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:: La resurrezione della carne, Francesco Bianconi (Mondadori, 2015) a cura di Federica Guglietta

26 giugno 2015
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Anno Domini Duemila-e-non-si-sa. Sicuramente cinque, massimo dieci anni dalla data attuale. In una Milano post Expo, non più solo da bere, ma anche “da mangiare”, una città molto cambiata, mutata per certi versi in peggio, con la topografia totalmente stravolta, luoghi fantasma e infrastrutture mai rimosse dal 2015, c’è Ivan.

Ivan Sacchi, che di professione fa lo sceneggiatore un po’ poeta, come amano definirlo i suoi colleghi, canzonandolo. Autore di successo di una serie tv dal titolo La resurrezione della carne, un misto di zombie, inquadrature di sangue finto sull’asfalto, invasioni di non vivi – mezzi morti in piazza Duomo, metafore esistenziali poche perché è risaputo che, al giorno d’oggi, la gente vuole solo l’intrattenimento, quello cotto e mangiato, diciamo pure un po’ crudo, un po’ liofilizzato, assolutamente senza critica sociale. Anche gli americani vogliono i suoi zombie mangiacarne, sono disposti a pagare bene, sono disposti a pagare tanto.

La svolta, secondo gli altri.

La fama. I soldi. Tutto quello che ognuno desidererebbe.

Il nulla, secondo lo sceneggiatore.

Nonostante tutto, Ivan si sente vuoto e solo. Non apprezza il suo lavoro. A chi lo osanna vorrebbe dire che si è solo ispirato, anzi, che ha scopiazzato le scene più belle dei film horror più brutti e meno apprezzato di un Fulci, un Argento e un Andrea Bianchi, ma questo nessuno lo sa.

Lascia correre, Ivan. Tira avanti per apunia ed atarassia.

Finché non succede che incontra Giovanna, ragazza intelligentissima non appartenente al suo mondo di finzione. Si innamorano, si amano.

Finisce l’erba e l’acqua scola.
Un bimbo chiede come mai
fiorisca il cardo di viola,
poi fra le viole sceglie te.
Perciò stanotte dormi qui,
Che non esiste oscenità,
freghiamo la pornografia.
E dammi figli e verità
e sesso orale e santità.
Non mi resta più nessuno,
Tranne te.”

da Nessuno, traccia contenuta nell’album Fantasma, Baustelle (2013)
Ivan ha così la sua prima resurrezione, si sente vivo. Hanno un figlio. Una vita ideale, eppure così normale. La normalità che Ivan cercava.

Eppure la vita rimane sempre quella che è, imprevedibile.

Un evento del tutto inaspettato arriverà a turbare il loro equilibrio, tanto che Ivan dovrà impegnarsi a risorgere di nuovo.

Quello che ho cercato di raccontarvi è il succo de La resurrezione della carne, secondo romanzo di Francesco Bianconi, frontman dei Baustelle, edito da Mondadori ed uscito in libreria lo scorso 9 giugno.

A quattro anni dal suo Il regno animale, Bianconi torna a scrivere.

Nozione abbastanza inesatta questa.

Per sua ammissione sappiamo che, prima di fare musica, fin da bambino ha sempre desiderato  diventare uno scrittore. Dobbiamo dire che ci è riuscito in tutto e per tutto, come ci ha ampiamente dimostrato coi testi dei suoi sei album scritti e composti per i Baustelle.
Quel lirismo intriso di realismo che, da anni, firma a sua musica e i suoi scritti, modus scribendi in ogni caso pieno di riferimenti colti eppure così vicino alla vita di tutti noi, ai nostri problemi e alle nostre paure.

Musica e scrittura si fondono in unicum che diventa, appunto, realtà.

La copertina de La resurrezione della carne sembra la versione più matura, cresciuta e stravolta di quella dell’ultimo album dei Baustelle, Fantasma (Warner Music, 2013).

A questo punto, non ci resta che aspettare (non senza una certa ansia) nuovi lavori in musica e poesia.

Francesco Bianconi, classe 1973, nato a Montepulciano, in provincia di Siena, è cantante e compositore nei Baustelle, gruppo alternative rock con cui dal 2000 al 2013 ha pubblicato sei album. Ha scritto anche canzoni per altri interpreti (Paola Turci e Irene Grandi, per dirne qualcuno). Il suo primo romanzo, Il regno animale, edito sempre da Mondadori, risale al 2011. Poeta e occhio critico dei nostri giorni, Bianconi sa unire parole e musica in un’armonia che non ha eguali nel panorama cantautorale degli anni zero.
(www.baustelle.it)

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Io so perché canta l’uccello in gabbia, Maya Angelou, (Beat 2015) a cura di Viviana Filippini

26 giugno 2015
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Questo libro di Maya Angelou, Io so perché canta l’uccello in gabbia, venne pubblicato per la prima volta nel 1969 e da subito fu accolto con grande successo. Beat edizioni lo ha rieditato di recente e leggendolo ci si addentra in un mondo nel quale la realtà raccontata ha degli aspetti molto simili alla nostra contemporaneità, dove sono ancora presenti, purtroppo, conflitti razziali. La Angelou è nota in America per essere stata una poetessa, attrice, sceneggiatrice e ballerina, ma quello che più traspare da questo volume di ricordi è l’immagine di una donna che ha sempre lottato e sofferto per poter affermare la propria libertà di essere e di vivere. Il libro non è un diario, ma più un racconto biografico scritto dall’autrice per narrare il suo mondo privato e quanto fosse difficile crescere negli USA tra gli anni ’30 e ‘40. Si parte dall’infanzia trascorsa in Missouri, assieme al fratellino, nell’emporio della nonna paterna, una donna conosciuta e rispettata da tutti. I due ragazzini vivevano con la nonna perché i loro genitori erano separati e non si facevano vedere e sentire, tanto è vero che ad un certo punto i due ragazzini crederanno di non avere genitori. Come emerge dalle pagine della Angelou, la vita con la nonna non era male, perché l’attività commerciale della donna le permetteva di guadagnare abbastanza per garantire una vita degna a se stessa e ai suoi familiari. L’anziana signora amava i nipoti, ma li trattava con molta severità e ogni piccola trasgressione veniva punita in modo brutale, anche se la colpa presunta non era così eccessiva. Ad un certo punto Maya e il fratello vedranno ricomparire all’orizzonte mamma e papà e si renderanno conto di non essere orfani come avevano creduto. In un primo momento i fratellini andranno a vivere con la madre. Per loro sarà un trionfo raggiungere quella donna così bella e affascinate da sembrare un’attrice di Hollywood, ma tutto si complicherà quando il compagno della donna violenterà Maya. La ragazzina soffrirà, però grazie alla mamma, al fratello e ai tanti libri che leggerà riuscirà ad accantonare le esperienza traumatiche. A farle capire l’importanza dell’avere propri diritti, sarà il breve periodo di convivenza con dei ragazzi di strada che aiuteranno Maya a trovare il percorso, un po’ difficoltoso, verso la propria indipendenza. Io so perché canta l’uccello in gabbia di Maya Angelou racconta la vita ai tempi della segregazione razziale ponendo attenzione sulla comunità afroamericana nella quale l’autrice stessa visse. Pagina dopo pagine emerge il desiderio della Angelou di essere indipendente da tutto e tutti, un tenacia che la porterà ad essere la prima donna alla guida in una mezzo pubblico a San Francisco. Io so perché canta l’uccello in gabbia è un intenso insieme di ricordi, emozionanti pezzi di vita dove gioia, dolore, ingenuità, voglia di riscatto morale e di vivere si mescolano narrando la storia di una singola persona e di un’intera comunità, quella dei neri d’America, che ancora oggi devono lottare per ottenere e mantenere i propri diritti e il rispetto. Traduzione Maria Luisa Cantarelli.
Vi consiglio anche la lettura di Radici, di Alex Haley, Ragazzo negro di Richard Wright, Il buio oltre la siepe di Harper Lee e The Help di Katherine Stockett.

