:: Un’ intervista con Domenico Quirico, autore de Il Grande Califfato (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

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DoOgni giorno i mass media parlano degli orrori dell’Isis, l’esercito totalitarista islamico che minaccia vari Paesi, dall’Africa al Medio Oriente. Una situazione esplosiva e in continuo precipitare: per cominciare a capirla, è utile leggere un libro di alcuni mesi fa, scritto da un diretto testimone, il giornalista italiano Domenico Quirico, che ne Il grande califfato parte dai suoi due sequestri del 2011 in Libia e nel 2013 in Siria per raccontare una situazione che non è esplosa adesso, ma che arriva da lontano. Domenico Quirico ha parlato varie volte di questo libro, ricordando innanzitutto la peculiarità della situazione.

Ne Il paese del male, l’altro mio libro, parlavo della mia prigionia, mentre Il grande califfato racconta della nascita e dell’espansione di un progetto di impero che ricalca quelli dell’Impero ottomano e romano. Un qualcosa di cui ho sentito parlare durante il mio sequestro, ben prima che diventasse argomento delle nostre cronache”.

Ma di cosa parla questo libro, non poderoso come pagine ma efficace nei contenuti?

“Io sono un giornalista e i miei libri, compreso questo, sono sempre i libri di un giornalista. Per me il giornalismo è anche scrivere un libro, come un grido contro l’orrore. Il mio libro racconta l’orrore, in luoghi che vanno dal Vicino Oriente all’Africa, dove ho incontrato degli uomini, canaglie e eroi, puri e impuri, banditi e rivoluzionari, profeti veri e profeti finti. Lo scopo di questi uomini è costruire uno Stato totalitario islamico.  Per fare questo il califfato utilizza un nuovo tipo di uomo, che è stato costruito azzerando l’identità precedente. I vari gruppi che ho visto sono formati da ragazzi dai 15 ai 30 anni, il cui unico orizzonte è combattere, pregare, uccidere, morire. Non c’è niente al di fuori di questo, per loro la vita comincia con la guerra santa. Incontrandoli, ho ricordato le parole di George Orwell in Omaggio alla Catalogna, che ricorda che nelle Brigate Internazionali c’erano persone che avevano azzerato il loro passato e che combattevano con eroismi ma anche con crudeltà.

Ma quello che succede è dunque simile a cose già viste?

“Tutti sono al servizio di una causa totalitaria, molto diversa dalle dittature che abbiamo conosciuto, perché più grande e complessa. I totalitarismi hanno in comune la terribile semplicità di dividere gli esseri umani in base ad un criterio. Il nazismo si basava sulla razza, partendo dal fatto che esisteva una stirpe ariana, gli ebrei potevano essere eccellenti cittadini tedeschi, ma non si salvavano dall’eliminazione fisica. Lo stalinismo invece partiva dall’appartenenza di classe, i figli, i nipoti e i pronipoti dei cosacchi e dei proprietari terrieri non potevano essere puri, non erano le azioni che contavano ma quell che si era.

Il califfato traccia la sua riga in base all’appartenenza religiosa e alla religione vissuta secondo un criterio rigoristico, l’unico lecito. Fuori da questo è tutto impuro, gli ebrei, i cristiani, i turcomanni, gli yahzidi, i musulmani non rigoristi, sono tutti da eliminare ”.

Ma in che modo il califfato si pone rispetto a Bin Laden e come si differenzia?

“Qui non c’è più un discorso terroristico, ma c’è uno Stato totalitario, ricalcato su qualcosa di antico, sul califfato abasside tra VI e VII secolo. Sembra una cosa fuori dal mondo, ma nel libro si parla di Paesi in cui il califfato del XXI secolo esiste già, ci sono luoghi già amministrati da questa realtà. Da Bin Laden e dai suoi ideologi hanno preso alcune idee, di ispirazione marxista (pur detestandone il materialismo), come quella delle Basi rosse di Mao, messe in zone periferiche per destabilizzare il potere centrale, per poi unirsi e andare all’attacco. La prima cosa che fa il califfato appena conquista una zona è di obbligare i funzionari a tornare al lavoro e riaprire i forni, riorganizzare la polizia e far applicare ai giudici la Sharia. Un meccanismo per creare consenso e disgregare ordini preesistenti, se guardiamo il tutto da un punto di vista geografico, la Siria e l’Iraq non esisteranno mai più come erano prima, è stato tutto disgregato”.

Ma non è totalmente fuori dal tempo questa idea del califfato?

“Per noi occidentali sì, è come se qualcuno volesse ricostruire l’Impero romano, ma per il mondo del califfato un progetto del genere è concreto, la loro percezione del tempo e dello spazio è diversa. Il califfato si rivolge ad un mondo per cui il passato è presente, in cui cose remote, come l’Egira del 622 d.C. sono percepite come contemporanee, e in cui si cerca una rivalsa contro un Occidente che vince e fa arretrare. Anche questo contribuisce alla fascinazione che porta tanti giovani ad arruolarsi sotto queste bandiere”.

Che rischi ci sono per l’Occidente?

“La Spagna, per esempio, fa parte del progetto del califfato, mentre dire che l’esercito fondamentalista può arrivare con le barche dei migranti in Italia è assurdo, i combattenti in certi casi sono già qui, gente nata qui, cresciuta qui, come il boia di Foley, studente di informatica in Inghilterra, con modelli fino ad un certo punto occidentali. Questo è un problema della nostra società se ci sono tanti ragazzi sedotti dal totalitarismo islamico, e non poveracci, ma giovani borghesi”.

La situazione è paragonabile a quella vissuta al tempo del fascismo?

“No, la situazione ricorda piuttosto cosa succedeva ai tempi di Torquemada e dell’Inquisizione, i seguaci del Califfato non sentono comunque di essere criminali, loro sono convinti di essere nel giusto applicando la fede religiosa. Chi aderisce a questo viene spersonalizzato, e il rimorso è stato cancellato dai loro orizzonti.”

Ma esiste un Islam moderato?

“Certo, l’islamofobia è una cosa assurda. La situazione ha dei parallelismi con quella della Germania nazista, i nazisti non erano la maggioranza, ma oppressero tutti gli altri, e questo sta succedendo nel califfato, e non si può pretendere dai moderati eroismo e martirio. Sono anche loro spesso vittime degli integralisti”.

Ma da dove nasce tutto questo?

“Per decenni i movimenti politici nei Paesi islamici erano di ispirazione laica, se non atea. Poi dagli anni Settanta dall’Arabia saudita la corrente wahabista ha iniziato a finanziare progetti di diffusione di un Islam radicale: basti pensare a cosa sta succedendo in Bosnia, dove ci sono cittadine che si sono islamizzate.”

Ma non c’è davvero niente che si possa fare?

La situazione è precipitata, l’eliminazione del califfato avrebbe dovuto essere fatta quattro anni fa, se ci fosse stata una forza laica contro Assad in Siria la situazione oggi sarebbe diversa. Una soluzione sembra essere quella di aiutare chi contrasta il califfato: i curdi, gli sciiti, il governo egiziano, che per ora sembrano solo contenere il fenomeno, e comunque l’Occidente deve saper scegliere i suoi alleati. Va comunque detto che le frontiere del Medio Oriente erano artificiali, decise nel 1916 dalle potenze occidentali. In ogni caso il mio mestiere non è indicare soluzioni, ma raccontare la realtà, una realtà che cambia e mi ha cambiato quando sono entrato in contatto con lei.

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