresentassero?

Con il sempre più forte processo di riarmo portato avanti dalla Nato, ormai in gran parte succube della strategia aggressiva degli Usa, e dalla Federazione Russa siamo ritornati apparentemente a una nuova Guerra fredda. Dico apparentemente, perché ora, diversamente che nel passato, Stati Uniti e Nato sono all’attacco, mentre la Russia è in difesa.  L’ingerenza russa nei fatti ucraini, incluso l’invio di militari “senza stellette”,  per appoggiare le milizie del Donbass, è un fatto indiscutibile ma si è trattata comunque di una reazione comprensibile e legittima, direi. Un’offensiva tattica che nasconde una difesa strategica (pensiamo al peso geostrategico della Crimea). Perché la Russia, dal crollo dell’Urss, è indubbiamente sulla difensiva nella politica mondiale. Troppo facile è accusare il revanscismo di Putin o l’imperialismo russo. A innescare il circolo vizioso della crisi e precipitare l’Ucraina in un conflitto fratricida è stato l’espansionismo occidentale. Quest’espansionismo, ingiustificato e animato più da hybris che reali necessità strategiche, rischia di portare il mondo a uno scontro tra Potenze nucleari. Cui prodest tutto ciò? A nessuno direi, e neppure all’incontrollata volontà di potenza americana. Non certo all’Europa che pagherà l’isolamento economico e diplomatico dalla Russia a un prezzo altissimo.

Uno dei punti nodali del suo saggio è l’estrema debolezza della politica estera dell’Unione Europea, ancora troppo condizionata dagli interessi e dalle decisioni USA. Si arriverà mai a un totale affrancamento, e soprattutto alla creazione di una reale politica estera condivisa, (ora sembra che la cancelleria di Berlino sia l’unico portavoce) ci sono tentativi in merito?

Esiste un fronte dialogante con Mosca, all’interno dell’Unione Europea e della Nato, costituito da Francia, Germania e Italia, che potrebbe attirare nella sua orbita anche altri Paesi dell’Eurozona (Spagna, Grecia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca), se solo Berlino si decidesse a prendere, di fatto, la guida dell’Unione. C’è urgente bisogno di un nuovo Bismarck che dica, a voce alta: “Mai contro la Russia!”. Purtroppo il ricordo dell’avventura nazista pesa ancora troppo sulla coscienza tedesca perché questo avvenga, mentre Parigi e Roma possano aspirare solo a ricoprire il ruolo di junior partner di Berlino.

L’epigrafe del libro, la citazione all’inizio del saggio, riporta le parole di Vladimir Putin espresse il 18 marzo 2014 sulla necessità di “rifiutare la retorica della Guerra Fredda” e soprattutto di considerare che la Russia  “ha i suoi propri peculiari interessi che devono essere tenuti nel debito conto e rigorosamente rispettati”, lamentandosi del comportamento di Stati Uniti e l’Europa occidentale che costringono le organizzazioni internazionali (vedi ONU) a “emettere risoluzioni che ne giustifichino le azioni, ma se queste non agiscono in loro favore, essi semplicemente ignorano le decisioni”. Affermazioni abbastanza esplicite, secondo lei quanto c’è di verità, oltre la retorica politica?

Molta più verità che propaganda.

La politica delle sanzioni in che misura danneggia realmente la Russia, o sono più le ripercussioni negative sulla gia affaticata economia europea? Gli USA da questo, secondo lei, ne traggono vantaggio?

Il crollo dell’economia russa, a causa delle sanzioni, non è avvenuto e anzi queste e le ritorsioni economiche russe hanno gravemente danneggiato l’Europa (in particolare Italia e Germania). Ciò detto, bisogna aggiungere che l’economia russa, ancora troppo dipendente dalla vendita di gas e petrolio, arretrata e sofferente nel settore agricolo e in quello dei beni di consumo, resta fragile. Per tornare ai danni subiti dall’UE a causa della politica sanzionista, è evidente che un’Europa debole, messa in stato di scacco e ostacolata dallo sviluppare tutto il suo immenso potenziale economico, da Lisbona a Vladivostok,  non può che convenire a Washinton.

La crisi ucraina è divenuta ora anche la crisi del fronte euro-atlantico, della lunga entente cordiale tra Vecchio Continente e Stati Uniti” dice in una recente intervista, può esplicitare meglio questo concetto?

Credo che i più forti e autorevoli partner politici e militari degli Usa, con l’eccezione di Londra, non abbiano nessuna voglia di “morire per Kiev”, dopo aver visto i loro uomini morire invano per Bagdad e Kabul. In Francia e in Italia, l’insofferenza degli ambienti militari per l’avventurismo statunitense è ormai è palpabile.

Nel suo saggio cita spesso Kissinger e la sua visione pragmatica e realistica dei rapporti internazionali.  Secondo il suo pensiero l’avventata profezia della “morte della storia” formulata da Francis Fukuyama si è rivelata senza fondamento ovvero la nascita di un “nuovo ordine mondiale”, improntato ai principi di una governance planetaria, democratica e partecipativa”, non si è avverata. Anzi ci orientiamo verso “un’ evoluzione della carta politica del pianeta in ‘sfere d’influenza’ egemonizzate da Stati diversi e da diverse forme di governo, ai cui margini ciascuna sfera sarebbe tentata di testare la sua forza contro altri soggetti ritenuti illegittimi”. Concludendo che c’è una differenza insopprimibile tra un ordine mondiale ‘eversivo dello status quo internazionale’, promosso oggi dal Global Democratic Revolutionary Power statunitense, e uno ‘legittimo’ che trova la sua ragion d’essere nel ripudio dell’uso della forza e che agisce nello spazio e nel tempo del possibile segnato dalla realpolitik, in nome del rispetto degli obblighi condivisi. Pensa che il suo pensiero sia tenuto ancora in debita considerazione almeno in qualche frangia dell’amministrazione Obama?

Kissinger, purtroppo, è per l’amministrazione Obama solo una fastidiosa Cassandra. A Washington sembra prevalere la lezione dei Falchi neoconservatori, troskisti in gioventù, che ora hanno rimodulato il dogma della “rivoluzione permanente” sotto il segno dell’interventismo democratico. Nell’imbroglio ucraino, me lo lasci, dire, solo i conservatori, nel campo intellettuale, hanno conservato un minimo di lucidità… e penso alle posizioni di Franco Cardini e Sergio Romano. Su quello politico di grande ragionevolezza e coraggio sono state le posizioni di Berlusconi, Napolitano, Prodi. Onore al merito!

Nel 2016 terminerà l’amministrazione Obama, si affaccia l’ipotesi Hillay Clinton. Se vincesse le elezioni pensa ci sarebbero le premesse per un reale mutamento della politica estera? O gli interessi USA sono troppo legati a un indebolimento della Russia? Che prospettive per la risoluzione della crisi russo-ucraina?

La politica Usa, come quella di tutte le Potenze imperiali, è sempre eguale a se stessa, a prescindere dagli attori che si muovono sul palcoscenico della politica internazionale. Detto questo, io temo che l’ascesa della Clinton possa portare a una politica estera ancora più assertiva di quella di Obama. D’altra parte la politica estera democratica è solo un mito, uno specchietto per le allodole inventato dalla parte più forte.

Recensione a “Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale“, Eugenio Di Rienzo (Rubbettino, 2015) qui