Maya Angelou, nata a St. Luois è morta il 28 maggio del 2104 a 86 anni. Durante la sui vita pubblicò un’autobiografia divisa in sette parti, tre libri di saggistica e numerose raccolte di poesia, oltre a libri per bambini, drammi teatrali, sceneggiature e programmi televisivi. La scrittrice è considerata un baluardo della cultura afroamericane e ha ricevuto una nomination al premio Pulitzer e numerosi Grammy Award. Attiva nel movimento per i diritti civili, ha lavorato a fianco di Malcolm X, conosciuto nel Ghana, e, dopo il suo assassinio, con Martin Luther King, Jr. Dopo la pubblicazione di Io so perché canta l’uccello in gabbia divenne testimone della battaglia antirazzista e nel 1993 lesse i suoi versi poetici per il primo mandato del presidente Bill Clinton, che la invitò alla cerimonia. Nel 2011 ricevette dal presidente Barack Obama, la medaglia della Libertà 2010, la più importante onorificenza civile americana.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa BEAT.

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:: Eternal War: Gli Eserciti dei Santi, Livio Gambarini, (Acheron Books, 2015) a cura di Micol Borzatta

26 giugno 2015
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Toscana, Firenze, fine 1260. La battaglia tra Guelfi e Ghibellini impervia. A Montaperto i Ghibellini riescono a sconfiggere i Guelfi uccidendo molti guerrieri e decimando la famiglia Cavalcanti, tra cui anche Schiatta, il patriarca.
Vent’anni dopo il nipote di Schiatta, Guido Cavalcanti, oramai adolescente, decide di fare qualcosa per fermare la guerra che continua a mietere vittime, così approfitta del suo amore per Bice degli Uberti per chiedere la sua mano al fratello e unire le due parti.
Questo è quello che conosciamo tutti, quello che racconta anche la storia, ma quello che non sappiamo è che i grandi patrioti della storia sono guidati da Ancestrarchi che si uniscono nel mondo dello spirito ai pater familias e li consigliano.
Kabal, l’Ancestrarca dei Cavalcanti, si ritrova però in una situazione molto difficile, il suo protetto Guido infatti è nato con due anime. Una cosa che nessuno credeva fosse possibile, ma ben presto scopre che un altro giovane fiorentino ha la stessa anomalia di nascita: Dante Alighieri.
Un romanzo davvero avvincente che dopo una partenza molto lenta, ma al contempo necessaria per far capire al lettore il periodo storico in cui è ambientato, prende un ritmo molto frenetico e brioso che lega il lettore alle sue pagine fino alla fine portandolo a voler sapere gli avvenimenti senza quasi respirare.
Le descrizioni dei luoghi e dei personaggi sono talmente minuziose che non possiamo non innamorarci di loro e non sentirci trasportati nel passato.
Un ottimo romanzo che unisce fantasia e storia in maniera magistrale, facendo venire voglia di approfondire l’argomento e quindi avvicinare i giovani alla storia.

Livio Gambarini nasce nel 1986. Cresce nelle vallate della bergamasca e a oggi è l’autore più giovane di Acheron Books.
Si è laureato in lettura fantasy in Italia e al momento tiene un corso di scrittura creativa all’Università Cattolica di Milano.
Ha già pubblicato un romanzo ambientato nella Lombardia del 1325, Le colpe dei padri, e diversi racconti che hanno ricevuto dei premi e menzioni in concorsi italiani di fantascienza, horror e fantasy.
Le sue più grandi passioni sono i videogiochi, i giochi di ruolo, le arrampicate in montagna e la psicologia, insieme alla recitazione, al parkour e le arti marziali vietnaminte.

Source: ebook inviato dall’editore.

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:: Un’ intervista con Domenico Quirico, autore de Il Grande Califfato (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

25 giugno 2015

DoOgni giorno i mass media parlano degli orrori dell’Isis, l’esercito totalitarista islamico che minaccia vari Paesi, dall’Africa al Medio Oriente. Una situazione esplosiva e in continuo precipitare: per cominciare a capirla, è utile leggere un libro di alcuni mesi fa, scritto da un diretto testimone, il giornalista italiano Domenico Quirico, che ne Il grande califfato parte dai suoi due sequestri del 2011 in Libia e nel 2013 in Siria per raccontare una situazione che non è esplosa adesso, ma che arriva da lontano. Domenico Quirico ha parlato varie volte di questo libro, ricordando innanzitutto la peculiarità della situazione.

Ne Il paese del male, l’altro mio libro, parlavo della mia prigionia, mentre Il grande califfato racconta della nascita e dell’espansione di un progetto di impero che ricalca quelli dell’Impero ottomano e romano. Un qualcosa di cui ho sentito parlare durante il mio sequestro, ben prima che diventasse argomento delle nostre cronache”.

Ma di cosa parla questo libro, non poderoso come pagine ma efficace nei contenuti?

“Io sono un giornalista e i miei libri, compreso questo, sono sempre i libri di un giornalista. Per me il giornalismo è anche scrivere un libro, come un grido contro l’orrore. Il mio libro racconta l’orrore, in luoghi che vanno dal Vicino Oriente all’Africa, dove ho incontrato degli uomini, canaglie e eroi, puri e impuri, banditi e rivoluzionari, profeti veri e profeti finti. Lo scopo di questi uomini è costruire uno Stato totalitario islamico.  Per fare questo il califfato utilizza un nuovo tipo di uomo, che è stato costruito azzerando l’identità precedente. I vari gruppi che ho visto sono formati da ragazzi dai 15 ai 30 anni, il cui unico orizzonte è combattere, pregare, uccidere, morire. Non c’è niente al di fuori di questo, per loro la vita comincia con la guerra santa. Incontrandoli, ho ricordato le parole di George Orwell in Omaggio alla Catalogna, che ricorda che nelle Brigate Internazionali c’erano persone che avevano azzerato il loro passato e che combattevano con eroismi ma anche con crudeltà.

Ma quello che succede è dunque simile a cose già viste?

“Tutti sono al servizio di una causa totalitaria, molto diversa dalle dittature che abbiamo conosciuto, perché più grande e complessa. I totalitarismi hanno in comune la terribile semplicità di dividere gli esseri umani in base ad un criterio. Il nazismo si basava sulla razza, partendo dal fatto che esisteva una stirpe ariana, gli ebrei potevano essere eccellenti cittadini tedeschi, ma non si salvavano dall’eliminazione fisica. Lo stalinismo invece partiva dall’appartenenza di classe, i figli, i nipoti e i pronipoti dei cosacchi e dei proprietari terrieri non potevano essere puri, non erano le azioni che contavano ma quell che si era.

Il califfato traccia la sua riga in base all’appartenenza religiosa e alla religione vissuta secondo un criterio rigoristico, l’unico lecito. Fuori da questo è tutto impuro, gli ebrei, i cristiani, i turcomanni, gli yahzidi, i musulmani non rigoristi, sono tutti da eliminare ”.

Ma in che modo il califfato si pone rispetto a Bin Laden e come si differenzia?

“Qui non c’è più un discorso terroristico, ma c’è uno Stato totalitario, ricalcato su qualcosa di antico, sul califfato abasside tra VI e VII secolo. Sembra una cosa fuori dal mondo, ma nel libro si parla di Paesi in cui il califfato del XXI secolo esiste già, ci sono luoghi già amministrati da questa realtà. Da Bin Laden e dai suoi ideologi hanno preso alcune idee, di ispirazione marxista (pur detestandone il materialismo), come quella delle Basi rosse di Mao, messe in zone periferiche per destabilizzare il potere centrale, per poi unirsi e andare all’attacco. La prima cosa che fa il califfato appena conquista una zona è di obbligare i funzionari a tornare al lavoro e riaprire i forni, riorganizzare la polizia e far applicare ai giudici la Sharia. Un meccanismo per creare consenso e disgregare ordini preesistenti, se guardiamo il tutto da un punto di vista geografico, la Siria e l’Iraq non esisteranno mai più come erano prima, è stato tutto disgregato”.

Ma non è totalmente fuori dal tempo questa idea del califfato?

“Per noi occidentali sì, è come se qualcuno volesse ricostruire l’Impero romano, ma per il mondo del califfato un progetto del genere è concreto, la loro percezione del tempo e dello spazio è diversa. Il califfato si rivolge ad un mondo per cui il passato è presente, in cui cose remote, come l’Egira del 622 d.C. sono percepite come contemporanee, e in cui si cerca una rivalsa contro un Occidente che vince e fa arretrare. Anche questo contribuisce alla fascinazione che porta tanti giovani ad arruolarsi sotto queste bandiere”.

Che rischi ci sono per l’Occidente?

“La Spagna, per esempio, fa parte del progetto del califfato, mentre dire che l’esercito fondamentalista può arrivare con le barche dei migranti in Italia è assurdo, i combattenti in certi casi sono già qui, gente nata qui, cresciuta qui, come il boia di Foley, studente di informatica in Inghilterra, con modelli fino ad un certo punto occidentali. Questo è un problema della nostra società se ci sono tanti ragazzi sedotti dal totalitarismo islamico, e non poveracci, ma giovani borghesi”.

La situazione è paragonabile a quella vissuta al tempo del fascismo?

“No, la situazione ricorda piuttosto cosa succedeva ai tempi di Torquemada e dell’Inquisizione, i seguaci del Califfato non sentono comunque di essere criminali, loro sono convinti di essere nel giusto applicando la fede religiosa. Chi aderisce a questo viene spersonalizzato, e il rimorso è stato cancellato dai loro orizzonti.”

Ma esiste un Islam moderato?

“Certo, l’islamofobia è una cosa assurda. La situazione ha dei parallelismi con quella della Germania nazista, i nazisti non erano la maggioranza, ma oppressero tutti gli altri, e questo sta succedendo nel califfato, e non si può pretendere dai moderati eroismo e martirio. Sono anche loro spesso vittime degli integralisti”.

Ma da dove nasce tutto questo?

“Per decenni i movimenti politici nei Paesi islamici erano di ispirazione laica, se non atea. Poi dagli anni Settanta dall’Arabia saudita la corrente wahabista ha iniziato a finanziare progetti di diffusione di un Islam radicale: basti pensare a cosa sta succedendo in Bosnia, dove ci sono cittadine che si sono islamizzate.”

Ma non c’è davvero niente che si possa fare?

La situazione è precipitata, l’eliminazione del califfato avrebbe dovuto essere fatta quattro anni fa, se ci fosse stata una forza laica contro Assad in Siria la situazione oggi sarebbe diversa. Una soluzione sembra essere quella di aiutare chi contrasta il califfato: i curdi, gli sciiti, il governo egiziano, che per ora sembrano solo contenere il fenomeno, e comunque l’Occidente deve saper scegliere i suoi alleati. Va comunque detto che le frontiere del Medio Oriente erano artificiali, decise nel 1916 dalle potenze occidentali. In ogni caso il mio mestiere non è indicare soluzioni, ma raccontare la realtà, una realtà che cambia e mi ha cambiato quando sono entrato in contatto con lei.

:: Tre tazze di cioccolata, Care Santos, (Salani, 2015) a cura di Federica Spinelli

25 giugno 2015
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Tre tazze di cioccolata è innanzitutto un trittico di storie, una raccolta di immagini e storie su una città e su un oggetto molto particolare: un’antica cioccolatiera. Le fortune e le sfortune dei personaggi sono legati al destino di questo bricco di porcellana e all’utilizzo di uno degli alimenti più amati di sempre: il cioccolato. L’argomento di per sé assai goloso è reso ancora più interessante dalla città che fa da sfondo alle vicende del romanzo. La bellissima Barcellona. Questo romanzo è un’epopea e un inno alla città, simbolo del viver bene e per questo il giusto sfondo alle vicende legate alla bevanda degli dei: la cioccolata.
Il cioccolato e la sua vasta gamma di impieghi sono quindi il fil rouge che lega le tre storie del romanzo. Il prezioso oggetto al centro delle vicende è una cioccolatiera appartenuta alla contessa Adelaide di Francia, figlia di Luigi XIV che l’aveva fatto commissionare alla neonata fabbrica di porcellane di Sevres. Attraverso le narrazioni delle vicende di quest’oggetto molto particolare, che la porteranno nelle mani di famosi cioccolatai e mercanti di antiquariato, prostitute e ambasciatori, donne nobili e serve, la cioccolatiera subirà dei danni, perderà pezzi e finirà persino in cocci. Alla sorte di quest’oggetto sono legati i destini dei personaggi che si intrecciano nel corso dei secoli dagli arbori dell’ottocento ai giorni nostri.
La cioccolatiera, quando il lettore la incontra per la prima volta ha già subito danni irreparabili, è sbrecciata sul beccuccio e il coperchio si è perso per colpa delle mani di un’ incauto commerciante.
Il lettore procede a ritroso dai giorni nostri fino all’origine dell’oggetto presso la fabbrica di ceramiche di Sevres. Dagli amori di Sarah, l’ultima custode dell’oggetto in ordine cronologico, alle traversie della moglie del cioccolataio più famoso di Barcellona, Candida, e della sua cameriera Aurora fino all’avventura rocambolesca del segretario di Adelaide di Francia, Gillot, questo prezioso bricco di porcellana passa di mano in mano.
Il romanzo ha la struttura di un’opera teatrale divisa in tre atti ciascuno dei quali porta il nome di una variante nel modo di preparare la cioccolata, preceduti e seguiti da un interludio. Il preludio, i due l’interludi e il finale raccontano come la cioccolatiera subisca i danni permanenti riportati: della rottura definitiva e della ricostruzione nel preludio, della perdita del coperchio e della sbrecciatura sul beccuccio nei due interludi e della sua ideazione nel finale.
I tre atti sono invece occupati dalle vicende dei custodi della cioccolatiera in ordine cronologico partendo dal più recente. Nel primo atto, ambientato ai giorni nostri, si raccontano le vicende del triangolo amoroso di Max-Sarah-Orioles, nel secondo atto sono raccontate le vicende di due donne Candida e Aurora, la nobil donna spagnola e la sua cameriera e dei loro destini, infine nel terzo atto le peripezie di Guillot al seguito di una spedizione per recuperare un grosso carico di cioccolata. L’ ultima parte del terzo atto ė costruita informa di commedia.
L’autrice si diverte a giocare con il lettore che viene continuamente sbalzato temporalmente da un’epoca ad un’altra inseguendo le traversie dei protagonisti, odiando e amando come loro. È un romanzo su una città, su un modo di amare e vivere, è un gioco letterario, un esperimento e un complimento alla perla della Catalogna, una piacevole raccolta di vite che l’autrice srotola davanti al lettore, incantato la segue.

Care Santos è nata a Materò, Barcellona. Dopo gli studi in Giurisprudenza e Filologia ha iniziato la sua carriera come giornalista per varie testate. Ha fondato e diretto l’Associazione giovani scrittori spagnoli, tiene regolarmente laboratori di scrittura creativa in Spagna e in America e firma articoli adì critica letteraria per il quotidiano El Mundo. Tre tazze di cioccolata è il suo ultimo romanzo, vincitore del premio Ramon Llull e tradotto in sedici lingue. Salani ha già pubblicato Il colore della memoria, uno dei romanzi più apprezzato dalla critica spagnola, che ha venduto in Italia quarantamila copie in tre edizioni.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simona dell’Ufficio Stampa Salani.

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:: Il Porto Proibito, Stefano Turconi – Teresa Radice (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta

25 giugno 2015
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Se è da tanto tempo che desiderate perdervi in una lettura avvincente e ricca di riferimenti letterari – partendo dal νόστος dell’Ulisse omerico, passando per The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge fino ad arrivare a L’isola del tesoro di Stevenson -, questa non potete proprio perdervela.

Sembra davvero uscito da un baule pieno di tesori, Il porto proibito. Graphic novel appena uscito, a maggio, per Bao Publishing con illustrazioni nate dalla matita di Stefano Turconi e testi di Teresa Radice.

Una pietra preziosa.

A partire dall’edizione, curatissima in tutti i dettagli, tanto da farlo sembrare un libro di quelli antichi, quelli rilegati a filo, in pelle nera-blu o in marocchino rosso, con il titolo sul dorso e l’immagine in copertina intarsiata da una cornice in rilievo. La copertina stessa, di un blu profondo, richiama l’ambientazione marinaresca.

Ci troviamo catapultati nel 1807, su una nave della marina inglese, l’Explorer. Al largo delle coste del Siam, l’equipaggio avvista e salva un giovane naufrago, Abel, che ricorda soltanto il nome. Il ragazzo fa amicizia con Nathan, il primo ufficiale, che ricopre anche il ruolo di capitano perché pare che il comandante della nave, Stevenson, sia scappato dopo essersi portando con sé i valori presenti a bordo.

Abel torna in Inghilterra in compagnia dell’equipaggio e, grazie a Nathan, trova alloggio presso la locanda gestita dalle tre figlie del capitano fuggiasco. Qui ha modo di incontrare per diverse volte Rebecca, giovane donna tanto bella quanto sfuggente, che gestisce una casa di tolleranza. Ancora senza memoria, avrà modo di scoprire tante cose su di sé, su quelle persone che hanno messo in salvo la sua vita e su quel passato che stenta a ricordare.

Una trama intricata per una storia polifonica che coinvolge tutti, dai marinai dell’Explorer al Capitano Nathan. Un racconto corale in cui non c’è un solo filo conduttore, ma tutto si incrocia e si unisce, dal tassello più piccolo a quello più importante. Un poema in prosa, anzi, a fumetti in cui riecheggiano diversi rimandi letterari, anche meno visibili a primo acchito rispetto a quelli già notati precedentemente e che appartengono al filone classico – avventuroso.

Le illustrazioni di Turconi sono nitide e veloci, chiaroscurate nei tratti di maggior pathos, ma non inchiostrate. Risentono sicuramente dell’esperienza di anni di lavoro nel campo Disney.
La narrazione di Teresa Radice è fluida, sfuggente, ma senza mai perdere il filo della storia, capace di raccordare gli innumerevoli fili narrativi in un unicum letterario dal sapore ottocentesco.

barPossiamo trovare altri riferimenti letterari sottesi ad una prima lettura, che riguardano principalmente l’ambientazione fantastica da una parte, realistica dall’altra del porto proibito: locus amoenus, o sarebbe meglio dire sconosciuto agli occhi dei più, che si mostra solo a chi si trova nella categoria dei non-vivi non-morti, ossia coloro che ancora non hanno trovato ancora portato a termine il cammino per cui sono stati designati nella loro vita e, per questo motivo, si ritrovano a peregrinare in lungo e in largo fino al giorno in cui non l’avranno trovato.

Una storia che una doppia chiave di lettura si presta ad essere riletta più e più volte per carpirne pienamente il senso. Questo è il caso delle storie di Abel, del Capitan Nathan, delle tre sorelle Stevenson e di Rebecca, protagonisti ognuno a suo modo di una storia molto più grande.

Stefano Turconi, classe 1973, è un disegnatore e fumettista. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera e alla Scuola d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, entra a far parte dell’Accademia Disney come allievo di Alessandro Barbucci. A fine anni novanta comincia varie collaborazioni con le uscite per ragazzi su Topolino, PKNA e W.I.T.C.H. Inoltre è cofondatore del Settemondi Studio, un gruppo di autori italiani nato da un’idea di Giovanni Gualdoni. Lo Studio pubblica fumetti soprattutto in Francia per la Soleil Productions (Edizioni BD in Italia). Il suo stile risente sicuramente l’influenza dell’Accademia Disney, ma anche del fumetto francese con una spiccata per le atmosfere e le ambientazioni esotiche.

Teresa Radice, classe 1975, ha studiato lingue e scrittura creativa. Dopo la Laurea in Comunicazione, a seguito un corso di sceneggiatura Disney tenuto da Gianfranco Cordara. Quindi ha studiato sceneggiatura all’Accademia Disney, entrando in redazione nel 2002. Riconosce come suo maestro lo sceneggiatore Alessandro Sisti, uno dei padri putativi dell’universo di Pikappa, che l’ha aiutata con suggerimenti e critiche a realizzare la sua prima storia Disney, Zio Paperone e l’emù di sangue blu, uscita l’8 luglio 2003. Inoltre considera suoi modelli Fausto Vitaliano e Bruno Enna. Ha lavorato anche per altre testate disneyane soprattutto W.I.T.C.H e X-Mickey, per la quale ha scritto numerosi episodi. Sembra che Teresa abbia conosciuto il disegnatore Stefano Turconi lavorando insieme alla storia Legame Invisibile, sempre per la X-Mickey.
I due, marito e moglie, hanno già scritto a quattro mani un graphic novel, di recente pubblicazione, il volume Viola Giramondo (Tunué, Collana Tipitondi, 2013).

© Immagini Stefano Turconi, Teresa Radice/Bao Publishing

Source: pdf riservato ad uso recensione inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

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:: Cosa resta di noi, di Giampaolo Simi, (Sellerio, 2015) a cura di Alessandro Morbidelli

25 giugno 2015
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È arrivata l’estate. Il mare, il mio, l’Adriatico, mi sembra uno schermo e al tempo stesso uno sfondo. Riesce a catturare la mia attenzione, poi la disperde nei confini dilatati. Così mi costringo a concentrarmi altrove, sulla sponda, sul bordo tra terra e acqua. È inevitabile riflettere sulle possibilità che qualcosa accada in quel lasso di tempo dall’arrivo di un’onda al suo ritrarsi. Con la stessa fatalità del cambio di stagione, la mia spiaggia diventa prima grigia, poi si svuota di persone, rimane striminzita di ombrelloni e di sdraio, scossa dal vento, opacizzata da nuvole di sabbia, un po’ come nel video di “Le vent nous portera” dei Noir Desir. Infine arriva la neve. E anche se niente di tutto quello che ho detto accade sul serio, non posso fare a meno di trovarmi di fronte a uno scenario identico a quello appena descritto. Tutta colpa di Giampaolo Simi e di “Cosa resta di noi” (Sellerio, 2015). Simi la neve la fa cadere sulle spiagge della Versilia, a imbiancare gli stabilimenti balneari, nel giorno di San Valentino. Guardando le acque lui e io ci diamo le spalle. Ma alla mia, di schiena, lo scrittore toscano fa uno scherzetto: ci disegna un brivido di parole, così che mi viene voglia di aggiustarmi il bavero del cappotto anche se indosso soltanto una camicia.
Giampaolo Simi, oggi, è un autore ben oltre i confini del noir, sia quando con il termine si intende la fittizia collocazione commerciale di un testo, riflesso, più che altro, della cultura di massa, sia quando si sottoscrivono le parole di Massimo Carlotto, quando dice che il noir va a colmare quel vuoto lasciato dalla letteratura tradizionale italiana (“la morte del presente nella letteratura vera e propria”). A differenza dei titoli giallo-noir che sovraffollano le librerie italiane, senza troppe pretese quando va bene, abbracciati a prototipi all’italiana cari più a chi guarda Don Matteo piuttosto che a chi legge Ellroy quando va decisamente male, quella di Simi è un’opera di letteratura vera, cosciente del valore della parola oltre che di quello dell’intreccio degli eventi. La sua narrativa, giocata su figure retoriche sempre convincenti, descrizioni mai barocche eppure sensoriali, orchestrata nell’ossatura di un io narrante a cui si affiancato estratti di articoli, frammenti di notiziari e di romanzi, stringe un patto con il lettore: ci accorgiamo subito, noi estimatori di certe atmosfere, che “Cosa resta di noi” è oltre, è altro.
Il romanzo è tutto incentrato sulla figura di Edoardo, bagnino riflessivo e velato dalla malinconia di chi è stato condannato a non avere figli, e di Guia, la moglie che lui non ama soltanto, ma adora, scrittrice che vuole dare un senso alla sterilità di coppia dedicando a questa il proprio capolavoro letterario, dove far vivere il figlio mai nato. La loro storia però è un declino amoroso fatto di incomprensioni, di consapevolezza di una fine imminente, di dolore. Soprattutto da parte di Edoardo: se è vero che Guia, in spagnolo, è nome cristiano dedicato alla figura guida della Santa Vergine, è anche vero che per il protagonista è punto di arrivo, scopo, finalità. Eppure il percorso, il 14 febbraio antecedente a un Carnevale come tanti, si copre, appunto, di neve. La spiaggia si imbianca e il segno dei passi si perde sotto il velo gelato. Tutto diventa possibile perché la neve ha azzerato tutto, il ricordo del passato e il peso del presente. Forse è per questo che Edo tradisce Guia con Anna, rappresentante di prodotti edili. Un tradimento di corpi e di fianchi sotto ai maglioni di lana. Un tradimento di stanze di residence e di palazzi deserti. Poi però succede che Anna scompaia e che nella vita di entrambi, di Edo e di Guia, entri il menestrello, il buffone, il cabarettista, quel Giangi che ad Anna la perseguitava perché ne era innamorato, perché era la sua donna.
Ne “Le cose di ogni giorno”, canzone contenuta nell’album “Dietro la curva del cuore” dei La Crus, storica band milanese, Mauro Ermanno Giovanardi cantava È dentro ai gesti di ogni giorno / l’amore è tutto lì / È dentro alle cose di ogni giorno / dove ti perdo è sempre lì: così è il male nella narrativa di Simi, nascosto nella quotidianità, mascherato da indifferenza, da paura di finire coinvolti in una storia oscena, da perdita della propria umanità, da caffè presi al bar, da sere passate di fronte a una serie tv, da viaggi in taxi e in treno, da Eros e Thanatos invitati a cena, ora a mangiare precotto, ora a gustare tagliolini al limone, perché l’amore è comunque il motore principale della storia e dire “Cosa resta di noi” è come chiedersi cosa resti, appunto, dell’amore.
Nessuna indagine classica per scoprire la verità: i protagonisti conoscono la verità, il lettore conosce la verità. Eppure Simi suona con le parole anche le rigide pentatoniche del giallo, dando al lettore tutti gli indizi per capire come andrà a finire la storia. La sorpresa è assicurata, un po’ come quando d’estate senti un’irrefrenabile attrazione per una spiaggia deserta, dove soffia il vento, dove le tracce lasciate sulla sabbia vengono coperte e dove può, di nuovo, succedere tutto, perché tutto quello che è già successo se ne è andato via, ritirato nel mare da un’onda. Dove arriva un torpore che “non è proprio sonno, è una terra di nessuno dominata da una foschia luminosa. Ci vaga solo chi non ha niente da chiedere al mondo. Quando non sai dove ti trovi, non puoi sentire il bisogno di essere altrove.”

Giampaolo Simi ha pubblicato Il corpo dell’inglese (2004) e Rosa elettrica (2007). I suoi libri hanno ricevuto vari premi e sono stati tradotti in Francia (nella «Série noire» di Gallimard e presso Sonatine) e in Germania (Bertelsmann). Ha collaborato come soggettista e sceneggiatore alle fiction «RIS» e «RIS Roma». Nel 2012 è uscito il suo ultimo romanzo La notte alle mie spalle.

Source: libro del recensore.

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:: Nero in dissolvenza, Alessandro Zannoni, (Amazon Media, 2015)

24 giugno 2015

108Vago in trance lungo il viale alberato sopra l’argine del torrente che lambisce la città, poi scendo verso Porta Parma per rientrare in centro. Sconfitto. Deluso. Confuso. Ho sbagliato su tutta la linea, sbagliato proprio di brutto. Non ho scoperto il ricattatore ma un altro segreto da occultare. Mi fermo a ridosso dell’antico fossato, appoggio le mani sulle pietre fredde, occhi sulle prime case del centro storico. Segreti. Quanti segreti ci saranno in questa piccola città? Li immagino incrostati su queste vecchie mura, coperti da silenzi, confusi dal tempo, diluiti dalla pioggia; segreti piccoli o dolorosi, sopportabili o ingombranti, tenuti sempre addosso, pesanti da incurvare le spalle, nascosti sul fondo degli occhi, stipati nel petto, dispersi nella testa, in agguato in casa; segreti antichi senza più paure, segreti freschi ancora spaventosi, segreti spuntati, che non fanno più male, caduti in prescrizione; segreti che uniscono persone sbagliate, segreti affilati come rasoi nuovi di zecca, che possono recidere di netto le false geometrie di un vice commissario.

Alessandro Zannoni ha iniziato a autopubblicarsi, con il nome de plume Michelangelo Merisi, in tempi non sospetti, quando non era ancora una pratica diffusa come oggi che con negozi di vendita online come Amazon bastano pochi click, e giusto rispettando qualche regola di impaginazione, quasi tutti possono pubblicare e vendere i loro testi senza limitazioni.
Dall’autopubblicazione Zannoni è passato alla pubblicazione tradizionale (con il suo vero nome) grazie a persone come Luigi Bernardì, che hanno capito che il ragazzo ha talento, una sua voce personale, ruvida e un po’ aspra, ma definita con pregi e difetti molto marcati.
All’autopubblicazione è tornato con Nero in dissolvenza, un noir del 2004, molto thompsoniano, il suo primo lavoro “serio”, quello che l’ha fatto conoscere appunto a Luigi, editato da Giampaolo Simi, forse per alcuni versi ingenuo, il cui punto di forza è sicuramente la scrittura, non banale, non superflua, in cui ogni frase ha una sua forza espressiva ben calibrata e una maturità stilistica molto letteraria.
Raccontato in prima persona dal protagonista, Nero in dissolvenza narra la storia di Alessandro Allori, un fotografo che vive tra La Spezia e la Versilia, e ha la sfortuna di incontrare sul suo cammino una donna maledetta. Il tema della dark lady è un tema cardine della letteratura noir, è un catalizzatore ideale di inquietudine capace con naturalezza di unire amore e morte, sesso e delitti.
In un tardo autunno, ormai inverno, piovoso e livido, tra bar e strade sporche di solitudine con il mare come sfondo si muovono i personaggi in questo noir di provincia, abbastanza prevedibile negli sviluppi quasi inevitabili, la cui bellezza penso risieda nelle suggestioni che riesce a creare, in quel clima di torbido inganno, di finti ricatti, di suicidi che già intuiamo dalle prime pagine, suicidi non sono.
Tutto frenato, cristallizzato nella monotona vita di provincia, in cui niente succede, in cui quelle cose non succedono. Segreti. Quanti segreti ci saranno in questa piccola città? Mediocri personaggi, di una mediocre commedia umana tranquilla, quotidiana, caratterizzata con pochi tratti capaci di evocare nel lettore quel senso di squallore e pesantezza, dalla segretaria scialba, all’agente immobiliare con un sorriso a trentasei denti, al protagonista stesso, che non brilla per coraggio o risolutezza (almeno per quasi tutto il romanzo).
Un noir insomma dove non ci sono eroi, o vincitori, dove anche la dark lady alla fine non ha più nulla di eccezionale ma è inghiottita dal grigiore, dallo squallore, dalla sconfitta. E Zannoni racconta tutto questo senza sbavature, in maniera asciutta e tesa a raccontarci il colore del cielo, le strade fradice di pioggia, o caotiche e avvelenate di smog, i bar affollati dove prendere l’ultimo caffè o fumare una sigaretta. E intanto il piano della dark lady si slabbra, scivola verso un finale inevitabile e non per questo meno amaro.

Formato Kindle EUR 2,99.

Alessandro Zannoni, ex antiquario, vive sul confine tra Liguria e Toscana. Scrittore autoprodotto, ha pubblicato con reale successo di critica e pubblico quattro romanzi con lo pseudonimo di Michelangelo Merisi. Dal 2002 al 2006 ha fondato e diretto alcune collane di gialli e noir; ha organizzato la “Festa della letteratura noir” tra Lerici e la Lunigiana; è l’ideatore del festival annuale di Sarzana “Leggere fa male”. Con il suo vero nome ha pubblicato il romanzo Imperfetto (Perdisa Pop, 2009), la novella Biondo 901 (Perdisa Pop, 2008) da cui è stato tratto un monologo teatrale e sempre per Perdisa nel 2011, Le cose di cui sono capace.

:: Un’ intervista con Amélie Nothomb, a cura di Elena Romanello

24 giugno 2015

aLibri non spessi come pagine, ma pieni di contenuti, autobiografici ma universali, storie al femminile ironiche e surreali: tutto questo è la letteratura di Amélie Nothomb, un’icona della narrativa europea, di cui è uscito recentemente in italiano Petronille, mentre al cinema c’è Il fascino indiscreto dell’amore, ispirato al suo romanzo Né di Adamo né di Eva.
Amélie viene ogni tanto in Italia e l’abbiamo incontrata in una di queste occasioni, alcuni mesi fa.

Come nasce il rapporto tra Amélie e la casa editrice italiana Voland?

Daniela, la titolare di Voland, ha scoperto i miei libri in una libreria francese e mi ha contattata, ho 45 editori nel mondo che pubblicano i miei libri, ma lei resta la mia preferita, ho avuto offerte da altri in Italia, nomi grossi, ma io voglio restare con Daniela e la Voland.

Nel romanzo Petronille si parla di un’amicizia tra due autrici dove lo champagne è la cosa più importante…

Quando sono arrivata come giovane scrittrice a Parigi ho capito l’importanza di bere champagne, e che non si può bere da sole ma nemmeno con chiunque. Per cui diventa importante pensare con chi si può bere lo champagne. Il personaggio di Petronille esiste veramente, e penso che sì, si possa anche avere un’amica con cui non si beve champagne insieme, ma se lo si fa è meglio.

Quando hai capito che la tua passione per lo scrivere sarebbe diventata un lavoro?

È una risposta lunga. Scrivere per me è una cosa che viene da lontano, io appartengo ad una famiglia di letterati e amante della letteratura, e questo può essere anche un handicap. In casa mia gli scrittori sono sempre stati visti come dei. Per anni ho scritto senza pubblicare, mentre facevo altro, a 21 anni ho lavorato in una grossa azienda giapponese in cui in pratica pulivo i gabinetti. Poi ad un certo punto ho sentito di fare il grosso passo.

Nei libri citi opere di autori come Mishima, Stendhal, Marguerite Duras: quali letture ti hanno influenzato?

Ho passato la mia adolescenza a leggere, e tutti i libri che ho letto sono stati importanti. A 13 anni Mishima, con il suo Il padiglione d’oro mi colpì e mi fece stare male, parla di bellezza e bruttezza in maniera sublime. Ma potrei dire anche di altre letture.

Come autrice, sappiamo che hai un metodo di lavoro ferreo. Ce lo puoi raccontare?

Per me la disciplina è importante, in questo sono rimasta molto giapponese. Scrivo tutti i giorni dalle 4 alle 8 del mattino, ogni anno completo tre o quattro libri e poi scelgo quale di questi pubblicare. Scrivo su quaderni e non sul pc, e metto i manoscritti inediti in scatole da scarpe che poi conservo nel mio appartamento di Bruxelles. Sono entrati più di una volta i ladri in casa, ma non hanno toccato le mie scatole con manoscritti.

La scrittura è una vocazione o una disciplina?

Entrambe. Jacques Brel diceva che il talento non esiste, il talento è aver voglia e bisogna imporsi una disciplina. Non credo all’ispirazione dell’artista romantico, bisogna essere tiranni con se stessi, quando non scrivo sono tutta risate e champagne, ma quelle quattro ore sono per me ferree.

Come fai a non essere ripetitiva nelle tue storie?

L’argomento comune dei miei libri sono i rapporti tra gli esseri umani, e c’è sempre qualcosa di nuovo da dire in tema.

Nei tuoi libri torna molto il tema della solitudine. Come la vivi?

Dai 10 ai 20 anni sono stata molto sola e solitaria, e la cosa positiva è che ti confronti in continuazione con te stessa. La scrittura poi non ti fa sentire sola, e comunque il successo che ho avuto con i miei libri mi ha fatto integrare in Europa, continente dove sono arrivata dopo vari giri.

Petronille sei tu?

Petronille esiste, non sono io, e sia io che lei ci siamo ribellate al nostro ambiente, io avrei dovuto fare la diplomatica come la mia famiglia e sposarmi, mentre Petronille, che si chiama Stephanie in realtà, ha fatto la borghese dopo essere nata in una famiglia comunista e proletaria. Del resto, capita che fin da bambino non ti riconosci nei valori della tua famiglia, io fin da piccola sapevo che non avrei avuto figli e non avrei fatto quello che facevano i miei genitori.

Ma non hai mai avuto paura di fallire con la scrittura?

Tutti i giorni ho paura di non riuscire a scrivere, ma tratto il mio corpo come una macchina per scrivere. E i lettori per me sono come specchi, mi piace che mi dicano che li ho resi felici.

Quali sono i tuoi punti di riferimento tra letteratura e altri media?

Leggo di preferenza i classici, sono reduce da una maratona di Balzac, ho letto tutto quest’ultimo anno. Come registi adoro Hitchcock, ogni tanto mi dicono che sembro un personaggio di Tim Burton, e devo dire che trovo i suoi universi mostruosi, fantasiosi, gradevolissimi. Non seguo mode, nemmeno nel vestirmi, e questo manda sempre in crisi la mia editrice francese. E lo champagne con le bevute in compagnia mi ricarica poi per le mie ore di disciplina a scrivere.

:: Troppa importanza all’amore, Valeria Parrella – (Einaudi, 2015) a cura di Lucilla Parisi

24 giugno 2015
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Troppa importanza all’amore. E’ un racconto della raccolta che dà il titolo al tutto. Dell’amore assoluto in queste pagine non vi è traccia. C’è la vita con tutto quello che comporta.
I problemi, grandi e piccoli, la paura, il tradimento, la malattia, l’età e la disabilità. Sì, poi ci sono le emozioni, gli affetti e gli amori, quelli con la “a” minuscola, che poi sono l’unica cosa che conta. Il segreto, se esiste, è quello di sentirlo il sapore, della vita. Fermarsi, se necessario, in silenzio, e guardare oltre. “Solo con Jude io mi sono potuto permettere la ricchezza del silenzio perfetto: perché sapevo che non stavamo perdendo nulla. E questa cosa qui se non l’hai mai sentita, non la puoi capire.”
Questione di punti di vista, poi: quello della figlia che ha raccolto le tracce lasciate dalle esistenze, sospese, dei genitori; quello del carcerato che esce e di quello che fine pena mai; quello dello specchio che rimanda un’immagine che fa innamorare.
Non c’è neanche il tempo e neppure un’altra vita, a parte quella che si sta vivendo. Il senso della fine pesa (ancor più se conti i secondi), almeno quanto il vuoto lasciato dalle domande mai fatte. Non rimangono che le risposte e, prima di darle, soprattutto a un figlio, bisogna pensarci veramente. “Pensarci veramente significa come quando a un marinaio gli togli tutti gli strumenti, pure la bussola, e gli dici di portare la nave seguendo quella stella là, ma veramente.”
Soprattutto, in queste pagine, c’è Valeria Parrella: lo straniamento e insieme il sentimento di appartenenza al mondo e alla città in cui vive sono sempre forti. Si ritorna nei vicoli, stranamente familiari, e si riconosce la luce che li attraversa, a mo’ di presagio. Il suo sguardo sul mondo ci restituisce dei personaggi autentici, terribilmente reali e a dir poco fantastici, come solo i personaggi delle fiabe sanno essere. Alcuni sono vivi, ma già morti. Altri li riconosci dalle scarpe che portano. “Quando mi raccontarono per la prima volta la storia di Alice e del coniglio […] io seppi l’importanza che avevano le porte per il mondo.”
Coglie il miracoloso dell’umanità e lo rende concreto, tangibile, possibile. Annulla le distanze e rende inevitabili le coincidenze. Tutto torna, insomma.
Raccontare la vita non è cosa semplice, c’è il rischio di prendere dei grossi abbagli. Qui, in queste pagine, a parte la lama di luce che dal quartiere Sanità “scende per gli scaloni a forcipe e, una volta sul marciapiede, scansa i motorini e si manifesta”, non vi sono inganni.
La scrittura della Parrella si concede e non si ritrae di fronte alla realtà, anche quella più difficile da accettare. Non rimane che farsene una ragione.
D’altronde, “da qualche parte, sotto la vita, c’è la vita.”

Valeria Parrella è nata nel 1974, vive a Napoli. Per minimum fax ha pubblicato le raccolte di racconti mosca piú balena (2003) e Per grazia ricevuta (2005). Per Einaudi ha pubblicato i romanzi Lo spazio bianco (2008), da cui Francesca Comencini ha tratto l’omonimo film, Lettera di dimissioni (2011), Tempo di imparare (2014) e la raccolta di racconti Troppa importanza all’amore (2015). Per Rizzoli ha pubblicato Ma quale amore (2010), ripubblicato da Einaudi nei Super ET nel 2014. È autrice dei testi teatrali Il verdetto (Bompiani 2007), Tre terzi (Einaudi 2009, insieme a Diego De Silva e Antonio Pascale), Ciao maschio (Bompiani 2009) e Antigone (Einaudi 2012). Per Ricordi, in apertura della stagione sinfonica al Teatro San Carlo, ha firmato nel 2011 il libretto Terra su musica di Luca Francesconi. Ha inoltre curato la riedizione italiana de Il Fiume di Rumer Godden (Bompiani 2012). Da anni si occupa della rubrica dei libri di «Grazia» e collabora con «Repubblica».

Source: libro del recensore.

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:: Qualcosa che assomiglia al vero amore, Cristina Petit, (Tre60, 2015) a cura di Viviana Filippini

16 giugno 2015
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Esiste un qualcosa che assomiglia al vero amore? Cercherà di scoprirlo Clementine, la psicologa e psicoterapeuta, protagonista dell’omonimo e primo romanzo di Cristina Petit. La ragazza vive a Parigi nell’appartamento che ha ereditato dalla nonna. La sua vita è allegra e spensierata grazie anche agli strambi vicini di casa, capitanati dal piccolo Remy, che le fanno compagnia e la aiutano ad ambientarsi in questo nuovo mondo. Clementine ha una casa piena di libri, compreso quello scritto da suo padre su Camus, perché la ragazza, attraverso sedute di libro terapia, cerca di aiutare i suoi piccoli pazienti, a volte anche i loro inconsci genitori, a superare i traumi che ostacolano il corso della vita di ogni giorno. Il mondo di Clementine sembra una sorta di fiaba che a tratti mi ha ricordato il film Il favoloso mondo di Amélie, per le situazioni surreali nelle quali la protagonista si trova coinvolta. Un esempio concreto? Uno dei passatempi preferiti della famiglia del piccolo Remy è quello di scegliere nomi dalla guida telefonica e fantasticare sulla persone selezionate creando vite e avventure immaginarie. Clementine all’inizio rimane perplessa, ma quando la coinvolgeranno nel divertente gioco, anche lei non saprà resistere e lascerà libera la sua immaginazione di lavorare in modo completo. A Parigi, mentre Clementine sta costruendo la sua nuova esistenza cercando di lasciarsi alle spalle i dolori d’infanzia e fidanzati incapaci di comprendere il suo amore per i libri, c’è uno scrittore, un certo Albert, che ha appena pubblicato un libro. L’autore in erba ha scritto il suo primo romanzo dopo aver incrociato una ragazza – Clementine – per la quale è scattato il colpo di fulmine. Lui non la conosce, non è riuscito a chiederle il nome, non sa come trovarla nella labirintica Parigi, ma è innamorato di lei. L’unica cosa che Albert ha potuto fare per mantenerne vivo il ricordo è stato scrivere una storia nella quale la misteriosa ragazza è la principale protagonista. Il libro di Albert viene pubblicato e il suo successo è grandioso. Tutti a Parigi, e non solo, lo leggono e rimangono affascinati dalla trama avvincente e ricca di emozioni. Pure Clementine leggerà la storia, ne rimarrà entusiasta e ma senza capire bene il perché, anche se sente una strana affinità con lo sconosciuto autore e con la storia scritta. Il romanzo della Petit è coinvolgente perché tra le sue pagine i piani della vita della protagonista e quelli del libro scritto da Albert si mescolano in un piacevole labirinto emotivo, nel quale il sentimento dell’amore e il bisogno di tranquillità animano tutti i personaggi presenti nella trama narrativa. Una vicenda simpatica, curiosa, avvincente, in equilibrio tra fantasia e realtà, dove si spera che siano i buoni sentimenti a trionfare.  I lettori del libro di Cristina Petit – noi, tanto per intenderci- vengono trascinati dentro ad un storia, quella di Clementine, ma allo stesso tempo quando la ragazza si immerge nel romanzo di Albert, chi legge si trova catapultato in quella vicenda. Qualcosa che assomiglia al vero amore di Cristina Petit è un vero esempio di libro nel libro dove, oltre ai sentimenti, ciò che ha il potere di unire le persone sono i libri.

Cristina Petit è nata e cresciuta a Bologna, dove ha conseguito la laurea in Lingue e letterature straniere e dove insegna in una scuola primaria. Sposata, ha tre bambini che le hanno spalancato orizzonti nuovi e inimmaginabili. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Tre60.

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:: Missione d’onore, Giovanni Melappioni (Rai Eri, 2015) a cura di Micol Borzatta

16 giugno 2015

giSicilia, Seconda Guerra Mondiale, sbarco degli Alleati.
Ines e Cosimo sono fratelli, orfani di madre vivono con un padre violento e una nonna gretta e meschina in un luogo dove le donne sono relegate al margine della società come esseri inferiori. Ines vuole scappare da tutto questo e portare via anche suo fratello e per questo, a differenza di tutte le altre ragazze, legge e studia tutti i libri che ha ereditato da sua madre di nascosto.
Con l’arrivo della guerra però cambia tutto. Un giorno, durante lo sbarco degli alleati nell’isola, mentre in cielo ci sono gli scontri aerei e i cannoni risuonano come se fossero la normalità, una squadra di paracadutisti tedeschi viene inviata tra le linee nemiche per recuperare una lista di nomi scritta dal parroco per il paese secondo i voleri di Don Amelio, una lista molto importante e per questo molto pericolosa che viene nascosta dal parroco stesso nel momento della sua morte.
Le strade dei tedeschi e dei due fratelli si incrociano più volte trasformando la vita dei due bambini che si ritrovano a dover affrontare scelte contrarie alla loro etica e ai loro desideri che li porterà a trasformare loro stessi per poter sopravvivere in un mondo dove solo il più forte può andare avanti.
Un romanzo storico molto interessante che è stato vincitore nel 2014 del premio Giara D’Argento grazie alla capacità dell’autore di raccontare avvenimenti storici senza nessun tipo di pregiudizio ma descrivendo solo ed esclusivamente i fatti per come sono.
Descrizioni veramente minuziose che rendono i personaggi molto reali e la guerra è talmente dettagliata che denota la competenza storica dell’autore.
Unico neo riscontrato in questo romanzo è la scelta dello stile dell’autore che è molto lento e in alcune parti difficile da seguire e impedisce al lettore di rimanere totalmente concentrato sulla lettura, portandolo a doversi fermare e distrarsi per poter proseguire la lettura.
Un romanzo fantastico a livello storico, ma adatto solo a un target di appassionati del genere.

Giovanni Melappioni nasce a Civitanova Marche nel 1980, dove vive e lavora tutt’ora.
Grande appassionato di storia, è diventato uno studioso preferendo in particolar modo l’epoca medievale e la Seconda Guerra Mondiale. Studi che lo portano a tenere conferenze e incontri in giro per l’Italia. Nel 2011 pubblica L’ultima offensiva e vari racconti. Inizia a scrivere vari articoli per il web e racconti brevi a tema storico per siti e forum.